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La fiaba di Cenerentola,archetipo di libertà interiore

Le fiabe hanno le loro radici storiche nei riti di iniziazione delle tribù primitive. Per questo vengono considerate la forma di conoscenza più antica dell’uomo, insieme ai miti e alle leggende. Sono state prese anche come strumento dalla psicanalisi che approfondendole vi ha ravvisato una rappresentazione esemplare del mondo interiore dell’uomo, sia di quello del bambino che di quello dell’adulto con le sue fragilità.

Ai bambini la fiaba propone un mondo animistico, senza spazio e senza tempo, dove gli oggetti prendono vita e gli animali vengono umanizzati, raffigurando in modo semplificato tutte le principali emozioni forti, come l’amore, l’odio, la rabbia, l’invidia, la paura, in un modo tale che il bambino riesce a padroneggiarli.

Infatti il mondo delle fiabe è assolutizzato come quello dei bambini dove non c’è chiaroscuro ma la contrapposizione del positivo e negativo è netta (bene-male, amore-odio, intelligenza-stupidità) e la vicenda si sviluppa per mutamenti radicali e verità assolute. La fiaba quindi ha una funzione fondamentale per la maturazione psichica del bambino poiché esteriorizza i suoi conflitti inconsci e gli dà forma simbolica.

Raccontando la realtà interiore, il bambino si identifica con un indefinito sentimento  simboleggiato da un determinato personaggio, lo mette in scena fino a trarre autonomamente le proprie conclusioni in un processo estremamente utile per la sua maturazione. Il sentimento diventa allora definibile, circoscritto e gestibile.

Ma come accennato sopra, la fiaba rappresenta esemplarmente anche la fragilità che un adulto porta con sé. La fiaba di Cenerentola sotto questo punto di vista è affascinante: ha origini nell’antico Egitto, nella storia di Rodopi, ambientata intorno al 570 a.C. In questo senso Cenerentola può definirsi un archetipo, un simbolo che va al di là delle culture, una possibilità dell’inconscio.

Si tratta della storia di una bellissima ragazza di nobili origini che alla morte del padre viene vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, invidiose di lei. La sua vita cambia quando in città giunge la notizia che a corte si terrà un ballo durante il quale il principe sceglierà la sua promessa sposa. La matrigna e le sorellastre impediscono alla fanciulla di partecipare e lei al massimo della disperazione farà l’incontro con la fata madrina che le cambierà la vita. Grazie a un incantesimo prenderà parte al ballo dove il principe si innamorerà di lei.

Nella fuga prima che l’incantesimo finisca lei perde la scarpina, unica possibilità che il principe avrà per ritrovarla. Chi la calzerà perfettamente sarà la misteriosa fanciulla con cui il principe aveva ballato tutta la sera e che sposerà. Tutte le ragazze del regno la provano invano finché anche Cenerentola chiederà di poterla indossare dimostrando così a tutti la sua vera identità.

 

 

Quella di Cenerentola è senza dubbio una storia di liberazione, ma da se stessi. Oppressa e vessata, si prepara con le sue sole forze a partecipare a quella che potrebbe essere l’occasione della sua vita, ma viene esclusa, rinchiusa in casa.

Disperata e sola riceve la visita di un essere misterioso, spirituale, che le insegna qualcosa per cui si sottrae alla prigionia e va al ballo dove il principe si innamora di lei. Nell’incontro con lo spirito, la fata madrina, succede qualcosa dentro di lei. Questa le mostra come liberarsi per sempre dalla sottomissione in cui lei stessa si è imprigionata per paura di sé e della sua bellezza.

Lei già possiede tutto quello che le occorre per andare incontro all’occasione della sua vita. Solo che non lo vede. Lei ha già tutto, deve solo cambiare il modo in cui lo ha. In fondo quello che lo spirito le dice è che tutto dipende da come lei si vede e da come vede le cose. L’incontro con la realtà spirituale può avvenire attraverso una persona, un libro, un annuncio, che ci “raccontano” la bellezza che possediamo e della quale il più delle volte non abbiamo coscienza. Se cambiamo il modo di raccontarci a noi stessi, cambierà tutto intorno a noi.

La nostra vita è così com’è perché noi vogliamo che sia così; se cominciassimo a raccontarcela in un altro modo, cambierebbe.

Viene da dire che tutti i personaggi della fiaba abitino la nostra testa. La matrigna siamo noi, quando decidiamo che altri possono, e noi no, perché ci sentiamo inadeguati. Se ci sentiamo Cenerentola, se non usciamo, se non andiamo incontro alle occasioni della vita è perché ce lo impedisce la matrigna che è in noi. Noi le permettiamo di ostacolarci e lo facciamo perché non vediamo la nostra potenza. Se ci raccontassimo diversamente a noi stessi, faremmo cose straordinarie.

Ognuno di noi ha la sua Cenerentola. Teniamo chiusa in casa, nascosta, la nostra parte affascinante, e diamo potere su di noi alla matrigna, all’autorità suprema che dentro di noi ci dice ciò che è bene e ciò che è male. E questo perché noi decidiamo di darle potere.

Le due sorellastre cattive e in conflitto sono ciò che facciamo vedere agli altri. Sono due perché mostriamo solo un aspetto di noi, la parte che recitiamo in conflitto con noi stessi. Matrigna e sorellastre in fondo sono un’unica realtà: la prima ci convince che non tirare fuori la nostra parte affascinante sia la scelta più ragionevole; la seconda sono la parte peggiore di noi, l’unica che nella nostra pavidità anche se conflittualmente, riusciamo a mostrare.

E una volta liberati la cosa più importante è la mezzanotte. Il potere di andar via, di mantenere la propria libertà interiore, per non passare dalla sottomissione della matrigna a quella del principe e a tutto ciò che rappresenta. Per rimanere liberi di scegliere.

 

Veronica Tulli

Cenerentola, coscienza di sé, fiabe, libertà interiore

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