Bibliotheca Hertziana: Roma presenta la biblioteca post-digitale di storia dell’arte

Ne parla con noi con Golo Maurer, storico dell’arte e bibliotecario, direttore presso la Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la Storia dell’Arte di Roma. Avvia l’intervista sottolineando il costante incremento della letteratura accademica storico-artistica, dell’orientamento post-digitale della biblioteca e delle preferenze degli storici dell’arte: libro o e-book?

Cos’è esattamente l’istituzione per cui lavora?

«La Bibliotheca Hertziana risale alla fondazione di Henriette Hertz».

Arte«Traferitasi a Roma da Colonia, intorno al 1900 acquistò il Palazzo Zuccari a Trinità dei Monti, dove creò una biblioteca di storia dell’arte e aprì il suo salotto ai dotti. Dopo la sua morte, il palazzo e la biblioteca divennero parte della neonata Società Kaiser Wilhelm, rinominata Società Max Planck dopo la seconda guerra mondiale. La Bibliotheca Hertziana è un istituto di ricerca per lo studio della storia dell’arte italiana e ha forse la migliore collezione libraria al Mondo di arte italiana post-antica. Tutto il patrimonio librario, tranne i rari, è accessibile a scaffale aperto».

«Da oltre cento anni, gli studiosi fanno ricerca, discutono, pensano, leggono, si affacciano alla finestra per ammirare l’incredibile vista sul centro di Roma, e scrivono i loro libri nella nostra biblioteca».

L’avvento del digitale ha portato a una diminuzione dei volumi e delle riviste pubblicati ogni anno in cartaceo nella storia dell’arte?

«Al contrario: la profezia non si è avverata e il numero delle pubblicazioni è in costante aumento. È vero che la percentuale di pubblicazioni digitali cresce, ma questo non significa che quelle analogiche diminuiscano, anzi. Questo fenomeno ha diverse ragioni. I giovani ricercatori e ricercatrici iniziano a pubblicare in una fase molto più precoce della loro carriera. Il numero dei progetti di ricerca affiliati alle varie istituzioni è in costante aumento, e questo produce nuove pubblicazioni. L’accesso a fonti di finanziamento sia pubbliche sia private è diventato più semplice perché le procedure sono codificate e gli organi decisionali sempre più spesso internazionali: anche chi non fa parte di una “cordata”, se presenta un buon progetto, ha una chance reale di ottenere un supporto finanziario sostanziale per pubblicare il proprio libro».

«D’altra parte, i software di editing permettono a chiunque di poter consegnare un testo già impaginato quasi pronto per la stampa, così da diminuire i costi di produzione. Specialmente in Italia, la fondazione di sempre nuove riviste specializzate, spesso di elevata qualità scientifica, pubblicate a stampa, contraddice la vecchia prognosi secondo cui le riviste accademiche in cartaceo si sarebbero estinte».

Le pubblicazioni digitali e quelle analogiche sono quindi destinate a convivere?

«Sì, e il modello concettuale per pensare e gestire tale convivenza è la biblioteca post-digitale».

Che cosa è una biblioteca post-digitale?

«Il termine “post-digitale” non significa che il digitale sarà presto alle nostre spalle come un brutto sogno. Al contrario, post-digitale significa che la tecnologia digitale, come componente ovvia, ubiqua, ormai scontata della nostra vita quotidiana, ha smesso da tempo di stare in opposizione ideologica alle tecnologie analogiche della conoscenza».

Arte«Nei primi tempi eroici della digitalizzazione, la discussione – anche a livello politico – si concentrava sulla nuova tecnologia, dalla quale si sperava tutto il possibile e anche l’impossibile. Oggi si tratta di nuovo dei contenuti, della questione di ciò che noi esseri umani vogliamo veramente. La tecnologia deve essere subordinata a questo, non il contrario».

«Nella storia dei media, nessun medium ha mai sostituito completamente l’altro, ma piuttosto si è affiancato ad esso. Neppure i media digitali sostituiranno quelli analogici».

Ci sarà una divisione dei compiti?

«Da un punto di vista post-digitale, anche la precarietà dei media digitali è diventata più evidente: a lungo termine, possiamo permetterci di conservare tutto ciò che è digitale? Stiamo appena prendendo coscienza dei costi provocati dallo stoccaggio digitale, compresi quelli ecologici. Data la scarsità delle risorse, può darsi che un giorno non sarà più possibile migrare tutti i media digitali al prossimo formato e renderli a prova di futuro».

«Questo significa che le biblioteche devono conservare copie analogiche delle pubblicazioni. Forse a un certo punto dovremo rimuovere dal magazzino le copie cartacee delle riviste già disponibili in formato digitale, ma non le elimineremo mai completamente. A lungo termine, l’obiettivo della biblioteca è quello di creare lo spazio per entrambi i formati».

Lei parla anche della affordance, l’invito all’uso specifico dei diversi media. Cosa significa?

«Il termine affordance viene dalla teoria del design e si riferisce all’invito all’uso proprio di un determinato oggetto. Un bicchiere, per esempio, può essere destinato a bere, ma ci si possono anche mettere delle penne o si può utilizzare per disegnare un cerchio. Dovrebbe essere chiaro a chiunque che un libro invita a un uso diverso rispetto a un file e che un file invita a un uso diverso da un libro».

Può fare un esempio?

«Un libro non si limita affatto alla sua funzione di portatore di informazioni sulla conoscenza, ma come oggetto culturale con una storia secolare è anche portatore di una grande quantità di altre informazioni. Sulla mia scrivania, per esempio, ho una prima edizione di “Der Untergang des Abendlandes” (Il declino dell’Occidente) pubblicato da Oswald Spengler nel 1919. La scarsa qualità della carta, dovuta alla mancanza di materie prime nel periodo post-bellico, è immediatamente evidente. Il declino dell’Occidente è quasi tangibile nella carta acida e brunita. Si tratta di informazioni inerenti alla materialità del libro che andrebbero perse se fosse digitalizzato. Inoltre, tenendo il libro in mano posso capire in un attimo di quale categoria di pubblicazione si tratta: è stato realizzato in fretta? Oppure prodotto con cura? Che tipo di impegno e di investimento c’è stato nella sua produzione?».

Arte«Questi aspetti non hanno necessariamente a che fare con il suo contenuto, ma con il valore che il contesto sociale attribuiva a quel libro al momento della pubblicazione. Ci sono casi in cui un libro ha uno status molto alto quando viene pubblicato, ma lo perde molto rapidamente e finisce presto a un prezzo stracciato sul mercato antiquario. Questa è anche un’informazione che può dirci qualcosa sulla ricezione del libro o sulla rilevanza del soggetto. Al contrario, ci sono produzioni editoriali economiche che appaiono in piccole tirature o che trattano un soggetto che ha poco appeal quando appare».

«Ma oggi il libro economico può essere molto significativo. Nella storia dell’arte ci sono per esempio le prime pubblicazioni di Aby Warburg o Erwin Panowsky, che oggi raggiungono prezzi molto alti. Inoltre, quando il libro è sul tavolo di fronte a te, ti puoi rendere conto molto rapidamente di quanto sforzo ci vuole per leggerlo. Quante pagine contiene? Ha delle note a piè di pagina, un indice, una bibliografia? Quanto velocemente posso trovare ciò che mi interessa nel libro? Un libro comunica più di quello che c’è nel testo stesso».

E l’affordance di un file?

«In un file è possibile cercare specificamente nomi e parole chiave. È possibile ottenere altre informazioni rilevanti molto rapidamente, in un modo diverso. Ne consegue che il migliore di tutti i mondi non è digitale o analogico, ma digitale e analogico. Questo si applica in modo diverso ai diversi tipi di pubblicazioni. Posso immaginare, per esempio, che i diari su carta spariranno perché sono testi relativamente brevi e non interconnessi. Ma nella storia dell’arte, la monografia su un tema o un artista continua a rivestire un ruolo importante, che richiede effettivamente la lettura di tutta l’opera».

«Di fronte alla scelta, la maggior parte degli utenti opta per il libro stampato. Ma preferiscono avere la versione e-book in aggiunta, in modo da non dover interrompere la loro lettura durante il viaggio».

Avremo ancora bisogno di biblioteche in futuro?

«Gli studiosi e le studiose vogliono davvero passare tutto il giorno nel loro appartamento e non vedere nessuno? O forse vogliono incontrare un collega che non vedono da molto tempo? Chi scrive una tesi di laurea o di dottorato vuole davvero avere tutti i trenta libri in cui deve immergersi quotidianamente aperti in finestre digitali sul proprio portatile? O non vuole piuttosto avere i libri di fronte a sé in biblioteca per poter dire: oh ecco, non devo dimenticare di guardare il libro con la copertina gialla? I nostri utenti hanno sempre risposto di no a queste domande. No, non vogliono riscaldare il loro appartamento tutto il giorno in inverno, non vogliono non incontrare mai le loro colleghe e colleghi, non vogliono prendere tutto dalla rete, anche se è gratis. Le biblioteche non sono solo contenitori di libri, sono luoghi di scienza e di accumulazione del sapere».

«Ecco perché non mi preoccupa affatto la continuazione dell’esistenza delle biblioteche accademiche specializzate. Anche le biblioteche universitarie non scompariranno come luoghi. Può essere, tuttavia, che sia sempre più necessario avere una buona connessione wi-fi».

Come sta cambiando in questo senso la Bibliotheca Hertziana?

«Quello che ho trovato è stata una biblioteca molto concentrata sui contenuti e meno sugli aspetti mediatici. Per me, l’aspetto mediatico è molto importante, perché la svolta digitale ha reso questi temi molto attuali. Per esempio, osserviamo una dinamica win-win tra il digitale e l’analogico. La digitalità ci ha sensibilizzato rispetto ai media il cui contenuto informativo risiede in misura non trascurabile nel materiale, intendo le opere a stampa storiche. Il mezzo è il messaggio, che spesso è diventato parte dell’oggetto solo attraverso la sua storicità. Nella loro materialità, questi libri sono fonti storiche multiple, sono vere e proprie macchine del tempo attraverso le quali la conoscenza dei contenuti può essere inserita in contesti oggi dimenticati».

«Per questo motivo, dal 2016 stiamo portando avanti un intenso programma di espansione, ricerca e conservazione del nostro patrimonio di libri antichi, non solo in termini numerici attraverso acquisizioni sistematiche, ma anche in termini di contenuto, a volte seguendo, a volte preparando i nuovi orizzonti della nostra materia e della nostra istituzione. Spesso acquistiamo singoli libri su richiesta dei borsisti del nostro istituto, che lasciano in questo modo una “traccia intellettuale”. Se queste si condensano, possono diventare un nuovo centro».

E l’era post-digitale?

«Più i decisori sono anziani, anche nella mia organizzazione scientifica, più si aspettano miracoli dal digitale – per esempio, in termini di risparmio di costi. Più sono giovani, più forte sembra essere la consapevolezza che non è affatto così. Nello stesso tempo, per loro è chiaro in partenza che ogni medium sia portatore di un proprio potenziale».

«In altre parole, la post-digitalità è già data per scontata tra le giovani generazioni, spesso non sanno nemmeno cosa si intende con questo termine ma semplicemente la praticano. Il mio desiderio è che alla fine del mio mandato alla Bibliotheca Hertziana, la gente abbia ormai dimenticato che il digitale e l’analogico una volta erano visti come alternative».

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Bibliotheca Hertziana


Chiara Francesca Caraffa

Impegnata da sempre nel sociale, è Manager del Terzo Settore in Italia, ove ricopre ruoli istituzionali in differenti Organizzazioni Non Profit. Collabora con ETS in Europa e negli Stati Uniti, dove promuove iniziative per la diffusione della consapevolezza dei diritti della persona, con particolare attenzione all'ambito socio-sanitario. Insegna all'International School of Europe (Milan), dove cura il modulo di Educazione alla salute. Cultrice di Storia della Medicina e della Croce Rossa Internazionale ed esperta di antiquariato, ha pubblicato diversi volumi per Silvana Editoriale e per FrancoAngeli.

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