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Autore: Valentina Ferraro

Torna a Roma “Equilibrio”, il Festival di danza contemporanea

Dopo due anni di assenza dovuti alla pandemia, torna a Roma dal 12 al 16 febbraio Equilibrio, il festival interamente dedicato alla danza contemporanea. Giunto alla XVI ° edizione, la rassegna si svolgerà come di consueto all’Auditorium Parco della Musica, con un nuovo curatore, Emanuele Masi, che ha selezionato per l’occasione alcuni dei più illustri nomi della scena internazionale.

Masi ha spiegato il senso profondo di questo Festival, già racchiuso nel suo nome: “…Un equilibrio tra estetica ed etica, tra idealismo e concretezza, tra progetti inediti e attesi ritorni, tra ecologia e tecnologia, tra danza italiana e coreografia internazionale, tra dinamismo e sostenibilità, tra tradizione e ibridazione, tra cultura “alta” e folclore, tra virtuosismo e semplicità, tra corpo e ragione”.

La Fondazione Musica per Roma ha presentato dunque il programma di questa attesa nuova edizione, che prevede 7 serate che si svolgeranno nella sala Petrassi, con la partecipazione di ben 10 compagnie di danza.

La rassegna avrà inizio il 12 febbraio, serata per la quale sono previsti ben due eventi di apertura all’Auditorium: la Cavea ospiterà il flash mob “Re:Rosas!” tratto dallo spettacolo Rosas danst Rosas di Anne Teresa Keersmaker e curato per l’occasione dall’Accademia Nazionale di Danza; mentre nella sala Petrassi andrà in scena un sorprendente spettacolo della coreografa israeliana Sharon Eyal.

Fra gli eventi più attesi del Festival ricordiamo la serata del 15 febbraio in cui si esibirà  Maguy Marin, massima esponente della nouvelle danse française.

Il 17 febbraio sarà invece la volta di Silvia Gribaudi, che porterà sul palco la performance “R.OSA”, ispirato alle opere di Botero, che vedrà esibirsi  la giovane attrice emergente Claudia Marsicano.

Infine, tornerà all’Auditorium anche Cristiana Morganti, talentuosa artista romana, che si esibirà nello spettacolo “Another Round for Five”.

Ad arricchire il programma del Festival contribuiranno inoltre le proiezioni di documentari e film incentrati sulle opere dei coreografi ospiti della rassegna e dei loro spettacoli.

 

Annunciate le 10 città che si contenderanno il titolo di Capitale della Cultura 2024

Rese note le dieci finaliste che aspirano al titolo di Capitale Italiana della Cultura per il 2024. Le città selezionate sono:  Ascoli Piceno, Chioggia (VE), Grosseto, Mesagne (BR), Pesaro, Sestri Levante con il Tigullio (GE), Siracusa, Unione dei Comuni Paestum-Alto Cilento (SA), Viareggio (LU) e Vicenza. La prossima tappa importante è prevista per il 3 e 4 marzo, data in cui la Giuria presieduta da Silvia Calandrelli riceverà in audizione le città interessate, per poi indicare al  Ministro Dario Franceschini quale candidatura sarà valutata come la più idonea.

L’idea di nominare ogni anno una città italiana che potesse fregiarsi di questo titolo è nata a seguito del percorso che ha portato Matera ad essere selezionata come Capitale Europea della Cultura nel 2019.  Le altre città candidate avevano infatti presentato dei progetti di tale valore che il Governo decise in quell’occasione di nominarle tutte Capitali Italiane della Cultura per l’anno in corso (2015). Le città in questione erano: Cagliari, Lecce, Perugia, Ravenna e Siena.

Negli anni successivi l’ambito titolo è stato assegnato a Mantova (2016), Pistoia (2017), Palermo (2018), Parma (2020-2021), Procida (2022), Bergamo e Bresci (2023).
Ora non resta che attendere il prossimo 4 marzo per scoprire come si pronuncerà la Giuria relativamente al titolo del 2024.

Baricco rivela sui Social: “Ho la leucemia”

L’annuncio è di quelli che lasciano senza parole. A veicolarlo, come spesso accade ai nostri tempi, i Social Network. Alessandro Baricco ha infatti utilizzato il suo profilo twitter per rivelare a tutti i suoi follower la sua malattia. Si tratta di  una leucemia mielomonocitica cronica, una patologia che si sviluppa nel midollo osseo ed è caratterizzata dall’aumento di una specifica popolazione di globuli bianchi, i monociti. L’unico trattamento possibile per curarla è il trapianto di cellule staminali, cui lo scrittore 63enne si sottoporrà.

“A donarmi le cellule staminali sarà mia sorella Enrica – spiega lo scrittore sul Social – donna che ai miei occhi era già piuttosto speciale, prima di questa avventura. Figuriamoci adesso”.

“Molto altro non mi verrebbe di aggiungere – prosegue Baricco – Forse, ecco, mi va ancora di dire che percepisco ogni momento la fortuna di vivere tutto questo con tanti amici veri intorno, dei figli in gamba, una compagna di vita irresistibile e il miglior Toro dai tempi dello Scudetto”.

L’annuncio è stato subito accolto da migliaia di commenti al post, molti dei quali estremamente commoventi, attraverso cui gli utenti di Twitter hanno voluto dimostrare tutta la loro solidarietà allo scrittore in un momento tanto difficile.

Eurovision Song Contest 2022: Achille Lauro rappresenterà San Marino

Dopo il trionfo dei Maneskin a Rotterdam con il loro singolo “Zitti e buoni”, continuano le sorprese targate Eurovision Song Contest. La notizia inaspettata arriva da San Marino dove Achille Laura si è aggiudicato il primo posto per l’edizione 2022 del Festival “Una voce per San Marino”. Questo gli assicura automaticamente diritto a partecipare alla prossima edizione dell’Eurovision Song Contest che, dopo oltre 30 anni, si terrà in Italia, a Torino.

Federico Pedini Amanti, segretario di Stato, ha commentato la notizia in una nota,  esprimendo tutta il suo entusiasmo. “Alla base del progetto c’era la volontà di creare un evento che avesse valore turistico e promozionale .+- si legge nella nota – e che, contemporaneamente permettesse alla nostra Repubblica di trovare un degno rappresentante ad Eurovision Song Contest, un artista di livello espressione di un processo di selezione e vincitore di un Festival. Oggi, con la vittoria di Achille Lauro possiamo dirci soddisfatti anche da questo punto di vista”. 

Si annuncia dunque un grande show per il prossimo maggio a Torino, dove l’Italia sarà degnamente rappresentata.

 

Notre Dame De Paris: per il ventennale torna sul palco il cast originale

1346 repliche e 4 milioni di spettatori in vent’anni. Sono solo alcuni dei numeri che hanno decretato il successo di Notre Dame De Paris, l’opera popolare che può essere definita senza esitazioni come la più famosa a livello mondiale.

In occasione dell’evento speciale che ha celebrato questo importante anniversario Riccardo Cocciante ha voluto lanciare un messaggio di fiducia per l’intero settore dello spettacolo, che tanto ha sofferto a causa della pandemia: “Speriamo il 2022 ci porti fortuna e riapra le porte dei teatri chiusi che abbiamo avuto intorno a noi per questo disastro, che ci ha fatto tanto soffrire”, ha dichiarato il cantautore e compositore, aggiungendo: “e cerchiamo di essere più forti di prima tutti insieme”.

Ed infatti Notre Dame De Paris è pronto per tornare a calcare i palchi di tutta Italia con il cast originale: la prima data del tour è prevista per il 3 marzo agli Arcimboldi.

Protagonisti saranno Giò Di Tonno, Tania Tuccinardi, Vittorio Matteucci, Leonardo Di Minno, Matteo Setti, Graziano Galatone. E poi naturalmenge Lola Ponce, che torna a vestire i panni di Esmeralda e Claudia D’Ottavi e Marco Guerzoniche interpretarono l’opera la prima volta nel 2002. “Per la prima volta dopo vent’anni, tutti gli attori del cast originale dell’opera si riuniranno sul palco”, ha speigato con un filo di emozione Riccardo Cocciante.

Lo spettacolo partirà da Milano per poi toccare tutta la Penisola, da nord a sud, fino a concludersi a Trieste il prossimo dicembre.

USA: Grammy rimandati causa COVID

Il Covid continua a dettare l’agenda degli eventi più attesi. Per il secondo anno consecutivo quello in arrivo sembra essere un periodo non roseo per l’industria dello spettacolo. Un segnale in tal senso arriva dagli USA, dove il 31 gennaio era stato programmato lo show di consegna dei famosissimi Grammy Award. L’evento, considerato l’equivalente degli Oscar in ambito musicale, avrebbe dovuto tenersi a Los Angeles con la conduzione di Trevor Noah.

Ma l’aumento dei contagi ha cambiato le carte in tavola: è di oggi infatti il comunicato congiunto di Recording Academy e Cbs, il network che trasmette la show.  “La salute della nostra comunità musicale e del pubblico resta la nostra priorità “ dichiara la nota. E ancora: “A causa dell’incertezza sulla variante Omicron prevedere lo show il 31 gennaio comporta troppi rischi. Celebreremo la notte della musica in un’altra data che annunceremo a breve”. 

Si ripete dunque quanto accaduto lo scorso anno, in cui la cerimonia è stata posticipata dal 31 gennaio al 14 marzo, con uno show all’aperto con un pubblico ristretto.

Fiato sospeso dunque anche per gli artisti che hanno fattoincetta di candidature: Jon Batiste, a Justin Bieber, passando per Doja Cat, H.E.R., Billie Eilish e Olivia Rodrigo.

 

Birretta Wine e Food a Roma: non chiamatelo Junke Food!

Smart, gustoso ed economico. È lui, l’hamburger, nelle sue mille declinazioni, un cibo che mette tutti d’accordo, dai bambini ai palati più raffinati, purché ci si trovi di fronte ad una preparazione che sia davvero di qualità.

La semplicità di un panino che può diventare golosissimo ed originale, spiega il successo intramontabile intramontabile dell’hamburger che negli ultimi anni in Italia ha conosciuto un’interessante evoluzione, dando vita a numerose variazioni sul tema, alcune delle quali davvero sorprendenti. È in questa direzione che va anche il “Birretta Wine and Food”: in origine un beer shop puro che, da diversi anni ha aggiunto il Food, diventando una delle hamburgerie più frequentate della Capitale.

Il segreto? Oltre trenta panini: accanto alle proposte più classiche, troviamo infatti panini speciali ed “estremi”, più otto novità che ruotano ogni sette giorni. Ogni panino può, a richiesta, essere declinato in versione veggie (con hamburger vegetariano) e/o con pane per celiaci.

Il  punto forte di questo locale  sono senz’altro le materie prime di alta qualità: la carne, per esempio,  proviene dalla storica macelleria Feroci. Le patate che accompagnano i panini sono fresche, le salse varie e appetitose (quella “segreta” ci ha conquistato!). La lista di birre adatta ad accontentare tutti i gusti.

Il locale è raccolto ed accogliente, un bancone, tanti tavoli, una bella lavagna con le numerosissime proposte del menù che troneggia sulla sala.

Un luogo allegro e colorato dove passare una bella serata fra amici o in famiglia. Ideale anche per i bambini: per fargli conoscere da subito il gusto di uno “junk food” di ottima qualità: un ossimoro che ci piace molto.

 

 

Pacifico a Roma: la sorprendente cucina peruviana di Pesaque

Se non avete mai provato la cucina peruviana, il consiglio è di iniziare nel migliore dei modi, ovvero con un grande chef ed una location da togliere il fiato.

Abbinando queste due componenti ne risulterà un’esperienza unica, di cui certamente conserverete memoria. Nella Capitale, il posto giusto dove provare una cucina peruviana-nikkei, ricca di suggestioni asiatiche, è senza dubbio “Pacifico Roma”.

Siamo in uno degli hotel 5 stelle fra i più eleganti della Capitale, all’interno di Palazzo Dama, a due passi da piazza del Popolo. Lasciamo il traffico e il caos della città per immergerci in questa piccola isola felice: iniziamo sorseggiando un Pisco Sour (il più famoso fra i cocktail sudamericani) nel dehor a bordo piscina dove, durante la stagione calda, è possibile anche mangiare. Si entra poi nella sala, elegantissima e intima. Luci soffuse, tavoli ovali di vetro laccato, poltrone e divanetti di velluto. Lo stile e la raffinatezza che ci circonda lo ritroviamo nei piatti che portano la firma di Pesaque.

Le portate che arrivano sul nostro tavolo colpiscono per la loro bellezza: il marmo del piatto, come una tela pronta per essere dipinta, fa da sfondo ai colori dei vari ingredienti che sembrano sapientemente accostati e all’occorrenza accuratamente mescolati. Dopo la vista, è l’olfatto a rimanere stupito: un senso ampiamente coinvolto da questo tipo di cucina.

Infine l’esplosione di gusto. Fra i piatti che abbiamo assaggiato alcuni sono stati davvero sorprendenti.  Il Crab and chupe, per esempio: un dim sum (tipico raviolo cinese) con ripieno di granchio reale servito con una zuppa di bisque di crostacei. Un piatto in cui l’alternanza di consistenze  risulta estremamente piacevole e trova completezza grazie alla bisque. Fra le proposte a base di carne, gustosissimo il Chiccarron plate, un mailino crispy con demi-glace al bergamotto e purea di sedano rapa. Un piatto succulento da gustare lentamente, assaporando anche qui il piacevole contrasto fra la crosta croccante della carne e la morbidezza della salsa e della purea.

Infine il dolce, anche questo sorprendente per il suo equilibrio. Abbiamo assaggiato un Tres leches composto da un pan di spagna al tè verde che mi ha conquistato, accompagnato da yuzu, latte condensato, latte parzialmente scremato e latte di soia, gelato al miso bianco, crumble e polvere di tè sencha. Un dessert davvero particolare che riesce ad appagare i palati più golosi senza spingere troppo sulle note dolci, lasciando in bocca un sentore di freschezza.

Un menù raffinato e innovativo che si coniuga alla perfezione con lo stile moderno ed elegante di Palazzo Dama. Da ricordare infine il bar dell’hotel che si trasforma in Pisco bar aperto fino a tarda sera.

 

 

Gelato irrinunciabile anche a Natale. Purché sia di qualità!

Che il gelato non si gusti soltanto d’estate ormai è cosa nota. Questo straordinario alimento è infatti davvero buono per tutte le sragioni, gustoso e nutriente in ogni periodo dell’anno. Non stupisce scoprire che anche fuori dall’Italia, Paesi con temperature molto più rigide delle nostre, come la Nuova Zelanda e la Danimarca, ne siano fra i maggiori consumatori al mondo.

Ma se davvero si è amanti del gelato non bisogna mai rinunciare alla qualità. Parola d’ordine è dunque “artigianalità”, che si accompagna sempre ad un’attenta scelta elle materie prime.
Perché anche il gelato, quando è ben fatto, si serve di ingredienti stagionali, sorprendendoci con gusti sempre nuovi. È il caso del gelato di Günther Rohregger, altoatesino arrivato a Roma per amore che, proprio nella Capitale, ha scoperto un’altra grande passione: quella per il gelato. Una passione che ben presto è diventata professione e che ha portato questo ragazzone, ex maestro di sci, ad aprire, diverse gelaterie, tutte al centro di Roma, da Campo dei Fiori a piazza di Spagna. Partito con il suo “Punto gelato” in via dei Pettinari, ha poi aperto in Piazza Sant’Eustachio e infine “The Taste Gelato” in via dei due Macelli.

l gelato artigianale di Günther Rohregger si contraddistingue per la scelta meticolosa degli ingredienti, che avviene seguendo il ciclo stagionale. Nei suoi gelati c’è tutto il sapore e la storia del territorio da cui proviene. Ingredienti semplici, stagionali e pregiati. Abbinamenti ricercati e talvolta inediti. Sono queste caratteristiche che rendono il gelato di Günther Rohregger unico nel suo genere. Un prodotto che si eleva dalla concezione di fresca golosità da gustare per strada, diventando un dessert a tutti gli effetti, un prodotto gourmet da degustare e assaporare. Con le feste alle porte, il gelato di Rohregger si trasforma anche in un ottimo alleato dei banchetti natalizi per chiudere un ricco pasto, ma anche per audaci abbinamenti per il dessert ma non solo (intrigante, per esperimenti culinari, il gusto “pinzimonio”, con carote, finocchio, sedano e ravanello).

I gusti delle feste ideati da Günther Rohregger, come è nel suo stile, richiamano la tradizione e nello stesso tempo hanno quel tocco di personalità che li rende sorprendenti. È il caso della crema natalizia, con menta, zenzero, curcuma, limone, arancia e noce moscata: un gusto che profuma di Natale, in cui spezie e agrumi sono sapientemente abbinati in un equilibrio che soddisfa pienamente il palato.

E poi ancora il gusto pan di zenzero o il golosissimo “panettone”. Sorprendente anche il gusto al pino mugo, che richiama alla mente i boschi, la montagna, profumatissimo ed estremamente fresco sul palato. Non c’è che l’imbarazzo della scelta: entrare in una delle gelaterie di Günther Rohregger per scoprire le sue proposte sarà un’esperienza piacevole e appagante. Anche d’inverno.

Alla scoperta della malteria dei Mastri Birrai Umbri

Quante persone ci sono dietro una buona birra artigianale? Tre le figure fondamentali: l’agronomo, il maltatore e il birraio. Parte da questo assunto il racconto di Marco Farchioni, figura cardine di uno dei più interessanti progetti della sua famiglia, che da più di dieci generazioni produce e trasforma materie prime producendo olio extravergine di oliva, farina e vino.

La birra è infatti soltanto una delle molte scommesse della famiglia Farchioni, portata avanti da Marco e dai fratelli Giampaolo e Cecilia. Anche in questo ambito, l’obiettivo è chiaro sin dall’inizio: realizzare un prodotto di qualità, che rispetti le tradizioni territoriali ma si avvalga della modernità delle nuove tecnologie. La volontà di fare una birra 100% made in Italy, realizzando tutta la filiera produttiva nel territorio umbro si è concretizzata grazie all’apertura, tre anni fa, del birrificio con annessa malteria. Stiamo parlando di un impianto produttivo fra i più grandi in Italia, che può arrivare a lavorare fino a 70 ettolitri, mentre la malteria ha il primato di essere l’unica nel nostro Paese al servizio di un microbirrificio.

La conduzione familiare aggiunge senza alcun dubbio valore a questo nuovo progetto della famiglia Farchioni: per capirlo, basta parlarne con Marco, ascoltarlo mentre racconta lo spirito che lo anima con orgoglio e passione. La fase sperimentale è stata lunga, spiega, perché le cose vanno fatte per bene, senza fretta, provando e riprovando finché non si è sicuri del risultato raggiunto, e poi perché “Noi umbri siamo fatti un po’ così, ci piace fare con calma, con accuratezza”.

Già dal nome si intuisce il richiamo a questa mentalità, e all’importanza delle figure dei mastri: l’agronomo sono il cuore della produzione, grazie al loro lavoro in sinergia prende vita un prodotto di qualità. Una birra che racconta questa terra, “una birra cha parte dal campo e arriva al bicchiere per garantire un prodotto autenticamente artigianale, non filtrato né pastorizzato”.

Grazie alla malteria si può dire si sia completata la filiera dei Mastri Birrai Umbri: l’orzo viene così coltivato, trasformato in malto e poi in birra, tutto all’interno del territorio umbro. Per sottolineare maggiormente questo legame con il territorio, negli oltre mille ettari destinati alla coltivazione, accanto all’orzo ci sono anche farro, grano, lenticchia e cicerchia, utilizzate poi come ingredienti. Ogni birra (tutte ad alta fermentazione con rifermentazione in bottiglia) prende il nome della cotta di realizzazione e ognuna è stata creata – ci rivela Marco Farchioni – pensando ai gusti di un componente della famiglia, cercando di accontentare palati diversi, seguendo i vari stili di riferimento.

Una piccola perla incastonato in Umbria: alla scoperta di Rasiglia

Tra le montagne del folignate, fra Foligno e Colfiorito, ad oltre 600 metri di altitudine, si trova Rasiglia, anche nota come “borgo dei ruscelli”.

Un piccolo gioiello immerso nella natura che lascia i visitatori davvero stupiti perché sembra riportarli indietro nel tempo, in un luogo in cui davvero tutto sembra essersi fermato. Entrando nel borgo, ci accoglie una manciate di case fra un intreccio di viuzze, ponticelli, portoni in legno che sembrano dipinti. E lo scorrere dell’acqua che accompagna ogni nostro passo. Questo paesino in provincia di Perugia sembra davvero essere incantato. Mentre si percorrono le sue stradine in salita, ci si aspetta quasi di veder sbucare un folletto fra le rocce, o di scorgere, in uno dei tanti angoli da cartolina, una principessa delle favole, intenta a lavorare la lana con il suo fuso.

Rasiglia è un borgo in cui il tempo sembra essersi fermato, una piccola perla nel cuore dell’Umbria: le acque del fiume Menotre scorrono attraverso piccoli canali. Si passeggia seguendo il rumore dell’acqua, osservando ruscelli e cascatelle. Se sarete fortunati, potrete ammirare anche gli antichi mulini ancora in funzione (appartengono a dei privati per cui non sono sempre visibili al pubblico). Suggestivo anche l’antico lavatoio, ancora in ottime condizioni.

Tra gli appuntamenti da non mancare, nel mese di giugno, la “Penelope a Rasiglia”, una rievocazione dell’industria della tessitura, durante la quale è possibile vedere vecchi telai in funzione. Nel periodo natalizio, invece, nelle giornate del 26 dicembre e del 6 gennaio Rasiglia ospita il presepe vivente, con la rievocazione delle antiche attività artigiane del territorio. Un’esperienza da non perdere.

Cocktail e buona cucina da Suburra 1930 a Roma

Immaginate un localino arredato in stile anni ’30 in pieno centro a Roma. Un posto raccolto eppure cool con interni eleganti ed un suggestivo dehor. Stiamo parlando di Suburra 1930, locale aperto ormai da diversi anni e diventato in breve tempo un punto di incontro per le serate capitoline all’insegna del buon bere.

Siamo in piazza della Suburra, una delle più antiche della Capitale, all’incrocio fra due nobili vie romane: via Urbana e via Leonina. Questa era l’area della città che si trovava sotto il colle Palatino, “sub urbe” appunto. Un luogo ricco di fascino, ideale per le passeggiate estive, ma non solo. Proprio tra queste vie si trova questo originale locale che richiamo gli anni Trenta non solo nel nome, ma anche negli arredamenti e nelle suggestioni. Qui ci si può fermare per un aperitivo (magari nel delizioso dehor che dà proprio sulla piazza) assaporando le proposte di fritti o street food, oppure fermarsi per cena.

Nel menu, accanto ai grandi classici della cucina romana, troviamo piatti originali con richiami a sapori internazionali.

Per quanto riguarda il beverage, vi consigliamo di provare i cocktail “signature” realizzati dai bartender del locale, pensati appositamente per accompagnare i piatti del menu.

 

 

Un’oasi di relax e buon cibo al lago di Bolsena

Per le gite fuori porta del weekend il lago è sempre una buona idea. Ideale per chi cerca un po’ di relax in mezzo alla natura. Se alla tranquillità del paesaggio si vuole unire anche del buon cibo, allora vi consigliamo una sosta all’Oasi del Pescatore presso il lago di Bolsena, in provincia di Viterbo, a poca distanza da Roma.

La storia di questo luogo è estremamente affascinante: questo luogo è nato infatti  come   ricovero per la pesca sul lago di Bolsena. Una capanna, quella di Mauro “Il Brigante”, dove ci si incontra con gli amici e si prepara qualche piatto della tradizione con il pescato del giorno. Poi il grande passo: nel 2004 quel pescatore insieme a sua moglie (abile cuoca) aprono qui il loro ristorante. È così che nasce l’Oasi del pescatore: non si tratta più di pranzi improvvisati fra pochi amici, ma la schiettezza e la semplicità di quei giorni restano una delle cifre distintive di questo posto.

Il locale è piccolo e rustico, le vetrate permettono di godersi il paesaggio anche d’inverno. Nella bella stagione si può mangiare all’aperto, proprio sopra il lago. La sera vi regalerà dei tramonti spettacolari.
In cucina c’è Maria che prepara i piatti ispirandosi alla tradizione utilizzando il pescato del giorno: luccio, coregone, anguilla, persico. Fra i piatti forti, la sbroscia, uno dei più antichi della tradizione bolsenese. Una sorta di zuppa di pesce, con almeno tre tipi di pesce diversi (naturalmente di lago), arricchita con patate, mentuccia e pomodorini. Non è facile trovarla e va comunque sempre ordinata in anticipo. Purtroppo non ho avuto il piacere di assaggiarla, ma questo non è altro che un buon motivo per tornare.

Il pesce di lago promette di rivelarsi una vera scoperta: più delicato di quello di mare, ma con un suo preciso carattere, che Maria sa bene esaltare grazie all’uso sapiente di spezie e piante aromatiche. Nella grigliata mista (con anguilla, persico, luccio e coregone) si apprezza al meglio il sapore autentico di questi pesci. Molto interessanti anche i primi (spettacolare la pasta fresca ripiena!) e stuzzicante la frittura mista di lago. Tutto è preparato con olio extra vergine di oliva di Gradoli e prodotti del territorio.

Trapizzino a Roma: a Trastevere c’è più gusto!

Negli ultimi anni il concetto di street food  è stato declinato nelle versioni più originali e gustose. A Roma, in particolare, c’è l’imbarazzo della scelta, ma è ormai da un po’ di tempo che la scena sembra essere dominata da un golosissimo triangolo di pizza strabordante condimenti tipici della tradizione. Stiamo parlando del Trapizzino, un’idea geniale in cui Stefano Callegari ha intuito le molteplici potenzialità che si celavano dietro al felice incontro fra la pizza e la tradizione romana. Un cibo di strada dal gusto pieno ed estremante riconoscibile cui Callegari ha associato un format smart ed economico che lo rende irresistibilmente pop.

Il successo del triangolo di pizza farcito è confermato dalle numerose aperture che si sono succedute nel corso degli anni: non solo a Roma (a Testaccio e poi a Ponte Milvio e al Mercato Centrale), ma anche a Firenze, Trevignano, Ladispoli, Fregene, fino ad arrivare oltreoceano, a New York, Tokyo, Melburne. Per il nostro assaggio siamo voluti andare nel cuore pulsante della Roma più verace, a Trastevere, in piazza Trilussa.

All’entrata, un bel bancone ben fornito; in fondo, il banco a vista, con i famosi condimenti romani con cui farcire il Trapizzino. Gli archi in pietra e le travi in legno restituiscono al locale un’atmosfera familiare e verace. In fondo c’è la sala, dove ci si può accomodare per gustare i Trapizzini, seduti ai banconi di legno o ai tavolini.

I ragazzi dello staff sono sorridenti e professionali, e questo senza dubbio fa già la differenza. In sottofondo le canzoni romanesche.  Non manca veramente nulla per sentirsi in perfetto accordo con questa città piaciona e seducente: un cibo gustoso ed abbondante in una cornice semplice e familiare. Anche questa è la magia di un locale giusto, in cui, con estrema naturalezza, tutto torna: il cibo, il vino, la gente, l’atmosfera.

È il Tiramisù  il re del delivery

Mascarpone, uova, zucchero, savoiardi, caffè e cacao in polvere: sono pochi e semplicissimi gli ingredienti che compongono uno dei dolci più amati dagli italiani, un vero simbolo della golosità. Un dessert che, negli ultimi anni, ha raggiunto un altro fra primato: è infatti il tiramisù il dolce più ordinato dagli italiani, A confermarlo, l’Osservatorio Just Eat, l’app leader per ordinare online pranzo e cena a domicilio in Italia e nel mondo, che ha svelato come il tiramisù sia il dolce più ordinato.

Amatissimo in patria ma anche fuori dai confini nazionali, ha fatto scatenare una vera e propria lotta per rivendicarne la paternità. Infiniti i dibattiti fra i puristi, che lo gustano soltanto nella versione originale, e i fanatici delle mille varianti alla frutta o con biscotti di ogni tipo.  È senza dubbio lui il re dei dessert al cucchiaio.

L’Osservatorio ha anche evidenziato come la variante classica resti quella preferita dagli italiani, anche se aumentano le richieste anche di versioni più creative come quella al pistacchio, alla nutella e al the verde.

Il Food delivery ha dato inoltre la possibilità di poter scegliere formati diversi rispetto a quello classico in cui di solito viene presentato il dolce, come la torta tiramisù o la pratica coppa monoporzione. La tendenza di ordinare tiramisù a domicilio, si dimostra dunque inoltre in continuo aumento. Del resto cosa c’è di meglio che gustare un ottimo dolce senza sporcare la cucina né alzarsi dal divano?

 

A San Lorenzo, a Roma, il gusto è da Accademia

Nello storico quartiere universitario di San Lorenzo, a Roma, quasi ci si perde fra la moltitudine di locali di ogni tipo: dai pub, alle enoteche, passando per le pizzerie, le trattorie e chi più ne ha più ne metta. Dai locali storici che resistono da decenni sempre nella stessa via, alle nuove aperture, sempre più frequenti. Eppure, c’è ancora la possibilità di trovare una piccola chicca, anche in mezzo ad un’offerta così vasta, un locale che a suo modo si distingue dai molti che lo circondano.

È il caso di “1990 Accademia del gusto”, che si trova nel cuore di San Lorenzo, ma in una via più tranquilla, lontana dal chiasso (talvolta eccessivo) del quartiere. Un “posticino”, è proprio il caso di dirlo, elegante e intimo. Arredato con cura e gusto, pochi coperti, luci soffuse, belle lampade a illuminare i tavoli. Un bel bancone dove ci si può intrattenere per un aperitivo, sorseggiare un cocktail e stuzzicare qualcosa.
Mente e cuore del posto è un giovane ventottenne, Matteo Catini, che accoglie gli ospiti in sala con gentilezza e li accompagna con cura alla scoperta di piatti e menù, senza mai essere invadente.

La stessa attenzione si ritrova nelle proposte presenti in carta e nella scelta di materie prime e fornitori. La pasta viene preparata giornalmente così come il pane. Ottima la scelta di salumi e formaggi, accompagnati da miele e composte, alcune di produzione propria. Frutta e verdura sono rigorosamente fresche e di origine laziale. Tutti i piatti rivolgono grande attenzione alla stagionalità.
Degno di nota il carciofo fondente con fonduta leggera di pecorino, crumble di menta, sfoglia di guanciale e chips di aglio. Rivisitazione di un grande classico della tradizione romana, in cui si gioca con le consistenze. Gustoso e appagante, come deve essere un piatto di questo tipo.

Fra i primi, spiccano per gusto ed equilibrio di sapori i fagottini ripieni di ricotta di bufala, olive taggiasche e timo, serviti con ristretto di pomodoro. Buona la scelta delle carni. I dolci sono fatti in casa, di stampo tradizionale, semplici e ben eseguiti. Completa l’offerta una selezione di vini: poche etichette, ma scelte con criterio, adatte ad accompagnare i piatti proposti.

“1990 Accademia del gusto” si configura così come un locale ben riconoscibile, fra i molti che animano lo storico quartiere di San Lorenzo. Ha una sua identità e una filosofia che punta sulla qualità e il gusto. Il fatto di avere pochi coperti (circa trenta all’interno e una decina nel dehors nella bella stagione) rende ancora più intima l’atmosfera di questo locale, a metà strada fra ristorante e bistrot, dove quasi ci si dimentica di trovarsi in un quartiere così vivace e affollato.

 

 

 

 

Lo speakeasy a San Giovanni si chiama Blind Pig

Ha aperto ormai da qualche anno nel quartiere San Giovanni a Roma, ed è ormai un luogo di ritrovo irrinunciabile per chi ama bere bene in un locale dall’atmosfera unica.  Ad accoglierci, un bel portone in stile londinese che ci rivela subito l’identità di questo locale: entrando campeggia il bancone, scintillante di bottiglie e bicchieri, alle sue spalle, una parete di piastrelle verdi. Allarghiamo lo sguardo: divanetti, bei lampadari, sgabelli e sedie in legno

Blind Pig è un posto davvero accogliente, dove si respira un’atmosfera rilassata, di quelle che invitano a ordinare sempre un secondo drink. Il personale in sala è gentile e preparato.

Che il bere miscelato, al Blind Pig, sia una faccenda seria, lo si intuisce già dalla carta, in cui i cocktail proposti non hanno solo un nome (spesso originale ed evocativo), ma anche un disegno che illustra i distillati presenti, le percentuali in cui vengono utilizzati, e il bicchiere in cui sarà servito il cocktail. In carta c’è spazio anche per le bollicine della champagneria Remigio, craft beer e vini al calice.

Il bere miscelato è uno dei grandi protagonisti di Blind Pig, ma non l’unico: ad accompagnarlo, ci sono le focacce gourmet. Le focacce sono servite a spicchi, a favorirne la condivisione, da mangiare rigorosamente con le mani.

Degni di nota anche gli sfizi, o meglio i “frontesfizi”, tra cui alcune chicche come gli irresistibili pork korn, una cotenna di maiale fritta croccantissima e gustosa: una tira l’altra.

 

 

Maybu a Roma Prati: abbiamo provato il fast food tex-mex

Maybu è uno dei primi fast food a tema Tex-Mex aperto da qualche anno a Roma, nel cuore del quartiere Prati. Negli ultimi anni, infatti, l’universo del fast food si è decisamente ampliato, puntando spesso sulla qualità delle materie prime. Roma sta seguendo questo trend con molta attenzione, e tra i locali interessanti che hanno seguito questo trand c’è senza dubbio Maybu.

A firmare il progetto, un nome che rappresenta una garanzia: stiamo parlando di Diana Beltran, chef messicana originaria di Acapulco e romana d’adozione, volto noto di Gambero Rosso Channel e di Sapori dal Messico, autrice del libro “Cucine del Mondo – Messico”. Dopo il grande successo del suo ristorante La Cucaracha, aperto a pochi passi da via Candia nel 2002, qualche anno fa la chef ha investito su una nuova idea, con la volontà di proporre ai romani un’alternativa gustosa e originale ai soliti fast food. Il nome, Maybu, rimanda ai due pezzi forti del fast food: Margaritas e Burritos, in puro stile Tex-Mex, dove il Messico incontra gli StatiUniti.

I piatti vengono preparati in tempo reale: i clienti possono decidere gli ingredienti con i quali riempire i propri burritos, scegliendo fra tutti quelli presenti e ben visibili dal bancone. Ecco dunque tre tipi di carne, come la ricetta originale suggerisce: chili con carne, carne di maiale (carnitas) o pollo allevato a terra. Oppure si può optare per la variante vegetariana a base di riso, bianco o piccante, fagioli neri, cheddar fuso e verdure miste oppure con la quinoa. Ci sono poi le immancabili salse, che daranno il giusto slancio al burrito: dal guacamole alla salsa di chipotle, passando per la salsa verde messicana in purezza, la pico de gallo, a base di pomodoro, coriandolo, cipolla e lime.

Ad accompagnare il gusto deciso del burrito non può mancare il tradizionale margarita, il cocktail messicano più famoso al mondo, composto da tequila, triple sec e succo di lime, qui proposto in versione frozen. In pochi anni, Maybu è così diventato un punto d’incontro per i romani che desiderano fare una sosta golosa e concedersi un pasto veloce ma di qualità, da mangiare rigorosamente con le mani, senza grandi fronzoli. Da sottolineare anche la scelta di packaging e stoviglie totalmente compostabili ed ecosostenibili, nel pieno rispetto dell’ambiente.

 

 

Osteria Fratelli Mori: la cucina della tradizione in zona Piramide

Siamo a pochi passi dalla Piramide Cestia, qui, circa quindici anni fa, nasceva il ristorante “Novecento”, progetto voluto da Ambrogio Mori che, in età da pensione, non ci pensa proprio di restare senza far niente e decide di realizzare un suo grande sogno: aprire un ristorante di famiglia. Al suo fianco, da subito, la moglie Giuliana e i figli, Alessandro e Francesco. Saranno proprio loro a prendere le redini del ristorante alla scomparsa del papà.

Entrando all’Osteria Fratelli Mori, ci accolgono i versi dei Poeti der Trullo, un gruppo di street poets che, con i loro versi (ovviamente in romanesco) raccontano la realtà di tutti i giorni, cogliendola da una prospettiva periferica e romantica.

I versi dei poeti der Trullo, in effetti, rappresentano il giusto preludio alla cucina dei Fratelli Mori. Una cucina semplice, che ricorda i piatti quotidiani delle mamme, e naturalmente fortemente legata alla tradizione romana.

Giusto qualche anno fa il locale di via dei Conciatori ha deciso di rinnovarsi, mantenendo solido il legame con le proprie radici, che sono la sua forza: da qui la scelta di cambiare il nome in Osteria Fratelli Mori, mettendo in evidenza l’importanza della tradizione familiare e richiamando il concetto di osteria, tanto caro ai due proprietari. Ecco dunque i fratelli Mori, “osti contemporanei” che seguono il loro locale da vicino: dalla scelta del menù alla selezione delle materie prime, fino alla carta dei vini. C’è poi il rapporto con i clienti, che Alessandro e Francesco curano personalmente, dispensando consigli, aneddoti e magari qualche chiacchiera spensierata.

Ma cosa si mangia all’Osteria Fratelli Mori? Protagonista è, naturalmente, la cucina della tradizione romana: tra gli antipasti oltre ai classici fritti, ci ha conquistato il baccalà mantecato, servito con pane carasau e pomodorini secchi. Fra i primi spiccano i grandi classici: cacio e pepe, rigatoni all’amatriciana, spaghettoni alla carbonara, ma anche fettuccine con guanciale, carciofi e pecorino. Tra i secondi immancabili le polpette di bollito (servite con una stuzzicante maionese al rafano fatta in casa), mentre fra i piatti forti dell’Osteria c’è la guancia di maialino al vino rosso e scalogno cotta a bassa temperatura. I dolci sono fatti in casa dalla mamma, Giulia, che prepara delle ottime crostate e ripropone una creazione di papà Mori: la Ricotta di Ambrogio con ricotta di bufala, scorza di arancia candita e pistacchio caramellato. Un dessert di sostanza che lascia felici e appagati, come vuole la tradizione romana.

Le materie prime sono scelte con cura, e provengono perlopiù dal Mercato di Testaccio e dai fornitori di fiducia come Dol e Guffanti per i formaggi, il Pastificio Gatti per la pasta fresca, Giraldo per il baccalà e Gustarosso per i pomodori. Il menù è perfettamente in linea con il progetto dei Fratelli Mori e con l’atmosfera che si respira in questo locale. Un luogo in cui è piacevole passare del tempo, fra piatti genuini e sinceri, accompagnati dalla presenza discreta e piacevole dei padroni di casa. E naturalmente, dai versi dei poeti der Trullo.

 

Il gelato di Fatamorgana a Roma: parola d’ordine qualità!

Il gelato non è mai abbastanza. In qualsiasi stagione o momento della giornata, rimane una delle pause golose più amate da noi italiani.

Non è certo un caso che le nuove aperture, in fatto di gelaterie, siano sempre più frequenti.

A Roma, per chi ama il gelato di qualità esiste un’insegna che è una certezza: stiamo parlando di Fatamorgana. La particolarità di questo gelato risiede innanzitutto nella varietà dei gusti, tutti originali, nati da accostamenti talvolta inconsueti. L’ideatrice, Maria Agnese Spagnuolo, negli anni ha creato più di 300 ricette originali, spesso partendo da antichi ricettari, reinterpretati in chiave innovativa usando, per esempio, le spezie.

Il risultato? Gusti insoliti in cui si possono trovare anche 5 ingredienti che sorprendentemente hanno una loro magica armonia sul palato. Parliamo inoltre di un gelato naturale al 100% senza addensanti, conservanti, coloranti, paste o preparati base. Caratteristica che vale anche per la cialda del cono, degno accompagnamento a un gelato di questo livello. Fra i gusti (davvero tantissimi!) il cavallo di battaglia è lo zabaione della Fata, una variante della ricetta classica in cui il marsala è sostituito dal porto e dal rum, guarnito con chicchi di caffe’. Un gusto deciso e profumatissimo.
Delizioso anche il Bacio del principe con crema gianduia e nocciole intere.c’è poi l’insolito Pollicina, con noci, fiori di violette petali di rosa.

Ci sono poi tutti i gusti “classici” e un’infinità di loro rivisitazioni, oltre alle creazioni originali della “Fata” Agnese.
Una varietà che lascia sempre la curiosità di assaggiare un gusto nuovo e poi un altro e un altro ancora. Non resta che scegliere una delle moltissime sedi di Fatamorgana a Roma e trovare il proprio gusto preferito!

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