lunedì, 23 Settembre 2019
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Tag: donne

Al Miulli parte il Laboratorio di make up per donne in oncologia

Dal 14 novembre parte al Miulli il “Laboratorio di make up per donne in oncologia”.  L’iniziativa è immaginata innanzitutto per le donne che stanno affrontando trattamenti di radioterapia e chemioterapia, che spesso sono forieri di danni alla pelle.

Un team di estetiste qualificate APEO effettuerà un check personalizzato per consigliare le più adeguate cure del viso, del corpo e delle unghie, cercando di supportare la battaglia contro il cancro anche attraverso la dedizione verso la femminilità.

L’Ospedale come luogo di cura a 360°, in cui il paziente possa sentire l’attenzione del personale medico e delle associazione di volontariato che quotidianamente prestano la loro preziosa opera in favore dei degenti.

È da queste premesse che nasce la collaborazione fra l’Ospedale “F. Miulli” e l’associazione Una rosa blu per Carmela di Santeramo in Colle, che nei mesi di novembre e di dicembre realizzeranno il Laboratorio di Make up – Spazio benessere all’interno della struttura di Acquaviva delle Fonti.

LOCANDINA A3 novembre

Gli appuntamenti si terranno il mercoledì dalle ore 15.00 alle 17.00, con partenza il 14 novembre e prosecuzione nelle giornate del 21 novembre12 e 19 dicembre. È consigliata la prenotazione telefonica tramite il numero 339.2335367.

 

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La Grande Guerra e le Donne

Un male che caccia via un altro male.

Si è detto presto: riguarda la condizione sociale delle donne, questo sostenere che il male già affliggesse le loro esistenze.

Infatti, se si legge qualche tomo pieno di prosopopea o qualche stringato reportage giornalistico o brano di qualche saggio di emeriti studiosi come Freud, Evola, Marx, Weininger e così via, la donna era stata creata solo per sfornare pargoli, cucire calzini e stare zitta, in un angolo di focolare, in assenza dei mariti comandata dai suoceri o dal maschio di casa, come avveniva in Cina, com’è nei paesi più culturalmente trogloditi. Quando la guerra tolse loro mariti e figli, padri e parenti, le donne tirarono su le maniche ed asciugarono le lacrime, stravolte dal cambiamento che avrebbero non già gestito, ma subito ancora: si trattava non di mutare attività, quella loro richiesta di sostituire gli uomini in fabbrica o nei campi o negli uffici, ma di accettare il lavoro degli uomini in aggiunta al loro. Alcune si angosciarono, altre si schiantarono dalla fatica, ma, al tempo della Grande Guerra, quella del 1915, le donne e gli uomini avevano un’unica, amata parità: la Patria, che adoravano entrambi, così come morirono entrambi nel servirla .

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Presentato al Parlamento Europeo un rapporto contro le violenze domestiche

Bruxelles – In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stato presentato al Parlamento Europeo un rapporto di ActionAid dal titolo: “Una via d’uscita dalla violenza”.

Il rapporto lanciato lo scorso 30 Novembre dalla nota organizzazione internazionale sottolinea che l’indipendenza economica, unita ad un buon livello d’istruzione, è l’elemento fondamentale per sfuggire alle violenze domestiche.

Infatti, in alcuni casi, pur possedendo un lavoro, le donne maltrattate non possono utilizzare liberamente i propri guadagni poiché le spese sono controllate dal proprio marito o compagno.

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Risewise, donne con disabilità verso l’impegno e l’inclusione sociale

Si chiama “RISEWISE” (“RISE Women with Disabilities in Social Engagement”, ovvero “Progetto RISE Research and Innovation Staff Exchange – Donne con disabilità verso l’impegno e l’inclusione sociale”) il progetto scientifico quadriennale di ricerca e innovazione, promosso e coordinato dall’Università di Genova e finanziato con fondi europei. Presentato lo scorso 22 e 23 settembre a Roma “Risewise”, che coinvolge vari interlocutori italiani e di altri Paesi europei, costituisce una vera e propria sfida alla società contemporanea, puntando a cambiare le pratiche di inclusione sociale e a rendere disponibile anche alle donne con disabilità una “vita normale”, fatta di lavoro, istruzione e famiglia e quanto fanno tutte le donne nella loro vita quotidiana.
Questa – spiega la responsabile scientifica Cinzia Leone – è un’iniziativa all’avanguardia, per quanto riguarda donne, ricerca e disabilità, un’occasione importante per l’Università e anche per la sottoscritta, di fare ricerca e aiutare in un campo dove c’è tanto bisogno e molto disinteresse. Le donne e i ricercatori coinvolti nell’attività di studio, anche uomini, faranno visite presso le Università e le Piccole e Medie Imprese che partecipano al progetto tra Italia, Austria, Svezia, Spagna, Turchia e Portogallo, implementando buone prassi e apportando possibili migliorie per la loro vita sociale, lavorativa e familiare. Tutto quanto sopra attraverso lo scambio di periodi medio-lunghi di visite presso i partner che partecipano al progetto”.
Il progetto, infatti, baserà tutta la sua attività, ma anche la sua forza, sugli scambi di personale che avverranno nei prossimi quattro anni e che avranno una durata minima di un mese. Le donne disabili, quindi, non saranno solo l’oggetto dello studio e del progetto, ma ne saranno le principali artefici. Guideranno il partenariato verso l’osservazione delle migliori pratiche e definiranno con i ricercatori i modelli da proporre come prototipi di vita positiva per le donne disabili stesse. Terranno seminari e interverranno a workshop.
Un aspetto importante sarà poi quello della pressione mass-mediale e nei confronti dei policy maker nei vari stati delle organizzazioni in RISEWISE e a livello europeo. Alcune organizzazioni sono poi già attive in comitati internazionali di rilievo e presso l’ONU. L’importanza del progetto è evidenziata anche dai dati sulla disabilità che, solo in Italia, segnano tra i 3 e i 4 milioni (a seconda dei dati Istat o Censis – 2015) di casi, rappresentando una percentuale fra il 5% e il 6,7% della popolazione italiana. Le donne disabili subiscono discriminazioni in ogni ambito della vita quotidiana e sono più emarginate anche rispetto agli uomini con handicap, che sono numericamente inferiori. Hanno infatti maggior difficoltà a trovare un impiego, ad accedere alle cure sanitarie e a integrarsi nelle attività sociali. Le donne con handicap fisico inoltre non hanno accesso all’istruzione come gli altri. I rapporti pubblicati dall’Agenzia europea per esigenze particolari e Integrazione Scolastica, infatti, richiamano l’attenzione sulle condizioni delle persone che vivono con disabilità. L’istruzione rappresenta il primo passo per l’inclusione sociale, eppure il 60,9% dei bambini disabili frequenta scuole o classi speciali, che portano a una condizione di disuguaglianza non solo nell’istruzione -non permettendo l’accesso a un livello di formazione superiore, come Università e Master- ma anche nel mondo del lavoro: in Europa sono 65 milioni le persone con handicap e di queste l’80% è disoccupato. A parità di contesto sociale ed educativo, le donne disabili hanno minori opportunità rispetto agli uomini ugualmente disabili, e questa disparità si registra in ogni settore occupazionale d’Europa.
Quello di Roma è stato il primo di una serie di incontri relativi agli scambi di esperienze e competenze e il lavoro comune che avverranno durante le visite all’interno del partenariato. Il prossimo meeting del progetto si terrà a Stoccolma nell’aprile 2017 (durante un grande evento, gli Accessibility Days, organizzato da Funka Nu, impresa partner del progetto) e quello successivo a Genova, in occasione di un grande workshop internazionale che l’Università degli Studi di Genova, con la coordinatrice del progetto e il team genovese andranno ad organizzare nel settembre 2017. Dal punto di vista strettamente tecnologico l’ateneo genovese si occuperà di trovare soluzioni concrete perché le ICT (Informatic and Comunication Tecnologies) possano essere utili e abilitanti, durante ogni azione quotidiana, per le donne disabili.

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Ddl Cirinnà l’appello del Ministro Lorenzin alle donne in Parlamento

«Il corpo della donna non è un forno, che si accende per far cuocere una torta; la torta di un altro, che quando la torta è cresciuta al punto giusto, spegne il forno, prende la torta e la porta via. In tutto il mondo c’è un’antica battaglia da proseguire contro la mercificazione del corpo delle donne e dei bambini.» Sono le parole con le quali il Ministro alla salute Beatrice Lorenzin, ha iniziato la lettera indirizzata alle donne in Parlamento e postata nei su Facebook. Un appello accorato ed un richiamo alla sensibilità femminile, al senso materno e all’aberrazione di portare in grembo per nove mesi una creatura magari non sua e solo a fini economici.
«L’incubo peggiore per una donna – prosegue il Ministro – è vedersi strappare il figlio appena partorito. La donna ancora schiava, ieri come oggi, costretta a cedere ai padroni i propri neonati per non vederli mai più. Cambia il linguaggio, oggi lo chiamano “utero in affitto”, e la destinazione d’uso del nascituro, ieri forza lavoro, oggi diritto di soddisfare un bisogno individuale. È un nuovo commercio internazionale, di organizzazioni complesse e criminali capaci di produrre enormi guadagni,  tutto costruito sulla pelle delle donne in condizione di povertà, sui loro corpi fertili: ovociti che si comprano e si vendono su cataloghi, donne trattate come pezzi di ricambio in un mercato planetario.
Non c’entrano niente scelte personali, che non sono in discussione, come giustamente hanno ricordato femministe da tanti paesi diversi che si sono trovate ieri a Parigi proprio per chiedere che questa pratica diventi reato universale, che sia perseguita ovunque. Qua siamo davanti a un mercato di donne e bambini, una compravendita vera e propria, con tanto di contratti vessatori nei confronti delle madri surrogate, e con i neonati che, come ogni merce che si rispetti, vengono pure rifiutati se “difettosi” da chi li ha commissionati, se non rispondono alle richieste di chi ha pagato per ottenere un bambino in cambio di denaro. È il mercato che si impossessa della vita delle persone, è la forza del più ricco esercitata in danno del più povero, è la frantumazione di ogni etica.»
Nello scrivere di ultraprostituzione, la Lorenzin è convinta che, senza ipocrisia vada denunciato «ogni tentativo di regolamentazione che, in un regime di negoziazione del prezzo della gestazione e della vita stessa della mamma e del bambino, sarebbe illusoria.»
Il Ministro, rivolgendosi alle donne in Parlamento, ha chiesto aprire una discussione, che sia «franca e senza ipocrisie, sull’adozione da parte delle coppie dello stesso sesso del Ddl Cirinnà, che si traduce automaticamente nella legittimazione dell’utero in affitto e dell’eterologa. Tutto questo non ha nulla a che fare con il riconoscimento, giusto per me, delle unioni civili e del rispetto per le coppie omosessuali. In gioco ci sono i diritti dei bambini che ancora devono nascere ad avere una madre e un padre, e i diritti delle donne che in questo nostro tempo impazzito sembrano essere regrediti perché evidentemente abbiamo dimenticato le battaglie delle nostre madri. Questa è una frontiera tra tutte noi del mondo occidentale, privilegiate, istruite, ricche, e tutte le altre, costrette a subire abusi di ogni genere, private di diritti civili e istruzione, ridotte a schiave e oggi trattate come mere fattrici di organi e bambini da vendere sul mercato.»
Per la Lorenzin «la preoccupazione  deve focalizzarsi sui bambini che già ci sono e che hanno diritto a ogni tutela, al di là di come sono stati concepiti. Ma se il tema è questo, e solo questo – conclude la lettera – la soluzione noi donne di buon senso la troveremo senza fare entrare dalla finestra quello che giustamente abbiamo sempre detto di volere tenere fuori dalla porta. Non confondiamo le unioni civili con la stepchild adoption.»

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Sempre più violenza: se ne parla una volta in un anno

”Solo un piccolo uomo usa violenza sulle donne per sentirsi grande”(cit.)

L’amore,  la dipendenza, la violenza: hanno in comune forse la  perdita della ragione?  Inteso come desiderio che deve venir soddisfatto, come se fosse l’ acquisto di un oggetto? Anni di convegni, fiumi di parole, leggi non fatte o, non applicate… sangue che continua a macchiare i nostri vestiti.

L’idea che tutto si può avere , negli ultimi anni, ha leggittimato uomini,  a prendere nonostante i rifiuti. Tutto il peggio che nei secoli passati  ci è stato confermato  dalla letteratura,oggi lo ritroviamo in cronaca neraVIOLENZA 2

La violenza è un modo per compensare la mancanza di amore?  Valgono ancora le teorie che si leggono nei  testi universitari e come lo stesso Freud afferma che”nella psicogenetica della personalità il passato determina il comportamento attuale, cosi come le forme nevrotiche dipendono da traumi e conflitti di cui spesso il soggetto è inconsapevole”?

In nome dell’amore,  sentimento  tanto forte quanto distruttivo l’uomo sfoga a volte il suo malessere  sulla donna, nei casi più gravi andiamo incontro al” femminicidio”   parola divenuta ormai, soltanto un termine per indicare un crimine qualsiasi

Con il termine femminicidio si intende: “qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte”.

Spesso questi atti di violenza avvengono nell’ambito del proprio nucleo familiare per opera di, padri, partner e uomini da cui ci si aspetterebbe cura e protezione; nell’ ultimo decennio moltissimi sono i figli che picchiano le madri,  . Ma cosa spinge a perpetrare queste gravi forme di violenza?

La violenza è un comportamento influenzato dalle norme e dalle regole di ogni cultura, spesso di natura patriarcale, a cui si aggiungono aspetti sociali, , tratti patologici, predisposizione all’agire aggressivo, alcolismo ed abuso di sostanze stupefacenti, sistemi legislativi e giudiziari ancora poco punitivi o inefficienti. Di solito si tratta di situazioni denunciate che però finiscono in tragedia senza essere giunti ad una soluzione.Si tende sempre a pensare che la violenza avviene, in ambienti economici sfavorevoli; negli ultimi anni, i casi di femminicidio , abusi, violenza sessuale su minori , è emerso da un mondo dove i soldi non mancano, dove in abbonda e dilaga la rabbia, il senso del possesso,   spesso la violenza è solo frutto di un narcisismo perverso, di un continuo desiderio di innamoramento, di un piacere relazionale che comporta solo parziale appagamento per il soggetto con personalità narcisistica.VIOLENZA 4

Spesso le donne accettano queste forme di violenza per dipendenza economica, affettiva, per paura, perché sperano di ritrovare ” l’oggetto perduto” riprendendo ancora un concetto freudiano, o perché e l’unica modalità relazionale che conoscono e che pensano di meritare.

 Nelle loro narrazioni emerge chiaramente come esse tendano a considerarsi inferiori e a percepire sé stesse sempre in relazione all’altro. Sono donne umiliate, che provano sentimenti di paura e vergogna con profonde ripercussioni sull’autostima.

Spesso tendono ad attribuirsi la responsabilità di ogni violenza subita e rimangono ancorate al passato come se non potessero vivere anch’esse un futuro. Altre volte vanno incontro alla morte a causa di un sistema legislativo ancora poco consono e ad una società che si rifiuta di accettare il nuovo ruolo della donna, troppo emancipata ed indipendente, o ancora ad opera di soggetti con personalità patologiche o semplicemente violente.

Sono significativi i dati dell’ultimo Rapporto Istat 2015 La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia che fa capire quanto ci si trovi di fronte a un fenomeno grave e diffuso. Secondo i dati del Rapporto, 6.788.00 donne hanno subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 31,5%delle donne tra i 16 e i 70 anni, quasi una su tre.

 I dati Istat segnalano che negli ultimi cinque anni la percentuale di donne vittime si è abbassata di due punti, passando dal 13,3 all’11,3%, ma questi numeri vanno visti in controluce, disaggregando il dato:  e così si scopre che sono aumentate, e notevolmente, le violenze più gravi, ovvero, quelle violenze dove sono state riscontrate più ferite nel corpo. Sono aumentate di quasi 15 punti percentuali, dal 26,3 al 40,2%. Però sono aumentate anche le donne che prendono coraggio: è aumentata dal 67 al 75 la percentuale delle donne che parlano con qualcuno della violenza subita, le donne che cercano aiuto presso i servizi specializzati, i Centri Antiviolenza, quelle che escono allo scoperto, mettendoci la faccia, spesso denigrate, spesso non credute, spesso abbandonate; poi di nuovo violentate e molte di loro: uccise.

La violenza di genere affonda le proprie radici in un modello culturale non ancora superato, che si alimenta e si riconduce a una disparità di ruoli dettati dal genere, a stereotipi anacronistici, tramandati di generazione, in generazione, eppure di così difficile sradicamento. Le battaglie femministe iniziate nel lontano Ottocento, che avevano portato all’attenzione le dinamiche di oppressione di genere, rivendicando una necessaria e universale parità di diritti e dignità, riecheggiano ancora oggi, quando si parla di auspicato rinnovamento culturale, di una rivoluzione sociale necessaria a smuovere quel fondo di immobilità di pregiudizi che impregna le relazioni uomo-donna, dilagando ed estendendosi a vari ambiti, a cominciare da quello più intimo, familiare, fino a giungere a quello lavorativo e a diversificati contesti pubblici.

La violenza di genere si annida e scivola sottilmente all’interno delle relazioni affettive. La letteratura internazionale parla di Verbal AbuseEmotional Abuse e Financial Abuse, riferendosi alle dinamiche quotidiane, intrafamiliari in cui si manifesta un’asimmetria di potere, che sconfina o può sconfinare in gravi situazioni di limitazione, controllo e svalorizzazione del partner, fino ad arrivare a vere e proprie minacce e intimidazioni.

Se è vero, come dimostra l’ultimo Rapporto Istat 2015, che è cresciuto il numero di donne che cerca aiuto presso i Centri Antiviolenza, è anche vero che per queste donne rimane un passaggio non semplice, che attiene alla consapevolizzazione del ciclo della violenza in cui sono coinvolte per uscirne davvero. In questo senso a queste donne viene chiesto molto: è richiesta forza e spesso “freddezza” nel riconoscere, e in un’ultima analisi, assegnare  un nome a tale vissuto devastante, agito, come le statistiche dimostrano nella maggior parte dei casi, dal proprio partner, lo stesso nel quale tanto avevano precedentemente investito.

In questo delicato passaggio sono chiamate in causa in primis le operatrici dei Centri Antiviolenza e le interlocutrici e gli interlocutori che rientrano a vario titolo negli interventi di prevenzione, sensibilizzazione e contrasto al fenomeno: è richiesta attenzione profonda, sensibilità e professionalità nell’approccio con le donne per evitare, tra i vari rischi, che subiscano il deleterio processo di “vittimizzazione secondaria”.

Sensibilità e “approccio di genere” richiamano quei mutamenti culturali che devono partire innanzitutto dalle operatrici, dalle Istituzioni e da tutti i soggetti che si approcciano al fenomeno della violenza contro le donne, le cui azioni di contrasto risultano ancora deficitarie: un gap profondo è stato individuato proprio nel Piano straordinario contro la violenza sessuale e le vittime (art.5 della Legge n.119 del 2013), presentato dal Governo lo scorso 7 maggio in Conferenza Stato-Regioni econtestato da numerosi Centri Antiviolenza e Associazioni che l’hanno giudicato “un’occasione storica persa di cambiamento”, poiché in esso il ruolo dei Centri Antiviolenza ne esce svuotato, essendo considerati “alla stregua di qualsiasi altro soggetto del privato sociale, senza alcun ruolo, se non quello di meri esecutori di un servizio”. Sorvolando sugli aspetti inerenti il sistema di governance delineato dal Piano, l’impostazione risulta essere, complessivamente, di tipo “sanitario-securitario” e le donne considerate “soggetti da prendere in carico”, in evidente contraddizione con le premesse che parlano della necessità di empowerment e con l’irrinunciabile autodeterminazione.ora non ci si è resi conto, dunque, di quanto non sia sufficiente che una donna si rivolga al pronto soccorso o sporga denuncia per uscire dal proprio vissuto di violenza. C’è bisogno invece di luoghi in cui le donne vengano accolte, si sentano realmente ascoltate e finalmente riconosciute in tutto il vissuto complesso che a fatica esse portano. Occorre capacità di comprensione e ascolto che muove dalla professionalità etica e, dall’onestà di ogni singola operatrice, tenuta a sradicare schemi concettuali acquisiti per non incorrere in “interpretazioni” arbitrarie e contaminate di un sentire che non rispecchia quello espresso dalle donne in tutti i suoi svariati significati.VIOLENZA3

 

La sfida è ardua e implica un altro passaggio obbligato, seppure ancora poco riconosciuto, vale a dire un uso corretto del linguaggio, un linguaggio che sia anch’esso “di genere”. Al di là di ogni rivendicazione o estremismo esasperato, il valore del linguaggio e l’importanza di adottarlo si rifà alla funzione propriamente semantica di esso, ovvero alla capacità di assegnare non solo un nome alle cose, ma di significare mondi e relazioni: è proprio in quest’attribuzione libera di significati che si disegnano, si negoziano o si negano anche rapporti, condizioni di uguaglianza (implicite), conferme e disconferme sociali. La negazione di declinazione al femminile per numerose professioni continua a veicolare asimmetria di ruoli, rispecchiando una forma mentis colma di retaggi culturali difficili da cancellare.

 Dall’ osservatorio sulle tendenze e sui consumi degli adolescenti

 Violenza e maltrattamento anche all’interno delle coppie di adolescenti.
  Il problema della violenza e delle prevaricazioni all’interno delle coppie di adolescenti è in continua crescita e ha importanti rivolti a livello psicologico e reazionale perché i ragazzi coinvolti sono ancora in fase di sviluppo. I dati riportati sono i risultati preliminari di un lavoro condotto in alcune scuole sul territorio nazionale che indaga l’attualissimo problema delle prevaricazioni all’interno delle coppie di adolescenti, a partire dai 13 anni di età. I dati sono stati rilevati all’interno del lavoro svolto dall’Osservatorio sulle Tendenze e sui Consumi degli Adolescenti presieduto dalla dott.ssa Maura Manca. È stato creato uno strumento che permette di rilevare differenti manifestazioni di controllo, forza e prevaricazione all’interno delle coppie, le forme di oppressione, controllo e prevaricazione perpetrate attraverso l’uso distorto della tecnologia come per esempio il controllo attraverso i social network, le minacce tecnologiche, con le chat di instant messaging, la gestione dei profili privati e altre forme legate agli oggetti tecnologici. Dato il massiccio utilizzo di smartphone, tablet e pc, le ore eccessive trascorse da questi ragazzi in rete diventa di fondamentale importanza monitorare il fenomeno anche da questo punto di vista. Il primo studio pilota è stato condotto su un campione di 562 adolescenti della provincia di Roma, proseguito poi in altre città italiane. Il campione è composto da adolescenti di età compresa tra i 13 e i 20 anni (età media 16,07). Il 40,3% del campione ha un fidanzato e il 25% ha conosciuto il proprio partner su internet.

Secondo circa l’80% degli adolescenti intervistati esiste il maltrattamento tra partner anche in adolescenza e quasi il 40% del campione totale sostiene di avere un amico/a che subisce o ha subito qualche forma di prevaricazione nella coppia.

Il 13% dei ragazzi ha paura o ha avuto paura qualche volta del fidanzato/a e, il 23%, si è sentito intrappolato nella sua relazione sentimentale. Un dato molto interessante è che il 13% si è sentito maltrattato.

Un dato allarmante è che il 63% si sente solo ad affrontare questo tipo di problemi perché a scuola se ne dovrebbe parlare di più e a casa, si ha paura che i genitori non possano comprendere determinate situazioni.

Risulta fondamentale analizzare questi aspetti fin dalle prime relazioni di coppia soprattutto in termini preventivi per contrastare la violenza domestica e gli omicidi all’interno della coppia perché i segnali possono essere identificati precocemente fin dalle prime relazioni affettive.____

Gli argomenti e i rimandi alle questioni culturali sono infiniti: rimane da riflettere sul perché si arresti una rivoluzione sociale che apre ad un grado più alto di civiltà, evidentemente, allo stato attuale quasi del tutto assente.

Nel frattempo , mentre si continua a fare statistiche, nel  substrato dove nessuno vuole arrivare fino in fondo , dove si annida quel fenomeno della violenza contro le donne, il ” problema”  rimane,  tanto che, ancora continua a fare discutere l’Organizzazione Mondiale della Sanità…ma, dove troppi interessi gravitano sulla pelle delle donne

E quindi? Come difenderci? Dove trovare risposte? Si rimanda alla responsabilità di altri o, ci riprendiamo il coraggioe, il potere decisionale sulle nostre vite? Nella speranza che le nostre storie vissute,  storie di coraggio e solitudine, non vadano perse nei talk shoow televisivi,parole perse nel vento,  per  uso e consumo del politico di turno; tragedie familiari, personali, che dopo qualche ora  cedono  velocemente il passo ad argomenti che fanno audience e scalpore. Un detto popolare , raccontato da  RAFFAELE, il babbo della mia amica Rita, recita cosi:” quando un albero cade, tutti a fare legna”.

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 http://www.solideadonne.it

 Istituzione Solidea è una Istituzione di genere femminile e di solidarietà della Provincia di Roma. Istituzione Solidea nasce nel Luglio del 2004 per volontà del Consiglio Provinciale di Roma allo scopo di sviluppare interventi di sostegno a donne italiane e straniere oggetto di violenza o in condizione di disagio e ai loro figli minori, nei confronti dei quali si propone di “risarcire il danno subito” riconoscendo che sono soggetti portatori di diritti e di risorse. In tal modo la Provincia di Roma si è dotata di uno strumento gestionale ad elevata autonomia introducendo, nel panorama degli Enti locali, la prima e tuttora unica istituzione italiana di genere. Dal primo gennaio del 2015, la Provincia di Roma, in base alla legge nazionale n.56/2014, è stata cambiata, in un nuovo ente territoriale la “Città Metropolitana di Roma Capitale”. Il nuovo ente, sostituirà la Provincia nella gestione di tutte gli attivi e passivi, così come ottemperando a tutti gli obblighi derivanti da contratti precedenti. Istituzione Solidea ha elaborato e messo a punto un vero e proprio piano provinciale teso a prevenire, contrastare e combattere il fenomeno della violenza attraverso azioni concrete: promozione di campagne di informazione e sensibilizzazione rivolte alla popolazione e alle Istituzioni; creazione di un Osservatorio provinciale per donne che subiscono violenza e i loro bambini per approfondire la conoscenza del fenomeno e per meglio progettare gli interventi, mettendo in rete i centri e gli sportelli anti-violenza di Roma e Provincia; accoglienza e ospitalità attraverso i tre centri di Istituzione Solidea a donne che subiscono violenza e ai loro bambini; prevenzione delle condotte aggressive nelle scuole superiori di Roma e provincia per, diffondere la cultura della parità, della solidarietà e del rispetto delle differenze all’interno della relazione ragazzo-ragazza; formazione degli/le operatori/operatrici sociali, sanitari, pronto soccorso degli ospedali, forze dell’ordine e privato sociale, per sensibilizzarli/le e metterli in grado di riconoscere i segnali della violenza subita dalle donne, sviluppando adeguate capacità di approccio ed inoltre acquisire conoscenze per indirizzare le donne ai servizi competenti; messa in rete tra le Istituzioni e gli/lei operatori/operatrici, che a vario titolo sono preposte alla messa in carico delle donne che subiscono violenza. Contatti Istituzione Solidea – Città Metropolitana di Roma Capitale Viale di Villa Pamphili 71/c 00153 Roma Tel. 00390667668045-4835-4938 fax 00390667667728 Email : solidea@cittametropolitanaroma.gov.it Facebook: Solidea Istituzione web site: www.solideadonne.itplurale

www.maschileplurale.it

Maschile Plurale L’Associazione nazionale Maschile Plurale è stata costituita a Roma nel maggio del 2007 e rappresenta una realtà di uomini con età, storie, percorsi politici e culturali e orientamenti sessuali diversi, radicati in una rete di gruppi locali di uomini più ampia e preesistente. I componenti dell’Associazione sono impegnati da anni in riflessioni e pratiche di ridefinizione della identità maschile, plurale e critica verso il modello patriarcale, anche in relazione positiva con il movimento delle donne. L’idea dell’Associazione è nata dopo la pubblicazione di un Appello nazionale contro la violenza sulle donne, scritto da alcuni dei promotori nel settembre del 2006 e controfirmato in pochi mesi da un migliaio di altri uomini di ogni parte d’Italia. Nel corso del 2007 si è arrivati alla costituzione dell’Associazione, come esigenza di una forma ancora, leggera, ma adeguata a un impegno nazionale più strutturato (come il lavoro per progetti, in vari contesti). Maschile Plurale, attiva in alcune regioni italiane (Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia), realizza diversi interventi, quali: – la produzione di riflessioni e, di documenti con una valenza politica, sui temi della maschilità e delle relazioni tra uomini e donne, offerti alla discussione attraverso il suo sito e una pagina Facebook – gli incontri pubblici, sugli stessi temi, di sensibilizzazione e promozione culturale sul territorio – l’educazione e la formazione per le scuole, le università, gli operatori socio-sanitari e le forze dell’ordine – la collaborazione con alcuni Centri Antiviolenza, anche all’interno di reti di prevenzione e contrasto della violenza maschile sulle donne – la ricerca-azione in tema di percorsi degli uomini maltrattanti – la partecipazione ad analoghe iniziative di molte altre realtà associative e istituzionali. Contatti sito web: www.maschileplurale.it e-mail: info@maschileplurale.it

Adelfia Franchi

ADOLESCENTI, donne, istat, VIOLENZA

Bambini e adolescenti nel mondo: We World index

WeWorld Index 2015, il rapporto sulla condizione dei bambini e adolescenti nel mondo

Un indice sintetico per misurare il valore dell’inclusione, partendo da donne e bambini che rappresentano il 70% della popolazione.

34 indicatori, 167 nazioni, 1 indice sintetico per misurare il valore dell’inclusione, partendo da donne e bambini che rappresentano il 70% della popolazione mondiale ma ancora  oggi sono le categorie sociali più a rischio di esclusione. E’ il WeWorld INDEX 2015, il primo rapporto sulla condizione di bambine, bambini,  adolescenti e donne nel mondo con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale presentato alla Farnesina da WeWorld Onlus, organizzazione no profit che opera in Italia e nel Sud del Mondo per la tutela dei diritti di donne e bambini.

WeWorld INDEX 2015 presta una specifica attenzione al benessere di bambine, bambini, adolescenti e donne, partendo dall’assunto che il progresso di una società dovrebbe essere misurato non solo attraverso indicatori economici, ma anche analizzando le condizioni di vita dei soggetti più deboli o comunque più a rischio di esclusione.

“Un’analisi mondiale utile ad individuare le priorità anche per i bambini e gli adolescenti che vivono in Italia. Uno dei motivi che dovrebbe convincere i decisori politici ad agire con urgenza per mettere in piedi un sistema di contrasto alla povertà e alle condizioni di disagio delle famiglie è la tragica constatazione, che in una situazione come quella italiana caratterizzata da scarsa mobilità sociale risulta ancora più evidente:  la povertà si eredita.” ha commentato il Garante Spadafora.

Con il termine “inclusione”, si intende un concetto  multidimensionale, che non riguarda solo la sfera economica, ma tutte le dimensioni del sociale (sanitaria, educativa, lavorativa, culturale, informativa, di sicurezza, ambientale). L’esclusione è un concetto molto più ampio di povertà che comprende disoccupazione, accesso all’istruzione e ai servizi sanitari, le condizioni abitative la sicurezza personale e collettiva…

“Abbiamo dato importanza ad aspetti che incidono profondamente sulle possibilità di vita di una persona: la sicurezza, il livello di inquinamento, l’alfabetizzazione degli adulti”. Dichiara Marco Chiesara, Presidente di WeWorld – “Alcune di queste categorie agiscono in maniera diretta rispetto all’inclusione, altri hanno effetti più diretti di quanto possa sembrare a prima vista. Per questo crediamo che tutti questi valori, insieme, ci permettano di ottenere una misurazione puntuale dell’inclusione. Alcune delle principali cause di esclusione, infatti, non vengono mai prese in considerazione. Indipendentemente dalla ricchezza di un Paese, vivere in un contesto con un tasso di omicidi alto o in una nazione che ha subito conflitti ha ricadute profonde sul tessuto sociale, in particolare su donne, bambini, bambine e adolescenti.”2.2.Contichiariegaranzie1

“L’affermazione dei diritti delle donne, degli adolescenti e dei bambini rappresenta una priorità per la Cooperazione Italiana. E’ essenziale che questi restino al centro della nuova Agenda globale dello sviluppo che sarà definita quest’anno nel quadro delle Nazioni Unite” –  ha commentato Giampaolo Cantini, Direttore Generale per la Cooperazione allo Sviluppo del MAECI  – “Gli obiettivi di sviluppo del millennio hanno permesso di  migliorare condizioni di partenza molto arretrate per un gran numero di bambini e adolescenti e per stimolare un miglioramento della condizione della donna. Ma si tratta di un’Agenda che non è stata appieno realizzata. Ci dobbiamo dare oggi obiettivi e mete più ambiziosi verso la costruzione di uno sviluppo più equo ed inclusivo per tutti: nessuno deve restare indietro”.

Un aspetto innovativo del lavoro è che Il WeWorld Index, nel 2015 alla sua prima edizione, si concentra sul forte nesso tra diritti dell’infanzia e parità di genere. Pur continuando a considerare donne e bambini come soggetti distinti, dotati di diritti propri, di cui sono state individuate alcune dimensioni – e relativi indicatori – l’aspetto innovativo del rapporto consiste nel considerare l’interdipendenza tra donne e bambini, valutandone congiuntamente alcune condizioni di vita con specifici indicatori, che riguardano entrambe le categorie.  Sono proprio donne e bambini, che insieme rappresentano il 70% della popolazione, le categorie più a rischio di esclusione sociale. Il destino di donne e bambini è, inoltre, innegabilmente correlato: il benessere dei bambini dipende strettamente dal benessere di chi se ne prende cura. Migliorare la condizione delle donne, quindi, rappresenta anche un primo passo per contrastare la povertà di bambini, bambine e adolescenti. Inoltre migliorando la condizione dei bambini, in particolare delle bambine, si creano le premesse per una migliore inclusione delle donne.

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