L’Emarginazione dell’Esercito Italiana nella “resistenza”

In occasione del “25 aprile”, pubblichiamo un interessante approfondimento della Prof.ssa MARIA LETIZIA BALDI riguardante tali eventi, corredato di numerose note e bibliografia

“L’Emarginazione dell’Esercito italiano nella resistenza”

Indizi nei documenti delle Brigate Garibaldi e in altri documenti

dal settembre 1943 alla Liberazione di Roma.

I mesi di settembre e ottobre del 1943.

La presente ricerca scaturisce dalla esigenza di cercare di comprendere cosa – sul piano degli avvenimenti – si è effettivamente svolto all’interno della realtà italiana nel corso dei venti mesi nei quali il territorio nazionale fu sottoposto alle contrapposte occupazioni delle armate tedesche da una parte e degli eserciti alleati dall’altra, e nei quali al di là del fronte tedesco, tanto nelle zone che nelle grandi città montagnose dell’Italia centro-settentrionale ebbero luogo attività di resistenza all’occupante tedesco e ai reparti armati della R.S.I.

 Di queste attività fino ad oggi, al livello degli avvenimenti prodottisi, individuati o, piuttosto, da individuare come una concatenazione di fatti, non si conosce quasi nulla che non siano i contenuti generici di quella ampia produzione storiografica che lo storico Renzo De Felice definisce “la vulgata resistenziale”. Una “vulgata” di aspetto e di tono neorisorgimentale, la quale, in quanto tale, per lunghi anni – in capo ai quali a causa della loro età stanno ormai venendo meno testimoni e protagonisti di tanti fatti e circostanze – ha in sé contribuito a rendere lo studio della storia di quei venti mesi subalterno alla politica, soprattutto alla politica interna italiana, e pochissimo orientato a considerare nella realtà italiana di quei venti mesi il peso esercitatovi dalla condizione internazionale dell’Italia, divenuta un paese che in seguito all’armistizio era stato privato del suo status di soggetto politico internazionale.

È il periodo nel quale il governo legittimo risiedeva nel cosiddetto Regno del Sud, dapprima a Brindisi, poi a Salerno a partire dal febbraio 1944, quando dagli alleati fu restituita al governo italiano, ad eccezione delle immediate retrovie del fronte di Cassino, l’amministrazione delle provincie dell’Italia meridionale e insulare; e quindi a Roma, poche settimane dopo la liberazione della città. Quel governo era costituzionalmente legittimo poiché il suo capo, il maresciallo Pietro Badoglio, era stato nominato dal re in seguito alla destituzione di Mussolini il 25 luglio. Esso fu lasciato sussistere dagli alleati poiché essi ritenevano, fondatamente come è noto, che Badoglio fosse in grado di svolgere in modo affidabile un compito per essi fondamentale quale era il controllo della sicurezza nelle retrovie meno immediate del fronte di Cassino.

In quei venti mesi, per effetto della propria resa incondizionata ai suoi vincitori avvenuta con l’armistizio firmato il 3 settembre a Cassibile e reso noto l’8 settembre, l’Italia come stato e come nazione si trovava ad essere priva di ogni riconoscimento di diritto da parte della comunità internazionale, che non fosse quello che le veniva di volta in volta concesso dal Governo militare alleato del territorio occupato (Allied Military Government of Occupied Territory), titolare del governo e della rappresentanza dell’Italia nella comunità internazionale. Il governo della condizione internazionale dell’Italia spettava tuttavia alla competenza di una Commissione Alleata di Controllo, sedente tra Algeri e Napoli, che era stata istituita per effetto di una decisione presa dalla Conferenza dei ministri degli esteri statunitense, britannico e sovietico tenutasi a Mosca nella seconda metà di ottobre del 1943, e nella quale pertanto erano presenti i rappresentanti dei tre paesi della Grande Alleanza Antifascista, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Unione Sovietica.

Scrive Nicola Labanca a proposito della iniziale ricostituzione delle forze armate italiane dopo l’armistizio, che nel Regno del Sud “l’esercito (…) fu tra il 1943 e il 1945 ridotto a ruolo e a dimensioni quasi trascurabili (…), nonché assoggettato a duro controllo straniero.” E fa presente che il generale capo di stato maggiore di quell’esercito “scrisse più tardi nelle proprie memorie di aver dovuto assistere impotente alla riduzione dell’esercito italiano del Sud ‘al livello di un esercito di colore’Nel marzo del 1944 fu istituito con il consenso degli alleati un Corpo Italiano di Liberazione della consistenza di sei divisioni leggere, al quale tuttavia il 4 giugno non fu npermesso di entrare in Roma liberata [1].

Specularmente, al di là del fronte tedesco, ai reparti dell’esercito della R.S.I. non fu concesso dai tedeschi di combattere al fronte contro gli alleati, salvo qualche assai limitata eccezione, né tanto meno fu concesso a Mussolini di far rientrare dalla Germania, per integrarli in quell’ esercito, i numerosi militari italiani che vi erano stati internati.

Alla precarietà intrinseca della repubblica istituita per volere di Hitler, di fatto interamente sottoposta alle esigenze politiche, economiche e militari della difesa del Reich, per mezzo del lavoro che veniva svolto a ritmi febbrili – come afferma lo storico Lutz Klinkhammer – nelle fabbriche del triangolo industriale italiano per la produzione di merci e beni necessari ai tedeschi; del lavoro coatto dei civili italiani per conto dei tedeschi presso le loro fortificazioni militari nella penisola oppure con la deportazione di civili per il lavoro coatto in Germania – quando non si trattava, per ragioni razziali o politiche – di prigionia in campi di concentramento – contribuì l’irremovibilità del generale Rodolfo Graziani, incaricato quale ministro della guerra di organizzare le forze armate della R.S.I., nell’esigere la formazione di un esercito nazionale di coscritti invece che di un esercito di volontari, poiché ciò comportò la necessità della chiamata alle armi di varie classi di giovani con bandi successivi del novembre e del dicembre 1943 e del febbraio 1944, ai quali si aggiunsero i bandi di clemenza per il recupero dei renitenti alla leva nel maggio e nell’ottobre del 1944; in questo modo la renitenza, i nascondimenti e le fughe presso i gruppi della resistenza in montagna da parte dei giovani in età di leva o comunque in età delle armi concorsero a ulteriormente sconvolgere la vita della popolazione civile già provata dai tre anni di guerra dell’Asse.

A distanza di vari anni dalla pubblicazione dell’opera di Renzo De Felice risulta ancora attuale il giudizio pronunciato dallo storico sulla storiografia della resistenza prodotta fino allora: “Sin dalle prime vicende immediatamente successive all’8 settembre – egli puntualizza – gli italiani vissero un dramma […] che troppo spesso, allora e dopo la fine della guerra, è stato spiegato dai suoi protagonisti e dalla loro storiografia in due modi che hanno sfigurato la realtà del 1943-45 e ridotto la resistenza molto più simile ad un oggetto di culto che a una pagina della nostra storia fondamentale per comprendere l’incidenza delle vicende di quegli anni su quelle successive”[2]; i due modi essendo “quello di negare sostanzialmente o di ridurre grandemente la portata della tendenza dei più ad estraniarsi dalla lotta e di amplificare invece la dimensione che l’appoggio della resistenza ebbe nella popolazione sino a farne un grande ‘movimento popolare’, marginalizzando le manifestazioni che contraddicevano questo appoggio e dando di esse spiegazioni parziali e reticenti”[3].

Le riduzioni, le amplificazioni e le marginalizzazioni così segnalate da De Felice sono in effetti confermate, da un punto di vista marcatamente distaccato, nella recente storia generale della resistenza di Santo Peli[4].

Nulla risulta infatti finora dai resoconti lasciati dai resistenti circa i periodici rastrellamenti effettuati nel corso della loro occupazione, con maggiore o minore successo, dai tedeschi nei confronti dei gruppi di resistenza delle zone di montagna, che consenta di scorgere da parte dei resistenti la realizzazione nel corso di quei venti mesi di almeno un tentativo di porre in essere un unificante disegno strategico contro gli occupanti, come avveniva da due anni con successo in un paese dalla conformazione geografica non del tutto dissimile a quella dell’Italia quale è la Jugoslavia; in collegamento con gruppi – o con i gruppi – clandestini della pianura e delle città, e con il fronte alleato, allo scopo di determinare una crisi del fronte tedesco. Che infatti non si verificò mai, neanche nell’estate del 1944, quando la concomitanza della liberazione di Roma e dello sbarco in Normandia fece ritenere possibile la fine della guerra entro poche settimane. La crisi del fronte tedesco in Italia cominciò infatti a manifestarsi alla metà di aprile del 1945, quando quelle forze cominciarono a ritirarsi dall’imboccatura della pianura padana verso le Alpi, verso la Valtellina e il Brennero per effetto dell’inizio del crollo della Germania.

La possibilità di individuare il progressivo articolarsi di un disegno e di una strategia politico-militare che si realizzò coerentemente nell’ insieme degli eventi resistenziali verificatisi nell’Italia situata al di là del fronte tedesco, viene tuttavia offerta a partire da indizi ricorrenti osservabili nei documenti delle Brigate Garibaldi dei primi nove mesi dell’occupazione tedesca[5], l’osservazione dei quali è stata integrata con quella dei documenti delle formazioni del movimento Giustizia e Libertà[6] e con quelli delle formazioni autonome[7].

I documenti pubblicati delle Brigate Garibaldi non contribuiscono a delineare cicli di avvenimenti resistenziali, non toccano da alcun punto di vista le stragi naziste della primavera e dell’estate del 1944, che rappresentano i salienti accadimenti drammatici e sanguinosi abbattutisi sulla popolazione civile ad opera delle truppe occupanti in quel particolare periodo nevralgico della presenza tedesca in Italia, né tanto meno l’attentato gappistico di via Rasella del marzo 1944 a Roma. Così come è detto nella prefazione ai tre volumi, essi mettono in luce i tipi di problemi che alle brigate via via più o meno ordinariamente si presentavano, in relazione alla formazione e alla gestione delle varie unità di guerriglieri partigiani e agli spostamenti di quelle unità resi necessari dai periodici rastrellamenti tedeschi; e prescindono dall’offrire una visione di insieme di singole circostanze o di singole istanze.

I documenti nel loro insieme contengono direttive politico-propagandistiche ed organizzative inviate alle unità resistenziali dalle gerarchie del Partito, oppure relazioni inviate a quelle gerarchie da parte di comandanti di unità o di commissari politici. Si tratta di relazioni concernenti l’avvenuta esecuzione presso le formazioni di guerriglieri dei compiti assegnati dal Partito a quei dirigenti, essendo inclusa in quei compiti la formazione di nuove unità. Per ciascun documento pubblicato appartenente all’una categoria non viene di regola pubblicato il documento corrispondente appartenente all’altra categoria, ammesso che esso esista. In questo modo si prescinde dall’offrire una organica visione di insieme – o perlomeno un tentativo in quel senso – dell’operato delle formazioni comuniste nella resistenza.

L’appellativo di “partigiani”, riferito ai guerriglieri operanti nelle retrovie tedesche dei paesi occupati, era di recente origine sovietica. A partire dall’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, dei partigiani russi parlava agli italiani Palmiro Togliatti rivolgendosi loro nelle sue trasmissioni radiofoniche in lingua italiana da Radio Mosca e poi da Radio Milano Libertà[8].

Nei casi in cui i documenti sono prodotti da membri delle Brigate Garibaldi operanti alla base dell’organizzazione politico-militare comunista, gli autori dei documenti appaiono essere anche, e prima di tutto, membri del Partito Comunista Italiano, di solito dirigenti che inviano relazioni per la necessaria approvazione da parte delle istanze superiori del Partito. I relatori manifestano con le loro relazioni che essi erano in linea di principio tenuti a riferire ai loro superiori le cose così come stavano, ma anche a documentare il proprio impegno a non deflettere comunque dall’impostazione politico-propagandistica disposta dal Partito. Nel caso dei documenti provenienti dall’alto si tratta di istruzioni o di circolari inviate dalla Direzione del P.C.I., che durante l’occupazione era rimasta a Roma, o dalla Direzione Nord del Partito, che nell’incombere dell’occupazione tedesca ai primi del settembre 1943 era stata istituita a Milano per decisione del Partito; o da ispettori del Partito o da dirigenti appartenenti a Direzioni regionali o ad altre istanze subordinate, alle quali il Partito aveva esplicitamente concesso facoltà di prendere decisioni in caso di necessità. Le istruzioni contenute nei documenti provenienti dall’alto si riferiscono alla propaganda, all’organizzazione del lavoro politico-propagandistico e alle modalità dell’impegno richiesto alle varie unità per il compimento di azioni di disturbo e/o di sabotaggio da parte dei comitati militari del Partito, che potevano essere di area, regionali, della Direzione Nord del Partito oppure della Direzione del Partito. Il rispetto della linea del Partito viene prescritto in modo assoluto nei documenti inviati dall’alto, e risulta osservato con scrupolo e con convinzione nelle relazioni provenienti dalle varie unità, risalendo dai distaccamenti fino ai battaglioni, alle brigate o alle divisioni.

All’interno di ciascun battaglione (all’incirca dai cento uomini in su; i distaccamenti si componevano di qualche decina di uomini, una squadra era composta di dieci uomini, suddivisa in due nuclei di cinque uomini ciascuno; distaccamenti, squadre e nuclei erano ciascuno comandati da un membro di Partito) vi era una cellula del Partito, oltre al comandante militare e a un commissario politico, il compito del quale era “coadiuva[re] l’opera meramente militare del Comando.”[9]

Quattro documenti appartenenti al periodo iniziale dell’occupazione tedesca e al periodo iniziale della formazione di unità di guerriglieri comunisti in Italia – chiamate “Brigate Garibaldi” dai loro organizzatori, ma è possibile che la denominazione sia stata scelta e decisa dal Comintern a Mosca – informano il Partito sulla avvenuta formazione dei primi due battaglioni comunisti in Friuli e sulla probabile formazione di un terzo e di un quarto battaglione in quell’area. Risulta che all’organizzatore di queste unità era stato commissionato di prendere contatto con i militari sbandati dell’esercito regolare per ottenere che entrassero a far parte di battaglioni comunisti oppure, nel caso degli ufficiali, che accettassero di comandare le unità che sarebbero state formate dai dirigenti del Partito.

Nella relazione contenuta nel primo di quei documenti, in data 27 settembre 1943, relativa alla formazione del battaglione comunista Friuli avvenuta nei pressi di Udine verso la metà del mese -, in attuazione di un progetto specifico che risulta delineato dal P.C.I. in collaborazione con il Comando dei partigiani sloveni sin dal luglio, probabilmente subito dopo il 25 luglio[10], si informa che era stato precisato al Direttivo della cellula di Partito già presente all’interno del battaglione appena formato, che al Direttivo spettava di tenere regolarmente l’ “ ‘ora politica’ per l’elevazione culturale dei quadri e l’opera di penetrazione politica negli elementi apolitici o di diversa tendenza” nonché “perché si fac[esse] opera di proselitismo anche con le masse che [erano] in contatto con il battaglione” e di “Svolgere una continua opera di proselitismo politico con i membri partigiani di altri partiti o apolitici e porre tempestivamente la candidatura al P.C.I. dei partigiani non membri di Partito che merit[assero], con la loro condotta e la loro attività, di farne parte. Essere sempre d’esempio a tutti i partigiani, nella lotta, nella disciplina e nell’attività; essere sempre d’esempio a tutti i membri della cellula comunista, per la cospiratività del lavoro politico di Partito, per l’istituzione di una seria e proficua autocritica tra i compagni e per la dirittura bolscevica con cui [il Direttivo della cellula avrebbe] seg[uito] la linea politica tracciata dalla Direzione del P.C.I.”[11]Erano presenti tra i “quadri direttivi” del battaglione appena formato due partigiani comunisti italiani provenienti da una militanza, in un caso di sei e nell’altro di venti mesi, nelle brigate slovene.

Nonostante i documenti concernano istruzioni propagandistiche e organizzative diramate dall’alto oppure eseguite dal basso, ne traspare che di fatto essi concernevano anche la progressiva realizzazione di indirizzi politici ed operativi di fondo che non vengono dichiarati in quei documenti, o perlomeno non vengono dichiarati esplicitamente. Le direttive operative lasciate intravedere dagli indizi osservati all’interno delle istruzioni propagandistiche e delle relazioni sui compiti eseguiti, sono quelle secondo le quali a partire dalla seconda metà del settembre 1943 alle brigate comuniste che per iniziativa del Partito venivano formate nell’Italia centro-settentrionale fu affidato il compito di ostacolare in ogni modo – ricorrendo all’inizio tanto alla destrezza propagandistica quanto, se del caso, a opportuna cautela nei rapporti interpersonali e con la gente del luogo – lo sviluppo dei gruppi resistenziali che stavano già sorgendo per iniziativa spontanea dei militari dell’esercito regolare sbandatosi il 9 e il 10 settembre. Dell’esercito allo sbando in Italia faceva parte, per fare un esempio, la intera IV armata che, come è noto, l’8 settembre, era stata colta dall’armistizio mentre era in transito dalla Francia verso l’Italia così che l’armata era sciamata nel Piemonte. “Ci hanno presi in trappola con delle forze ridicole”, così a Biella si esprimeva amaramente a Edgardo Sogno, che lo registra nelle sue memorie, un suo amico la sera dell’11 settembre. “Già” – [quegli rispose] – ma senza una coordinazione con le altre forze non sarebbe servito a niente. Badoglio non ha nemmeno indicato dei punti dove concentrarsi per resistere”[12].

È possibile intravedere che questo ostacolamento rispondeva alla direttiva di impedire con assoluta intransigenza la formazione di un esercito regolare clandestino; e ciò perché, in attuazione dei piani di espansione egemonica delle forze politico-militari comuniste in base ai quali il Partito operava, ai gruppi partigiani in formazione era stato dato il compito di sostituirsi a quell’esercito, in pratica di succedergli come istituzione nel territorio e presso la popolazione. “La lotta contro i tedeschi e contro i fascisti è in primo luogo una lotta politica basata sui seguenti capisaldi: 1) mobilitazione ed armamento di tutte le forze popolari – cioè costituzione delle Brigate Garibaldi, si legge nelle “Direttive di lavoro” stabilite dalla Direzione del Partito in un documento diramato il 27 settembre 1943, subito dopo la costituzione dello Stato Italiano Repubblicano nella parte della penisola occupata dai tedeschi[13] -; 2) unione tra popolo ed esercito; – cioè un auspicato insediamento popolare delle Brigate – 3) collaborazione piena e sincera coi nostri veri alleati, le Potenze unite; – una dicitura, questa, che includeva l’URSS accanto agli Alleati – 4) lotta a fondo contro tutte le sopravvivenze di forze fasciste; 5) rinnovazione di tutti i quadri dirigenti con elementi di provata fede antifascista ed antitedesca. – cioè una finale presa del potere da parte delle Brigate nel territorio dello Stato mussoliniano. – Una tale azione di direzione politica può solo svolgerla il Comitato di liberazione nazionale. Ad esso deve andare la responsabilità del comando e della lotta.”[14]

La categoricità delle direttive emanate dalla Direzione del Partito autorizza a ritenere che il metodo e i fini con i quali, come si vedrà più oltre, al “compagno Andrea” era stato dato mandato di avvicinare i militari sbandati nei pressi di Udine furono seguiti con cautela e accortezza, verosimilmente con modalità adatte alle singole varie circostanze, da emissari del Partito dovunque nella penisola occupata vi fossero nuclei di militari sbandati.

I Comitati di liberazione nazionale regionali e locali, e i Comitati militari che da essi emanavano erano, oltre al Comitato centrale di liberazione nazionale sedente a Roma, i soli enti ai quali il P.C.I. riconosceva autorità legale e politica di governo della resistenza all’occupante; nei quali, come si legge in una direttiva attribuita alla Direzione Nord del Partito, “tutti i partiti [dovevano] essere rappresentati su di un piede di uguaglianza”. Ai CLN “spetterebbe (…) di risolvere tutte le questioni generali che interessano la direzione politica delle formazioni sportive [che stava per militari], mentre al comitato sportivo spetterebbe di risolvere, in concreto, tutte le questioni pratiche per assicurare la sussistenza e l’attrezzamento di queste formazioni e tutto quanto può loro abbisognare. Nessuna ragione di unificazione di comando può perciò essere invocata nella costituzioni di questi comitati, perché ad essi non può spettare e non deve spettare nessun compito di direzione operativa. La direzione operativa delle unità sportive – cioè dei distaccamenti, delle brigate o, in seguito, delle divisioni – spetta ai capi diretti di esse senza nessuna intromissione dal di fuori”[15].

Il condizionale “spetterebbe” segnala il rifiuto opposto preliminarmente, in linea di principio, dalla Direzione del Partito nei confronti della presenza nei CLN oppure nei loro Comitati militari di membri che fossero risultati essere “elementi disgregatori, reazionari: alti ufficiali che hanno disperso le loro unità e ora pretendono di mettere la mano sulle formazioni salvate ed organizzate dall’energia e capacità di graduati od ufficiali e spesso da semplici lavoratori; industriali che pretendono di aiutare solo formazioni in mano ad elementi reazionari; elementi che si oppongono alla unione tra soldati e civili; – dove per “soldati” si intendevano i membri delle brigate – elementi badogliani che manovrano contro le formazioni che seguono il Comitato di liberazione nazionale.”[16]

Con i due documenti citati siamo già nel cuore dell’iniziativa-chiave che risulta essere stata alla base della esecuzione del compito di espansione egemonica del P.C.I. nell’ ambito della popolazione italiana per mezzo delle formazioni di guerriglieri promosse dal Partito. È fuor di discussione che questo compito fosse stato affidato ai sovietici italiani dai sovietici russi. Questi infatti, tramite il Comintern, che era stato nominalmente soppresso nella primavera del 1943[17], essendo divenuto una sezione speciale del Comitato Centrale del PCUS (b), esercitavano notoriamente la loro funzione di guida politica e ideologica sui partiti fratelli in nome del primato storico loro conferito dalla Rivoluzione bolscevica e della vocazione intrinseca di questa alla propria propagazione nel mondo; ed inoltre i sovietici russi erano ora i vincitori dei loro invasori italiani nella guerra dell’Asse, mentre le grandi vittorie militari già conseguite dai russi sui tedeschi – Mosca, Stalingrado, Kursk, – garantivano loro sin dall’estate del 1943 la ideazione di piani di espansione politico-ideologica nell’Europa orientale e centrale che le armate russe si apprestavano ad occupare.

I sovietici italiani costituivano la Direzione del PCI ed inoltre operavano nel Partito, in numero mai ritenuto sufficiente, per garantire l’esecuzione fedele delle direttive del Partito. L’iniziativa-chiave era che le “masse” – cioè una realtà presentata come indifferenziata, così come i documenti comunisti, non solo quelli delle Brigate Garibaldi, hanno sempre indicato la popolazione civile, sia in pace che in guerra – oppresse come erano dalle sciagure della guerra dell’Asse, alle quali ora si aggiungevano, sovrapponendovisi, quelle delle contrapposte occupazioni, dovessero rimanere per tutta la durata dell’occupazione tedesca nella condizione nella quale allora esse si trovavano: una condizione di privazione di un riferimento nazionalmente comune e aggregante, quale era in linea di principio, in quella drammatica emergenza nazionale, l’ esercito regolare, che di fatto nella seconda metà di settembre si apprestava a ricostituirsi, a cominciare dai gruppi che si andavano spontaneamente formando. “La presenza di appartenenti alle forze armate nelle prime bande è, nei mesi di settembre e ottobre, secondo le testimonianze raccolte, particolarmente elevato rispetto al totale dei componenti. Essi sono in grado di apportare un contributo tecnico essenziale ai fini della nascita di queste formazioni [resistenziali]” afferma lo storico Carlo Vallauri[18].

Poiché la condizione di impotenza delle masse era dovuta, come si è detto, alla concomitanza dello sbandamento dell’esercito e dell’instaurazione dell’occupazione tedesca, era essenziale ai fini dello svolgimento del progetto egemonico degli stalinisti italiani nei confronti della popolazione italiana che quella occupazione e quella condizione di sbandamento dell’ esercito durassero il più a lungo possibile: certamente per tutto il tempo nel quale ai tedeschi riusciva di durare nella loro occupazione e nello sfruttamento delle risorse umane, economiche e industriali dell’ Italia, per prolungare in questo modo la resistenza della fortezza tedesca in Germania e dar tempo a Hitler di realizzare e adoperare le sue “armi segrete”. Non per nulla ancora nell’inverno del 1945 in Italia, come in Danimarca e in Norvegia, che erano le zone periferiche occidentali dell’Europa occupata dai tedeschi, vi erano “alcune buone divisioni [tedesche]” mentre il grosso dell’esercito cominciava, e non solo da allora, a presentare i segni comportati da oltre cinque anni di guerra[19].

In quattro documenti del settembre-ottobre 1943 relativi alla formazione dei primi battaglioni delle brigate Garibaldi in Friuli, l’esercito italiano, che si era disgregato ma che nessuna autorità aveva sciolto, veniva indicato come “il disciolto esercito” o “l’ ex esercito” ai militari sbandati e ai giovani in età delle armi che venivano avvicinati dagli emissari comunisti con la propaganda per il loro arruolamento nelle Brigate, e ciò per accreditare presso la popolazione le unità partigiane già formate o in corso di formazione e accreditare, quindi, la loro presenza sul territorio; e per scongiurare così sin dall’inizio della attività di queste formazioni la eventualità che continuasse ad esistere da parte della popolazione considerata nel suo insieme, un rapporto di riconoscimento e di lealtà nei confronti dell’esercito regolare clandestino una volta che questo, sotto l’occupazione nemica, si fosse opportunamente riorganizzato; il che nella seconda metà del settembre 1943 rappresentava una possibilità concreta.

I documenti della fine di settembre e dell’ottobre sono in proposito espliciti quando, tra l’altro, riferiscono sulle direttive date ai membri dell’appena formato battaglione “Friuli” per “le requisizioni di animali, oggetti, macchine appartenenti al disciolto esercito italiano ed ora consegnati o venuti in proprietà di privati”, oppure direttive concernenti i rapporti “con i proprietari di stabili, di oggetti, di terreni usati od occupati dal battaglione”, che in questo modo si attribuiva di fatto nei confronti della popolazione i diritti e le facoltà di pertinenza delle unità dell’ esercito regolare[20].

L’esplicitezza tocca un punto vitale nel documento del 27 settembre, che riferisce del confronto di idee e di principi avvenuto tra militari sbandati nei pressi di Udine e l’emissario italiano di una brigata slovena; confronto che vertè sull’identità di quei militari in quanto tali; poiché dal documento risulta che in quella drammatica congiuntura storico-politica ad essi, considerati sia individualmente che collettivamente come membri delle forze armate, veniva attribuita dal dirigente comunista incaricato di avvicinarli la responsabilità dello sbandamento dell’esercito; sbandamento che, secondo l’arruolatore comunista, aveva reso i militari oggetto della disistima della popolazione italiana.

Ciò veniva detto agli sbandati nonostante quel dirigente del Partito non potesse non sapere che in tutta l’Italia oramai occupata dai tedeschi la popolazione civile, lungi dal mostrare disistima, si era prodigata nell’aiutare i militari sbandati in cerca di riparo e di aiuto nei primi drammatici giorni seguiti all’8 settembre, che erano stati un momento nel quale l’occupazione tedesca non si era ancora pienamente insediata sul territorio e nel quale pertanto spostamenti anche lunghi dei fuggiaschi a piedi o con mezzi di fortuna erano stati ancora praticabili lungo la penisola, così come precisa lo storico Carlo Vallauri nella sua approfondita rassegna delle prime settimane della resistenza[21] e come conferma tutta la memorialistica italiana sull’8 settembre, della quale riteniamo basti ricordare, a titolo d’esempio, le pagine convincenti e commoventi di Luigi Meneghello[22]. Nel suo studio del 1991 i militari sbandati soccorsi dai civili vengono tuttavia presentati come ”figli di mamma”, cioè come persone ormai prive della loro identità di militari, dallo storico Claudio Pavone, allineato alla tradizione della “vulgata resistenziale”[23]. Citiamo anche, a titolo di esempio, l’incipit di un capitolo di una opera recente di Paolo Pezzino, che si presenta anch’essa allineata alla “vulgata”: “L’avvio della Resistenza in questa, come in altre zone, fu stentato: piccoli gruppi di antifascisti e di sbandati dell’ex esercito si trovarono in zone impervie, prendendo contatti con gli antifascisti rimasti nei paesi, e cercando di realizzare un qualche collegamento tra di loro”[24]. “una ondata di sfiducia e di disistima quasi generale” verso gli ufficiali effettivi nell’Italia occupata nel 1943-44-45 viene registrata nelle sue memorie anche dal generale Raffaele Cadorna[25], segno, questo, che il linguaggio tenuto verso i militari sbandati nel Friuli da parte degli emissari etnicamente italiani inviati dalle bande resistenziali slovene era stato tempestivamente fatto diffondere nell’Italia occupata: con certezza ad opera del P.C.I., non necessariamente, o per lo meno non in ogni caso, da parte del Partito d’Azione.

Il confronto riferito nel documento in questione era avvenuto nei pressi di Udine tra un sovietico italiano, il dirigente comunista “Andrea”, e un numeroso gruppo di militari appartenenti all’8° reggimento Alpini, un corpo che era stato tradizionalmente di stanza in quella zona di confine, ai quali il “compagno Andrea” aveva dato “lo schema organizzativo di un battaglione partigiano e la linea politica per i contatti con le masse; solo così [avrebbero potuto] togliere la sfiducia che queste [nutrivano] nei loro riguardi, […] Insistendo sulla necessità di creare qualcosa di più che un semplice reparto militare sul tipo 8° Alpini[26], insistendo sulla realtà storica presente e sull’inutilità di oziose discussioni verbalistiche su denominazioni – cioè “patrioti”, come quei militari desideravano essere chiamati, o “partigiani”, come veniva loro proposto di essere chiamati, e il loro rifiuto della denominazione, ma non della funzione, del “commissario politico” – e altre consimili formalità – quali ad esempio la stella rossa sul berretto e il saluto a pugno chiuso – che non [contavano] tutte assieme quanto un solo colpo di moschetto ben piazzato nella schiena dei traditori della Patria, eccetera eccetera.”[27] Senza mettere in discussione la presenza della cellula del Partito nel battaglione, la tempestiva arrendevolezza del “compagno Andrea” su ciò che egli chiamava “discussioni verbalistiche” e sulle “formalità”, con inclusa la disponibilità ad accogliere i cappellani militari – “Pensate alla svolta dell’URSS in materia religiosa; sono esempi ottimi da seguire”[28] – ebbe la meglio sullo sgomento di molti di quei militari che nonostante tutto erano desiderosi di combattere, poiché il 10 ottobre il “compagno Andrea” comunicava al comando della sua originaria unità slovena di avere formato “tre battaglioni di partigiani italiani e il lavoro continua[va] bene”[29].

L’intransigente ostacolamento della aspirazione alla clandestina riorganizzazione dell’esercito regolare che, al contrario, si stava manifestando spontaneamente nell’ambito dei militari sbandati che si trovavano nel territorio occupato della penisola, particolarmente numerosi non solo in Veneto e nel Piemonte[30] ma anche in Toscana, nel Lazio e in Abruzzo[31] si presenta ancorato alla linea politica della incessante propaganda contro l’attesismo. Questa consisteva nell’incitamento all’azione militare immediata, non importa quanto limitata e suscitatrice di immediate rappresaglie nemiche, presentata già nel settembre e nell’ottobre 1943 come un mezzo certo per indebolire da subito le forze occupanti, nonostante i del tutto prevedibili rischi di sanguinosi insuccessi in quel momento iniziale dell’occupazione. Questo incitamento non venne mai meno nelle direttive comuniste dei venti mesi. E ciò per opporsi radicalmente, e sin dall’inizio, al fatto che, per esempio, i militari membri del Comitato militare del CLN del Piemonte, come risulta da indizi presenti in un documento dell’ottobre, sin dal primo mese della loro clandestinità si ponevano i problemi concreti di cominciare a pianificare future impegnative strategie di guerriglia, di quali coerenti obiettivi strategici e tattici prefiggersi per definire una linea di attacchi in forze al fronte tedesco, da compiersi con risultati che ci si aspettava dovessero essere decisivi, e da sferrare in un momento del conflitto tra le contrapposte occupazioni che i militari si riservavano di scegliere, – di sicuro non nel momento nel quale l’occupazione tedesca si era appena insediata – e di come organizzarsi per pianificare le azioni stabilite e prepararvisi[32].

Poiché la propaganda contro l’attesismo includeva l’incitamento ad attaccare gli occupanti quando questi si trovavano in posizione relativamente isolata, da parte di piccoli gruppi terroristici composti di due o tre persone appositamente addestrate per colpire per lo più nei centri cittadini, nelle circostanze ordinarie della vita civile, sia esponenti di primo piano della R.S.I che militari tedeschi nei momenti nei quali questi non erano intenti ad attaccare la popolazione occupata, con azioni che sono passate alla storia come gappistiche dal nome dei gruppi terroristici, i GAP appartenenti al P.C.I. che le eseguivano, un membro del Comitato militare rappresentante dei cristiano-sociali aveva preso la parola nella riunione del CLN del Piemonte appena citata “[ponendo] in discussione la questione della coscienza: è legittimo uccidere?”[33] Nel documento non risulta data alcuna risposta. L’interrogativo continuò tuttavia a riproporsi; esso è registrato esplicitamente in una relazione del 4 giugno 1944 che “può essere attribuita a Giovanni Pesce, che fu organizzatore dei GAP di Torino fino alla fine di maggio del 1944”, ancora una volta senza che risulti data alcuna risposta[34]. A quell’ interrogativo sulla liceità degli attacchi gappistici, che in Francia era sorto con l’inizio della partecipazione dei comunisti alla resistenza in seguito al venir meno del Patto Ribbentrop-Molotov comportato dall’aggressione tedesca all’URSS, De Gaulle aveva dato una risposta negativa con un suo ordine esplicito dato in un discorso pubblico diffuso per radio il 23 ottobre 1941[35]. In Italia, come si vedrà più oltre, a quel medesimo interrogativo verrà data una risposta ufficiale, anche se non pubblica,di segno opposto al momento della istituzione a Roma del Corpo Volontari della Libertà nel gennaio 1944.

Il perseguimento di una ulteriore direttiva complementare all’ostacolamento della riaggregazione dell’esercito regolare clandestino, che traspare dai documenti qui presi in considerazione ma non solo da questi, era quella di ottenere numerose adesioni alle Brigate e al Partito, – e rapidamente, senza andare per il sottile, come viene esplicitamente confermato dalle osservazioni in proposito presenti nei coevi documenti dei partigiani azionisti -; e questo, in tutta evidenza, per conferire da subito al Partito una dimensione consistente e in breve tempo addirittura preponderante. Ai fini della realizzazione del progetto politico di dimensione nazionale che il Partito Comunista stava intraprendendo, secondo i piani lasciati intravedere dagli indizi osservati, la popolazione italiana – volente o nolente, – doveva passare nel più breve tempo possibile da quello che era stato il condizionamento comportato nel paese dalla presenza del P.N.F. come partito unico, al condizionamento che sarebbe stato comportato dalla presenza dell’aspirante partito egemonico, che si riprometteva di divenire progressivamente unico, che ora si presentava con il P.C.I.

 L’esistenza di questo orientamento verso l’acquisizione della eredità socio-politica lasciata nella popolazione dal Partito Nazionale Fascista viene documentata in due verbali della Direzione del Partito del 1945, che qui vengono citati alquanto in esteso.  Il primo documento è di una riunione del 17 gennaio , tenutasi a Roma, in un momento della guerra nel quale la intera pianura padana, il Veneto e il Friuli, la Liguria e parti della Toscana e quasi tutta l’Emilia erano ancora sotto l’occupazione tedesca. In quel 17gennaio venne discusso un “Rapporto sulla situazione e sul lavoro dell’Organizzazione femminile”. L’intervento di Ercoli, cioè di Palmiro Togliatti, vi viene così riassunto: […] “Studiare quelle che erano le ‘Massaie rurali’ e prendere quel tanto di positivo che vi era in tale organismo. Le forme della propaganda sono troppo poco femminili, e non si fa una propaganda di massa […]” A sua volta Rita Montagnana, dirigente del Partito e moglie di Palmiro Togliatti, presente alla riunione, “Riconosce la fondatezza delle critiche. In realtà ci si sente sopraffatti dal lavoro e dai problemi che si pongono. […] Pone un quesito: E’ possibile utilizzare le donne che furono dirigenti di organismi fascisti ?[36]”

L’esigenza di avvalersi della tutto sommato recente tradizione fascistica appare manifesta nel secondo documento, il verbale di una riunione della Direzione Nord del Partito, la cui data cade  poco dopo il 25 aprile e dopo la formale resa tedesca e la fine della guerra tra le grandi potenze in Europa; nel periodo di quello che in Italia fu il drammatico e lungo tempo della continuazione delle vendette, che è stato di recente proposto agli studiosi con le sue indagini di giornalismo storico dallo storico e giornalista Giampaolo Pansa. Il documento in questione è il Verbale della Riunione tenuta presso la Direzione Nord del Partito l’8 giugno 1945 a Milano, nel punto all’o.d.g. nel quale si discusse del Fronte della Gioventù: “[Luigi] Longo [37]- Osserva che è tempo che il F.d.G. faccia qualcosa nel campo sportivo, qualcosa di reclamistico. Potrebbe ad esempio organizzare una grande manifestazione sportiva, che abbia luogo tra uno o due mesi. Per i partecièpanti si potrebbe magari studiare una divisa tipo quella dei partigiani. I giornali ne parlerebbero e ne risulterebbe in tal modo una propaganda per il F.d.G. Non dimentichiamo che la Democrazia Crist. [sic] sa molto bene lavorare nel campo dei giovani. Noi dobbiamo batterli in velocità. –  Alberganti[38]- Suggerisce di organizzare, in provincia, filodrammatiche, piccoli trattenimenti teatrali ai quali prenderebbero parte anche i bambini […]. Sereni [39] – E’ d’accordo per una specie di giro d’Italia, che popolarizzerebbe il F.d.G. anche nei piccoli paesi. Si potrebbe organizzare anche una semplice gita a Roma , gita di massa, a carattere reclamistico. Ha però l’impressione che manchino al F.d.G collaboratori che si intendano di problemi sportivi e che diano la loro collaborazione appassionata in questo campo. –  Pontercorvo [Gillo] [40] – […] sono state date direttive del genere, specialmente nei paesi. Si sono già organizzati, per esempio, tornei di calcio e serate di divertimento. L’attuazione della grande manifestazione suggerita dal compagno Longo presenta qualche difficoltà. Afferma che desterebbe scarso interese se non fosse nettamente sportiva, e d’altra parte una vera manifestazione sportiva presenta problemi tecnici gravi. –  Longo – Ci si potrebbe limitare ad un giro di Lombardia o a una semplice passeggiata in bicicletta di alcune centinaia di persone. La comitiva potrebbe approfittarne per tenere un comizio. -.. Pontecorvo – Fa presente che l’E.N.A.L. può diventare un organismo di massa e che sarebbe utile impadronirsene. Suggerisce un blocco tra l’E.N-A.L., il F.d.G. e l’U.D.I.  –  Amendola [Giorgio] [41] – Sostiene che il problema dello sport è sopratutto tecnico, il fascismo aveva saputo fare un’abile combinazione in questo campo.E’ d’opinione che il F.d.G. dovrebbe esercitare solo un’attività propulsiva, ma che le Società Sportive dovrebbero essere apolitiche. Pajetta [G.C.] [42]– […] dovremmo fare in modo che nel C.O.N.I., convenientemente epurato, si coordini l’attività di più società [sportive]. […] noi dovremmo essere presenti anche nell’E.N.A.L., cioè noi dovremmo collocare in questa associazione buoni sportivi nostri. A proposito dell’Associazione degli Esploratori fa presente che a Roma ci sono due organizzazioni, una laica con 200 aderenti e una cattolica con 1800 aderenti. […] Noi dovremmo inserirci nell’organizzazione degli Esploratori laici”. [43].

All’interno della particolare direttiva volta ad operare da subito – e intendiamo qui il 1943 – vi era un’ulteriore specificazione che traspare dai numerosi documenti che informano sulla formazione e organizzazione di nuovi distaccamenti e battaglioni: quella di procurarsi l’adesione di ufficiali dell’esercito, purché ritenuti seguaci affidabili dell’orientamento politico del P.C.I.: questa era una condizione inderogabile, anche se erano accettati gli aderenti del Partito d’Azione; i quali con la loro esperienza professionale gestissero i gruppi di guerriglieri in occasione di scontri con le forze occupanti, – in pratica si sarebbe trattato dei periodici inevitabili rastrellamenti tedeschi e di praticamente null’altro – tuttavia operando sotto il controllo dei commissari politici, con i quali in pratica i comandanti militari delle formazioni comuniste erano tenuti di fatto a dividere le responsabilità del comando, e questo rimaneva un compito arduo da svolgersi, imposto come era a prescindere da criteri oggettivi chiaramente esplicitati.

L’ottemperanza a questa ulteriore specificazione traspare sin dalla prima delle due relazioni in data del 27 settembre[44] nella quale il “compagno Andrea” informa che il vicecomandante del Battaglione Friuli da lui appena formato era un “tenente nell’ex esercito, apolitico ma simpatizzante della concezione sociale del Partito; ottimo per disciplina, spirito combattivo e attività”. Questa non è che la prima di numerose osservazioni consimili, con le quali nell’arco dei venti mesi i comandanti delle unità partigiane garantiscono al Partito l’affidabilità e l’ utilità degli ufficiali da loro arruolati, come confermano sia il generale Raffaele Cadorna nelle sue memorie di consulente militare del Comando generale del Corpo dei Volontari della Libertà, sia lo studioso dell’INSMLI Mario Cavaglion.[45]

Nella seconda relazione in data 27 settembre, che concerne contatti preliminari con un reparto di patrioti italiani, il “compagno Andrea” si giustifica per non aver proposto l’incarico del comando ad un colonnello dell’esercito perché questi risultava essere “non molto adatto alla lotta di guerriglia e moralmente e politicamente poco buono; per questo egli non [aveva] alcun comando né ascendente sui compagni.”[46]: il che deve essere inteso nel senso che il militare in questione era disposto a ad unirsi ai guerriglieri di parte comunista e a combattere ma non accettava che il battaglione avesse un appartenenza politica.[47]

Emerge dai documenti finora esaminati che da parte comunista si era proceduto in Friuli con gradualità nel presentare l’iniziativa comunista sul territorio e fra i militari sbandati. Il primo battaglione, denominato Garibaldi, era stato verosimilmente organizzato da Mario Lizzero alla metà di settembre – la relazione reca la data del 19 del mese – “con i compagni che sono venuti dalla federazione di Gorizia e con simpatizzanti di questa e di quella di Udine, più con alcuni partigiani che si trovavano nei battaglioni sloveni e che ho fatto richiedere ai Comandi sloveni”.[48] Nel secondo battaglione organizzato dal medesimo dirigente comunista alcuni giorni dopo – la relazione reca, come abbiamo detto, la data del 27 -, si registra un iniziale successo nell’avvicinamento dei militari da parte degli emissari del P.C.I., poiché era stato nominato vice-comandante un “tenente nell’ex esercito” ritenuto affidabile[49]. Nella medesima relazione l’estensore si giustifica tuttavia per avere dovuto “allontanare circa trenta uomini perché impreparati alla dura lotta partigiana […] Si tratta però – aggiunge il Lizzero – in massima parte di sbandati che nei nostri battaglioni non avrebbero combattuto con lo spirito che deve animare ogni partigiano e che, restando, avrebbero certamente diminuito la potenza aggressiva e la coesione del battaglione.”[50], cioè si trattava ancora una volta di militari che non si erano lasciati persuadere ad entrare a far parte di una formazione che aveva una appartenenza politica.

Nella seconda delle due relazioni in data 27 settembre, risulta che il medesimo dirigente aveva svolto a fondo un tentativo, non ancora concluso, di infiltrare un reparto di patrioti italiani “della zona di Subit, Porzus e Foran (Udine)” che si era già formato. È possibile che siano state fatte a quei militari, per rassicurarli e invogliarli a divenire un battaglione Garibaldi, le varie concessioni di forma che risultano esser state fatte al “gruppo di patriotti” menzionati nella relazione del 9 ottobre. Se il contatto così preso fosse andato in porto, era previsto che il comandante del nuovo battaglione sarebbe stato un tenente membro del Partito d’Azione e che vi sarebbe stata l’adesione di altri membri del Partito d’Azione e di vari ufficiali e sottufficiali[51]. Anche questo aspetto dell’espansione comunista nell’ambito dei resistenti italiani è confermato dal Cadorna, il quale si riferisce all’estate del 1944 ed oltre: “Generalmente erano i garibaldini a muovere all’attacco delle altre formazioni, anzitutto delle autonome che, per non essere spalleggiate da un partito politico, apparivano più facili da sopraffare, poi anche delle G. L.[52] Il procedimento era semplice: creare in seno a una formazione concorrente un gruppo di dissidenti, formarne un distaccamento prima, e successivamente, dopo averlo alimentato con nuovo personale, promuoverlo al rango di unità superiore. Avveniva così che formazioni di differente colore si incrociavano sullo stesso territorio aumentando il pericolo di conflitti e rendendo più arduo da parte dei Comandi superiori il coordinamento in fase di operazioni.”[53] Ed inoltre: “Nel tempo al quale mi riferisco le G.L. avevano raggiunto il loro massimo sviluppo; anzi in più di un sito difendevano stentatamente le loro posizioni dall’invadenza dei compagni comunisti”. [54]

Si tratta nell’insieme di tutto un programma di azione comunista a largo raggio, previsto per la intera Italia occupata, che era stato posto in essere sin dal settembre 1943 e che si sarebbe sviluppato significativamente nei mesi successivi.

Maria Letizia Baldi


[1] Cfr. N. Labanca, Dizionario della Resistenza, a cura di E.Collotti, R.Sandri, F.Sessi, Torino Einaudi 2000, I, pp.209,211.

[2] Cfr. R. De Felice, Mussolini l’alleato, II, Torino Einaudi 1997, p.315.

[3] Ivi, pp.315,316.

[4] La Resistenza in Italia, Torino Einaudi 2004, Parte Seconda.

[5] Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia – Istituto Gramsci, Le Brigate Garibaldi nella Resistenza. Documenti, Milano Feltrinelli 1979, 3 voll., da ora in avanti citati come Vol. I, Vol. II, Vol. III, seguito dalla data e dal numero della pagina.

[6]Cfr.Le Formazioni GL nella Resistenza, a cura di G. De Luna, P.Camilla, D.Cappelli, S.Vitali, Milano Franco Angeli 1985.

[7] Cfr. Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, Formazioni Autonome nella Resistenza. Documenti, a cura di G.Perona, Milano Franco Angeli 1996.

[8] Per i testi dei discorsi si veda P.Togliatti, Per la Salvezza del Nostro Paese, Roma Einaudi 1946. Le trasmissioni radiofoniche di “Radio Milano Libertà” vennero emesse nel corso della guerra dapprima da Ufa, in Baschiria, una regione non lontana dagli Urali meridionali edalla Russia asiatica.

 Cfr. G. Dimitrov, Diario. Gli anni di Mosca (1934-1945), ed. ital. a cura di Silvio Pons, Torino Einaudi 2002, anni 1941-1944 passim.

[9] Cfr. Vol.I, 27 settembre 1943, p.99).

[10] Cfr.Vol.II, s.d. ma del 1944, p.7. Non viene detto in quale giorno del mese di luglio. La indeterminatezza temporale autorizza a supporre che si tratti di una data successiva al 25 luglio. I comunisti italiani e sloveni erano comunque in contatto sin dal 1934. Ibidem,n.4 pp.10,11. Ciò verosimilmente in relazione alla ostilità antiitaliana suscitata nella Slovenia italiana nel periodo fra le due guerre da quei membri del personale di governo italiano che erano di orientamento fascistico e nazionalistico. Si veda infra, n.19.

[11] Cfr. Vol. I, 27 settembre 1943, pp. 95-97. Il “compagno Andrea” autore della relazione è il dirigente comunista Mario Lizzero, udinese (1913-1993), inviato in Friuli da un battaglione sloveno nel quale operava come membro di un Gruppo di Azione Patriottica (G.A.P.). Cfr.Dizionario della Resistenza, cit., II, pp.570-571.

[12] Cfr.Edgardo Sogno, Guerra senza bandiera, Bologna il Mulino 1995 p.42.

[13] È questo il nome dapprima attribuito alla Repubblica Sociale Italiana.

[14] Cfr. Vol. I,.p. 100, 27 settembre 1943.

[15] Cfr. Vol. I, p.108, 10 ottobre 1943.

[16] Cfr. Vol. I, p.100.

[17] Cfr.G. Dimitrov, Diario, cit. p.XVI.

[18] Cfr.C.Vallauri, Soldati. Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione, Torino UTET 2003, p.143.

[19] Così Stalin a W.S.Churchill alla Conferenza di Yalta il 4 febbraio 1945. Cfr. W.S.Churchill, The Second World War, Vol. 12°, London Cassell 1964, p.17. L’interesse di Stalin perchè, nell’ambito della progettazione e dei preparativi dello Sbarco in Normandia e di quello, che sarebbe stato concomitante, nel Sud della Francia, al fronte italiano fosse destinata la minor possibile forza militare alleata, fu cautamente fatto presente da Stalin a W. Churchill nel corso della prima riunione plenaria della Conferenza di Teheran il 28 novembre 1943: “Egli avrebbe perfino preferito assumere un ruolo difensivo in Italia e lasciare andare la presa di Roma per il momento se ciò avesse permesso l’invasione della Francia meridionale da parte di, diciamo, dieci divisioni. […] Risposi che non saremmo stati più forti se ci fossimo trattenuti dall’avanzata su Roma, e che una volta che avessimo preso la città saremmo stati in una posizione molto più forte per aver distrutto o malamente mutilato dieci o undici divisioni tedesche. Inoltre ci erano necessari gli aeroporti a nord di Roma per bombardare la Germania. Per noi sarebbe stato impossibile fare a meno della presa di Roma. Questo sarebbe stato considerato da tutti i punti di vista una disfatta schiacciante e il Parlamento inglese non ne avrebbe tollerata l’idea neanche per un minuto. ” Cfr. Ibidem, Vol.10o, p. 28.

[20] Cfr. Vol. I, 27 settembre 1943, p.97.

[21] op.cit., pp.130-145.

[22] Cfr. I piccoli maestri, Milano B.U.R. 2006, pp.21-28.

[23] Cfr. C.Pavone, Una guerra civile. Saggio sulla moralità nella Resistenza, Torino Bollati Boringhieri 1991, p.19.

[24] Cfr. Sant’Anna di Stazzema. Storia di una strage. Bologna il Mulino 2008,p.89.

[25] Cfr.R.Cdorna, La riscossa, a cura di M.Brignoli, Torino Bietti 1976, p.123. Il Cadorna si era recato a Milano senza alcun mandato ufficiale nel Dicembre 1943, verosimilmente per contatti informali con il CLNAI, e vi ritornò nell’agosto 1944 inviato dal governo Bonomi in qualità di consigliere militare del CLNAI, come richiesto dal CLNAI, e di Comandante unico delle forze partigiane, Il Corpo Volontari della Libertà, se il CLNAI avesse ciò accettato, il che avvenne solo il 28 febbraio 1945. Cfr.Atti del Comando Generale del Corpo Volontari della Libertà (Giugno 1944-Aprile 1945) a cura di G.Rochat, Milano Franco Angeli 1972, p.27.

[26] Deduciamo ciò da una lettera indirizzata il 23 agosto 1943 a I. Bonomi dal giornalista Guido Buggelli, nella quale si fa il nome del podestà di Udine, Pier Arrigo Barnaba, il quale viene presentato come “specialmente apprezzato nell’ambiente degli Alpini in congedo essendo la personalità rappresentativa dell’8° reggimento.” Nella sua lettera il Buggelli suggeriva a Bonomi di rivolgersi a Badoglio perché al Barnaba, essendo questi una personalità molto apprezzata a Udine “a causa del suo disinteresse e della sua costante opera a favore degli umili”, fosse affidato l’incarico di promuovere una iniziativa di conciliazione e di risarcimento nei confronti della popolazione slava del Friuli. Dalla lettera risulta la temperie nella quale quel reggimento, con gli altri militari e i civili della zona, avevano vissuto fino all’8 settembre. Così il Buggelli a Bonomi: ”La situazione al confine orientale è, secondo me, politicamente molto più grave e pericolosa che non in Sicilia. Se nelle provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola (e non parliamo dell’infelicissima Zara) non c’è ancora l’occupazione militare nemica, certo esiste verso di esse, nei propositi del nemico, il proposito di mutilarle a nostro danno venendo così a crearsi una situazione molto dolorosa per l’elemento italiano di quelle regioni, e seminando fatalmente la pianta di un futuro irredentismo. Il problema delle popolazioni allogene e italiane nella zona orientale di confine, è essenzialmente un problema di educazione politica e civile . In molte zone non è possibile fare un taglio netto tra le due stirpi onde è fatale che se non convivono pacificamente concordi una debba iniquamente soverchiare l’altra. L’Italia del tempo di prima, che spero stia per ritornare, aveva felicemente risolto la difficoltà secondo i concetti enunciati da Giuseppe Mazzini; Quintino Sella, Commissario straordinario del Re per il Friuli assicurava agli slavi di quei distretti, già benemeriti del nostro Risorgimento, la possibilità di vivere in pace parlando la loro lingua e praticando i loro costumi. Così si giunse alla guerra contro gli imperi centrali, guerra nella quale gli slavi del Friuli si prodigarono. La politica di intesa con le popolazioni slave venne riconfermata a Rapallo da Giolitti, Sforza, Bonomi, Badoglio. Il sopraggiungere del fascismo rovesciò la situazione tutto a danno dell’Italia. In quei disgraziati paesi si ebbero violenze inaudite sistematiche, materiali e morali, dall’assassinio al cambiamento d’autorità dei cognomi. Le atrocità aumentarono in modo inimmaginabile in questi ultimi tre anni per opera di segretari politici e prefetti fascisti, autentici criminali. Attualmente l’ambiente è saturo di odio verso l’Italia e di vendette verso i colpevoli. Converrebbe […], prima ancora che la situazione internazionale peggiori ancora a nostro danno, che il Governo promovesse una rapida severa inchiesta sulle atrocità fasciste contro la gente slava: punisse esemplarmente i colpevoli: indennizzasse i danni che possono essere indennizzati.” Cfr. A.C.S., Carte Bonomi, Busta 3, E – IV – 31.

[27] Cfr. Vol. I, 27 settembre, p.99. Il “compagno Andrea” è il militante e dirigente comunista udinese Mario Lizzero (1913-1993), che era entrato in contatto con la resistenza slovena sin dall’ottobre del 1942. Fu Deputato dal 1963 al 1976. Cfr. Collotti E., Sandri R., Sessi F., Dizionario della Resistenza, vol.II, Torino Einaudi 2001, p.570.

[28] Cfr. Vol. I, 9 ottobre 1943, p.104

[29] Cfr. Vol. I, p.107, 10ottobre 1943.

[30] Renzo De Felice definisce il Piemonte e il Veneto (includendovi per brevità, crediamo, il Friuli e la Venezia Giulia) regioni leader della resistenza sia per la loro conformazione geografica sia per la numerosa presenza di militari nei rispettivi territori: in Veneto a datare, sin dalla Guerra dell’Asse, dalla vicinanza del fronte di guerra antijugoslavo e in Piemonte per lo sbandamento della IV armata. Cfr. Mussolini l’alleato, Vol.II, cit., 3° cap.

[31] Cfr. C.Vallauri, op.cit. pp.131-145.

[32] Cfr. Vol. I, pp.105-106, 10 ottobre 1943. Il documento “è con ogni probabilità indirizzato allo Ufficio di organizzazione [del Partito]”. “ La loro posizione è sempre quella di ‘attendere’ ora che i tedeschi ci lasciano lavorare un po’ tranquilli, colpire solo i fascisti e le spie. […] Tutta la preoccupazione del Comitato militare è quella dell’organizzazione delle forze, cioè del vecchio esercito di Badoglio, […] vengono elaborati progetti per il momento opportuno; si parte di qui, si arriva di là, si stabilisce una linea di resistenza su, giù eccetera”. Il Comitato militare citato è quello del CLN della Regione Piemonte.

[33] Ibidem, p.105.

[34] Cfr. Vol. II, p.15.

[35] O.Wievorka, Un’eccezione francese? La Resistenza in Francia durante gli anni bui (1940-1944), in Ricerche di Storia politica, V, 1, marzo 2002, p.64. Si veda anche Ch. De Gaulle, Mèmoires de guerre, L’Appel (1940-1942) Paris Plon, 1954, p.284.

[36]  Cfr. Archivio del Partito Comunista Italiano, Fondazione Istituto Gramsci, Roma, Verbale della Direzione del Partito in data 17 gennaio 1945.

[37] Longo, Luigi, 1900-1980; Ispettore generale delle Brigate internazionali in Spagna; comandante delle Brigate Garibaldi e vicecomandante del Cvl [Corpo Volontari della Libertà] nella guerra di liberazione italiana, segretario del PCI dall’agosto 1964 al marzo 1972, poi presidente del Partito. Cfr. Dizionario della Resistenza, a cura di E.Collotti, R.Sandri, F.Sessi, cit., vol.IIo, p.571.

[38] Giuseppe [?] Alberganti, all’epoca giovane dirigente del Partito.

[39]  Sereni Emilio, 1907-1977, di famiglia ebraica. Studioso del marxismo fin dagli anni del liceo, costituisce una cellula comunista clandestina a Napoli nel 1929. A Parigi nel 1930 incontra Togliatti; rientrato in Italia è arrestato, processato e condannato a 15 anni di carcere, dei quali sconta cinque; emigrato in Francia si mette a disposizione del Partito comunista, all’interno del quale ha una vita tormentata. Nel 1941 a Tolosa prende contatto con l’ambiente antifascista italiano. Arrestato in Francia nel 1943, fu liberato a Torino nel 1944; insieme a Luigi Longo rappresentò il PCI nel CLNAI a Milano. Dopo la guerra ebbe vari incarichi nel Partito e nel governo. Fu considerato uno dei maggiori conoscitori dei problemi della storia e dell’economia delle campagne in Italia. Fu parlamentare fino al 1972. Cfr: Dizionario della Resistenza, Vol:IIo, cit.,pp. 642-643.

[40] Gillo Pontecorvo, futuro noto regista cinematografico, all’epoca membro della Commissione giovanile del Partito.

[41] Amendola, Giorgio (1907-1980). Figlio dell’eminente politico liberale Giovanni, maturò la sua adesione al Partito comunista a Napoli nel 1929, dove si laureò in legge. Condannato a cinque anni di confino in Italia e emigrato clandestinamente in Francia nel 1937, rientrò clandestinamente in Italia nel 1943; durante l’occupazione tedesca  a Roma con Mauro Scoccimarro rappresentò il PCI nel Comitato Centrale di Liberazione Nazionale e nel Comitato militare ad esso collegato. Nel maggio 1944 si recò a Milano e svolse attività si ispezione nell’ambito del Comando Generale delle Brigate Garibaldi. Dopo la Liberazione fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel governo Parri e nel primo governo De Gasperi . Fu tra i massimi dirigenti comunisti nel dopoguerra e nei decenni successivi. Cfr. Ibidem, pp.478-479.

[42] Gian Carlo Pajetta (1911-1990), entrato nella Direzione del P.C.I. al momento della liberazione, dopo una lunga carriera di militante comunista  iniziata sin dall’adolescenza, di militanza all’estero in seguito ad un espatrio clandestino, in seguito incarcerato in Italia dal regime fascista per dieci anni e tre mesi, membro del comando generale delle Brigate Garibaldi durante la resistenza nonché membro della delegazione del C.L.N.A.I. e del C.V.L: che a Roma nel dicembre 1945 stipulò con gli Alleati gli accordi che consentirono consistenti aiuti finanziari alla resistenza. Cfr.Ibidem, pp.605-606.

[43] Archivio del Partito Comunista Italiano, Fondazione Gramsci, Roma, Verbale della Riunione tenuta presso la Direzione Nord del Partito l’8 giugno 1945.

[44] Cfr.Vol. I, p.95.

[45] Cfr. R.Cadorna, op.cit. p.124: “In particolare i comunisti andavano a caccia di elementi di loro fiducia, che, cioè, senza intralciare le loro direttive politiche, servissero a disciplinare, a perfezionare tecnicamente le formazioni e a esercitare la loro autorità sugli elementi provenienti dall’esercito regolare.” “Preziosi sono gli ufficiali effettivi, che le formazioni partigiane si contendono, ma non hanno esperienza di guerriglia, a meno che non abbiano combattuto nei paesi balcanici”: così M. Cavaglion in “La resistenza spiegata a mia figlia”, s.l. L’ancora del Mediterraneo, 2005 p.66; Idem, stesso titolo, ed. nuova ed. ampliata, Roma Napoli L’ancora del Mediterraneo 2008, p. 78.

[46] Ivi, p.98.

[47] Ivi, p.99.

[48] Ivi, p.94.

[49] Si veda la nota n.15.

[50] Ivi.

[51] Ivi, pp. 96-97.

[52] Le formazioni G.L. erano quelle del Partito d’Azione.

[53] Cfr.R.Cadorna, op.cit., pp.154,155.

[54] Ivi, p.120.

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