mercoledì, 23 Ottobre 2019

L’ INNO dei “FRATELLI d’ITALIA”

FRATELLI d’ ITALIA:  un inno nazionale?

 

 I simboli di una nazione

Tutte le Nazioni del mondo si riconoscono in tre simboli: la bandiera, l’emblema di Stato e l’inno nazionale. Con il referendum istituzionale del 2 giugno 1946, l’Italia – si disse – scelse il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Dalla bandiera italiana scomparve lo scudo della Monarchia sabauda. L’articolo 12 della Costituzione italiana stabilisce che “La Bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso a tre bande verticali di eguali dimensioni”. L’emblema (una ruota dentata con una stella a cinque punte, bordata in rosso, fra due rami di olivo e di quercia) fu scelto con un decreto legislativo del 5 maggio 1948. Per sceglierlo, fu bandito un concorso nell’ottobre 1946, ma nessuno dei disegni inviati piacque. Si bandì un secondo concorso: furono presentati 197 progetti. Fu scelto il disegno del pittore piemontese (un caso?) Paolo Paschetto. Lo vediamo sui passaporti, le carte bollate, cassette postali…

I Padri costituenti proposero di dedicare anche all’inno nazionale un articolo della Costituzione, come si era fatto per la bandiera. Ma non fu fatto. Se ne interessò il Consiglio dei Ministri del 14 ottobre 1946, che prese in considerazione l’ipotesi di Va’ pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi, oppure di confermare Il Piave mormorava. Qualcuno propose anche di indire un pubblico concorso per crearne uno nuovo e sottolineare, così, maggiormente  il passaggio dalla Monarchia alla Repubblica. Infine il Consiglio dei Ministri, in quella data, emanò un decreto in cui si stabiliva che l’Inno nazionale, in via provvisoria, era Fratelli d’Italia. Un manuale in dotazione alle Camere dei Deputati e dei Senatori stabilisce le “regole scritte e non scritte” che regolano il cerimoniale dell’uso dei tre simboli. Viene precisato che  normalmente l’inno Fratelli d’Italia si esegue con l’omissione dell’introduzione e con l’esecuzione delle prime otto battute. Inoltre si danno istruzioni circa il comportamento durante l’esecuzione. I militari rimangono fermi presentando le armi, i comandanti e gli ufficiali non schierati stanno sull’attenti, presentando il saluto. I civili che assistono possono manifestare il loro ossequio portando la mano destra sul cuore, secondo l’uso anglosassone. Dal 1970 si dovrebbe eseguire, immediatamente dopo, anche l’Inno europeo, che, per ragioni linguistiche non ha parole, Ode alla gioia, dalla nona sinfonia di Beethoven. Una normativa ancora abitualmente non rispettata.

Le parole dell’Inno

Molti hanno provato a rivedere le parole dell’inno, giudicato maschilista (sono citati solo gesta di uomini), è stato sospettato di presentare concetti imperialisti(l’elmo di Scipio, la vittoria “schiava di Roma”), di essere retorico, di servirsi di un linguaggio arcaico e tutto il testo è stato ripetutamente considerato per lo più incomprensibile agli italiani stessi. Già il Carducci intese il dovere di difendere le parole dell’inno dall’accusa di retorica. Scrisse: “Sarà, se vuolsi, retorica; certa gente chiama retorica tutto ciò che ha il torto di parlare al cuore e alla mente dei buoni e gentili”.

Ci sono stati anche tentativi di aggiustare la prima strofa, l’unica prescritta da essere cantata, per evitare le accuse di maschilismo e imperialismo. Eccone un esempio: “Fratelli d’Italia/ l’Italia s’è desta/ Fratelli e sorelle,/ mettiamoci a festa./ Dov’è la vittoria?/ che lieta ci arrida/ che premi la sfida/ per la libertà”. Anche l’Istituto mazziniano di Genova, che custodisce le memorie di Mameli,  in un libro-dossier pubblicato per i 150 anni dell’inno, sottolineò che l’autore non s’ispirò alla Roma dei Cesari e che “l’elmo di Scipio” voleva essere soltanto un richiamo alla Roma repubblicana, che “nella sconfitta trovò la forza di reagire e vincere lo straniero”. Particolare attenzione critica è stata riservata al ritornello: “Stringiamoci a coorte/ siam pronti alla morte/ Italia chiamò”. Un oggetto misterioso per molti la “coorte”, incerta la disponibilità a morire per la patria oggi. La tradizione, per di più, ha aggiunto un eroico “Sì”, come una battuta di tacco.

L’inno – denominato inizialmente Canto degli italiani – cominciava con Evviva l’Italia, successivamente  variato in Fratelli d’Italia, è composto di cinque strofe, nelle quali manca ogni allusione ai Savoia, a Carlo Alberto, al Papa, c’è solo L’Italia che chiama. Sono frequenti, invece riferimenti storici, quali il Balilla, i Vespri siciliani, l’aquila d’Austria che perde le penne, il sangue polacco e quello cosacco,oltre, naturalmente, il mitico “elmo di Scipio” e la vittoria schiava di Roma. Come si vede, la cultura dell’autore è classica e repubblicana, e l’ispirazione è mazziniana, come si può chiaramente leggere soprattutto nelle strofe seconda e terza.

I nomi ricordati sono, per lo più repubblicani: Scipione l’Africano è un eroe della repubblica romana, Ferruccio e Balilla si riferiscono a momenti eroici delle repubbliche di Firenze e di Genova (in particolare il gesto del Balilla era diretto contro la coalizione Austro-piemontese del 1746), Legnano ricorda la battaglia della Lega lombarda contro il Barbarossa. L’ultima strofa, dove si legge dell’aquila d’Austria che ha perduto le penne, fu censurata dal governo piemontese, per motivi di opportunità politica.

Quando a Firenze si proclamò Vittorio Emanuele Re d’Italia, si confermò, come inno ufficiale del Regno, la Marcia Reale d’ordinanza, scritta da Giuseppe Gabetti nel 1831 per il Regno di Sardegna. Non si scelse Il canto degli italiani, anche perché questo era chiaramente d’ispirazione repubblicana, ma soprattutto perché si volle evidenziare la continuità tra i due regni sotto la stessa casa regnante, anche se si disse che bandire un concorso per un nuovo inno sarebbe stato uno spreco inutile.

Durante il ventennio fascista l’inno monarchico fu affiancato da quello del partito: Giovinezza, che in varie circostanze ufficiali – specialmente scolastiche – era l’unico ad essere eseguito e del quale tutti conoscevano le parole del ritornello: “Giovinezza, giovinezza,/primavera di bellezza!/ Della vita nell’asprezza/ il tuo canto squilla e va! E per Benito Mussolini: Eja, eja, alalà!”.

Caduto il fascismo, lo stesso governo Badoglio, nonostante fosse in carica ancora la monarchia, si pose il problema dell’inno nazionale nuovo. Il primo governo nazionale democratico diede la direttiva transitoria di utilizzare La leggenda del Piave, sostituita poi dall’indicazione, anch’essa provvisoria, del Consiglio dei Ministri del 14 ottobre 1946, come si è già visto, che scelse Il canto degli italiani, che prevalse su Va pensiero, di Giuseppe Verdi.

Nel 2006 è stato discusso nella Commissione Affari Costituzionali del Senato un disegno di legge che prevede l’adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell’inno Fratelli d’Italia. Lo stesso anno è stato presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevede la modifica dell’art.12 della Costituzione italiana con l’aggiunta del comma «L’inno della Repubblica è Fratelli d’Italia».Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare. Ciò nonostante, l’inno nazionale rimane ancora provvisorio.

 L’Inno di Mameli o di Atanasio Canata?

Un’ipotesi interessante è che L’inno di Mameli sia in realtà di Atanasio Canata, il coltissimo religioso, insegnante nel collegio diretto dai Padri Scolopi a Càrcare, nell’entroterra di Savona. Padre Atanasio è autore di Sermoni, scene teatrali e poesie. Era entusiasta di Gioberti, di Rosmini e del primo Pio IX. In una poesia diretta al Ponefice è possibile rintracciare alcune espressioni che si ritrovano nell’Inno degli italiani: “sulla chioma gli splende di Roma / la tiara: sia fine al dolor. / Non più l’onta che indura il delitto / né un silenzio che s’ange e dispera / non lo sdegno dell’egro proscritto / che la Patria chiamava severa /un perdono a difesa del trono,/ i suoi primi nemicichiamò”.  Sia il metro che il linguaggio, lo stile sono quelli dell’Inno degli Italiani.

Goffredo Mameli conosceva bene i Padri Scolopi. Nel 1840, a 13 anni fu iscritto al corso di retorica nel collegio genovese retto dai Padri della Scuole Pie (Scolopi) per passare poi, nel 1846,  all’Università. Divenne Segretario della Società Entelema, dove conobbe Nino Bixio condividendo con lui l’aspirazione ad una Italia unita, ma con un diffuso sentimento antisabaudo, proprio dei liguri, per una certa ostilità verso il Piemonte. Tornò tra gli Scolopi, diciannovenne, per interessamento di Padre Raffaele Ameri, che lo mise al sicuro perché ricercato dalla polizia “per una torbida vicenda”, “un fatto di sangue” e condotto a Carcare, nell’entroterra di Savona, nel collegio degli Scolopi, dove aveva studiato il fratello di Goffredo, Giovanni Battista. In una lettera scritta nel settembre 1846, Goffredo, confida di esservi giunto bisognoso di riposo, soprattutto di sonno arretrato. Passava le sue giornate giocando a pallone.

Qui incontrò Padre Atanasio Canata. Fra i due si stabilì una buona amicizia. Ogni giorno passeggiavano lungo il viale alberato che dal piazzale del collegio portava alla palazzina del Museo, discorrendo animatamente. “Anzi – scrive Vittoriana Sardo Dealpino in Un collegio delle Langhe. Storia delle Scuole Pie delle Langhe – è tradizione comune tra i Padri Scolopi che l’inno Fratelli d’Italia sia stato scritto proprio a Carcare e che il Canata non solo l’abbia riveduto, ma abbia anche aggiunto la strofa “Uniamoci, amiamoci…”.

Ma lo storiografo Aldo Mola, Presidente del Comitato dell’Istituto per la Storia del Risorgimento italiano nel suo libro Storia della monarchia in Italia, avanza seri dubbi anche sull’onestà intellettuale del Mameli. Scrive, infatti, che quando Il canto degli italiani divenne popolare “Padre Canata ritenne doveroso lasciare ai posteri una pista di ricerca sulla vera identità del suo autore. Con molta discrezione (si denuncia il peccato, non il peccatore) ma altrettanta fermezza denunciò infatti: “Meditai robusto un canto/ma venali menestrelli/mi rapian dell’arpa il vanto”. Non solo. Nella Gazzetta Letteraria staffilò chi osava sgraffignare il parto poetico altrui: “E nel folle tuo orgoglio artigli i venti./ E scrittore sei tu? Ciò non ti quadra…/ Una gazza sei garrula e ladra”.

Aldo Mola, inoltre, mette in chiaro come il testo sia frutto di una mente colta, che ben conosceva gli eventi della storia e li presentava interpretati a favore dell’unità d’Italia. “Eventi dei quali, forse, nota lo studioso di Cuneo, aveva qualche cognizione il giovane che giocava a palla nel collegio degli scolopi a Carcare, ma non possiamo credere potessero divenir verso così dotti e densi tramite la sua incerta penna”.

E questa è una voce persistente diffusa anche nella Valbormida.

La musica dell’inno

E’ invece merito indiscusso del ventenne Mameli la diffusione del Canto degli italiani.  Cercò dei validi compositori che lo mettessero in musica. Dopo averlo proposto ad un paio di compositori concittadini, che non lo soddisfecero, lo inviò a Michele Novaro, un amico musicista genovese residente a Torino per motivi di lavoro. Si racconta che Michele fu subito entusiasta del testo poetico e si sia messo immediatamente al cembalo per comporre la musica. Un’altra versione racconta che il musicista corse a casa sua e si concentrò sulla composizione: la melodia venne giù quasi di getto. Ma quando lo fece ascoltare ai suoi amici, rimase deluso, perché qualcuno di loro osservò che era “da fisarmonica”, popolano, “una canzone da cortile”. Novaro, in fine, eliminò l’iniziale Evviva l’Italia e adottò Fratelli d’Italia “puntò sulle note del motivo iniziale: incitanti, trascinanti, entusiasmanti…fino al colpo finale “Stringiamoci a coorte!/Siam pronti alla morte/l’Italia chiamò”, cui qualcuno aggiunse un “Sì”, che nell’originale non compariva affatto”.

Forse, se così stanno le cose, dovremmo dire: L’Inno di Novaro, come diciamo Va Pensiero di Verdi e non di Temistocle Solera, il librettista del Nabucco oppure Volare di Modugno e non di Franco Migliacci, autore del testo?

Se poi si volesse pensare ad un inno nazionale del tutto nuovo, come già è stato tentato di fare, non basterà il solo testo musicale, come è l’inno europeo Ode alla gioia di Beethoven. Credo proprio che per noi italiani canterini sarà necessario corredare la musica anche di un testo poetico. E forse non farebbe torto a nessuno una simile operazione per i 150 anni della proclamazione del Re del Piemonte Vittorio Emanuele II a Re d’Italia.

                                                        Padre Rinaldo Cordovani

Il testo dell’inno

Fratelli d’Italia,
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria?
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò.


Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

 

Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme:
Di fonderci insieme
Già l’ora suonò.

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Uniamoci, amiamoci,
l’Unione, e l’amore
Rivelano ai Popoli
Le vie del Signore;
Giuriamo far libero
Il suolo natìo:
Uniti per Dio
Chi vincer ci può?

 

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

Dall’Alpi a Sicilia
Dovunque è Legnano,
Ogn’uom di Ferruccio
Ha il core, ha la mano,
I bimbi d’Italia
Si chiaman Balilla,
Il suon d’ogni squilla
I Vespri suonò.

 Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

 

Son giunchi che piegano
Le spade vendute:
Già l’Aquila d’Austria
Le penne ha perdute.
Il sangue d’Italia,
Il sangue Polacco,
Bevé, col cosacco,
Ma il cor le bruciò.

Stringiamci a coorte
Siam pronti alla morte
L’Italia chiamò.

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