martedì, 15 Ottobre 2019

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Tag: moravia

Bruno Cicognani, uno scrittore trascurato

Riscoprire l’Italia e gli Italiani

Un titolo recentemente proposto dall’editore Polistampa è un’opera di Bruno Cicognani, scrittore italiano assurto agli onori della stampa all’inizio del 1900, poi bruscamente lasciato nel dimenticatoio. Ma l’editore suddetto ha la sagacia di andare a ricercare le eccellenze nostre, ed ecco qui fresco di uscita “La Velia”, romanzo dai sapori forti, che quando si offrì la prima volta fece scandalo.

L’appiattimento cantilenante e macchiato di indifferenza di altri scrittori esecutori di prodotti di mercato similstranieri o consono al pensiero unico da disco rotto hanno sgomitato questo piccolo e trascinante capolavoro, questo vivido ritratto della borghesia, ma anche dell’umanità imperfetta e generosa di un’Italia né schiava, né eroina, ma immensamente reale .

Velia è una giovane povera piena di iniziativa, che riesce in grazia delle sue doti prima ingenue, poi coscienti, a salire la china del benessere per poi tutto abbandonare per amore, un amore inatteso, diverso dall’incidentale al quale si era adeguata per superficialità o desiderio di ricchezza. E’ una ragazza che appare calcolatrice ed in parte lo è, ma nel suo nucleo è tesa a trovare se stessa ed a completare quel sussurro interno che la spinge al di là del limite allora stabilito in voce piena fisica e spirituale, improvvisamente scoperta osservando un gesto di tenerezza fra una madre e suo figlio.

Il libro contiene tutti i sentimenti possibili e plausibili perchè di ognuno si trova ragione, e contiene personaggi che potrebbero anche viverci daccanto, pensati più per se stessi che per l’immaginazione dell’autore. Il filo conduttore è il canto: quello di una natura libera e pulita, opera d’arte anche nel gelo o nella nebbia, quello dell’uccello che lega l’espressione della sua passione all’infinito nel quale si libra, quello del sentimento di un amore nuovo risvegliato dall’inconscio che porta via come il vento di maggio e coinvolge anche gli altri come stadi preparatori di questa trasmutazione.

Già qua e là preparato nei variegati racconti dello stesso Bruno Cicognani sempre editi da Polistampa, Velia rappresenta il culmine della sua maestria inventiva e linguistica, per le velature di quadri ambientali, nelle pennellate a corpo per evidenziare reazioni e razionalizzazioni di avvenimenti, per i complessi ariosi di atteggiamenti ed atti che fanno cornice alla creazione delle singole figure. Lasciamo ai ricercatori paragoni e paralleli con altri, che, come antecedenti o collaterali indubbiamente potranno alla lontana ricordare la genesi tutta italiana dell’opera e del suo autore, e per il quale c’è da andare orgogliosi: questo è un romanzo da tenere con sé, Cicognani è un autore da ammirare come fino agli anni settanta lo è stato, quando ancora si era colti e si sapeva lasciarsi colpire, ferire, abbracciare da ogni singola parola del nostro volgare e, citando Florenskji, dalla sua magia. Il libro “La Velia” ha uno scopo incantevole, quello di dimostrare che, bello o brutto, felice o infelice, carnale e spirituale, l’amore è il vero padrone di ogni vita, il Mago bianco che fa trasmutare, è la guida talvolta mai riconosciuta di ogni percorso, è l’umile e colorata viottola di campagna che passo dopo passo ci fa rivelare grandi perchè umanamente figli di qualcosa d’immenso.

Marilù Giannone

 

L’opera è curata dalla Prof. Maria Panetta, dell’Università Roma Tre per la Letteratura italiana contemporanea.

Bruno Cicognani, di famiglia filocarbonara ed anti tirannica, è nato a Firenze il 1879 ed è morto quasi centenario, dopo aver scritto moltissimo: oltre a La Velia, che è considerato il suo capolavoro, si ricordano di lui “Villa Beatrice”, ” Il soldato Pendino”, “La Nuora” ed una buona quantità di racconti ed opere teatrali, la più nota delle quali è “Yo y el Rey” che molti critici per lo stile avvicinano alle opere di Claudel. In realtà, dopo il primo incontro con il mondo della critica, che non lo comprese subito, è evidente l’impronta neorealistica del Cicognani, con un’aderenza alla fede cristiana espressa senza quel misticismo spesso noioso di  autori naturalisti italiani e francesi, e con migliori e più ricchi esiti narrativi ed attenti al carattere dei suoi personaggi. Nella sua vita Cicognani ha soprattutto amato i classici ed ha studiato scienze mediche con particolare riguardo alla psichiatria, anche se la scelta finale dei suoi studi è stata quella delle Scienze Sociali. Un difetto che gli si può attribuire è quello del regionalismo, se non si nota che in quel momento era quasi un passo dovuto, una moda, come lo fu di Verga o di Capuana. Secondo il Cecchi Cicognani dà completa visione della sua eccellenza quando si affida al mondo infantile ed ai ricordi che, generati dal puro sentimento per i suoi soggetti, esprimono con più pienezza le narrazioni, indubbiamente spesso fantasiose e composte con grande semplicità, che sfiora il lirismo. (L’età favolosa)

Osservatore del suo tempo, Cicognani fu amico di Papini, Cecchi, Pea, ed ammirò moltissimo Carducci così come Marinetti, D’Annunzio, Pirandello: uno scrittore, dunque, che come questi costruì il mondo italiano fino agli anni ’70 dello scorso secolo senza l’intento psicologicamente decostruttivo di un Moravia e senza la circoscrizione di altri scrittori per il mondo minimalista incalzante.

M:G:

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I Geni riscoperti dalla Galleria Futurism & Co.

Brajo Fuso, ultima esposizione a cura di Giancarlo Carpi e Futurism

Una settimana di accurata meditazione delle opere di Brajo Fuso è stata senz’altro adeguata per scoprire passo passo le creazioni di questo singolare artista poliedrico ed innovatore. Come sempre, la Galleria Futurism, specialista nell’arte italiana dal primo Novecento, non perde battuta per diffondere nel cuore di Roma colta ed amante della propria Nazione la voce di un’eccellenza che ha preceduto, nella sua ricerca, Jackson Pollock ed André Masson, tanto per citare due colonne dell’arte mondiale. Si tratta del dottore in Odontostomatologia Brajo (Febbraio era il suo mese natale) Fuso, fedele studente all’Università di Bologna, poi specialista ed inventore del “Riunito odontoiatrico” (la sedia collegata ad apparati medici tipica), orafo e scrittore nelle brevi pause di studio e di professione.

Quest’ultima gli presenta una paziente graziosa, dolente da una guancia, Bettina, che sposerà ed alla quale sarà fedele, per comunanza di intenti e reciproco sostegno, una bella pittrice e professore universitario di arte.

A Bettina si deve la scoperta dei tratti creativi del marito: ferito durante la guerra ai polmoni e costretto a movimenti limitatissimi, sarà dolcemente indotto dalla Signora ad occupare il tempo inutile con pennelli e colori, e sarà aperta una porta nell’infinito. Pennelli e colori sono solo i primi gradini che lo condurranno ad esprimersi con materiali “poveri” e naturali, in prevalenza legno, preso da scarti di fabbrica, da contenitori di negozi, da officine varie, collegato con metalli, lana di vetro, carta, bulloni, ruote. Queste saranno suoi tipici significanti, di tutte le dimensioni, da tutti i tipi di macchinari. Ma sarebbe catastrofico ritenere che la voce artistica di Brajo, espressa anche in sculture, dichiari una sorta di pauperismo ricercato, o una snobistica presa di posizione inneggiatrice a contadini ed operai da operetta politica: Brajo, uscito da un conflitto amarissimo e perduto come la Seconda Guerra Mondiale, atterrato da una ferita e nell’autunno dei pensieri, reagisce ai disastri risorgendo verso la luce, e vince, diffondendo ovunque l’energia e la parola ultima che ha sempre l’idea positiva.

Sempre per la vivissima moglie, la sua casa a Perugia è stazione di cambio e di concentrazione affettiva ed artistica di notevoli personalità: Guttuso, Argan, Dottori, Moravia, Pace, ed altri ancora. La casa dei Fuso, alla quale Brajo allegherà un Museo all’aperto, con grotte e spazi organizzati per le sue creazioni, sarà un punto di produzione d’arte, un luogo di comunicazione.

La povertà dei materiali disposti in modo da esprimere evidenza positiva, reale risorsa affermatrice di ricostruzioni armoniche e dinamiche potenti pur se talvolta portate da linguaggio sottile, richiamano l’interesse e l’ammirata considerazione da ogni parte, così come l’uso del colore, dato per sottolineare il discorso o valorizzare i termini della composizione, conduce al progressivo sfaldamento degli enunciati per un’esposizione di concetti ancora più elastica e chiaramente distinguibile. Non è un’opera artistica convenzionale, la pittura di Brajo è un vero traguardo al meglio dell’arte italiana, imitabile se si può, insuperabile perchè la grandezza di essa si coglie con l’istinto, con l’occhiata e la vista che ne segue i percorsi, e nel cuore, aperto e soddisfatto di coglierne il messaggio, rapidamente come fa la luce. Il quotidiano, dice, il piccolo, lo scarto perchè inservibile, sono materia creativa, sono arte fina, come i colori, come i marmi di Carrara, per raccontare la forza e l’ascesa dell’uomo.

Marilù Giannone

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Roma, ovvero la nuova tendenza letteraria

” Splendi,sole” di Giorgio Antonelli, edizioni Pagliai

 

Da Goethe in poi il viaggio “di conoscenza” in Italia è diventato un uso stabile nelle coscienze e nelle azioni delle persone colte e degli Stati esteri che avevano con lei condiviso ere e periodi storici complessi. Dopo Goethe, – per citare il più celebre, ma altri, fin dai secoli più lontani, vi erano giunti – la gita, il viaggio, la puntatina solo nella Capitale avrebbero iniziato un obbligo: non si era uomini se non si aveva messo piede nell’Urbe immortale. Se si veniva per il Papa non è stato mai detto. Si veniva, e basta: Goethe non trascurava di ammirare signore e popolane della città oltre alle sue bellezze.

Ma dalla fine dell’Ottocento questa simpatica consuetudine si è molto attenuata: poche parole, o qualche critica, e di personaggi sconosciuti.

Oggi, la presenza in letteratura di Roma è diventata un punto fermo ed una tendenza, e non solo degli stranieri ( Magda Szàbo, Grass, Simenon, e così via) ma anche degli scrittori italiani più o meno celebri, come Moravia, il quale ne ha fatto spesso teatro delle sue creazioni, Buzzati, ed infiniti altri, per fermarsi piacevolmente all’ultimo libro fresco di edizione:“Splendi, sole”, di Giorgio Antonelli, presentato alla Casa delle Letterature mercoledì 3 ottobre. 

L’Autore rende in rapide pennellate ciò che è la vita degli altri, incrociati per strada, osservati dolcemente nei loro moventi giornalieri: non è nuovo allo scrivere, già apprezzato autore di racconti per la rivista “Il Portolano”, e della stesura del racconto mantiene la freschezza dell’immediato, dell’accontentare il lettore per donargli subito la conclusione del tema.

I racconti contenuti in questo volume sono inusuali per stesura e per oggetto narrato; il linguaggio adoperato è composto da periodi brevi e staccati , con un carattere di visibilità pari a quelli di un film, scorrevole e conciso, come se si annotasse una serie di quadri collegati. Anche per questo è ampio l’uso di termini semplici o familiari, senza decadere nel volgare o in un’aura gergale voluta. I racconti non vogliono dimostrare nulla, ma mostrare tanto: la felicità o infelicità talvolta di individui particolari, il loro muoversi quotidiano, come in “Adelaide”, tesa a raggiungere l’ appartamento in vendita che le offre una vita rivissuta, i sentimenti, l’incertezza di un adolescente, l’interrogativo permanente del vivere, l’amore accettato o rifiutato. L’ombra di una fine, lo spezzarsi di un volo, lo strano amore assassino di Paride e Lucia, collocato o passato su l’interlocutore costante dei racconti: Roma.

Quale Roma? Quella di tutti: sia pure il Vittoriano, ma anche Eataly, il Raccordo Anulare, una via buia, la “Groviera” della Civiltà del Lavoro, non manca pagina, non manca brano, dove non sia citata, ritratta, esemplata, descritta Roma e la sua grandiosa bellezza. E’ un marcarsi piano e progressivo, una presenza possente e generosa che di bel nuovo si fa avanti nel mondo dei libri belli, la Città veramente Eterna se, come in questo libro che segue la tendenza di parlare di lei in pieno, domina l’arte letteraria al punto da essere indispensabile.

Roma non sarà mai un’ anonima città da Metropolis, è troppo ricca di sè. Si può plauderla o odiarla, ma essa è sempre troneggiante nella vita ora come ieri. E qui, grazie all’Autore, che la si riscopre in mille sfaccettature e si fa persona quasi dialogante attraverso la singolarità dei suoi concetti e del suo stile.

Marilù Giannone

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