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Autore: Sveva Marchetti

Prada Marfa – quel negozio di Prada in mezzo al deserto

“Buon giorno Upper East Siders. È Gossip girl che vi parla, la vostra unica fonte di informazioni sulle scandalose vite dell’elite di Manhattan.”

Questo è l’incipit di ogni puntata di Gossip Girl, celebre serie tv americana trasmessa dal 2007 al 2012. Famosa per raccontare la vita di un gruppo di liceali e delle loro famiglie della “New York bene” si è fatta conoscere anche per tutto il glam che ha portato, tra una borsa di Chanel e un sandalo di YSL, gioielli e limousine e appartamenti lussuosi. Ma c’era un altro dettaglio che colpiva lo spettatore quando i protagonisti si ritrovavano nell’attico della famiglia di Serena Van Der Woodsen. Un quadro con scritta nera su sfondo bianco che recitava Prada Marfa —> 1837 MI. Quel quadro diventò un vero fenomeno di costume negli anni in cui fu trasmessa la serie, tanto che venne rivisitato e riprodotto.  

 

Prada Marfa esiste per davvero, è infatti un’installazione artistica permanente realizzata nel 2005 dal duo scandinavo Elmgreen & Dragset, insieme agli architetti Ronald Rael e Virginia San Fratello.

La curiosa opera si trova nel bel mezzo del deserto del Chihuahua, in Texas, a circa 60 km da Marfa, piccola cittadina con poco più di mille abitanti che però divenne un punto riferimento per tutti gli appassionati d’arte quando nel 1971 Donald Judd, artista e architetto del movimento minimalista, vi si stabilì. 

L’opera anche se si trova sul territorio di Valentine, è stata finanziata dal Ballroom Marfa, centro di cultura e arte contemporanea, e dall’Art Production Fund, ed è per questo che il titolo vuole essere un riferimento chiaro a Marfa.

Prada Marfa non è altro che la fedele riproduzione di una boutique di Prada. Le insegne nere con logo bianco, il colore delle pareti, l’illuminazione e la pavimentazione sono tutti dettagli replicati dai veri negozi del marchio milanese. Sebbene l’opera non sia stata commissionata dalla maison italiana, Miuccia Prada ha voluto offrire il proprio appoggio ai due artisti, fornendo il “finto” negozio di alcuni accessori della del brand, e permettendo loro di utilizzare il logo Prada senza conseguenze legali. 

 
L’installazione nasce, in realtà, come un’opera di land art in quanto l’idea originale era il deterioramento della struttura stessa, abbandonata in un territorio ostile, senza alcun intervento di riparazione o restauro. Per questo motivo, i materiali usati per la costruzione dell’opera erano tutti biodegradabili. Alcuni giorni dopo l’inaugurazione, però, l’opera fu vandalizzata con scritte in vernice spray  mentre i prodotti di Prada furono rubati. Da allora la struttura e ogni oggetto all’interno è dotato di allarme, le vetrine installate sono resistenti agli urti, e dato i numerosi episodi di vandalismo, l’opera viene ciclicamente restaurata e ripulita, tradendo così le intenzioni originali degli artisti. 
Il lavoro di Elmgreen & Dragset fu concepito come una denuncia nei confronti del consumismo americano, del retail tourism, della gentrificazione, stagliandosi come una provocazione ironica verso il materialismo occidentale. Va tuttavia sottolineato che nel 2005, quando l’opera fu realizzata, Instagram e Facebook e di conseguenza la selfie culture che hanno originato, non esistevano. Con il passare degli anni, Prada Marfa è diventata una tappa obbligata per ogni blogger, influencer divenendo lo sfondo perfetto per selfie e foto.
Paradossalmente le migliaia di immagini di gente che salta di fronte al finto store sono la rappresentazione del tipo di società che l’opera voleva proprio andare a colpire e criticare, diventando esso stesso un atto consumistico, un luogo da utilizzare in funzione dei social, perdendo il proprio potenziale comunicativo.
Nonostante si siano ritenuti molto soddisfatti del successo del loro lavoro, Elmgreen & Dragset, non hanno potuto fare a meno di sottolineare che l’opera ha assunto, però un’identità diversa da quella originaria. Come hanno dichiarato i due artisti, i musei sono luoghi in cui l’arte va a morire, mentre l’arte pubblica vive di vita propria. Prada Marfa quindi non era concepito solo per dialogare con gli elementi naturali e il paesaggio che la circondano, ma è nata anche per dialogare con le persone che la visitano, che vivono ognuno a modo proprio l’esperienza dell’arte. Come ha dichiarato Elmgreen al Guardian, “Quando le persone interagiscono con l’arte, anche un atto vandalico può essere visto come qualcosa di positivo, significa che le persone hanno voce in capitolo sullo spazio pubblico.”
È forse ironico che per non incorrere in azioni legali e per evitare l’abbattimento dell’opera, Prada Marfa si fregi oggi del titolo di museo. 

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“The age of new visions” – nuovi focus e Altaroma posticipata a febbraio

Altaroma posticipa di un mese la consueta edizione invernale, gl eventi infatti si svolgeranno dal 17 al 20 febbraio 2021. Ne da notizia Silvia Venturini Fendi in occasione dell’ultimo appuntamento di ‘The age of new visions’, forum online organizzati da Altaroma, Unicredit, Camera Nazionale della Moda Italiana, Pitti Immagine e Nomisma. I talk digital hanno raccontato il sistema della moda che verrà, riflettendo sugli scenari economici e sulle strategie da attuare per agevolare la ripartenza del settore.

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Roma – una passeggiata tra l’arte di Caravaggio, Bernini e Raffaello

Roma spesso viene definita come un museo a cielo aperto, basta girare un angolo e trovarsi in una piazza, davanti ad una chiesa, davanti ad un monumento, una statua o un obelisco, o semplicemente davanti ad un muro di ben 2000 anni.

Non togliendo nulla ai tantissimi musei capitolini, si possono ugualmente vedere opere di grandi artisti come Caravaggio, Bernini, Raffaello, Bramante, Guercino in modo del tutto gratuito.

Come? Semplicemente visitando le numerose chiese che le ospitano.

Caravaggio: Chiesa di San Luigi dei Francesi 

A Piazza di San Luigi de’ Francesi, tra il Pantheon e Piazza Navona, si trova l’omonima chiesa, un vero e proprio gioiello d’arte barocca, famosa per ospitare i tre capolavori assoluti di Caravaggio. All’interno, nella Cappella Contarelli, si trovano Il Martirio di San Matteo, La Vocazione di San Matteo e San Matteo e l’angelo

Visitors look at a painting by Italian artist Caravaggio "The Inspiration of Saint Matthew" (R) in the Contarelli Chapel in the Church of St. Louis of the French (San Luigi dei Francesi), on November 28, 2015 in Rome. AFP PHOTO / ANDREAS SOLARO / AFP / ANDREAS SOLARO (Photo credit should read ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Caravaggio, Bernini, Raffaello: Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio

Proseguendo verso Piazza Navona, si trova la Basilica di Sant’Agostino, una meraviglia del Rinascimento italiano. Al suo interno, c’è la Madonna del Loreto, detta anche Madonna del Pellegrini, altra celebre opera di Caravaggio.

Madonna del Loreto di Caravaggio, detta anche Madonna del Pellegrini, opera di Caravaggio

Quando Caravaggio viene incaricato di realizzare questo dipinto, decide di utilizzare come modella, Maddalena Antognetti (detta Lena), prostituta e sua amante. Infatti questa Madonna ha un abbigliamento povero, tipico dei popolani, lontano dalla figura angelica e ultraterrena, a cui ci ha abituati l’immaginario iconografico religioso. L’unico elemento divino è rappresentato dalla posizione dei piedi che stanno sulle punte e dimostra che la Madonna stia come per toccare il terreno dopo essere scesa dal cielo 

piedi madonna dei pellegrini caravaggio

Il terzo pilastro di sinistra della navata centrale ospita invece il Profeta Isaia (1512), importante affresco di Raffaello, mentre sull’altare maggiore, realizzato nel 1627 dal Bernini, si trova la Vergine con Bambino proveniente dalla chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. Infine la pala raffigurante Sant’Agostino, Giovanni Evangelista e Girolamo del Guercino (1591-1666) situata nella cappella del transetto destro.

Caravaggio e Bernini: Basilica di Santa Maria del Popolo 

Una tra le chiese più belle di Roma è la Basilica di Santa Maria del Popolo famosa per conservare al suo interno le opere d’arte di Caravaggio, Raffaello, Bramante, Bernini e Pinturicchio. Nella Cappella Cerasi si trovano la Crocifissione di San Pietro e la Conversione di San Paolo entrambe di Caravaggio.La pala d’altare, invece, raffigurante l’Assunzione della Vergine, è di Annibale Caracci. La Cappella Chigi è, invece, stata disegnata e progettata da Raffaello Sanzio, su commissione del banchiere Agostino Chigi.

Bernini: Chiesa di Santa Maria della Vittoria

In via XX Settembre, tra Porta Pia e Via Nazionale, c’è la chiesa di Santa Maria della Vittoria. Famoso al suo interno lo spettacolare gruppo scultoreo della Transverberazione di Santa Teresa d’Avila di Gian Lorenzo Bernini, compiuta per il cardinale veneziano Federico Cornaro tra il 1644 e il 1652. Il gruppo scultoreo con santa Teresa d’Avila e l’angelo che le trafigge il cuore con un dardo, sono illuminati da una luce spiovente dall’alto, come guidata dai raggi metallici dorati sullo sfondo.

Una delle opere d’arte più celebrate della storia: l’Estasi di Santa Teresa di Bernini, nella chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Bernini: Chiesa di San Francesco a Ripa

Altro quartiere ricco d’arte è Trastevere, famoso anche per le sue intricate viuzze e per i ristoranti che propongono cucina tipica. Nella Chiesa di San Francesco a Ripa, nella via che porta lo stesso lo nome, sopra l’altare della cappella Paluzzi Albertoni, vi è la scultura della Beata Ludovica Albertoni scolpita da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Paluzzi  tra il 1671 e il 1675. La parete di fondo, sempre secondo i suggerimenti di Gian Lorenzo Bernini, è stata scenograficamente arretrata per permettere alla luce di penetrare nell’ambiente da due finestre laterali nascoste, creando un effetto quasi soprannaturale, proprio come nell’Estasi di Santa Teresa della chiesa di Santa Maria della Vittoria.

Estasi della Beata Ludovica Albertoni di Gian Lorenzo Bernini nella Chiesa San Francesco a Ripa a Trastevere

Immagini: ANDREAS SOLARO |wikipedia.org

 

Roma, Raffaello, caravaggio, bernini

Mascara – la storia di uno dei prodotti di make-up più antichi

Il mascara è uno dei prodotti di make-up sempre presente nei nostri beauty, ed anche uno dei pochi che continuiamo a usare in questo strano 2020, visto che di rossetti non ne possiamo più mettere…

Ha origini molto antiche, una storia millenaria, ed il suo nome deriva dall’arabo “mascharat” che vuol dire scherzo o burla.

Usato fin dall’Antico Egitto, sia da uomini che da donne, per valorizzare lo sguardo ma anche per proteggere gli occhi da malattie e spiriti malvagi, rendendo le ciglia più folte e spesse. La polvere del kohl, detto anche kajal, veniva mescolata a cere, grassi animali e resine, ed era usata anche per creare la famosa riga nera allungata “alla Cleopatra”, tipica del trucco del 4000 a.C.

Questa moda fu adottata anche dai Greci e dai Babilonesi e dai Romani, sembrava quasi che tutto le popolazioni del bacino Mediterraneo apprezzassero l’effetto di un tocco di nero sugli occhi. Dopo la caduta dell’Impero Romano scomparve altrettanto rapidamente, continuando però a essere usato nel Medio Oriente, dove agli occhi veniva data una grande importanza e quindi una giusta enfasi con questo tipo di trucco.

Nel Medioevo ci fu un cambio di tendenza perché la moda imponeva che ciglia e sopracciglia fossero rasate, per mettere in risalto la fronte, considerata il vero attributo di bellezza. Nella seconda metà del Cinquecento, invece, per assomigliare il più possibile alla Regina Elisabetta I, le donne si tingevano oltre ai capelli anche ciglia e sopracciglia per renderle più chiare, dai riflessi ramati. Le tinture però erano tossiche e spesso ne comportavano la caduta.

Finalmente nel 1860, Eugène Rimmel (il nome la diceva già lunga) profumiere francese, creò il primo mascara non tossico. Già considerato un innovatore senza pari nel mondo della profumeria e della cosmesi, oltre che un abile pubblicitario, l’invenzione del mascara ebbe un successo senza pari, tanto che il suo cognome divenne sinonimo della parola “mascara”. La sua miscela si componeva di polvere di carbone e vaselina e nonostante non fosse ancora nella forma che oggi conosciamo, svolgeva benissimo il suo compito. 

Circa cinquant’anni dopo, nel 1913, il chimico Thomas L. Williams aggiunse la polvere di carbone alla vaselina che usava la sorella Mabel per pettinarsi ciglia e sopracciglia, aumentandone così l’effetto e valorizzando lo sguardo. Williams fondò la sua azienda di cosmesi: la Maybelline. Anno dopo anno Thomas continuò a lavorare sul prodotto, creando prima una versione di mascara in cialda, che si applicava con la relativa spazzolina, per poi passare alla versione in crema, spremibile dal tubetto direttamente sulla spazzolina.

Infine un ultimo, ma importante, nome per completare la storia di questo prodotto, è Helena Rubinstein. Nel 1957 creò il famoso  applicatore come lo conosciamo oggi, inserendo sia il prodotto che la spazzolina in un unico tubetto, e creando così il mascara-matic o mascara automatico.

 

 

mascara, rimmel

“Io ci sono” – Giorgio Armani parla ai milanesi

In occasione delle festività natalizie, Giorgio Armani ha scelto di comunicare direttamente con gli abitanti del capoluogo lombardo attraverso maxi affissioni che riportano il suo messaggio “Io ci sono per Milano con i milanesi con sentimento”. Un messaggio breve e semplice ma che esprime tutto il proprio affetto per Milano, sua città d’adozione.

io ci sono, giorgio armani

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Kenzo – una storia di moda tra Tokyo e Parigi

 
 

Kenzo, lo stilista giapponese famoso per le sue stampe dai colori brillanti e per le sue sfilate sceniche, è venuto a mancare il 4 ottobre scorso, all’età di 81 anni, per complicanze da Coronavirus.

La sua è stata arte, più che moda, strettamente al mondo del teatro, del cinema e dell’arredamento, ispirata alla Giungla, al Giappone, ai fiori ma anche anche al fascino intramontabile di Parigi.

Kenzo Takada, questo il suo nome completo, ha sempre preferito farsi chiamare semplicemente Kenzo ed è tra i primi stilisti giapponesi ad essere diventato famoso in Occidente. Arrivato a Parigi nel 1964, pensando di restarci solo per sei mesi, ci è rimasto per oltre 50 anni. Ha rivoluzionato la moda, liberandola dall’autorità e dai canoni della haute couture, rendendola più divertente e leggera.

Gli abiti hanno stampe animalier, fiorite e dai colori forti, e le sue sfilate sono state dei veri e propri spettacoli con modelle danzanti e finali sorprendenti.

storia di kenzo

Kenzo è nato il 27 febbraio del 1939, vicino ad Osaka dove i suoi genitori gestivano un hotel. Il suo interesse alla moda è nato grazie alle riviste rubate alle sorelle. Inizialmente, e per accontentare i genitori, ha frequentato la facoltà di letteratura ma l’abbandona presto per entrare all’accademia Bunka, a Tokyo (curiosità è uno dei primi studenti maschi a frequentarla).

Grazie al premio Soen gli si spalancarono numerose porte. Inizialmente disegnava abiti nei grandi magazzini ma la sua vita cambiò in occasione delle Olimpiadi del 1964, quando per via di alcuni interventi, il suo appartamento venne distrutto, e ricevette 10 mesi di affitto come risarcimento. Investì questi soldi in un viaggio che lo portò prima tra Hong Kong, Singapore e Mumbai,  poi fino in Francia, a Parigi dove iniziò la sua avventura.

A Parigi Kenzo inizia a vendere i suoi bozzetti agli stilisti dell’alta moda. Nel 1970 aprì una sua piccola boutique, Jungle Jap, con pareti floreali dipinte da lui ispirandosi al tema della Giungla e al Giappone. I suoi abiti sono moderni e divertenti, con proporzioni originali e grandi volumi, grazie all’uso del cotone, molto diversi da quelli degli stilisti occidentali. Kenzo voleva distinguersi, perciò si mise a disegnare in modo diverso, usando i tessuti dei kimono e fonti d’ispirazione differenti e questa divenne la sua forza.

Il successo arrivò subito, nel 1971 quando Elle pubblicò in prima pagina uno dei suoi lavori e la sfilata organizzata nel suo piccolo negozio attirò giornalisti da tutto il mondo. Kenzo al tempo non aveva alcun tipo di accordo nè con fornitori e nè con i produttori, infatti tutti i suoi abiti erano cuciti a mano da lui e dai suoi collaboratori, comprava lui stesso le stoffe a Parigi e le mixava assieme ai tessuti portati dal suo paese d’origine. 

Le sfilate turno un suo punto di forza e tratto distintivo, organizzate nel suo negozio proponevano vestiti preconfezionati durante le settimana della haute couture. Innovò il sistema moda facendo sfilare i vestiti per la primavera in primavera e quelli per l’inverno in inverno, e suscitò scalpore per l’aver proposto abiti unisex. Le sfilate più spettacolari e memorabili furono quella del 1977 nel leggendarioStudio 54, famosissimo locale notturno di Manhattan e quella del 1979 nella tenda di un circo che si concluse con donne in abiti trasparenti a cavallo e con Kenzo su un elefante.

le sfilate dello stilista giapponese
fonte vitasumarte

kenzo

Botero ed il perchè i suoi dipinti sono “tondi”

La domanda può suonare insolita ma al tempo stesso anche lecita. Il noto pittore colombiano Fernando Botero, nato a Medellín nel 1932, ci ha da sempre abituati a vedere nei suoi quadri uomini e donne molto tonde, figure morbide e decisamente in sovrappeso. La risposta a questa domanda la dà lo stesso pittore:

Non dipingo donne grasse. Nessuno ci crederà, ma è vero. Ciò che io dipingo sono volumi. Quando dipingo una natura morta dipingo sempre un volume, se dipingo un animale lo faccio in modo volumetrico, e lo stesso vale per un paesaggio. Sono interessato al volume, alla sensualità della forma. Se io dipingo una donna, un uomo, un cane o un cavallo, ho sempre quest’idea del volume, e non ho affatto un’ossessione per le donne grasse.

Botero quindi dipinge dei volumi, delle grandezze e non delle persone in sovrappeso. Ciò che inizialmente, avvicinandosi alla sua opera, potrebbe sembrare una fissazione, non lo è perchè l’artista semplicemente dilata le figure ampliandone i volumi, per una sua personale idea di arte figurativa. 
Da dove parte questo suo amore per la dilatazione? Nei primi anni della sua carriera, durante un viaggio in Europa, Botero rimane affascinato dai pittori italiani del ‘300 e del ‘400, soprattutto della scuola fiorentina, Giotto, Piero della Francesca, e Andrea Mantegna, dell’arte rinascimentale di Tiziano, ma anche dagli artisti spagnoli tra cui Goya. Questi pittori lo hanno ispirato particolarmente, tanto da riprodurre diverse copie dei loro capolavori. Come ad esempio le famose riproduzioni de la Gioconda e la Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, e quella dei Duchi di Urbino di Piero della Francesca.

Botero rimane fedele all’arte figurativa di quell’epoca, ma nei suoi lavori, ricerca una realtà figurativa personale, creando delle forme irreali e concentrandosi quindi sulla forma e sul volume. In questo modo vuole cane avvicinare della cultura classica a quella della cultura popolare sudamericana.

L’artista rivela anche emotivamente distante dai suoi soggetti, e questa freddezza fa scomparire dai personaggi la dimensione morale e psicologica. Gli sguardi sono sempre persi nel vuoto, gli occhi non sbattono mai le ciglia, sembra quasi che osservino senza guardare. Tuttavia queste forme generose evocano la vita, l’abbondanza, l’energia e la sensualità. Il colore rimane tenue, i toni dolci. Tutti i suoi personaggi sono poi rappresentati nei momenti quotidianiBotero e il difficile rapporto con la critica

Per quanto riguarda il rapporto con la critica, spesso è snobbato se non addirittura contestato. In un articolo del 2011 apparso sulla rivista Art in America Magazine, la critica Charmaine Picard riporta un giudizio pesante sull’artista “non ha assolutamente niente a che fare con l’arte contemporanea”, c’è anche chi l’definito un semplice un fenomeno commerciale. Anche se le critiche sono molte però è molto amato dal pubblico e forse questo lo sia deve proprio ai suoi personaggi che grazie alla loro rotondità non possono che non essere simpatici.

botero

Lusso e moda: la finanza, una risorsa fondamentale ai tempi della pandemia

Il lockdown e la pandemia hanno messo in evidenza le debolezze dei comparti moda e lusso. Per affrontare le continue e crescenti incertezze del mercato, le aziende hanno capito che non basta più semplicemente diversificare, sia geograficamente che per segmenti, ma è necessario dimostrare una certa solidità finanziaria diversificando i finanziamenti. È così che abbiamo visto moltiplicarsi le operazioni finanziarie durante la pandemia.

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Guccifest – la nuova collezione di Alessandro Michele lunga come un film
il primo episodio At Home

 
L’oscurità mi ha permesso di vedere altre cose” tra cui quelle “lucciole che Pier Paolo Pasolini credeva scomparse ma che ci sono: io in un momento di buio ne ho viste tante”: così Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, spiega come è nato il Guccifest, la settimana di appuntamenti online – dal 16 al 22 novembre – in cui viene presentato Ouverture of something that never ended, il film in sette episodi – girato a Roma insieme a Gus Van Sant – che racchiude la nuova collezione.

guccifest

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Antonella Polimeni – La Sapienza di Roma ha uno nuovo volto

Una vittoria per le ricercatrici e le studentesse del maggior ateneo romano che per la prima volta, in 700 anni, avrà un rettore donna: Antonella Polimeni. L’attuale preside della Facoltà di Medicina e chirurgia eletta dalla comunità accademica con il 60% voti ha nettamente superato Federico Masini, sinologo della Facoltà di Lettere, e  Vincenzo Nesi, matematico della Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali.

La partecipazione al voto, per la prima volta online, è stata molto elevata avendo votato complessivamente il 74,5% degli aventi diritto e lo scrutinio pubblico è stato diffuso in streaming.

Antonella Polimeni è la prima donna a ricoprire la massima carica accademica alla Sapienza, prendendo il posto di un altro medico Eugenio Gaudio.

«Personalmente – scrive la neo rettrice in un passaggio del suo programma elettorale – sono animata dal desiderio di apprendere più che di informare, dalla voglia di sperimentare accettando il rischio di sbagliare, con il desiderio di correggersi e, soprattutto, con la convinzione che le decisioni necessarie non possono avere futuro se non sono il frutto di un lavoro comune. Nel mio percorso accademico e professionale ho sempre privilegiato l’ascolto attivo, il dialogo con tutti/e, senza distinzioni: docenti, personale, studenti. Gli strumenti sono le deleghe basate sulla competenza e non sulla fascia di docenza di appartenenza, il lavoro di rete, l’impegno a ricercare le istanze di sintesi e di integrazione tra le diverse sensibilità. Sapienza crescerà ulteriormente se saprà percepire la ricchezza del suo pluralismo e, se posso dire, della sua biodiversità, grazie alla forza della sua unitarietà, del rispetto delle specificità e delle autonomie. Ed è per questo che, se lo vorrete, mi rendo disponibile a lavorare insieme a tutte e tutti voi nei prossimi sei anni, con fiducia nel cambiamento e nessun timore del futuro».  

All’attivo ha una produzione scientifica di oltre 470 pubblicazioni edite su riviste internazionali e nazionali, più di 100 proceedings congressuali, nazionali e internazionali, 6 manuali e 2 monografie. Ha curato inoltre l’edizione italiana di un testo atlante e di due manuali, nonché linee guida edite dal ministero della Salute.

La prima dichiarazione è al Tg1 «Le università giocano un ruolo strategico nella battaglia al Covid. Essere la prima donna al vertice della Sapienza dopo 700 anni è un bel segnale, una vittoria oltre che un onore. C’è stata unità nel voto, ma la vittoria è una vittoria per tutte le studentesse, le ricercatrici, le professoresse e per tutte le operatrici sanitarie impegnate  negli ospedali universitari e che si stanno impegnando senza sosta nella lotta al virus».

Una vittoria inattesa soprattutto dopo due rettori medici, si aspettava infatti un candidato di ingegneria, la Facoltà più numerosa dopo Medicina e quindi con maggiori possibilità di vincere.

Antonella Polimeni ha una vastissima esperienza sul campo, conosce come le sue tasche la “macchina universitaria Sapienza”, fin nei più piccoli ingranaggi, essendo stata da studentessa rappresentante e ricoprendo, poi, il ruolo di componente del nucleo di valutazione e consigliere di amministrazione.

Nel suo programma elettorale di 34 pagine spiega come La Sapienza, con i suoi 700 anni di storia “viva”, e “crescerà ulteriormente se saprà percepire la ricchezza del suo pluralismo e della sua biodiversità, grazie alla forza della sua unità nel rispetto delle specificità e delle autonomie”. L’obiettivo è quello di “imprimere alla nostra grande Università un ulteriore salto qualitativo a tutti i livelli. Una riforma strutturale a medio termine che si dimostri all’altezza della nostra indiscussa eccellenza”. Mentre per quanto riguarda la squadra che la coadiuverà Polimeni sarà “competente, compatta ed affiatata e rappresentativa dell’Ateneo”.

Di seguito si riporta un’intervista di Alessandra Arachi sul Corriere della Sera.

Antonella Polimeni: rettore o rettrice?
«Rettrice, la Crusca ci dice rettrice».

E il cuore?
«Rettrice, rettrice, decliniamo così». 

La prima rettrice donna dell’università di Roma la Sapienza, la più grande università d’Europa, in 717 anni della sua storia. Le pesa questo ruolo?
«Mentirei se dicessi il contrario. Sapienza è una storia illustre dove sono passati personaggi pazzeschi. È un’eredità complessa da raccogliere».

Lei ha fatto tutta la sua carriera all’interno della Sapienza, giusto? Fin da quando era studentessa al primo anno della facoltà di medicina?
«Quasi tutta. Dal 1991 al 1995 sono stata all’università di Tor Vergata dove avevo vinto un concorso. Poi sono subito tornata alla Sapienza»

Diventare rettrice era un suo obiettivo?
«Ho fatto un percorso istituzionale dentro l’università. Venticinque anni di percorso istituzionale. Sono diventata preside di Medicina e Odontoiatria, ho lavorato nel Consiglio di amministrazione. Ho messo la mia formazione a disposizione, la mia esperienza».

Ma se lo era posto come obiettivo di diventare rettrice? «No, non esattamente».

E invece adesso è la rettrice del più grande ateneo d’Europa, la prima donna…
«E anche il primo rettore eletto al primo turno, almeno andando a memoria negli ultimi trent’anni, non ricordo altri rettori eletti al primo turno Numeri alla mano».

Numeri alti. Si potrebbe dire che con il 60,7 per cento di preferenze ha sbaragliato gli avversari.«Numeri alti, sì».

Emozionata?
«Direi una bugia se dicessi il contrario. L’emozione è un sentimento importante, viene con la consapevolezza. Del resto…».

Del resto? «Diffido delle persone che non si emozionano».

Lei però viene descritta come una persona molto forte, molto ligia al dovere: è vero che arriva in ufficio tutti i giorni alle sette del mattino? «Sono mattiniera, sì».

E pretende che i suoi collaboratori facciano lo stesso?
«Beh, così imparano che l’impegno paga. Comunque non sempre alle sette, anche alle sette e mezza…».

Persino alle otto? «Anche alle otto. Ma non li chiami collaboratori».

E come allora: allievi?
«Meglio definirli compagni di viaggio. Per me sono compagni di viaggio, la mia seconda famiglia. Sento di essere cresciuta insieme con loro».

Ora con questa sua elezione avranno capito quanto l’impegno paga. «Credo lo avessero capito già».

La sua seconda famiglia: passa più tempo con loro che con la prima «Forse sì».

E che dice la sua prima famiglia. Lei ha un marito economista , vero? «Vero, ho anche due figli che hanno seguito più la linea paterna nel lavoro».

Nessuno dei due ha scelto la strada della medicina come la madre?
«Di più. Lorenzo, 28 anni, si è laureato proprio alla Bocconi e già lavora da alcuni anni. Adesso è in smart working per via del Covid, altrimenti era da sette anni che era andato a vivere a Milano».

L’altro figlio?
«L’altra figlia, Sofia, 25 anni. Si è laureata alla Luiss in Scienze politiche e relazioni internazionali, laurea presa in inglese, come Lorenzo».

Lei ha tempo per avere hobbies? «Leggere e viaggiare».

I viaggi adesso non si possono fare, per lei magari non cambia, non avrebbe avuto il tempo di farne.
«O no, mi pesa tantissimo non poterne fare ora, con mio marito abbiamo sempre trovato il tempo per viaggiare anche quando i bambini erano piccoli. Loro poi sono figli dell’Erasmus e sono stati in Olanda, in Spagna, negli Stati Uniti, in Canada».

Il suo ultimo viaggio? «In Indonesia».

Il più bello?
«Direi il Sud Africa per tutta la sua grandiosità. Ma preferisco aggiungere il viaggio in Cambogia».

L’ultimo libro che ha letto?
«Oddio, negli ultimi due mesi non ho letto molto…».

Non ricorda?
«Sì, sì, l’ultimo saggio di Gianrico Carofiglio, un saggino,un libro piccolino, adesso proprio non mi ricordo il titolo, lo possiamo guardare?».

Lo guarderemo. Ha letto altri libri di Carofiglio?
«Praticamente quasi tutti. Lo ritengono un uomo di una grande intelligenza. Uno dei punti del mio progetto da rettrice riguarda proprio questo».

Carofiglio?
«No, la lettura, le sale lettura. Gli spazi sociali per gli studenti. Come preside di Medicina li ho già realizzati. L’ultimo è stato inaugurato il 9 novembre, proprio il giorno prima che iniziassero le votazioni per il nuovo rettore».

Adesso non si possono utilizzare.
«Aspettiamo la fine di questa emergenza. Nel frattempo a Medicina abbiamo fatto anche un progetto di raccolta fondi proprio per il Covid».

Tanti progetti. Qual è quello che ha realizzato con la facoltà più antitetica alla sua? «Nessuno».

Nessuno?  «Nel senso che non penso ci siano facoltà che abbiano caratteristiche antitetiche alla mia».

Non capisco… «Basta leggere il mio programma».

Diciotto punti.
«Insieme per progettare il futuro. Insieme c’è lo spirito di attraversare i confini».

Ancora difficile da comprendere.
«Mettiamola così: non esistono discipline, ma problemi e il problema necessita soluzione».

Tra i punti del suo programma c’è anche l’ascolto, di tutti. «L’ascolto attivo».

Vuol dire che ascolterà tutti? Sono quasi 120 mila soltanto gli studenti. «Ce la metterò tutta».

La prima rettrice donna della Sapienza ha privilegiato la presenza di donne fra i suoi allievi?
«No, no, tra i miei compagni di viaggio c’è decisamente una composizione mista. La mia filosofia è comunque trasversale».

Trasversali anche i complimenti che le sono arrivati dai partiti politici: glieli hanno fatti a trecentosessanta gradi.
«Ah sì? Non ho avuto il tempo di leggerli tutti».

Ne ha letto qualcuno?
«Diciamo che gli ultimi due giorni sono stati un inferno, il telefono che squillava in continuazione».

A proposito di telefono, la prima telefonata che ha fatto dopo l’elezione? «A casa. Dove c’erano mio marito e i miei figli».

E la seconda? «Ho chiamato le mie due sorelle più piccole».

Anche loro sulla strada della medicina?
«No no, una è insegnante, un’altra lavora in una struttura amministrativa».

E a lei come è venuta la voglia di fare medicina?
«Da mio padre, era un medico. Un gastroenterologo, poi medico internista».

Quindi la specializzazione in odontoiatria da dove arriva?
«Non sono specializzata in odontoiatria, ma in odontostomatologia. Ovvero mi occupo soprattutto di bambini, molti con malformazioni, disabilità. Anche se io lo dico in maniera diversa».

Come lo dice?
«Io dico che al Policlinico Umberto primo di Roma mi occupo di bambini con bisogni speciali, con patologie oro cranio facciali».

Adesso si occuperà di «bambini grandi», quasi 120 mila studenti dell’università più grande d’Europa. Essere la prima rettrice donna che segnale può essere per le nuove studentesse? Che le donne valgono? «Certo. E che he donne danno il loro miglior contributo nelle istituzioni»

 

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Bookdealer – il primo e-commerce delle librerie indipendenti

La concorrenza commerciale di Amazon di essere davvero la causa della morte delle librerie indipendenti è un dibattito che da tempo ha preso piede. Una vera e propria guerra ad armi impari, che però rappresenta anche il chiaro segnale della necessità di un profondo rinnovamento nel settore editoriale. Le librerie indipendenti lo hanno capito, si sono organizzate facendo rete e mettendosi su un’unica piattaforma di e-commerce: Bookdealer.

 

Nasce così la prima piattaforma italiana di e-commerce delle librerie indipendenti. Questo è anche un ottimo modo per vedere quali sono i punti vendita più vicini a casa e quali sono le loro attività, oppure scoprire quelli più lontani, dei quali altrimenti non avremmo potuto conoscere l’esistenza. Una risorsa che rivelarsi utile anche in questo periodo di “lockdown light”, e sperimentare nuovi canali di acquisto

La piattaforma è intuitiva, accessibile e rapida e si  possono cercare punti vendita specifici, titoli o autori. È possibile visitare virtualmente anche i negozi e conoscerne di nuovi, ricevere consigli, scoprire quali sono i titoli del momento, leggere le recensioni di altri utenti e usufruire delle iniziative promosse da ciascuna libreria. L’obiettivo, infatti, è mantenere quel contatto umano che dovrebbe essere centrale nell’attività delle librerie indipendenti, e a cui Amazon non potrà mai sopperire. “Acquistando su Bookdealer sostieni davvero le librerie indipendenti”, spiegano gli organizzatori “perché grazie al servizio di consegna a domicilio e spedizione tramite corriere, i librai possono mantenere vivo il rapporto con i loro clienti abituali, raggiungerne di nuovi, e farsi conoscere al di fuori della propria zona di competenza o in luoghi poco serviti, dove fino a quel momento il lettore non aveva avuto altra scelta che acquistare sui grandi store online”.

www.bookdealer.it

 

bookdealer

Nonna Papera – tra il mito e le ricette della nonna più famosa di Paperopoli

articolo di Martina Tripi via https://www.vitasumarte.com

Nonna Papera è un’icona longeva, che da più di qualche decennio, ormai, appartiene al mondo dell’infanzia. Certo i grandi, poi, quando crescono tendono a portarsi dietro i loro miti infantili e proiettarli, talvolta in modo ironico, nella vita reale. Quante volte ci è capitato di dire: “sono più sfortunato di Paperino”, oppure “non sono mica Paperon de’ Paperoni!”, mettendo tristemente mano al portafogli. Anche Nonna Papera è un modello al quale ci rapportiamo spesso: “Cucini meglio di Nonna Papera”, se ve lo dicono vuol dire che ci sapete veramente fare. Ma chi è questa signora tanto amata non solo dagli assidui lettori di Topolino?

LA PAPERA DIETRO AL MITO

Difficile che non la conosciate, perché lei è la nonna col becco più famosa d’Italia. Vive in una fattoria a Quack Town, fuori dalla nota città di Paperopoli, insieme al pronipote Ciccio. Il suo è un nome d’arte, in realtà si chiama Elvira Coot, figlia di Clinton Coot, che fondò le Giovani Marmotte e nipote dell’impavido Cornelius, che fondò Paperopoli a seguito della conquista di un fortino inglese.
Ha sposato Humperdink Duck, dal quale ha avuto tre paperini: Eider, Dafne e Quackmore, rispettivamente genitori a loro volta di Paperoga e Abner “Chiarafonte” Duck, Gastone, Paperino e Della (la mamma di Qui, Quo e Qua). In inglese il suo cognome significa folaga, che è un uccello dal manto nero, ma è sempre stata rappresentata come un’anatra bianca: capello raccolto in un morbido chignon e occhialletto a mezzaluna.

Nonna Papera

Il disegno fu creato da Al Taliaferro, che s’ispirò alla suocera.
Elvira fece la sua prima apparizione negli anni ’40 sui quotidiani statunitensi, in una strip di Donald Duck intitolata “Arriva Nonna Papera!”.
Lei rappresenta decisamente il punto d’unione dell’intera famiglia, col suo carattere tenero e affettuoso, ma anche molto risolutivo: è il riferimento di tutti. Ottima cuoca e papera di campagna, sforna manicaretti e si occupa di guidare con saggezza chi le sta intorno verso la propria crescita interiore, proprio come farebbe una nonna autentica.

Nonna paperaIn Italia, chi è cresciuto a cavallo fra gli anni ’70 e ’80, ha imparato a cucinare con il Dolce Forno e Il Manuale di Nonna Papera. Oggi li definiscono giochi vintage, ma hanno tirato su intere generazioni, che ancora ne portano nel cuore il nostalgico ricordo.

Pubblicato nel 1970 da Mondadori questo libro per bambini è una raccolta di ricette molto semplici, giuste per chi è alle primissime armi. Ognuna di esse è ispirata a personaggi storici o mitologici: La frittata di Paride, La torta Monna Lisa, Spinaci alla Napoleone. Se adesso siamo abituatissimi a consultare manuali di cucina con fotografie mozzafiato, sappiate che il manuale è totalmente illustrato, com’è giusto che sia.

 
NONNA PAPERA, SABRINE D’AUBERGINE E LA RISTAMPA DEL MITICO MANUALE

Questa è proprio una di quelle storie che vanno raccontate, non solo, probabilmente oggi è diventata anche imprescindibile quando si parla di Nonna Papera.
Sabrine è una blogger e, ormai quasi del tutto, un’autrice di libri di cucina. Lei ha fondato Fragole a merenda un bel po’ di anni fa, ha pubblicato ricette e raccontato le vicende della sua piccola cucina con grazia e charme, fino a diventare uno dei nomi di punta di Guido Tommasi Editore.

Per festeggiare i 40 anni del Manuale di Nonna Papera, nel 2010 lanciò una simpatica raccolta di ricette tratte dal libro. Questo per ricordare insieme ad altri affezionati lettori un testo sul quale molti, come lei, impararono a cimentarsi nelle loro prime ricette.
La raccolta fu un successo, creò una fortissima connessione fra gli utenti e chi non aveva il libro cominciò a cercarlo fra annunci di eBay e bancarelle.
Nel frattempo Sabrine, fra un commento ai post e l’altro, entrò in contatto con una giornalista americana che le raccontò qualcosa di molto interessante: in America Nonna Papera non ha mai cucinato un granché, oltretutto è sempre stata anche un personaggio abbastanza marginale… da qui l’autrice ebbe un’illuminazione: e se l’identità segreta della nonna-cuoca provetta fosse italiana? Così iniziò la sua ricerca.
Dopo anni trascorsi a pensare che il mito di Nonna Papera provenisse dall’America, Sabrine si rese conto che la verità era tutt’altra.
Non fu facile reperire qualcuno che avesse lavorato al libro: Mario Gentilini, direttore di Topolino, Elisa Penna, una degli autori, e l’illustratore Giovan Battista Carpi erano già scomparsi. Mondadori e Disney avevano preso strade diverse e la ricerca si fece per un attimo parecchio sconfortante. Fu il fato, anzi, fu proprio Google a condurre questa vicenda verso un lieto fine. Un giorno a Sabrine arrivò la mail di Luisa Ribolzi, che raccontava come avesse trovato il suo blog e avesse letto la storia della sua iniziativa fin dal primo post. Le due s’incontrarono e venne fuori che la Bolzi lavorò al manuale qualche tempo dopo essersi laureata, prima di dare abbrivio a tutt’altra carriera. 
Di questa faccenda si occuparono anche i giornali, mentre i prezzi delle prime edizioni diventavano sempre più alti. Non rimaneva che fare una ristampa! A questo pensò l’editore Giunti, che all’epoca aveva già acquisito Disney Publishing, ovvero la casa editrice che fino ad allora aveva pubblicato tutti i libri Disney. La pubblicazione fu così teneramente fedele all’originale, da accontentare anche chi aveva trascorso gli ultimi anni a frugare fra i libri vintage. A pagina 9, la presentazione è questa:

Cari amici, attenti a…! Attenti a come sfogliate questo manuale. È altamente esplosivo. È il Manuale infatti in cui sono raccolti, svelati e documentati tutti i segreti di Nonna Papera. Da questo momento le sue celebri torte (caramelle, panini imbottiti, aranciate e falsi minestroni) non saranno più un mistero per voi! A voi il mestolo amici: leggete e cucinate!

manuale di nonna papera

NONNA PAPERA: MODELLO FEMMINILE DI FORZA E SAGGEZZA

Nonna Papera è un un personaggio d’immensa dolcezza. Un mix perfetto di materna accoglienza, premura, forza e indipendenza. Non ha paura di faticare e accudire le generazioni future. Molte donne alle quali da bambine è stato regalato il suo mitico Manuale sono cresciute cimentandosi con le sue ricette e, oggi, la sua tenera influenza continua ad imprimersi grazie a quei racconti senza tempo, che hanno conquistato praticamente tutti, una generazione dopo l’altra.

nonna papera, apple pie, torta di mele

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La regina degli scacchi – la nuova miniserie targata Netflix

articolo via https://freedamedia.it

The Queen’s Gambit, La Mistica Degli Scacchi Al Femminile

Con uno dei titoli più sfortunati della stagione, ma che allude a una delle aperture più studiate e affascinanti negli scacchi professionistici, The Queen’s Gambit è la storia di formazione di Beth Harmon, la giocatrice-prodigio che si è distinta in questo sport strategico a metà degli anni ‘60. Femminile, feroce e con un’estetica impeccabile, la miniserie, basata sul romanzo La regina degli scacchi di Walter Tevis (1983), ci presenta la mistica degli scacchi come non l’abbiamo mai vista prima.

Con molti i parallelismi con la storia del Gran Maestro e ultimo Campione del Mondo statunitense, Bobby Fischer, ovvero andando contro ogni previsione e dopo aver scoperto in tenera età un interesse e un genio innato per gli scacchi, la matematica e intuitiva Beth (interpretata da Anya Taylor-Joy) mira a dominare il mondo in quel microcosmo che è la scacchiera. Per dirla con le parole della protagonista, la scacchiera “è un mondo in 64 caselle. Un posto dove sentirsi al sicuro. Prevedibile, controllabile”.

E in effetti, come già sottolineava il famoso best seller di Katherine Neville, The Eight (incentrato sulla ricerca zelante di dei leggendari scacchi magici appartenuti a Carlo Magno), nel corso della storia è sempre esistito un innegabile desiderio di padroneggiare la scacchiera, sia letteralmente che metaforicamente. In questo caso, nello sforzo di organizzare il suo caotico mondo interiore, Beth impara a disporre i suoi pezzi seguendo il suo intuito, e sviluppando uno stile di gioco unico. Come il New York Times descrisse nel suo necrologio il genio tormentato cui si ispira questo personaggio, Fischer è stato il più potente giocatore americano della storia e anche il più enigmatico:

Fischer vinse con tale talento e stile da diventare un rappresentante indiscusso della grandezza nel mondo degli sport competitivi, proprio come lo sono stati Babe Ruth o Michael Jordan.

Ed è forse proprio dal tentativo di svelare quel mistero, e affrontare la genialità e il supplizio che spesso accompagnano i grandi prodigi, che emerge il personaggio di Beth Harmon. Tuttavia, per questa giovane donna, nonostante l’ossessione e l’ambizione che il gioco le suscita, gli scacchi “non sono solo competitivi”, sono qualcosa di bello, una dimora dove trova rifugio intellettuale e che dà senso alla sua esistenza, dopo essere rimasta orfana ed essere stata spogliata, quand’era ancora molto piccola, dei suoi pochi averi e ricordi.

Dopo l’abbandono paterno e la morte della madre biologica, essendo solo una bambina, Harmon impara a conoscere e perfeziona le sue abilità giocando a scacchi con il bidello nel seminterrato dell’orfanotrofio, e intanto svilippa (sempre in segreto) una pericolosa dipendenza dai tranquillanti, che paradossalmente sembrano non solo aiutarla a evadere, ma potenziare la sua capacità strategica. Questa vita in bilico, passata saltando da una famiglia disfunzionale all’altra, condurrà la protagonista ad abusare di droga e alcol, qualcosa di inaudito per un’adolescente, ma che però spiega perfettamente come le dipendenze si trasformino sempre nello stucco con cui pretendiamo di riempire quelle crepe che sono le ferite dell’anima.

Divisa tra delicatezza e ferocia, caratterizzata da un’intelligenza acuta e non priva di eccentricità, Harmon percorrerà la sua strada verso il successo internazionale, partecipando a gare e ottenendo riconoscimenti. Senza sacrificare la propria femminilità, riuscirà progressivamente a distinguersi in un mondo prevalentemente maschile, in cui per antonomasia, negli anni ‘60, avrebbe potuto subire un doppio pregiudizio, una doppia discriminazione: come donna fuori dai canoni in un’epoca in cui i ruoli femminili erano ancora perlopiù limitati a quelli di moglie e madre; e come giocatrice femminile in un ambiente dominato quasi esclusivamente da uomini – com’era e in parte è ancora quello delle competizioni scacchistiche.

Infatti, sebbene dal Medioevo al XVIII secolo le partite di scacchi tra uomini e donne di ceto alto figurino come un tema ricorrente nell’arte e della letteratura, nel XIX secolo il mondo degli scacchi è passato a essere dominato dagli uomini. E così è stato fino al XX secolo, quando alcune giocatrici come la britannica di origini russe Vera Menchik sono riuscite timidamente a rompere l’egemonia maschile e a partecipare alle competizioni con loro.

Garry Kasparov, considerato uno dei migliori giocatori al mondo, assicura che questa miniserie a suo parere è la fiction più realistica che sia mai stata realizzata sugli scacchi, che peraltro è uno sport molto poco visivo. Magari è per via di quella brillante e golosa estetica di cui sopra, con cui è stato portato sullo schermo, o anche per la presenza guida di un personaggio carismatico e complesso come quello di Harmon, che The Queen’s Gambit è diventato in poche settimane, e grazie al passaparola, la serie tv più guardata su Netflix.

la regina degli scacchi, netflix

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Summit Pambianco-PwC: L’industria della moda e la gestione dell’incertezza

La crisi innescata dalla pandemia di Covid-19 ha messo a dura prova le aziende della moda e del lusso italiane. Ma il sistema sta attivando una reazione, e sta rivedendo progetti e strategie per confermarsi competitivo nei nuovi scenari. La situazione attuale e la resilienza del settore saranno il tema del Fashion Summit organizzato da Pambianco con PwC e intitolato ‘L’industria della moda e la gestione dell’incertezza’ – L’impatto della crisi sui mercati e le risposte delle aziende.

Summit Pambianco-PwC, ‘L’industria della moda e la gestione dell’incertezza’

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“Ordiniamo delivery, ora tocca a noi aiutarvi”
l’appello dell’infermiere dell’Azienda Ospedaliero Universitaria Pisana in aiuto dei ristoratori

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Sdijuno abruzzese, la storia del pasto tradizionale dei contadini

di Michela Becchi via gamberorosso.it

È stato recentemente definito un elisir di lunga vita dai ricercatori dell’Università di Teramo, ma lo sdijuno abruzzese esiste da sempre. Una sorta di aperitivo ante litteram, pasto di metà mattino a base dei prodotti semplici del territorio, quelli della tradizione contadina: un po’ di formaggio, una fetta di pane, qualche uova con le verdure. Sdijuno, perché in grado di lasciare il corpo a digiuno per diverse ore, sostenendo così i lavoratori nelle campagne, una merenda abbondante che da secoli rappresenta il pasto portante dell’intera giornata e che la scorsa estate è stata oggetto dello studio “Centenari”, un’indagine sulle abitudini alimentari della popolazione abruzzese tra i novanta e i cento anni.

Un rituale del passato che persiste ancora oggi fra le persone anziane, come ha spiegato Mauro Serafini, docente di alimentazione e nutrizione umana alla facoltà di Bioscienze dell’università di Teramo: “Lo sdijuno è una tradizione che rimane, il primo pasto abbondante della giornata”. Da consumare dopo una colazione leggera, attorno alle 11 del mattino, per garantire all’organismo “un periodo di digiuno di circa 14/16 ore”. Un’abitudine alimentare del passato che è perfettamente in linea con le più recenti ricerche scientifiche, “che hanno evidenziato l’importanza di concentrare i pasti della giornata, ma soprattutto di limitare l’apporto calorico la sera, quando il metabolismo rallenta”, ha aggiunto Serafini.

Si tratta quindi di un modello salutare, “in grado di spiegare, insieme a fattori ambientali, nutrizionali e genetici, la longevità abruzzese”. Sono infatti più di 150 i Comuni con un alto tasso di longevità, quasi tutti localizzati nelle aree interne contigue ai Parchi del Gran Sasso, della Majella e alla Marsica. Luoghi dove i ritmi di vita lenti e cadenzati non hanno ceduto il passo a quelli serrati di oggi, borghi fermi nel tempo dove gli anziani continuano a rispettare il rito dello sdijuno, concedendosi una ricca merenda di metà mattina, per concludere poi la giornata con una cena leggera.

Pane e olio

Ma cosa si mangia durante lo sdijuno? Pane onde (pane e olio), formaggio, salame ma anche pipidune e ove, i peperoni con le uova strapazzate cotti in padella, oppure pizza e foje, una pizzetta di granoturco cotta sotto il coppo, coperchio di ferro utilizzato per cuocere gli alimenti alla brace o direttamente nel camino, accompagnata da cicoria selvatica o casigne, ovvero il crespigno, pianta che cresce spontanea del territorio.

 

Frittata con i peperoni

Ma anche uova al sugo o frittate, come ha raccontato ai ricercatori Carina, nonna di 90 anni di Collecorvino, in provincia di Pescara: “Intorno alle 10,30/11 arrivava il piatto più importante del giorno, che consumavamo direttamente all’aria aperta, nei campi. Un pasto unico ipercalorico composto da pane, formaggio, prosciutto, uova al sugo, frittate coi peperoni, minestra, tagliatelle fatte in casa in brodo, vino. Ci bastava per il resto delle 24 ore”. A cena, pochi alimenti, “al massimo qualcosa di frugale poco prima del tramonto: un’insalata, qualche verdura. E poco dopo a letto”. I dolci? “Al bando. E continuo a onorare questo rito anche oggi, che passo le mie giornate a casa”.

 

 

 

sdijuno

Nuova Zelanda: rivoluzione parlamentare di Jacinda Ardern
Naia Mahuta è la prima donna maori al ministero degli esteri

La premier della Nuova Zelanda, Jacinda Ardern sta attuando una vera rivoluzione a solo due settimane dalla sua rielezione. Il partito laburista della Ardern è stato riconfermato in maniera schiacciante alla guida del paese e nel nuovo parlamento le novità sono molte.

Quasi la metà dei deputati saranno donne, un dato significativamente superiore alla media globale del 25%, il 10% invece sarà della comunità Lgbtq facendo diventare l’esecutivo vera espressione di un parlamento inclusivo.

Per il ministero degli esteri è stata scelta Naia Mahuta di origine maori; anche il precedente ministro degli esteri, Winston Peters, era maori ma la Mahuta rappresenta una vera novità. Ex ministro dello Sviluppo maori e nipote della defunta regina Te Arikinui Te Atairangi Kaahu, quattro anni fa si fece notare per essere stata la prima parlamentare a presentarsi in aula con un moko kauae sul mento, il tradizionale tatuaggio maori che rivela informazioni sugli antenati di una persona, la sua storia e le sue origine .

naia mahuta, nuova zelanda, maori

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Altamedica, con un suo studio, dimostra come
“il rischio di contagio” nei ristoranti sia basso

LO  STUDIO EFFETTUATO DA  ALTAMEDICA
  CONFERMATO DALLE  DICHIARAZIONI 
DEL DIRETTORE SCIENTIFICO CLAUDIO GIORLANDINO 
 
di ELISA ERRIU via dissapore.com (*1)
 

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McDonald’s Japan lancia i rice burgers
il riso al posto del classico panino

McDonald’s Japan lancia nuovamente i rice burger, hamburger classici dove la differenza sta nella sostituire il classico panino con due “polpette” di riso. 

In Oriente si preferisce il riso al pane, e McDonald’s ha quindi deciso di modificare il proprio hamburger. Un tentativo già fatto  con un buon successo di pubblico, ed è per questo che la catena americana ha pensato ad un ritorno dei rice burger. La novità più attesa è decisamente il Double Cheeseburger , che nella versione al “riso” diventa Gohan Dabuchi, dove gohan significa riso e Dabuchi è il soprannome giapponese per il Double Cheeseburger.

I nuovi panini di riso saranno in vendita in edizione limitata, solo fino a metà novembre, nel menu serale,  a 3,70 dollari l’uno (390 JPY) e nel menu a 6,50 dollari americani (690 JPY).

 

    McDonald’s, gohan dabuchi, rice burger

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