mercoledì, 19 Giugno 2019
Agenzia di informazione e approfondimento su tematiche economiche, professionali, aziendali, culturali e di attualità varie

Autore: Raffaele Panico

Il Gruppo Riservato Segreto Italiano “RS-33 Guglielmo Marconi”

Dalle cronache della guerra, note storiche sul Primato della scienza alternativa
del gruppo riservato segreto italiano RS-33 ‘Guglielmo Marconi’

Raffaele Panico

Le ricerche scientifiche del ristretto riservato e segreto gruppo di studiosi italiani “RS – 33 Gruppo Guglielmo Marconi”, voluto dal regime nel 1933 in sigla RS-33, è avvolto ancora in un velo di leggende.
Era uno dei gruppi di studiosi che focalizzavano le ricerche sulla natura e sugli atomi della materia di tipo implosivo con particolare attenzione alle energie alternative che culminano, oltre che sull’atomica, dalle ‘cronache della guerra’ nel finale più tragico, anche con un programma di aereo discoidale e di orbita geostazionaria spaziale.

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Storiografia della Corruzione

Modelli e fattori sinergici nelle relazioni globalizzate e de-regolarizzate
 …dal “Piccolo Mondo Antico” al “Grande Nuovo Mondo”
Viaggio dalla Sicilia all’America, con andata e ritorno

 Raffaele Panico

Il pensiero politico nelle democrazie maggiori – con economie importanti sugli scenari mondiali negli ultimi decenni, in particolare – a partire dagli anni Sessanta, con l’apparizione di movimenti ideologici tipici della nuova generazione nelle forme di protesta e di culture alternative – intese anche come “altra” e, oppure,  “contro” cultura – hanno eclissato, nella lunga durata i livelli di una buona condotta nell’amministrazione e del buon governo della cosa pubblica.

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cittadini onesti precisi, Corruzione, criminologia, Paese di Machiavelli, Paese mafie, Regno d'Italia, Repubblica italiana, sicilia, Stati Uniti

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1911 GUERRA di LIBIA: … l’Esercito Italiano visto da
Jean Carrère, un cronista amico della “Nuova Italia”

Il francese, “molto italiano”, venne ferito a Tripoli e,
giunto a Napoli, fu acclamato dalla folla in attesa al porto

Raffaele Panico

Così Jean Carrère scrisse durante il governo Giolitti: “l’esercito italiano, fino alla vigilia della guerra di Libia, era per tutti, forse per gli stessi italiani, sconosciuto”. Brillante penna Carrère, partecipe ad un tempo ad una visione dannunziano della vita ed anche all’attivismo dei futuristi italiani È infatti ancora lui a scrivere: “La guerra è un filtro potente sulle anime, che trasforma ogni vizio in virtù!”.

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Cronista di guerra, guerra e pace, italia, le Civiltà del Mediterraneo, Libia

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Scuola Ufficiali Carabinieri – festa di fine Corso:
la “Calotta”, una storica tradizione nata inizi ‘700

SCUOLA UFFICIALI CARABINIERI FESTA DI FINE CORSO
La “Calotta” la storica tradizione ha oltre tre secoli… e nasce in Francia

Raffaele Panico

Roma, 7 giugno scorso, l’esperienza formativa degli Allievi della Scuola Ufficiali Carabinieri si è conclusa anche quest’anno presso la sede dell’Istituto (Roma, via Aurelia 511) con la tanto attesa “Festa di Fine Corso” organizzata dalla Nobilissima Calotta.

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festa di fine Corso, la "Calotta", Scuola Ufficiali Carabinieri, tradizioni storiche

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CCV Annuale di Fondazione
dell’ ARMA dei CARABINIERI

Un CORPO, con la duplice funzione, di Militari e di Polizia,
che è il vanto dell’Italia e che non ha eguali nel Mondo intero

 _____________________di Raffaele Panico

Un corpo di soldati d’élite, chiamati Carabinieri, perché armati di carabina facenti parte del Corpo dell’Armata Sarda, di fatto l’esercito piemontese del Regno sabaudo. Allora come oggi, presente con compagnie e stazioni era, ed è, diffuso su tutto il territorio nazionale, sempre attenti alle esigenze dei cittadini o, allora dei sudditi del Regno. Invidiati nel Mondo intero i Carabinieri italiani nascono e mantengono la duplice funzione e carattere di Forza di polizia come altre forze dipendenti dal Ministero dell’Interno, e Forza militare di Difesa, così presenti tanto in Italia con il successo che i Carabinieri trovano nel contatto quotidiano attraverso le loro attività al servizio dei cittadini, quanto in unità militari presenti in missioni all’estero in tutti i continenti. 

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"Fedeli nei Secoli", 205 Anniversario, Arma di Carabinieri, Carica di Pastrengo, Gen. Giovanni Nistri

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Bruxelles contro Roma ………..
La metafora di un impero polivalente, leggero e globalizzato

AL DI LA’ DEI “DISTINGUO” E DELLE CHIACCHIERE, 
…. UNA POSSIBILE ED ATTUALE SOLUZIONE

   una provocatoria analisi di Raffaele Panico 

Globalizzazione è un termine immorale e sconveniente per l’uso immenso e spregiudicato che ne è stato fatto. Quando al termine globalizzazione affianchiamo il termine mondializzazione è come se aggiungessimo subito l’idea di Impero. E, ancor oggi, è l’Impero Romano che si accorda sin da subito per modello imperiale imperituro. Un impero durato mille anni ma che continua sino ad oggi.

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Bruxelles contro Roma, Costantinopoli, Dop, igp, new york, Washintong

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Il fascismo e le sue origini nel panorama europeo
tra il trionfo e la tragica e infame Alleanza  

         L’oscillazione del pendolo politico post primo conflitto mondiale in Europa, analisi storica, politica e istituzionale nonché economica di Karl Polanyi ovvero passaggi anche sanguinari, con violente prese di potere o fasi rivoluzionarie, rapsodiche, che segnavano un passagggio del potere da estrema destra a sinistra e viceversa, è stata, questa l’oscillazione, tanto maggiore quanto minore era la democratizzazione del Paese in questione e tanto maggiore era l’arretratezza economica dello stesso Paese in esame.

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Alleanza, fascismo, panorama europeo

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Aspetti economici sociali e criminali della II^ guerra mondiale – il male propinato dall’ideologia globalizzata con l’oppio e l’eroina

Francia 1969: veniva pubblicato un Abecedario di un agente dei servizi, ad ogni singola lettera, una relativa voce. I francesi, venivano sconfitti in Indocina. La Francia osservava con occhi scaltri questioni di geopolitica, si pensava di avere visioni più lucide; mentre in Italia passava l’infame fronte della guerra fredda attraverso il liquido corrosivo del terrorismo e dei falsi miti propaggini della guerra civile 8 settembre 1943 aprile e ben oltre il 1945. La scia della Liberazione avvenuta con le bombe angloamericane e le faide interne dei vari triangoli rossi, o assi neri, o foibe istriane solo una lunga scia di morte postbellica. Ora, sentiamo cosa riporta questo attento francese dalle memorie da lui raccolte nell’Abecedario. Voce “o”, o come Oppio, tra “Oerlikon” – città del cantone di Zurigo […] dove si fabbricano cannoni da venti millimetri… e tra “Orecchio elettronico” – “scoperto dal dottor Alfred Tomatis”. Ecco il rapporto sullo stato dell’arte del cosiddetto “Triangolo d’Oro” dell’oppio, morfina ed eroina.

Così alla voce Oppio: “Nel 1965 il veleno è diventato un’arma possente. Pezzi forti della guerra ideologica moderna sono l’oppio e l’eroina e occupano un posto preponderante nel totale delle somme destinate alla propaganda sovversiva. Da molto tempo Mao Tse-tung ha compreso la potenza di tale arma. Nelle sue mani, essa neutralizza europei e americani. La politica di Mao è chiara: tende a sopprimere la tossicomania in Cina, incoraggiando d’altra parte la coltura, la produzione, la distribuzione e la vendita di stupefacenti nelle nazioni occidentali. E l’esportazione è fiorente. Ogni anno le cifre degli affari aumentano. Nel 1950, 10.591 grammi di eroina sono stati sequestrati, tre volte più che nel 1949. Ne vennero trovati 990 grammi presso il capo della sezione Kyushu del partito comunista giapponese. Erano stati forniti dal nordcoreano Kyo-son, membro del comitato direttivo del partito di Rashin, nella Corea del Nord. Il 17 febbraio 1963 gli agenti dell’ufficio narcotici, a New York, perquisiscono i bagagli lasciati in consegna da un ricercato dalla polizia: contenevano 61 chili di eroina pura, per un valore paragonabile a oltre trenta miliardi di lire. Robert Kennedy, ministro della Giustizia, volle darne l’annuncio personalmente. In quanto agli esperti del FBI, le loro informazioni sono sicure: Pechino è il fornitore mondiale numero uno. Esistono oggi, in diverse regioni della Cina meridionale, distese impenetrabili, dove gli indigeni, che conoscono appena la loro nazionalità, vendono grandi quantità d’oppio grezzo ai trafficanti cinesi. La sola raccolta dello Yũnnan arriva a 2000 tonnellate di oppio grezzo. La produzione totale della Cina continentale, secondo i documenti ottenuti dalle Nazioni Unite, oscilla tra le 20 e le 22 mila tonnellate. In quanto alla Compagnia nazionale del commercio, organismo di stato dipendente dal ministro del Commercio di Pechino, essa controllava il 65% del traffico mondiale della droga. Sapendo che un’oncia d’oppio grezzo (grammi 28,35) ha un valore internazionale di 2.500 vecchi franchi nel paese producente, che vale 100.000 franchi dopo la trasformazione e l’arrivo a New York, che l’oppio grezzo viene trattato in laboratorio per diventare eroina a un prezzo base medio di 2.500 franchi per grammo, prezzo che sarà raddoppiato dal venditore, si arriva a due milioni e mezzo per ogni chilo di stupefacente. E i 12.057 chili sequestrati negli Stati Uniti nel 1960, rappresentano un valore di oltre ottantaquattro milioni di dollari (circa 50 miliardi di lire).”

Il funzionario del Servizio francese passa poi al tariffario, prezzo e consumo in Canada. Poi, continua: “Dalle terre dove crescono i papaveri, fino al drogato che ha in tasca l’ago ipodermico, il cucchiaio a manico ritorto (recipiente per la cottura) e i lunghi fiammiferi che verranno bruciati a fascio perché lo zucchero e l’eroina si dissolvano nell’acqua, la via dell’oppio segue molte vie traverse. Vi sono due punti chiave di transito e trasformazione: Hong Kong e Singapore. Hong Kong, la città internazionale, conta 250mila intossicati, come New York e centinaia di laboratori clandestini. Enormi quantità di morfina vengono fabbricate in quella metropoli: altri laboratori trasformano la morfina in eroina. Prediamo 500 grammi di oppio preparati ad Hong Kong: ripartiti in piccole capsule di materia plastica, saranno affidate a un marinaio giapponese la cui petroliera farà scalo in Australia. A Sidney il marinaio consegna il suo carico al passeggero di un piroscafo inglese la cui destinazione è Londra. A sua volta il passeggero si metterà in contatto con il rappresentante di una banda italiana che, via Anversa, arriverà a Napoli. Là, l’oppio preparato diventerà eroina , e arriverà alla destinazione finale: New York via Messico o Montreal. «Quale che siano la provenienza e l’origine della droga, nonché gli intermediari, essa finirà sempre a New York» – l’uomo che parla così (scrive il francese; Ndr) è il signor Naprstek, dell’ufficio 272 dell’ONU, il solo uomo al mondo che conosca il problema internazionale della droga grazie alle statistiche dei cinque continenti. La strada dell’oppio trova parecchie varianti: una passa per la pista del Laos: la pista di Ho Chi-mincgh, calpestata da migliaia di coolies. L’oppio vi viene trasportato a dorso d’uomo verso Saigon e Bangkok. Ogni anno 400 tonnellate, circa la totalità della raccolta laotiana, si incammina verso quelle destinazioni. I commando comunisti del Pathet-Lao, che dispongono delle tribù dei Meo e degli Yao, controllano gli immensi campi di papaveri. L’oppio paga generosamente l’acquisto delle loro armi. Un altro asse di penetrazione è il nord della penisola indo-pakistana, con destinazione al bacino del Mediterraneo”. Il francese ricorda poi un episodio avvenuto a Londra dove in grandi alberghi mondani, dive dello spettacolo si ritrovano in storie di cronaca e carcere dovute alle valigie di diplomatici, in realtà agenti, questa volta sovietici, così prendendo il posto degli asiatici nella corsa alla depravazione del cosiddetto Mondo libero. E infine il francese chiude da buona persona intelligente quale è (stato) con un appunto storico: “Per l’obiettività della storia, conviene ricordare che l’oppio venne importato dall’Assam in Cina, da due inglesi, Wheeler e Watson.

La funesta droga procurò un’inesauribile fonte di rendita alla Compagnia delle Indie. Nel XIX secolo il governo britannico dell’Indostan, erede di tale società, versò i fondi necessari a quei fattori del Bengala che desiderassero dedicarsi alla coltura del papavero, esigendo in cambio che la cassetta d’oppio venisse ceduta a prezzo fisso. La rivendita poi all’asta con un beneficio medio di 2.250 franchi oro per cassetta. L’oppio esportato dall’Indostan verso la Cina veniva venduto a nome di Sua Maestà, imperatrice delle Indie, e a profitto del tesoro inglese. Da 150 a 200 milioni entravano così nelle casse del governo britannico in India. Da parte loro i gesuiti francesi insegnarono ai mandarini l’arte di «prender con eleganza tabacco da fiuto» e i tre fiordalisi furono, per un secolo, a Pechino, la sola insegna dei rivenditori di tabacco da fiuto. Wheeler e Watson, importatori d’oppio in Cina, non avrebbero certo previsto che i cinesi, un secolo e mezzo più tardi, si sarebbero dedicati allo smercio della droga con i loro stessi discendenti sulle rive del Tamigi, e questo in cambio di informazioni politiche derivanti dalle «alte sfere». Mao Tse-tung non fa altro che riprendere, per proprio conto, la guerra dell’oppio, con la speranza di intossicare il mondo”.

 

Fin qui, il racconto dell’Agente francese circa il viaggio della droga destabilizzante le società avanzate. Altro è stato pubblicato anche su un autorevole settimanale italiano, all’incirca negli stessi anni, tra l’altro anche con dati e stime molto precise. Aveva dunque ragione Truman: “le informazioni, anche le più segrete e riservate, anche sugli Stati e la loro sicurezza interna e le loro geopolitiche sono al 98% pubblicate sui giornali, dal più grande fin al più piccolo, occorre solo leggere attentamente tutti i periodici e, il tutto, senza preconcetti ideologici”.

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Dalla “Tragedia” alla “Memoria”:
la ferita ancora aperta della seconda guerra mondiale

IN PATRIA, o dove caduti, tutti i soldati
ritrovano la pace
e una onorevole sepoltura

GOLFO DEL CARNARO, dopo 74 anni, nella seconda settimana del corrente mese di maggio sono stati effettuati degli scavi presso una fosse comune localizzata attorno al perimetro esterno del cimitero di Ossero, piccolo paese sito in prossimità di un sottilissimo istmo che riuniva anticamente Cherso (in latino e in lingua dalmatica Crepsa) e Lussino (Lussin in veneto): in epoca romana erano una sola isola, i latini poi le separarono scavando la sottile lingua di terra realizzando il canale denominato della Cavanella. Si facilitavano così le comunicazioni delle navi romane dall’Istria verso la Dalmazia. Le due isole sono di fatto ancora collegate con un ponte girevole. Oltre il lembo di terra di Lussino si trova, appunto, il borgo di Ossero.

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d-day, Federaz. Ass. Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati, golfo del carnaro, X Mas

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Discorsi per la nuova Italia del XXI secolo

Dio è finito livellato nell’apocalisse atomica immaginata nelle capacità di Nazioni civilissime di ricreare o distruggere l’intero pianeta: ora, la coscienza di Dio è nelle nostre coscienze di uomini, uomini giganti in un certo senso, perché è alla soglia, al punto di partenza e ci siamo già posti oltre il confine di non ritorno; navighiamo in un mondo completamente trasceso, tra il finito dell’uomo e l’infinito dei tempi di Dio.
La Frontiera della conoscenza nella libertà dell’operare e dell’agire dell’uomo con tutte le sue responsabilità. La questione dell’attuale sfida per gli italiani si pone oggi in questi termini: il nulla più o il ritorno alla “sostanza” di Giovanbattista Vico – dei corsi e ricorsi storici.

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Cuba tra magia e politica, ancora oggi dopo i misteri del comunismo

            Oggi il fascino di Cuba e della rivoluzione cubana non è più emanato dall’ideologia o sul sostegno internazionale, piuttosto si basa sulla carica umana di parte della sua popolazione. A Cuba, con Fidel Castro il fenomeno del comunismo sembrò ricalcare alcuni riti culti e magie che accadevano già nella Cuba di Batista.

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babalao, comunico, cuba, fidel castro, magia

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Albania. L’identità albanese attraverso la fede patriottica: la setta dei “Bektashi”

I Bektashi sono una originale e interessante setta che ancora alla fine dell’800 era presente in Albania. Questi erano devoti a Gesù e alla Trinità, si crede anche usassero alcuni sacramenti cattolici tra cui l’eucarestia. Possedevano dei monasteri dislocati sul territorio, a tragitti ben definiti da distanze chilometriche. Era il motore della conversione dal cristiano al musulmano, ed erano il nerbo del corpo militare dei Giannizzeri nell’Impero ottomano.

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albania, Bektashi

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I misteri della Romania: dal fascismo di Codreanu al comunismo di Ceaucescu

Due regimi totalitari del XX secolo a confronto

L’analisi degli aspetti del comunismo e del fascismo romeno presentano eccentricità rispetto a movimenti simili, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. La situazione romena è ancora più singolare dato che si evidenziano sconcertanti analogie tra il fascismo di Codreanu e il comunismo di Ceausescu. Due forme di totalitarismo, tipiche dei regimi del XX secolo, che si appoggiano sulle religioni, non ufficiali, per rafforzare la loro presenza nel credo popolare e sbarazzarsi così dei culti tradizionali.

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Ceaucescu, Codreanu, comunismo, fascismo, Guardia di Ferro, Legione dell' Arcamgelo, Romania

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Il Risorgimento italiano
organico alla storia d’Europa del XIX secolo, è la corda tesa del secolo scorso ed è, nelle attuali tensioni, la speranza della civiltà del nuovo millennio

Il Risorgimento italiano, organico alla storia d’Europa del XIX secolo, è la corda tesa del secolo scorso ed è, nelle attuali tensioni, la speranza della civiltà del nuovo millennio

Centocinquanta anni di storia moderna dello Stato italiano unitario, con divisione, faglie, discontinuità è stata un’ebbrezza da Nazione dai primi posti nel mondo. Perché? Intanto, sentiamo Adolfo Omodeo, “gli uomini del nostro Risorgimento, che furono nella massima parte uomini aperti allo spirito della moderna civiltà europea (a renderli tali non poco influirono i lunghi esili) attuarono questo sviluppo armonico dell’indipendenza nazionale con le libere istituzioni nella penisola. E lottarono spesso contro la volontà di restarsi da parte dei popoli che per sé avevan conseguito la libertà e temevano la formazione di nuove nazioni; impiegarono ai propri fini la revisione e il completamento del programma napoleonico propostisi dal fondatore del secondo impero; si sforzarono di render reale una collaborazione e un’armonia dei liberi popoli, cola funzione europea di Mazzini, di Cavour e di Garibaldi”. (A. OMODEO, “L’età del Risorgimento italiano” Napoli 1931).

Il regno proclamato il 17 marzo 1861 era piccola cosa, rispetto alla grande area culturale linguistica italiana, se osserviamo le carte geopolitiche agli inizi del Cinquecento, o ancora a fine Settecento. Nel 1861 l’Italia si presenta senza Roma e il Lazio, ottenute solo nel 1870, ma intanto si perdevano due regioni storiche importanti quali il Nizzardo e la Savoia (questa di lingua provenzale e casa dei Re d’Italia). Un fatto, gli Accordi di Plombiers, tra Napoeone III e Cavour, frutto ancora di reminiscenze di antica, ancestrale memoria, un rito quasi di unione filiazione- familiare, più da regno romano barbarico: “io ti cedo due figlie a te monarca d’Oltralpe a garanzia dell’accordo tra noi due monarchi, di cui l’uno – Parigi ritiene così di poter controllare l’altro”. La Francia ipotecava oltre, i nuovi confini, la nascente Italia. Qui dovremmo aprire il capitolo Accordi commerciali e Tariffa doganale finita solo con la cosiddetta guerra commerciale aperta con Parigi nel 1887 per scrollarsi di dosso quel cappio alla moderna industrializzazione italiana. Ma il fattaccio era compiuto, si erano atterrate le industrie del Sud e Centro Italia e aperta la via dell’emigrazione di massa e l’odio anti italiano nel bacino del Mediterraneo e presso gli Stati confinanti, piccoli Stati là dove erano presenti oltre i confini del regno d’Italia comunità italiane autoctone. Piccola Italia anni sessanta. Infatti, ricordiamo, che il Veneto venne annesso solo nel 1866 perdendo in mare la battaglia presso Lissa, isola dalmata, una vera sventura per l’intera Questione Adriatica. Difatti, già dall’esperienza della prima guerra d’indipendenza 1848-49 complice anche il Papa-re cattolico che si sfilò dalla guerra all’Austria, inizia il dramma degli italiani del regno di Dalmazia sotto vessillo imperiale di Vienna; subimmo sempre di più la snazionalizzazione italiana della Dalmazia. Uno dei maggior rappresentanti italiani era Baiamonti a Spalato, importante esponente dell’autonomismo dalmata, contro gli annessionisti croati. Vienna non voleva perdere l’importante sbocco al mare Adriatico e pur di escludere la nascente Italia cedeva alla Croazia interna, una terra ancora arretrata e immatura politicamente, l’esuberanza verso lo “sbocco al mare” dei croati contro gli italiani autoctoni.
La III guerra d’indipendenza del 1866 vedeva la Dalmazia in prima linea, nei villaggi e nelle cittadine dell’interno dalmata come Tenin, Nona e Obrovazzo, furono innalzate accanto al vessillo austriaco le bandiere croate. Il 20 luglio 1866 giunse la notizia alle italianissime Zara e Spalato della pesante sconfitta navale subita al largo di Lissa dalla flotta italiana comandata dall’ammiraglio Persano. La guerra purtroppo sfavorevole all’Italia anche a Custoza, volgeva al termine grazie alla vittoria prussiana sull’Austria sconfitta a Sadowa: le condizioni del Cancelliere prussiano Bismarck erano di cedere il Veneto e piccola parte del Friuli a Firenze (capitale d’Italia allora) ma non l’Adriatico orientale che rimaneva schiacciato dalla pesante mano austriaca. Preoccupati per l’ostilità austriaca i dalmati italiani dovettero affrontare, subire e pagare le ingiuste accuse di tradimento da parte slava. Fu l’inizio della fine. Oggi le amministrazioni americane succedute a Wilson e con tanta intraprendenza invasiva sulla scena mondiale e peggio europea, cosa direbbero del genocidio contro un popolo autoctono, gli italiani di Dalmazia, vittime di chiusura delle scuole, attività commerciali artigianali, soprusi pestaggi e flussi emigratori di italiani e immigratori di slavi dall’aree interne dell’Impero austro-ungarico? Niente! Imporrebbero un Global Act o Global Compact… Una barbarie ripudiare un popolo, oggi si deve dare l’idea chiara ed efficace del dramma vissuto dai giuliano dalmati a nome di tutti gli italiani ed europei. Oggi quella cultura latino, veneta e dalmatica (la lingua sparita agli inizi del Novecento, parlata sull’isola di Veglia ancora per dare testimonianza del genocidio culturale prima, e poi dell’infoibamento dall’8 settembre 1943-47 e fin oltre…) una volta attaccato l’elemento garante, l’italiano, è lì relegata come i nativi indiani d’America nelle riserve. Oggi, grazie alle tecnologie della Nazione madre italiana che ha saputo modernizzarsi, nonostante le dure prove (ancora saldamente nei primi posti nel mondo… a volte cedono i vicini), la barbarie degli austriaci, oggi, non si sarebbe potuta operare? È un po’ come se il mezzo di trasporto non è più a trazione animale, la carretta per trasportare un ferito, oggi abbiamo l’ambulanza, con veloce motore a scoppio e accessoriata di tutto punto, altro che bendaggio e stoffe da far stringere tra i denti al malato per resistere al dolore per un ricovero di urgenza in ospedale. Oggi quella cultura ripetiamo latina, veneta italiana dalmatica si sarebbe salvata in quelle terre adriatiche orientali? Si, lottando per l’identità, la sovranità contro Vienna. È un appunto che va fatto a tutte le istituzioni italiane, urge subito un’iniezione salvavita, in un mondo attuale di fatto detto globalizzato. La società civile moderna e contemporanea è figlia delle sue opere – come si disse di Napoleone, il più grande dei suoi riformatori -; e quindi della volontà generale, espressa da una pluralità di individui, liberi ma sempre pronti a ricomporre un patto italiano per un solo “io comune”. Ecco la società moderna e contemporanea, nata dalle rivoluzioni e dalle restaurazioni, che in Italia più che altrove, assume rilievi di un “plebiscito quotidiano” formato secondo il motto di Mazzini, da quotidiani diritti e doveri. Escludendo uno dei due termini il gioco democratico delle libertà non funziona. Così è finito il mondo sovietico, così sta sgretolandosi il mondo Atlantico. La libertà è di casa in Italia, nonostante tutto è qui il “principio attivo”, se vediamo tutto il cammino della civilizzazione dell’umanità. Libertà è parola evocativa di un patto comune da stringere, già nell’antica Roma repubblicana; libertà è coscienza alta del significato dei diritti dell’individuo esercitati nella moltitudine della nazione o del popolo, dove ognuno contribuisce come individuo alla ricchezza e bellezza interiore e collettiva. L’universalità dell’idea di libertà, che è politica, toglie subito da sé il peccato del mondo: la stupida libertà del consumatore anonimo, nella massa amorfa, surrogata dalla falsa volontà maggioritaria del parlamentarismo, o del collegio elettorale, che sono sempre una minoranza della minoranza, comunque vada, anche in Italia dove l’affluenza alle urne è sempre stata altissima, figuriamoci nei paesi anglosassoni che si arrogano, anche, il titolo di esportatori di democrazia nel mondo, anzi, scusate, nel globo, detto alla loro maniera global – lista e non mondiale. Scusate il diversivo gioco futurista…

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Risorgimento italiano

La “Libera Città – Stato di Fiume”
…. ed il resto del mondo

A colloquio con RAFFAELE PANICO sulla QUESTIONE ADRIATICA  

Intervista a cura di Marilù Giannone

Dopo aver partecipato ad una “Tavola Rotonda” ad alto livello organizzata a Roma dall’Accademia Angelico Costantiniana sul Tema “Onore, Patria, Poesia: D’Annunzio e la Reggenza di Fiume”,  abbiamo ritenuto interessante cercare di approfondire alcuni argomenti. Al riguardo abbiamo chiesto a Raffaele Panico – uno dei Relatori nel sopracitato Convegno, nonché nostro amico e raffinato conoscitore sulla Storia delle Terre d’Istria, Fiume e Dalmazia  – di poter conversare con lui.  
Qui di seguito il riepilogo del nostro incontro.

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Cadorna, D'Annunzio, Diaz, FIUME, marinetti, Montegrappa, Romanov

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Libia e Italia: è tempo di essere franchi, fare chiarezza anche sul colonialismo italiano

Durante gli anni del governo Berlusconi, in occasione delle visite del Colonnello Gheddafi a Roma, si è detto delle atrocità compiute in Libia, a partire dal settembre 1911, quando gli italiani sbarcarono per liberare i libici (osservazione geopolitica vista da italiani, del Regno d’Italia, e degli anni dei governi giolittiani). Libia, allora, infatti divisa in Tripolitania e Cirenaica, ancora sotto il giogo dei turchi ottomani.

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italia, Libia

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Italiani ed il primato del lavoro in Libia

A proposito dell’emigrazione, degli italiani e la Libia: modernità e rispetto della natura e del lavoro da parte del Regno d’Italia 

 

Nel 1924 c’era stato un censimento degli italiani all’estero. È riportato in uno studio del 1996 di Liauzu Claude edito a Bruxelles sulla storia delle emigrazioni nel Mediterraneo occidentale. Questi i dati sugli italiani: Tunisia 91.000 presenze; in Marocco 12.000; in Egitto 45.000, e in Algeria 37.000 residenti. Non sono riportati gli italiani in Libia, dal 1911 era territorio del Regno d’Italia e dove risiedevano, insieme all’elemento arabo ed ebreo dai tempi di Leptis Magna, divenuta seconda città dell’Impero romano e metropoli per tanti decenni della storia antica, città imperiale dove si parlava un latino con accenti tipici della Libia di allora… invece la presenza italiana in Tunisia è testimoniata anche ai tempi di Giuseppe Garibaldi e da alcuni recenti scritti di un altro importante esule politico: Bettino Craxi. L’incremento della presenza italiana avviene però a partire dal 1881 quando la Francia occupa la Tunisia, dove ancora partivano sbarchi e rapimenti fin sulle coste laziali come confermato in una tesi di laurea della fine anni ottanta, ricerca fatta presso l’Archivio di Stato di Roma sotto la voce “rapimenti a Nettuno a opera di pirati nordafricani”. Ma non è questo il punto. La cosa interessante è rileggere una storia dimenticata attraverso la serie di pubblicistica, giornali, riviste, libri, sull’applicazione del lavoro degli italiani in quelle terre. Tra questi citiamo Benedetti Achille “Tenaci rurali italiani vittoriosi in Tunisia” (Corriere della Sera del 24/071938); Pendola Marinette, “La riva lontana” (Sellerio, Palermo 2000); Vito Magliocco, “La nostra colonia di Tunisi” (Edizioni La Prora, Milano 1933); De Martino Giacomo, “Cirene e Cartagine, Note e impressioni della carovana De Martino Badari – giugno-luglio 1907” (Zanichelli, Bologna 1908); Poggi Tito, “Dalla vigna alla cantina. Lettera ai contadini – Il Viticoltore tunisino” (edizione del 10/11/1938). Insomma da questa breve e scarna raccolta di produzione intellettuale in lingua italiana può vedersi l’approccio pre-consumistico, prima cioè del fallimento generale della seconda guerra mondiale e dei successivi anni di cosiddetto boom economico, di miracolo eccetera, che forse a ben vedere ne scontiamo oggi il caro prezzo di tanta economia Americanizzata prima che modernizzata e meccanizzata a modo del buon lavoratore italiano che sapeva dare un approccio umanistico al lavoro ben eseguito, e nel rispetto di parametri ecologici e antropologici insiti in popolazioni da sempre insistenti e coesistenti nel bacino del Mediterraneo. Scrive Magliocco: “Fate il conto di quanto costa mettere al mondo, allevare, educare curare un bambino, che poi sarà un ragazzo, che poi sarà un giovane, che poi sarà un uomo, che poi sarà un emigrante: ossia uno che all’economia italiana sarà costato decine di milioni e, poi, andrà a produrre ricchezza in un altro paese”. Scrive queste parole Vito Magliocco nel 1957, quando edita il volume “Dall’Italia alle rive della Sirte” (Milano, 1957 Nuove ed. d’Italia, di pagine 92), ritrovato nella Biblioteca di Anzio (Roma) “Fondo Misiti”. Nato in una città dell’Africa mediterranea, Magliocco frequenta le scuole italiane all’estero, poi le francesi e il Politecnico in Francia, dove aveva anche lavorato. Poi emigrato negli USA, fece lavoro da operaio nelle officine Ford di Detroit. Pubblica varie opere e, prima del secondo conflitto mondiale, viene premiato dalla Reale Accademia d’Italia. Di alcuni suoi successi, i tedeschi negli anni ’50 comprano i diritti letterari. Nel 1957 Magliocco da Pisa parte in aereo per un viaggio in Libia, in piena estate, stagione meno propizia, per ritrovare a 10 anni dal Trattato di Parigi le terre dissodate dal sudore e dal sangue degli italiani. Per 21 giorni documenta la realtà con coscienza di uomo civile, e scrive: “La terra di Cirenaica è bruna, buona come quella che conosco: «Cirenaica verde». Ma non ci sono più gli italiani e nessuno coltiva la terra: è abbandonata. Dall’aeroplano hai la visione delle tappe della riconquista del deserto che avanza nuovamente verso la fascia costiera: e dalle zone che continuano a resistere; perché certi uomini (italiani) resistono ancora. E quando questi Italiani «molleranno», dopo aver resistito alla guerra, dopo aver resistito alla pace peggiore della guerra, il deserto compirà la sua opera”. E subito dopo: “Tobruk è base navale inglese. È in affitto. Nella Marmarica gli inglesi cercano il petrolio. La Mellaha, presso Tripoli, è base strategica americana. È in affitto. Gli americani cercano il petrolio nel Fezzan (i francesi, dopo di noi, volevano tenerselo [il Fezzan. Ndr ] : hanno dovuto sgomberarlo pochi anni addietro per fare largo agli altri). A Tripoli gli alberghi sono zeppi di coloro di cui già vi dissi. A Bengasi idem (i cercatori di petrolio e loro cortigiane. Ndr). Villette qua e là sulla costa sono sorte per il riposo e le distrazioni di questi signori, signore e relativa prole. L’opera dell’Italia è spezzata. E tutto è rimasto fermo. Si attende il petrolio? Si attende che la terza guerra mondiale chiarisca le posizioni? si attende. Gli italiani da 150.000 (il programma era di due milioni) si sono ridotti a 35.000: nuovi arrivi non ne vogliono, nuove partenze, sì. A poco a poco, si ridurranno ancora: la stessa politica che in Egitto. Un paese non si tiene con le «basi», qualunque sia la loro potenza. Si tiene popolandolo, amministrandolo, incivilendolo, possedendolo. «Fortuna che non siamo più in Libia», dicono certuni in Italia davanti alle difficoltà della Francia nel Nord Africa. Se non ci avessero tolto la Libia, con quel Trattato di pace accettato da un Governo che sembrava avere il sadico piacere di «bere l’amaro calice» dell’espiazione fino in fondo, di colpe non sue, le cose nel Nord Africa sarebbero andate diversamente. L’Europa cominciò a perdere l’Africa il giorno in cui fu firmato il nostro Trattato di pace. (…) Gli uomini passano, i problemi restano, si complicano, e altri problemi sorgono.”  

Parole profetiche dell’ingegnere Magliocco, oggi dalla Libia verso l’Europa solo barconi di disperati, senza speranza da quella che era una area ben governata e amministrata come per la Somalia lasciata dopo l’Amministrazione italiana, voluta dall’ONU dal 1947 fino al 1960, un giardino ben organizzato con infrastrutture civili, ospedali strade ecc. Per concludere, dalle pagine “attuali” ricavate da Vito Magliocco si aggiunge: “dare lavoro a una popolazione che non ha sufficienti risorse nel suo paese, che non ne avrà mai, con o senza la Cassa del Mezzogiorno, con o senza redenzione delle zone depresse, con o senza valorizzazione del turismo”. Sugli Stati Uniti aggiunge non senza ironia: “conseguirono la più grande vittoria di tutti i secoli e i governanti di uno dei popoli più dinamici credettero di poter fermare il tempo e congelare gli altri popoli in stati di fatto al momento T (Trattati di pace. Ndr) in cui furono firmati i trattati, i quali non risolvevano nulla”. L’Europa divisa in due anglo-americani e sovietici: “In nome di chi abbiamo deciso di ucciderci con le nostre mani? A quale limite è arrivata la stoltezza dell’Europa! Se questo è il risultato del veleno russo che immobilizza il cervello dei nostri uomini politici, dove sono i politici, coloro il cui mestiere dovrebbe essere di sapere sintetizzare i problemi? Qualunque promessa non servirà a nulla”.

Parole profetiche meno che su alcuni cambiamenti strutturali che l’ingegner Magliocco non poteva prevedere (la vita si allunga, presto parti bioniche, trapianti e così via migliorano enormemente e diventa ludica la longevità presto anche dopo gli ottanta anni, per gli europei e loro popolo amici e assimilati, ci sono le comunicazioni che uniscono il Globo e preparano l’Unità del Mondo. La terza guerra mondiale è stata sì combattuta, ma non con armi convenzionali e meno che mai con l’uso dell’atomo, ma tra le pieghe e diplomazie vere e di circostanza degli Stati. L’opzione atomica, l’olocausto, è stata solo un deterrente che, unito alla propaganda sovietica – ma non solo dei sovietici – che alimentava come fiume sotterraneo i partiti eurocomunisti, soprattutto in Francia ed in Italia, ha fatto una guerra psicologica, in cui si versava di tutto sulle piazze, caso emblematico la Berlino Ovest tarlata dal consumismo, vizi slogan vogliamo tutto e subito (ma che cosa?) e fiumi di stupefacenti vari (si vedano i film, “I ragazzi dello zoo di Berlino, e “Cristiana Effe”) che hanno inondato e così spezzato generazioni di giovani tra la fine degli anni ’60, ’70, e ancora prosegue oggi, con l’arrivo di nuove leve che portano le stesse sostanze dalle vie del mare con mezzi di fortuna coadiuvati da chi dall’antico business di fine Novecento con gli allora Centri di Accoglienza e disintossicazione dei tossicodipendenti, oggi ha eretto il suo muro psicologico sado-masochista e perseguita nel male assoluto. Questi pro-nipoti nullatenenti, respinti dalle propaggini di fine Ottocento e inizi Novecento se leggessero la loro situazione psichica così sintetizzata dalle parole pronunciate da Lenin pochi lustri prima del secondo conflitto mondiale, in termini così efficaci: “Fra cinquant’anni le armi avranno ben poco senso. Avremo ‘imputridito’ abbastanza i nostri nemici prima dello scoppio delle ostilità, perché l’apparato militare possa venire utilizzato nell’ora del bisogno…” Morto nel 1924, Lenin passa il testimonio del conflitto prossimo venturo del suo Paese, l’Unione sovietica, che in 10 anni doveva veder l’ascesa della Germania nazionalsocialista, quindi con questa allearsi e spartirsi la Polonia nel 1939 a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, voluto dal suo successore Stalin e da Hitler. A voler vedere oltre nel tempo di 50 anni, come giusto Lenin pre-disse, era quanto doveva poi avvenire nel tempo della Guerra fredda, nel mondo diviso in due blocchi. Tanto è vero che 10 anni dopo il secondo conflitto mondiale, nel 1955 Khrusciov dichiarava lungo la stessa linea: “La vittoria del socialismo (sovietico. Ndr)? Non è più necessario andare in guerra per ottenerla. Basta la competizione pacifica”.

Oggi il mondo non è più dualistico?… si obietterà! Alcuni speravano nella multipolarità…Peggio ancora dunque. La coesistenza a due blocchi era relativamente gestibile. Coesistenza che già allora significava nel senso proprio, conquista del potere con ogni mezzo, tranne che con lo scontro armato diretto. Nel campo della Guerra fredda la sovversione era una lotta condotta senza che vi fosse il bisogno di ostilità fra le forze armate regolari delle potenze appartenenti agli opposti blocchi. Finita la Guerra fredda la sovversione non è finita, anzi è penetrata nella cosiddetta globalizzazione che, a ben vedere, ha azzerato 100 anni di lotte sociali e socialiste in Europa occidentale. La globalizzazione dei mercati ha anticipato lo stravolgimento. Rovesciare leggi e regole ben note: diritto al lavoro e allo studio, alla tracciabilità igienico-sanitaria dei prodotti alimentari, alla sicurezza, allo Stato sociale ecc. Barriere ad un mercato globale, nel quale si devono abbattere i concorrenti con ogni mezzo: lavoro minorile, delle donne e violenza sulla dignità, giornate di 12 e più ore di lavoro, uso indiscriminato di prodotti chimici tossici… in agricoltura, in fabbrica sui prodotti commerciali e per i giochi dei bambini…ecc. Peccato che negli anni Settanta si gridava “Lavorare meno, lavorare tutti” e gli operai aspettavano il lavoro liberato, anche creativo, grazie alle tecnologie, la sicurezza sul lavoro, insomma il tempo dell’uomo libero e del lavoro liberato. Viva la fantasia al potere! Viva il salario garantito! Ah! Ecco, la melassa succitata è sinergicamente aggravata da chi predica il primato delle religiosi sulla sovranità degli Stati sovrani e popoli, che l’altro profeta Marx sintetizzò in Oppio dei Popoli.  

 

 

 

 

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emigrazione, italia, Libia, magliocco

GIORGIO LA PIRA da Pozzallo al resto del Mondo.

Dal trionfo del cattolico Codice di Camaldoli 1943 alla fine del “carisma” ai referedum sul divozio e l’aborto: spunti di riflessione sul “Venerabile della Chiesa”

____________RAFFAELE PANICO 

Nato a Pozzallo il 9 gennaio 1904, morto a Firenze 5 novembre 1977 Giorgio La Pira è stato proclamato venerabile dalla Chiesa cattolica. Chi era La Pira, nel quadro politico istituzionale dell’Italia in formazione, a partire dai primi di luglio 1943, lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, la riunione pre-costituente che redige il “Codice di Camaldoli”, quindi la fase della defenestrazione del Duce il 25 luglio fino alla fine del fascismo e della prima fase della seconda guerra mondiale per il regno d’Italia, l’8 settembre, e la seconda fase più devastante, più lacerata per la risalita della Penisola delle multiformi armate degli Alleati, le loro violenze sui civili inermi italiani, città rase al suolo dalle bombe allora “non intelligenti” e dalla guerra civile tra italiani, con i tedeschi che si ritiravano, meno “abusatori” sui civili ma certo non meno punitivi con annesse stragi e continue commemorazioni di lutto collettivo (non lutto della Nazione post IV novembre 1918) ancora ai nostri giorni: per la memoria…

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codice camaldolesi, codice camaldoli, Giorgio La Pira

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Giovanni Papini contro Benedetto Croce

Giovanni Papini contro Benedetto Croce

 Raffaele Panico

Benedetto Croce a Fiume l’italianissima dal movimento futurista veniva celebrato come il “morto”! Ovvero, a Fiume città della “Costituzione della Reggenza del Carnaro” frutto della stesura dell’anarco-sindacalista Alceste De Ambris, in sedici mesi di Rivoluzione italiana, grazie alle convergenze di socialisti, nazionalisti, anarchici, “cani sciolti”, avventurieri e frickettoni ante litteram, accorsi nella città liberata, si anticipa di ben quarant’anni il ’68: con il culto della trasgressione, i centri Yoga, i manifesti murali, le droghe, il sesso libero, il teatro e la festa continua ecc. ecc.

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Benedetto Croce, FIUME, Giovanni Papini, la Reggenza del Carnaro

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