lunedì, 23 Settembre 2019
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Le Esequie del “Patriarca”

Le  “Esequie del  Patriarca”  &  la Trilogia delle Tre Scimmiette

Quanto avvenuto durante il “Funerale del Patriarca” è solamente una delle ultime scene (per ora!) di una fiction reale che da vari decenni narra avvenimenti sviluppatisi all’ombra del Colosseo e del Vaticano – ove sia nei “Palazzi”, sia nelle Piazze di questa nostra Città – avvengono fatti, misfatti o semplicemente episodi sconcertanti, così da tutti conosciuti, che risultano invece essere sempre stranamente ignorati o sottovalutati dalle Autorità e dalle Istituzioni, sia laiche, sia ecclesiastiche.  A questo punto ….. quali episodi si dovrebbero esaminare con maggior attenzione ?

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Rom a Roma

Marino faccia pagare acqua e luce ai Rom, come le pagano tutti
______________comunicato a cura di  Fabio Sabbatani Shiuma – Segretario Nazionale Movimento Riva Destra

Gli zingari o nomadi, o chiamateli come vi pare, devono pagare le bollette come gli altri. Un sindaco serio dovrebbe interrompere la fornitura di acqua e luce gratis.

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Report Caritas sulla povertà

  •  Report su povertà ed esclusione sociale di Caritas Italiana

Il Report su povertà ed esclusione sociale che Caritas Italiana ha pubblicato il 17 ottobre, Giornata Mondiale di lotta alla povertà, disegna uno scenario reale della situazione che milioni di persone vivono nelle nostre città. Vi diamo una sintesi del report che in forma integrale si può leggere suwww.caritas.it

 

1. POVERTÀ, TERRA DI NESSUNO. UTOPIE E ATTESE PER L’EUROPA DEL 2020

Nel 2012 un totale di 124,2 milioni di cittadini europei erano a rischio di povertà ed esclusione sociale. Sono 9,3 milioni i cittadini europei che soffrono di povertà ed esclusione sociale, in base agli indicatori Eurostat.

Rispetto all’obiettivo dell’UE di eliminare il rischio di povertà o esclusione sociale per 20 milioni di persone, i dati riferiti al 2012 ci dicono che solo sei Paesi hanno raggiunto o appaiono molto prossimi al proprio obiettivo nazionale (Olanda, Repubblica Ceca, Germania, Portogallo, Polonia e Romania), mentre almeno nove Paesi, tra cui l’Italia, sembrano molto lontani dal raggiungimento dell’obiettivo. L’obiettivo fissato per il 2020 dal nostro Paese è quello di ridurre di 2 milioni 200mila unità il totale complessivo di persone a rischio di povertà o esclusione sociale. Nel corso degli anni la distanza dell’Italia dall’obiettivo prefissato è andata aumentando: nel 2010, secondo i dati Eurostat, il numero di persone a rischio di povertà o esclusione sociale in Italia era pari a 14.757.000 unità. L’uscita dallo stato di povertà di 2 milioni 200mila persone entro il 2020 porterebbe il totale di persone povere alla cifra di 12 milioni 557mila unità. Ma la situazione è diversa: in termini assoluti, dal 2010 al 2013 i poveri in Italia sono aumentati di 2 milioni 569mila unità: una cifra maggiore dell’obiettivo assoluto di “poveri in meno” previsto dal nostro Paese per il traguardo del 2020. Il Poverty Gap EU-2020, ossia la distanza dell’Italia dall’obiettivo del 2020, è ormai pari ad oltre quattro milioni e mezzo di persone.imagesP ASSOLUTA

2. IL CASO ITALIA: UNA POVERTÀ OLTRE GLI ARGINI

In Italia nel 2013 le persone in povertà assoluta risultano essere 6 milioni e 20mila; le famiglie 2 milioni e 28mila. L’incidenza della povertà risulta in continua crescita, attestandosi oggi al 9,9% per gli individui e al 7,9% per le famiglie. Dal 2007 (anno che anticipa lo scoppio della crisi) ad oggi i livelli di povertà risultano più che raddoppiati, palesando così tutte le difficoltà di un Paese che non conosce segnali di ripresa. I dati della statistica ufficiale consentono di evidenziare almeno due elementi: si sta assistendo ad una recrudescenza delle ormai note situazioni di criticità; accanto alle vecchie e irrisolte situazioni se ne aggiungono delle nuove, che definiscono inediti percorsi di impoverimento.

Di particolare gravità è la “questione meridionale”. Il Sud, che prima della crisi evidenziava

situazioni di svantaggio, sembra vivere adesso situazioni di autentico dramma sociale. Oggi nel Mezzogiorno le persone che non riescono a far fronte a quelle spese base, che garantiscono una vita dignitosa, sono il 14,6% del totale (il 12,6% delle famiglie). In termini assoluti si contano in queste aree oltre 3 milioni di incapienti, praticamente la metà dei poveri di tutta la nazione. Tuttavia non è solo il Mezzogiorno a registrare segnali negativi. Le aree del Centro e del Nord in poco più di un lustro hanno visto praticamente raddoppiare il peso dei poveri sul totale della popolazione. Infine se fino a qualche anno fa le categorie più vulnerabili erano perlopiù le famiglie di anziani, i nuclei con 5 o più componenti, le famiglie con disoccupati. Oggi a queste se ne aggiungono di nuove: nuclei di giovani, famiglie con uno o due figli, famiglie il cui capofamiglia risulta occupato (le cosiddette in work poverty).imagesCARITASS

3. LA POVERTÀ LETTA DAI CENTRI DI ASCOLTO “CARITAS”

Da gennaio a giugno 2014 si sono rivolte ai Cda inclusi nella rilevazione 45.819 persone .

Si registra un forte aumento dell’incidenza degli italiani tra gli utenti Caritas.

Tra gli assistiti oggi quasi uno su due è di nazionalità italiana (esattamente il 46,5%). Solo un anno fa, nel primo semestre 2013, la percentuale si attestava al 31,1%. È soprattutto il Mezzogiorno a registrare l’incremento più evidente: in queste zone gli italiani rappresentano il 72,5%. In termini di età prevalgono i giovani adulti della fascia di età 35-44 (27,1%) e di quella 45-54 (26,0%).

Tra gli stranieri risulta più alta l’incidenza degli under 34; tra gli italiani al contrario è più elevato il peso degli over 55. Rispetto alla condizione occupazionale prevale chi è in cerca di un’occupazione (il 62,7% del totale).

Diminuisce nel corso degli anni il peso degli occupati. Tale tendenza può essere letta come una conseguenza del calo di occupazione che sta vivendo il nostro Paese e che produce effetti ancor più negativi su chi, già prima della crisi, viveva situazioni di fragilità sul fronte lavoro: precari,working poor, lavoratori saltuari.

Come un anno fa prevalgono i bisogni legati a situazioni di povertà economica: più di un utente su due (il 54,3%) ammette di vivere in uno stato di deprivazione. Tali situazioni vissute in modo analogo da italiani e stranieri coincidono spesso con l’assenza di un reddito o con un livello di reddito insufficiente.

Seguono poi i problemi occupazionali (45,0%) e abitativi (20,1%).  

Tra gli italiani non irrisorie le situazioni di chi vive disagi e vulnerabilità familiari (15,9%). Rispetto agli interventi prevale l’erogazione di beni e servizi materiali (56,3%); tra questi spiccano in particolare la distribuzione di viveri e di vestiario e i servizi mensa.

La seconda voce di intervento è quella dei sussidi economici, in particolare: pagamento bollette, contributi per le spese di alloggio, acquisto di generi alimentari, sostegno per le spese sanitarie. Tra gli interventi realizzati, alto è anche il peso delle attività d orientamento, in crescita rispetto al passato; a beneficiare di tali servizi sono soprattutto i cittadini stranieri, presumibilmente i più fragili sul fronte amministrativo-legale. In molti, infine, hanno beneficiato dei soli interventi di ascolto, magari in profondità e reiterati nel tempo.

Dati raccolti nel corso nel primo semestre 2014 provenienti da 531 Cda (18,7% del totale) in 85 diocesi (38,6% del totale)

4. LE RISPOSTE ANTICRISI MESSE IN ATTO DALLE CHIESE LOCALI

Nel corso del 2013 Caritas Italiana ha supportato le Caritas diocesane, con sostegni economici ad hoc, nella realizzazione di interventi di contrasto alla crisi economica in atto. Il peggioramento delle condizioni economiche di molta parte della popolazione ha reso necessario potenziare gli interventi di supporto in ordine soprattutto ai seguenti ambiti: abitazione, lavoro, spese di prima necessità, sostegno al credito. Da giugno a dicembre 2013, ha presentato richiesta di rimborso il 76% delle Caritas diocesane.

Fra le tipologie di spese sostenute, la prevalente risulta essere quella dei contributi al reddito, che assorbe il 39,6% dell’ammontare complessivo di spese rimborsate, seguita dall’acquisto di beni di prima necessità (32%). In modo particolare, al Sud hanno prevalso nettamente le spese destinate alla costituzione di fondi di garanzia presso istituti bancari per la realizzazione di attività di microcredito all’erogazione di contributi al reddito e per il sostegno alle esigenze abitative. Mentre al Nord risultano prevalenti le spese per i voucher.

5. POLITICHE DEBOLI, IN UN ORIZZONTE TEMPORALE POCO DEFINITO.

LO STATO DELLE POLITICHE DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ IN ITALIA

Il 2015 non sarà, per il nostro Paese, l’anno della svolta. Il quadro economico è segnato da indicatori ancora più negativi degli anni precedenti. Una Europa, secondo la BCE, con una ripresa stentata, e il nostro Paese tendenzialmente in deflazione, con tassi di disoccupazione al più stabili ed effetti ambivalenti delle politiche governative in tema di rilancio dell’economia. Ma anche le misure specifiche anti-crisi finora introdotte non hanno generato effetti rilevanti (poco meno che una famiglia in povertà assoluta su quattro ha avuto il “bonus di 80 euro mensili” introdotto dal Governo Renzi).

A meno di ulteriori sviluppi finora non annunciati, l’onda delle povertà assoluta al 10 per cento nel nostro Paese verrà contrastata dal probabile rifinanziamento della social card tradizionale, dalla prosecuzione delle sperimentazioni previste già dal governo Letta, dall’avvio progressivo dell’utilizzo delle risorse del FEAD, il nuovo fondo europeo per sostenere i cittadini sprovvisti di beni essenziali. A nostro avviso, queste misure non sono in grado di prendere in carico le povertà vecchie e nuove del Paese, e questo anche a causa del carattere eccessivamente categoriale di molti di tali provvedimenti, limitati a segmenti di famiglie in condizioni di disagio. Inoltre, il carattere sperimentale di molte novità legislative rischia di trasformarsi in un alibi per perenni strategie dilatorie, di rinviata presa in carico istituzionale del problema della povertà e dell’esclusione sociale in Italia.

Condividiamo la necessità espressa dal ministro Poletti di un piano nazionale di contrasto alla povertà, a patto di rispettare alcune cautele: avviare un lavoro di consultazione con la comunità civile, i soggetti sociali e istituzionali; comunicare in modo trasparente i risultati delle sperimentazioni; definire le tappe di una roadmap in grado di qualificare in senso sussidiario il sistema di protezione sociale territoriale; fondare sempre le nuove proposte su attività di studio, in grado di quantificare i fabbisogni sociali dei diversi territori.

A quest’ultimo riguardo, pesa la scomparsa della Commissione nazionale di indagine per l’esclusione sociale, provocata dai tagli al bilancio del Governo Monti, e di altri luoghi di consultazione sociale e scientifica, in grado di superare pregiudizi e luoghi comuni sulla povertà.

Per tutte queste ragioni Caritas Italiana ha promosso – insieme ad altri soggetti sociali e forze sindacali – l’Alleanza contro la povertà in Italia, allo scopo di sensibilizzare il Paese su questo tema e proporre una nuova misura

di contrasto universale ai fenomeni connessi, il Reddito di inclusione sociale, in una forma progressiva e sostenibile sul piano della finanza pubblica, per fornire risorse e progetti di inclusione a quanti vivono sotto la soglia della povertà assoluta.

 

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Piano Povertà

La povertà non si risolve con l’assegnino dell’Inps. Proviamo a costruire un piano nazionale per contrastarla”. È quanto ha affermato il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, intervenendo alla presentazione del rapporto di Caritas Italiana su “Il bilancio della crisi. Le politiche contro la povertà in Italia”.imagesP ASSOLUTA

Il ministro ha così in parte ascoltato le richieste del direttore della Caritas Francesco Soddu , che sostiene la necessità di inserire nell’agenda politica l’obiettivo del contrasto alla povertà con un piano d’azione nazionale al posto di sperimentazioni continue e frammentarie. “Il piano nazionale deve definire una governance condivisa per riorganizzare tutte le risorse di contrasto alla povertà di modo che questo insieme trovi una sua modalità di gestione. Serve una radicale riorganizzazione degli strumenti a disposizione e una valutazione degli stessi – ha detto Poletti – Il nostro Paese non ha mai avuto una politica sociale degna di questo nome”.
Sull’introduzione del Reddito d’inclusione sociale, Poletti ha risposto che “c’è sempre qualche elemento di preoccupazione di induzione alla passività e alla dipendenza, per cui una misura di questo tipo potrebbe diventare tossica. Bisogna ridurre il rischio di un trasferimento monetario che fa diventare passivi perché la nostra idea è di una politica attiva”. facciamo”. Poletti non ha dato ulteriori dettagli su quali possano essere le misure effettive di contrasto alla povertà, suscitando critiche da parte delle associazioni. In una nota, Gianni Bottalico, presidente delle Acli, attacca: “da Poletti nessun segnale concreto per contrastare la povertà”. “Le dichiarazioni del ministro di quest’oggi, riferite alla lotta alla povertà, ci lasciano un po’ preoccupati, nel senso che non abbiamo riscontrato una volontà politica atta ad avviare un percorso strutturato contro la povertà – si legge nel comunicato di Bottalico – Ci è stata assicurata attenzione alle nostre proposte, ma sul piano della volontà di attivarsi da subito con un piano nazionale della povertà strutturato, pluriennale e con risorse da assegnare è stato evasivo. Questo ci lascia molto perplessi, soprattutto questa impostazione tutta orientata verso la social card, uno strumento che ha rivelato tutti i suoi limiti, piuttosto che a una soluzione come noi continuiamo a indicare più autorevole, più strutturata e più politica che è quella del Reis”.poveri-italiani

In conferenza stampa il ministro Poletti ha dichiaratoSarà necessario almeno un anno per vedere attuata la riforma del Terzo settore approvata ieri dal Consiglio dei ministri. È chiaro che per poter fare i decreti delegati è necessario che il parlamento approvi la legge delega, pensiamo che nell’arco di sei otto mesi sia possibile avere l’approvazione della legge delega e poi abbiamo sei mesi per l’approvazione dei decreti delegati, quindi direi 12 mesi per la concreta attuazione”. Rimane ancora poco chiara la copertura finanziaria della legge. “Sul piano delle risorse – ha continuato il ministro – al momento noi abbiamo immesso una norma che dice che, prima dell’approvazione, ogni decreto delegato deve definire le risorse eventualmente necessarie. Abbiamo valutato che con le risorse presenti nel fondo specifico per il servizio civile, più le risorse inutilizzate e quelle risorse disponibili per il Programma garanzie giovani, noi siamo in grado tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015 di avere circa 40mila giovani italiani che possano fare il servizio civile. Per noi è già una buona risposta come primo step per arrivare a centomila in tre anni. Stiamo dialogando con altri ministeri come l’Ambiente e la Cultura per vedere se mettendo insieme le risorse possiamo fare bandi specifici per i giovani su temi ambientali o culturali. Quarantamila partiranno per il servizio civile, i bandi nazionali e regionali sono già in predisposizione”Nel corso del suo intervento alla Caritas, ha spiegato anche lo spirito della legge delega di riforma del Terzo settore. “Abbiamo assunto un orientamento che ha due pilastri: la partecipazione attiva dei cittadini, e il fatto che prima del mercato e dello Stato vengono le persone e le comunità – ha detto – In campo ci sono tre soggetti: lo Stato, il mercato e la società”. Secondo questo approccio, ha ribadito il ministro, “il terzo settore non è un soggetto chiamato in campo difronte alle emergenze, o quando lo Stato non ci arriva, ma pensiamo a tre soggetti che agiscono insieme in modo strutturale e sistematico”. Infine, Poletti ha concluso annunciando che “la Commissione europea ha approvato il piano operativo garanzie giovani dell’Italia, in questo caso siamo arrivati secondi dopo la Francia”.

Il segretario confederale della Cisl, Maurizio Bernava, ha commentato cosi il piano” Sarebbe veramente ora che il governo, dopo sette anni di crisi che ha destabilizzato la parte più debole del paese,affrontasse seriamente il problema della povertà in Italia e, attivasse davvero un piano concreto e responsabile per contrastarlo” Il segretario conclude senza mezzi termini “Non si tratta di limitarsi agli annunci o di proporre strumenti parziali ed effimeri, ma il contrasto alla povertà deve essere racchiuso in un piano nazionale che preveda un mix di interventi strutturali come la riduzione del peso fiscale su lavoratori, pensionati e famiglie, a partire da quelle più povere. Rilanciare investimenti sul territorio che favoriscano occupazione, inclusione sociale e politiche attive del lavoro.”

 ” il nostro Paese non solo è malato: lo è gravemente. È malata la democrazia come forma di governo chiamata a garantire a tutte le persone una vita libera e dignitosa. Questa garanzia da tempo non esiste più: vale solo sulla carta, mentre nei fatti è continuamente smentita. Libertà, dignità, lavoro sono diventati – da diritti – privilegi, beni solo per chi se li può permettere. “(Don Ciotti Presidente di Libera)


Occupati e disoccupati (mensili)A gennaio 2015 il tasso di disoccupazione è pari al 12,6%, -0,1 punti percentuali su dicembre
Periodo di riferimento: Gennaio 2015 -ISTAT-

 

Adelfia Franchi

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