domenica, 25 Agosto 2019
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Tag: Stati Uniti

MAFIE E CORRUZIONE

Modelli e fattori sinergici nelle relazioni globalizzate e de-regolarizzate
 …dal “Piccolo Mondo Antico” al “Grande Nuovo Mondo”
Viaggio dalla Sicilia all’America, con andata e ritorno

 Raffaele Panico

Il pensiero politico nelle democrazie maggiori – con economie importanti sugli scenari mondiali negli ultimi decenni, in particolare – a partire dagli anni Sessanta, con l’apparizione di movimenti ideologici tipici della nuova generazione nelle forme di protesta e di culture alternative – intese anche come “altra” e, oppure,  “contro” cultura – hanno eclissato, nella lunga durata i livelli di una buona condotta nell’amministrazione e del buon governo della cosa pubblica.

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Sulla “Idea d’Europa” un dibattito
al Parlamento Europeo in Roma

Venerdì 15 marzo la Fondazione per l’Europa delle Nazioni e delle Libertà ha ospitato un evento che ha attratto moltissime persone per gli argomenti assolutamente attuali ed esplicativi della situazione presente, in attesa delle prossime elezioni.

Erano partecipi diverse ambasciate e non solo del mondo europeo, si trovavano infatti rappresentanti della Corea, della Bielorussia, del Congo ed altri ancora. Diverse pubblicazioni dei Lincei erano offerte per fornire approfondimenti sui vari temi trattati.

Danilo Oscar Lancini, ha introdotto il convegno citando le fondamenta del pensiero europeo, codificate dall’opera di San Benedetto da Norcia ed evidenziandone l’ essenza come comunità di genti diverse unite sotto un medesimo assetto giuridico e storico. E’ poi intervenuto Georg Meyer, Presidente della Fondazione, con alcune riflessioni sul Continente e sui principi di libertà su cui si deve fondare la sua stessa consistenza. L’ idea che ne è nucleo, oggi denaturata, dev’essere ripristinata dalla cultura e dalla spiritualità, rivelandola come potere e forza d’equilibrio. Mario Borghezio ha ricordato successivamente l’eccellenza delle sue imprese ed industrie, sottolineando la necessità della loro difesa, così come il lavoro e le tradizioni che da millenni ne fanno il cuore del mondo.

Edoardo Maria Anghinelli, riferendosi all’opera instancabile di Matteo Salvini, ha precisato gli obiettivi della Lega per evidenziare le attitudini e la consistenza delle Nazioni europee che devono essere autonome, stabilendo che ‘l’Idea d’Europa va a chi ha costruito l’Europa stessa’. Ciò vuol dire che l’Unione trae forza da tutti quegli uomini che hanno combattuto per formare un insieme di Stati non omogenei, ma lealmente e fattivamente collaboratori per un fine che è Cultura e Cristianità. L’Europa, dunque, non è la macchina tecnocratico-bancaria che attualmente viene forzata a poter essere, ma una spontanea ricerca di collaborazione e costruzione di un futuro fondato sull’unico ed invincibile comandamento di Cristo: ama il tuo prossimo.

E’ dunque da cancellare la via del ‘villaggio globale’ e la presunzione che l’Europa sia uno spazio economico pronto per la finanza internazionale protetta da Stati Uniti, Cina e Giappone, piuttosto bisogna ricordare che, come sostiene Nicolas Bay, ‘l’Europe est faconnée de la Rome antique pour la loi et l’histoire commune des Nations, qui a la capacité de nous faire rélancer le project que nous avons cherché et voulu. Pas selon Merkel et Macron, mais pour protéger notre économie: nous ferons de mieux’. Viene quindi letto un messaggio di Lorenzo Fontana, Ministro per la Famiglia che, non potendo intervenire personalmente,  ribadisce che ‘si deve riprendere dalle remote origini della storia per rinnovare il presente ed il futuro‘, i tre settori del tempo che muovono la vita, imprescindibili.

L’uditorio viene poi “coinvolto ed affascinato” dall’intervento di Marcello Veneziani, fresco di presentazione della forza del suo ultimo lavoro: La Nostalgia degli Dei. Con la stessa energia di un milite vittorioso, Veneziani afferma che bisogna salvare l’Europa dagli europeisti di professione, e basarsi sui singoli sovranismi nazionali per una unificazione europea. “L’Europa, dice chiaramente, è un fatto politico e non una moda. E’ doveroso reintegrare le nazioni che il globalismo vuole disintegrare, e che per questa azione negatrice si polarizza a cancellare le origini, cercando di farle dimenticare, ed a distruggere i confini per globalizzare tutto. L’Europa concepita come sovranista non è basata soltanto su economia e finanza senza il cuore. Deve rimediare a dolorosi difetti, e stabilire strategie militari e politiche, negare il concetto che sia concepita come interesse, fissare i confini e fermare l’immigrazione, cessare di essere vessatoria con il suo interno ed inerme verso gli estranei (Cina, migranti, poteri internazionali interessati), perché è da qui che si produce la frattura fra popoli e classi dirigenti, senza votanti alle elezioni, e senza idea di protezione verso l’esterno. Il Nazionalismo non è male da sradicare, ma è misura difensiva contro le crisi, le discrasie, l’occupazione incontrollata, decadenza, denatalità, gli egoismi. Nulla ha a che fare con l’Europa o con un’idea di 70 anni fa ormai slavata, il Nazionalismo non è nè causa, nè esito delle cause rovinose nostre, e dipende dalle nostre democrazie. Nessuno sa più cosa è, e che era crescita anche demografica, giovinezza, baluardo contro le solitudini e l’aggressività, malesseri, al contrario, tipici della globalizzazione. La Civiltà è Europa, il suo concetto è salvezza, ed ha radici greche, romane e poi cristiane. Il cammino dell’Europa dev’essere scandito così: protezione, proiezione, connessione.” Un lungo applauso ha salutato la relazione di Marcello Veneziani, quasi una “Lectio Magistralis”

Alberto Rosselli, storico e saggista, è intervenuto sostenendo come la depressione sorga dalla “mancanza dei credo” e soprattutto dalla polverizzazione degli europei per mancanza dell’idea di se’ stessi e delle proprie origini. Dopo aver citato vari  filosofi come il Vico e l’Abate Galliani, Rosselli ha proseguito consigliando di riempire il vuoto privo di valori – e stagnante in Europa – con le nostre radici, ribadendo che come ” l’accoglienza è rifiutare di amare se’ stessi”. 

Gianandrea Gaiani successivamente si è soffermato sulle inutili operazioni contro i trafficanti di carne umana, sulla mancata considerazione della forza dell’Islam che va contro i diritti umani, sull’assenza di una politica per la famiglia ed il dispendio del denaro non applicato per essa e devoluto, invece, per i migranti, e soprattutto sul trattato franco-tedesco che condanna a morte l’Italia, sommersa da cattive politiche ed economie vessatrici. L’esperto di Geopolitica evidenzia che le due nazioni-guida del trattato si armano tranquillamente e mettono a punto novità militari e strategiche senza la partecipazione italiana, che organizzano un Consiglio per la difesa e la sicurezza, mostrando un egemonismo rovinoso per tutti e di amara memoria.

Mario Borghezio è quindi intervenuto per concludere la prima parte del Convegno, ribadendo la necessità sia di utilizzare il  sovranismo come arma anti globalizzazione, sia di dotare questa Europa di una visione politica tutt’ora mancante, sia di estendere la sovranità alla natura e all’ambiente, curando e proteggendo maggiormente acque, mari, monti, boschi, monumenti, cattedrali.

L’evento è poi ripreso più tardi, nel pomeriggio, con lo studio su alcuni filosofi quali Ortega, con gli interventi del Dr. Giovanni Devoto e Pierpaolo Saleri, del Prof. Paolo Becchi e Nenad Krstic, nonché di Gilles Lebreton, Professore di Diritto Pubblico, per concludersi con le numerose domande di partecipanti e di giornalisti.
Il pensiero va e resta a questa parte di mondo infinitamente benedetta e creatrice, come Madre di tutte le genti e di tutte le Possibilità.

Marilù Giannone

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Un Caffè con la Signora… in Noir!

Quattro chiacchiere – davvero ispiratrici – con la scrittrice Daniela Alibrandi

di Marilù Giannone & Walter De Turris

Una bella giornata di Sole, mediterranea, così come le fattezze della signora che incontro: due grandi occhi ridenti, l’accordo per un caffè. Il suo nome è Daniela Alibrandi, scrittrice. Non le chiedo date o luoghi, lasciando che sia lei a dirmeli. Faccio sempre così, è rilassante e predispone meglio al dialogo.

Mi dice che è “romana di Roma”, ma che ha vissuto per molto tempo negli Stati Uniti d’America, vicino al confine con il Canada, presso un fiume piccolo e calmo che si chiama Merrymac, e che l’inverno gela, creando una lastra in superficie. Non ha voluto restare in quel luogo, le mancava troppo l’Italia e viveva dei difficili rapporti familiari.

Mi racconta dei suoi studi universitari e della sua carriera lavorativa, che ha iniziato con grande impegno: sforzi, tutti ripagati da un giusto riconoscimento al Ministero per l’Istruzione! Qui gestiva il settore per i contatti con l’Estero grazie anche alla conoscenza della vera (ci tiene a precisare) lingua inglese, lontana dallo slang.

Ma d’un tratto, una fatalità: un incidente interrompe questo sereno procedimento professionale costringendola a letto, fasciata, quasi immobile. Ed allora, nelle sere di silenzio trascorse nel luogo di cura si evidenzia una potente richiesta dalla sua coscienza, quella di lasciar tutto e di scrivere, di scrivere tutto ciò che sente e che immagina.

Sorride, mi comunica che dopo ha cominciato a scrivere con la mano sinistra, piano piano, ma certa di ciò che faceva, e da allora non ha più cessato di produrre libri, oltre dieci, racconti brevi e lunghi, poesie: editi in maggior parte e presso Case editrici di pregio, ed altri inediti, in corso di “limatura”.

Lavori per la maggior parte premiati e segnalati. Giorni, mesi, anni dietro la penna, innamorata dei suoi protagonisti. Chiedo di cosa trattino e la risposta è meditata: afferma quindi che sono romanzi neorealisti, che scivolano anche nell’espressione cruda o violenta, possedendo una trama gialla o noir.

I titoli, apparentemente, sono di semplici romanzi, qualche volta immaginifici, o addirittura poetici, ma si contraddistinguono per una trama sempre “forte” ed immersa in realtà di storia contemporanea di cui spesso non si parla: “Nessun segno sulla neve”, un thriller psicologico ambientato durante il ’68 romano, “Una morte sola non basta”, una storia di violenza nella cornice della Roma semplice degli anni ’50, “Quelle strane ragazze”, ambientato nel quartiere romano Coppedè o Magico subito dopo la caduta del muro di Berlino. Quest’ultimo romanzo ha ricevuto nel 2014 il Premio Letterario “Perseide”.

“Un’ombra sul fiume Merrymack”, anche questo un noir come i precedenti, che la scrittrice Alibrandi definisce “un noir di passaggio”, perché ricco di spunti eterogenei e di evoluzioni particolari; ambientato negli Stati Uniti, la storia è ambientata durante la Guerra del Vietnam, periodo prediletto dall’autrice che ama appunto “soffermarsi” tra gli Anni Cinquanta e quelli della Contestazione. Il noir ha ricevuto inoltre il Premio “Novel Writing” nel 2012.

Sempre legato alle grandi battaglie di quel particolare periodo storico, vi è “Il bimbo di Rachele”: uno studio profondo sul femminismo, analizzato in maniera apolitica e che considera  dall’autrice come fenomeno disgregatore di ogni rapporto umano. Tre dei suoi lavori sono stati stampati in lingua inglese ed i primi due romanzi sono in catalogo presso l’Italian & European Bookshop di Londra. Un successo dopo l’altro, tanto che anche recentemente ha conseguito un più che decoroso risultato al Salone del Libro di Torino… ma ritorniamo alla vera protagonista del nostro articolo-intervista.

Daniela Alibrandi non sembra essere particolarmente disposta ai saggi, prediligendo invece racconti brevi, raccolti in Antologia, e li cita con tono appassionato o meditativo. Non tralascia nulla quanto a tematica: Pegaso, la Natura, la Memoria, ma l’obiettivo principale del suo narrare è l’Uomo preso nella quotidianità e con i fardelli del vivere, pesanti talvolta, da far inciampare, da provocare brusche variazioni al cammino, non previste, come – in fondo – è stata la sua vita, nella quale ha dovuto lavorare duramente per pagarsi gli studi.

Ciò le lascerà traccia, quando le affidano l’Amministrazione delle scuole, per comprendere le persone, e traspare, come altri temi che mi elenca, nell’espressione subitanea e pensosa del viso, nel gesto che da allegro si fa pacato, risolti in un luminoso sorriso.

Non fa meraviglia che il marito l’adori, e da molti anni: un uomo del suo livello, che l’asseconda nel suo cammino creativo e non si sente lasciato da canto, non alza le sopracciglia sdegnato se una donna è colta ed intellettuale, tanto da vincere 7 premi nazionali, con largo commento al Campidoglio, ed uno internazionale in poco più di un decennio.

Ammette che è sempre occupata, ma che non ha mai trascurato il marito, né i figli, sostiene che rispetto alla vita da Dirigente, la sua vera Vita – lo scrivere – è quello da cui trae la soddisfazione umana più grande. Vorrei che tante artiste anche brave la sentissero, che l’ascoltassero tanti soggetti del mondo della cultura spesso apparente.

Nella sua “crudezza”, fra frasi spesso spinose, ma dominate da un profondo senso della tenerezza del nostro prossimo, come qualsiasi suo particolare noir irradia, Daniela Alibrandi è una vera scoperta, nelle valve nere e sporche dell’entourage di celebrità appare limpida e lucente come una vera ed autentica perla!

Ed anche la ricetta del “suo” noir sembra essere vincente: forse è la pietra per risalire il monte dal quale si è rovinati e, con il ripensamento degli oscuri errori commessi, cioè lo svolgimento del racconto, poter rimediare, risalire, tutti insieme.

Per maggiori informazioni sull’autrice e per conoscere meglio le sue attività, potete visitare il suo sito ufficiale: danielaalibrandi.wordpress.com

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un “avvelenamento nutrizionale”

Cibo avvelenato: un ‘genocidio silenzioso’

Riportiamo sul nostro web un articolo di CINZIA PALMACCI, pubblicato su “RADIO SPADA”.  Si tratta di uno studio piuttosto lungo e approfondito, da leggere tutto d’un fiato oppure da “centellinare”. Il tema è attuale e controverso e le argomentazioni dell’autrice sono di sicuro interesse. Come sempre, le posizioni espresse sono personali e non rispecchiano necessariamente quelle degli altri redattori e collaboratori di RS.

…. Anche la nostra Redazione condivide quando espresso da Radio Spada, pur se da parte nostra abbiamo sempre dimostrato una particolare attenzione per tutte le tematiche che riguardano sia una “agricoltura non contaminata”, sia uno uno stile di vita che che sappia e debba rispettare dei principi etici, morali e tradizionali. (* 1)

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Argentina

 

Articolo pubblicato lo scorso 19 giugno 2014 sul quotidiano “Il Manifesto” del Prof. Claudio Tognonato, pervenuto in redazione tramite l’ ufficio stampa Ambasciata Argentina

Così la Corte Usa punisce l’”indisciplinata” Argentina

America Latina. Hedge fund più forti degli Stati sovrani

 Non sem­pre è neces­sa­rio ricor­rere alle guerre e l’occupazione di ter­ri­tori per fare pre­va­lere i diritti dei più forti. Se con la pace di West­fa­lia, nel 1648, si sta­bi­li­scono le prime regole del diritto internazio­nale che limi­tano e garan­ti­scono la sovra­nità nelle rela­zioni tra gli Stati, oggi i diritti dei fondi spe­cu­la­tivi (hedge fund) pre­val­gono sullo Stato nazione. La Corte suprema degli Stati uniti, ignorando i pareri con­trari della stes­sa ammi­ni­stra­zione Obama, di Fran­cia e Mes­sico, che si erano già pre­sen­tati come ami­cus curiae, così come il parere dei mem­bri del Club di Parigi e molti altri paesi, ha sen­ten­ziato con­tro la rine­go­zia­zione del debito rag­giunta dall’Argentina. Una deci­sione che mette in seria dif­fi­coltà anche i paesi debi­tori e la finanza glo­bale. Ma può un Paese sovrano essere giu­di­cato dai tri­bu­nali di un altro Paese?

Se c’è oggi un governo mon­diale que­sto è gestito dagli orga­ni­smi finan­ziari inter­na­zio­nali. Que­ste isti­tu­zioni pro­muo­vono i prin­cipi neo­li­be­ri­sti, con­si­gliano viva­mente la dere­gu­la­tion, la privatizzazione dell’economia, la libe­ra­liz­za­zione del com­mer­cio mon­diale, la libera cir­co­la­zione del denaro e la restri­zione di doveri e diritti dello Stato nazione. Que­sti prin­cipi por­tano il nome di Washing­ton Con­sen­sus, anche se chi non ade­ri­sce resta auto­matica­mente fuori dal mondo.

L’Argentina nel dicem­bre 2001 è stata por­tata al fal­li­mento gra­zie alla cecità delle poli­ti­che moneta­ri­ste adot­tate dalla dit­ta­tura mili­tare nel 1976 e suc­ces­si­va­mente con­fer­mate dai governi demo­cra­tici che non ne hanno modi­fi­cato l’indirizzo. Tutto sotto la coper­tura, gli elogi e l’approvazione del governo della finanza mon­diale, Fondo Mone­ta­rio Inter­na­zio­nale in testa. Basti ricor­dare che il 25 marzo 1976, la mat­tina dopo il colpo di Stato del gene­rale Jorge Videla il Fmi con­ce­deva un cre­dito al governo dit­ta­to­riale, il primo di una serie che ha por­tato il Paese ad accumu­lare il più grande debito della sua sto­ria, che nel 2001 rap­pre­sen­tava il 160% del Pro­dotto interno lordo.

Si diceva che i paesi non pote­vano fal­lire, ma l’Argentina apriva un nuovo capi­tolo e si dichia­rava in default. L’ultima mano­vra era stata quella di pre­le­vare dai conti cor­renti in dol­lari (assai dif­fusi all’epoca) il rispar­mio degli argen­tini per coprire il debito estero in sca­denza. Le ban­che resta­rono chiuse per 90 giorni e quando apri­rono porte e spor­telli li argen­tini si sono ritro­vati pesos al posto di dol­lari. La moneta locale valu­tata prima alla pari con il dol­laro (1 peso = 1 dol­laro) era stata sva­lu­tata a 3 pesos per ogni dol­laro. Con que­sta mano­vra li argen­tini sono stati spo­gliati di due terzi del loro rispar­mio. La crisi eco­no­mica portò alla caduta di vari governi in pochi giorni e alla fine solo nel 2003 si risolse con la vit­to­ria di Néstor Kirchner.

Il nuovo governo cercò di ripren­dere in mano una società scon­volta e un’economia ferma. Il paese comin­ciò a supe­rare la crisi e nel 2005 arrivò ad un com­pro­messo con i cre­di­tori per­fe­zio­nato poi nel 2010 con un secondo accordo che sta­bi­liva una rine­go­zia­zione del debito con ter­mini ana­lo­ghi a quelli impo­sti agli argen­tini. La nego­zia­zione ottenne il con­senso del 93% dei pos­ses­sori di titoli. Oggi una sen­tenza della Corte Suprema degli Stati Uniti ha san­cito che i titoli del 7% che non è entrato nella rine­go­zia­zione devono essere cor­ri­spo­sti in un 100%. In denaro, i fondi acqui­siti nel 2008 per 48 milioni val­gono oggi 834 milioni di dol­lari, regi­strando un incre­mento pari al 1608%.

Di fronte a que­sti mar­gini di gua­da­gno l’accordo rag­giunto dallo Stato argen­tino diventa carta straccia per­ché tutti potranno fare ricorso e chie­dere un ana­logo trattamento.

Per­ché que­sto è pos­si­bile? Innan­zi­tutto per­ché i pre­stiti con­sessi ai paesi in via di fal­li­mento prevedono la com­pe­tenza in caso di con­tro­ver­sie di tri­bu­nali scelti dal cre­di­tore, in que­sto caso i tribu­nali degli Stati uniti. Poi per­ché i titoli del 7% che non sono entrati nella rine­go­zia­zione sono stati acqui­stati a prezzi strac­ciati per­ché con­si­de­rati insol­venti, cioè «titoli spaz­za­tura» dai grandi gruppi finan­ziari, sopran­o­mi­nati  fondi avvol­toi. Solo che la capa­cità di mano­vra di que­sti fondi specu­lativi, gli studi di avvo­cati ai loro ser­vi­zio e le ami­ci­zie poli­ti­che a dispo­si­zione pos­sono distrug­gere l’economia di un intero Paese. Que­sto può acca­dere all’Argentina.

Il per­ché tutto ciò sia pos­si­bile ha anche altri ragioni. È vero che l’Argentina si è ripresa, ma per farlo ha dovuto rom­pere con il Fmi, sal­dando la tota­lità del suo debito, espel­lendo la dele­ga­zione del Fondo dal pro­prio ter­ri­to­rio e igno­rando le sue rac­co­man­da­zioni. Dal 2001 l’Argentina si è gestita da sola, non ha chie­sto cre­diti ed è riu­scita a cre­scere con poli­ti­che redi­stri­bu­tive, un ampia­mento dello stato di benes­sere con mas­sicci inve­sti­menti in edu­ca­zione, ricerca e salute. Lo Stato è riu­scito a ripren­dere e gestire molte atti­vità stra­te­gi­che che erano state pri­va­tiz­zate e la disoc­cu­pa­zione, che nel 2001 era arri­vata al 25% è scesa all’attuale 7%. Troppa autonomia.

L’Argentina è un cat­tivo esem­pio anche per­ché da anni con­ti­nua ad alzare la voce con­tro le poli­ti­che neo­li­be­ri­ste, l’austerità e gli inter­venti del Fmi e non è la prima volta che viene punita. La sen­tenza della Corte degli Stati uniti può però diven­tare peri­co­losa per l’economia glo­bale, a dirlo è lo stesso Gerry Rice, por­ta­voce del Fmi mani­fe­stando la pre­oc­cu­pa­zione per le riper­cus­sioni del ver­detto sull’intero sistema finan­zia­rio.
Al di là dei ripen­sa­menti del fun­zio­nari Fmi l’Argentina ha assi­cu­rato il paga­mento dei debiti in sca­denza di chi è arri­vato ad un accordo rine­go­ziando il debito. Per coprire quanto chie­sto dai tribunali di New York, l’Argentina dovrebbe cedere più della metà delle sue riserve. Nes­sun paese sovrano sarebbe dispo­sto a pren­dere una simile deci­sione, nem­meno l’indisciplinata Argentina.

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