martedì, 23 Luglio 2019
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Tag: patria

Su Terenzio Tocci, una biografia sincera ed appassionata

Terenzio Tocci, eroe per l’Albania

Si dice di questi tempi, e talvolta a ragione, che i figli non hanno più stima per i genitori. Ma questa biografia, “Terenzio Tocci, mio padre”, appassionata e soprattutto sincera, anche nella puntigliosa ricerca storica, è un vero balsamo per tutti i padri e le madri che sono veramente tali, ed è uno specchio limpido per consigliarsi su come si può vivere da eroe senza squilli di trombe, determinandosi nella scelta, legandosi allo scopo, insomma, da patriota, amare la propria nazione e la giustizia.

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Colpi di Calore della Boldrini e della Bonino

Cani ed Umani

Tutti sanno che, in campagna, quando un cane abbaia, dopo un poco abbaiano ancora altri: così avviene in Italia per la nave pattugliatrice Diciotti, della nostra Marina Militare. Ha abbaiato inizialmente Laura Boldrini, ed altri, come Emma Bonino, le vanno dietro, con il medesimo motivo, cioè la voglia di protagonismo, o la rabbia zannuta di aver perso il treno del potere. Chi strilla più forte è quello più inutile di tutti, e quando è estate, lo strillo può essere causato da un colpo di calore, ed allora si esce dal margine della normalità, che, anche se talvolta si fa finta di no, esiste, e si scade nel patologico, destando compassione.

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Festa della Repubblica con la Marina Militare

Un augurio fiorito dalle Forze Armate.

Roma in festa per il 2 giugno: spettacoli, anche improvvisati o senza legami di sorta: ragazzi con strumenti musicali, piazze e siti ombrosi e profumati per i loro incontri nel quartiere dai mille parchi: il II° Municipio, gelaterie affollate, raccolte di visite guidate, luci, risate. È una speranza per questo nuovo spirito che fino ad oggi è stato subacuto: l’amore per la Nazione.

Non poteva mancare la magnifica Marina Militare che alle ore 18,00 si è riunita a Villa Giulia, nell’emiciclo davanti al lato d’ingresso del peristilio per esprimere in musica l’accordo con lo spirito ritrovato dai cittadini, speranzosi per un governo assolutamente nuovo, si presume, che faccia riuscire alla luce chi la luce della cultura ha diffuso in tutto il mondo.

Difatti il presentatore dell’evento, dopo la debita illustrazione dei brani da eseguire e soprattutto dei musicisti in divisa, guidati dal Capitano di Fregata e Maestro Antonio Barbagallo, padrone di numerosi titoli di Direzione, Composizione, organista, docente in molte Accademie nazionali, ha esordito così: «Qui in questa eccezionale sede, sotto gli occhi di chi ha fondato Roma, vale a dire i nostri millenari avi etruschi…»

Non si credeva alle proprie orecchie, dopo essere stati relegati, dalla puzza sotto al naso dell’Ottocento soprattutto francese, all’ultimo posto della storia europea, dopo le notizie false e misere dei sussidiari e dei libri di studio, finalmente la verità: la dimostrazione, oltre alle scienze archeologiche, è nell’esame del DNA mitocondriale degli antichi e nuovi italiani, ma gli studiosi veritieri già lo sapevano, quello che l’ipocrisia buonista gemendo reprimeva.

La serata in musica è stata straordinaria, il Maestro Capitano di Fregata ed i suoi cento e più uomini hanno rinnovato lo spirito guerriero e l’estasi fisica e psichica all’uditorio che riempiva letteralmente ogni spazio, sul prato, su ogni lecita sporgenza: ecco le militari chitarre Monica de Propris e Claudio Minardi, i basso Marco Bellucci ed Alessio Carruozzo, con l’elettrico e raffinatissimo Mauro Cherubino, il batterista Giovanni Carruozzo, con l’incantevole soprano che ha cantato a proposito Alleluia di L.N. Cohen (che, fra l’altro, vuol dire guerriero), il Tenente di Vascello Gian Luca Cantarini, tutti in divisa, tutti ufficiali, ad inondare Roma di medley dai Pink Floyd, dai Queen con passaggi arditi per far ritornare Freddy Mercury e le sue evoluzioni sonore, e Modugno, e Bohemian Rhapsody. Tutti in piedi, concittadini, qualcuno con le lacrime, a battere il tempo, così come a battere le mani all’Inno d’Italia, ed al finale delizioso della Ritirata di Mario, amatissima dalla Marina, che ha così firmato in oro la sua produzione.

Che dire? Un augurio che muta il sentimento al quale, come diceva Borchert riferito a Dio, «più nessuno crede» e che è parola di Dio, capace dunque di buttar giù muri e montagne per riportare la Patria al suo degno, artistico, creativo, credente posto.

Marilù Giannone

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Il Minareto di Jam: storia d’amore e di guerra

Focus su un punto della situazione storica attuale

Il titolo di questo libro evoca le favole del fascinoso Oriente, quelle che, purgate da troppi incisi, si leggono avidamente soprattutto da bambini. Ma la realtà appare quasi subito a sconfessare l’attraente finale promesso: il Minareto di Jam è un libro che rivela l’attualità del Vicino Oriente, un mondo sconvolto da guerriglia sanguinosa e intermittente per mille false paci, bombardato, distrutto.

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Gianfranco Maria Chiti da servitore della Patria a soldato di Dio

Uomo di fede, soldato modello, educatore eccezionale e servitore di Dio. Questo era il Generale Padre Gianfranco Maria Chiti, esempio di vita militare e spirituale in una società, quella che tenta di definirsi europea, che sembra aver perso i valori fondanti quali l’amor patrio e il rispetto verso la vita.
Un uomo coerente, giusto sino alla fine, semplice e preciso, aperto agli altri e all’ascolto, amante della vita e fedele alla propria missione tanto nell’amare il Creatore, quanto la propria patria. Una vita, racchiusa in un libro “Gianfranco Chiti granatiere e francescano” edito da Borgia e scritto a più mani da chi, direttamente lo ha conosciuto e ha voluto farsi testimone di una storia di vita personale che si intreccia con la Santità di un missionario del Signore.
Ogni capitolo è affidato ad una “penna”, a partire dall’introduzione di Michele Corrado, che letteralmente “fa parlare” il Generale Chiti; dall’Ave Maria iniziale alle ultime parole dell’introduzione: un saluto, mai un addio, perché forse mai potrà esser cancellato il ricordo di un missionario carismatico tanto con la divisa, quanto con il saio.
Ancora meglio si comprende la maturazione spirituale dell’Uomo Chiti, attraverso la ricostruzione biografica fornita dallo storico Rinaldo Cordovani. Sfumature e dettagli del proprio curriculum militare che aiutano il lettore a conoscere la personalità di Chiti, la sua voglia di azione, il suo altruismo e la profonda umanità. Ogni momento della sua vita può esser rivisto e letto sotto la luce di quell’idealismo che lo ha spronato senza mai fargli perder di vista il valore Uomo. Una sensibilità e una capacità di arrivare al cuore dei suoi interlocutori, siano stati essi militari o fedeli, derivante dal bagaglio di esperienze fatte sul campo di guerra. Dall’uccisione dei suoi uomini e amici durante la Campagna di Russia, anni in cui era già al comando di una Compagnia di Granatieri di Sardegna del 3°regimento, alla prigionia, fino alle atrocità che dovette testimoniare durante gli anni di servizio.
Esperienze che lo aiutarono ad affinare quella capacità, quasi divinatoria di comprendere l’animo umano. Si legge che nessun granatiere voleva trovarsi al suo cospetto, non tanto per la punizione che avrebbe subito, quanto per le lacrime che avrebbe versato, nel trovarsi di fronte ad un uomo comprensivo, portato a far emergere le mancanze commesse piuttosto che punire con la violenza.
Le caratteristiche umane, professionali, militari e religiose del Generale Padre, sono rafforzate anche dai ricordi messi nero su bianco da Giancarlo Fiorini dalle quali emerge una ricostruzione del percorso umano e teologale del Chiti, dove la vita costituisce una testimonianza che Gesù è risorto e vivente in noi e quando si sperimenta la sua presenza si ha la capacità di perdonare e perdonarsi, aprirsi a se stessi e agli altri, spogliarsi e rinunciare veramente a tutto, facendosi strumento del percorso divino.
A Ubaldo Terrinoni invece il compito di riflettere sulla figura di Chiti come convertitore, colui che apportò molti cambiamenti a partire da sé. Basti pensare al passaggio dalla divisa militare al saio di cappuccino.
255 pagine che raccontano e presentano Gianfranco Chiti, uomo nato e morto interiormente libero, non attaccato a nulla e nessuno, convinto che «Solo Dio riempie il cuore dell’uomo». Per questo non riservava nulla per sé, ma destinò la sua pensione ai clochard di Orvieto e ai lebbrosi di Ambanja in Madagascar.
Morto da uomo libero, il Generale Padre Chiti dimostrò due cose sulle quali ognuno di noi è chiamato a riflettere. La prima è l’esperienza di dolore provata durante la guerra che invece di imbestialirlo, lo umanizzò, facendogli maturare la convinzione che la figura del soldato fosse paragonabile a quella di Cristo. La seconda, è la sua vita da missionario che porta a comprendere come la povertà non sia una croce, intesa come condanna o punizione. Vivere senza nulla porta infatti il povero a farsi dono al prossimo per amore e non per interesse!

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