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Autore: Gianfranco Cannarozzo

E.P.ART Festival: con il M.A.U.Mi. nasce il primo Museo di Arte Urbana sulle Migrazioni

Giunge alla terza edizione il progetto E.P.ART Fest, promosso e curato da Ecomuseo Casilino e vincitore del “Creative Living Lab-Edizione3” Avviso pubblico “Estate Romana 2020 -2021 – 2022” curato dal Dipartimento Attività culturali del MIC in collaborazione con SIAE, con l’obiettivo di creare processi di musealizzazione diffondendolo nella periferia est della Capitale sfruttando le realizzazione di opere di street art.

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Vertice dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai: Xi-Jinping incontra Putin

Nelle giornate del 15 e 16 Settembre, si è svolto a Samarcanda, in Uzbekistan un importante vertice della Sco: l’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, al quale hanno preso parte i Paesi membri, la Turchia, l’Arabia Saudita, il Qatar, Egitto, e Paesi osservatori e Armenia ed Azerbaijan, nonostante i due Paesi siano recentemente in contrasto.

I Paesi che prendono parte a questo importantissimo incontro che ha l’obiettivo di approfondire la “cooperazione reciprocamente vantaggiosa e di promuovere lo sviluppo solido e costante del forum economico e di sicurezza”, fanno parte dal 2001 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai.                                                                                                                       Il Gruppo dei Cinque o Gruppo di Shangai, fu fondato nel 1996 nella città dalla quale prendono il nome, dove siglarono l’unione con la firma del Trattato per il rafforzamento dell’appoggio militare nelle regioni di confine da parte dei capi di Stato di Kazakistan, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Russia. Nel 1997, a Mosca, gli stessi paesi firmarono il Trattato per la riduzione delle forze militari nelle regioni di confine. I successivi incontri si sono tenuti nel 1998 ad Almaty (Kazakistan), nel 1999 a Bishkek (Kirghizistan) e nel 2000 a Dušanbe (Tagikistan).      

Dal 2001 con l’ingresso dell’Uzbekistan divennero il Gruppo dei Sei e insieme, in Cina firmarono la Dichiarazione della Shanghai Cooperation Organization, con la quale, oltre ad esprimere un sentito encomio nei confronti dell’operato del Gruppo di Shanghai, veniva espressa la volontà di poter trasformare i meccanismi e gli accordi che legavano i sei stati membri in una forma di cooperazione ben più ampia ed articolata.                                                                                                            Quest’anno il vertice si è tenuto a Samarcanda, per la prima volta in presenza dallo scoppio della Pandemia, per il presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi-Jinping infatti, questa occasione rappresenta il primo viaggio fuori dal Paese dal lockdown e che precede la riunione di ottobre dei leader del Partito Comunista che lo potrebbe vedere in lizza per il terzo mandato.        

Dopo aver incontrato il presidente kirghiso Sadir japarov, al quale ha espresso pieno sostegno per l’indipendenza e la sovranità territoriale del Paese e l’opposizione alle interferenze straniere, è stato ricevuto da presidente uzbeko Shavkat Shavkat Mirziyoyev e ha partecipato alla cerimonia di apertura, per poi passare al momento, forse più atteso di questo anno: l’incontro con Vladimir Putin.                                                                                                                                                                    

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa russa Tass, i due leader hanno in programma di “discutere l’agenda bilaterale e gli argomenti internazionali e regionali” senza tralasciare la questione Ucraina e Taiwan.

I due leader si erano precedentemente incontrati a Pechino poco prima dell’attacco in Ucraina, su cui la Cina non ha mai preso una posizione chiara. Pechino infatti ha sempre sostenuto le motivazioni addotte da Mosca in merito all’Operazione speciale, ma allo stesso tempo, non ha mai inviato supporto bellico, probabilmente per risparmiarsi le ingenti e durissime sanzioni emanate da Washington e dagli altri Paesi occidentali. «I tentativi di creare un mondo unipolare da parte dellOccidente hanno assunto forme assolutamente orribili» avrebbe dichiarato il presidente cinese al suo corrispettivo russo, il quale dopo aver affermato che chiarirà la posizione Russa in merito all’Ucraina e che comprende perfettamente i timori della Cina in merito, soprattutto per i recenti rapporti che quest’ultima ha con gli Usa. 

Anche per la Cina infatti i rapporti con gli Usa si sono incrinati, soprattutto dopo la visita nell’isola di Taiwan, della speaker Nancy Pelosi. In quell’occasione furono condotte delle esercitazioni militari da parte dell’esercito cinese, che prevedevano l’utilizzo di missili balistici nelle acque limitrofe all’isola. Nella giornata di mercoledì gli Usa hanno approvato un disegno di legge per fortificare i legami con Taipei e fornire maggiore equipaggiamento militare per scoraggiare un’invasione cinese.

Un vertice importante, che non vede solo i leader russo e cinese a confronto, nonostante la grande attenzione del media per l’evento. Per la ricercatrice in Chinese Studies all’Università di Trento Giulia Sciorati, l’incontro Xi-Putin è una parte dell’evento ben più grande che ha visto susseguirsi numerosi incontri bilaterali, come con il primo ministro indiano Narendra Modi, l’iraniano Ebrahim Raisi e il turco Recep Tayyp Erdogan con cui Putin ha discusso della questione del grano ucraino e della questione libica, sulla quale divergono per opinioni.

 

Gianfranco Cannarozzo

 

 

 

 

 

 

Salute, una nuova concezione di sanità privata: Paideia International Hospital

Il 5 settembre è stata inaugurata  a Roma la nuova struttura della già nota Paideia: la Paideia Internationa Hospital. Questa si prefigura come un nuovo polo della medicina e della prevenzione, sfruttando le migliori tecnologie e innovazioni, avvalendosi di personale medico altamente qualificato, anche internazionale.

Paideia International Hospital nasce nel 2021 dopo un lunghissimo passato di esperienze, ricerche e innovazioni, della clinica privata Paideia. Questa infatti è presente nel quartiere nord di Roma dagli anni ’60 e da sempre si è distinta per la cura del paziente e la professionalità del suo personale medico-sanitario. Grazie a questa esperienza maturata nel corso degli anni, la clinica si è evoluta specializzandosi negli interventi di chirurgici, diventando ospedale privato, fino all’apertura di questa nuova sede caratterizzata dalla presenza di strumentazioni avanguardistiche diventando un nuovo modello di sanità privata.

Come dichiara l’amministratore delegato Andrea De Angelis, la strada da seguire è quella di «offrire alla collettività una Sanità privata unica nel suo genere. In questi anni la Sanità è profondamente cambiata. La pandemia ha portato alla luce un processo che già era in atto da molto tempo. Quando abbiamo deciso di dare vita a Paideia International Hospital non avevamo idea che ci saremo dovuti confrontare con un’emergenza di questa portata. Quando la Sanità privata è al servizio dell’eccellenza, quando fa dell’eccellenza, della serietà, della presa in carico un mission, risponde davvero ai bisogni di salute della società. In un rapporto di collaborazione e non di contrapposizione con la Sanità pubblica.Vogliamo che Paideia International Hospital porti una ‘rivoluzione culturale’ nell’approccio alla Salute. Ed infine l’aspetto internazionale. Che non è solo un titolo in un nome o la capacità di accogliere l’utenza straniera. È una visione. Paideia International Hospital guarda oltre i confini italiani per cogliere il meglio della Sanità di altri Paesi che, prima di noi, hanno compiuto rivoluzioni tecnologiche. Cerchiamo l’eccellenza in Italia ma anche all’estero».

“Una struttura che possa coniugare le più avanzate tecnologie con la personalizzazione della cura”. Questo è l’obiettivo principale secondo il direttore generale Sonia d’Agostino: «Guardare al futuro senza perdere mai di vista i nostri valori, assumere una dimensione internazionale e continuare a conoscere le storie di ogni singolo paziente. Sfide ambiziose che Paideia International Hospital non ha avuto paura di raccogliere, e vincere. Sì, perché questa nuova pagina della nostra storia inizia da lontano. Oggi siamo una nuova realtà con un altissimo standard tecnologico ma con il ‘cuore’ di sempre, quello che non ci ha mai fatto smettere di pensare che le Persone siano al primo posto, che prendersi cura significa esserci sempre, che siamo qui per dare risposte, trovare soluzioni e, se possibile, prevenire problemi. II nostro Impegno è esserci sempre H24, per tutti, anche quando serve solo un buon consiglio. Il nostro sogno è fare la differenza».

Il nuovo ospedale ha al suo interno moltissime specializzazioni quali chirurgia endoscopica, chirurgia oncologica, chirurgia generale e robotica, un centro interamente dedicato all’endometriosi e alla medicina dello sport  e macchinari di ultima generazione per effettuare Pet/Tac completamente digitalizzate che consentono di ridurre le quantità di radiofarmaco utilizzato. Presente anche un centro interamente dedicato a patologie o traumatologie della mano, operativo 24h, uno Spine Center con ortopedici, neurochirurghi, fisiatri e fisioterapisti iperspecializzati nelle patologie della colonna vertebrale. Grazie alle generose dimensioni della struttura sono presenti piscine e palestre con macchinari specifici per la riabilitazione e la fisioterapia.                                 

Tra le altre caratteristiche, oltre alle attività ambulatorie spiccano i servizi assistenziali domiciliari disponibili h24, con un settore dedicato alle aziende.                

 

Gianfranco Cannarozzo                                               

 

 

 

 

5 settembre 1972, le “Olimpiadi del Terrore”

Doveva essere una manifestazione sportiva che avrebbe fatto parlare di sé, riscattando il nome della Germania, invece l’attentato condotto da Settembre Nero ha irrimediabilmente sporcato le Olimpiadi di Monaco del 1972, passate alla storia come “Olimpiadi del terrore”.

 

A Roma, il 5 luglio alcuni esponenti del gruppo terroristico Settembre Nero, si incontrarono in un bar nel centro città, per discutere in merito al dirottamento di un aereo della compagnia belga Sabena, diretto a Tel Aviv, conclusosi con il decesso di tutti i dirottatori e il salvataggio degli ostaggi. Sentivano il bisogno di un atto forte che desse nuova linfa alla causa palestinese, così, dopo aver appreso la notizia da un giornale arabo, che alla Federazione Giovanile della Palestina, non era stata data risposta dal Comitato Olimpico Internazionale, in merito alla loro richiesta di partecipazione ai Giochi di Monaco, I tre hanno deciso che quello sarebbe stato il giusto obiettivo.

Le Olimpiadi di Monaco dovevano essere un riscatto per la Germania, rinata dopo le Olimpiadi del 1932, e Monaco sarebbe dovuta diventare capitale della fratellanza. Per quella occasione la sicurezza fu ridotta al minimo e si attendevano circa 7mila atleti provenienti da diverse parti del Mondo.

I terroristi, alle prime luci dell’alba poterono agire indisturbati ed entrarono, superate le recinsioni, nella palazzina dove alloggiavano gli atleti israeliani. Qui uccisero Moshe Weinberg e Yossef Romano rispettivamente allenatore di lotta greco-romana e atleta specializzato nel sollevamento pesi, giunti nella stanza, presero in ostaggio i 9 atleti e fecero pervenire le loro richieste alla polizia bavarese.

A un’ora dal sequestro degli atleti, iniziarono le trattative. Le richieste furono scritte su dei fogli di carta lanciati dal balcone della stanza in cui erano asserragliati. Queste consistevano nella liberazione di alcunifedayn” palestinesi, di alcuni terroristi tedeschi e di due elicotteri che avrebbero dovuto portare sequestratori e sequestrati allo scalo di Furstenfeldbruck, da cui poi avrebbero proseguito il viaggio verso l’Egitto.

Le richieste erano indirizzate al primo ministro israeliano Golda Meier, il quale chiuse immediatamente a ogni forma di trattativa, offrendo di rimando, l’invio di una squadra speciale per liberare gli ostaggi. Contrario l’allora Cancelliere della Germania ovest, Willy Brandt, che preferiva avviare le trattative con i terroristi che imperversavano con nuove richieste.

Intorno alle 22, i terroristi raggiunsero gli elicotteri che li avrebbero condotti alla meta designata insieme agli ostaggi, e ad attenderli, ci sarebbe stato un aereo per trasportarli in Egitto, al Cairo. Una volta giunto a destinazione, i terroristi scoprirono che ad attenderli c’era un aereo vuoto e capirono subito di essere in trappola.

Lo scontro armato durò oltre un’ora e in questo frangente morirono tutti gli atleti, alcuni terroristi e un poliziotto. I terroristi arrestati vennero utilizzati come merce di scambio nel corso di altre trattative in seguito al dirottamento di un aereo che sorvolava Zagabria ed era diretto a Tel Aviv. 

L’evento non ebbe ripercussioni sul normale svolgimento delle gare olimpiche, se non una breve interruzione in ricordo delle vittime. Questa decisione portò a numerose critiche da tutto il Mondo e macchiò irrimediabilmente le Olimpiadi di Monaco, portandole alla storia non come quello che sarebbe dovuto essere, un messaggio di speranza e fratellanza, ma l’ennesimo dramma, oltretutto avvenuto in territorio tedesco.

 

Gianfranco Cannarozzo

 

 

 

 

Addio al senatore Ghedini, da tempo era malato di leucemia

Si è spento nella notte di mercoledì a 62 anni il politico e senatore Niccolò Ghedini, strettamente legato a Silvio Berlusconi, uno dei suoi fedelissimi insieme a Gianni Letta. Ghedini era da tempo ricoverato per l’aggravarsi della leucemia, si era anche sottoposto, nei mesi precedenti a un trapianto di midollo.

Nato a Padova nel dicembre del 1959 consegue la laurea in Giurisprudenza presso Ferrara e successivamente inizia a lavorare presso lo studio del padre, molto conosciuto nel padovano. Alla morte del padre Giuseppe, entra presso lo studio del penalista Piero Longo, con cui inizierà attivamente la sua carriera. Di questi anni si ricorda il caso Ludwig, un duo di criminali, Marco Furlan e Wolfgan Abel, rei di numerosi delitti. Inizia a militare negli anni 70 nel Fronte della Gioventù, organo giovanile dell’ MSI e successivamente si avvicina al Partito Liberale Italiano.                                                                            

A metà anni ’90 diventa segretario dell’Unione delle Camere Penali Italiane nella prima giunta presieduta da Giuseppe Frigo e nella seconda giunta di Gaetano Pecorella. In quegli anni si avvicina a Forza Italia stringendo una salda e duratura amicizia con Silvio Berlusconi fino a diventarne il suo legale. Dal 2005 ha ricoperto nel Veneto l’incarico di coordinatore regionale di Forza Italia. Figura estremamente riservata, nel 2016, a seguito dell’intervento al cuore di Berlusconi, guidò il partito insieme a Gianni Letta, altro fedelissimo del Cavaliere.

Nel corso della sua carriera come difensore di Berlusconi, si è dimostrato un avvocato molto abile e in grado di usare anche strategie poco convenzionali, fu lui a coniare la frase “utilizzatore finale” per difendere il Cavaliere nel processo per prostituzione. Sostenne sempre le leggi ad personam come la legge sulle intercettazioni, il lodo Alfano, il legittimo impedimento. Fu coinvolto nel Ruby ter, accusato di corruzione in atti giudiziari, ma successivamente fu scagionato dal Gip.

Ghedini sembra essere il più ricco parlamentare, con un patrimonio annuo pari a circa 2 milioni di euro, nonostante fosse anche tra i più assenteisti: sembrerebbe infatti che al marzo 2018, il tasso di assenteismo di aggirasse intorno al 98,28%, stando a Open Parlamento, l’organizzazione che si occupa di monitorare attività dei deputati e dei senatori.

Alla notizia della scomparsa del senatore, tutto il mondo della politica si è stretto nel ricordo. Primo tra tutti Berlusconi che scrive un post su Twitter pieno di commozione: “Ci ha lasciato il nostro Nicolò. Non ci sembra possibile ma purtroppo è così. Il nostro dolore è grande, immenso, quasi non possiamo crederci: tre giorni fa abbiamo lavorato ancora insieme. Cosa possiamo dire di lui? Un grande, carissimo amico, un professionista eccezionale, colto e intelligentissimo, di una generosità infinita. Ci mancherai immensamente, e ci domandiamo come potremmo fare senza di te. Niccolò caro, Niccolò carissimo, ti abbiamo voluto tanto bene, te ne vorremo sempre. Addio, ciao. Per noi sei sempre qui, tra noi, nei nostri cuori. un forte, fortissimo abbraccio”.

“Un dolore grande la scomparsa di Ghedini che lascia tutti noi sgomenti, pur sapendo che da tempo combatteva con la malattia. Un abbraccio alla famiglia e ai suoi cari. Ciao Niccolò, ci mancherai. Sei e rimarrai amico di una vita” commenta Renato Brunetta.

Il coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani ha espresso il suo dispiacere ricordando che «Se ne va un grande amico con cui abbiamo condiviso tante battaglie importanti per il Paese. Rimarrà per sempre il suo grande contributo a migliorare la giustizia in Italia».

Immancabile il pensiero della presidente del Senato Elisabetta Casellati, sua concittadina che lo ricorda come «Una mente arguta e sottile, un giurista raffinato e combattente, un politico di altri tempi, un uomo dall’etica autentica».

La leader di Fratelli d’Italia ha affidato il suo commento ai social “A nome mio e di Fratelli d’Italia, desidero esprimere cordoglio per la scomparsa del senatore Niccolò Ghedini. Alla sua famiglia e ai suoi cari, la nostra vicinanza”.

Anche il leader del Pd Enrico Letta ha twittato le sue condoglianze “Alla famiglia del senatore Niccolò Ghedini, e un pensiero di particolare vicinanza da tutti noi alla sua comunità politica e al Gruppo di Forza Italia”. 

Matteo Renzi, Italia Viva: «Chi in queste ore sparge odio sui social per la morte di un uomo di 62 anni si qualifica per quello che è: un miserabile. Che la terra ti sia lieve, avvocato».

 

Gianfranco Cannarozzo

 

 

 

Elezioni 2022, Luigi Di Maio e Bruno Tabacci presentano Impegno Civico

Da giorni i partiti si stanno muovendo in cerca di alleanze per le elezioni di settembre, il cui esito sarà dettato secondo la legge Rosatellum.                                                               

In questo scenario Luigi Di Maio guarda al futuro con una alleanza con Bruno Tabacci, ex esponente della Democrazia Cristiana (DC) e fondatore di Centro democratico. Alleanza particolare dato che fino a qualche tempo fa nessuno l’avrebbe creduta possibile. 

la nuova alleanza che correrà alle elezioni insieme al Pd, ha attirato alcuni ex pentastellati, presenti alla conferenza di presentazione di Impegno Civico tenutasi nella giornata di Lunedì 1 agosto,  come Vincenzo Spadafora, Laura Castelli, Emilio Carelli e la giovane attivista e biologa Federica Gasbarro, che ha evidenziato che il nuovo partito ha tra gli obiettivi anche quello di puntare al Green e guardare con attenzione alle nuove fonti di energia.      

«Impegno Civico è un partito riformatore che guarda ai giovani, al sociale, alla digitalizzazione, alla transizione, all’ambiente. Non parliamo agli estremisti, a chi vuole sfasciare tutto, a chi fonda la propria politica sui no. Saremo moderati e sarà un vantaggio».                                                                                                                                                                                    Inizia così la conferenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, probabilmente riferendosi agli oppositori.                                                                                                                   «Il percorso» ha continuato Di Maio, «è nato quando qualcuno ha scommesso contro l’Italia. Berlusconi, Salvini e Conte hanno fatto cadere il Governo per il proprio tornaconto. Il Governo Draghi è stato fatto cadere da persone che hanno messo al centro Putin e contro di loro serve unità. Quando ci sono priorità, si risponde con unità, non con divisione».        

Tabacci ha dichiarato nel suo intervento che «questa operazione che facciamo oggi non è casuale, Luigi è più giovane dei miei figli, è un passaggio generazionale, un investimento sul futuro.                                                                                                                                                    Il 25 settembre è un passaggio epocale, dobbiamo essere dalla parte giusta e lo vogliamo fare nell’interesse del Paese».

Alla fine il leader di Centro Democratico Tabacci, ricorda che senza di lui Calenda non potrebbe presentarsi alle elezioni, poiché è stato proprio il Cd a creare il logo di + Europa.

Al momento sul programma del partito si sa poco, l’unico dato certo è l’intenzione di continuare ciò che il Governo Draghi ha dovuto interrompere e c’è una proposta di Luigi Di Maio per cui tutti i leader politici dovrebbero sottoscrivere una lettera alla Commissione europea per sostenere il Governo Draghi in carica, per poter ottenere il tetto al prezzo del gas.                                                                                                                              

Il logo si presenta metà verde e metà arancione con il nome del partito e del suo leader Di Maio. è presente anche una piccola ape stilizzata, simbolo, dice Di Maio «Della battaglia ambientalista che intendiamo portare avanti».

 

Gianfranco Cannarozzo

 

Lega e Forza Italia chiudono ai pentastellati. Anche Monti in campo

I leader della Lega e di Forza Italia, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, dopo un incontro a Villa Certosa, chiudono all’ipotesi di un Governo con i pentastellati

Lo comunicano in una nota, accusandoli di essere incompetenti e inaffidabili, e sottolineando che il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ragione «Il patto di fiducia che ha sostenuto l’esecutivo si è rotto, qualsiasi intesa con Giuseppe Conte è da escludersi».

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A 98 anni si è spento il primo direttore-manager dell’editoria italiana: Eugenio Scalfari

Nato a Civitavecchia il 6 aprile del 1924 è considerato il più grande giornalista del XX secolo

Il primo approccio con il mondo del giornalismo Eugenio Scalfari avvenne durante il periodo universitario. Scrive per Roma Fascista, organo ufficiale del GUF (Gruppo Universitario Fascista) e collabora anche con altre testate.

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Nuovo decreto salari e bollette: Governo punta all’extragettito di 8 miliardi

Qualora i dati sul Pil dovessero attestare una crescita maggiore delle aspettative, si potrebbe arrivare a contare su un extragettito di circa 10 miliardi

il ministro dell’Economia Daniele Franco si era detto fiducioso, Il decreto porterebbe la proroga dei crediti di imposta per le imprese e il rinnovo degli sconti sulla benzina.

soprattutto dopo l’incontro dei giorni scorsi tra il presidente del Consiglio Mario Draghi con i vertici dei sindacati. Primo passo fondamentale per poter costruire una linea di intervento proficua ed efficace.

«Creare un percorso, da costruire assieme» questo è il focus per Draghi. Anche per rispondere all’accusa del leader della Cgil Maurizio Landini, che dopo aver ricordato di aver «lavorato molto bene con il governo Conte» ha detto invece: «Quello attuale non ci ascolta».

Roberto Garofoli, sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha dichiarato, durante un evento a Polignano a mare, che il Governo «non può aspettare l’autunno per alleviare il peso dell’inflazione sulle famiglie. L’assottigliarsi delle buste paga non deve far crollare la fiducia e la domanda interna».Mario Draghi

Salario minimo, cuneo fiscale, reddito di cittadinanza, misure contro la denatalità. Nessuna di queste misure verrà sostituita, anzi, ogni punto verrà analizzato per cercare di conciliare al meglio tutte le proposte.

La proposta del ministro del Lavoro Andrea Orlando potrebbe essere la base di partenza per quanto riguarda il salario minimo. La proposta prevede di considerare il trattamento economico complessivo dei contratti collettivi nazionali firmati dai sindacati più rappresentativi, come livello di retribuzione minima sotto il quale in ciascun settore non si può scendere. Proposta ampiamente condivisa dalla Cgil, ma Uil, Cisl e alcune associazioni datoriali criticano le modalità.

Servirebbe una legge, ma la proposta supererebbe i veti che hanno bloccato la proposta M5s di salario minimo per legge a 9 euro.

Si parlerà di come dare una spinta ai rinnovi contrattuali, a partire dal commercio e servizi, e del taglio del cuneo fiscale. Anche su questa misura molto cara a Confindustria e ai partiti, non ci saranno preclusioni. Tante le proposte per cercare di tagliare il costo del lavoro per i redditi medio-bassi. 

Il leader pentastellato Giuseppe Conte attende una risposta netta da parte del premier Draghi in merito a reddito di cittadinanza superbonus e salario minimo. Anche Matteo Salvini attende un segnale deciso e dichiara che voteranno solo ciò che serve all’Italia e agli italiani, il resto lo lasceranno votare a 5 Stelle e Pd.

Un argomento molto spinoso e complesso è il taglio del cuneo fiscale. Per il Partito Democratico bisognerebbe garantire una mensilità in più ai redditi medio-bassi, mentre per i sindacati non dovrebbe essere contributivo ma fiscale in modo da non gravare sulle pensioni.

Fortemente voluto anche da Confindustria e dai partiti di maggioranza, nonostante ci siano delle marcate divergenze, mentre il Pd chiede un occhio di riguardo al lavoratori, Forza Italia e Lega chiedono che il taglio riguardi anche le imprese.

Per le imprese infatti il problema sarebbe proprio la differenza tra quanto il datore di lavoro versa al lordo e il netto. 

La Cgil propone di finanziare gli aumenti tassando principalmente le rendite finanziarie. Anche istituzioni come Ocse o Fondo monetario internazionale suggeriscono di spostare parte del carico fiscale dai redditi da lavoro a quelli da capitale. Per quel che riguarda le tasse che impattano sulle buste paga, i sindacati chiedono che la riduzione sia per i lavoratori ma fiscale e non contributiva, per evitare brutte sorprese dal punto di vista pensionistico. 

Tutto dipenderà dai dati di crescita, se si aggirasse tra lo 0,3% e lo 0,5%, non solo proietterebbe il Pil annuo intorno al 3%, ma permetterebbe al governo di fare entro fine luglio un decreto più massiccio (quello di cui parla Garofoli) a sostegno della crescita.

Bisognerà attendere la fine della settimana per scoprire quali evoluzioni ci sono state.

Gianfranco Cannarozzo

Cairo, conferenza regionale. Europa, Israele ed Egitto firmano un accordo storico

Ci sono voluti diversi mesi e un grande impegno da partr della diplomazia internazionale per cercare di trovare una alternativa al gas russo.

Nel corso della conferenza regionale al Cairo, l’Unione europea, Israele ed Egitto hanno siglato un accordo di carattere storico sull’esportazione del gas naturale, considerando che è la prima volta che  il gas israeliano arriva in Europa.

L’accordo prevede la suddivisione del gas a metà tra Asia ed Europa. Il gas dall’Egitto verrà liquefatto in GNL (gas liquido naturale) attraverso il nuovo gasdotto che verrà realizzato grazie alla collaborazione dei due Paesi orientali e che verrà realizzato nel Golfo Persico, col nome di North Field East e serviranno circa 30 miliardi di dollari per poterlo realizzare, ma la produzione di gas passerrà dalle 77 milioni di tonnellate annue, a circa 126 milioni di tonnellate entro il 2027.

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è detta soddisfatta del progetto aggiungendo però che nel tempo bisognerà esplorare l’uso di infrastrutture per le energie rinnovabili in quanto questa rappresenterà il futuro.

La QatarEnergy, società statale, per velocizzare i tempi di realizzazione ha dichiarato di aver aperto il nuovo giacimento in collaborazione con un gruppo di operatori occidentali.

La quota più importante spetterà alla Total, che avrà il 6,25 per cento della nuova area di espansione.

Tra le società che dovrebbero far parte del consorzio che svilupperà il giacimento sembrerebbe esserci anche Eni, anche se non ci sono dichiarazioni in merito da parte della società.

Anche alcune bigoil americane risultano far parte del consorzio come Conoco-Philips e ExxonMobil.

La firma del memorandum è arrivata all’indomani della dichiarazione della russa Gazprom di aver diminuito del 40%  “per questioni tecniche legate presumibilmente alla mancata consegna di alcuni pezzi di ricambio”, le forniture di gas attraverso il gasdotto North Stream 1, situato nel Mar Baltico.

«Una questione politica» ha invece sostenuto il primo ministro dell’Economia e del Clima Robert Habeck.

Tarek el-Molla, ministro del petrolio egiziano ha sottolineato l’importanza di questo accordo, come una “pietra miliare”, un momento importante per quanto riguarda la cooperazione tra Egitto, Israele ed Ue, ma anche un avvicinamento tra i membri dell’East Mediterranean Gas Forum, di cui fanno parte Grecia, Francia, Italia, Giordania, Israele ed Egitto.

In merito alla vicenda, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen affida a twitter il suo commento sulla vicenda dichiarando che: «Con questo accordo lavoreremo sulla fornitura stabile di gas naturale all’Ue dalla regione del Mediterraneo orientale. Ciò contribuirà alla nostra sicurezza energetica. E stiamo costruendo infrastrutture adatte alle energie rinnovabili, l’energia del futuro».

Questa collaborazione tra Unione Europea, Egitto e Israele dovrebbe preannunciare quanto accadrà nella Cop27, la conferenza sul clima in cui dovrebbe venire annunciata una partnership in merito all’idrogeno verde.

L’israeliana Karine Elharrar, ministro dell’Energia ha dichiarato che «Egitto e Israele prendono l’impegno di condividere il loro gas naturale con l’Europa e di portare aiuto nella crisi energetica. Stiamo spianando una nuova strada di partenariato, solidarietà e sostenibilità»

I Paesi europei però non sono tutti ugualmente dipendenti dal gas russo, quindi stanno cercando di diversificare i propio approvviggionamenti in base alle necessità. L’Italia ad esempio ha siglato un accordo con l’Algeria per un aumento del 40% dell’import e punta lo sguardo anche all’Angola e al Congo, mentre la Germania, che importava il 66% del gas russo, guarda all’Africa con la speranza di aumentare le importazioni dal Senegal per un totale di circa 10 milioni di tonnellate entro il 2030.

Non è solo il caso della Germania, moltissimi Paesi europei guardano all’Africa con speranza, ma gli esperti sono piuttosto critici inquanto il Paese non sarebbe in grado, almeno in breve tempo, ad aumentare esponenzialmente la produzione di gas naturale. Per non parlare poi dei problemi interni di alcuni Paesi.

Gianfranco Cannarozzo

 

Dal 2035 addio alle auto a motore termico, con la Fift55 l’Europa punta a un balzo in avanti nella lotta al cambiamento climatico

In questi giorni l’Europa è stata chiamata a votare un pacchetto che prevede delle misure che segnano il futuro per quanto riguarda l’ecosostenibilità e la lotta all’inquinamento: la Fitfor55

Questo pacchetto prevede una serie di norme come l’istituzione di un Fondo sociale per il clima, fortemente voluto dalla Commissione per l’occupazione e gli Affari socialo e la Commissione per l’ambiente, comprensivo di 72 miliardi di euro per aiutare le piccole imprese e le famiglie vulnerabili, che hanno difficile accesso all’energia.

Gli eurodeputati hanno anche richiesto a gran voce di mantenere un occhio particolare ai problemi delle isole, delle arre remote e meno sviluppate e delle regioni montane che hanno, per la conformità del territorio stesso, difficoltà di accesso ai rifornimenti di energia.

La riforma dell’ETS, il sitema che prevede la riduzione temporale delle emissioni di gas serra che vengono emesse dalle industrie ad alta intensità energetica.

Il LULUFC (Land use, land-use change, and forestry) che prevede la riduzione delle emissioni che derivano dallo sfruttamento del suolo e Effort Sharing Regulation, che ponendo degli obiettivi singoli per ogni Stato membro, punta alla riduzione delle emissioni che derivano dal settore edilizio, agricolo, trasporti e gestione rifiuti.

Di tutte queste norme però probabilmente quella che più complessa e articolata consiste nell’abbandono dei mezzi a motore termico entro il 2035.

La misura prevede lo stop delle vendite dei veicoli a motore termico ( benziona o diesel) seguendo una tabella di marcia che dovrebbe portare l’abbattimento delle emissioni del 25% entro il 2025.

Non verrebbero toccate tutte quelle vetture già in circolazione e al vaglio potrebbe esserci un emendamento che permetterebbe al 10% della produzione dei veicoli di essere dotati di motori termici.

La misura non risparmierebbe neanche le vetture ibride, plug-in e mild hybrid.

Questa proposta che se dovesse passare segnerebbe un punto di svolta decisamente radicale in merito alle politiche ambientali ha fatto storcere il naso a molti trovando delle forti opposizioni.

Le industrie automobilistiche temono che questa decisione possa aggravare una già complessa situazione data dalla pandemia e dalla difficoltà che le azienda hanno avuto nella reperibilità dei chip.

In Italia, l’Anfia Associazione nazionale filiera automobilistica si è schierata contro sottolineando come, soprattutto al nord, la filiera subirebbe un durissimo colpo.

Reazioni anche dalla Lega, Marco Camponesi capodelegato al Parlamento europeo sostiene che «In assenza di alternative a impatto zero disponibili per le imprese, è una follia che si tradurrebbe in un aumento di costi insostenibile per le aziende» e accusa Enrico Letta di andare contro gli italiano promuovendo gli interessi di Bruxelles.

Il più grande e antico partito di centro denstra del Parlamento europeo, il PPE, espresso preoccupazioni, presentando un emendamento che chiederebbe il rinvio a tempi migliori di questo punto.

Emendamento però bloccato da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che nel suo ultimo intervento sul clima ha sostenuto che la filiera automobilistica ha fatto la sua scelta e non bisogna rendere le cose complicate.

Ha però sottolineato che per ora la proposta è ancora al vaglio della Commissione e ci sarà tempo per i Governi dei singoli Stati, di sedersi al tavolo delle trattative per cercare di perseguire la strada migliore e più efficace 

Gianfranco Cannarozzo

29 maggio 1985 la tragedia dell’Heysel Stadium che sconvolse il Mondo

Quel giorno di maggio a Bruxelles, nello stadio Heysel scelto dalla Uefa per la finale di Coppa dei Campioni, contesa tra Juventus e Liverpool, il clima di festa presto sarebbe mutato in uno spettacolo di orrore che turbò e turba ancora oggi la memoria di chi ha vissuto quei momenti.

L’Heysel si trova nel quartiere omonimo e di certo non era il più moderno, non presentava vie di emergenza, non era raro che pezzi di intonaco si staccassero dalle pareti, i bagni perdevano e poteva ospitare circa 60 mila tifosi, un numero esiguo se pensiamo che ci furono 400 mila richieste per i biglietti.

Le curve più accese furono alloggiate nei settori opposti per evitare contatti diretti, ma per poter accogliere così tante persone si decise di destinare il pubblico neutrale, composto da semplici spettatori dell’una o dell’altra squadra e da famiglie che volevano assistere alla partita, al settore Z.

Non si sa quale fu la causa scatenante, prima che la partita iniziasse gli hooligans che si trovavano vicini al settore Z, separati da una rete di metallo, cominciarono a spingere la rete divisoria.

C’è chi sostiene che gli hooligans – non sapendo a chi fosse destinato il settore Z- abbiano pensato di trovarsi accanto ai tifosi bianconeri e per questo caricarono.

Forse in attesa di una risposta violenta, forse per una sorta di vendetta per quanto avvenne allo Stadio Olimpico di Roma l’anno precedente, quando dopo la finale di Coppa dei Campioni, nei dintorni dello stadio ci fu una vera e propria caccia all’inglese.

Non ci furono reazioni, solo panico. l pubblico iniziò a spingersi verso le pareti opposte per cercare di evitare il peggio e molti si lanciarono nel vuoto per evitare di venire schiacciati dalla folla.

Lo stadio carente sotto ogni punto di vista non aveva unità di rianimazione al suo interno impedendo quindi ai feriti di poter ricevere le prime cure, per non parlare del ritardi delle forze dell’ordine giunte in loco quando ormai il peggio era accaduto.

Negli spogliatoi intanto c’è la totale ignoranza di quanto sia accaduto all’esterno. Capiscono che qualcosa sia accaduto, ma non sanno la vera entità della tragedia. Viene deciso che la partita venga giocata ugualmente per evitare ulteriori reazioni e scontri da parte dei tifosi.

Il presidente juventino Gianpiero Boniperti ricorderà che «Juve e Liverpool non volevano giocare ma furono costretti dalla Uefa e dalle autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe spinto alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano ancora i telefonini. Chi era dall’altra parte dello stadio, non poteva percepire l’entità del dramma. Lo avrebbe capito da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione della finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non più un inferno, ma l’apocalisse»

Sergio Brio, difensore della Juventus, entrò  con Antonio Cabrini e Marco Tardelli in campo per cercare di rassicurare gli animi, confermando ai tifosi che la partita si sarebbe giocata e il risultato sarebbe stato valido. 

Gli uomini della sicurezza erano completamente inermi e non fecero nulla per sedare la situazione, per non parlare dei controlli di sicurezza all’ingresso.

In molto riuscirono a infiltrarsi senza biglietto, per non parlare delle infiltrazioni di gruppi facinorosi.

Il dramma si conclude con il crollo del muretto sul lato più basso e opposto rispetto alla carica degli hooligans. Il bollettino conterà 600 feriti e 39 morti di cui 32 italiani.

La portata di quella tragedia ebbe una forte eco in tutto il Mondo: alcune televisioni decisero di non trasmettere la partita, altre mandarono in onda dei messaggi di dura condanna contro quanto accaduto. In Italia, invece, il tg mostra le immagini dell’incidente.

La partita si conclude con la vittoria della Juventus che riceve la coppa in un surreale clima di gioia.

25 hooligans, i responsabili della gestione dell’ordine pubblico e Albert Roosens, capo della Federcalcio belga dell’epoca furono processati per quanto avvenuto.

Stato, Federazione belga e Uefa furono condannati al risarcimento per le famiglie delle vittime. 

Per quei fatti la coppa divenne nota con l’appellativo di “insanguinata” Spaccando di fatto l’opinione pubblica: chi sosteneva che la partita doveva essere sospesa chi contento o meno del risultato.

Ciò che conta realmente è il ricordo di tutti coloro che in quel giorno di festa hanno perso la vita e alle loro famiglie.

 

Gianfranco Cannarozzo

Storia di Giovanni Falcone, il giudice del maxi processo alla Mafia

«L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza»

Terzo figlio di Arturo direttore del Laboratorio chimico provinciale e Luisa Bentivegna, casalinga, Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939. Cresce nel quartiere arabo della Kalsa, in cui entra a contatto con diverse realtà. Ma i valori che ne plasmano il carattere li apprende dai racconti familiari della madre.

Costante nella sua vita sarà l’attività sportiva, cui con fatica dovette rinunciare nel periodo in cui fu messo sotto scorta. Falcone amava il calcetto, il nuoto e spesso si alzava la mattina di buonora per potersi allenare prima degli impegni quotidiani.

Dopo una breve parentesi all’Accademia navale si iscrive a Giurisprudenza con l’obiettivo di diventare magistrato.

Nel ’67 mentre si trovava come giudice di sorveglianza nel carcere di Favignana, fu preso in ostaggio da un esponente dei nuclei armati proletari che chiedeva in cambio della vita del giudice la scarcerazione e di poter parlare alla radio.

Trasferito al Palazzo di Giustizia di Palermo lavora all’Ufficio Istruzione col magistrato Rocco Chinnici e affina il suo metodo investigativo col caso Spatola. Capisce subito di trovarsi davanti a un mondo sommerso fatto di legami ambigui tra mafia, politica, finanza. E decide che per scoprire i movimenti di capitali dubbi, bisognava percorrere la strada delle indagini patrimoniali superando quindi il segreto bancario. L’inchiesta si concluderà con un durissimo attacco a Cosa nostra e delle condanne esemplari che porteranno alla morte di Chinnici.

La Sicilia degli anni ’80 era teatro della seconda guerra di mafia e nel tentativo di porvi un freno, il neo direttore dell’Ufficio Istruzione Antonio Caponnetto costituì il pool antimafia con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Fu grazie al rivoluzionario sistema investigativo di Falcone che si arriverà al famosissimo maxi processo che vedrà sfilare in manette circa 460 persone, tutte condannate al massimo della pena. 

Un lavoro complesso e articolato che ha avuto origine successivamente all’arresto in Brasile di Tommaso Buscetta, che diventato un pentito consegnò nelle mani degli investigatori dettagli riguardanti l’organizzazione e i nomi dei mandanti e degli esecutori di numerose stragi. Arrivando a fornire particolari importanti sui legami tra Cosa nostra e la politica.

Falcone ricorderà come «Prima di lui non avevo, non avevamo, che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti».

Nel periodo in cui fu istituito il processo, per studiare gli incartamenti sia Falcone che Borsellino furono mandati per questioni di sicurezza nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Qui vissero per diverso tempo nella “Casa rossa” che altro non era che la foresteria del carcere.

Ironia della sorte lo Stato presentò a entrambi il conto per l’affitto.  

Chiuso il maxi processo, andato in pensione Caponnetto, sarebbe sembrato fisiologico che alla guida del pool antimafia e quindi dell’Ufficio Istruzione sarebbe andato Giovanni Falcone, ma il Consiglio Supremo della Magistratura nominò Antonio Meli, un vecchio magistrato che non credendo pienamente nei metodi innovativi di indagine, smantellerà il pool rovinando di fatto tutto il lavoro svolta fino ad allora. 

É così che inizia il periodo più complesso della vita di Falcone, il quale si troverà isolato nel Palazzo di Giustizia rinominato “dei veleni“. Cominciano anche a girare delle lettere sospette in cui un certo “Corvo” lanciava contro il giudice delle pesanti accuse, come quella di aver orchestrato l’attentato dell’Addaura. Nella residenza estiva, vicino al luogo in cui era solito fare il bagno, venne ritrovato da un agente della scorta un borsone contenente dell’esplosivo.

Questo isolamento di cui fu vittima lo portò a trasferirsi nella Capitale, speranzoso di trovare un clima diverso. Un pomeriggio, mentre dall’aeroporto di Punta Raisi di recava a Palermo, un’esplosione che distrugge l’autostrada di Capaci, mette fine alla vita del giudice, della moglie il magistrato Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

L’unico a salvarsi sarà l’autista Giuseppe Costanza che quel giorno sedeva sui sedili posteriori. Ogni tanto forse per avere una breve parentesi di normalità, era proprio il giudice Falcone a voler guidare la vettura blindata.

A trent’anni da quel dramma che ha messo fine all’uomo simbolo della lotta alla Mafia, si sono svolte numerose manifestazioni in suo ricordo.

Gianfranco Cannarozzo

 

 

Via Caetani, quella maledetta Renault 4 rossa che segnerà uno dei momenti più cupi della storia d’Italia

Il tragico epilogo dopo 55 giorni di prigionia del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro

Nato a Maglie, nel leccese il 23 settembre del 1916 dopo gli studi classici frequenta la facoltà di giurisprudenza all’Università di Bari conseguendo la laurea con il punteggio massimo

In quel periodo oltre a svolgere il ruolo di assistenze entra a far parte della Federazione universitaria cattolica italiana (FUCI) diventandone presto presidente.

Allo scoppiare del Secondo conflitto mondiale, si incontra clandestinamente con alcuni esponenti del FUCI  come Amintore Fanfani membri dell’ex Partito Popolare Italiano come Alcide De Gasperi, Attilio Piccioni, Giovanni Gronchi e Giulio Andreotti di Azione Cattolica. 

In uno di questi incontri ultimano e approvano il documento che viene considerato di fondazione del partito della Democrazia Cristiana: “Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana” e Moro ne diventa vicepresidente.Aldo Moro Democrazia Criziana

Dopo l’elezione alla vicepresidenza della DC e l’elezione a deputato parlamentare nel 1948, inizia a ricoprire diversi incarichi politici come sottosegretario di gabinetto agli esteri per De Gasperi, presidente del gruppo parlamentare democristiano alla Camera, ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni e ministro dell’Istruzione.

Si deve a lui l’introduzione nelle scuole dello studio dell’educazione civica e la creazione del noto programma “Non è mai troppo tardi” condotta dal maestro Alberto Manzi, volta ad agevolare l’alfabetizzazione.

Eletto presidente del Consiglio a 47 anni fu il più giovane a ricoprire tale ruolo, almeno fino ad allora. 

Mentre Andreotti si apprestava a presentare il nuovo governo, un gruppo di terroristi aprì il fuoco sulla macchina in cui viaggiava il presidente Moro, uccidendo gli uomini della scorta. 

Era il 16 marzo del 1978 e quei criminali erano membri delle Brigate Rosse. 

Fondate dopo la strage di Piazza Fontana da Renato Curcio Margherita Cagol del movimento studentesco di Trento di formazione cattolica, da Alberto Franceschini e Prospero Gallinari della Federazione giovanile comunista di Reggio Emilia e da Mario Moretti, tecnico e sindacalista CISL alla Sit-Siemens, erano un gruppo terroristico di ispirazione marxista leninista attivo nel nostro Paese tra gli anni Settanta e Ottanta.

Nel corso dei 55 giorni di prigionia all’interno della “prigione del popolo” così chiamato dalle B.R. Il presidente della DC fu sottoposto a diversi interrogatori registrati su nastro e scrisse numerose lettere indirizzate alla famiglia, alla dirigenza del partito e a Bettino Craxi, l’unico a sostenere con forza la necessità di trattare con i terroristi per giungere alla sua liberazione.I criminali chiedevano uno scambio di prigionieri con lo Stato.

Il 9 maggio ’78 il corpo viene trovato nella Renault 4 parcheggiata a metà strada tra la sede del Partito Comunista Italiano e la sede della Democrazia Cristiana.

A Cinisi lo stesso giorno viene ucciso dalla Mafia il giornalista Peppino Impastato 

Uno degli eventi più cupi della storia d’Italia su cui aleggiamo moltissimi dubbi e domande che segneranno irrimediabilmente il nostro Paese.

Gianfranco Cannarozzo

Gianni Berengo Gardin. Viaggio fotografico nell’Italia dal dopoguerra ad oggi

Quale modo migliore per celebrare i quasi settant’anni di carriera se non con una personale

È da poco stata presentata alla stampa la personale del maestro della fotografia in bianco e nero Gianni Berengo Gardin presso il Museo nazionale delle arti del XXI secolo (MAXXI) di Roma.

Berengo Gardin nasce a Santa Margherita Ligure il 10 ottobre 1930 cresce e studia a Venezia, che come da lui stesso raccontato diverse volte, è la sua città natale in quanto sarebbe nato in Liguria solo perchè i suoi si trovavano li in vacanza. Un caso fortuito dunque.

Si avvicina al mondo della fotografia intorno agli anni ’50 grazie alle foto che vedeva nel Circolo Fotografico la Gondola attiguo a quello di famiglia restando totalmente affascinato da alcuni libri inviatigli da un parente americano della Magnum, una delle più importanti agenzie fotografiche al Mondo, fondata nel 1947 da Henri Cartie-Bresson considerato il padre del fotogiornalismo ribattezzato “Occhio del secolo“.

Sarà da qui che inizierà a dedicarsi al mondo del fotogiornalismo grazie anche a un evento fortuito: mentre mostrava delle foto a un amico, viene notato da un editore che lo introdurrà a questo mondo.

L’indagine sociale è il fil rouge di ogni suo scatto per questo ogni fotografia ritrae un motivo sociale, di vita quotidiana, di lavoro.

Nel corso della sua carriera non ha mai smesso di scattare riuscendo ad accumulare un immenso archivio fotografico in grado di raccontare l’evoluzione del Paese e della società dal dopoguerra fino ai giorni nostri.

Intitolata come il suo celebre libro del 1970 curato da Cesare Colombo, è una antologia di immagini che vogliono porre all’attenzione lo sguardo del fotografo.

Il percorso espositivo è introdotto da alcune rappresentazioni dell’artista Martina Vanda che traggono ispirazione da alcune fotografie iconiche del maestro del bianco e nero Berengo Gardin.

La mostra non segue un iter cronologico delineato ma è stata concepita come un viaggio su un fiume immaginario sulle cui sponde si possono ammirare le circa 200 immagini, alcune delle quali inedite ed esposte qui per la prima volta, che raccontano il nostro Paese, ma soprattutto ci permettono di vedere quell’Italia attraverso lo sguardo del fotografo.

Come ha dichiarato la presidente della Fondazione MAXXI Margherita Guccione: «Immagini meravigliose, raccontano l’uomo nella sua dimensione sociale. Hanno un forte valore poetico e politico e sono straordinariamente contemporanee» 

Punto di partenza è la Venezia degli anni Cinquanta, luogo d’elezione dell’artista che la racconta in maniera intima e sussurrata, passando poi alle contestazioni del ’68 contro la Biennale arrivando fino al progetto, quasi una denuncia, dedicato alle grandi navi che attraversano la sua città. 

Progetto che lo mise al centro di una dura polemica con il sindaco della Serenissima.

Da Venezia si arriva al capoluogo lombardo in cui si parla delle lotte operaie, degli intellettuali ( famosi i ritratti di Dario Fo, Gio Ponti, Ettore Sotsass) e dell’industria. Attraversando tutte le regioni e le città italiane raccontandone le trasformazioni sociali, culturali e paesaggistiche. 

Di Milano vediamo anche le foto del suo studio, un luogo intimo, di riflessione ed elaborazione.

Famosi sono i reportage in particolare modo quelli realizzati nelle fabbriche come Alfa Romeo, Fiat, Olivetti e Pirelli che lo aiuteranno a sviluppare una coscienza sociale arrivando ad autodefinirsi «comunista fuori dalle righe, non tanto perchè ho letto i testi importanti del comunisco, ma perchè ho lavorato in fabbrica con gli operai.   
Capivo i loro problem

Il più famoso che turbò l’opinione pubblica fu quello riguardante vari ospedali psichiatrici. Nessuno aveva mai documentato la difficile situazione in cui versavano i pazienti e queste immagini, per la loro crudezza incentivarono la battaglia di Franco Basaglia che all’epoca lottava per una più umana condizione dei malati e la chiusura degli ospedali psichiatrici.

Gianfranco Cannarozzo

 

Arte, mostra

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”

Il 9 maggio ricade l’anniversario della scomparsa di Peppino Impastato, giornalista siciliano che ha dedicato la vota alla lotta contro la Mafia 

Giuseppe, questo il nome all’anagrafe nasce il 5 gennaio 1948 a Cinisi da una famiglia con stretti legami mafiosi. 

Il padre era membro dell’organizzazione criminale, tanto che venne mandato al Confino da Mussolini come volevano leggi fasciste, e una zia sposò il boss Cesare Manzella.

Peppino da sempre prese le distanze dai contatti mafiosi della famiglia entrando spesso in contrasto col padre che lo cacciò di casa.

In seguito alla rottura paterna intraprese un’attività politico-culturale di sinistra, si unì al Partito socialista italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e fondò il giornalino l’idea socialista.

Successivamente prese parte alle attività formative de Il Manifesto e di Lotta Continua con un ruolo da dirigente.

Nel 1977 si procura antenna, mixer e fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata nota per essere stata il suo strumento di denuncia nei confronti dei delitti e degli affari mafiosi che si svolgevano tra Cinisi e Terrasini, altro comune palermitano.

Andava in onda due volte al giorno, alle 20 e alle 23 con il “Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso” in cui si riportavano alcune notizie prese dai vari giornali.

Il palinsesto non era molto ricco di contenuti e la musica trovava grande spazio.

In seguito con i programmi “Onda Pazza a Mafiopoli” e la “Stangata” cominciò a prendere di mira in maniera satirica la Mafia e la politica.

Il suo obiettivo preferito era Gaetano Badalamenti da lui ribattezzato “Tano Seduto”: un capomafia  con un ruolo di primo ordine del traffico di droga internazionale che esercitava il controllo sull’aeroporto.

Non diede mai peso alle minacce e alle continue pressioni della comunità locale.

Nel 1978 si candida con la Democrazia Proletaria per le elezioni comunali.

Per ordine di Badalamenti la notte del 9 maggio viene assassinato, in piena campagna elettorale. Il corpo fu trovato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani adagiato su una carica di tritolo.

Stratagemma ordito dai criminali per infangarne il nome e distruggerne l’immagine facendolo passare per suicida.

Stampa, magistratura e forze dell’ordine inizialmente sostennero la tesi del suicidio, solo grazie alla costanza del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta, grazie anche ai compagni di militanza di Impastato che raccolsero numerose prove e denunce, riuscirono a far riaprire  l’inchiesta per trovare i responsabili. 

Dopo anni di battaglie solamente nel 2001 la Corte d’Assise riconoscerà Gaetano Badalamenti come responsabile insieme al suo vice Vito Palazzolo, condannandoli rispettivamente all’ergastolo e a trent’anni.

Gianfranco Cannarozzo

Le sfide del nuovo contesto internazionale e le scelte dell’Italia

L’assemblea dei presidenti delle Camere di commercio presso la sede Unioncamere 

Al termine dell’Inno di Mameli Andrea Prete presidente Unioncamere ha aperto la conferenza:

«Dopo la fase più acuta della pandemia sembrava potessimo tirare un sospiro di sollievo, di pari passo all’evoluzione della campagna vaccinale anche le imprese si erano rimesse in moto e i risultati sembravano migliori di quanto previsto».

Un ruolo importante è svolto anche dalla situazione di incertezza legato al conflitto in Ucraina.

Per circa 9 imprese su 10 l’impatto sarà piuttosto alto soprattutto per via dell’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime. 

Una impresa su due attualmente riscontra problemi di approvvigionamento di materie prime e una su cinque di energia.

«Questo conflitto – continua Prete – ha portato alla luce questioni legate alla sicurezza degli approvviggionamenti e delle materie prime lnonchè alla transizione energetica»

Secondo l’indagine del Centro studi Guglielmo Tagliacarne e diffusa da Unioncamere solamente una impresa su 3 è pronta a cogliere l’opportunità delle nuove risorse dedicate espressamente dal PNRR al sistema produttivo

Se da una parte il 16% ha già aderito e il 13% è in procinto di farlo, oltre il 70% si trova in una situazione di stallo.

«I dati confermano la necessità di lavorare per diffondere e far conoscere alle imprese, soprattutto quelle più piccole, le misure messe in campo dal Governo nel Green e nel digitale».

Le Camere di commercio hanno in mente come farsi parte attiva per lo sviluppo del Paese e contribuire al cambiamento innescato dal PNRR:

«Possiamo essere uno strumento prezioso per fare conoscere alle imprese le enormi opportunità legate alle nuove risorse e per mettere a terra molte delle misure chiave previste nel Piano».

Silvia Sciorilli Borrelli corrispondente da Milano del Financial Times apre il dibattito con il ministro Giulio Tremonti e lo storico e saggista Paolo Mieli sulle sfide del nuovo contrasto internazionale e le scelte dell’Italia.

La crisi secondo i partecipanti viene da lontano e «La pandemia e il conflitto russo ucraino sono alcuni fattori, ma la crisi viene da lontano e si sviluppa, si moltiplica e logora la politica, basti pensare ai media, ai giganti del web». Come detto dal ministro.

Chiude l’evento il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti che ha parlato di PNRR, transizione ecologica, inflazione, Startup, nuove misure messe in campo dal Mise.

Gianfranco Cannarozzo

 

Presidenziali francesi: Macron rieletto all’Eliseo

Il secondo turno del 24 aprile ha consacrato vincitore Emmanuel Macron con il 58,55% delle preferenze.

Per la seconda volta nella storia della Francia, viene rieletto un presidente uscente. La prima volta fu nel 2002 con la rielezione di Jacques Chirac.

Nel corso dei festeggiamenti svoltisi sotto la Torre Eiffel negli Champ de Mars, Macron con le note dell’Inno alla Gioia di Beethoven ha voluto ringraziare chi lo ha votato per “sbarrare la strada all’estrema destra”, promettendo che «Questi prossimi cinque anni non saranno come quelli passati, renderemo la Francia una grande nazione ecologica. Il nostro è un progetto di liberazione delle energie imprenditoriali economiche e anche accademiche.

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Giovanni Gronchi e il francobollo che quasi lo superò in fama

Storia del Gronchi rosa e dell’incidente 

Tutto ha origine quando l’allora presidente della Repubblica Giovanni Gronchi si apprestava a far visita ai nostri connazionali in America Latina, a seguito delle sempre maggiori richieste di vicinanza delle istituzioni italiane da parte di questi ultimi.

Per celebrare l’importanza di questo viaggio le cui tappe prevedevano l’Argentina, Uruguay e Perù, furono stampati tre francobolli commemorativi raffiguranti un aereo su un planisfero con i confini del Paese visitato in evidenza.

francobollo, Gronchi

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Giornata mondiale del libro delle Pro Loco
una iniziativa per promuovere la cultura

“EPLIbriamoci”, l’iniziativa a cura dell’ Ente Pro Loco Italiane

Aprile è il mese dedicato alla cultura e in particolar modo alla letteratura.

Tra le tante manifestazioni che vengono organizzate in questo periodo ricordiamo la Giornata Mondiale del libro che si celebra annualmente dal 1996.

Questa data è stata stabilita dall’UNESCO in ricordo della scomparsa di William Shakespeare, Miguel de Cervantes e Garcilaso de la Vega autori fondamentali per la storia della letteratura, considerati dei capisaldi per la cultura universale

Ente Pro Loco Italiane, EPLIbriamoci

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