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Autore: Giorgia Iacuele

In Italia le piccole imprese sono a rischio a causa del caro-energia

Da Confartigianato arriva un nuovo allarme “il caro–energia mette a rischio 881.264 micro e piccole imprese con 3.529.000 addetti, pari al 20,6% dell’occupazione del sistema imprenditoriale italiano”. 

I compartimenti più esposti dal lockdown energetico, che addirittura rischiano la chiusura, sono quelli a intensità energetica. Si tratta di una misura dell’inefficienza energetica del sistema economico di una Nazione. Viene calcolata come unità di energia diviso unità di prodotto interno lordo. Alte intensità di energia indicano un alto consumo del convertire l’energia in Pil. In questo momento di grande agitazione economica le più a rischio sono: ceramica, vetro, cemento, carta, metallurgia, chimica, raffinazione del petrolio, alimentare, bevande, farmaceutica, gomma e materie plastiche e prodotti in metallo.

Ma a soffrire sono anche altri 16 comparti manifatturieri. Tra questi: il tessile, la lavorazione del legno, le attività di stampa, la produzione di accumulatori elettrici e di apparecchi per uso domestico, di motori e accessori per auto, la fornitura e gestione di acqua e rifiuti.

Secondo l’analisi di Confartigianato, “gli effetti del caro-energia non risparmiano il settore dei servizi, con 17 comparti sotto pressione. Si tratta del commercio di materie prime agricole e di prodotti alimentari, ristorazione, servizi di assistenza sociale residenziale, servizi di asili nido, attività sportive come piscine e palestre, parchi di divertimento, lavanderie e centri per il benessere fisico”. Ma l’elenco è ancora lungo, infatti vanno aggiunti i settori del trasporto colpiti dall’aumento del costo del gasolio. Dal trasporto merci su strada ai servizi di trasloco, taxi, noleggio auto e bus con conducente, trasporto marittimo e per vie d’acqua. I rischi si estendono anche alla logistica, con attività come il magazzinaggio e le attività di supporto ai trasporti che subiscono pesanti rincari delle bollette per le attività di refrigerazione delle merci deperibili.

Gli effetti disastrosi del caro-energia sull’occupazione delle piccole imprese colpisce in particolar modo la Lombardia: sono a rischio 139mila aziende con 751mila addetti. Non va meglio per il Veneto dove a soffrire sono 77mila piccole imprese con 376mila occupati. Seguono a breve distanza l’Emilia–Romagna (72mila piccole imprese con 357mila addetti), il Lazio (79mila imprese e 304mila addetti), il Piemonte con 62mila aziende che danno lavoro a 262mila addetti, la Campania (77mila imprese con 240mila addetti), la Toscana con 63mila imprese e 228mila addetti, la Puglia (57mila piccole imprese e 177mila addetti) e la Sicilia (63mila imprese con 165mila occupati).

Secondo il presidente di Confartigianato Marco Granelli «rischiamo un’ecatombe di imprese. Servono interventi immediati ma anche altrettanto rapide riforme strutturali per riportare i prezzi dell’energia sotto controllo e scongiurare una crisi senza precedenti». Tra le misure d’emergenza indica «l’azzeramento degli oneri generali di sistema per luce e gas, la proroga e l’ampliamento del credito d’imposta sui costi di elettricità e gas per le imprese non energivore e non gasivore. Inoltre va fissato un tetto europeo al prezzo del gas e va recuperato il gettito calcolato sugli extraprofitti, per non aggravare la situazione del bilancio pubblico».

Per il presidente di Confartigianato, vanno anche sostenuti gli investimenti in energie rinnovabili e nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento. In particolare per creare comunità energetiche e per incrementare l’autoproduzione. Tra gli interventi sollecitati anche la riforma della tassazione dell’energia che oggi tocca il 51% della bolletta e che penalizza con maggiori oneri proprio le piccole imprese che consumano meno.

Dopo un primo prezzo a 200 euro al megawattora i prezzi del gas scendono a un minimo di 196,05 per poi assestarsi a 199 euro. Questi i dati rilevati dal mercato di Amsterdam in attesa della riunione dei ministri dell’Energia dell’Unione europea di domani. Durante l’incontro dovrebbero essere discusse, appunto, le misure per contenere il caro–prezzi. La proposta prevede un tetto ai prezzi delle importazioni russe e possibili linee di credito d’emergenza per gli operatori del mercato energetico.

Le misure che il Governo italiano sta prendendo in virtù di uno stop del gas da parte della Russia come primo punto riguardano gli stoccaggi. Poi si passa alla massimizzazione delle 7 centrali a carbone e olio esistenti e alla stretta sul riscaldamento invernale. Ma, secondo il Governo, a fare la differenza possono essere le “misure comportamentali a costo zero” che vedono protagoniste le abitudini degli italiani.

In particolar modo si tratta della riduzione della temperatura e della durata delle docce. Dell’utilizzo anche per il riscaldamento invernale delle pompe di calore elettriche usate per il condizionamento estivo. Abbassamento del fuoco dopo l’ebollizione, riduzione del tempo di accensione del forno, utilizzo di lavastoviglie e lavatrice a pieno carico. Distacco della spina di alimentazione della lavatrice quando non in funzione, spegnimento o inserimento della funzione a basso consumo del frigorifero quando non si è in casa per qualche giorno. Non lasciare in stand by TV, decoder, DVD, ridurre le ore di accensione delle lampadine.

Secondo uno studio condotto da Enea, che ha collaborato alla predisposizione del piano del ministro Roberto Cingolani, nell’ambito dei comportamenti volontari a costo zero a inficiare maggiormente è la riduzione del tempo e della temperatura della doccia. Quindi, se invece di 7 minuti ci si limita a 5 e si abbassa di 3 gradi la temperatura dell’acqua ecco che il consumo si riduce del 35% e vale 252,23 euro risparmiati. Chiaramente vale meno l’abbassare il fuoco dopo l’ebollizione della pasta: 12,46 euro.

Dimezzare l’uso di lavatrice (una ogni due giorni invece di una al giorno) e della lavastoviglie (una volta al giorno invece di due) consente di abbattere la bolletta elettrica rispettivamente di 52,29 e di 74,69 euro. Poi ci sono i piccoli risparmi che sommati insieme possono avere un valore. Ad esempio staccare la spina alla lavatrice (1,58 euro), al frigorifero durante le vacanze (3,42 euro), non lasciare in stand by tv, decoder e dvd (4,53 euro), ridurre l’accensione del forno della cucina (13,78 euro) fare attenzione a spegnere la luce riducendo di un’ora al giorno ogni singola lampadina (11,92 euro).

Giorgia Iacuele

Confartigianato, Economia, italia

Addio alla Regina Elisabetta

Sul trono da 70 anni la Regina Elisabetta ha regnato sin da quando suo padre, Re Giorgio VI, morì nel 1952. Nessuno nella storia ha mai regnato più di lei, già nel 2015 aveva superato il primato sino ad allora tenuto dalla sua trisavola Vittoria.

Durante la sua infanzia approfondisce tanti interessi come letteratura e teatro. Ma studia anche arte e musica e impara ad andare a cavallo fino a diventare un’eccellente cavallerizza. All’età di soli diciotto anni diviene consigliere di Stato, che in Inghilterra è una figura di alto rilievo, essendo la persona che affianca il re nelle decisioni importanti. Per fare pratica nella politica, la regina Elisabetta II incontra settimanalmente il primo ministro per discutere di importanti decisioni circa gli affari del Commonwealth. Durante la seconda guerra mondiale si spende in prima linea facendo pratica come soldato (con il ruolo di secondo tenente) nelle mansioni dell’esercito che prevedono l’utilizzo delle donne. Impara anche a guidare i camion, a riparare i motori e a cavarsela in qualsiasi situazione o problematica che veda impiegati mezzi o autoveicoli. Il 20 novembre del 1947 si sposa con un suo lontano cugino, il Duca di Edimburgo Philip Mountbatten. La principessa Elisabetta ha solo 21 anni ma è già una donna matura e dal carattere deciso e determinato. Dal suo matrimonio nascono quattro figli: il principe Carlo, il principe Andrea, la principessa Anna e il principe Edoardo.

La sua incoronazione, che ha luogo il 2 giugno 1953, è il primo evento di quel tipo ad essere ripreso da un emittente televisiva. Alla cerimonia sono presenti tutti i rappresentati politici della Bretagna, i primi ministri e i capi di tutti i Paesi del Commonwealth e i maggiori rappresentanti di Stati stranieri. Nel 1977 Elisabetta celebra il Giubileo d’Argento, ossia il 25° anniversario della sua ascesa al trono, mentre nel 2002 solenni festeggiamenti celebrano i suoi 50 anni con la corona. Il lungo Governo della Regina Elisabetta ha coinciso con la graduale trasformazione dell’Impero britannico nel Commonwealth. Lei, da sempre convinta conservatrice delle tradizioni istituzionali, morali e religiose, ha avuto modo di confrontarsi con un numero notevole di primi ministri, dalle forti personalità (tra gli altri Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair) e di differente provenienza politica, con cui ha saputo misurarsi criticamente, badando a difendere il ruolo e le funzioni della corona. Il suo regno inoltre ha rafforzato il legame di affetto che unisce il popolo britannico alla casa reale. La regina, inoltre, è stata il comandante in capo delle forze armate, il governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra e a capo del Commonwealth.

“London Bridge” è il nome del protocollo che il Governo britannico adotta con la morte della regina Elisabetta II. Il piano si divide in undici giorni, che partono dal D-Day, cioè il giorno della morte della sovrana, per arrivare al D-Day 10, quando il funerale verrà celebrato nell’abbazia di Westminster. A cascata vengono avvertiti il primo ministro, il segretario di gabinetto (il più alto funzionario del Regno Unito) e alcuni dei ministri e funzionari più anziani.

Il premier annuncia l’evento all’ufficio del consiglio privato, che coordina il lavoro del Governo per conto del monarca. Una volta che tutti i ministri e gli altri funzionari hanno avuto la comunicazione, si abbassano a mezz’asta le bandiere di Whitehall. Successivamente, l’ufficio del ministero degli Esteri inizia a comunicare la notizia ai Governi dei 51 Stati membri del Commonwealth delle Nazioni, del quale la regina è ufficialmente il capo.

Dopo le comunicazioni ufficiali, la notizia è trasmessa alla Press Association che la diffonderà ai media di tutto il Mondo, il piano coinvolge anche internet e social media. Il sito web della famiglia reale diventa una pagina nera con una breve dichiarazione, che conferma la morte della regina. Il sito web del Governo britannico mostra un banner nero in alto. Anche tutte le pagine dei social media dei dipartimenti governativi mostrano un banner nero e cambiano la foto del profilo con lo stemma del dipartimento. I contenuti non urgenti non vengono pubblicati. I retweet sono esplicitamente vietati, a meno che non siano autorizzati dal responsabile delle comunicazioni del Governo centrale

Il giorno successivo alla morte della regina, il consiglio di successione proclama il nuovo monarca, che in questo caso dovrebbe essere Carlo, alla presenza del primo ministro e dei ministri più importanti. A seguito della cerimonia di proclamazione, il nuovo sovrano si riunirà con i ministri.

Il terzo giorno, cioè il D-Day 2, il corpo della regina verrà portato a Londra. Dato che il decesso è avvenuto a Balmoral, in Scozia, verrà attivata l’operazione Unicorn. Il suo corpo verrà trasportato a Londra con il treno reale, se possibile. In caso contrario, scatterà l’operazione Overstudy, che prevede il trasferimento della bara in aereo. Il primo ministro e i ministri saranno tenuti a presenziare a una cerimonia per accogliere la bara. Dal terzo all’undicesimo giorno il nuovo monarca girerà il Paese per ricevere le condoglianze ufficiali.

Mentre il sesto giorno il corpo della regina verrà trasportato nell’abbazia di Westminster, dove si svolgeranno le esequie, dopo essere stato portato a Buckingham Palace. L’undicesimo giorno si terranno i funerali. A mezzogiorno saranno osservati due minuti di silenzio in tutta la Nazione. In seguito si svolgeranno alcune processioni a Londra e Windsor. Un servizio funebre verrà celebrato anche nella Cappella di San Giorgio al Castello di Windsor e la regina sarà sepolta nella Cappella commemorativa del re Giorgio VI del castello.

Giorgia Iacuele

Morte Regina Elisabetta, Regina Elisabetta, Regno Unito

Guerra in Tv tra i partiti per le elezioni del 25 settembre

Le coalizioni più piccole si sentono escluse dai dibattiti in tv in vista delle elezioni politiche del 25 settembre 2022. Tra i primi a sollevare il polverone è Clemente Mastella. 

“Continua la petulante insistenza di alcuni segretari di partito di monopolizzare i dibattiti televisivi. Abbiamo prodotto ricorso agli organi competenti per evitare un ennesimo scempio democratico, uno tra i tanti di questa singolare campagna elettorale. Gli spazi dovrebbero essere dati in più a chi non ha ministri che pur dimissionari continuano a frequentare le tv impazzando dovunque. Le ragioni della democrazia impongono parità di accesso. Inizierò uno sciopero della fame se le regole dovessero essere disattese“. Con queste parole, in una nota, il segretario nazionale di Noi Di Centro, Clemente Mastella si unisce al coro di chi non sta avendo spazio a sufficienza in vista delle elezioni.

Marco Montecchi, segretario nazionale di Valore Liberale, chiama in causa l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. “Credo che l’Agcom dovrebbe intervenire. In campagna elettorale soprattutto è giusto avere la certezza di tempi contingentati, di spazi equivalenti. Questa competizione elettorale già è falsata ab origine perché esistono partiti di serie A, che non devono raccogliere le firme, partiti di serie B, che con un emendamentino di dubbia costituzionalità si sono salvati in corner, e formazioni politiche di serie C che non hanno avuto modo di raccogliere le firme e organizzarsi per partecipare alle elezioni in settembre 2022. La partecipazione a Porta a Porta così come ad altre trasmissioni dovrebbe prevedere spazio per tutti“.

“Il confronto tv a due, Letta–Meloni, a tre giorni dal voto? Può accadere solo in un Paese provinciale come il nostro“. Ad affermarlo è il leader di Azione, Carlo Calenda, in un’intervista al “Corriere della Sera”. Poi aggiunge: “Comunque vada il voto alla elezioni, dopo tutte le accuse di allarmi democratici da destra e da sinistra, l’Italia precipiterà nel caos e nessuna delle attuali coalizioni rimarrà in piedi. L’unico modo per evitarlo è isolare le ali estreme, Fratelli d’Italia e Cinque Stelle, e andare avanti con una coalizione Ursula e un Governo Draghi sostenuto da un terzo polo che avrà almeno il 15%”.

Anche Europa Verde e Sinistra Italiana con Angelo Bonelli, Eleonora Evi e Nicola Fratoianni in un comunicato esprimono il loro dissenso. “Il confronto tv a Porta a Porta del prossimo 22 settembre se avverrà senza tutti i leader di lista costituirebbe una palese violazione della par condicio. Una nota della trasmissione Porta a Porta ha annunciato che a pochi giorni dal voto, il 22 settembre, ospiterà il confronto di un’ora tra Enrico Letta e Giorgia Meloni moderato da Bruno Vespa e che sono stati invitati a partecipare anche Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio e Carlo Calenda. Non si capisce perché invitando leader di coalizione, si siano aggiunti alcuni altri leader di lista, senza che ci siano tutti e si scelgano solo Salvini, Berlusconi e Di Maio”.

“È evidente” – concludono Bonelli, Evi e Fratoianni – “una palese violazione della par condicio se rimanesse questo schema che i vertici della Rai dovrebbero spiegare alle autorità di garanzia e alla magistratura”.

“Porta a Porta, servizio pubblico Rai, ha deciso di proporre nella serata del 22 settembre l’evento clou della campagna elettorale televisiva, con il confronto Letta-Meloni e interviste di mezz’ora a Salvini, Conte, Berlusconi, Di Maio e Calenda. C’è un evidente refuso: l’assenza di Emma Bonino e di +Europa. Così come è evidente che nella carrellata dei leader nello spot che pubblicizza la programmazione elettorale di Porta a Porta, si ripeta lo stesso. Certi che la redazione provvederà, auguriamo buon lavoro“. È quanto si legge in una nota di +Europa.

“C’è una polemica sul confronto tv solo tra Meloni e Letta, credo che vada fatto a quattro: Meloni, Letta, Calenda e Conte. Gli italiani hanno dovere di sapere tra M5s, terzo polo, Pd e alleati, e centrodestra chi è più credibile. Faccio un appello al presidente e al dg Rai: non ci siano scherzi su questo, il confronto va fatto a quattro”. Lo ha dichiarato il leader Iv Matteo Renzi parlando con i giornalisti a Firenze, dove ha presentato le liste per la Toscana.

Sul caso interviene anche la Rai con il presidente della commissione vigilanza Rai, Alberto Baranchini che sostiene: “Mi occuperò di tutte le segnalazioni arrivate perché è necessario il massimo rigore e rispetto della par condicio e delle norme“. Barachini chiederà all’Agcom una verifica sulla parità di condizioni garantite dal servizio pubblico nei “confronti” televisivi tra i leader politici.

Dopo le proteste, Enrico Mentana e La7 si candidano ufficialmente a ospitare il confronto tra i leader di partito in corsa per le elezioni 2022. “Noi siamo pronti a ospitare in prima serata venerdì 23 settembre su La7 i leader dei quattro poli per un confronto finale. Se vorranno, sarà diretto”.

Giorgia Iacuele

Campagna elettorale, Elezioni 2022, Elezioni 25 Settembre, Televisione

Paolo Borsellino e il libro sull’agenda rossa

Nel libro L’agenda rossa di Paolo Borsellino l’autore, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza ripercorrono gli ultimi giorni di vita di Borsellino e sui misteri che ancora oggi aleggiano su quell’efferato attentato. 

Tra questi c’è proprio il dilemma sull’agenda rossa di Borsellino. Sulla quale, a detta di sua moglie, Agnese Piraino Leto, dei suoi figli, Lucia, Fiammetta, Manfredi e di alcuni colleghi annotava minuziosamente appuntamenti e intuizioni investigative e la portava sempre con sé in una valigetta. La borsa comparsa in alcuni scatti successivi al momento della strage in quel fatidico giorno sembra non contenesse proprio l’agenda rossa. E soprattutto, processualmente, comparirà per la prima volta in un verbale delle 18:30 di una domenica di 15 anni dopo.

La moglie, in una testimonianza a uno dei processi in risposta alla domanda del Pm Palma sull’effettività che Borsellino fosse in possesso della sua agenda il giorno della strage, risponde che scherzosamente lei gli diceva: «Guarda, mi sembri Giovanni Falcone», che ovunque andava portava con sé la borsa con le sue cosine. «Lui da un po’ di tempo faceva la stessa cosa».

Infatti, non è la sola ad essere scomparsa, anche degli appunti di Giovanni Falcone su un dischetto non si ha più nessuna traccia. Poi, a sorpresa, il 24 giugno del 1992 spunta il diario del magistrato. E da questo inizia a delinearsi un filo che conduce al coinvolgimento dello Stato nella sua morte attraverso l’allora procuratore di Palermo. Il quale mise in difficoltà, con vari accadimenti ben espressi all’interno del libro, Falcone prima e Borsellino dopo.

Una corsa contro il tempo quella di Borsellino per scoprire i mandanti dell’omicidio di Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Lui stesso sapeva e affermava che sarebbe accaduto anche a lui. «Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia (…) Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri».

«Ho capito tutto» ripeteva Borsellino negli ultimi giorni della sua vita, mentre lavorava disperatamente alla verità sulla strage di Capaci. Cinquantasei giorni dopo l’esecuzione di Falcone, arrivò la sua.

Pagina dopo pagina si entra nel vivo della storia che, se non fosse triste, reale e della quale si conosce la fine, la si potrebbe definire avvincente. Colpisce come il susseguirsi degli eventi, nonostante la drammaticità, sia fluido, scorrevole e particolarmente toccante.

Uno dei passaggi de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” più commoventi è “Una catena umana attraversa la città“. Il 23 giugno del 1992 migliaia di persone, soprattutto giovani, affollano le strade di Palermo per ricordare e onorare la Strage di Capaci. Ma ci furono cortei in tante altre città d’Italia. Ciò voleva dire solo una cosa: gli italiani erano con loro. Il corteo nella città siciliana si concluse in un raduno organizzato dai boyscout a piazza Mangione dove fu lo stesso Borsellino a fare il discorso in ricordo di Falcone. Parole che toccarono il cuore dei presenti.

Nei capitoli che descrivono il fatidico giorno, 19 luglio 1992, gli autori hanno fatto un lavoro eccellente. Leggendo le parole che narrano l’accaduto ci si commuove pur essendo preparati a ciò che sta per avvenire. Il susseguirsi degli eventi sono raccontanti entrando nelle emozioni di chi, purtroppo, stava vivendo la tragedia.

Alcune pagine sono dedicate al processo Borsellino ter con la trascrizione del colloquio della teste Agnese Piraino Leto, vedova Borsellino con il Pm. Il libro si chiude con gli sviluppi a cui hanno portato i vari processi a lui dedicati.

Quell’agenda di Borsellino qualcuno si affrettò a requisirla, ma perché? Troppo scottante ciò che il magistrato scriveva mentre cercava di venire a capo della Strage di Capaci? Chi intralciava il suo lavoro in procura? Quali verità aveva scoperto? Questi e altri sono gli interrogativi che non si sa se mai troveranno una risposta. Uno in particolare è oltremodo rilevante: Borsellino si sentiva più al sicuro quando era in altre città, italiane e non, che non a Palermo. Purtroppo, come viene scritto più volte, la sua sicurezza non era ritenuta così a rischio affinché la procura si impegnasse sul serio per proteggerlo. E lui nei suoi ultimi giorni si preoccupava, più che della sua incolumità, di quella dei suoi cari e della scorta.

Giuseppe Lo Bianco, cronista di giudiziaria, ha lavorato al giornale L’Ora di Palermo e all’agenzia Ansa. Ha collaborato con L’Espresso e oggi è corrispondente dalla Sicilia per Il Fatto Quotidiano. È autore di “The Truman Boss” (con Vincenzo Balli, Castelvecchi 2017) e “La Repubblica delle stragi” (a cura di Salvatore Borsellino, PaperFIRST 2018). Inoltre è tra i fondatori dell’associazione Memoria e Futuro.

Sandra Rizza ha imparato il mestiere di giornalista negli stanzoni de L’Ora di Palermo, negli anni caldi della guerra di mafia, passando presto alla cronaca nera e giudiziaria. Ha collaborato con Il Manifesto e con La Stampa, ed è stata corrispondente dalla Sicilia del settimanale Panorama negli anni delle stragi 1992-93. Per un decennio redattrice giudiziaria dell’Ansa di Palermo, oggi collabora con Il Fatto Quotidiano.

Lo Bianco e Rizza hanno raccontato, sempre a quattro mani, i retroscena dello stragismo eversivo nei libri “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” (2007). “Profondo nero” (2009), “L’agenda nera della Seconda repubblica” (2010). “Antonio Ingroia. Io so” (2012), “DepiStato” (2019), “Il libro nero delle stragi di Stato” (2021), tutti pubblicati da Chiarelettere. “Ombre nere” (Rizzoli 2018) e “Dietro le stragi” (PaperFIRST 2021).

Giorgia Iacuele

libro, Paolo Borsellino

L’economia italiana trainata dal Nordest

Le previsioni di crescita delle Regioni siano minime ma il Nordest torna a trascinare l’economia italiana. Nel 2022, il Pil del Veneto è destinato ad aumentare del 3,4%. Nessuna altra Regione in Italia farà meglio. Appena dopo c’è la Lombardia con il 3,3 e l’Emilia Romagna con il 3,2. In coda, invece, le Marche con un aumento del 2,4%, la Basilicata con il 2,3 e, infine, la Calabria con il 2,1. I dati emergono da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre sugli scenari territoriali presentati nelle settimane scorse da Prometeia.

Entro quest’anno, inoltre, solo 7 Regioni su 20 recupereranno il livello di Pil che avevano prima della pandemia (2019): Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Puglia, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Le altre 13 no. Le realtà territoriali che hanno faticato più delle altre a recuperare il terreno perduto sono la Toscana (-1,4%), la Calabria (-1,8%) e, infine, la Sardegna (-2,1%).

Nel 2022 la crescita media del Pil italiano è stimata al 2,9%. Un livello inferiore a quello ipotizzato, ad esempio, nelle settimane scorse dalla Banca d’Italia (+3,2%) o al dato sulla crescita acquisita dall’Istat (+3,4). L’Ufficio studi della Cgia ritiene che nel prossimo autunno lo scenario economico/sociale sarà particolarmente difficile. Il caro energia, l’inflazione galoppante, gli sviluppi della guerra in Ucraina e una possibile recrudescenza del Covid rischiano di “frenare” lo slancio dell’economia maturato in Italia nella prima parte di quest’anno.

La ripresa arriva da aiuti, turismo, investimenti ed export. Quelli pubblici erogati dal Governo Draghi per contrastare la crisi, il buon andamento delle presenze turistiche, gli investimenti (in particolar modo nelle costruzioni) e l’export sono le voci più significative che stanno puntellando la ripresa dell’economia in atto. Sui consumi delle famiglie, che costituiscono il 60% circa dell’intero Pil nazionale, dovrebbero salire, rispetto al 2021, del 2,8%, anche se rispetto al 2019 sono ancora inferiori del 4,1. A livello regionale, le variazioni 2022 sul 2021 più importanti si segnalano in Lombardia, e Veneto (ambedue +3,4%) e in Valle d’Aosta (+3,3) Gli investimenti, quest’anno aumentano del 9,9%, con punte del 10,4 in Lombardia, del 10,3 in Emilia Romagna e del 10,2 in Sicilia, Piemonte, Campania e Puglia. Rispetto alla situazione pre – Covid, il dato medio nazionale è aumentato addirittura del 16,9%.

In merito all’export, infine, quest’anno il dato nazionale dovrebbe aumentare del 6,3, con picchi particolarmente positivi in Sicilia (+15,5%), Liguria (+12,3), Valle d’Aosta (+12,2) e Calabria (+11,8). Rispetto a 3 anni fa, le nostre vendite all’estero sono incrementate del 9%.

Giorgia Iacuele

Economia, italia

La Russia bombarda edifici civili in Ucraina

A Mykolaiv è stata colpita la fermata di un autobus e 4 persone sono state uccise mentre 7 sono rimaste ferite. Sono tanti i civili uccisi dagli attacchi russi dall’inizio della guerra in Ucraina a febbraio. 

Le forze russe hanno bombardato anche il centro di Kharkiv. Le autorità locali hanno reso noto che ad essere colpiti sono un edificio a due piani e un istituto scolastico. «Il servizio di emergenza statale è a lavoro per sgomberare le macerie e cercare eventuali persone intrappolate. Attualmente non ci sono notizie di morti o feriti o uccisi», afferma il sindaco Ihor Terekhov.

Una delle tante nottate complicate per l’Ucraina dato che anche nell’oblast meridionale di Kherson il bilancio dei bombardamenti nelle ultime ore è di sette morti e sei feriti. Negli attacchi sono state distrutte o danneggiate diverse case in quattro insediamenti. Secondo quanto riferito, le forze russe hanno rubato veicoli civili e una nave passeggeri che avrebbero utilizzato per attraversare il fiume Dnipro nell’area del ponte Antonovsky danneggiato.

Anche la Russia potrebbe essere inclusa tra le città sponsor del terrorismo come Cuba, Corea del Nord, Iran e Siria. Il Senato americano infatti ha approvato all’unanimità una risoluzione non vincolante, per chiedere al segretario di Stato Antony Blinken di includere nella lista anche la Russia. In particolare per le azioni in Cecenia, Georgia, Siria e Ucraina che hanno portato alla morte di migliaia di “innocenti uomini, donne e bambini”.

Il 27 luglio 2022 è stato inaugurato, quindi è operativo, il centro di coordinamento congiunto di Istanbul. Da lì i rappresentanti di Russia, Ucraina, Turchia e Nazioni Unite, cinque per parte, controlleranno il rispetto dell’intesa siglata il 22 luglio. Inoltre monitoreranno il passaggio delle navi cariche di decine di milioni di tonnellate di grano attraverso un percorso libero da mine. Al momento a mancare sono solo le navi. Da Kiev la speranza è che il primo carico possa partire già questa settimana.

Il ministro della Difesa Hulusi Akar, l’uomo cui il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha messo in mano le redini di questo negoziato, si è limitato a dire che «i preparativi per la partenza della prima nave proseguono».

La Turchia continua a muoversi come un ombra tra la Russia e l’Ucraina per un negoziato. La mediazione sul grano è stata sicuramente facilitata dalla mediazione delle Nazioni Unite. Ma già nei mesi precedenti l’invasione dell’Ucraina Erdoğan aveva tentato un imponente offensiva diplomatica nel tentativo di far sedere allo stesso tavolo il presidente russo Vladimir Putin e l’ucraino Volodimir Zelensky.

Il Cremlino aveva annunciato la presenza di Putin in Turchia a fine febbraio, visita poi saltata dato che la Russia ha deciso di sferrare l’attacco. Fallito il tentativo di prevenire il conflitto Erdoğan ha continuato a muoversi in equilibrio tra le parti e ha spostato l’obiettivo sul cessate il fuoco riuscendo a mantenere il ruolo di mediatore senza compromettersi né con Kiev né con Mosca.

L’unico incontro dei ministri degli Esteri russo e ucraino, ad Antalya, per il cessate il fuoco, si è arenato sulle immagini provenienti da Bucha e Irpin, come ammesso proprio dal capo della diplomazia turca, Mevlut Cavusoglu.

Abbandonata l’ipotesi di un cessate il fuoco si è passati alla trattativa per il corridoio del grano. Dopo due mesi l’accordo c’è stato, le firme arrivate, ma la delegazione ucraina ha specificato che nessun accordo sarebbe stato siglato con la Russia, bensì con Turchia e Nazioni Unite.

A 12 ore dalle firme l’esercito russo ha colpito il porto di Odessa, uno dei tre da cui si attende la partenza dei carichi di grano, insieme a Chernomorsk e Yuzhni. Un attacco che ha fatto vacillare l’accordo ma il centro operativo è pronto.

L’attesa per l’apertura era stata preceduta dall’incontro tra Erdoğan e Putin a Teheran, lo scorso 19 luglio. Il primo e unico di un leader Nato con il presidente russo dall’inizio del conflitto.

Erdoğan ha definito la trattativa per il corridoio del grano “ardua e faticosa”, ma i missili su Odessa hanno subito fatto capire che la parte più difficile sarà mantenere l’accordo in piedi. Allo stesso tempo va ricordato che l’intesa ha durata limitata, appena 120 giorni (inizialmente erano 90), per far uscire decine di milioni di tonnellate di grano. Una corsa contro il tempo in cui ancora una volta torna in primo piano il ruolo della Turchia.

La sicurezza del percorso è garantita da Ankara, perché non vi saranno scorte da parte di navi militari nonostante il presidente turco avesse dato la disponibilità della marina turca. Una condizione resa necessaria sia dalla natura umanitaria dell’intesa, ma soprattutto dal rifiuto opposto sia da Russia che Ucraina. Ciò però aumenta il rischio di incidenti e attacchi, rischio che la presenza della marina di Ankara avrebbe forse scongiurato. Il ruolo del centro di coordinamento congiunto è fondamentale per dettare il percorso alle navi in uscita dato che non vi sarà sminamento.

Condizione che si conosceva, imposta da Kiev sin dall’inizio del negoziato nel timore che la Russia ne potesse approfittare e colpire. Il centro di coordinamento congiunto dovrà monitorare le tre diverse rotte in uscita dai porti di Odessa, Chernomorsk e Yuzhny e farle convergere in un unico tragitto verso Istanbul. Qui le navi dovranno fermarsi, scaricare e poi tornare indietro. Ciò previo via libera che sarà dato dopo un’ispezione mirata a controllare che non portino armi in Ucraina, condizione voluta dalla Russia.

Ankara ha anche garantito alla Russia la sicurezza delle proprie navi che transitano attraverso il Mar Nero e trasportano frumento e fertilizzante. Inoltre ha garantito a Kiev che le navi russe non entreranno in acque ucraine.

L’accordo contiene la garanzia reciproca che non vi saranno attacchi durante le operazioni di carico e trasporto. Ma i missili su Odessa sono stati un avvertimento. Il Cremlino ha smentito di aver colpito il porto, mentre Kiev ha accusato la Russia di aver immediatamente violato l’accordo. Il corridoio del grano rappresenta una trattativa nata con il fine di scongiurare una crisi alimentare di portata mondiale. Secondo l’Onu sta affamando 47 milioni di persone nei Paesi africani. Ma che si manifesta nell’aumento dei prezzi anche in Europa. Circa il 50% del grano bloccato nei porti ucraini è destinato a progetti del World Food Programme in Africa.

Giorgia Iacuele

Bombardamenti, RUSSIA, Ucraina

Le donne in Afghanistan non hanno più diritti

Amnesty International denuncia nuovamente la violazione dei diritti delle donne e delle bambine in Afghanistan. Il rapporto titola ”Morte al rallentatore: le donne e le bambine sotto il regime dei talebani”.

Amnesty denuncia la “soffocante repressione” dei diritti umani di donne e bambine in Afghanistan. «»Da quando, nell’agosto 2021, hanno assunto il controllo dell’Afghanistan, i talebani stanno violando i diritti delle donne e delle bambine all’istruzione, al lavoro e alla libertà di movimento, azzerando il sistema di protezione e sostegno per le donne che fuggono dalla violenza domestica, arrestando donne e bambine per minime infrazioni a norme discriminatorie e contribuendo all’aumento dei matrimoni infantili, precoci e forzati», denuncia l’Ong in un comunicato.

 

«A poco meno di un anno dalla presa del potere dei talebani, le loro spietate politiche stanno privando milioni di donne e bambine del diritto a vivere in modo sicuro, libero e prosperoso», ha dichiarato Agne’s Callamard, segretaria generale di Amnesty International. «Considerate nel loro insieme, quelle politiche formano un sistema che discrimina le donne e le bambine in quasi ogni aspetto della loro vita. La comunità internazionale deve pretendere urgentemente che i talebani rispettino i diritti delle donne e delle bambine», ha aggiunto. Una missione di ricerca di Amnesty ha visitato l’Afghanistan a marzo scorso, nell’ambito di una più ampia indagine avviata a settembre 2021 e terminata il mese scorso. In tutto sono state intervistate 90 donne e 11 bambine di età compresa tra i 14 e i 74 anni, residenti in 20 delle 34 province dell’Afghanistan.

«Fino a circa un anno fa vivevo a Kabul, dove lavoravo come redattrice capo di un settimanale e al tempo stesso ero ricercatrice presso il ministero per lo Sviluppo rurale. Visitavo le famiglie contadine per raccogliere informazioni sulle loro condizioni di vita e sui loro problemi e suggerimenti, poi li consegnavo al ministero per lavorare a soluzioni. Quando i talebani hanno preso il potere, tutto è cambiato: sono dovuta fuggire in Iran con mia sorella e mio fratello. Purtroppo gli altri della famiglia non sono potuti venire perché non avevano il passaporto. La nostra vita è passata da cento a zero in un attimo».

R.S. ha 26 anni ed è tra le rifugiate afghane che l’associazione Arci è riuscita a portare in Italia grazie ai corridoi umanitari, un protocollo siglato lo scorso novembre tra il ministero dell’Interno e degli Affari esteri con varie organizzazioni della società civile per far giungere in Italia in sicurezza 1.200 profughi afghani da Pakistan e Iran. L’arrivo all’aeroporto Leonardo Da Vinci è stato il primo e altri sono attesi anche da Cei, Chiese protestanti e Tavola valdese.

All’agenzia di stampa Dire R.S. racconta la sua storia chiedendo di mantenere l’anonimato, anzitutto a garanzia della sicurezza dei propri familiari in Afghanistan. Nel suo Paese, sottolinea, era esposta per tante ragioni: essere una donna laureata, una giornalista che scriveva di questioni sociali e femminili e una impiegata del precedente Governo per i diritti delle comunità rurali l’hanno automaticamente resa un bersaglio dei talebani, che tuttora continuano a perseguire chiunque rappresenti una minaccia alla sopravvivenza del loro Emirato.

Il giorno in cui i talebani sono entrati a Kabul, prendendo il controllo dei palazzi del potere, il 15 agosto 2021, R.S. lo ricorda bene: «Ero al lavoro, erano le 11 e ho iniziato a vedere un andirivieni di persone in strada, i volti tesi e preoccupati. Tutti avevamo già capito che la situazione era pessima. Ho impiegato quasi tre ore per tornare a casa piedi, non c’erano più taxi, lungo la strada ho visto anche qualche scontro tra la polizia e i talebani». La caduta della Repubblica sconvolge la vita del Paese e il Peiramoon Weekly, la testata per cui R.S. lavora, è costretta a chiudere. «Ci hanno minacciato» ricorda la cronista. «Ci hanno inviato una lettera in cui ci informavano che se avessimo scritto ancora, ci avrebbero ucciso. E così abbiamo smesso di lavorare».

A rimetterci non è solo il mondo dei media – secondo Reporters without borders oltre il 40% delle testate afghane ha chiuso – ma anche magistrati, insegnanti, attivisti, funzionari. «Conosco persone che sono state minacciate, torturate» dichiara la reporter. «Molte altre sono state rapite e non si sa più dove siano. Anche di molte ragazze si è persa traccia: per le donne la situazione è diventata terribile». R.S. però guarda al futuro: «Sono felicissima di essere in Italia. Voglio cominciare una nuova vita. Per prima cosa, voglio imparare l’italiano e poi voglio prendere un master, trovare un lavoro e portare qui il resto della mia famiglia rimasta a Kabul. La situazione lì è orribile e sapere i miei cari lì mi preoccupa. Ringrazio tutti per l’aiuto che ci state dando».

Come previsto, sono arrivati, con un volo proveniente da Islamabad, 230 profughi afghani che erano rifugiati in Pakistan dallo scorso agosto. Il loro ingresso in Italia è reso possibile grazie al protocollo di intesa con lo Stato italiano, firmato il 4 novembre 2021 da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Tavola Valdese, Arci, Caritas Italiana, IOM, INMP e UNHCR.

Insieme ad altri arrivi dall’Iran saranno oltre 300 i rifugiati afghani che verranno accolti in Italia grazie ai corridoi umanitari, un progetto totalmente a carico delle associazioni proponenti e possibile grazie alla generosità e all’impegno gratuito e volontario di tanti cittadini italiani, che hanno offerto le loro case per ospitare, ma anche congregazioni religiose, ONG e diversi soggetti della società civile. Tra queste Solidaire, che in collaborazione con Open Arms, ha contribuito all’organizzazione del volo dal Pakistan.

Giorgia Iacuele

 

Afghanistan, Amnesty international, Diritti, Donne

Approvato accordo Ue sul gas

I ministri Ue competenti per l’Energia, riuniti a Bruxelles per un consiglio straordinario, hanno approvato l’ultima proposta di compromesso della presidenza ceca dell’Ue. Un accordo che però è stato concesso solo dopo essersi garantiti una serie di deroghe che rischiano di svuotare tutto il piano.

I 10 punti:

  • Taglio del 15% dei consumi, rispetto alla media degli ultimi cinque anni, tra il primo agosto 2022 e il 31 marzo 2023. Volontario, diventa però obbligatorio in caso della dichiarazione dello Stato di allerta per grave crisi energetica.
  • L’allerta può essere proposta dalla Commissione europea se ritiene vi siano le condizioni (insufficiente offerta di gas o eccessiva richiesta per un inverno molto freddo), o se a chiederlo sono almeno cinque Stati membri. A decidere sull’effettiva attuazione saranno gli Stati Ue a maggioranza qualificata.
  • Per l’Italia, insieme a Spagna e Portogallo, c’è uno sconto dell’8% (dunque riduzione solo del 7%) per via del basso livello di interconnessione con il resto dell’Ue.
  • L’Italia potrebbe beneficiare anche di sconti legati al livello di scorte di gas, se sono superiori a quanto richiesto dalla normativa Ue.
  • Le isole, Irlanda, Cipro e Malta, sono esentate in quanto non connesse con la rete energetica Ue e dunque non possono eventualmente aiutare altri Stati in difficoltà.
  • Possibile esenzione anche per le Repubbliche baltiche: sono ancora connesse, come ai tempi dell’Urss, alla rete elettrica russa. Se Mosca decide di tagliarle fuori, devono poter usare tutto il gas necessario per produrre energia.
  • Possibili sconti per i Paesi come la Francia che nel 2021 hanno dovuto aumentare oltre l’8% i consumi di gas per produrre energia. Per esempio Parigi ha dovuto chiudere metà delle centrali nucleari per manutenzione.
  • Esenzioni trasversali per settori vitali, come la siderurgia e la chimica.
  • La normativa d’emergenza resta in vigore un anno, ma può esser prorogata.
  • In una dichiarazione separata, la Commissione Europea sta svolgendo “lavoro urgente” sulla fattibilità di tetti ai prezzi del gas nonché sulla riforma del mercato dell’elettricità, i cui prezzi sono tuttora legati a quelli del gas.

Giorgia Iacuele

Accordo, Gas, Unione europea

Shinzo Abe ucciso durante un comizio

L’ex primo ministro giapponese è morto dopo essere stato colpito da un proiettile durante un evento elettorale a Nara.

La dinamica degli eventi, avvenuti in piena luce e ripresi dalle telecamere, è abbastanza chiara. Abe aveva iniziato da poco più di un minuto il suo comizio in vista delle elezioni parziali per il rinnovo della Camera alta nipponica, quando ci sono stati due spari. L’ex premier si è accasciato, la sua camicia macchiata di sangue. Membri dello staff si sono precipitati a soccorrerlo, mentre agenti di sicurezza vestiti di nero si avventavano su un uomo apparentemente giovane.

«Abbiamo tentato di rianimarlo per quattro ore», ha riferito il responsabile del pronto soccorso dell’ospedale di Nara. «Due ferite hanno provocato due diverse emorragie, abbiamo cercato di bloccarle, ma la situazione era molto critica. L’ex premier giapponese era in stato di arresto cardiopolmonare già sulla scena del crimine». Il medico ha affermato che non sono stati rilevati segni vitali al suo arrivo nella struttura.

«Abe ha riportato due ferite sulla parte anteriore del collo, uno dei proiettili è penetrato nel cuore. È stato curato da un’équipe di oltre 20 medici ma è stato impossibile fermare l’emorragia», ha aggiunto in conferenza Hidetada Fukushima, professore di medicina d’urgenza.

Nato a Tokyo è stato il primo ministro più longevo politicamente nella storia del Giappone post-bellico con la doppia esperienza alla guida del Governo, finita sempre per motivi di salute. Nella prima, a cavallo tra il 2006 e il 2007, conquistò il titolo di premier più giovane ad approdare alla Kantei. Mentre nella seconda consolidò il record alla guida del Governo, dal 2012 al 2020.

L’ex premier, 67 anni, fa parte di una delle famiglie politiche più blasonate del Giappone, del partito Liberal Democratico (Jiminto). Suo nonno, Nobusuke Kishi, fu primo ministro dal 1957 al 1960, dopo aver passato tre anni nel carcere di Sugamo alla fine della Seconda guerra mondiale sospettato (ma mai processato) di essere un criminale di Classe A avendo ricoperto l’incarico di ministro durante il gabinetto in tempo di guerra. Mentre suo fratello, Nobuo Kishi, è l’attuale ministro della Difesa.

Abe, un convinto conservatore, si è battuto per il superamento del pacifismo costituzionale. Ha promosso il processo di rafforzamento delle capacità difensive nipponiche accelerate ora dall’attuale esecutivo di Fumio Kishida, tra l’aggressione dell’Ucraina da parte della Russia e la minaccia crescente della Cina. Sollecitò l’approvazione delle leggi per consentire al Giappone di esercitare il diritto di “autodifesa collettiva” o di aiutare militarmente un alleato sotto attacco. Con ciò creò irritazione e sospetti nei Paesi vicini, non solo in Cina ma anche in Corea del Sud. Abe salì al potere nel 2012 chiudendo l’esperienza del partito Democratico con la sua “Abenomics“: un pacchetto di politiche espansive e di riforme per tentare di sollevare il Paese dalla cronica deflazione e per rilanciarne la crescita economica con una politica monetaria accomodante e una spesa fiscale enorme, insieme a interventi strutturali per far fronte al rapido invecchiamento della popolazione.

«Ero frustato e insoddisfatto di Shinzo Abe, ho mirato per ucciderlo». Queste le parole del quarantunenne Tetsuya Yamagami che ha sparato all’ex premier giapponese, secondo quanto riferito dalla polizia nipponica citata dalla tv Nhk.

Yamagami, residente a Nara, secondo fonti governative era ex militare membro della Forza di autodifesa marittima. Le scarse informazioni sul profilo dell’uomo che ha colpito Shinzo Abe si limitano ai suo trascorsi nelle “forze di autodifesa” come si chiamano le forze armate giapponesi. Avrebbe prestato servizio nella Marina fino al 2005. Avrebbe colpito l’ex premier “per odio“, ma – secondo la polizia – dopo l’arresto Yamagami avrebbe escluso “motivazioni politiche”.

Il suo però è stato un rancore così profondo da averlo spinto a costruire da solo l’arma. Ha realizzato una “doppietta“, assemblando le parti forse seguendo le istruzioni trovate sul web. Le immagini dell’arresto di Yamagami mostrano l’arma avvolta nel nastro adesivo, un metodo per occultarla, ma anche per rinforzarne la struttura. Le dimensioni sono poco più grandi di una pistola: quelle dei fucili “a canne mozze” usate dai rapinatori degli anni Settanta. Il calibro appare superiore alle cartucce da 12 dei fucili da caccia. Due i colpi a disposizione, sparati a distanza ravvicinata. L’attentatore aveva assicurato l’arma al dorso con una tracolla, per compensare il rinculo provocato dall’esplosione del primo colpo.

La polizia ha fornito alcuni dettagli sulle dimensioni della pistola utilizzata spiegando che è lunga 40 centimetri. Secondo gli investigatori l’attentatore potrebbe avere una licenza per la caccia e ci sono indagini in corso.

In Giappone le armi da fuoco sono molto rare, con una circolazione estremamente limitata e vincoli severi all’utilizzo pure per le forze di polizia. Infatti, gli agenti circolano con la pistola solo in situazioni straordinarie e anche la scorta di Abe ha affrontato l’attentatore senza usare le armi.

La polizia della prefettura di Nara ha riferito di aver trovato diverse armi artigianali come quella usata per l’omicidio in casa di Tetsuya Yamagami.

Reazioni

Il primo ministro Fumio Kishida, rientrato d’urgenza alla Kantei con tutto il Governo dopo aver sospeso con tutti i partiti di opposizione la campagna elettorale per il rinnovo della Camera Alta in programma domenica 10 luglio, ha condannato «nel modo più deciso possibile» l’attentato, definito come «inaccettabile». Si è detto «senza parole» per la morte di Shinzo Abe.

Il ministro della Difesa del Governo giapponese, Nobuo Kishi, ha parlato di un atto imperdonabile.

Condanna in termini più duri è arrivata dalla Cina, Paese col quale il Giappone intrattiene rapporti tesi. In effetti Abe, che in un primo momento da capo del Governo aveva tentato una distensione con Pechino, col tempo era diventato sempre più duro. Queste tensioni si sono ripercosse anche nel web cinese, dove diversi netizen nazionalisti hanno dileggiato oggi la figura del defunto ex primo ministro nipponico. Ma, a livello ufficiale, il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino Zhao Lijian è stato netto nell’esprimere solidarietà alla famiglia e al popolo giapponese.

Il presidente del Consiglio europeo Charles Michel si è detto “scioccato e rattristato dal vile attacco a Shinzo Abe mentre svolgeva le sue mansioni professionali”. Su Twitter ha anche scritto: “Un vero amico, strenuo difensore dell’ordine multilaterale e dei valori democratici. L’Ue è al fianco del popolo giapponese e del premier Fumio Kishida in questi tempi difficili. Vicinanza alla sua famiglia”.

“È venuta a mancare una persona meravigliosa, un grande democratico” – ha scritto in un tweet la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. “Un campione dell’ordine mondiale multilaterale. Sono in lutto con la sua famiglia, i suoi amici e tutto il popolo giapponese. Questo brutale e vile assassinio di Shinzo Abe sconvolge il Mondo intero”.

Il premier, Mario Draghi, ha espresso il più profondo cordoglio del Governo e suo personale per la morte di Shinzo Abe. «L’Italia è sconvolta per il terribile attentato, che colpisce il Giappone, il suo libero dibattito democratico. Abe è stato un grande protagonista della vita politica giapponese e internazionale degli ultimi decenni, grazie al suo spirito innovatore, alla sua visione riformatrice. L’Italia si stringe ai suoi cari, al Governo e all’intero popolo giapponese».

«La morte di Abe è una tragedia per il Giappone», ha dichiarato il presidente americano Joe Biden. Poi, si è definito «sbalordito, indignato e profondamente rattristato dalla notizia che il mio amico sia stato colpito e ucciso».

L’ambasciatore Usa a Tokyo Rahm Emanuel ha affermato: «Siamo tutti rattristati e scioccati dalla vicenda dell’ex premier Shinzo Abe. Abe-san è stato un leader eccezionale del Giappone e un alleato incrollabile degli Usa. Il Governo degli Stati Uniti e il popolo americano stanno pregando per la Abe-san, la sua famiglia e il popolo giapponese».

“Assolutamente inorridito e rattristato nel sentire dello spregevole attacco a Shinzo Abe. I miei pensieri sono con la sua famiglia e i suoi cari”, ha scritto su Twitter il premier uscente britannico Boris Johnson.

Il premier thailandese, Prayut Chan-O-Cha, è rimasto “molto scioccato” dall’attentato all’ex premier giapponese Shinzo Abe. Ad affermarlo il ministro degli Esteri, Don Pramudwinai, parlando con i giornalisti a Bangkok.

Il premier indiano Narendra Modi su Twitter scrive: “Sono profondamente addolorato per l’attacco al mio caro amico Abe. I nostri pensieri e le nostre preghiere sono con lui, la sua famiglia e il popolo giapponese”.

 

Giorgia Iacuele 

Giappone, Shinzo Abe

In Macedonia del Nord proteste contro l’adesione all’Unione europea

In Macedonia del Nord ci sono state nuove proteste contro la proposta di mediazione francese per favorire l’avvio del negoziato di adesione all’Ue. Le proteste sono avvenute in coincidenza con i colloqui che il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha avuto con la dirigenza locale. Un sit–in davanti alla sede del Governo con slogan quali “Dimissioni, dimissioni“, e “Macedonia, solo Macedonia, mai Macedonia del Nord“. Per le opposizioni, la proposta francese accettata dal Governo ma ancora in discussione in Parlamento e in vari consessi istituzionali, è contraria agli interessi macedoni e altro non è che una capitolazione dinanzi alle richieste identitarie bulgare. Si tratta, a loro avviso, di un ultimatum inaccettabile. Alcuni hanno sistemato delle piccole tende davanti al Governo, dove è stata annunciata una nuova manifestazione di protesta.

Per Kovacevski, premier macedone, la proposta pone le questioni storiche bilaterali con la Bulgaria al di fuori del quadro negoziale, ed esse saranno risolte fra le parti. La proposta europea consente l’avvio incondizionato dei negoziati di adesione con l’Ue.

«Siamo consapevoli delle preoccupazioni sulla vostra identità nazionale, potete contare sul mio sostegno sistematico ai vostri diritti legittimi», afferma Charles Michel a Skopje al termine dei colloqui con la dirigenza locale. Parlando in conferenza stampa con il premier macedone Dimitar Kovacevski, il presidente del Consiglio Ue ha lanciato un appello a dire sì alla proposta francese per superare lo stallo con la Bulgaria e consentire l’avvio del negoziato della Macedonia del Nord con Bruxelles. «Un’opportunità storica, troppo importante per lasciarsela sfuggire».

«Spetta al Parlamento prendere una decisione definitiva sulla proposta francese, che consenta l’avvio del negoziato con l’Ue», riferisce il premier macedone Dimitar Kovacevski. «Dopo che avrà ricevuto le conclusioni del Parlamento, il Governo presenterà ufficialmente la sua risposta all’Unione europea. La proposta in discussone in questi giorni in Macedonia del Nord include le nostre osservazioni e le opinioni da noi chiaramente espresse. Stiamo proteggendo l’interesse pubblico e l’identità nazionale macedone. Poi ha sottolineato come nella proposta in discussione la lingua macedone viene equiparata in tutto e per tutto alle altre lingue della Ue. «Noi macedoni siamo orgogliosi della nostra storia, lingua, identità con tutti i suoi aspetti».

L’allargamento è il processo che consente ai Paesi di aderire all’Unione europea, dopo che questi hanno soddisfatto una serie di condizioni politiche ed economiche.

Tutto parte dalla presentazione della domanda di adesione all’Ue e la sua accettazione. Conseguentemente i Paesi possono avviare un processo che comprende una serie di tappe atte a contribuire la preparazione del Paese a un’eventuale adesione.

L’allargamento dell’Unione europea incoraggia le riforme democratiche ed economiche nei Paesi che desiderano diventare membri e promuove una maggiore stabilità e prosperità in Europa.

Tutti i Paesi candidati devono soddisfare i criteri di Copenaghen (denominati dopo il Consiglio europeo di Copenaghen del 1993 che li ha definiti). Quindi per diventare Stati membri bisogna assolvere:

  • criteri politici: istituzioni stabili che garantiscano la democrazia, lo Stato di diritto, i diritti umani nonché il rispetto e la tutela delle minoranze;
  • criteri economici: un’economia di mercato funzionante e la capacità di far fronte alla concorrenza e alle forze di mercato;
  • capacità amministrativa e istituzionale di attuare efficacemente l’acquis dell’Ue (insieme di diritti comuni) e capacità di assumere gli obblighi risultanti dall’adesione.

Ad essere importante è anche la capacità dell’Unione europea di assorbire nuovi membri, pur mantenendo lo slancio dell’integrazione.

Benefici

  • maggiore prosperità per tutti gli Stati membri
  • maggiore stabilità in Europa
  • maggiore peso dell’Ue sulla scena mondiale

Dal 1957 il numero degli Stati membri dell’Unione europea è via via aumentato. Nel 2004 vi aderirono contemporaneamente dieci Paesi. In precedenza erano stati ammessi da uno a tre Stati alla volta.

Dopo molte adesioni, nel 2020 il Regno Unito è stato il primo Paese a uscire dall’Ue.

Nel 2004 si è compiuta la più grande fase di allargamento della storia, che ha visto l’adesione di Polonia, Ungheria, Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Lettonia, Estonia, Lituania, Cipro e Malta. Nel 2007 sono entrati altri due Stati: la Bulgaria e la Romania. La Croazia è stata l’ultimo Paese ad aderire all’Ue il 1° luglio 2013.

Per rilanciare e accelerare il processo di adesione il Consiglio dell’Ue e il Consiglio europeo hanno approvato una nuova metodologia di allargamento nel marzo 2020.

La nuova metodologia offre ai Paesi candidati maggiori opportunità di rafforzare le misure di integrazione a condizione che i Paesi abbiano compiuto progressi sufficienti delle riforme.

  • Integrazione più stretta del Paese con l’Ue e un lavoro volto ad accelerare l’integrazione e l’inserimento progressivo nelle politiche, nel mercato e nei programmi dell’Ue, garantendo al tempo stesso condizioni di parità;
  • aumento delle opportunità di finanziamento e di investimento, anche attraverso uno strumento di sostegno preadesione basato sui risultati e orientato alle riforme e una cooperazione più stretta con le istituzioni finanziarie internazionali per mobilitare sostegno.

In caso di stallo o recesso delle riforme da parte di un Paese candidato, la metodologia prevede la possibilità di imporre sanzioni.

La nuova metodologia è stata inclusa nei quadri di negoziazione esistenti e sarà integrata in quelli futuri di negoziazione con i Paesi candidati.

Successivi allargamenti dell’Ue

  • 2013: Croazia
  • 2007: Bulgaria e Romania
  • 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria
  • 1995: Austria, Finlandia e Svezia
  • 1986: Portogallo e Spagna
  • 1981: Grecia
  • 1973: Danimarca, Irlanda e Regno Unito

Avvio dei negoziati di adesione

  • Serbia – gennaio 2014
  • Montenegro – giugno 2012
  • Turchia – ottobre 2005

Decisioni relative all’avvio dei negoziati di adesione

  • Ucraina e Moldavia – Paesi candidati da giugno 2022
  • Albania – da giugno 2014
  • Repubblica di Macedonia del Nord – da dicembre 2005.

 

Giorgia Iacuele

Adesione Unione europea, Macedonia del Nord, Unione europea

Caldo e siccità record nell’estate 2022

L’area di alta pressione ha portato giornate soleggiate e venti leggeri, impedendo all’aria Atlantica di entrare e raffreddare le temperature. Il che, combinato con le lunghe giornate e le notti brevi, ha permesso alle temperature di aumentare giorno dopo giorno.

Nel Regno Unito i termometri hanno fatto registrare un picco, il più alto dell’anno, con temperature intorno ai 34 gradi centigradi. In cerca di refrigerio, i britannici si sono riversati a migliaia nei parchi e nelle spiagge. 

In Francia, 37 dipartimenti, ovvero 18 milioni di persone, sono interessati da questa ondata di caldo precoce, arrivata dal Maghreb attraverso la penisola iberica. Ovviamente è stata dichiarata l’allerta in molte aree per evitare che si ripeta quanto accadde nella storica ondata di caldo del 2003, che uccise più di 15mila persone.

In Spagna, le temperature sono aumentate vertiginosamente, comprese tra 7 e 12 gradi sopra i valori abituali, con punte fino a 43 gradi e diversi incendi boschivi, soprattutto in Catalogna.

Un’ondata di caldo che arriva dopo una primavera particolarmente calda e secca e che aggraverà ulteriormente la siccità del suolo. In particolare ad essere colpito è quello agricolo, dato che molte Regioni stanno già limitando l’uso dell’acqua.

La Spagna comincia a fare i conti con enormi incendi, che hanno mandato in fumo decine di migliaia di ettari di terreno. E le prospettive non sono rosee anche per altre zone del Continente. Le autorità, infatti, avvertono del rischio di incendi nella Regione del Mediterraneo occidentale, tenendo conto delle alte temperature e del lungo periodo di siccità che hanno creato condizioni favorevoli alla diffusione di roghi.

Il Servizio di gestione delle emergenze della Commissione Ue, Copernicus, ha riferito che il rischio di incendi è “estremo” e “molto estremo” in Sardegna, Sicilia e altre parti dell’Italia peninsulare.

Una sorta di blocco atmosferico conosciuto in letteratura scientifica come “blocco a Omega” di fatto tiene lontano qualsivoglia perturbazione. Questo accade quando un’area di alta pressione è stretta ai fianchi da due centri depressionari.

In questa situazione il campo anticiclonico rimane stazionario per molto tempo, anche per settimane. Il picco di questa nuova ondata di caldo si raggiungerà verosimilmente tra il solstizio d’estate (martedì 21), che rischia di diventare il più caldo dal 2003 (il giugno più caldo della storia climatica italiana insieme al 2019) e venerdì 24.

Si tratta di una fase meteo climatica del tutto eccezionale con un’anomalia di temperature fin verso gli 8 gradi in più rispetto a quanto ci si attenderebbe in questo periodo dell’anno. Di conseguenza, le punte massime rischiano di toccare picchi di 40 gradi su molte città della Pianura Padana, come Bologna e Ferrara; fino a 37/38 a Milano, Mantova e Pavia; clima rovente anche al Centro con picchi fino a 36/38 a Roma, Terni e Firenze. Inizierà a fare tanto caldo anche al Sud, con valori superiori ai 36 gradi su molte città.

Si prevede che le temperature non caleranno di molto nemmeno durante le ore notturne, quindi si avranno fastidiose notti tropicali. Questo termine ha un significato ben preciso. Si tratta di un indicatore climatico che identifica il numero di notti nell’anno con temperatura minima maggiore di 20 gradi. È un valore internazionale definito dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo) e serve per monitorare i cambiamenti climatici in atto.

Infatti, negli ultimi decenni stiamo assistendo a un numero sempre più crescente di questo tipo di notti, a sottolineare il processo di riscaldamento climatico che interessa anche l’Italia. Ebbene, nei prossimi giorni si prevedono valori termici addirittura di 26/28 gradi fino alla mezzanotte su molte città del Centro-Nord.

 

Giorgia Iacuele 

Caldo, Europa, italia

Nuovo Governo cinese

Pechino dà il via libera al nuovo Governo cinese che include quattro funzionari sotto sanzioni Usa fra i 26 funzionari. Si tratta di del capo esecutivo in pectore John Lee, il ministro della Sicurezza Chris Tang, il ministro degli Affari continentali Erick Tsang e il segretario capo dell’amministrazione Eric Chan.

Governo, Hong Kong

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Scudo anti-spread

«Abbiamo deciso di attivare la flessibilità nell’attività di reinvestimento. Inoltre abbiamo chiesto ai nostri comitati di lavorare in maniera accelerata sul concepimento di nuovo strumenti per contrastare la frammentazione nel caso in cui il reinvestimento non bastasse. Per cui nel caso in cui il reinvestimento non bastasse state tranquilli, siamo pronti». Ad affermarlo Klaas Knot, componente del consiglio direttivo della Bce e presidente della Nederlandsche Bank, intervenendo a Young Factor.

Scudo Anti-spread

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Come funziona nell’Unione europea il salario minimo

Il salario minimo è una soglia fissata da ciascuno stato sotto il quale nessun datore di lavoro può scendere nel pagamento delle prestazioni lavorative. Di norma i contratti collettivi fissano queste soglie per ciascuna categoria di lavoratori, lasciando però scoperta un’enorme fetta di lavoratori, a cui manca una sorta di paracadute che scongiuri paghe troppo basse. Per questo il salario minimo andrebbe a colmare questo buco.

Lavoro, Salario Minimo, Unione europea

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La trilogia di Toshikazu Kawaguchi ambientata in Giappone

Diverse storie tutte appassionanti e con un risvolto significativo. I personaggi prendono direzioni inaspettate dopo essersi seduti proprio su quella sedia. I caffè della trilogia sono ambienti semplici ma ricchi di persone di valore. La composizione dei tre romanzi è la medesima, tante piccole storie ma con un filo conduttore. Ognuna di loro porta a riflettere sulla vita, l’amore, la famiglia e anche sulla morte.

Giappone, Toshikazu Kawaguchi, Trilogia

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La libertà di stampa non è sempre rispettata

Il 3 maggio del 1993 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite proclama la Giornata internazionale per la libertà di stampa. 

Il giorno fu scelto per ricordare il seminario di quest’ultima per promuovere l’indipendenza e il pluralismo della stampa africana (Promoting an Independent and Pluralistic African Press) tenutosi dal 29 aprile al 3 maggio del 1991 a Windhoek (Namibia). Questo incontro portò alla redazione della Dichiarazione di Windhoek. Il documento è un’affermazione dei principi in difesa della libertà di stampa, del pluralismo e dell’indipendenza dei media come elementi fondamentali per la difesa della democrazia e il rispetto dei Diritti umani. Quando la libertà di stampa subisce una violazione, a farne le spese sono i cittadini ma anche, troppo spesso, i giornalisti, che in molti Paesi subiscono vessazioni di ogni tipo. L’obiettivo è sostenere e far rispettare la libertà di parola.

“Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza considerazione di frontiera. Il presente articolo non impedisce agli Stati di sottoporre a un regime di autorizzazione le imprese di radiodiffusione, di cinema o di televisione”.

In relazione ai dati della Freedom House che si fonda sulla convinzione fondamentale che la libertà prospera nelle Nazioni democratiche in cui i Governi sono responsabili nei confronti del loro popolo ci sono ancora dei Paesi considerati “non liberi”. Ma la situazione è migliorata dato che nel 1985 erano 40 (principalmente in Asia e Africa) mentre oggi è avvenuto un calo del 20%.

L’edizione 2022 del World Press Freedom Index, che valuta lo stato di salute del giornalismo in 180 Paesi, sottolinea gli effetti disastrosi del caos generato dall’infodemia. Conseguenza di uno spazio informativo non regolamentato in cui proliferano fake news. Norvegia, Danimarca e Svezia sono sul podio della classifica generale. Infatti rappresentano un modello virtuoso della libertà di espressione. Mentre il gruppo dei dieci peggiori include anche la Cina (175°), il Myanmar (176º), il Turkmenistan (177º). L’Iran (178º), l’Eritrea (179º) e la Corea del Nord (180º). Rispetto al 2021, l’Italia ha perso 17 posizioni, passando dalla 41esima alla 58esima posizione.

Ogni anno la Giornata internazionale della libertà di stampa viene celebrata in una città dove convergono associazioni di giornalisti provenienti da tutto il Mondo, agenzie di stampa internazionali, rappresentanti dell’Unesco e istituzioni governative e viene assegnato il premio Unesco/Guillermo Cano per la libertà di stampa. Il quale prende il nome del giornalista colombiano Guillermo Cano Isaza, assassinato nel 1986 a Bogotà davanti alla sede del giornale El Espectador per il quale lavorava. Questo premio è volto a onorare persone, organizzazioni o istituzioni che hanno dato un contributo alla difesa e alla promozione della libertà di stampa, in particolare coloro che operano esponendosi a gravi rischi.

Nel 2022 la Conferenza mondiale della libertà di stampa si svolge a Punta Del Este, in Uruguay e il vincitore del premio è l’Associazione dei giornalisti della Bielorussia (AJB). Fondata nel 1995 come associazione non governativa di lavoratori dei media ha l’obiettivo di promuovere la libertà di espressione e il giornalismo indipendente in Bielorussia. Riunisce più di 1.300 giornalisti ed è membro della Federazione internazionale dei giornalisti (IFJ) e della Federazione europea dei giornalisti (EFJ). Nell’agosto 2021, dopo una perquisizione della polizia nei suoi uffici, la Corte Suprema della Bielorussia ha ordinato lo scioglimento di questa organizzazione. A richiederlo il ministero della Giustizia.

Il premio, del valore di 25.000 dollari, riconosce i contributi eccezionali alla difesa o alla promozione della libertà di stampa, in particolare di fronte al pericolo.

«Per venticinque anni, il premio Unesco/Guillermo Cano ha attirato l’attenzione del Mondo sul coraggio dei giornalisti che hanno mostrato sacrificio di sé nella loro ricerca di verità e trasparenza. Ancora una volta, il loro esempio ci ispira e ci ricorda l’importanza di garantire che i giornalisti, ovunque si trovino, possano lavorare liberamente e in sicurezza». Ha dichiarato il direttore generale dell’Unesco Audrey Azoulay.

Consiglio d'Europa, Libertà di Stampa

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Servono 5 mesi per pagare le tasse in Italia

Italia deludente rispetto agli altri Paesi europei. Nel 2020 (ultimo anno in cui è possibile effettuare una comparazione) i contribuenti italiani hanno lavorato per il fisco fino al 5 giugno (quasi 157 giorni lavorativi). Cioè 4 giorni in più rispetto alla media registrata nei Paesi dell’area euro. Invece, se il confronto è realizzato con la media dei 27 Paesi che compongono l’Unione europea si allungano a 6.

Comparando il “tax freedom day” italiano con quello dei principali competitori economici, solo la Francia presenta un numero di giorni di lavoro necessari per pagare le tasse nettamente superiore (+19). Mentre tutti gli altri lo fanno in anticipo. In Germania, ad esempio, questo è avvenuto 5 giorni prima che in Italia, in Olanda 11 e in Spagna 20. Il Paese più virtuoso è l’Irlanda; con una pressione fiscale del 20,7%, i contribuenti irlandesi assolvono gli obblighi fiscali in soli 76 giorni lavorativi, cominciando a lavorare per se stessi il 16 marzo: 81 giorni prima rispetto all’Italia.

Lo scorso anno la pressione fiscale in Italia ha toccato il record storico del 43,5% del Pil, nel 2022, invece, è destinata a scendere al 43,1. In virtù di ciò, solo il prossimo 7 giugno (un giorno prima di quanto successo nel 2021) gli italiani celebreranno il tanto sospirato giorno di liberazione fiscale (o “tax freedom day”).

In altre parole, dopo più di 5 mesi dall’inizio del 2022 (pari a 157 giorni lavorativi inclusi i sabati e le domeniche), il contribuente medio italiano smetterà di lavorare per pagare tutti gli obblighi fiscali dell’anno (Irpef, Imu, Iva, Tari, addizionali varie, Irap, Ires, contributi previdenziali, etc.). Quindi dal 7 giugno inizierà a guadagnare per se stesso e per la propria famiglia.

Dall’Ufficio studi della Cgia: “l’elaborazione di questo contatore è un puro esercizio teorico. Tuttavia, questa analisi è interessante perché dà la dimensione, quando la si compara con i risultati degli altri Paesi europei, di quanto sia spaventosamente elevato il prelievo fiscale e contributivo in capo ai contribuenti italiani”.

“Guardando la serie storica che è stata ricostruita fino al 1995,  il giorno di liberazione fiscale più precoce è stato nel 2005. In quell’occasione, la pressione fiscale si attestò al 39% e ai contribuenti italiani bastò raggiungere il 23 maggio (142 giorni lavorativi) per scrollarsi di dosso tutte le scadenze fiscali. Osservando sempre il calendario, quello più in ritardo si è registrato nel 2021, poiché la pressione fiscale ha raggiunto il record storico del 43,5% e, di conseguenza, il fatidico giorno è slittato all’8 giugno”.

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