martedì, 24 Settembre 2019
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Tag: Germania

CRAXI E KOHL 1985

Craxi e Kohl davanti al palazzo della Cancelleria della RFT a Bonn nel 1985

Raffaele Panico

Bonn, capitale della Repubblica federale tedesca, 22 febbraio 1985, Craxi presidente del Consiglio della Repubblica italiana è in visita come capo di Stato. Una visita di lavoro ovviamente. Intrattiene con il Cancelliere della Repubblica federale tedesca Helmut Kohl un colloquio sulle questioni relative alla politica europea, in particolare sui preparativi per il summit europeo che si terrà a fine marzo a Bruxelles, che accetterà poi l’adesione della Spagna e del Portogallo alle Comunità ed esprime il suo accordo sui Programmi mediterranei integrati (PMI) proposti dalla Commissione.
Craxi presiedeva allora il Consiglio delle Comunità europee, fu un successo per l’Italia e si era nelle fasi del passaggio dalle Comunità all’Unione europea.

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Sassonia in fermento per elezioni regionali

Berlino – In Sassonia, Land della Germania sudorientale di grande importanza sul piano sia dell’economia (con la presenza storica dell’industria mineraria e quella, più recente, dell’elettronica per i microprocessori, nata negli anni ’90) e del turismo, Regione che già sotto il regime comunista della DDR era tra le più avanzate, c’è grande fermento in attesa delle elezioni regionali del 1 settembre.

La Sassonia, infatti, pur essendo tuttora il Land tedesco a più ‘rapida crescita economica, mantiene un alto tasso di disoccupazione e un basso tasso di investimenti produttivi: e – come, del resto, tutte le regioni ex DDR – è al centro di un’attenta politica comunitaria di aiuti per lo sviluppo.

In questo Land, così, sono particolarmente attive varie formazioni politiche di estrema destra. Sia quelle più “classiche”, come l’ AfD, Alternativa per la Germania, di Alice Weidel,  partito erede dei vecchi Nazional democratici e Republikaner e assimilabile allo spagnolo Vox e al greco Alba Dorata, giunto, alle elezioni europee, al 10,9% dei consensi in tutto il Paese, con 11 eurodeputati eletti, che altre di nuovo stampo. Tra queste, risultano attivi, specie nei distretti orientali della Sassonia, movimenti come “Pegida”, centrato soprattutto su antiislamismo e xenofobia, nato proprio a Dresda nel 2014, e il recentissimo Movimento identitario. Che, pur contando solo 600 iscritti in tutta la Germania, ha stretti rapporti con organizzazioni analoghe di Austria e altri Paesi UE; e solleva spesso polemiche  per le opinioni di vari membri della direzione, che hanno alle  spalle un passato in formazioni di stampo dichiaratamente fascista, e a cui è capitato di elogiare i tempi del Terzo Reich.

Ma è soprattutto AfD ad essere popolare in varie zone della Sassonia; nelle aree vicine alla Polonia e alla Repubblica Ceca, durante le ultime elezioni al Bundestag ha vinto persino con la conservatrice CDU, che da decenni trionfava in tutto il  Land. Un sindaco CDU governa da anni anche a Görlitz, cittadina di circa 50.000 abitanti molto vicina alla Polonia, e il cui territorio, anzi, sin dal 1945 è letteralmente tagliato in due dal passaggio della linea Oder- Neisse, che segna la frontiera con Varsavia.  A Gorlitz sono molto sentiti i problemi sia dell’immigrazione che dei rapporti coi vicini polacchi,  non sempre facili: ladri e  teppisti vari – come documentato, ultimamente, anche da vari media europei – imperversano spesso nella parte tedesca della città, rientrando poi comodamente nella parte polacca col semplice attraversamento di un ponte. A rivaleggiare fortemente coi democristiani a Görlitz c’è proprio la AfD, il cui candidato, Sebastian Wippel, è un ex-poliziotto il cui  punto  programmatico chiave  è riportare la sicurezza in città.

Evidenti le analogie tra questo partito e la Lega di Salvini, infatti (leader che, tra l’altro, ha rapporti  con vari esponenti delle nuove destre europee). AfD parte da innegabili esigenze e stati d’animo dei cittadini scivolando, poi, su terreni xenofobi, ultranazionalisti e antiimmigrazione “a priori”.

La Corte costituzionale tedesca ultimamente ha dichiarato inammissibile un ricorso presentato proprio  dall’AfD della Sassonia contro l’annullamento, da parte della commissione elettorale, di una cospicua parte dei suoi candidati alle prossime elezioni del 1 settembre. Sul tema, però, è attesa una decisione definitiva da parte  della Corte costituzionale del land, a Lipsia.

Se anche l’organo costituzionale della Sassonia respingerà il ricorso dei populisti di destra, nel Land saranno candidabili, per l’Afd, solo i primi 18 della lista, che conteneva inizialmente 61 candidati. Ciò significa che, se il partito populista avrà in Sassonia una performance notevole (dai sondaggi risulterebbe la prima forza, testa a testa con la Cdu), comunque non potrà eleggere più di 18 deputati: gli altri seggi andranno ripartiti tra le altre formazioni.

I motivi del respingimento del ricorso di AfD da parte dei giudici di Karlsruhe, comunque, sembrano toccare solo il piano giuridico-formale.

 Fabrizio Federici

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Sea Watch. La vera sconfitta è la Giustizia

Carola libera, Carola in prigione.

Roma – “Credo che la vita umana va salvata in qualsiasi maniera”, ha sottolineato il cardinale Parolin, segretario di Stato vaticano, rispondendo ai giornalisti sull’esito della vicenda della nave Sea Watch, della sua comandante e dei 40 migranti. “Quindi quella deve essere la stella polare che ci guida, poi tutto il resto è secondario”, ha spiegato il Segretario di Stato della Santa Sede. Questa posizione sta emergendo e sta diventando con molta forza e nettezza il messaggio positivo contro coloro che invece invocano l’osservanza della legalità da parte di Carola, dopo che per 17 giorni non si è fatto nulla. La legge dell’umanità contro una legge disumana e violenta, quella del decreto sicurezza bis, questo è ormai lo scontro di civiltà in atto. E qui non ci sono tifoserie sugli spalti, ma finalmente un profondo interrogarsi su cosa stia diventando questo Paese se segue le parole intrise di inciviltà e di barbarie di qualche ministro. In questo scontro di civiltà è purtroppo rimasta schiacciata la Giustizia, quella per la quale dovrebbero lavorare i magistrati di Agrigento, per troppo tempo tentennanti, intimiditi, in una giostra di pilatesche decisioni. Se si fosse seguita la massima del cardinal Parolin, e di coloro che in nome dell’umanità hanno stabilito un nesso profondo tra la capitana Carola e Antigone, lo straordinario personaggio creato da Sofocle, 2500 anni fa, molto probabilmente l’esito sarebbe stato diverso. E invece no, si è ceduto allo show mediatico, alla necessità di far vedere al mondo una donna coraggiosa in manette e in favore di telecamera, simbolo di una vittoria politica della destra più becera e sanguinaria, esibita, gridata, ma in effetti non ottenuta. Perché in questa vicenda ha vinto proprio lei, Carola, ha vinto il principio nonviolento della reazione contro le leggi ingiuste che pure porterà a sacrificare parte della propria vita e della propria incolumità. Chiunque, nella storia anche recente, ha voluto vincere battaglie di civiltà in modo nonviolento, ha subìto l’onda dell’oltraggio pubblico, da Cristo a Mandela agli eroi italiani, quegli obiettori che negli anni Settanta si sono battuti contro la leva obbligatoria. Un giorno del futuro, questa storia sarà raccontata diversamente, perché qualcosa è cambiato, qui in Italia, e là in Europa.

Intanto a quanto si è saputo, la capitana Carola è ospite di un’amica sull’isola di Lampedusa. Si sta cercando di non dare indicazioni precise su dove si trovi nel timore di attacchi contro la sua persona dopo che un gruppo di lampedusani, guidati dall’ex vicesindaco dell’isola Angela Maraventano, l’ha insultata, minacciata, derisa mentre applausi provenivano dai sostenitori della Sea Watch. “Carola è stanca e stressata”, fanno sapere i suoi legali Leonardo Marino e Salvatore Tesoriero i quali considerano “una follia” l’accoglienza “in assetto da guerra” della Sea Watch3 nell’isola siciliana. Per il procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio invece “le ragioni umanitarie non possono giustificare atti di inammissibile violenza nei confronti di chi lavora in mare per la sicurezza di tutti”. In attesa di un eventuale processo alla Rackete (smentito quello per direttissima di cui alcuni media avevano parlato), le Fiamme Gialle hanno elevato una sanzione amministrativa di 16mila euro ciascuno al comandante, all’armatore e al proprietario della nave che batte bandiera olandese. La nave è stata intanto affidata al vicecomandante e si dirigerà presto verso il porto di Licata dopo che stamattina la sua presenza ha provocato un ritardo di 45 minuto nel decollo di un aereo da Lampedusa a Palermo a causa dell’altezza del suo albero. “Ora tutto è nelle mani della Procura e sarà la Procura a fare le sue valutazione – riflette il sindaco di Lampedusa Totò Martello – Resta l’amaro in bocca perché, finito il ragionamento sulla Sea Watch, resta il problema degli sbarchi e sarebbe opportuno un tavolo europeo per capire il comportamento da tenere su questo fenomeno”.

Per Carola è attesa entro martedì la convalida dell’arresto da parte del gip. La Sea Watch si sposterà in provincia di Agrigento. “La nostra Comandante non ha rilasciato nessuna intervista. Quelle pubblicate oggi sono libere interpretazioni dei fatti” precisa la Sea Watch su twitter. “Carola è la donna più coraggiosa che abbia mai conosciuto, siamo tutti orgogliosi di lei”. Oscar, studente berlinese di 26 anni da due anni a bordo della Sea Watch, è uno dei venti tra uomini e donne dell’equipaggio della nave della ong tedesca che da ieri non ha più un comandante. Ma nessuno di loro pensa minimamente che Carola Rackete abbia sbagliato a decidere di forzare il blocco. A bordo sono tutti con lei, la “capitana coraggiosa”. Oscar racconta quando, attorno a mezzanotte, la comandante gli ha spiegato cosa stesse per accadere. “Gli ospiti a bordo, ci ha detto, non possono continuare a stare in queste condizioni, la situazione ci sta sfuggendo di mano”. Ma l’equipaggio ribadisce anche che non c’era alcuna volontà da parte di Carola di colpire la motovedetta. “Non volevamo assolutamente fare del male ai finanzieri. La loro imbarcazione all’improvviso si è messa tra noi e la banchina per impedire l’attracco. Posso dire al 100% – dice convinto Oscar – che Carola non avrebbe mai messo in pericolo la vita dei finanzieri”. A bordo sono invece rimasti “shoccati” dagli insulti partiti dal molo di Lampedusa. “Non ci aspettavamo quelle reazioni scomposte, non capivamo cosa dicessero ma avevamo capito che erano insulti. E’ stato terribile”. Insomma, non c’è stato alcuno speronamento ma una manovra fatta in condizione di estrema difficoltà, senza alcuna volontà di uccidere. Una manovra nella quale ci si è avvicinato forse un po’ troppo alla barca della Gdf ma non c’è stato alcun contatto o volontà di speronare la nave, ha poi confermato l’avvocato Salvatore Tesoriero, legale di Carola Rackete, incontrando i giornalisti a Lampedusa.

Il durissimo editoriale di Avvenire contro i “guardiani della legge costretti non a difendere i più deboli ma se stessi”

Scrive Marco Tarquinio, direttore del quotidiano dei vescovi Avvenire, “Povero è il Paese dove naufraghi senz’altro bagaglio che la propria pelle sono dichiarati nemici e chi li salva è trattato da fuorilegge e da fuorilegge si ritrova ad agire. Povero è il Paese dove i guardiani della legge sono costretti non a difendere i più deboli ma a difendere se stessi da un rischio grave e diventano scudo dei più forti. Povero è il Paese dove legge fa a pugni con la Legge, e il diritto si converte nel rovescio della morale. E poveri siamo noi. Come siamo potuti arrivare sin qui? E come possiamo rassegnarci?”. L’editoriale sul caso Sea Watch ha per titolo “Se soccorrere diventa reato. Il codice capovolto dei valori”. E così prosegue. “Povera Italia, povera Europa, povera legalità e povera la nostra anima”, afferma il giornale dei vescovi. “Non c’è ragione e non ci sono ragioni che spieghino e comprendano ciò che nella notte del 29 giugno 2019, notte dei santi Pietro e Paolo, è potuto accadere nel porto di quell’isola immersa nel Mediterraneo e che un po’ tutti negli anni – grazie alla generosità della sua gente e alla salda testimonianza della sua Chiesa – abbiamo imparato ad ammirare, amare e a chiamare ‘speranza’”. “Non c’è ragione e non ci sono ragioni che aiutino a capire perché una nave con a bordo 40 naufraghi abbia dovuto rischiare la collisione con la nave militare di una nazione come la nostra, che grazie alla sua civiltà – e ai valori che ha scolpito in Costituzione e nei Trattati e nelle Convenzioni che ha firmato e, prima ancora, ha contribuito a scrivere – ha saputo affermare e condividere con gran parte del mondo quei princìpi umanitari che dovrebbero dare luce e profondità alle regole immaginate per rendere il mondo stesso un posto sempre più accogliente e giusto per gli esseri umani. Soprattutto per i più poveri e i più deboli”, sottolinea Tarquinio. Infine, “se il soccorso è reato, chi s’impegna per salvare vite, in realtà le sta dannando. Chi tende la mano per aiutare, sta marchiando l’altro. Chi fa il bene, in realtà fa male…”, scrive Tarquinio per coloro che nei comizi, offendendo milioni di credenti, sbandierano come trofei il rosario e il vangelo.

L’Europa contro il governo italiano 

“difendere i confini nazionali non è un diritto ma un dovere. L’Italia – ha chiarito – non prende lezioni da nessuno e dalla Francia in particolare: Parigi ha chiuso Schengen, era in prima fila per bombardare la Libia, abbandonava immigrati nei boschi italiani”. Intanto, anche da Lussemburgo giunge una presa di posizione forte contro il “Salvare vite umane è un obbligo umanitario. Il salvataggio in mare non deve essere criminalizzato. Spetta alla giustizia italiana chiarire velocemente le accuse”. Non le manda a dire su Twitter il ministro degli Esteri della Germania, Heiko Maas, nel giorno dello sbarco della nave Sea Watch 3 a Lampedusa. Ma critiche sono arrivate anche dalla Francia e da Lussemburgo, a testimonianza del fatto che per il governo gialloverde sul fronte migranti la strada è in salita nei rapporti con gli altri Paesi dell’Unione europea. L’Italia “ha annunciato una chiusura dei suoi porti, in violazione del diritto internazionale del mare, anche se gli sbarchi di persone soccorse in mare continuano ad avvenire in Italia, sia da parte di navi di ong, sia di navi della guardia costiera italiana”, è il contenuto di un comunicato del ministero dell’Interno francese guidato da Cristophe Castaner. Si riaccende, quindi, la polemica fra Parigi e Roma, dopo le frizioni delle scorse settimane su Ventimiglia. È arrivata, infatti, a stretto giro la replica del titolare del Viminale, Matteo Salvini, secondo cui“difendere i confini nazionali non è un diritto ma un dovere. L’Italia – ha chiarito – non prende lezioni da nessuno e dalla Francia in particolare: Parigi ha chiuso Schengen, era in prima fila per bombardare la Libia, abbandonava immigrati nei boschi italiani” nessuno e dalla Francia in particolare: Parigi ha chiuso Schengen, era in prima fila per bombardare la Libia, abbandonava immigrati nei boschi italiani”. Intanto, anche da Lussemburgo giunge una presa di posizione forte contro il “Salvare vite umane è un obbligo umanitario. Il salvataggio in mare non deve essere governo. “Caro Enzo, ministro degli Esteri italiano”, “vorrei sollecitare il tuo aiuto” perché “Carola Rackete, che era ai comandi della nave battente bandiera olandese ed era in obbligo di far sbarcare 40 migranti a Lampedusa, oggi 29 giugno, sia rimessa in libertà”, ha scritto su Facebook il ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn, in una lettera indirizzata all’omologo Enzo Moavero Milanesi, in cui sottolinea che “salvare delle vite umane è un dovere e non potrà mai essere un delitto o un reato; non salvarle, al contrario, lo è. Come in passato il Lussemburgo resterà sensibile all’idea di solidarietà con l’Italia per quanto concerne la ripartizione dei migranti salvati dalle navi delle ong nel mar Mediterraneo”. E non si è fatta attendere la replica di Milanesi. “Nei confronti della comandante della Sea-Watch 3, Carola Rackete, è stata aperta un’inchiesta e adottate misure da parte della magistratura italiana. In base alla nostra Costituzione – ha sottolineato il ministro – i giudici hanno piena indipendenza dal Governo. Con rispetto e fiducia ne attendiamo, dunque, le decisioni”. Il titolare della Farnesina, ricordando lo “spirito dell’amicizia di lunga data che ci lega”, ha concluso così il suo messaggio su Facebook: “Desidero, peraltro, cogliere l’occasione per ringraziare, nuovamente, il Lussemburgo per la disponibilità ad accogliere alcuni dei migranti della Sea-Watch 3”.

 

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Tramonti Tedeschi

Alla Libreria Antiquaria Rotondi un incontro con un germanista filosofo, presentato da Marino Freschi, Docente in Germanistica dell’Università di Trieste 

Relatore: Marino Freschi
Introduce: Angelo Bolaffi,
filosofo della politica e germanista
L’autunno del 1918 segnò la fine della Grande Guerra e il crollo degli Imperi Centrali, quello austro-ungarico e il Secondo Reich. Il grande sogno di una Mitteleuropa germanica tramontava rovinosamente. La disfatta era stata in realtà annunciata da opere intellettualmente e artisticamente importanti per la densità di concezioni ardite e per la straordinaria vastità del loro impianto. In esse la Germania, – la Germania “segreta” -, appassionatamente amata, era evocata quale scenario di un auspicato nuovo rinascimento della cultura, anzi della “Kultur”. Alcuni tra i principali scrittori – da Mann a Spengler, da Jünger a Bloch – si confrontarono con questa svolta epocale che avevano previsto e predetto in interventi quanto mai impegnativi. La loro rilettura, esattamente dopo un secolo, risulta più che mai attuale e intrigante anche per le diagnosi del nostro tempo, insicuro, disorientato, travolto da una crisi di identità, che era stata già percepita con intensa lucidità medianica da questi scrittori.

Marino Freschi: germanista triestino, si è formato a Roma, a Zurigo con Emil Staiger, a Berlino con Peter Szondi e Wilhelm Emrich. Ha insegnato all’Università L’Orientale di Napoli, e insegna ancora all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli e, dal 1990  al 2014, a Roma Tre. Dal 2015 è Professore Emerito di Letteratura Tedesca, Università di Roma Tre. Autore di numerosi volumi e saggi. Tra i suoi libri più recenti: Goethe massone, Le luci del Settecento e Baron Knigge: dall’occultismo alla politica, tutti editi da Bonanno Editore/Tipheret Editore. Dirige la rivista «Cultura Tedesca».

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È sempre l’8 Settembre

Si continua, in Italia, a celebrare le sconfitte e così, per consuetudine, si è tornati a commemorare l’8 Settembre 1943, come l’inizio del riscatto nazionale.

In realtà questa data, tragicamente nota, segna non la morte della Patria, come da alcune parti si è voluto sostenere, certamente la dissoluzione dello Stato.

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Povertà è dignità

Breve informazione per tutti

L’Italia è occupata da migranti, che diventano immigrati soprattutto se economici, ma non solo: ad ogni enunciato di organi economici italiani e no, secondo i quali la povertà è in crescita, il PIL è visto stazionario o al ribasso, i prezzi al dettaglio aumentano, eccetera, si ha come conseguenza uno sparpagliarsi per le vie della Capitale di macerate creature che cercano di tirar truffe ai vecchietti, ragazze-madri eterne che di quando in quando non chiedono più una moneta, ma “una banconota” per un improbabile minore, ed altri colorati e repellenti “furbini” a caccia di grulli per sbarcare facilmente il lunario. E’ notorio, infatti, che un mendicante raccolga al giorno circa 80 euro. Di qui, un piccolo calcolo.

Forse perchè un cittadino medio sa bene cosa voglia dire, di questi tempi, far quadrare i conti familiari o semplicemente i conti ( tutti si ha diritto a vivere, non solo le famiglie) deve essere chiaro che chi è povero, come un pensionato statale, un ex artigiano, un colpito dalla sorte, cerca con tutto se stesso di lavorare, di risparmiare, di rinunciare, senza perdere il sia pur minimo amor proprio. Povertà, come il vecchio che esegue lavoretti anche faticosi per un pane, come la madre che non mangia per il figlio, come il giovane che non va nè in vacanza nè al cinema e magari studia come un bue, è dignità, solo e soltanto dignità, quella sorta di testa alta nel camminare per via, quel sorriso al conoscente mentre si ingoiano pensieri angosciosi in merito ai conti di casa.

Non bisogna credere alla mano tesa a coppa, alla finta vecchia sdraiata per terra, che trema solo quando la guardano, e sta sotto una coperta che la cela. Non credere al bangladino che chiede 37 euro “per comprarsi il tesserino da ingegnere” visto a via Flaminia: chi è povero cerca di sfuggire alla divorante sua catena e si dà da fare come può, ma non perde la stima di sè. I resoconti economici servono agli altri come veicolo per piccole delinquenze: cinque euro falsi, la lacrimuccia spremuta o i finti guai e malanni al fine di comprarsi la dose o la bottiglia.

Aiuto è un dovere per chi è veramente povero: abbassare le tasse sul lavoro, usare comprensione e donare piccole mansioni retribuite, riaprire l’interesse verso il “fatto a mano”, tornare a credere che l’arte non è perdita di tempo di “folli” (concetto romantico), ma una vitale forma di comunicazione, e, per chi va in pensione, un suggerimento allo Stato, a questo nuovo Governo chiaramente sociale: date loro lavoro, se lo desiderano, a forfait, senza contributi, come si fa in Germania. Qualche volta anche loro, forse innamorati per la bellezza dell’Italia, hanno delle idee veramente grandiose. Basta irrorare le strade della Capitale più bella del mondo, ed ogni altro luogo, di oscuri figuri tratti dalle storie bibliche, senza la minima voglia di fare null’altro che danno.

Marilù Giannone

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La cattiva memoria della viltà

Continua a serpeggiare una forma, immorale e fuori tempo, di odio politico rivolto ad un passato lontano più di settant’anni: è uno sconsiderato attacco alla memoria dei morti ammazzati, morti fascisti, così impropriamente definiti. Si polemizza addirittura sulla lapide commemorativa di una bambina, stuprata ed assassinata nel savonese nel lontano 1945; si discute in seno all’ANPI, sull’opportunità di questo ricordo, e, per chi ha letto la notizia, ha potuto constatare come l’innocenza di una ragazzina viene, in questi nostri giorni di political correct ed ipocrita buonismo, massacrata: la vittima è definita una “bambina fascista” . Non credo si possa aggiungere altro se non l’orrore e lo sgomento.

Non basta, l’Amministrazione Comunale milanese non ha ritenuto opportuno deporre, come atto di pietà, una corona di fiori nel campo X° del Cimitero Monumentale di Musocco, luogo dove sono sepolti i caduti della RSI. Ancora una volta si soffia sul fuoco della divisione nazionale, quando i superstiti di quella terribile stagione sono tutti, o quasi, scomparsi. Si vuole approfondire la spaccatura fra buoni e cattivi. La storia, quella scritta dai vincitori, ancora una volta, è fatta di omissioni ed intrisa di voluti errori.

In quel cimitero milanese non ci sono, come raccontato e scritto, i torturatori di “Villa Triste”, gli uomini della banda Koch, una formazione di polizia autonoma, già arrestati dalle stesse autorità di Salò, ma molti di quei giovani che con i reparti paramilitari, non avevano niente a che fare. Ci sono lì i resti mortali dei soldati di quella breve Repubblica, di giovani che di stragi e rappresaglie nulla sapevano, che indossavano la divisa con i gladi da richiamati o da volontari, la cui dignità era pari a quella dei tanti militari italiani deportati in Germania e fedeli al Regio Esercito. Combattenti veri, da una parte e dall’altra e non assassini , non artefici di vendette postume per interesse di parte al servizio di quelle potenze responsabili di pulizie etniche ed altre amenità tenute a lungo nascoste, come la polvere, sotto il tappeto.

Vittime, dunque, come tutti i caduti di quell’idea, comune, di salvare, almeno nella dignità, una Italia dilaniata, percorsa in lungo e largo da armate occupanti, dove l’Appennino era segnato da eccidi per rappresaglia e la Ciociaria oltraggiata da truppe coloniali complice il silenzio impotente di quelle autorità a Nord come al Sud, che avrebbero dovuto, in primo luogo salvaguardare la vita della nostra popolazione.

Riaccendere una inutile rivalità, con tutte le nefandezze di quel periodo, non serve se non come collante di una certa sinistra. Rispetto, occorre rispetto per i morti, così come è necessario occuparsi realmente del massacro sociale e morale che tutti, oggi, ci travolge.

ANPI, Germania, Musocco, Regio Esercito, RSI

Un grande classico che va riletto

 

QUANDO SI COSTRUI’ IL FEDERALISMO

 

DISCORSI ALLA NAZIONE TEDESCA

Fichte, Johann Gottlieb

Edizioni di Ar, 2009

 

Con i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte ci troviamo di fronte ad uno strano connubio fra i diritti del 1789 e la visione etnica della nazione; la ragione pratica ed i principii della Rivoluzione francese sembrano potersi radicare solo in un tipo umano, etnicamente determinato. Pronunziati nel 1807-8, a ridosso della sconfitta di Jena, essi partono dalla desolante constatazione che l’epoca moderna è l’età dell’egoismo. La disfatta della Prussia è da imputarsi interamente all’egoismo, per superarlo occorre una nuova educazione nazionale per i Tedeschi, che ne galvanizzi la volontà ad operare per il bene; anche la religione può essere d’aiuto per questo fine, il cristianesimo stimolando l’azione intenzionata al bene puro. Gli uomini vanno guidati a sentirsi parte di un tutto comunitario, anziché atomi staccati agenti per il proprio benessere; al senso di appartenenza etnico va aggiunto quello etico-politico. Questo nuovo piano educativo deve essere realizzato dallo Stato prussiano, senza tendenze all’espansione; infatti solo terre di lingua tedesca possono dar voce alla nazione germanica; terre dalla stessa lingua sono intimamente connesse per modo d’agire e di pensare. La Germania sarà la nazione riordinatrice del mondo; quello tedesco sarà il popolo-guida nel rinnovamento spirituale dell’Europa, ad esso appartiene il dominio sul progresso morale.

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Studi di Kantorowitz, De Gobineau… ed altri

 

Una collana di novità della Casa Editrice AR

 

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Marilù Giannone 

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Unione Europea: ultima fermata

L’Europa costruita con norme e trattati trovava la sua ragione d’essere nella diffusa crescita del benessere che, in una concezione ottimistica delle previsioni, tutte improntate sulla inarrestabile ascesa del mercato, libero da tassi e balzelli di varia natura, non sarebbe mai venuta meno. Su questo postulato, sulla cieca fiducia in un dogma fideistico, si è proceduto alla instaurazione della moneta unica, una valuta senza sovranità, se non quella delle banche, che, da subito, nelle operazioni di cambio con la nostra moneta nazionale, ha presentato un primo, pesante danno al reddito ed al risparmio, privilegiando, causa i mancati controlli, gli arrotondamenti a favore di intermediari e di finanziarie protesi a sfruttare nel modo a loro più conveniente, l’evento.

Ancora pochi anni, poi la crisi, che, attraversando l’Atlantico, ha messo il continente europeo alle corde ed, in modo ancor più gravoso, ha bloccato ogni possibile iniziativa di rilancio dell’Italia, anello debole, dove l’illusione di una prosperità progressiva, basata solo sul castello cartaceo di una finanza “creativa”, aveva posto in secondo piano il vero motore del benessere, rappresentato dalle attività realmente produttive.

Inevitabilmente, le conseguenze disastrose determinate da pressappochismo e miopia di una classe dirigente europea priva di una visione solidale delle problematiche scaturite dalla circostanza, ha dato vita ad una politica di parametri coercitivi nell’esclusivo interesse delle economie più avanzate; è, dunque, questa l’Europa del Trattato di Roma? No, è molto peggio. Questo burocratico Club dove vale, sempre e comunque la politica del più forte, non ha un’anima, ma ha comunque, un comune interesse: un mercato liberista dove chi sbaglia la mossa per minore astuzia o maggiore debolezza, paga pegno.

L’abbiamo visto con la Grecia, un caso limite, ma facilmente applicabile all’Italia e forse a tutta l’Europa mediterranea. È un Club, questo di Bruxelles, molto simile ad un pensionato per la terza età, dove gli ospiti sono convinti di essere ancora in pista, come negli anni verdi, e di esercitare un potere del passato, dove la grandeur francese, come per abitudine, la forza industriale della Germania e l’attitudine imperiale britannica potevano ancora regolare le sorti del mondo.

Oggi tutto questo non esiste ed i vari revivals degli ultimi tempi sembrano anticipare un definitivo “de profundis”.

Si è smarrito, forse ad arte, il senso stesso dell’Europa, che non nasce in visione unitaria come si vuol far credere, nell’isola di Ventotene, ma affonda le sue radici nella romanità, nell’abbraccio vitale di un Impero capace di unire nazioni diverse con la forza del diritto e della lingua comune, bastione di civiltà a difesa delle pressioni esterne da un Est ancora idolatra e desideroso di saccheggio e distruzione.

L’idea di un continente europeo figlio dell’Impero di Roma non è stata mai del tutto abbandonata, questa idea, anche se volutamente oscurata, ha continuato ad appassionare intellettuali e filosofi proprio in Italia e nel bel mezzo del Ventennio fascista. Già nel 1929, vedeva la luce “Antieuropa” un mensile di “azione e pensiero” di Asvero Gravelli, fautore di un rinnovamento spirituale del continente, che dieci anni prima, a Versailles, aveva gettato le basi per un nuovo conflitto e diffuso il germe assassino dello stesso ruolo di punta europeo nella storia. Scriveva Gravelli, nell’editoriale del primo numero “…noi siamo l’eresia della moderna Europa…” volendo intendere come eresia la volontà di una rivolta morale capace di portare solidarietà sociale contro l’alienazione del capitalismo gabbato per modernismo.

L’Unione Europea, quella del fiscal-compact e delle politiche depressive, è giunta, probabilmente, alla fine del suo non esaltante percorso: cosa rimarrà? Le formazioni di diverse ideologie che invocano un ritorno alla completa sovranità nazionale, prima fra tutte quella monetaria, con tutti i rischi connessi, specie per l’Italia, ad un nuovo rapporto di cambio e la definitiva scomparsa politica di un continente, schiacciato da superpotenze d’Oriente e d’Occidente. Ed allora, non sarà opportuno stare insieme, non certo nel modo odierno?

Alessandro P. Benini

(Articolo già pubblicato su “IL BORGHESE”, periodico diretto da Claudio Tedeschi)

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Mangiare sano,parla italiano

Alimentare: per Dop e Igp è l’Italia la vera “locomotiva d’Europa”, con 266 prodotti certificati contro i 99 della Germania

La Cia in occasione dell’iscrizione della Piadina romagnola e della Salama da sugo nel registro europeo delle denominazioni protette: il nostro Paese resta leader indiscusso, ma si può fare ancora di più per sviluppare il segmento. Oggi il 97% del fatturato è legato solo a 20 prodotti, è necessaria più promozione e investimenti sui prodotti meno conosciuti.

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L’euro è di tutti ma non lo sappiamo

Nel suo libro “L’euro è di tutti”, edito da Fioriti e con la prefazione del Premier Renzi, Roberto Sommella ne spiega le ragioni

«L’euro è stato creato poiché la moneta unica offre molti vantaggi e benefici rispetto alla situazione precedente, che vedeva ogni Stato membro dotato di una propria valuta… Oggi circa 333 milioni di cittadini europei lo usano quale moneta e ne godono i benefici…» Così la Commissione Affari economici e finanziari dell’Unione Europea motivava l’entrata in vigore dell’euro come moneta unica, ed è in parte ciò che pensava e auspicava, nel 2002, ogni cittadino italiano. Un inizio positivo per giungere, ad oggi, ad una situazione di totale sfiducia al punto estremo da proporre un ritorno alla lira e l’uscita dall’UE. Quale sia il vero problema e come superarlo è ciò che ha cercato di individuare Roberto Sommella nel suo saggio “L’euro è di tutti”, edito Fioriti e con la prefazione del Premier Renzi.

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Politica e Calcio

Le riforme istituzionali come una brutta partita del Mundial

Noi italiani abbiamo un motto per tutti li eventi (nefasti) “non abbiamo nulla da imparare, è colpa dei politici, l’Europa ci sta affamando”. Italia-Brasile.lo stesso risultato calcistico, comportamenti simili ognuno gioca per se stesso, nessuna armonia di gruppo,contro una Germania composta da giocatori amici, uniti e in armonia, ben preparati, non attori.copa Sappiamo tutti quanto conta il calcio per il popolo brasiliano, forse anche per loro è arrivato il momento di pensare che il calcio non è vita, imparare a vivere per tutto il resto, un resto importante: le manifestazioni di piazza che hanno lasciato perdere per il mondiale, manifestazioni che avrebbero aperto gli occhi al mondo.

Brasile, Germania, Giorgio Napolitano, Mondiali di calcio

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