giovedì, 21 20 Novembre19

Autore: Raffaele Panico

Romania dal fascismo di Codreanu al comunismo di Ceaucescu con i suoi misteri

Due regimi totalitari del XX secolo a confronto

L’analisi degli aspetti del comunismo e del fascismo romeno presentano eccentricità rispetto a movimenti simili, tanto in Europa quanto nel resto del mondo. La situazione romena è ancora più singolare dato che si evidenziano sconcertanti analogie tra il fascismo di Codreanu e il comunismo di Ceausescu. Due forme di totalitarismo, tipiche dei regimi del XX secolo, che si appoggiano sulle religioni, non ufficiali, per rafforzare la loro presenza nel credo popolare e sbarazzarsi così dei culti tradizionali.

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Il Risorgimento italiano organico alla storia d’Europa del XIX secolo

Il Risorgimento italiano, organico alla storia d’Europa del XIX secolo, è la corda tesa del secolo scorso ed è, nelle attuali tensioni, la speranza della civiltà del nuovo millennio

Centocinquanta anni di storia moderna dello Stato italiano unitario, con divisione, faglie, discontinuità è stata un’ebbrezza da Nazione dai primi posti nel mondo. Perché? Intanto, sentiamo Adolfo Omodeo, “gli uomini del nostro Risorgimento, che furono nella massima parte uomini aperti allo spirito della moderna civiltà europea (a renderli tali non poco influirono i lunghi esili) attuarono questo sviluppo armonico dell’indipendenza nazionale con le libere istituzioni nella penisola. E lottarono spesso contro la volontà di restarsi da parte dei popoli che per sé avevan conseguito la libertà e temevano la formazione di nuove nazioni; impiegarono ai propri fini la revisione e il completamento del programma napoleonico propostisi dal fondatore del secondo impero; si sforzarono di render reale una collaborazione e un’armonia dei liberi popoli, cola funzione europea di Mazzini, di Cavour e di Garibaldi”. (A. OMODEO, “L’età del Risorgimento italiano” Napoli 1931).

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Città di Fiume 1919-20 la costituzione estetica dinamiche e interconnessioni nell’Europa post bellica della Reggenza del Carnaro

A colloquio con RAFFAELE PANICO sulla QUESTIONE ADRIATICA  

Intervista a cura di Marilù Giannone

Dopo aver partecipato ad una “Tavola Rotonda” ad alto livello organizzata a Roma dall’Accademia Angelico Costantiniana sul Tema “Onore, Patria, Poesia: D’Annunzio e la Reggenza di Fiume”,  abbiamo ritenuto interessante cercare di approfondire alcuni argomenti. Al riguardo abbiamo chiesto a Raffaele Panico – uno dei Relatori nel sopracitato Convegno, nonché nostro amico e raffinato conoscitore sulla Storia delle Terre d’Istria, Fiume e Dalmazia  – di poter conversare con lui.  
Qui di seguito il riepilogo del nostro incontro.

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Libia e Italia: è tempo di essere franchi, fare chiarezza anche sul colonialismo italiano

Durante gli anni del governo Berlusconi, in occasione delle visite del Colonnello Gheddafi a Roma, si è detto delle atrocità compiute in Libia, a partire dal settembre 1911, quando gli italiani sbarcarono per liberare i libici (osservazione geopolitica vista da italiani, del Regno d’Italia, e degli anni dei governi giolittiani). Libia, allora, infatti divisa in Tripolitania e Cirenaica, ancora sotto il giogo dei turchi ottomani.

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Italiani ed il primato del lavoro in Libia

A proposito dell’emigrazione, degli italiani e la Libia: modernità e rispetto della natura e del lavoro da parte del Regno d’Italia 

 

Nel 1924 c’era stato un censimento degli italiani all’estero. È riportato in uno studio del 1996 di Liauzu Claude edito a Bruxelles sulla storia delle emigrazioni nel Mediterraneo occidentale. Questi i dati sugli italiani: Tunisia 91.000 presenze; in Marocco 12.000; in Egitto 45.000, e in Algeria 37.000 residenti. Non sono riportati gli italiani in Libia, dal 1911 era territorio del Regno d’Italia e dove risiedevano, insieme all’elemento arabo ed ebreo dai tempi di Leptis Magna, divenuta seconda città dell’Impero romano e metropoli per tanti decenni della storia antica, città imperiale dove si parlava un latino con accenti tipici della Libia di allora… invece la presenza italiana in Tunisia è testimoniata anche ai tempi di Giuseppe Garibaldi e da alcuni recenti scritti di un altro importante esule politico: Bettino Craxi. L’incremento della presenza italiana avviene però a partire dal 1881 quando la Francia occupa la Tunisia, dove ancora partivano sbarchi e rapimenti fin sulle coste laziali come confermato in una tesi di laurea della fine anni ottanta, ricerca fatta presso l’Archivio di Stato di Roma sotto la voce “rapimenti a Nettuno a opera di pirati nordafricani”. Ma non è questo il punto. La cosa interessante è rileggere una storia dimenticata attraverso la serie di pubblicistica, giornali, riviste, libri, sull’applicazione del lavoro degli italiani in quelle terre. Tra questi citiamo Benedetti Achille “Tenaci rurali italiani vittoriosi in Tunisia” (Corriere della Sera del 24/071938); Pendola Marinette, “La riva lontana” (Sellerio, Palermo 2000); Vito Magliocco, “La nostra colonia di Tunisi” (Edizioni La Prora, Milano 1933); De Martino Giacomo, “Cirene e Cartagine, Note e impressioni della carovana De Martino Badari – giugno-luglio 1907” (Zanichelli, Bologna 1908); Poggi Tito, “Dalla vigna alla cantina. Lettera ai contadini – Il Viticoltore tunisino” (edizione del 10/11/1938). Insomma da questa breve e scarna raccolta di produzione intellettuale in lingua italiana può vedersi l’approccio pre-consumistico, prima cioè del fallimento generale della seconda guerra mondiale e dei successivi anni di cosiddetto boom economico, di miracolo eccetera, che forse a ben vedere ne scontiamo oggi il caro prezzo di tanta economia Americanizzata prima che modernizzata e meccanizzata a modo del buon lavoratore italiano che sapeva dare un approccio umanistico al lavoro ben eseguito, e nel rispetto di parametri ecologici e antropologici insiti in popolazioni da sempre insistenti e coesistenti nel bacino del Mediterraneo. Scrive Magliocco: “Fate il conto di quanto costa mettere al mondo, allevare, educare curare un bambino, che poi sarà un ragazzo, che poi sarà un giovane, che poi sarà un uomo, che poi sarà un emigrante: ossia uno che all’economia italiana sarà costato decine di milioni e, poi, andrà a produrre ricchezza in un altro paese”. Scrive queste parole Vito Magliocco nel 1957, quando edita il volume “Dall’Italia alle rive della Sirte” (Milano, 1957 Nuove ed. d’Italia, di pagine 92), ritrovato nella Biblioteca di Anzio (Roma) “Fondo Misiti”. Nato in una città dell’Africa mediterranea, Magliocco frequenta le scuole italiane all’estero, poi le francesi e il Politecnico in Francia, dove aveva anche lavorato. Poi emigrato negli USA, fece lavoro da operaio nelle officine Ford di Detroit. Pubblica varie opere e, prima del secondo conflitto mondiale, viene premiato dalla Reale Accademia d’Italia. Di alcuni suoi successi, i tedeschi negli anni ’50 comprano i diritti letterari. Nel 1957 Magliocco da Pisa parte in aereo per un viaggio in Libia, in piena estate, stagione meno propizia, per ritrovare a 10 anni dal Trattato di Parigi le terre dissodate dal sudore e dal sangue degli italiani. Per 21 giorni documenta la realtà con coscienza di uomo civile, e scrive: “La terra di Cirenaica è bruna, buona come quella che conosco: «Cirenaica verde». Ma non ci sono più gli italiani e nessuno coltiva la terra: è abbandonata. Dall’aeroplano hai la visione delle tappe della riconquista del deserto che avanza nuovamente verso la fascia costiera: e dalle zone che continuano a resistere; perché certi uomini (italiani) resistono ancora. E quando questi Italiani «molleranno», dopo aver resistito alla guerra, dopo aver resistito alla pace peggiore della guerra, il deserto compirà la sua opera”. E subito dopo: “Tobruk è base navale inglese. È in affitto. Nella Marmarica gli inglesi cercano il petrolio. La Mellaha, presso Tripoli, è base strategica americana. È in affitto. Gli americani cercano il petrolio nel Fezzan (i francesi, dopo di noi, volevano tenerselo [il Fezzan. Ndr ] : hanno dovuto sgomberarlo pochi anni addietro per fare largo agli altri). A Tripoli gli alberghi sono zeppi di coloro di cui già vi dissi. A Bengasi idem (i cercatori di petrolio e loro cortigiane. Ndr). Villette qua e là sulla costa sono sorte per il riposo e le distrazioni di questi signori, signore e relativa prole. L’opera dell’Italia è spezzata. E tutto è rimasto fermo. Si attende il petrolio? Si attende che la terza guerra mondiale chiarisca le posizioni? si attende. Gli italiani da 150.000 (il programma era di due milioni) si sono ridotti a 35.000: nuovi arrivi non ne vogliono, nuove partenze, sì. A poco a poco, si ridurranno ancora: la stessa politica che in Egitto. Un paese non si tiene con le «basi», qualunque sia la loro potenza. Si tiene popolandolo, amministrandolo, incivilendolo, possedendolo. «Fortuna che non siamo più in Libia», dicono certuni in Italia davanti alle difficoltà della Francia nel Nord Africa. Se non ci avessero tolto la Libia, con quel Trattato di pace accettato da un Governo che sembrava avere il sadico piacere di «bere l’amaro calice» dell’espiazione fino in fondo, di colpe non sue, le cose nel Nord Africa sarebbero andate diversamente. L’Europa cominciò a perdere l’Africa il giorno in cui fu firmato il nostro Trattato di pace. (…) Gli uomini passano, i problemi restano, si complicano, e altri problemi sorgono.”  

Parole profetiche dell’ingegnere Magliocco, oggi dalla Libia verso l’Europa solo barconi di disperati, senza speranza da quella che era una area ben governata e amministrata come per la Somalia lasciata dopo l’Amministrazione italiana, voluta dall’ONU dal 1947 fino al 1960, un giardino ben organizzato con infrastrutture civili, ospedali strade ecc. Per concludere, dalle pagine “attuali” ricavate da Vito Magliocco si aggiunge: “dare lavoro a una popolazione che non ha sufficienti risorse nel suo paese, che non ne avrà mai, con o senza la Cassa del Mezzogiorno, con o senza redenzione delle zone depresse, con o senza valorizzazione del turismo”. Sugli Stati Uniti aggiunge non senza ironia: “conseguirono la più grande vittoria di tutti i secoli e i governanti di uno dei popoli più dinamici credettero di poter fermare il tempo e congelare gli altri popoli in stati di fatto al momento T (Trattati di pace. Ndr) in cui furono firmati i trattati, i quali non risolvevano nulla”. L’Europa divisa in due anglo-americani e sovietici: “In nome di chi abbiamo deciso di ucciderci con le nostre mani? A quale limite è arrivata la stoltezza dell’Europa! Se questo è il risultato del veleno russo che immobilizza il cervello dei nostri uomini politici, dove sono i politici, coloro il cui mestiere dovrebbe essere di sapere sintetizzare i problemi? Qualunque promessa non servirà a nulla”.

Parole profetiche meno che su alcuni cambiamenti strutturali che l’ingegner Magliocco non poteva prevedere (la vita si allunga, presto parti bioniche, trapianti e così via migliorano enormemente e diventa ludica la longevità presto anche dopo gli ottanta anni, per gli europei e loro popolo amici e assimilati, ci sono le comunicazioni che uniscono il Globo e preparano l’Unità del Mondo. La terza guerra mondiale è stata sì combattuta, ma non con armi convenzionali e meno che mai con l’uso dell’atomo, ma tra le pieghe e diplomazie vere e di circostanza degli Stati. L’opzione atomica, l’olocausto, è stata solo un deterrente che, unito alla propaganda sovietica – ma non solo dei sovietici – che alimentava come fiume sotterraneo i partiti eurocomunisti, soprattutto in Francia ed in Italia, ha fatto una guerra psicologica, in cui si versava di tutto sulle piazze, caso emblematico la Berlino Ovest tarlata dal consumismo, vizi slogan vogliamo tutto e subito (ma che cosa?) e fiumi di stupefacenti vari (si vedano i film, “I ragazzi dello zoo di Berlino, e “Cristiana Effe”) che hanno inondato e così spezzato generazioni di giovani tra la fine degli anni ’60, ’70, e ancora prosegue oggi, con l’arrivo di nuove leve che portano le stesse sostanze dalle vie del mare con mezzi di fortuna coadiuvati da chi dall’antico business di fine Novecento con gli allora Centri di Accoglienza e disintossicazione dei tossicodipendenti, oggi ha eretto il suo muro psicologico sado-masochista e perseguita nel male assoluto. Questi pro-nipoti nullatenenti, respinti dalle propaggini di fine Ottocento e inizi Novecento se leggessero la loro situazione psichica così sintetizzata dalle parole pronunciate da Lenin pochi lustri prima del secondo conflitto mondiale, in termini così efficaci: “Fra cinquant’anni le armi avranno ben poco senso. Avremo ‘imputridito’ abbastanza i nostri nemici prima dello scoppio delle ostilità, perché l’apparato militare possa venire utilizzato nell’ora del bisogno…” Morto nel 1924, Lenin passa il testimonio del conflitto prossimo venturo del suo Paese, l’Unione sovietica, che in 10 anni doveva veder l’ascesa della Germania nazionalsocialista, quindi con questa allearsi e spartirsi la Polonia nel 1939 a seguito del Patto Molotov-Ribbentrop, voluto dal suo successore Stalin e da Hitler. A voler vedere oltre nel tempo di 50 anni, come giusto Lenin pre-disse, era quanto doveva poi avvenire nel tempo della Guerra fredda, nel mondo diviso in due blocchi. Tanto è vero che 10 anni dopo il secondo conflitto mondiale, nel 1955 Khrusciov dichiarava lungo la stessa linea: “La vittoria del socialismo (sovietico. Ndr)? Non è più necessario andare in guerra per ottenerla. Basta la competizione pacifica”.

Oggi il mondo non è più dualistico?… si obietterà! Alcuni speravano nella multipolarità…Peggio ancora dunque. La coesistenza a due blocchi era relativamente gestibile. Coesistenza che già allora significava nel senso proprio, conquista del potere con ogni mezzo, tranne che con lo scontro armato diretto. Nel campo della Guerra fredda la sovversione era una lotta condotta senza che vi fosse il bisogno di ostilità fra le forze armate regolari delle potenze appartenenti agli opposti blocchi. Finita la Guerra fredda la sovversione non è finita, anzi è penetrata nella cosiddetta globalizzazione che, a ben vedere, ha azzerato 100 anni di lotte sociali e socialiste in Europa occidentale. La globalizzazione dei mercati ha anticipato lo stravolgimento. Rovesciare leggi e regole ben note: diritto al lavoro e allo studio, alla tracciabilità igienico-sanitaria dei prodotti alimentari, alla sicurezza, allo Stato sociale ecc. Barriere ad un mercato globale, nel quale si devono abbattere i concorrenti con ogni mezzo: lavoro minorile, delle donne e violenza sulla dignità, giornate di 12 e più ore di lavoro, uso indiscriminato di prodotti chimici tossici… in agricoltura, in fabbrica sui prodotti commerciali e per i giochi dei bambini…ecc. Peccato che negli anni Settanta si gridava “Lavorare meno, lavorare tutti” e gli operai aspettavano il lavoro liberato, anche creativo, grazie alle tecnologie, la sicurezza sul lavoro, insomma il tempo dell’uomo libero e del lavoro liberato. Viva la fantasia al potere! Viva il salario garantito! Ah! Ecco, la melassa succitata è sinergicamente aggravata da chi predica il primato delle religiosi sulla sovranità degli Stati sovrani e popoli, che l’altro profeta Marx sintetizzò in Oppio dei Popoli.  

 

 

 

 

GIORGIO LA PIRA da Pozzallo al resto del Mondo.

Dal trionfo del cattolico Codice di Camaldoli 1943 alla fine del “carisma” ai referedum sul divozio e l’aborto: spunti di riflessione sul “Venerabile della Chiesa”

____________RAFFAELE PANICO 

Nato a Pozzallo il 9 gennaio 1904, morto a Firenze 5 novembre 1977 Giorgio La Pira è stato proclamato venerabile dalla Chiesa cattolica. Chi era La Pira, nel quadro politico istituzionale dell’Italia in formazione, a partire dai primi di luglio 1943, lo sbarco degli anglo-americani in Sicilia, la riunione pre-costituente che redige il “Codice di Camaldoli”, quindi la fase della defenestrazione del Duce il 25 luglio fino alla fine del fascismo e della prima fase della seconda guerra mondiale per il regno d’Italia, l’8 settembre, e la seconda fase più devastante, più lacerata per la risalita della Penisola delle multiformi armate degli Alleati, le loro violenze sui civili inermi italiani, città rase al suolo dalle bombe allora “non intelligenti” e dalla guerra civile tra italiani, con i tedeschi che si ritiravano, meno “abusatori” sui civili ma certo non meno punitivi con annesse stragi e continue commemorazioni di lutto collettivo (non lutto della Nazione post IV novembre 1918) ancora ai nostri giorni: per la memoria…

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Giovanni Papini contro Benedetto Croce

Giovanni Papini contro Benedetto Croce

 Raffaele Panico

Benedetto Croce a Fiume l’italianissima dal movimento futurista veniva celebrato come il “morto”! Ovvero, a Fiume città della “Costituzione della Reggenza del Carnaro” frutto della stesura dell’anarco-sindacalista Alceste De Ambris, in sedici mesi di Rivoluzione italiana, grazie alle convergenze di socialisti, nazionalisti, anarchici, “cani sciolti”, avventurieri e frickettoni ante litteram, accorsi nella città liberata, si anticipa di ben quarant’anni il ’68: con il culto della trasgressione, i centri Yoga, i manifesti murali, le droghe, il sesso libero, il teatro e la festa continua ecc. ecc.

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Il Futurismo, oltre un secolo dopo

UNA LETTURA DI PAGINE SUL FUTURISMO

___________Raffaele Panico

Attraverso cent’anni e più di solitudine, dall’eremo in cui sono stati relegati i Futuristi nella patria post bellica divenuta repubblica dopo la triste esperienza monarchica, sembra giunto il momento che i segni evidenti a ben vedere lasciati dai promotori del movimento ritrovino le folle pronte ad ascoltarli. Solitudine e brevità, per evocare come e con quanta celerità sia trascorso il XX secolo, per noi, pur partecipi, spettatori o protagonisti, degli ultimi scorsi.

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Riflessioni sulla cultura italiana
e il Primato laico e socialista

Cento e dieci anni di Futurismo

riflessioni di  RAFFAELE PANICO

La vita editoriale del periodico “Lacerba” è di pochi mesi, un anno e poco più: fondata il 1º gennaio 1913 da Giovanni Papini e Ardengo Soffici, la rivista termina le pubblicazioni il 22 maggio 1915, due giorni prima dell’entrata in guerra dell’Italia, il “Radioso Maggio”. Nell’ultimo editoriale Papini titola giustamente: Abbiamo vinto! Perché, giustamente?

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Il Primato di Roma Eterna e la Russia oggi

LA RUSSIA IERI E OGGI e l’imponente eredità della MADRE ROMA CAPITOLINA  
Appunti sull’età profonda della civiltà nell’anno 2.772 dal mito della fondazione della Città Eterna

Raffaele Panico *

L’anima del contadino russo e italiano erano simili nella sopportazione del lavoro e della guerra, la Grande Guerra, in terre dure segnate dalla fatica e dove i confini sono estesi lungo migliaia di chilometri terrestri, con popoli al Sud e altrettanto lungo chilometri di coste nella piccola Italia con altre genti che ancora dalla stessa area premono alle frontiere dell’Europa marittima.

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Modello Italia: superare il Villaggio Globale ed il tribalismo

La ricerca del superamento del Villaggio Globale e del tribalismo: 
attualità di antichi paradigmi

di Raffaele Panico

Nel breve periodo di 5 anni, dal 1978 al 1982, la Repubblica italiana ha visto una serie di attentati, uccisioni, sequestri, rapimenti: il caso Moro – 16 marzo 1978, il caso Emanuela Orlandi, l’attentato al Papa, l’“apparizione” e le dichiarazioni di Ali Agca del gruppo dei Lupi grigi, il caso Ustica… la bomba alla stazione di Bologna ed altre vicende di terrorismo, uccisioni di magistrati, forze dell’ordine, semplici cittadini e giornalisti….

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Giuseppe Capograssi “Pensieri a Giulia” in 2.000 foglietti un secolo dopo

Il PRIMATO EUROPEO  nella coscienza di Giuseppe Capograssi

di Raffaele Panico

“Pensieri a Giulia”, gli scritti di Giuseppe Capograssi (Sulmona 1989 – Roma 1956) a Giulia Ravaglia, pensieri trascritti su circa 2.000 foglietti piegati in quattro, poi raccolti ed editi sono un’opera postuma (pubblicata nel 1978-81 e a seguire 2007…).

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Pompeo Bettini e la poesia italiana prima della “Grande Guerra”

 La poesia italiana ante il 1915 – 1918

Il lamento dell’Italietta di Pompeo Bettini: un vero italiano e comunista

 di RAFFAELE  PANICO 

Qual era lo stato delle lettere e della poesia italiana sino alla Grande Guerra? Un lamento. La lirica civile degli italiani era per lo più un piangersi addosso, un’accorata constatazione della inferiorità italica, il rimpianto continuo alle glorie di un passato latino, romano alle spalle da secoli ormai. E terre, terre irredente e altre cedute così, per acquisire provincie più simili a quelle del Bey di Tunisi che all’Europa dei popoli civili (l’Italia dalle Alpi, si diceva, finisce a Livorno). Un appellativo che riassume tanto incisivamente l’Italia umbertina e giolittiana è “Italietta”; nome miserrimo che unisce amaramente disprezzo e massima diminuzione dell’idea di Stato. Un nome voluto dal D’Annunzio.

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Ezra Pound e la sua visione geopolitica

La “Visione Geopolitica Eccentrica di Ezra Pound:

Discorsi Radiofonici all’EIAR 1941-43 ritrovati dallo storico Marco Dolcetta

una sintesi a cura di Raffaele Panico

I discorsi radiofonici di Ezra Pound tenuti per le radiotrasmissioni dell’EIAR dagli studi del  Ministero della Cultura Popolare hanno avuto “nuova voce” grazie alle ricerche di Marco Dolcetta (Milano 1951 – Roma 2017). Dolcetta negli archivi in Nord America, nel New Jersey, ha ritrovato copia registrata di materiale che in Italia era stato perduto. I discorsi di Pound erano in effetti la prova del tradimento del poeta americano. Le trasmissioni radio dell’EIAR si ascoltavano anche a Malta e gli inglese hanno passato copia delle bobine lì registrate; mentre in Italia, dei discorsi radiofonici di Ezra Pound se ne era – come detto,  persa ogni traccia. È stato pertanto possibile, tra le vicissitudini della storia del XX secolo, arrivare al breve saggio storico grazie alle ricerche e alla pubblicazione di Dolcetta per i tipi della Rai-Eri.

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Un Libro/Documento di Bettino Craxi
sulla tragedia di Aldo Moro

MISURA PER MISURA. RICORDO DI UNA TRAGEDIA, un libro di Bettino Craxi, con introduzione di Ugo Intini

(ed. Avanti! 1978-86) Relazione alla Commissione d’inchiesta sul caso Moro

 a cura di Raffaele Panico

Il volumetto è composto di tre parti. L’Introduzione, di 13 pagine firmate da Ugo Intini, dal titolo: “Ora che il terrorismo non è più un buco nero – Un documento, una riflessione” – qui, di seguito, un passo significativo di Intini: «A distanza di soli otto anni, le pagine ingiallite sembrano venire da una storia remota, eppure il dolore per quanti hanno seguito da vicino i 55 giorni del sequestro Moro resta vivo, insieme alle passioni e ai dubbi. Non è certo tempo di polemiche […]. È tempo di documentazione storica e, attraverso essa, di riflessione.

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LIBIA ITALIA 1938 – “Il libretto di lavoro in Libia”: quanta cura per i lavoratori

TRIPOLI LAVORO E TUTELA nel 1938

 di RAFFAELE PANICO 

Regno d’Italia, nell’anno 1938, a Tripoli, veniva dall’editore “Maggi” pubblicato un breve volume di pagine 110, in formato tascabile, con dorso rigido: “Il libretto di lavoro in Libia” di Mario Scaparro. Dopo solo 65 anni all’incirca, dalla presa di Roma, il tempo della cattività avignonese, l’Italia monarchica aveva così tanta cura e attenzione per il lavoratore italiano e libico. In particolare, nel libro succitato, in questo testo tascabile e divulgativo delle normative delle leggi vigenti, risalta all’attenzione il valore del collocamento del lavoratore in questi termini:

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