lunedì, 23 Settembre 2019
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TERRAZZE TEATRO FESTIVAL

Partirà il 5 luglio la quarta edizione delle Terrazze Teatro Festival, inaugurata il 4 giugno, presso Spazio Novecento, nel cuore del quartiere Eur.

I grandi nomi della comicità, tra i quali Enzo Salvi, Dado, Paolo e Pedro, si alterneranno fino al 3 di agosto, per rallegrare l’estate Romana.

La rassegna, a cura di Achille Mellini, si inserisce in un progetto più ampio, quello delle Terrazze, che nasce con lo scopo di valorizzare i locali di proprietà di Eur S.p.A, tra cui il Palazzo dei Congressi con le sue stupende Terrazze. Parliamo di Terrazza Novecento, riferita alla ristorazione e all’intrattenimento danzante, e Terrazza delle Belle Arti, dove si svilupperanno il teatro e gli spazi espositivi.

Sarà proprio nella splendida location della Terrazza Novecento che per un giovedì al mese sarà possibile cenare mentre sul palco si svolgeranno spettacoli musicali e artistici, diretti e selezionati da Gianluca Neon, mentre, tutti i venerdì e sabato, dalle 23.30, fino alle 3 del mattino si ballerà al ritmo di dance anni ’90 o sonorità house.

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Carlo d’Orta e le foto della sua architettura

L’EUR visto attraverso lenti ed occhi di artista

RAW RomeArtWeek
III edizione – 2018

Carlo D’Orta – ART STUDIO 
OPEN STUDIO E PROGETTO

LIQUIDANCE. FIGURA E MOVIMENTO
dal 22 al 27 ottobre 2018, ore 16-19.30
a cura di Maria ltaliaZacheo – con il patrocinio dell’AND-Accademia Nazionale di Danza

L’Art Studio Carlo D’Orta ha il piacere di accogliervi nella settimana di MW-Rome Art Week – da lunedì 22 a sabato 27 oltobre 2018 – dalle ore 16 alle 19.30, con l’iniziativa Liquidance. Figura e Movimento, dedicata alla danza contemporanea.
Nei giorni di lunedì 22 e sabato 27 ottobre, alle ore 18, il progetto fotografico sarà illustrato agli ospiti dell’Art Studio da Maria ltalia Zacheo. Seguirà una performance di danza contemporanea organizzala col patrocinio dell’AIT[D-Accademia Nazionale di Danza; si
esibiranno Silvia Capponi, Michael Incarbone e Serena Soave, allievi dell’AND/Roma.

Carlo D’Orta Art Studio – Piazza Crati 14, 00199 Roma

 

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Roma, ovvero la nuova tendenza letteraria

” Splendi,sole” di Giorgio Antonelli, edizioni Pagliai

 

Da Goethe in poi il viaggio “di conoscenza” in Italia è diventato un uso stabile nelle coscienze e nelle azioni delle persone colte e degli Stati esteri che avevano con lei condiviso ere e periodi storici complessi. Dopo Goethe, – per citare il più celebre, ma altri, fin dai secoli più lontani, vi erano giunti – la gita, il viaggio, la puntatina solo nella Capitale avrebbero iniziato un obbligo: non si era uomini se non si aveva messo piede nell’Urbe immortale. Se si veniva per il Papa non è stato mai detto. Si veniva, e basta: Goethe non trascurava di ammirare signore e popolane della città oltre alle sue bellezze.

Ma dalla fine dell’Ottocento questa simpatica consuetudine si è molto attenuata: poche parole, o qualche critica, e di personaggi sconosciuti.

Oggi, la presenza in letteratura di Roma è diventata un punto fermo ed una tendenza, e non solo degli stranieri ( Magda Szàbo, Grass, Simenon, e così via) ma anche degli scrittori italiani più o meno celebri, come Moravia, il quale ne ha fatto spesso teatro delle sue creazioni, Buzzati, ed infiniti altri, per fermarsi piacevolmente all’ultimo libro fresco di edizione:“Splendi, sole”, di Giorgio Antonelli, presentato alla Casa delle Letterature mercoledì 3 ottobre. 

L’Autore rende in rapide pennellate ciò che è la vita degli altri, incrociati per strada, osservati dolcemente nei loro moventi giornalieri: non è nuovo allo scrivere, già apprezzato autore di racconti per la rivista “Il Portolano”, e della stesura del racconto mantiene la freschezza dell’immediato, dell’accontentare il lettore per donargli subito la conclusione del tema.

I racconti contenuti in questo volume sono inusuali per stesura e per oggetto narrato; il linguaggio adoperato è composto da periodi brevi e staccati , con un carattere di visibilità pari a quelli di un film, scorrevole e conciso, come se si annotasse una serie di quadri collegati. Anche per questo è ampio l’uso di termini semplici o familiari, senza decadere nel volgare o in un’aura gergale voluta. I racconti non vogliono dimostrare nulla, ma mostrare tanto: la felicità o infelicità talvolta di individui particolari, il loro muoversi quotidiano, come in “Adelaide”, tesa a raggiungere l’ appartamento in vendita che le offre una vita rivissuta, i sentimenti, l’incertezza di un adolescente, l’interrogativo permanente del vivere, l’amore accettato o rifiutato. L’ombra di una fine, lo spezzarsi di un volo, lo strano amore assassino di Paride e Lucia, collocato o passato su l’interlocutore costante dei racconti: Roma.

Quale Roma? Quella di tutti: sia pure il Vittoriano, ma anche Eataly, il Raccordo Anulare, una via buia, la “Groviera” della Civiltà del Lavoro, non manca pagina, non manca brano, dove non sia citata, ritratta, esemplata, descritta Roma e la sua grandiosa bellezza. E’ un marcarsi piano e progressivo, una presenza possente e generosa che di bel nuovo si fa avanti nel mondo dei libri belli, la Città veramente Eterna se, come in questo libro che segue la tendenza di parlare di lei in pieno, domina l’arte letteraria al punto da essere indispensabile.

Roma non sarà mai un’ anonima città da Metropolis, è troppo ricca di sè. Si può plauderla o odiarla, ma essa è sempre troneggiante nella vita ora come ieri. E qui, grazie all’Autore, che la si riscopre in mille sfaccettature e si fa persona quasi dialogante attraverso la singolarità dei suoi concetti e del suo stile.

Marilù Giannone

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Nessun segno sulla neve, noir di Daniela Alibrandi

Figli della violenza

Fra i titoli dei noir scritti da Daniela Alibrandi, numerose volte premiati in Italia e negli U.S.A., è attualissimo, anche per il ricorrere di un cinquantenario del ’68, un periodo duro e convulso, “Nessun segno sulla neve”.

Sembra un romanzo, d’amore, di gioia, di giovinezza: ideali, primavere lucenti, ragazzi con i loro segreti e con gli impulsi all’emancipazione dalla famiglia, come tutti, come sempre. Si inizia a leggerlo per aprirsi ad un sorriso che vuol essere di partecipazione e di memoria, o di ambedue: la semplice verità dello stile letterario dell’Autrice, spontaneamente neorealista, è come il pennello forte e leggero di Raffaello. Spontaneamente neorealista perchè talvolta il neorealismo ha qualche forzatura di ricerca che qui viene meno, con l’ esito di permettere un’immersione totale nella realtà che viene esposta come se la si vivesse al momento.

“Nessun segno sulla neve” descrive l’affermarsi dei movimenti pseudorivoluzionari del 1968, la contestazione giovanile, studentesca soprattutto, anche se è servita di veicolo ad esponenti di altre professioni popolari al di là del ceto medio ed alto che hanno, semmai, avuto qualche rara superbia di leaders, ma hanno penetrato con la politica un mondo che ne era indenne. La composta e talvolta vittoriana educazione degli adolescenti si spezza in icebergs di prese di coscienza che non sono altro che le cime di quel malcontento postbellico e postottocentesco nei riguardi delle idee e dei comportamenti ormai obsoleti, messi a nudo dal paziente rinascere da un conflitto disastroso .

Sotto questo mosaico spesso tragico della società si nota chiaramente una divinità rosea, semisdraiata, con la mano gentile posata su una cornucopia di frutti multicolori e multiforme: Roma.

Il basso continuo dei libri di Daniela è questo, è la sua città amatissima, anche nei momenti e negli angoli di personalità lutulenti. Appare in tutte le ore del giorno, sotto le nubi, sotto l’azzurro cielo, è la vera matrice e inapparente protagonista delle opere dell’Alibrandi: è piaciuta la descrizione dell’evolversi dei quartieri storici nel noir “Una morte sola non basta”, scuote la relazione poliedrica di zone e residenze illustri o di normali ma tipiche abitazioni. Roma dorata nel Gianicolo mattutino, Roma punteggiata dalle luci di festa o da finestre alla sera. Non si fa menzione di particolari monumenti, il romanzo non è una guida, è un canto del cuore a questa armonia creatrice, o un triste appoggiare la testa alle braccia delle sue vie nelle situazioni di dolore: Monteverde come Parioli, l’EUR come Piazza Vittorio. E’ interessante notarne anche la diversa importanza nel passare dei tempi e delle mode, ma senza marcarne la voce: è questo muoversi sommesso a dare evidenza ai luoghi. Si viene ad apprendere così una Roma sconosciuta ed incantevole, si segue l’orgoglio mai ridondante dell’Autrice a dichiararsene figlia.

Questo scenario ai fatti dei libri, tutti, di Daniela Alibrandi, costruito su una Roma vera fino al nucleo, in quanto è vista senza sentimentalismi o caratteri precostruiti, è comune a tutti i suoi noir, e, se si estrapolano fondali e quinte di esso, viene a costituirsi un libro a sè, un libro su Roma tanto presente quanto poco còlta ed apprezzata: spesso, infatti, per quello che riguarda ogni passante, l’interesse che lo trae durante al giorno, fatto di motivi di lavoro o più personali, distoglie l’attenzione a questo immenso affresco di una città che non s’impone con capitelli e tramonti, ma che è là, aperta come una porta sull’infinito, magica perchè corrisponde a quella via indicibile di ricerca, diversa da tutte le altre, che ogni uomo ha.

L’Autrice, che non si pone su di essa come un erudito e non la trascura a vantaggio del filo del narrare, sembra averla di fronte come una grande amica, con la quale si può avere confidenza, anche discutendoci, soprattutto ascoltandola, magari prendendola sottobraccio. Con questo animo infatti personaggi di “Una morte sola non basta” cenano in friggitoria, parlano del futuro seduti su una panchina, cercano assistenza durante una fuga, o rammentano attimi d’amore, e, come in “Nessun segno sulla neve”, attendono ad un incontro, o soffrono delle lentezze del traffico che distingue la città da secoli, se si fa mente ad Orazio o Persio, o altri.

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Il “sessantotto a Roma non ha le tragedie eclatanti di Piazza Fontana, ma le ha più tacite e forse più terribili: “Nessun segno sulla neve” lo esprime chiaramente riportando il mutare atroce perpetrato dalle idee politiche da semplice contrasto adolescenziale o giovanile in odio sterminatore . In questo noir non si fa a pugni; ci si accoltella senza pietà, biechi, corrotti da voci di ideologie estremiste ed assassine venute da lontano, o aventi la mano nel vicino Est. Il contrasto fattosi odio ricopre ogni aspetto: da puro e solo antagonismo verso i professori, verso autorità impietrite, che spesso vedeva i ragazzi associati a buon diritto, a desiderio di distruzione, di morte, di rovina l’uno verso l’altro, sia esso uomo o donna, come se si volesse risputare la catastrofe della guerra in una coazione a ripetere. Perchè, oltre le ragioni degli storici, e da dove, al di là di Berkeley e da Parigi? Vale l’espressione di un semplice: perchè non era solo un diverbio fra età ed autorità, ma era lo strumento di penetrazione di un partito politico di stampo sovietico, al fine di prendere il potere d’Europa attraverso la destabilizzazione di ogni Stato. Un modo diverso, ma lo stesso scopo subdolo del liberismo globalizzante.

Il vero motivo del ’68 era un rovesciamento della società per la costruzione di una nuova: le donne, prima solo legate all’obbedienza, in lotta per l’emancipazione, cioè per la parità sociale e la costituzione di un proprio futuro, il riconoscimento della validità di ogni classe sociale, la fiducia nel senso di ricerca dell’istruzione, nell’innovazione; in questo, è sulla via di una totale riuscita, a cinquant’anni dalla sua manifestazione. Altro, ed i modi usati per raggiungere l’obbiettivo sono stati solamente negativi.

 Protagonista vero dei libri di Daniela Alibrandi è l’indifesa innocenza, che l’egoismo di chi dovrebbe amarla o proteggere strazia, provocando conseguenze anche a distanza atroci, sia sotto forma di difesa dell’inerme, che di vendetta o ancora compensazione di un orribile vuoto creato. Che le vittime siano spesso di sesso femminile, è perchè chi vulnera è fisicamente il più forte, stato favorito tipico dell’ego prevaricatore, ma non mancano figure maschili, come lo stesso protagonista di “Nessun segno sulla neve”, la sensibilità del quale in ogni atto è oscurata da debolezza . I noir di Daniela sono una presa di posizione contro la violenza attraverso l’esito delle tremende distorsioni che produce, che il linguaggio espositivo netto e veritiero rende ancora più ineluttabile ed agghiacciante. Ogni frase è disposta a questo, ogni vocabolo, come precise frecce diritte al bersaglio dell’umano intelletto, perchè non le sia dato adito. La poesia cede, l’amore si raggela: la violenza uccide un’anima, e quella di chi la commette, e la muta in nulla ed in lemure diabolico.

Marilù Giannone

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L’ultimo romanzo giallo di Daniela Alibrandi

Una morte sola non basta

Sembra, “Una morte sola non basta”, un titolo quasi consueto per i romanzi gialli che al momento sembrano detenere l’interesse maggiore di lettori e di Fiere editoriali. Ma è così solo in parte, solo per ciò che concerne il mistero, l’indagine, la volontà di fare giustizia sul male che, in questo libro di Daniela Alibrandi, fecondissima autrice di opere aventi questo scopo, ha l’aspetto ripugnante di chi lo compie sui bambini.

Le storie che Daniela propone sono quasi tutte sulla base formale del poliziesco, pur uscendo dai canoni di questo in virtù di una maggiore scioltezza e di una presa forte sulla mente di chi le segue: nel classico “giallo” lo svolgimento del fatto è più veloce e meno attento ai particolari, e poi la ricerca della parola cruda è o legata alla dimestichezza popolare del protagonista o di qualcuno di essi, o forzata nel riprodurla quasi fosse una gabella da dover onorare, con l’effetto di un accordo stonato che può, alla lunga, diventare pesante: tutto ciò non avviene anche nella sincerità più scatenata e tagliente nei romanzi di Daniela, che descrive situazioni al limite o tremendamente realistiche senza mai scadere. L’effetto è più sconvolgente e non si perdona a chi le crea, giungendo a desiderare ardentemente che l’agente del male sia annientato nel modo più radicale.

La scrittrice si fa sempre precedere all’inizio del volume dalle tipiche frasi indicanti il “puramente casuale” del fatto, ma la memoria dei lettori spesso lo riconoscono come un delitto avvenuto, pur senza poter rivalersi contro di questo con partecipazione, in quanto spesso Daniela riprende gli ambienti dei promettenti anni Cinquanta, fino ai rivoluzionari stati degli anni Settanta e non quelli attuali: si ha quasi una nostalgia, allora, e si ritorna alla semplicità dovuta alla mancanza di tecnologia che allontana  ad ogni modo persone e soluzioni dei problemi, rendendosi conto del tempo che è passato, mitigando le reazioni.

“Una morte sola non basta” è la storia di due bambine venute per caso a contatto fuggevole da neonate, che, adulte, si incontrano, ed agiscono insieme, per una causa comune anche se non eguale. Vittime, diventano ispettori e giudici, agiscono in modo concertato, diventano punitrici.

Il territorio scelto per questa storia è Roma, con tutte le caratteristiche e le tipicità di quartiere dette quasi sottotono, per non ostacolare lo svolgimento, ma minuziosamente misurate per una collocazione più attendibile dei fatti: si osservi, infatti, il percorso e le località toccate da una delle protagoniste, piccola, Michela, con le zie, o la fuga della seconda protagonista, Ilaria, adulta. Una Roma che è quasi partecipe purtuttavia lontana, come la solita indifferenza capitolina spesso rimproverata. Viceversa assume un altro campanile, probabilmente mediterraneo, il procedimento occulto delle streghe a raccolta descritto di volta in volta più approfondito. Il rapporto sui soggetti persecutori poi è letteralmente equilibrato nel trovar loro moventi, ragioni, difetti, tali da far apparire il loro comportamento in un certo modo consequenziale, e derivato, detto in modo esplicito ed accecante, dalla demoniaca procedura di insegnamento di dottrine e principi di fede. C’è da chiedersi quanti, ed è doloroso dirlo, non abbiano sopportato o sofferto le assurdità ed i tabù imposti sordidamente, soprattutto in campo sessuale, dai ministri di un Creatore fatto dalle loro vergognose foie, ed anche dai loro non meno laidi oppositori. Di certo Jung e la sua scuola, più che Freud, visto lo stratificarsi secolare di questi atteggiamenti, saprebbe come catalogare queste rovesce passioni. È da notare la linearità espressiva che, nonostante la ricchezza lessicale e la creatività del componimento, sottolinea come un rasoio incisore i pensieri positivi o aggressivi dei soggetti, lo svolgersi tremendo di un delitto, fino a fare sentire dolore anche a chi, leggendo, considera che è una narrazione che finisce, e per questo, cioè per trovare ragione della sua ipotesi, non riesce a distaccarsi dalla lettura.

La scrittrice segue passo passo ogni fase dell’agire di un bambino e la sua mente, dipinge semplicemente un luogo, paesaggio o stato in luogo di un fatto, senza escluderne nongià i particolari, ma i tipici oggetti e le tipiche loro presenze: l’albero è albero, con foglie, rami, luci ed ombre, una stanza contiene ciò che deve contenere: il racconto ha una fattura quasi ortogonale, senza alcun capriccio, ma, nella scelta dei vocaboli, ricercata ed eccellente. Chi scrive il libro è di ottima cultura senza citazioni a dimostrarlo, è esperta di leggi, fatte relazionandosi ad alto livello sia negli Stati Uniti che al Consiglio d’Europa.

Daniela ha uno scopo nella vita e quello persegue con pertinacia, lo rivelano i suoi quattro libri: prende in esame di volta in volta un aspetto umano delinquenziale e, denunciandolo al pubblico tramite la lettura, lo combatte senza timore, lo evidenzia per smembrarlo con le mani irate di chi segue le sue storie, cerca di annullarlo, polvere, rifiuto del mondo. Chi legge i suoi “gialli” non può che prendere la parte giusta. I suoi romanzi dalla prosa elegante, quasi leggera, senza remore espressive, sono una vera arma micidiale contro ogni tipo di persecutore, ipocrita o manifesto. Sono una via per meditare su come si può guarire da essi, sono certezza di fede in ciò che è, veramente, un autentico essere umano,: un essere che ama.

Marilù Giannone

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Bruno Vespa: ” Soli al comando”

UOMINI AL COMANDO, senza mezze figure

Il lato del “Faccione” che nessuno, per i propri comodi, vuol riconoscere

L’ultima pubblicazione di Bruno Vespa, il facondo ricercatore della storia corrente della Penisola, è una vera e propria meraviglia, che espone con chiarezza fatti e misfatti di capi e conducatores vari, ma che costerà malpancismo a tanti finti partigiani (perchè quelli veri non sono  tutti di sinistra, essendo più che altro militari) perché  è anche  una chiara via che percorre tutti i lati sociali ed umani del Duce. E’ un insolito libro, controcorrente, veritiero, che raccomanderei, quanto a lettura, al nostro Ministro dell’Istruzione, che confonde saluto romano con l'”heil” nazista (perchè i tedeschi normali salutavano dicendo “ein Liter!”) e che spesso si perde nelle infarinature elementari confidando, anche lei, nel computer per rispondere a qualche domanda. Il libro, dal titolo “Soli al Comando” è un’interessante galleria di personaggi ritratti con la penna immediata e leggera di un conoscitore che vuole la verità senza inutili acidi di parte.  Si consiglia vivamente la sua lettura, per restituire il giusto peso e dare giuste notizie storiche a chiunque, in questo tempo buio e, quanto a preparazione storica, sommamente distorto.

Il quotidiano “Il Giornale” riporta ampi passi dello scritto, con opportuni commenti e stralci presi dai documenti originali che sono stati i passi di questa concreta rivisitazione di una figura storica significativa.  sperando che il poco onorevole Fiano e la presidente Boldrini ne tengano conto e non perseguitino il povero scrittore. Diamo di seguito alcuni stralci del volume:

Marilù Giannone

***

Oggi è difficile comprendere come mai Mussolini godesse di un
consenso così ampio, mentre la libertà di voto era inesistente e
quella di pensiero assai limitata, anche se personalità come Benedetto
Croce poterono vivere indisturbate per l’ intero ventennio. Forti
investimenti pubblici, un’ attenta politica sociale e culturale, e la
trasformazione delle infrastrutture finanziarie del Paese dotarono
il   fascismo di strumenti che gli sarebbero sopravvissuti per decenni
nel   dopoguerra.
L’ autorappresentazione del fascismo, diffusa dai cinegiornali dell’
epoca, offre l’ immagine di ridicoli gerarchi guidati da un ridicolo
Duce con il quale si scambiano sguardi marziali e saluti romani.
Quanti sanno, però, che il fascismo poté contare con pochissime,
coraggiose eccezioni sui migliori intellettuali italiani, gli stessi
che subito dopo il 25 luglio 1943, e comunque nell’ immediato
dopoguerra, passarono quasi tutti sotto le bandiere del Pci, grazie
all’ intelligente amnistia morale di Togliatti?

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Le idiozie della Fata Turchina

Abituata a soccorrere Pinocchio, non s’è accorta che ne ha quasi preso le sembianze, e l’ostilità assoluta per tutto ciò che è cultura. Altrimenti non avrebbe “pensato di distruggere” un Sironi, colpevole di essere pittore nel Ventennio. Possibile che, passando per la Città, così diversa dai piccoli insediamenti (anche pregevoli) delle Province prossime, non si sia accorta della luminosa architettura delle costruzioni del Periodo Razionalista, almeno di quelle dell’EUR, o non abbia avuto la curiosità di farsi un giro per Littoria?

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Fendi: nuova sede nel Palazzo della Civiltà Italiana

Dopo aver ceduto gli ultimi piani e la terrazza dello storico edificio di Largo Goldoni al pluripremiato ristorante giapponese Zuma, e dopo aver sponsorizzato i lavori di restauro di Fontana di Trevi, che sarà riaperta al pubblico il 3 novembre prossimo, la maison Fendi si trasferisce armi e bagagli, anzi borse e pellicce, a Palazzo della Civiltà Italiana all’Eur.

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Cinzia Leone nell’ estate romana

TRIPLICE APPUNTAMENTO DI CINZIA LEONE NELL’ ESTATE ROMANA CON DISORIENT EXPRESS

Uno spettacolo che racconta la confusione generata da una forma di democrazia virtual-virale alla quale eravamo impreparati: milioni di persone che improvvisamente, grazie alle infinite opportunità di espressione offerte dalla tecnologia e dalla virtualità, parlano, esprimono opinioni e aggiungono informazioni. Siamo disorientati da un vento di contraddizioni che ci spettina tutti i pensieri.. Questo è il perno del racconto plasmato dall’intelligente e diretta ironia di una predicatrice, previsionista e affabulatrice comica che si immedesima – tra battute, gag e copioni tratti dalla nostra vita quotidiana – nella mente confusa di ognuno di noi.
Si intitola DISORIENT EXPRESS, l’ultimo lavoro di Cinzia Leone scritto a 4 mani con Fabio Mureddu e prodotto da Cristian Di Nardo in scena a Roma il 3 e 4 luglio a Le Terrazze (Palazzo dei Congressi, EUR) e il 17 luglio nell’ambito della rassegna All’ombra del Colosseo.

“Non è la storia di un treno che non sa dove andare – preannuncia l’attrice che dichiara essersi ispirata dai milioni di input che la giungla tecnologica ci offre – “è una fotografia di gruppo in cui ci siamo tutti e tutti abbiamo un’espressione visibilmente disorientata. 
Siamo disorientati, sì. Ci aggiriamo nel mondo con l’espressione di nonna nella foto di Natale, scattata dopo che l’hanno rimbambita cercando di farle ricordare i nomi di tutti e trentasei i nipoti.
E come può non essere disorientata un’umanità travolta ogni minuto da un cambiamento?
Come possiamo essere sicuri di noi stessi e della realtà che ci circonda se ad ogni notizia sentita in televisione possiamo trovare contemporaneamente la smentita su Internet?
Come possiamo accontentarci anche solo di un lavoro qualunque, in un momento in cui, qualunque sia il lavoro non ti pagano e il massimo che puoi farci è mettertelo nel … curriculum?   
Come possiamo rilassarci con lo zapping, se, anche potendo scegliere tra centinai di canali, troviamo ovunque la stessa cosa: gente che canta o che cucina?”

Per raccontare tutto questo in una sola rappresentazione, che la vede interagire sul palco insieme allo stesso Mureddu e ad una serie di proiezioni, Cinzia affronta i contenuti provando ad aggiornarli in tempo reale, esattamente come avviene nei programmi in diretta, come se ci fosse una redazione costantemente connessa al mondo esterno in tutte le sue inaspettate varianti.

“Credetemi sulla parola, la realtà vista così è destabilizzante e comica allo stesso tempo perché i cambiamenti e le contraddizioni continue la rendono invisibile. E’ per questo che siamo disorientati, proprio come treni che viaggiano senza un binario e che non sanno dove andare…”

Da un’idea di Cinzia Leone 

con Fabio Mureddu

Regia: Fabio Mureddu ed Emilia Ricasoli

Musiche: Marco Schiavoni
Scenografie: Adriano Betti
Costumi: Francesca Mescolini
Consulenza artistica: Giuliano Perrone
Un ringraziamento speciale a Gianluca Giugliarelli
Si ringraziano per la preziosa collaborazione:
Daniele Falleri, Mauro Fratini, Pietro Sparacino, Sara Vannelli

Info e prenotazioni 06 54221107
Pagina FB Cinzia Leone:
https://www.facebook.com/pages/CINZIA-LEONE/302710933072342?fref=ts

 


ALL' OMBRA DEL COLOSSEO, CINZIA LEONE, ESTATE ROMANA, eur, LE TERRAZZE

Il problema EUR, gestione immobili

 

MORASSUT, PD : «IL PROBLEMA SELL’EUR È ANCHE GARANTIRE LA SPECIALITÁ DELLA GESTIONE»
«Per fortuna ci si è accorti – anche se con inspiegabile ritardo – che gli immobili storici dell’Eur non potevano , per legge,  essere venduti al fine di ripianare i conti della società». Lo scrive l’on Roberto Morassut in una nota.

«Ora – spiega – si è deciso di lavorare sulla vendita “da pubblico a pubblico”.  Ma è bene chiarire due cose. La possibilità che INAIL acquisti gli immobili dell’Eur non è di tempi brevi. Infatti è noto che INAIL può acquistare solo sulla base di una esplicita indicazione dell’Agenzia del Demanio.  Indicazione che va proceduralizzata Quindi si deve tener conto dei tempi di questa procedura rispetto alle urgenze dell’EUR».
«In secondo luogo – continua Morassut – non si può ignorare che in ogni caso l’Eur è sorto come un complesso “speciale” e nonostante il tempo trascorso esso resta un complesso speciale ed un luogo speciale. La vera “business city” romana. In ogni caso uno dei più importanti quartieri d’affari d’Europa.  Vendendo gli immobili si compromette un po’ la capacità della società di mantenere alti livelli di specialità nella gestione del patrimonio non solo edilizio ma anche monumentale e ambientale dell’EUR.  Il grande Virgilio Testa nel 1951 non volle un soldo dal Governo per rilanciare l’Eur che era ridotto un cumulo di macerie.  Perché sapeva che comunque quel posto aveva delle enormi risorse autonome che se ben gestite potevano bastare a se stesse.  I tempi e le condizioni sono cambiate ma mutatis mutandis anche oggi l’Eur vive una grande difficoltà ma ha le risorse al suo interno per rilanciarsi».
A condizione – conclude Morassut – di una sana gestione, di una sana politica immobiliare e anche valutando la possibilità di cedere una quota di minoranza delle proprie azioni restando una spa a maggioranza pubblica. Si deve fare di tutto insomma per garantire la specialità della gestione dell’EUR non sopprimerla, perché il quartiere è speciale e non può essere gestito come un quartiere ordinario.  Chi conosce Roma non può non vedere questo problema».

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