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La minaccia nucleare dopo i referendum nelle regioni separatiste

Il presidente Putin ha annunciato un referendum per l’annessione delle zone sotto controllo russo. In particolare le Repubbliche autoproclamate di Donetsk e Lugansk e delle Regioni di Cherson e Zaporozhye, in Ucraina. I residenti delle due Repubbliche saranno chiamati a rispondere sulla seguente domanda: “Supportate l’annessione della Repubblica alla Russia in materia federale?”. Quelli delle due Regioni dovranno invece rispondere con un si o con un no alla domanda “Siete a favore della secessione delle Regioni dall’Ucraina, e alla creazione di un Paese indipendente e alla conseguente annessione alla Russia come soggetto federale?”. L’agenzia di stampa della Federazione russa TASS riporta che le quattro Regioni oggetto del referendum hanno dichiarato il loro impegno di massima trasparenza e legittimazione, aprendo al monitoraggio da parte di osservatori internazionali. Ma nonostante questa dichiarazione è ovvio che hanno poca credibilità, convocati nel giro di tre giorni in territori che sono o sotto occupazione o addirittura in pieno conflitto. Dopo la tenuta di questi referendum, indetti dal 23 al 27 settembre 2022, il cui esito è ovviamente scontato, la Duma, camera bassa del parlamento russo, potrà proclamare questi territori come parte della Federazione russa. Putin in conferenza stampa ha affermato: «Se l’integrità territoriale del nostro Paese è minacciata, utilizzeremo senz’ombra di dubbio tutti i mezzi a nostra disposizione per proteggere la Russia e il nostro popolo, e questo non è un bluff». È evidente dal discorso di Putin che “l’Operazione militare speciale” non ha funzionato. Da qui la necessità di adottare misure che dovrebbero servire per invertire la rotta. Prima fra tutte la mobilitazione di 300 mila uomini, come ha chiarito il ministro della Difesa Shoigu. Tale massiccio richiamo alle armi modifica notevolmente i rapporti di forza sul terreno anche se non si parla ancora di una mobilitazione generale, cui speriamo non si debba arrivare mai. Tuttavia si passa dall’attuale guerra fatta da militari professionisti a una guerra di popolazione di leva. Cioè di giovani attualmente impegnati in altre occupazioni che vengono richiamati alle armi. Il Governo russo dovrà far fronte a una nuova reazione interna che non si limiterà soltanto agli attuali sporadici segnali di protesta di pochi dissidenti. Si tratta piuttosto di un ben più grande numero di famiglie i cui ragazzi hanno ricevuto le cartoline di precetto e sono costrette a partire per la guerra. Naturalmente per poter fare questo Putin deve riconoscere in qualche modo che non è più un’operazione militare speciale ma che si tratta di difendere il territorio russo. I referendum servono appunto a trasformare lo status di quelli occupati o contesi in Regioni della madrepatria. E questo cambiamento di status, nell’ottica del presidente potrebbe portare anche al ricorso a ogni tipo di armamenti e di qui la minaccia del nucleare. L’alto rappresentante dell’Ue per gli Affari Esteri, Joseph Borrel ha dichiarato che «I referendum illegali sono un’altra sfacciata violazione dell’indipendenza e della sovranità territoriale dell’Ucraina e una seria violazione della Carta delle Nazioni Unite». A questo fa eco il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan che ha affermato: «I referendum annunciati dalla Russia sono una farsa e dimostrano debolezza. Gli Stati Uniti non riconosceranno mai il loro risultato e continueranno a fornire all’Ucraina l’assistenza militare necessaria per affrontare l’eventuale negoziato da una posizione di forza». L’occidente sta quindi, in maniera compatta, rispondendo all’escalation russa con l’intenzione di voler continuare a fornire armi all’ucraina. Volendo riassumere le soluzioni attualmente disponibili diciamo che da parte occidentale i leader auspicano un trionfo militare dell’Ucraina, mentre la Russia risponde sollevando di molto il livello dello scontro minacciando il ricorso al nucleare. La solidarietà politica, economica, e di assistenza di varia natura per ribadire che l’Ucraina non è sola, è sicuramente una attività da dover conservare e implementare. Però per tentare di riaprire il tavolo delle trattative è necessario che il contesto globale del conflitto sia preso in maggiore considerazione. Forse sarebbe necessario considerare con attenzione la politica delle sanzioni alla Russia e la fornitura di armi occidentali all’Ucraina. Mi sembra piuttosto ovvio che per riaprire i negoziati di pace si debba condurre l’opinione pubblica a considerare i rischi di un allargamento del conflitto piuttosto che continuare a sottolineare le ragioni di ciascuno dei contendenti. Gli ucraini stanno riscuotendo dei successi nella loro controffensiva a nord-est e a sud intorno a Kherson. Di conseguenza non hanno interesse a sospendere le ostilità e mettersi a trattare. E Putin, dall’altro lato, ha dimostrato con questa iniziativa dei referendum la sua volontà di mettere l’Ucraina, l’Occidente e il resto del Mondo di fronte al fatto compiuto. Vuole creare una seconda Crimea, e non sembra di voler recedere da questa intenzione. La situazione è in peggioramento e occorre un’inversione che può passare solo attraverso un cambio nell’opinione pubblica internazionale.

Nicola Sparvieri

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Il caro-bollette e la guerra russo-ucraina

Dal 24 febbraio di quest’anno la guerra russo-ucraina ci sorprende col suo carico di atrocità e di morte. Oltre ai bollettini di guerra fatti di attacchi e controffensive sulle Città e gli obiettivi strategici, assistiamo anche allo scenario geopolitico globale che col passare dei mesi sta formando anch’esso due blocchi contrapposti. Inizialmente il Mondo ha condannato unanimemente questa nuova e pericolosa guerra in Europa ma dopo poco è emerso da un lato il compatto blocco occidentale NATO guidato da Stati Uniti e Comunità europea e un più frastagliato, ma via via più definito e solido, blocco di Paesi filorussi con una crescente presenza cinese, spinta anche dalla crisi di Taiwan.

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