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Netflix – dopo la serie le vendite di Hlaston sono aumentate del 631%

La dimostrazione di cosa le serie TV possono fare per i brand di moda

 

Prima che la serie Halston uscisse su Netflix, a metà di maggio, la storia del brand newyorchese e del suo founder erano materia di studio ma non esattamente un enorme successo commerciale. Anzi, c’erano stati diversi tentativi di riportare in auge il brand (uno che includeva anche Sarah Jessica Parker e Harvey Weinstein) che però non avevano avuto enorme successo. Ma dove altri avevano fallito, il potere di Netflix ha trionfato: come il brand ha detto a WWD, le vendite sono aumentate del 631% rispetto allo scorso anno e le ricerche del sito sono salite al 3200%. E ancora la collezione di abbigliamento ispirata alla serie e co-firmata da Halston e Netflix deve ancora arrivare nei grandi magazzini Neiman Marcus in agosto, appena prima della stagione degli Emmy. Robert Rodriguez, direttore creativo del brand, ha detto che “è quasi una rinascita” dichiarando inoltre che la capsule Netflix x Halston è già stata venduta al 40%.

Si tratta di un caso molto interessante di imitazione fra realtà e finzione: nel 2019 la costumista dello show, Jeriana San Juan, chiese di accedere all’archivio del brand per ricreare gli abiti originali degli anni ’70 e ’80 disegnati da Halston. Poi c’è stato il successo di pubblico dello show e Netflix ha deciso di collaborare con il brand alla prima capsule di fashion luxury (gli abiti della capsule costano oltre i mille dollari) che il direttore creativo di Halston ha creato ricalcandoli sui costumi stessi della serie. Si direbbe quasi che in maniera del tutto involontaria, il colosso dello streaming e il brand di New York abbiano creato la formula perfetta per ridare vita a un archivio intero e rilanciare un brand. In un maniera non diversa da come La Regina degli Scacchi ha alimentato la ricerca di abiti anni ’60 e The Serpent quella di outfit anni ’70. 

Il potere della televisione

Molti hanno dato per spacciato il medium televisivo/audiovisivo in questi anni. E in effetti la tv tradizionale, con pochissime eccezioni, non è stata in grado di stare al passo con la rapidità e il successo delle moltissime serie tv prodotte dalle piattaforme streaming. Nondimeno, il format di tutte le serie Netflix, Halston inclusa, rimane un format televisivo con puntate, attori famosi, showrunner e una data di release – un prodotto che negli anni ’90 o nei primi 2000 sarebbe potuto venire fuori da HBO o FX. Ma se in Italia un Montalbano è ancora in grado di spingere moltissimi turisti a pellegrinare verso i luoghi della serie alimentando una micro-industria del turismo, e se Emily in Paris ha fatto sollevare le ricerche per i prodotti apparsi nella serie in meno di 48 ore dal primo episodio, questo significa che il medium televisivo e cinematografico non solo non è spacciato ma anzi, che potrebbe rappresentare una potente risorsa per i brand di moda – aumentandone la rilevanza in una maniera istantanea.

La moda al cinema o alla televisione ha sempre prodotto trionfi come Il Diavolo Veste Prada o film e serie per specialisti che hanno difficoltà a giungere al pubblico generalista, che dunque non se ne interessa. Ma trovare il giusto equilibro come, sul piano del pubblico e degli ascolti, ha fatto Halston potrebbe condurre a una rivalutazione del dialogo fra audiovisivo e moda che, negli ultimi anni, è stato molto altalenante se non del tutto instabile. Il nuovo capitolo di questo processo potrebbe arrivare il prossimo autunno quando uscirà nelle sale House of Gucci, uno dei film sulla moda più atteso dell’anno anche grazie alla presenza di Lady Gaga. Se dopo la uscita la ricerca di pezzi d’archivio Gucci salirà alle stelle, non è escluso che altri brand di moda guarderanno verso Hollywood o verso Netflix per dare un boost alla propria rilevanza nella cultura mainstream

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

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La regina degli scacchi – la nuova miniserie targata Netflix

articolo via https://freedamedia.it

The Queen’s Gambit, La Mistica Degli Scacchi Al Femminile

Con uno dei titoli più sfortunati della stagione, ma che allude a una delle aperture più studiate e affascinanti negli scacchi professionistici, The Queen’s Gambit è la storia di formazione di Beth Harmon, la giocatrice-prodigio che si è distinta in questo sport strategico a metà degli anni ‘60. Femminile, feroce e con un’estetica impeccabile, la miniserie, basata sul romanzo La regina degli scacchi di Walter Tevis (1983), ci presenta la mistica degli scacchi come non l’abbiamo mai vista prima.

Con molti i parallelismi con la storia del Gran Maestro e ultimo Campione del Mondo statunitense, Bobby Fischer, ovvero andando contro ogni previsione e dopo aver scoperto in tenera età un interesse e un genio innato per gli scacchi, la matematica e intuitiva Beth (interpretata da Anya Taylor-Joy) mira a dominare il mondo in quel microcosmo che è la scacchiera. Per dirla con le parole della protagonista, la scacchiera “è un mondo in 64 caselle. Un posto dove sentirsi al sicuro. Prevedibile, controllabile”.

E in effetti, come già sottolineava il famoso best seller di Katherine Neville, The Eight (incentrato sulla ricerca zelante di dei leggendari scacchi magici appartenuti a Carlo Magno), nel corso della storia è sempre esistito un innegabile desiderio di padroneggiare la scacchiera, sia letteralmente che metaforicamente. In questo caso, nello sforzo di organizzare il suo caotico mondo interiore, Beth impara a disporre i suoi pezzi seguendo il suo intuito, e sviluppando uno stile di gioco unico. Come il New York Times descrisse nel suo necrologio il genio tormentato cui si ispira questo personaggio, Fischer è stato il più potente giocatore americano della storia e anche il più enigmatico:

Fischer vinse con tale talento e stile da diventare un rappresentante indiscusso della grandezza nel mondo degli sport competitivi, proprio come lo sono stati Babe Ruth o Michael Jordan.

Ed è forse proprio dal tentativo di svelare quel mistero, e affrontare la genialità e il supplizio che spesso accompagnano i grandi prodigi, che emerge il personaggio di Beth Harmon. Tuttavia, per questa giovane donna, nonostante l’ossessione e l’ambizione che il gioco le suscita, gli scacchi “non sono solo competitivi”, sono qualcosa di bello, una dimora dove trova rifugio intellettuale e che dà senso alla sua esistenza, dopo essere rimasta orfana ed essere stata spogliata, quand’era ancora molto piccola, dei suoi pochi averi e ricordi.

Dopo l’abbandono paterno e la morte della madre biologica, essendo solo una bambina, Harmon impara a conoscere e perfeziona le sue abilità giocando a scacchi con il bidello nel seminterrato dell’orfanotrofio, e intanto svilippa (sempre in segreto) una pericolosa dipendenza dai tranquillanti, che paradossalmente sembrano non solo aiutarla a evadere, ma potenziare la sua capacità strategica. Questa vita in bilico, passata saltando da una famiglia disfunzionale all’altra, condurrà la protagonista ad abusare di droga e alcol, qualcosa di inaudito per un’adolescente, ma che però spiega perfettamente come le dipendenze si trasformino sempre nello stucco con cui pretendiamo di riempire quelle crepe che sono le ferite dell’anima.

Divisa tra delicatezza e ferocia, caratterizzata da un’intelligenza acuta e non priva di eccentricità, Harmon percorrerà la sua strada verso il successo internazionale, partecipando a gare e ottenendo riconoscimenti. Senza sacrificare la propria femminilità, riuscirà progressivamente a distinguersi in un mondo prevalentemente maschile, in cui per antonomasia, negli anni ‘60, avrebbe potuto subire un doppio pregiudizio, una doppia discriminazione: come donna fuori dai canoni in un’epoca in cui i ruoli femminili erano ancora perlopiù limitati a quelli di moglie e madre; e come giocatrice femminile in un ambiente dominato quasi esclusivamente da uomini – com’era e in parte è ancora quello delle competizioni scacchistiche.

Infatti, sebbene dal Medioevo al XVIII secolo le partite di scacchi tra uomini e donne di ceto alto figurino come un tema ricorrente nell’arte e della letteratura, nel XIX secolo il mondo degli scacchi è passato a essere dominato dagli uomini. E così è stato fino al XX secolo, quando alcune giocatrici come la britannica di origini russe Vera Menchik sono riuscite timidamente a rompere l’egemonia maschile e a partecipare alle competizioni con loro.

Garry Kasparov, considerato uno dei migliori giocatori al mondo, assicura che questa miniserie a suo parere è la fiction più realistica che sia mai stata realizzata sugli scacchi, che peraltro è uno sport molto poco visivo. Magari è per via di quella brillante e golosa estetica di cui sopra, con cui è stato portato sullo schermo, o anche per la presenza guida di un personaggio carismatico e complesso come quello di Harmon, che The Queen’s Gambit è diventato in poche settimane, e grazie al passaparola, la serie tv più guardata su Netflix.

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