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Autore: Giorgia Iacuele

“La gazza” di Elizabeth Day

 

Un romanzo intrigante e che non vi farà staccare gli occhi fino alla fine. Un libro che nel corso della lettura ribalta la storia e i personaggi.

Un’opera che parla di maternità desiderata, di relazioni disfunzionali, dell’irreparabile danno del dolore, della realtà che prende la forma dell’ossessione. Due le voci narranti che si contendono la scena in un gioco di prospettive dal finale sorprendente.

“La gazza” ti rapisce pagina dopo pagina e ti trasporta in un vortice di interrogativi. Gli stessi delle protagoniste ma che a un certo punto diventano propri del lettore. Chi è la vittima e chi il predatore? Marissa e Kate accomunate da un’enorme sensibilità, da un amore travolgente. Il destino delle due donne ruota attorno a qualcuno che non è ancora nato, qualcuno atteso in modo spasmodico, amato visceralmente. Scritto su più piani temporali descrive ogni personaggio, sia fisicamente che caratterialmente, in modo dettagliato e preciso. Evidenziando, così, le differenze tra i protagonisti.

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Nuove linee guida per ridurre il debito degli Stati Membri dell’Unione Europea

Il nuovo Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea sarà uguale per tutti e avrà regole più flessibili, più semplice e quindi sarà più facile da applicare. Se gli Stati membri non raggiungeranno i termini degli accordi presi scatteranno delle sanzioni che saranno meno pesanti rispetto al passato.

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Morto l’ex Amministratore Delegato di Fincantieri Giuseppe Bono

Giuseppe Bono, 78 anni, venti dei quali trascorsi alla guida di Fincantieri come Amministratore Delegato, lascia una moglie e due figli. Un volto storico per l’Italia che era stato mandato via dal suo ruolo solo pochi mesi fa. 

La sua morte è stata annunciata con un tweet dal ministro della Difesa Guido Crosetto. “È mancato Giuseppe Bono, Peppino, un amico fraterno, grande uomo, straordinario capitano d’industria. Ha dedicato tutta la sua vita a costruire ricchezza per l’Italia. Lo conobbi appena arrivato a Fincantieri, che era in grave difficoltà. Ora ha i migliori prodotti al Mondo. RIP”

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Per la terza volta il presidente del Brasile è Lula

La vittoria al ballottaggio contro l’attuale capo di Stato Jair Bolsonaro fa diventare Luiz Inácio Lula da Silva presidente in Brasile per la terza volta. A 77 anni riesce a riunire dietro di sé un’alleanza tanto forte da sconfiggere il bolsonarismo. 

Il Tribunale superiore elettorale ha ufficializzato la vittoria, col 98,86% del totale delle sezioni scrutinate, Lula ha ottenuto il 50,83% dei voti (59.596.247), contro il 49,17% di Bolsonaro (57.675.427).

Felicità e tristezza si alternano sui volti dei brasiliani al termine degli spogli del ballottaggio. Caroselli di auto e moto, grida dalle finestre degli appartamenti, suoni di clacson e bandiere al vento riempiono le strade delle principali Città. Da una parte i sostenitori dell’ex sindacalista, in lacrime di gioia, dall’altra il silenzio di delusione dei fan di Jair Bolsonaro. Le elezioni più polarizzate della storia del Paese spaccano la Nazione a metà. A Rio de Janeiro, la seconda metropoli più grande del Brasile, gli elettori in festa si sono riversati sulla spiaggia, inondando con la loro allegria il quartiere di Copacabana. Ma anche dalle “favelas” sulle colline partono fuochi di artificio a illuminare il cielo carioca.

«Oggi ha vinto il popolo brasiliano», ha sottolineato Lula. «Non si tratta di una vittoria mia o del partito, ma di un immenso movimento democratico. Hanno cercato di seppellirmi vivo ma ho avuto un processo di resurrezione nella politica brasiliana. Sono qui per governare il Paese in un momento difficile, ma troveremo le risposte. Il Brasile è pronto per lottare contro la crisi climatica e per la deforestazione zero dell’Amazzonia. La maggioranza del popolo ha lasciato detto chiaro che desidera più democrazia e non meno. Vuole più libertà, più uguaglianza e più fraternità».

«Dal 1 gennaio 2023 governerò per 215 milioni di brasiliani e non solo per quelli che hanno votato per me, perché non ci sono due Brasile. C’è un solo popolo, una sola Nazione. A nessuno interessa vivere in un Paese diviso in uno Stato di guerra permanente. Queste persone sono stanche di vedere l’altro come un nemico. È tempo di deporre le armi che non avrebbero mai dovuto essere impugnate». Le prime parole di Luiz Inácio Lula da Silva dopo la vittoria sanno di speranza. Ma saranno anche realtà?

Lula ha vinto ma non ha trionfato. Il Brasile si trova in una situazione difficile da gestire proprio perché è diviso all’interno. Dovrà affronterà uno scenario economico complesso e carico di incertezze, molto diverso dagli anni d’oro del suo primo mandato, con l’inflazione che può tornare a correre veloce e un’economia che rallenta la crescita. E Bolsonaro non scompare: resta il leader di un’opposizione fortissima al Congresso.

Nato nel 1945 nello Stato brasiliano rurale di Pernambuco. A 7 anni tutta la sua famiglia si trasferì a Santos, nello Stato di San Paolo. Lula lasciò la scuola dopo la quarta elementare per lavorare come lustrascarpe. A 14 anni trovò il suo primo lavoro regolare in una fabbrica di rame e decise di riprendere gli studi per ottenere il diploma equivalente al conseguimento della scuola superiore. A 19 anni perse il mignolo della mano sinistra mentre stava lavorando il fabbrica e fu allora che iniziò la sua attività sindacale. Il suo impegno per i lavoratori lo portò poi alle elezioni che lo decretarono presidente dal 2003 al 2011.

Nel 1980 nacque il Partito del Lavoratori che non aderì a nessuna Internazionale e alle prime elezioni pluripartitiche ottenne il 3,5% dei voti. Nel 1986, con le prime vere libere elezioni, raddoppiò i suoi consensi fino al 6,9%. Quell’anno, Lula conquistò un seggio al Congresso brasiliano.

Forte della suo impegno nel sindacato dei lavoratori dell’acciaio (del quale fu eletto presidente nel 1978), infatti, il nuovo leader del Brasile permise all’allora nascente Partito dei Lavoratori di ottenere alla prima turnazione una percentuale sufficiente per garantirne la sopravvivenza e la crescita. Nonostante la sconfitta, infatti, le elezioni del 1982 permisero al Partito dei Lavoratori di raddoppiare le sue percentuali appena quattro anni dopo.

Nel 2002, Lula divenne il candidato presidente contro il leader di centro José Serra del partito della Social democrazia brasiliana. L’ex sindacalista e vinse le elezioni con il 61% delle preferenze: ottenne 52,4 milioni di voti ovvero il numero più alto della storia democratica del Brasile. Il 29 ottobre del 2006 fu riconfermato presidente con oltre il 60% dei voti al ballottaggio battendo il candidato del PSDB Geraldo Ackim.

Portò avanti un progetto per cercare di sradicare la fame dal Brasile seguendo le orme di Fernando Henrique Cardoso. Lula ampliò questi programmi con “Fome Zero“, iniziativa che prevedeva la costruzione di cisterne per l’acqua nella regione semi-arida di Sertão, azioni per contrastare le gravidanze tra le adolescenti e rafforzare l’agricoltura familiare distribuendo una quantità minima di denaro ai poveri.

Altro grande programma sociale fu “Bolsa Familia“, che prevedeva anche quote per il cibo e il gas da cucina ed è stato preceduto dalla creazione del nuovo ministero per lo Sviluppo Sociale e la Lotta alla fame. La fusione ridusse notevolmente i costi amministrativi e i tempi burocratici per le famiglie coinvolte. Il programma fu elogiato a livello internazionale nonostante alcune critiche interne al Paese.

Nel 2016, infatti, venne coinvolto nella Operação Lava Jato (Operazione Autolavaggio) e fu accusato di aver ricevuto denaro e favori da parte di imprese. Il 4 marzo dello stesso anno fu fermato e interrogato per tre ore per l’accusa di corruzione. Lula respinse le accuse, ma dopo un anno fu condannato per aver ricevuto, secondo la magistratura, tangenti del valore di 3,7 milioni di reais (valuta ufficiale del Brasile dal 1º luglio 1994). In primo grado fu condannato a nove anni e mezzo di prigione, ma rimase libero in attesa dell’appello.

In secondo grado la pena, però, fu aumentata a 12 anni e la Corte suprema respinse il suo appello contro la provvisoria esecutività della sentenza. Il 7 aprile 2018, dopo aver tenuto un discorso di fronte al sindacato dei lavoratori metallurgici dell’ABC a São Bernardo do Campo, Lula si consegnò spontaneamente alla Polizia Federale.

Nel novembre del 2019 il Tribunale supremo federale decise di scarcerarlo in attesa della sentenza definitiva dopo 580 giorni di detenzione. Mentre nel 2021 fu prosciolto da ogni accusa, tornando quindi eleggibile e riacquisendo i suoi diritti politici.

Giorgia Iacuele

“Paese infinito”, l’immigrazione in ogni sfaccettatura

 

Questo libro parla della famiglia sudamericana dell’autrice Patricia Engel e di tutto ciò che lei e i suoi cari affrontano quando si trasferiscono in Nord America. L’aspirazione era quella di cercare una vita migliore ma le cose non vanno proprio come i suoi genitori avevano previsto.   

Un tema, quello dell’immigrazione, attuale e di grande rilievo. Un racconto che commuove e trasmette i valori di una famiglia unita nonostante le difficoltà e le barbarie che sono costretti a subire. Il famoso sogno americano inseguito da tanti ma che in pochi riescono poi a ottenere. Patricia Engel cattura i lettori sia per le vicende dei protagonisti, sia per la profondità delle tematiche socio-politiche affrontate.

I drammatici temi dell’immigrazione, della separazione familiare, del ruolo di chi vive ai margini della società di cui non fa parte. E ancora di quanto le lotte politiche di tante Nazioni, come nel caso specifico in Colombia, costringano le famiglie a lasciare i luoghi e gli affetti più cari. Anche in questo caso, i protagonisti del romanzo scappano da un Paese che non dà prospettive per il futuro. Soffrono dal distacco e in alcuni momenti sono preda dei sensi di colpa scaturiti dall’abbandono soprattutto dei familiari.

Scritto con uno stile asciutto ed elegante, “Paese infinito” è un romanzo doloroso e spietato che mette in luce le contraddizioni, le ipocrisie e le assurdità della nostra società. È un racconto duro sull’emigrazione, sulle leggi americane, sulla precarietà che gli immigrati, senza documenti, devono affrontare.

“Paese infinito” è un libro che racchiude cinque personaggi principali, due continenti e due decenni di storie, in poco più di duecento pagine. Leggendolo si conoscono e si scoprono tutti i componenti della famiglia attraverso le loro idee e domande scaturite dalla vita quotidiana. Un viaggio esistenziale che intreccia i fili in una narrazione compatta e intima. Pagina dopo pagina si affronta un percorso di speranza per un futuro migliore dove le cose possano cambiare e migliorare.

Vari momenti della storia della famiglia raccontata da varie voci in un andirivieni tra un anno e un altro senza mai far perdere il lettore. Un incrocio di parole rese accattivanti dalla volontà di scoprire cosa accadrà in quella particolare situazione. Difficile staccarsi dalle pagine che scorrono fluide e leggere nonostante l’argomento.

Quando l’entusiasmo iniziale della vita in un nuovo Paese inizia a scemare, subentra un dolore peculiare. Emigrare era come staccarsi di dosso la pelle. Come disfarsi. Ti svegli ogni mattina e ti dimentichi dove sei, chi sei, e quando il mondo di fuori ti mostra il tuo riflesso, è brutto e distorto; sei diventato una creatura disprezzata, indesiderata“.

Il libro si apre con Talia, che, dopo aver commesso, impulsivamente, un atto violento, è mandata in una struttura di correzione per adolescenti nelle montagne della Colombia. Ha urgente bisogno di andarsene e tornare a casa, a Bogotá, dove l’aspettano suo padre e un biglietto aereo per gli Stati Uniti. Se perde il volo, potrebbe anche perdere l’occasione di riunirsi finalmente con gli altri componenti della famiglia rimasti in USA dopo che il padre è stato arrestato e deportato. I genitori, Mauro ed Elena, si sono innamorati, da adolescenti, davanti a una bancarella del mercato in una Bogotá sull’orlo di una guerra civile.

Nella speranza di costruire una vita migliore, insieme alla loro primogenita Karina lasciano la Colombia alla volta del Nord America. Qui nascono anche altri due figli, Nando e Talia. Accettano qualsiasi tipo di lavoro e vivono in stanze, seminterrati, qualsiasi cosa pur di realizzare il loro sogno. Le cose purtroppo non vanno sempre bene e Mauro viene pestato. A farlo è un americano che non è punito dalla Polizia che, invece, arresta Mauro e lo chiude in un centro di detenzione. Quando torna in Colombia per lui inizia un periodo triste in cui si lascia andare in balia degli eventi. Dall’altro lato c’è Elena che nonostante tutto decide di restare negli USA con i suoi figli. La vita a lei riserverà momenti di tristezza e atti che la sconvolgeranno ma affronterà tutto senza guardarsi indietro.

Nata negli USA da genitori colombiani, è autrice pluripremiata di quattro romanzi e insegna Scrittura creativa all’Università di Miami. Con “Paese infinito” arriva per la prima volta nelle librerie italiane. Scrittrice colombiana-americana e autrice di Vida, finalista del PEN/Hemingway Fiction Award e vincitrice del Premio Biblioteca de Narrativa Colombiana, il premio nazionale colombiano per la letteratura.

 

Giorgia Iacuele

Test nucleare russo ai confini con l’Ucraina

Secondo il quotidiano britannico Times Vladimir Putin è pronto a effettuare un test nucleare ai confini dell’Ucraina. La Nato avrebbe già allertato i propri membri delle intenzioni del numero uno del Cremlino inviando un’informativa di intelligence. A supporto dell’ipotesi di un possibile test nucleare, ci sono le immagini satellitari che hanno individuato un treno gestito dalla divisione nucleare segreta russa diretto verso l’Ucraina. Dopo giorni di escalation verbale sulla minaccia atomica della Russia, Vladimir Putin sarebbe pronto a un inquietante gesto dimostrativo per alzare ancor di più il tiro nello scontro con l’Occidente.

La presenza del treno atomico russo e i suoi movimenti non indicano per forza un test nucleare in arrivo. Il carico è rappresentato da mezzi del dodicesimo Direttorato, che si occupa della custodia delle testate nucleari. Ad esempio ci sono le autoblindo Kamaz 43269 “Vystrel”, con torretta e cannoncino da 30 millimetri. Il filmato del treno è stato geolocalizzato a Sergiyev Posad, a nord di Mosca. Sulla linea ferroviaria che porta anche al Vologda 20, il magazzino centrale degli ordigni al plutonio. Ma a ottobre in Russia si tengono le esercitazioni Grom.

Quindi ci sono altre spiegazioni alla presenza del treno. Potrebbe essere una forma di segnalazione all’Occidente del fatto che Mosca sta innalzando il confronto. Oppure la Russia potrebbe condurre la consueta esercitazione autunnale di deterrenza strategica. Quindi questo treno potrebbe mostrare una preparazione per questa esercitazione».

Una mossa, quella del test nucleare, che confermerebbe la «pericolosità» di un Putin che si trova con le «spalle al muro», come dichiarato dal direttore della Cia, Bull Burns, in un’intervista alla Cbs. Accanto al possibile test già ipotizzato del siluro Poseidon, che sarebbe in rampa di lancio dal sommergibile Belgorod di recente intercettato nel mar Artico, il nuovo avvertimento sarebbe rappresentato da un treno militare della divisione nucleare in movimento in direzione dell’Ucraina. Il presidente russo deve «essere preoccupato, non solo di ciò che sta accadendo sul campo di battaglia in Ucraina, ma anche di ciò che sta accadendo in patria e a livello internazionale», ha sottolineato ancora il numero uno dell’intelligence Usa, ricordando che, nonostante la promessa di «un’amicizia senza limiti», la Cina ha rifiutato di offrire supporto militare per l’offensiva in Ucraina.

Da Mosca però, è arrivata la dichiarazione del direttore del Dipartimento per la non proliferazione e il controllo degli armamenti del ministero degli Esteri russo Vladimir Yermakov che ha ribadito l’impegno per la «inammissibilità della guerra nucleare». Il Cremlino, invece, glissa. Sollecitato su un eventuale ricorso all’atomica, il portavoce Dmitry Peskov ha replicato che «Mosca non intende prendere parte alla retorica nucleare alimentata nei media occidentali da politici e capi di Stato». Più esplicito è stato l’ambasciatore russo a Parigi, Alexei Meshkov, che in un’intervista alla tv CNews ha assicurato che «per ora la Russia non ha motivo di utilizzare armi nucleari tattiche», ricordando che «nella dottrina russa ci sono soltanto due motivi per i quali noi potremmo utilizzare armi nucleari: un attacco con armi nucleari contro la Russia o i suoi alleati, o un attacco con armi convenzionali che metta in pericolo la nostra stessa esistenza».

Secondo l’analista Konrad Muzyka, l’unità è responsabile delle munizioni nucleari, del loro stoccaggio e della manutenzione, e potrebbe essere impiegata in un “esercizio di deterrenza strategica“. Gli spostamenti del convoglio ferroviario erano stati segnalati già domenica dal canale Telegram filorusso Rybar, che descriveva i blindati caricati con nuovi pezzi d’artiglieria equipaggiati con cannoni, mitragliatrici e lanciagranate. Per Andrew Futter, professore dell’Università di Leicester ed esperto di armi atomiche, l’aver mobilitato il treno delle divisione nucleare rappresenta al momento un avvertimento lanciato da Putin all’Occidente.

Sulla preparazione di una provocazione nucleare, però, le intelligence alleate restano caute. «Non abbiamo nessuna indicazione che le forze armate russe stiano mobilitando mezzi o personale connessi al loro arsenale nucleare: tutto al momento è nella norma», ha spiegato un alto funzionario della difesa occidentale. Ma la Nato non ha smentito ufficialmente il report del Times e il timore di un gesto sconsiderato dello zar di fronte ai rivolgimenti negativi sul terreno ucraino, da Kharkiv a Kherson, resta forte.

Pure gli analisti degli Stati Uniti, come riportato dal New York Times, dubitano che l’impiego di armi nucleari tattiche possa comportare dei vantaggi militari significativi per Mosca. Ma ritengono che, eventualmente, i russi potrebbero lanciare un proiettile da 150 millimetri, armato con una testa nucleare, da un sistema di artiglieria posizionato all’interno dell’Ucraina, oppure una testata da mezza tonnellata, con un missile lanciato dal territorio russo. Gli obiettivi potrebbero essere una base militare ucraina o una città di piccole dimensioni.

La minaccia resta, comunque, presente, almeno secondo Kiev, tanto che il Consiglio comunale della capitale ucraina ha fornito ai centri di evacuazione pillole a base di ioduro di potassio in preparazione per un possibile attacco nucleare. La tensione resta alta anche a livello diplomatico, con il “no” dell’Ucraina a un possibile dialogo con Putin. Il presidente Volodymyr Zelensky ha ratificato la decisione del Consiglio di sicurezza e difesa nazionale che afferma l’impossibilità di condurre negoziati con il presidente russo.

Pronta la risposta del Cremlino che si è detto disposto ad aspettare “un nuovo presidente ucraino” con cui negoziare. Zelensky, intanto, ha avuto un colloquio telefonico con il presidente Usa, Joe Biden, durante il quale il numero uno della Casa Bianca ha ribadito che gli Usa non riconosceranno le annessioni dei territori ucraini alla Russia e ha confermato nuovi aiuti militari a Kiev da 625 milioni di dollari, compresi altri quattro sistemi missilistici Himars.

Il presidente ucraino ha sentito anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, auspicando una sua visita a Kiev. Zelensky ha ringraziato l’Italia anche in merito al nuovo decreto sull’invio delle armi appena esaminato dal Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica). Un invio, quello delle armi a Kiev, sul quale ha ironizzato l’ambasciata russa in Italia che, su Twitter, ha sottolineato come “le forniture di armi all’Ucraina non aiutano a risolvere il problema del caro-bollette”.

“Ho avuto un colloquio telefonico con la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Ci è stata sottolineata la volontà di continuare a sostenere l’Ucraina dopo la formazione del nuovo Governo italiano”. Queste le testuali parole scritte su Telegram dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky. “Abbiamo parlato della necessità di introdurre ulteriori sanzioni contro la Russia. In particolare rafforzando l’ottavo pacchetto di sanzioni Ue ed evitando l’emissione di visti turistici ai cittadini russi da parte degli Stati della Ue”, ha aggiunto. Zelensky ha quindi “ringraziato per il sostegno incrollabile alla sovranità e all’integrità territoriale del nostro Stato”.

Giorgia Iacuele

Consiglio di economia e finanza (Ecofin)

Il Consiglio ECOFIN è composto dai ministri dell’economia e delle finanze di tutti gli Stati membri. Partecipano alle sessioni anche i pertinenti commissari europei.

Sono inoltre organizzate sessioni specifiche dell’ECOFIN per la preparazione del bilancio annuale dell’Ue, cui partecipano i ministri del bilancio nazionali e il commissario europeo per la programmazione finanziaria e il bilancio. Generalmente si riunisce una volta al mese. 

Il Consiglio “Economia e finanza” è responsabile di:

  • politica economica
  • questioni relative alla fiscalità
  • mercati finanziari e movimenti di capitali
  • relazioni economiche con i paesi non appartenenti all’UE

Prepara inoltre il bilancio annuale dell’Ue e si occupa degli aspetti giuridici e pratici della moneta unica, l’euro.

Inoltre il Consiglio ECOFIN, coordina le politiche economiche degli Stati membri, promuove la convergenza dei loro risultati economici, ne monitora le politiche di bilancio, coordina le posizioni dell’Ue nelle riunioni di livello internazionale, come quelle del G20, del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale. È inoltre responsabile degli aspetti finanziari dei negoziati internazionali sulle misure per affrontare i cambiamenti climatici.

Ottobre 2022

Il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, al suo arrivo all’Ecofin (Consiglio Economia e finanza) ha dichiarato: «Ho avuto l’opportunità ieri di spiegare alla Commissione e ai colleghi il nostro scudo protettivo ma c’è stato un malinteso. La nostra misura è mirata ed è pensata per il 2022, 2023 e 2024». Ha anche ribadito che il pacchetto di aiuti varato da Berlino «è proporzionato, se si considerano le dimensioni e la vulnerabilità dell’economia tedesca. Per questo insieme dobbiamo impegnarci per rafforzare i nostri acquisti comuni di energia sul mercato internazionale e riformare il nostro mercato elettrico».

Gli Stati dovranno decidere come finanziare REPowerEU, il pacchetto presentato a maggio per liberarsi dalla dipendenza dal gas russo, e come ripartire le risorse. La Commissione ha proposto di ridistribuire i prestiti non richiesti del Recovery Fund (circa 200 miliardi di euro) e di usare una parte delle quote sullo scambio di emissioni Ets della riserva di stabilità di mercato (altri 20 miliardi) ma non tutti i Paesi sono d’accordo.

«Oggi vogliamo fare progressi nel trovare una soluzione per distribuire i soldi tra gli Stati membri dal pacchetto RePowerEu. Questo li aiuterà a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi e ci renderà più indipendenti e sempre più resilienti. È una delle priorità della Presidenza ceca», ha dichiarato il ministro delle Finanze ceco, Zbynek Stanjura, della presidenza ceca del Consiglio Ue.

«Discuteremo anche dell’impatto economico e finanziario dell’aggressione russa contro l’Ucraina, come l’inflazione elevata e gli alti prezzi dell’energia», ha aggiunto il ministro, continuando anche la discussione del Consiglio Energia di venerdì. I ministri delle Finanze dei 27 affronteranno anche il tema di come garantire l’aiuto finanziario di 9 miliardi di euro all’Ucraina: «in questo momento siamo ancora a corto di 3 miliardi di euro», ha spiegato il ministro ceco.

«La questione di una nuova emissione di debito comune sul modello del Sure richiede altre discussioni perché ci sono punti di vista diversi attorno al tavolo», ha dichiarato il vicepresidente della Commissione europea, Valdis Dombrovskis. La proposta di creare un nuovo strumento simile al Sure è stata lanciata dai commissari europei per l’Economia e il Mercato interno, Paolo Gentiloni e Thierry Breton. «Quello che abbiamo fatto con Sure durante la pandemia» – ha spiegato lo stesso Gentiloni – «era una proposta interessante. E quel modello basato sui prestiti potrebbe essere realistico. Potrebbe evitare la frammentazione».

Giorgia Iacuele

“I miei giorni alla libreria Morosaki”

 

160 pagine, comprensive di glossario per raccontare l’importanza della lettura e di come essa possa cambiare la vita. “I miei giorni alla libreria Morosaki” è un concentrato di emozioni altalenanti, dalla depressione alla gioia in poche righe. Quando si inizia questo libro non si riesce più a smettere di leggere. 

Romanzo d’esordio diventato un bestseller in Giappone, Corea, Vietnam e Taiwan. È in corso di traduzione in 16 Paesi. Ricco di riferimenti alla letteratura giapponese moderna, “I miei giorni alla libreria Morisaki” insegna a vivere in modo più autentico, senza paura del confronto e di lasciarsi andare. La protagonista del romanzo, Takako, non è mai stata una grande lettrice e quando gli viene offerta la possibilità di abitare e lavorare in una libreria è sorpresa e perplessa. Ma nonostante ciò accetta, un po’ per disperazione, un po’ per istinto.

Il romanzo è ambientato a Tokyo, affollata capitale del Giappone, in un particolare quartiere che è definito come il paradiso dei lettori. Jinbōchō deve la sua fama alle numerose librerie presenti all’interno della sua area. È considerato il più importante distretto di Tokyo sotto questo aspetto. Nei numerosi negozi di libri delle sue vie è possibile trovare libri usati a basso costo, rari o da collezione. La maggior parte di questi sono in lingua giapponese, ma alcune librerie sono fornite anche di opere in lingue straniera, soprattutto in inglese. A ottobre si tiene un festival del libro, durante il quale i vari negozi allestiscono delle bancarelle per le strade del quartiere. Jinbōchō è sede della Literature Preservation Society e del Tokyo Book Binding Club, oltre a essere a poca distanza da numerose università quali la Meiji, la Hōsei, la Nihon, la Senshū e la Juntendō.

Benché si trovi a pochi passi dalla metropolitana e dai grandi palazzi moderni, è un angolo tranquillo, un po’ fuori dal tempo, con file di vetrine stipate di volumi, nuovi e di seconda mano. Non tutti lo conoscono, i più vengono attratti dalle mille luci di Shibuya o dal lusso di Ginza.

Neppure Takako frequenta il quartiere, anche se è proprio a Jinbōchō che si trova la libreria Morisaki. Appartenente alla sua famiglia da tre generazioni è un negozio di appena otto tatami (tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari, costruiti con un telaio di legno o altri materiali rivestito da paglia intrecciata e pressata) in un vecchio edificio di legno, con una stanza adibita a magazzino al piano superiore. La venticinquenne non esce praticamente mai di casa da quando l’uomo di cui era innamorata le ha annunciato che sposerà un’altra.

A gestire la libreria è lo zio Satoru, che ai libri e alla Morisaki ha dedicato la vita, soprattutto da quando la moglie lo ha lasciato. Entusiasta e un po’ squinternato, Satoru è l’opposto di Takako, Ed è proprio lui, l’eccentrico zio, a lanciarle un’imprevista ancora di salvezza proponendole di trasferirsi al piano di sopra della libreria in cambio di qualche ora di lavoro.

All’inizio la ragazza, presa da una forte depressione non fa che dormire, anche 24 ore al giorno, ma poi tutto cambia. Per ironia della sorte dopo una serata con lo zio non riesce a prendere sonno e pensa che un libro possa farle da sonnifero. Invece non riuscirà più a smettere di leggere e riga dopo riga, pagina dopo pagina, tutto inizia a cambiare. Pian piano si lascia sorprendere e conquistare dal piccolo mondo di Jinbōchō. Tra discussioni sempre più appassionate sulla letteratura moderna giapponese, un incontro in un caffè con uno sconosciuto ossessionato da un misterioso romanzo e rivelazioni sulla storia d’amore di Satoru, scoprirà un modo di comunicare e di relazionarsi che parte dai libri per arrivare al cuore. Un modo di vivere più intimo e autentico, senza paura del confronto e di lasciarsi andare.

Autore

Satoshi Yagisawa è nato a Chiba (Giappone) nel 1977. I miei giorni alla libreria Morisaki (Feltrinelli 2022) è il suo romanzo d’esordio, vincitore del premio letterario Chiyoda e bestseller internazionale.

Giorgia Iacuele

Ursula von der Leyen pronuncia il discorso annuale sullo Stato dell’Unione

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, nell’annuale discorso sullo Stato dell’Unione (SOTEU) dinanzi al Parlamento europeo in seduta plenaria a Strasburgo ha parlato della guerra in Ucraina e la conseguente crisi del gas, dell’inflazione, delle difficoltà economiche e del rischio di una nuova recessione. Poi ha tracciato un bilancio degli ultimi mesi e illustrato le principali iniziative che la Commissione intende intraprendere nel prossimo anno.

Non passa inosservato il richiamo della von der Leyen alla bandiera ucraina con un abbigliamento composto da magia blu e giacca gialla con spilletta dei medesimi colori. Tra i presenti in aula, Olena Zelenska, moglie del presidente Volodymyr Zelens’kyj. Le due donne oggi andranno in visita a Kiev per discutere con il presidente ucraino come aumentare l’accesso dell’Ucraina al mercato unico Ue e viceversa.

«Ci voleva un immenso coraggio per resistere alla crudeltà di Putin, e voi l’avete trovato. E si è levata una Nazione di eroi. L’Ucraina è forte perché persone come suo marito, il presidente Zelensky, sono rimaste a Kiev a resistere, insieme con lei e i suoi bambini. Avete dato coraggio a una intera Nazione. E abbiamo visto negli ultimi giorni che il coraggio degli ucraini sta pagando. La solidarietà dell’Europa con l’Ucraina rimarrà incrollabile. La risposta dell’Europa all’attacco russo all’Ucraina è stata unita, determinata e immediata. E dovremmo esserne orgogliosi», sottolinea ancora Ursula von der Leyen

«Questa non è solo una guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina», dichiara la presidente. «Questa è una guerra contro la nostra energia, una guerra contro la nostra economia, una guerra contro i nostri valori e una guerra contro il nostro futuro. Questa è l’autocrazia contro la democrazia. Con coraggio e solidarietà, Putin fallirà e l’Europa prevarrà».

Per la von der Leyen: «Le sanzioni imposte dall’Ue contro la Russia sono il prezzo per la strada che ha scelto Putin, quella della morte e della distruzione. Voglio essere molto chiara: le sanzioni resteranno. Adesso è il momento di essere risoluti, non è il momento per l’appeasement».

«Il settore finanziario russo è in terapia intensiva», aggiunge. «Abbiamo tagliato fuori dai mercati internazionali tre quarti del sistema bancario russo. Quasi mille imprese internazionali hanno lasciato la Russia. La produzione di auto è caduta di tre quarti rispetto all’anno scorso. Aeroflot deve tenere gli aerei a terra, perché non trova pezzi di ricambio. L’esercito russo sta prendendo microchip da lavastoviglie e frigoriferi per riparare le attrezzature militari, perché scarseggiano i semiconduttori. L’industria russa è a pezzi».

Riferendosi invece alle difficoltà economiche causate dal caro bollette, ha affermato che: «Arrivare alla fine del mese sta diventando fonte di ansia per milioni di aziende e famiglie. Ma gli europei stanno affrontando questo con coraggio». Ha poi proseguito aprendo a un tetto ai ricavi delle «società che producono elettricità a basso costo». Infatti, «in questo periodo i profitti (delle società energetiche, ndr) devono essere condivisi e canalizzati verso chi ne ha più bisogno» per questo «la nostra proposta raccoglierà più di 140 miliardi di euro per gli Stati membri per attutire direttamente il colpo».

Sul tetto al prezzo del gas la presidente non si sbilancia ma annuncia lo studio di una riforma profonda e ampia del mercato dell’elettricità che sarà presentata nei prossimi mesi.

Infine ha citato il Patto di stabilità e crescita, le cui regole sono attualmente sospese fino alla fine del 2023. «In ottobre presenteremo nuove idee perché gli Stati membri dovrebbero avere maggiore flessibilità sui loro percorsi di riduzione del debito, ma ci dovrebbe essere una maggiore responsabilità sul rispetto di ciò che abbiamo concordato».

Sempre il 14 settembre 2022, la Commissione europea presenterà, a Strasburgo, il pacchetto di misure mirate a contrastare i rincari dell’energia in vista del prossimo inverno, che verranno poi discusse dal Consiglio Energia straordinario convocato per venerdì prossimo, 30 settembre, a Bruxelles. Il pacchetto rispecchia il non paper che l’esecutivo Ue aveva presentato prima del Consiglio Energia del 9 settembre, con la vistosa assenza del price cap sul gas, sul quale i Paesi membri sono ancora divisi.

Il pacchetto discusso ieri dai commissari si fonda su alcune misure principali.

  • Secondo la bozza della proposta di regolamento, la prima è una misura che “riduca temporaneamente” i ricavi e gli utili delle imprese attive nei combustibili fossili. Gli Stati membri “utilizzeranno il ricavato dal contributo di solidarietà per fornire sostegno alle famiglie e alle imprese e mitigare gli effetti degli elevati prezzi dell’energia”. Nonché per “ridurre i consumi energetici e sostenere le industrie”.
  • Viene proposto uno “strumento di emergenza per l’elettricità“, che fissa “due obiettivi per la riduzione della domanda elettrica”. Il primo obiettivo richiede agli Stati di adottare misure che abbassino “i consumi di elettricità complessivi per tutti i consumatori”. Anche quelli privi di contatori intelligenti, in modo che moderino l’utilizzo di energia durante il giorno. Il risultato potrebbe essere ottenuto mediante “campagne di informazione mirate” per i consumatori. Inoltre proporrà un obiettivo “vincolante” per ridurre i consumi nelle ore di picco. Dovranno coprire una certa percentuale delle ore di ogni mese in cui i consumi sono previsti ai massimi. In pratica, si tratta di “selezionare 3-4 ore ogni giorno della settimana” in cui ridurre i consumi. Gli Stati membri avranno modo di scegliere questi orari e potranno scegliere le specifiche disposizioni da adottare. La riduzione dei consumi orari per la Commissione “può portare a una riduzione dei consumi di gas stimata in 1,2 miliardi di metri cubi in 4 mesi“, secondo la bozza. Cioè il “3,8%” del consumo nello stesso arco di tempo.
  • La terza misura riguarda il tetto ai ricavi delle compagnie energetiche che utilizzano “tecnologie inframarginali“. In pratica quelle che producono elettricità da fonti meno costose del gas, come “rinnovabili, nucleare e lignite“. Il cap verrebbe fissato ex post sui ricavi, calcolato sulla base del megawattora di elettricità prodotta. Sono previsti poi aiuti a famiglie e imprese, che dovrebbero essere finanziati dai ricavi provenienti dal cap ai ricavi e dal prelievo sugli extraprofitti. In particolare, per la Commissione “permettere agli Stati di estendere i prezzi regolati alle Pmi durante la crisi darebbe loro un altro strumento per gestire l’impatto dei rincari energetici”.

Il taglio dell’elettricità sarà vincolante per la quota del 5% nelle ore di punta (che dovranno essere almeno il 10% delle ore giornaliere di consumo). Con l’obiettivo di una riduzione mensile del 10%. I ricavi dall’elettricità prodotta non da gas avranno un tetto di 180 euro a megawattora. La quota eccedente sarà ritenuta extra-profitto, e verrà dirottata a sostegno di famiglie e imprese vulnerabili. Le aziende energetiche dell’Oil&Gas dovranno versare un “contributo di solidarietà” pari al 33% sull’eccedenza di utile di oltre il 20% rispetto alla media degli scorsi tre anni.

Giorgia Iacuele

In Italia le piccole imprese sono a rischio a causa del caro-energia

Da Confartigianato arriva un nuovo allarme “il caro–energia mette a rischio 881.264 micro e piccole imprese con 3.529.000 addetti, pari al 20,6% dell’occupazione del sistema imprenditoriale italiano”. 

I compartimenti più esposti dal lockdown energetico, che addirittura rischiano la chiusura, sono quelli a intensità energetica. Si tratta di una misura dell’inefficienza energetica del sistema economico di una Nazione. Viene calcolata come unità di energia diviso unità di prodotto interno lordo. Alte intensità di energia indicano un alto consumo del convertire l’energia in Pil. In questo momento di grande agitazione economica le più a rischio sono: ceramica, vetro, cemento, carta, metallurgia, chimica, raffinazione del petrolio, alimentare, bevande, farmaceutica, gomma e materie plastiche e prodotti in metallo.

Ma a soffrire sono anche altri 16 comparti manifatturieri. Tra questi: il tessile, la lavorazione del legno, le attività di stampa, la produzione di accumulatori elettrici e di apparecchi per uso domestico, di motori e accessori per auto, la fornitura e gestione di acqua e rifiuti.

Secondo l’analisi di Confartigianato, “gli effetti del caro-energia non risparmiano il settore dei servizi, con 17 comparti sotto pressione. Si tratta del commercio di materie prime agricole e di prodotti alimentari, ristorazione, servizi di assistenza sociale residenziale, servizi di asili nido, attività sportive come piscine e palestre, parchi di divertimento, lavanderie e centri per il benessere fisico”. Ma l’elenco è ancora lungo, infatti vanno aggiunti i settori del trasporto colpiti dall’aumento del costo del gasolio. Dal trasporto merci su strada ai servizi di trasloco, taxi, noleggio auto e bus con conducente, trasporto marittimo e per vie d’acqua. I rischi si estendono anche alla logistica, con attività come il magazzinaggio e le attività di supporto ai trasporti che subiscono pesanti rincari delle bollette per le attività di refrigerazione delle merci deperibili.

Gli effetti disastrosi del caro-energia sull’occupazione delle piccole imprese colpisce in particolar modo la Lombardia: sono a rischio 139mila aziende con 751mila addetti. Non va meglio per il Veneto dove a soffrire sono 77mila piccole imprese con 376mila occupati. Seguono a breve distanza l’Emilia–Romagna (72mila piccole imprese con 357mila addetti), il Lazio (79mila imprese e 304mila addetti), il Piemonte con 62mila aziende che danno lavoro a 262mila addetti, la Campania (77mila imprese con 240mila addetti), la Toscana con 63mila imprese e 228mila addetti, la Puglia (57mila piccole imprese e 177mila addetti) e la Sicilia (63mila imprese con 165mila occupati).

Secondo il presidente di Confartigianato Marco Granelli «rischiamo un’ecatombe di imprese. Servono interventi immediati ma anche altrettanto rapide riforme strutturali per riportare i prezzi dell’energia sotto controllo e scongiurare una crisi senza precedenti». Tra le misure d’emergenza indica «l’azzeramento degli oneri generali di sistema per luce e gas, la proroga e l’ampliamento del credito d’imposta sui costi di elettricità e gas per le imprese non energivore e non gasivore. Inoltre va fissato un tetto europeo al prezzo del gas e va recuperato il gettito calcolato sugli extraprofitti, per non aggravare la situazione del bilancio pubblico».

Per il presidente di Confartigianato, vanno anche sostenuti gli investimenti in energie rinnovabili e nella diversificazione delle fonti di approvvigionamento. In particolare per creare comunità energetiche e per incrementare l’autoproduzione. Tra gli interventi sollecitati anche la riforma della tassazione dell’energia che oggi tocca il 51% della bolletta e che penalizza con maggiori oneri proprio le piccole imprese che consumano meno.

Dopo un primo prezzo a 200 euro al megawattora i prezzi del gas scendono a un minimo di 196,05 per poi assestarsi a 199 euro. Questi i dati rilevati dal mercato di Amsterdam in attesa della riunione dei ministri dell’Energia dell’Unione europea di domani. Durante l’incontro dovrebbero essere discusse, appunto, le misure per contenere il caro–prezzi. La proposta prevede un tetto ai prezzi delle importazioni russe e possibili linee di credito d’emergenza per gli operatori del mercato energetico.

Le misure che il Governo italiano sta prendendo in virtù di uno stop del gas da parte della Russia come primo punto riguardano gli stoccaggi. Poi si passa alla massimizzazione delle 7 centrali a carbone e olio esistenti e alla stretta sul riscaldamento invernale. Ma, secondo il Governo, a fare la differenza possono essere le “misure comportamentali a costo zero” che vedono protagoniste le abitudini degli italiani.

In particolar modo si tratta della riduzione della temperatura e della durata delle docce. Dell’utilizzo anche per il riscaldamento invernale delle pompe di calore elettriche usate per il condizionamento estivo. Abbassamento del fuoco dopo l’ebollizione, riduzione del tempo di accensione del forno, utilizzo di lavastoviglie e lavatrice a pieno carico. Distacco della spina di alimentazione della lavatrice quando non in funzione, spegnimento o inserimento della funzione a basso consumo del frigorifero quando non si è in casa per qualche giorno. Non lasciare in stand by TV, decoder, DVD, ridurre le ore di accensione delle lampadine.

Secondo uno studio condotto da Enea, che ha collaborato alla predisposizione del piano del ministro Roberto Cingolani, nell’ambito dei comportamenti volontari a costo zero a inficiare maggiormente è la riduzione del tempo e della temperatura della doccia. Quindi, se invece di 7 minuti ci si limita a 5 e si abbassa di 3 gradi la temperatura dell’acqua ecco che il consumo si riduce del 35% e vale 252,23 euro risparmiati. Chiaramente vale meno l’abbassare il fuoco dopo l’ebollizione della pasta: 12,46 euro.

Dimezzare l’uso di lavatrice (una ogni due giorni invece di una al giorno) e della lavastoviglie (una volta al giorno invece di due) consente di abbattere la bolletta elettrica rispettivamente di 52,29 e di 74,69 euro. Poi ci sono i piccoli risparmi che sommati insieme possono avere un valore. Ad esempio staccare la spina alla lavatrice (1,58 euro), al frigorifero durante le vacanze (3,42 euro), non lasciare in stand by tv, decoder e dvd (4,53 euro), ridurre l’accensione del forno della cucina (13,78 euro) fare attenzione a spegnere la luce riducendo di un’ora al giorno ogni singola lampadina (11,92 euro).

Giorgia Iacuele

Addio alla Regina Elisabetta

Sul trono da 70 anni la Regina Elisabetta ha regnato sin da quando suo padre, Re Giorgio VI, morì nel 1952. Nessuno nella storia ha mai regnato più di lei, già nel 2015 aveva superato il primato sino ad allora tenuto dalla sua trisavola Vittoria.

Durante la sua infanzia approfondisce tanti interessi come letteratura e teatro. Ma studia anche arte e musica e impara ad andare a cavallo fino a diventare un’eccellente cavallerizza. All’età di soli diciotto anni diviene consigliere di Stato, che in Inghilterra è una figura di alto rilievo, essendo la persona che affianca il re nelle decisioni importanti. Per fare pratica nella politica, la regina Elisabetta II incontra settimanalmente il primo ministro per discutere di importanti decisioni circa gli affari del Commonwealth. Durante la seconda guerra mondiale si spende in prima linea facendo pratica come soldato (con il ruolo di secondo tenente) nelle mansioni dell’esercito che prevedono l’utilizzo delle donne. Impara anche a guidare i camion, a riparare i motori e a cavarsela in qualsiasi situazione o problematica che veda impiegati mezzi o autoveicoli. Il 20 novembre del 1947 si sposa con un suo lontano cugino, il Duca di Edimburgo Philip Mountbatten. La principessa Elisabetta ha solo 21 anni ma è già una donna matura e dal carattere deciso e determinato. Dal suo matrimonio nascono quattro figli: il principe Carlo, il principe Andrea, la principessa Anna e il principe Edoardo.

La sua incoronazione, che ha luogo il 2 giugno 1953, è il primo evento di quel tipo ad essere ripreso da un emittente televisiva. Alla cerimonia sono presenti tutti i rappresentati politici della Bretagna, i primi ministri e i capi di tutti i Paesi del Commonwealth e i maggiori rappresentanti di Stati stranieri. Nel 1977 Elisabetta celebra il Giubileo d’Argento, ossia il 25° anniversario della sua ascesa al trono, mentre nel 2002 solenni festeggiamenti celebrano i suoi 50 anni con la corona. Il lungo Governo della Regina Elisabetta ha coinciso con la graduale trasformazione dell’Impero britannico nel Commonwealth. Lei, da sempre convinta conservatrice delle tradizioni istituzionali, morali e religiose, ha avuto modo di confrontarsi con un numero notevole di primi ministri, dalle forti personalità (tra gli altri Winston Churchill, Margaret Thatcher, Tony Blair) e di differente provenienza politica, con cui ha saputo misurarsi criticamente, badando a difendere il ruolo e le funzioni della corona. Il suo regno inoltre ha rafforzato il legame di affetto che unisce il popolo britannico alla casa reale. La regina, inoltre, è stata il comandante in capo delle forze armate, il governatore supremo della Chiesa d’Inghilterra e a capo del Commonwealth.

“London Bridge” è il nome del protocollo che il Governo britannico adotta con la morte della regina Elisabetta II. Il piano si divide in undici giorni, che partono dal D-Day, cioè il giorno della morte della sovrana, per arrivare al D-Day 10, quando il funerale verrà celebrato nell’abbazia di Westminster. A cascata vengono avvertiti il primo ministro, il segretario di gabinetto (il più alto funzionario del Regno Unito) e alcuni dei ministri e funzionari più anziani.

Il premier annuncia l’evento all’ufficio del consiglio privato, che coordina il lavoro del Governo per conto del monarca. Una volta che tutti i ministri e gli altri funzionari hanno avuto la comunicazione, si abbassano a mezz’asta le bandiere di Whitehall. Successivamente, l’ufficio del ministero degli Esteri inizia a comunicare la notizia ai Governi dei 51 Stati membri del Commonwealth delle Nazioni, del quale la regina è ufficialmente il capo.

Dopo le comunicazioni ufficiali, la notizia è trasmessa alla Press Association che la diffonderà ai media di tutto il Mondo, il piano coinvolge anche internet e social media. Il sito web della famiglia reale diventa una pagina nera con una breve dichiarazione, che conferma la morte della regina. Il sito web del Governo britannico mostra un banner nero in alto. Anche tutte le pagine dei social media dei dipartimenti governativi mostrano un banner nero e cambiano la foto del profilo con lo stemma del dipartimento. I contenuti non urgenti non vengono pubblicati. I retweet sono esplicitamente vietati, a meno che non siano autorizzati dal responsabile delle comunicazioni del Governo centrale

Il giorno successivo alla morte della regina, il consiglio di successione proclama il nuovo monarca, che in questo caso dovrebbe essere Carlo, alla presenza del primo ministro e dei ministri più importanti. A seguito della cerimonia di proclamazione, il nuovo sovrano si riunirà con i ministri.

Il terzo giorno, cioè il D-Day 2, il corpo della regina verrà portato a Londra. Dato che il decesso è avvenuto a Balmoral, in Scozia, verrà attivata l’operazione Unicorn. Il suo corpo verrà trasportato a Londra con il treno reale, se possibile. In caso contrario, scatterà l’operazione Overstudy, che prevede il trasferimento della bara in aereo. Il primo ministro e i ministri saranno tenuti a presenziare a una cerimonia per accogliere la bara. Dal terzo all’undicesimo giorno il nuovo monarca girerà il Paese per ricevere le condoglianze ufficiali.

Mentre il sesto giorno il corpo della regina verrà trasportato nell’abbazia di Westminster, dove si svolgeranno le esequie, dopo essere stato portato a Buckingham Palace. L’undicesimo giorno si terranno i funerali. A mezzogiorno saranno osservati due minuti di silenzio in tutta la Nazione. In seguito si svolgeranno alcune processioni a Londra e Windsor. Un servizio funebre verrà celebrato anche nella Cappella di San Giorgio al Castello di Windsor e la regina sarà sepolta nella Cappella commemorativa del re Giorgio VI del castello.

Giorgia Iacuele

Guerra in Tv tra i partiti per le elezioni del 25 settembre

Le coalizioni più piccole si sentono escluse dai dibattiti in tv in vista delle elezioni politiche del 25 settembre 2022. Tra i primi a sollevare il polverone è Clemente Mastella. 

“Continua la petulante insistenza di alcuni segretari di partito di monopolizzare i dibattiti televisivi. Abbiamo prodotto ricorso agli organi competenti per evitare un ennesimo scempio democratico, uno tra i tanti di questa singolare campagna elettorale. Gli spazi dovrebbero essere dati in più a chi non ha ministri che pur dimissionari continuano a frequentare le tv impazzando dovunque. Le ragioni della democrazia impongono parità di accesso. Inizierò uno sciopero della fame se le regole dovessero essere disattese“. Con queste parole, in una nota, il segretario nazionale di Noi Di Centro, Clemente Mastella si unisce al coro di chi non sta avendo spazio a sufficienza in vista delle elezioni.

Marco Montecchi, segretario nazionale di Valore Liberale, chiama in causa l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. “Credo che l’Agcom dovrebbe intervenire. In campagna elettorale soprattutto è giusto avere la certezza di tempi contingentati, di spazi equivalenti. Questa competizione elettorale già è falsata ab origine perché esistono partiti di serie A, che non devono raccogliere le firme, partiti di serie B, che con un emendamentino di dubbia costituzionalità si sono salvati in corner, e formazioni politiche di serie C che non hanno avuto modo di raccogliere le firme e organizzarsi per partecipare alle elezioni in settembre 2022. La partecipazione a Porta a Porta così come ad altre trasmissioni dovrebbe prevedere spazio per tutti“.

“Il confronto tv a due, Letta–Meloni, a tre giorni dal voto? Può accadere solo in un Paese provinciale come il nostro“. Ad affermarlo è il leader di Azione, Carlo Calenda, in un’intervista al “Corriere della Sera”. Poi aggiunge: “Comunque vada il voto alla elezioni, dopo tutte le accuse di allarmi democratici da destra e da sinistra, l’Italia precipiterà nel caos e nessuna delle attuali coalizioni rimarrà in piedi. L’unico modo per evitarlo è isolare le ali estreme, Fratelli d’Italia e Cinque Stelle, e andare avanti con una coalizione Ursula e un Governo Draghi sostenuto da un terzo polo che avrà almeno il 15%”.

Anche Europa Verde e Sinistra Italiana con Angelo Bonelli, Eleonora Evi e Nicola Fratoianni in un comunicato esprimono il loro dissenso. “Il confronto tv a Porta a Porta del prossimo 22 settembre se avverrà senza tutti i leader di lista costituirebbe una palese violazione della par condicio. Una nota della trasmissione Porta a Porta ha annunciato che a pochi giorni dal voto, il 22 settembre, ospiterà il confronto di un’ora tra Enrico Letta e Giorgia Meloni moderato da Bruno Vespa e che sono stati invitati a partecipare anche Matteo Salvini, Giuseppe Conte, Silvio Berlusconi, Luigi Di Maio e Carlo Calenda. Non si capisce perché invitando leader di coalizione, si siano aggiunti alcuni altri leader di lista, senza che ci siano tutti e si scelgano solo Salvini, Berlusconi e Di Maio”.

“È evidente” – concludono Bonelli, Evi e Fratoianni – “una palese violazione della par condicio se rimanesse questo schema che i vertici della Rai dovrebbero spiegare alle autorità di garanzia e alla magistratura”.

“Porta a Porta, servizio pubblico Rai, ha deciso di proporre nella serata del 22 settembre l’evento clou della campagna elettorale televisiva, con il confronto Letta-Meloni e interviste di mezz’ora a Salvini, Conte, Berlusconi, Di Maio e Calenda. C’è un evidente refuso: l’assenza di Emma Bonino e di +Europa. Così come è evidente che nella carrellata dei leader nello spot che pubblicizza la programmazione elettorale di Porta a Porta, si ripeta lo stesso. Certi che la redazione provvederà, auguriamo buon lavoro“. È quanto si legge in una nota di +Europa.

“C’è una polemica sul confronto tv solo tra Meloni e Letta, credo che vada fatto a quattro: Meloni, Letta, Calenda e Conte. Gli italiani hanno dovere di sapere tra M5s, terzo polo, Pd e alleati, e centrodestra chi è più credibile. Faccio un appello al presidente e al dg Rai: non ci siano scherzi su questo, il confronto va fatto a quattro”. Lo ha dichiarato il leader Iv Matteo Renzi parlando con i giornalisti a Firenze, dove ha presentato le liste per la Toscana.

Sul caso interviene anche la Rai con il presidente della commissione vigilanza Rai, Alberto Baranchini che sostiene: “Mi occuperò di tutte le segnalazioni arrivate perché è necessario il massimo rigore e rispetto della par condicio e delle norme“. Barachini chiederà all’Agcom una verifica sulla parità di condizioni garantite dal servizio pubblico nei “confronti” televisivi tra i leader politici.

Dopo le proteste, Enrico Mentana e La7 si candidano ufficialmente a ospitare il confronto tra i leader di partito in corsa per le elezioni 2022. “Noi siamo pronti a ospitare in prima serata venerdì 23 settembre su La7 i leader dei quattro poli per un confronto finale. Se vorranno, sarà diretto”.

Giorgia Iacuele

Paolo Borsellino e il libro sull’agenda rossa

Nel libro L’agenda rossa di Paolo Borsellino l’autore, Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza ripercorrono gli ultimi giorni di vita di Borsellino e sui misteri che ancora oggi aleggiano su quell’efferato attentato. 

Tra questi c’è proprio il dilemma sull’agenda rossa di Borsellino. Sulla quale, a detta di sua moglie, Agnese Piraino Leto, dei suoi figli, Lucia, Fiammetta, Manfredi e di alcuni colleghi annotava minuziosamente appuntamenti e intuizioni investigative e la portava sempre con sé in una valigetta. La borsa comparsa in alcuni scatti successivi al momento della strage in quel fatidico giorno sembra non contenesse proprio l’agenda rossa. E soprattutto, processualmente, comparirà per la prima volta in un verbale delle 18:30 di una domenica di 15 anni dopo.

La moglie, in una testimonianza a uno dei processi in risposta alla domanda del Pm Palma sull’effettività che Borsellino fosse in possesso della sua agenda il giorno della strage, risponde che scherzosamente lei gli diceva: «Guarda, mi sembri Giovanni Falcone», che ovunque andava portava con sé la borsa con le sue cosine. «Lui da un po’ di tempo faceva la stessa cosa».

Infatti, non è la sola ad essere scomparsa, anche degli appunti di Giovanni Falcone su un dischetto non si ha più nessuna traccia. Poi, a sorpresa, il 24 giugno del 1992 spunta il diario del magistrato. E da questo inizia a delinearsi un filo che conduce al coinvolgimento dello Stato nella sua morte attraverso l’allora procuratore di Palermo. Il quale mise in difficoltà, con vari accadimenti ben espressi all’interno del libro, Falcone prima e Borsellino dopo.

Una corsa contro il tempo quella di Borsellino per scoprire i mandanti dell’omicidio di Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Lui stesso sapeva e affermava che sarebbe accaduto anche a lui. «Mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia (…) Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri».

«Ho capito tutto» ripeteva Borsellino negli ultimi giorni della sua vita, mentre lavorava disperatamente alla verità sulla strage di Capaci. Cinquantasei giorni dopo l’esecuzione di Falcone, arrivò la sua.

Pagina dopo pagina si entra nel vivo della storia che, se non fosse triste, reale e della quale si conosce la fine, la si potrebbe definire avvincente. Colpisce come il susseguirsi degli eventi, nonostante la drammaticità, sia fluido, scorrevole e particolarmente toccante.

Uno dei passaggi de “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” più commoventi è “Una catena umana attraversa la città“. Il 23 giugno del 1992 migliaia di persone, soprattutto giovani, affollano le strade di Palermo per ricordare e onorare la Strage di Capaci. Ma ci furono cortei in tante altre città d’Italia. Ciò voleva dire solo una cosa: gli italiani erano con loro. Il corteo nella città siciliana si concluse in un raduno organizzato dai boyscout a piazza Mangione dove fu lo stesso Borsellino a fare il discorso in ricordo di Falcone. Parole che toccarono il cuore dei presenti.

Nei capitoli che descrivono il fatidico giorno, 19 luglio 1992, gli autori hanno fatto un lavoro eccellente. Leggendo le parole che narrano l’accaduto ci si commuove pur essendo preparati a ciò che sta per avvenire. Il susseguirsi degli eventi sono raccontanti entrando nelle emozioni di chi, purtroppo, stava vivendo la tragedia.

Alcune pagine sono dedicate al processo Borsellino ter con la trascrizione del colloquio della teste Agnese Piraino Leto, vedova Borsellino con il Pm. Il libro si chiude con gli sviluppi a cui hanno portato i vari processi a lui dedicati.

Quell’agenda di Borsellino qualcuno si affrettò a requisirla, ma perché? Troppo scottante ciò che il magistrato scriveva mentre cercava di venire a capo della Strage di Capaci? Chi intralciava il suo lavoro in procura? Quali verità aveva scoperto? Questi e altri sono gli interrogativi che non si sa se mai troveranno una risposta. Uno in particolare è oltremodo rilevante: Borsellino si sentiva più al sicuro quando era in altre città, italiane e non, che non a Palermo. Purtroppo, come viene scritto più volte, la sua sicurezza non era ritenuta così a rischio affinché la procura si impegnasse sul serio per proteggerlo. E lui nei suoi ultimi giorni si preoccupava, più che della sua incolumità, di quella dei suoi cari e della scorta.

Giuseppe Lo Bianco, cronista di giudiziaria, ha lavorato al giornale L’Ora di Palermo e all’agenzia Ansa. Ha collaborato con L’Espresso e oggi è corrispondente dalla Sicilia per Il Fatto Quotidiano. È autore di “The Truman Boss” (con Vincenzo Balli, Castelvecchi 2017) e “La Repubblica delle stragi” (a cura di Salvatore Borsellino, PaperFIRST 2018). Inoltre è tra i fondatori dell’associazione Memoria e Futuro.

Sandra Rizza ha imparato il mestiere di giornalista negli stanzoni de L’Ora di Palermo, negli anni caldi della guerra di mafia, passando presto alla cronaca nera e giudiziaria. Ha collaborato con Il Manifesto e con La Stampa, ed è stata corrispondente dalla Sicilia del settimanale Panorama negli anni delle stragi 1992-93. Per un decennio redattrice giudiziaria dell’Ansa di Palermo, oggi collabora con Il Fatto Quotidiano.

Lo Bianco e Rizza hanno raccontato, sempre a quattro mani, i retroscena dello stragismo eversivo nei libri “L’agenda rossa di Paolo Borsellino” (2007). “Profondo nero” (2009), “L’agenda nera della Seconda repubblica” (2010). “Antonio Ingroia. Io so” (2012), “DepiStato” (2019), “Il libro nero delle stragi di Stato” (2021), tutti pubblicati da Chiarelettere. “Ombre nere” (Rizzoli 2018) e “Dietro le stragi” (PaperFIRST 2021).

Giorgia Iacuele

L’economia italiana trainata dal Nordest

Le previsioni di crescita delle Regioni siano minime ma il Nordest torna a trascinare l’economia italiana. Nel 2022, il Pil del Veneto è destinato ad aumentare del 3,4%. Nessuna altra Regione in Italia farà meglio. Appena dopo c’è la Lombardia con il 3,3 e l’Emilia Romagna con il 3,2. In coda, invece, le Marche con un aumento del 2,4%, la Basilicata con il 2,3 e, infine, la Calabria con il 2,1. I dati emergono da un’analisi realizzata dall’Ufficio studi della Cgia di Mestre sugli scenari territoriali presentati nelle settimane scorse da Prometeia.

Entro quest’anno, inoltre, solo 7 Regioni su 20 recupereranno il livello di Pil che avevano prima della pandemia (2019): Lombardia, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Puglia, Abruzzo, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. Le altre 13 no. Le realtà territoriali che hanno faticato più delle altre a recuperare il terreno perduto sono la Toscana (-1,4%), la Calabria (-1,8%) e, infine, la Sardegna (-2,1%).

Nel 2022 la crescita media del Pil italiano è stimata al 2,9%. Un livello inferiore a quello ipotizzato, ad esempio, nelle settimane scorse dalla Banca d’Italia (+3,2%) o al dato sulla crescita acquisita dall’Istat (+3,4). L’Ufficio studi della Cgia ritiene che nel prossimo autunno lo scenario economico/sociale sarà particolarmente difficile. Il caro energia, l’inflazione galoppante, gli sviluppi della guerra in Ucraina e una possibile recrudescenza del Covid rischiano di “frenare” lo slancio dell’economia maturato in Italia nella prima parte di quest’anno.

La ripresa arriva da aiuti, turismo, investimenti ed export. Quelli pubblici erogati dal Governo Draghi per contrastare la crisi, il buon andamento delle presenze turistiche, gli investimenti (in particolar modo nelle costruzioni) e l’export sono le voci più significative che stanno puntellando la ripresa dell’economia in atto. Sui consumi delle famiglie, che costituiscono il 60% circa dell’intero Pil nazionale, dovrebbero salire, rispetto al 2021, del 2,8%, anche se rispetto al 2019 sono ancora inferiori del 4,1. A livello regionale, le variazioni 2022 sul 2021 più importanti si segnalano in Lombardia, e Veneto (ambedue +3,4%) e in Valle d’Aosta (+3,3) Gli investimenti, quest’anno aumentano del 9,9%, con punte del 10,4 in Lombardia, del 10,3 in Emilia Romagna e del 10,2 in Sicilia, Piemonte, Campania e Puglia. Rispetto alla situazione pre – Covid, il dato medio nazionale è aumentato addirittura del 16,9%.

In merito all’export, infine, quest’anno il dato nazionale dovrebbe aumentare del 6,3, con picchi particolarmente positivi in Sicilia (+15,5%), Liguria (+12,3), Valle d’Aosta (+12,2) e Calabria (+11,8). Rispetto a 3 anni fa, le nostre vendite all’estero sono incrementate del 9%.

Giorgia Iacuele

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