giovedì, 18 Luglio 2019
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Le “Creazioni Intellettuali” e la loro tutela

L’importanza delle creazioni intellettuali e la loro tutela 
nel Fenomeno Creative Commons

Intervista al dott. EDOARDO NATALE, iscritto all’albo praticanti Avvocati del Foro di Roma ed alla Scuola di Specializzazione per le Professioni Legali dell’Università degli studi Roma Tre. Una riflessione condotta a margine del seminario AFEC – Associazione Forense Emilio Conte “DIRITTO D’AUTORE E DIRITTO DELLO SPETTACOLO. STATO DELL’ARTE E PROSPETTIVE FUTURE. PROFILI DEONTOLOGICI DELL’AVVOCATO”, che si è svolto il 9 ottobre 2018 presso la Sala Europa della Corte d’Appello di Roma.

Intervista a cura di RAFFAELE PANICO*

1. DOMANDA  – Il diritto d’autore disciplina la tutela delle produzioni dell’ingegno, diritto chiaramente suscettibile delle modificazioni intervenute in ambito comunicativo ed in generale della diffusione della conoscenza. Quali aggiornamenti? le creazioni intellettuali e la loro tutela le creazioni intellettuali e la loro tutela le creazioni intellettuali e la loro tutela

RISPOSTA – Bisogna inquadrare la disciplina del diritto d’autore[1] e spiegare, il più esaustivamente possibile, il fenomeno Creative Commons[2],come conseguenza del progredire dell’era digitale ed informatica che ha decisamente influito sull’evolversi dei diritti basati sulla proprietà intellettuale. È visibile a tutti che internet ha concesso a chiunque possegga una connessione di poter usufruire di una quantità di informazioni, quasi illimitata, dando vita ad una vera e propria nuova rivoluzione. Il diritto d’autore in Italia è regolato dalla Legge 633/1941 ancora in vigore, seppur con le varie modifiche intervenute unitamente agli articoli del testo legislativo, come ad esempio la recente modifica dell’art.180 sul ruolo di intermediario svolto da S.I.A.E. nella gestione dei diritti d’autore.

La tutela del diritto d’autore, approntata nell’ordinamento italiano, è di tipo mista o dualistica[3], ossia prevede: il “diritto morale dell’autore dell’opera di ingegno”, che è eterno, inalienabile ed irrinunciabile e che consiste nella facoltà dell’autore di “opporsi ad ogni modificazione dell’opera stessa che gli arrechi pregiudizio morale”[4]. Rientra, altresì, nel profilo morale il cosiddetto diritto di pentimento, cioè il diritto di ritirare l’opera dal commercio.

Il “diritto patrimoniale dell’autore dell’opera di ingegno” invece consiste nell’utilizzo economico esclusivo dell’opera frutto del suo lavoro in ogni forma e modo, originale o derivato con la possibilità di percepire un compenso per ogni tipo di utilizzazione della stessa. Tale diritto ha un profilo assimilabile al diritto di proprietà, infatti risulta essere analogamente trasmissibile sia “inter vivos” che “mortis causa” ed è altresì destinato a durare per tutta la vita dell’autore ed oltre, cioè fino a 70 anni dopo la sua morte, degli eredi e degli aventi causa.

2. D. –  Il diritto d’autore è costituzionalmente riconosciuto?

R.  – Esso è tutelato e trova giustificazione, nei suoi aspetti morali, nei principi di libertà individuale in seno alla Carta Costituzionale; mentre è tutelato e trova giustificazione nei suoi aspetti patrimoniali nei principi che tutelano l’iniziativa privata ed il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Emblematiche in tal senso le parole della Corte Costituzionale nella sentenza n°108 del 6 aprile 1995 [5], nella quale si è illustrato in poche parole, meglio di qualsiasi possibile analisi dottrinale, il tema della tutela della proprietà di autore e del contemperamento di interessi tra il diritto d’autore e l’interesse pubblico alla conoscenza ed allo sviluppo e quello privato all’utilizzo delle opere per la commercializzazione su larga scala.
Per quanto riguarda la proprietà intellettuale, la Corte Costituzionale ha affermato che: “nel riconoscere in capo all’autore la proprietà dell’opera ed il suo diritto allo sfruttamento economico della stessa in qualsiasi forma e modo, la legge non trascura di operare un bilanciamento tra valori ed interessi contrapposti; bilanciamento non irragionevole in quanto realizzato in sintonia con i principi costituzionali sia in ordine alla tutela della libertà dell’arte e della scienza , sia in materia di tutela della proprietà, da riferire anche all’opera intellettuale, sia di tutela del lavoro in tutte le sue forme, tra cui deve farsi rientrare anche la libera attività di creazione intellettuale”. Tale bilanciamento risulta nel contempo positivamente finalizzato, mediante l’incentivazione della produzione artistica, letteraria e scientifica, a favorire il pieno sviluppo della persona umana ed a promuovere lo sviluppo della cultura.

3. D. –  L’innovazione tecnologica ha senza, ombra di dubbio, influenzato questa materia? In che modo?

R. – Il progredire del mondo tecnologico e l’esigenza di svincolarsi dal classico sistema di copyright ha dato vita al fenomeno del copyleft e del mondo open access che per primo ha colpito ed interessato l’ambito software.  La GNU General Public License è stata creata al fine di promuovere la libertà di condivisione del software libero e di garantire che esso rimanga realmente libero per tutti gli utenti. Esso è quindi tutelato dal copyright ma questo tipo di licenza, consente agli utenti di copiarlo, distribuirlo, modificarlo in modo del tutto legale.

Le licenze Creative Commons sono state anticipate dalle licenze Open Publication License (OPL) e GNU Free Documentation License (GFDL), le licenze per opere musicali Free music public license (rilasciata solo in una versione provvisoria) e Open Music License (nelle tre versioni Green, Yellow e Red) [6].  – Lawrence Lessig [7] è l’ideatore del progetto Creative Commons, egli fa una circostanziata analisi giuridica e giurisprudenziale in tema di diritti d’autore, cercando di risolvere le problematiche derivanti dallo sviluppo di internet e dalla relativa facilità di accesso a opere protette dal copyright. Secondo Lessig, l’unico modo di porsi dinanzi a queste problematiche è quello di assecondarle, ossia di creare un nuovo modello per la tutela dei diritti d’autore in grado di conciliare le esigenze del titolare della proprietà intellettuale di un’opera con quelle della collettività e della libera circolazione della cultura.
I copyleft si basano su un sistema di licenze che sanciscono la circolazione di un’opera di ingegno senza particolari limitazioni, se non quelle di attenersi a questo specifico criterio e mantenere tale prerogativa.

In un altro scritto di Lessig, “The future of ideas. The fate of commons in a connected world”, viene approfondito il concetto di “commons”[8] con cui si intende un bene detenuto in comune, per il godimento da parte di una quantità di persone. In tutti questi casi non c’è nessun soggetto che abbia il titolo di esercitare una componente fondamentale del diritto di proprietà, cioè stabilire se e come rendere la risorsa disponibile ad altri. Nel saggio “Free Culture”, sempre di Lessig, testo innovativo e controcorrente per le tematiche affrontate, si illustra una visione innovativa della proprietà intellettuale basata sulla completa libertà dell’autore di disporre delle proprie opere senza essere legato a condizioni strettamente vincolanti e limitative della creatività. Questa opera non è di stampo prettamente giuridico ma ha acquisito anche un valore politico cosi come è stato scritto in una recensione del giornale statunitense “The Economist” che lo definisce come “manifesto della cultura libera”.

4. D. –  Quindi Lessig è l’ideatore del progetto Creative Commons… entrando nel merito della questione, che cosa sono queste licenze e come funzionano qui da noi?

R. – Nel 2001 punto di svolta, è stata la creazione del gruppo Creative Commons, composto da un variegato team di giuristi, tecnologi e attivisti allo scopo di costruire una nuova visione di copyright più ragionevole. Tale gruppo è qualificabile giuridicamente come una “501 tax-exempt charitable corporation”[9] ovvero un ente no profit con sede negli Stati Uniti paragonabile nel nostro ordinamento ad una ONLUS.  Del resto, il funzionamento delle CCPL (Creative Commons Public License) è reso possibile dal fatto che la legge italiana sul diritto d’autore, così come, in generale, le corrispondenti normative nazionali e internazionali, riconosce al creatore di un’opera dell’ingegno una serie di diritti.

Le licenze Creative Commons sono delle licenze di diritto d’autore (ampiamente, ma non universalmente considerate dei contratti in dottrina) messe gratuitamente e liberamente a disposizione di chiunque [10].  – La principale peculiarità delle licenze CC consiste nel fatto che il licenziante concede gratuitamente al licenziatario, per tutta la durata del diritto d’autore applicabile, l’autorizzazione a compiere nel rispetto di condizioni variabili a seconda della specifica CCPL usata, alcuni degli atti che le norme sul diritto d’autore riservano al titolare dei diritti, tra cui la riproduzione, la distribuzione, la comunicazione al pubblico e la messa a disposizione e, in alcuni casi specifici l’uso dell’opera licenziata come base di partenza per creare altre opere dell’ingegno. Le modalità di perfezionamento del vincolo fondato sulle CCPL sembrano più affini e simili a quelle delle shrinkwrap licenses (“licenze a strappo”) [11].  Partendo da questa visione, Lessig arrivò ad ideare un nuovo tipo di tutela che non fosse propriamente copyright né tantomeno quello permissivo di copyleft ma una via di mezzo tra le due: il modello Creative Commons ovvero non più “all rights reserved” (copyright) né “no rights reserved” (public domain) ma “some rights reserved” [12] (alcuni diritti riservati), ovvero il motto dell’associazione.

Creative Commons propone come soluzione la redazione e la diffusione delle licenze CC. Questa scelta si pone come alternativa alla percezione antica e conservatrice del classico copyright, visto come un fenomeno particolarmente pericoloso in un momento in cui la disponibilità di tecniche numeriche per l’elaborazione dell’informazione e la concomitante esplosione di Internet, come strumento di comunicazione e collaborazione, avrebbero tecnicamente permesso il pieno accesso alle opere dell’ingegno, o almeno a quelle espresse o esprimibili in forma digitale. Uno dei modi in cui ciò si può fare è con il meccanismo contrattuale della licenza, tramite cui il titolare dei diritti (il cosiddetto “licenziante”) concede o meno alcuni diritti alla controparte (il cosiddetto “licenziatario”) ovvero qualsiasi fruitore dell’opera. È importante sottolineare come le CCPL, e in generale tutte le licenze di diritto d’autore, non siano la fonte dei diritti in oggetto: è grazie alla legge che tali diritti sorgono.

Le CCPL sono solo uno strumento tramite cui il titolare dei diritti concede determinati permessi ai licenziatari. Come specificato, soprattutto nella seconda parte del presente lavoro, Creative Commons non concede alcun permesso nell’utilizzo del materiale licenziato: Noi non diamo alcun permesso[13]. Creative Commons rende semplicemente disponibili le licenze e gli strumenti per permettere ad autori e licenzianti di rilasciare le loro opere a condizioni più flessibili. Applicando una delle licenze standard CC all’opera, l’autore o il licenziante decidono di segnalare in modo chiaro a tutti i possibili utilizzatori che si può usare l’opera senza dover chiedere il permesso, a condizione che l’opera venga usata nei termini nella licenza [14]. Risulta chiaro che qualora un soggetto decida di farne un uso diverso di quel materiale, dovrà richiedere appositamente l’autorizzazione vincolante dell’autore, previo non rispetto delle condizioni poste dalla licenza.

5. D. –  Tali licenze hanno ottenuto così tanto successo grazie alla loro strutturazione innovativa…

R.  – Esattamente. La loro particolarità, che le differenzia da altri tipi di licenze di libera distribuzione, risiede nella loro composizione. Ognuna di esse è composta in realtà, da tre versioni differenti nella forma ma uguali nella sostanza. Per questo motivo si parla di “legal code”, “commons deed” e “digital code[15]. a un punto di vista generale si può affermare che la vera e propria licenza è denominata in questo nuovo contesto Legal Code, classico documento/contratto formato da alcune premesse e da otto articoli in cui si disciplina la distribuzione dell’opera e l’applicazione della licenza.

Ci si è però resi conto che l’utente medio non è portato a leggere e comprendere un documento di quel tipo perché magari non ne ha interesse o non è in grado di poter comprendere, non avendo gli strumenti culturali adeguati, quel tipo di linguaggio così tecnico, che può risultare incomprensibile per chi non è pratico del mondo giuridico. Inevitabilmente ciò comporta che il loro utilizzo sia fatto approssimativamente dagli utenti e con superficialità, e che si possano diffondere informazioni false sulla loro funzione, o che autori ed editori guardino con diffidenza tali licenze non volendosi approcciare con il mondo dell’opencontent.

L’idea rivoluzionaria di introdurre, insieme al testo legale della licenza, una versione scritta in un linguaggio non tecnico ed accessibile a tutti, è stata fondamentale per la diffusione delle CC nel mondo della proprietà intellettuale. Bisogna chiarire però che il Commons Deed non è una licenza. È semplicemente un utile riferimento per capire il “Codice Legale” (ovvero, la licenza completa), di cui rappresenta un riassunto leggibile da chiunque di alcuni dei suoi concetti chiave. Lo si consideri come “un’interfaccia amichevole” verso il codice legale sottostante. Questo Deed in sé non ha valore legale ed il suo testo non compare nella licenza vera e propria [16].  Il Commons Deed riassume in poche righe il senso della licenza e rimanda con un link al Legal code nonché alle varie traduzioni in altre lingue disponibili. La terza forma è quella del Digital Code (“Codice Digitale”), ovvero una serie di metadati che rendono la licenza facilmente rintracciabile dai motori di ricerca. I metadati sono delle informazioni aggiuntive, che si possono allegare in modo criptato a qualsiasi file digitale; tali informazioni nascoste sono visualizzabili solo grazie ad alcuni procedimenti informatici. Le licenze esaminate assumono le caratteristiche di strumenti che si possono definire flessibili e possono essere vincolati ad alcune condizioni: il titolare dei diritti d’autore può, per esempio, subordinare la riproduzione dell’opera ed in generale gli atti permessi dalla particolare licenza Creative Commons scelta, al vincolo che l’opera medesima non sia modificata o che non vi sia una finalità prevalentemente commerciale; oppure, in linea con i principi del “copyleft” tipici del “Software Libero”, che qualora si modifichi un’opera e la si ridistribuisca, la cosiddetta “opera derivata” debba essere ridistribuita sotto le medesime condizioni alle quali si è ricevuta l’opera originaria.

6. D. –  Entrando nello specifico della questione, ci sono allora diversi tipi di licenze? Oltre a quelle che possono essere create ad hoc direttamente sul sito?

R. – Bisogna notare che esistono sei diverse licenze standard Creative Commons che si avvalgono dei seguenti termini chiave, associati di volta in volta per fronteggiare alle diverse esigenze di utilizzo degli autori e degli utenti. “Attribuzione” con cui l’utente è tenuto ad attribuire la paternità dell’opera nel modo indicato dall’autore stesso; “Non opere derivate”, l’opera non può essere alterata o modificata dall’utente in nessun modo, né utilizzata per crearne una simile; Non commerciale” l’opera non può essere sfruttata dall’utente per fini strettamente commerciali; “Condividi allo stesso modo”, qualora l’autore non abbia deciso di tutelare l’opera attraverso la prescrizione “Non Opere Derivate”, l’opera sviluppata attraverso la modifica, può circolare solo per il tramite di una licenza equivalente a quella originaria. Le altre due licenze rimanenti nascono dalle combinazioni di alcune di queste clausole e sono “Attribuzione Non Commerciale Non Opere Derivate” e Attribuzione Non Commerciale Condivi allo Stesso Modo[17].

Per facilitarne la comprensione, sono stati creati anche degli efficaci segni che rappresentano graficamente il senso delle varie clausole varianti: BY (Attribution), NC (No Commercial), ND (No Derivative Works) ed infine SA (ShareAlike). Nella rappresentazione iconografica il vincolo di “Attribuzione (BY) è reso attraverso la forma stilizzata di una persona; il vincolo “Non Commerciale” (NC) è rappresentato dal simbolo del dollaro statunitense barrato, sostituito nell’ambito dell’Unione Europea dal simbolo dell’Euro; la restrizione circa la realizzazione di opere derivate (ND da no derivative”) è espressa dal simbolo matematico di “uguale” e l’obbligo di assoggettare l’opera derivata alla stessa licenza dell’opera originale (SA, da “ShareAlike”) è raffigurato da una freccia ricurva [18]. Occorre, inoltre, chiarire che le licenze Creative Commons possono essere applicate tanto alle opere diffuse on-line (come ad esempio i siti web, i blog, gli e-book e via dicendo) quanto a quelle che circolano off-line, ed è consigliabile, per un miglior utilizzo, indicare l’URL della licenza.

Inoltre, tali licenze non sono esclusive, nel senso che il titolare dei diritti sull’opera conserva sempre e comunque il potere di stipulare, accanto alle Creative Commons, altre licenze non esclusive. Un aspetto, sul quale è opportuno soffermarsi, è quello relativo alla registrazione dell’opera: le licenze Creative Commons non assolvono in alcuna maniera a tale adempimento. Pertanto, l’autore che intende proteggere la paternità dell’opera (specialmente a fini probatori) è tenuto in ogni caso a porre in essere quegli accorgimenti che l’ordinamento giuridico gli mette a disposizione. Ad ogni modo, tutte le informazioni utili da conoscere per utilizzare questo strumento, potranno essere agevolmente reperite sul sito-web di Creative Commons, al seguente URL: www.creativecommons.it.

7. D.  – In Italia come sono state seguite e recepite tali licenze? C’è giurisprudenza in merito ?

R. –  Nel 2008 fu istituito un tavolo di lavoro giuridico misto tra i rappresentanti di Creative Commons Italia e quelli di SIAE in cui presiedette il prof. Assumma[19], per trovare un tentativo di compatibilità tra la gestione individuale e quella affidata ad una società di gestione. L’intento di entrambe sia di CC Italia e della SIAE era quello di trovare una forma di compatibilità tra la scelta della gestione individuale (tramite l’utilizzo delle licenze CC) ed il modello SIAE.

Come recentemente ribadito dall’avvocato Deborah De Angelis al convegno AFEC “DIRITTO D’AUTORE E DIRITTO DELLO SPETTACOLO. Stato dell’arte e prospettive future. Profili deontologici dell’avvocato” presso la Sala Europa della Corte d’Appello in data 9 ottobre 2018, per più di 6 mesi si cercò di trovare un punto d’incontro: SIAE avrebbe dovuto rilasciare un mandato a CC con cui veniva sancita l’esclusività dello sfruttamento economico dell’opera in mano a SIAE, salva la possibilità agli autori di poter pubblicare materiale sotto licenza CC senza incorrere ad alcuna sanzione o violazione. Purtroppo, ciò non accadde in quanto SIAE non diede più alcun tipo di comunicazione dell’accettazione di questa proposta, facendo rimanere tutto in sospeso.

Nel frattempo, molti autori hanno preferito aderire alle licenze CC con l’utilizzo delle 6 licenze predisposte, (“Attribuzione; Attribuzione no Opere Derivate; Attribuzione Condividi allo Stesso Modo, Attribuzione Non Commerciale; Attribuzione Non Commerciale No Opere Derivate; Attribuzione Non Commerciale Condividi allo Stesso Modo”) con la possibilità di sottoscrivere un contratto di distribuzione. In Italia molte opere sono state immesse nel mercato con l’apposizione delle licenze Creative Commons.  Nel 2016 si è stimato che i contenuti CC siano stati 1 miliardo e 200 mila in tutto il mondo. La direttiva Barnier [20] ha riconosciuto che gli Stati Membri debbano consentire agli autori, soci di una società di gestione collettiva (in Italia SIAE), di rilasciare per fini non commerciali le loro opere in costanza di mandato.

Per quanto riguarda gli sviluppi giurisprudenziali sull’argomento, la materia delle licenze CC non era ancora mai stata trattata in Italia all’interno di una controversia legale a differenza non solo degli Stati Uniti (tra le sentenze statunitensi più famose in materia di CC vi sono la Chang v. Virgin Mobile [21]; Drauglis v. Kappa Map Group [22]) ma anche di altri paesi europei.

Di seguito è riportata la storia processuale della prima sentenza italiana[23] in materia di CC che tratta indirettamente delle licenze stesse: si parla di violazione della responsabilità precontrattuale da parte della casa editrice Franco Angeli per recesso ingiustificato ed arbitrario dalle trattative di un contratto di edizione con il sig. Aliprandi, avvocato ed autore tra di opere e saggi in materia di CC. Sia dalla ricostruzione dei fatti processuali offerta a suo tempo da Aliprandi, sia in quella cristallizzata dal giudice nella prima parte della sentenza, emerge infatti che il tutto ruota attorno alle trattative contrattuali avviate tra Aliprandi e Franco Angeli Editore all’inizio del 2009 e mai arrivate ad una vera e propria formalizzazione del contratto di edizione, proprio a causa di continui e sospetti fraintendimenti sull’applicazione della licenza CC.  Tra le varie richieste dell’attore, costui pretendeva dalla parte convenuta il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti, quantificabili in euro 10.000,00, o nella minore o maggiore somma che dovesse risultare in corso di causa, oltre agli interessi valutati a seconda della somma stabilita dal giudice. Al contrario la parte convenuta eccepiva l’assoluta insussistenza di qualsiasi violazione del principio di buona fede e correttezza nella gestione della trattativa contrattuale oggetto del presente giudizio.

Il Tribunale di Milano, dando ragione all’attore, riconosceva come le sue pretese fossero corrette e giuste rispetto alle mere difese della casa editrice Franco Angeli.
Questa interruzione risulta ancor più incomprensibile se si nota che, come appurato in sede processuale, sin dai primi incontri con i responsabili editoriali di Franco Angeli, Aliprandi aveva comunicato chiaramente l’intenzione di applicare all’opera una licenza CC. L’avv. Aliprandi, inoltre, aveva subito spiegato che questa scelta era dettata da una necessità di carattere giuridico, come esplicitato nel capoverso più interessante della sentenza: “è dato pacifico nonché documentato che l’attore abbia sin da subito manifestato alla propria controparte la necessità che la pubblicazione avvenisse mediante applicazione del cd. Creative Commons e di come tale esigenza fosse derivata da uno specifico vincolo di natura giuridica, posto che l’opera avrebbe contenuto estratti di altre pubblicazioni preesistenti, a loro volta rilasciate con simili licenze ed il cui utilizzo in opere derivate era condizionato proprio dall’applicazione della predetta licenza”.

8. D. – Tornando al valore giuridico di queste licenze, è auspicabile una maggiore libertà di utilizzo nel nostro ordinamento ?

R. –  Dopo ben 136 anni di monopolio esclusivo SIAE, con il recepimento della direttiva Barnier (con la nota promulgazione del decreto legislativo n. 35 del 2017 parzialmente modificato dall’art. 19 d.l. 148 del 16 ottobre 2017) si è passati ad una liberalizzazione del settore che stenta a decollare per la carenza di norme in grado di regolamentare soprattutto gli aspetti decisivi delle fasi di raccolta e di distribuzione dei diritti.  Il sistema di gestione individuale dei diritti d’autore (art.180 4°comma della legge 633/1941) è disciplinato direttamente dalla legge e grazie all’avvento delle nuove tecnologie è stato possibile attuare realmente, dopo molto anni di inutilizzazione, questa opportunità (nonostante l’esclusività di SIAE). 
Alcuni degli aspetti più controversi di tali licenze riguardano lo scopo di regolare l’utilizzo dell’opera, qualora questa venga distribuita per un uso prevalentemente limitato al territorio italiano. In particolare, le licenze Creative Commons, secondo la dottrina maggioritaria in quanto non c’è un giudizio unanime al riguardo, devono essere considerate come dei contratti con condizioni generali predisposte da uno dei contraenti, con la conseguenza che la loro efficacia è subordinata alla conoscibilità delle condizioni da parte dell’aderente prima della conclusione del contratto. 
Altra questione rilevante è quella delle clausole vessatorie. Le licenze Creative Commons prevedono “una clausola di limitazione della responsabilità” per ogni genere di danni derivanti dall’uso dell’opera che rientra senza dubbio nel novero delle clausole vessatorie contemplate dall’art. 1341, II comma, c.c. [24]. Un primo adattamento della clausola presente nella versione internazionale delle licenze ha necessariamente dovuto tener conto della previsione contenuta nell’articolo 1229 c.c., a norma del quale “è nullo qualsiasi patto che esclude o limita preventivamente la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave” ed infatti, tale orientamento è confermato dal passo delle CC italiane, che tenendo conto dei precetti civilistici italiani recita, “nessuna clausola di questa licenza esclude o limita la responsabilità nel caso in cui questa dipenda da dolo o colpa  grave”.

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nelle foto: il Dr. Edoardo Natale e il Dr. Raffaele Panico


 

1.1-legge-sul-copyright[1]Nella stessa direzione, Auteri P., Manuale di diritto industriale. Proprietà intellettuale e concorrenza, Giappichelli, Torino, 2016.

[2] Per una prima lettura generica in tema si guardi Peruginelli G., Le licenze Creative Commons, in Dir. Inter., Ipsoa, Milano, 2008, p. 2 ss.

[3] Giannone Codiglione G., Opere dell’ingegno e modelli di tutela: Regole preparatorie e soluzioni convenzionali, Giappichelli, Torino, 2017, p.53. “La disciplina vigente riconosce inoltre i cd. “diritti connessi”, intesi come tutti quei diritti non facenti capo all’autore, ma strettamente legati alle opere protette, poiché, ad esempio, attinenti alle attività imprenditoriali di gestione dei diritti d’autore (esercitati dalle cd. collecting societies) o ancora riconosciuti alle categorie artistico-professionali degli interpreti e degli esecutori”.

[4] Cfr. Corte di Cassazione sezione civile, sentenza n° 20227 del 4 settembre 2013.

La Corte di Cassazione civile ha stabilito che: “in tema di diritto morale d’autore il “vulnus” all’onore, al prestigio e alla integrità dell’opera non può ricondursi in astratto, ma va verificato in concreto, tenendo conto dei più vari elemento dell’opera (nella specie: filmato) di volta in volta all’uopo rilevanti. (Nella specie in cui l’autore di un’opera filmica si doleva dei tagli alla sua opera, la Suprema Corte – in applicazione del principio di cui sopra – ha confermato la pronuncia del giudice del merito osservato che questo, dopo avere visionato il film ha accertato che i tagli attuati avevano accelerato la cadenza narrativa, lasciando inalterata la struttura sequenziale del racconto e la sua coerenza nonché il messaggio sociale che lo stesso intendeva proporre, deducendo – da ciò – conclusivamente, che il film non aveva subito apprezzabili modificazioni qualitative che potessero pregiudicare la reputazione artistica dell’autore)”. Consultato in https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2577-codice-civile-contenuto-del-diritto.

[5] Corte Costituzionale, sentenza n. 108 06/04/1995. In http://www.giurcost.org/decisioni/1995/0108s-95.htm.

[6] L’idea di rilasciare software con licenza “open” vide la luce nella prima metà degli anni ottanta grazie ad uno scienziato informatico statunitense, Richard Stallman, il quale nel 1984 diede vita al progetto GNU, che sta per “GNU is not UNIX”. Cfr. Pascuzzi G., Il diritto dell’era digitale, Mulino, Torino, 2016. p. 228 e ss.

[7] Lawrence Lessig, fondatore ed amministratore delegato di Creative Commons, è noto soprattutto come sostenitore della riduzione delle restrizioni legali sul diritto d’autore, sui marchi commerciali (trademark) e sullo spettro delle frequenze radio. Lessig ha annunciato all’iCommons Summit 07 che non si sarebbe più concentrato sul copyright e sulle tematiche ad esso legate, ma sulla corruzione nel sistema politico statunitense.

[8] Tradotto liberamente da Lessig L., The future of ideas: The fate of Commons in a connected Word, Random house, New York, 2002. p. 30 ss.

[9] Nella stessa direzione Aliprandi S., Creative Commons: manuale operativo. Guida all’uso delle licenze e degli altri strumenti CC, II edizione, SUM, Lecce, 2013 pp. 17 a 26.

[10] Cfr. http://www.creativecommons.it/faq#31.La licenza si basa sulle regole che disciplinano i contratti di trasferimento dei diritti d’autore nell’ordinamento italiano, le facoltà e i diritti che non sono esplicitamente menzionati e, comunque, che non sono inclusi nell’oggetto e tra le finalità della licenza, rimangono in capo al legittimo titolare e non vengono trasferiti al licenziatario”.

[11] Cunegatti B., Le licenze Creative Commons, Finocchiaro G. e Delfini F., Diritto Dell’ Informatica, Utet Giuridica, Torino, 2014, pp. 641 a 663. Nota p. 645. “Le cd. Licenze a strappo prevedono che l’utente aderisca alle condizioni della licenza dal momento in cui apre l’involucro contenente i supporti materiali di contenuti protetti (per lo più per programmi per elaboratori)”.

[12]The principle of a Creative Commons license is to replace the default “all right reserved” approach with the more modest “some right reserved” approach that permits a variety of uses subject to one or more limitations that the copyright owner has placed on the work”.  Tratto da  Carrol m. w., Creative common as Conversational Copyright, in P.K. Yu, Intellectual property and information wealth: issues and practices in the digital age, vol.1, Praeger, 2007, pp.445-461. Consultabile in http://ssrn.com/abstract=97881.

[13]  Cfr. Consultabile al seguente link: https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/it/.

[14]  Riguardo alla storia di Creative Commons Italia è opportuno visitare il rispettivo sito italiano in cui vengono riportati cronologicamente gli avvenimenti più degni di nota dell’associazione in Italia.

[15] Cfr. Sanseverino G., Le licenze free e open source, in Dir. Impr., Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 2007, p. 28 ss.

[16] “È semplicemente un utile riferimento per capire il Codice Legale (ovvero, la licenza completa), di cui rappresenta un riassunto leggibile da chiunque di alcuni dei suoi concetti chiave. Lo si consideri come un’interfaccia amichevole verso il codice legale sottostante. Questo Deed in sé non ha valore legale ed il suo testo non compare nella licenza vera e propria”. Questo è il testo del disclaimer linkato da ogni Commons deed e che appare all’URL http://www.creativecommons.it/faq#8.

[17] Per maggiori informazioni, si consiglia la visione della pagina ufficiale del sito web di Creative Commons.

[18] Cunegatti B., Le licenze Creative Commons, Delfini F., Finocchiaro G., Diritto dell’informatica, cit., nota pp. 644 e 645.

[19] Il prof. Giorgio Assumma, oltre ad essere uno degli avvocati più esperti nell’ambito del diritto d’autore e delle nuove tecnologie, ha ricoperto il ruolo di Presidente SIAE per oltre 5 anni (uno dei periodi di Presidenza più lunghi nella storia ultracentenaria della Società Autori ed Editori) dimettendosi il 30 novembre del 2010, prima dello scadere del mandato.

[20] Morando F., (2016): Creative Commons e la Direttiva Barnier, in Maria Francesca Quattrone (a cura di): Gli effetti della direttiva Barnier nel mercato italiano e paneuropeo della gestione di diritti d’autore e connessi. Italia/UK: sistemi a confronto. #CopyrightGiornoZero, LuissUP, Roma, 8 giugno 2016.

[21] Chang v. Virgin Mobile, Creative Commons Civil Action. 3/1767 (N.D. Texas 16/01/2009). Cfr. https://law.justia.com/cases/federal/districtcourts/texas/txndce/3:2007cv01767/171558/8/.

[22] Cfr. il testo originale della sentenza è consultabile al seguente link:  https://wiki.creativecommons.org/wiki/Drauglis_v._Kappa_Map_Group,_LLC.

[23] Tribunale di Milano, Sez. VII, 19 dicembre 2014 Causa Aliprandi C. Franco Angeli s.r.l. Consultabile al seguente link: http://www.laltrapagina.it/mag/licenze-creative-commons-leditore- francoangeli-perde-causa-con-autore-e-la-prima-sentenza-in-italia-sul-tema/.

[24] Cfr. Art. 1341 II comma c.c. (Condizioni Generali del Contratto): “In ogni caso non hanno effetto, se non sono specificamente approvate per iscritto, le condizioni che stabiliscono, a favore di colui che le ha predisposte, limitazioni di responsabilità , facoltà di recedere dal contratto o di sospenderne l’ esecuzione, ovvero sanciscono a carico dell’altro contraente decadenze, limitazioni alla facoltà di opporre eccezioni restrizioni alla libertà contrattuale nei rapporti coi terzi, tacita proroga o rinnovazione del contratto, clausole compromissorie o deroghe alla competenza dell’autorità giudiziaria.

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