L’horror vacui del Mercato Monti

A Roma in via Leonina 46 nel Rione Monti, ogni fine settimana da circa 3 anni si svolge il Mercato Monti, noto al pubblico romano più modaiolo ed ai curiosi di ogni età.
Il Mercato Monti non è un vero Mercato, di quelli all’aperto e con le bancarelle. È definito “Urban Market”. È la storia di arte, creatività, estro ed ingegno di decine di giovani che si susseguono ed alternano all’interno di uno spazio, che non è solo un luogo di ritrovo per lo shopping trendy e unconventional, ma è molto di più: è il segno di una città che sa dare valore all’artigianalità, che crede nell’handmade e sa supportarlo.

Questo è ciò che si direbbe per una buona pubblicità del luogo.
La verità, la mia quantomeno, ha tutt’altro sapore.
Il Mercato Monti è un crogiolo di vacuità e velleitarismi ingiustificati di varia natura, venduti a caro prezzo.
A partire del suo organizzatore fino a scendere alla manovalanza dei piccoli aiutanti di Babbo Natali in divisa hipster, il Mercato Monti non è affatto ciò che vorrebbe essere o almeno sembrare. Non è per tutti, non è aperto a tutti.
Non concede le medesime possibilità di esposizione della merce e di visibilità a chiunque desideri affittare un banco, ipoteticamente a parità di somma di denaro sborsata (268,40€ per due giorni), poi chissà.
Il Mercato Monti, come ormai troppe iniziative di questa città provinciale, è un ritrovo di compagni di merende hipster e signorotte del Rione con molto tempo a propria disposizione impiegato a dar forma ad oggetti di dubbio gusto, ma che avranno la meglio sui nuovi arrivati grazie alla complicità del facinoroso organizzatore che è, per sua stessa definizione: dj, orafo e fashion designer tutto nello stesso minuto.
È la mano che impone, con linguaggio ed incedere che non esagero a definire mafiosi, il trend di cosa dovrà essere venduto ed esposto, senza rinunciare a dispensare ai partecipanti consigli non richiesti al solo scopo di mortificarne le intenzioni e diminuirne introiti e quel poco di entusiasmo che si possa avere a lavorare anche il sabato e la domenica, magari arrivando da altre città d’Italia, carichi di prodotti di artigianato di alta qualità, sacrificati dal suddetto che si riserva in sede, e solo DOPO aver ricevuto lauto bonifico bancario, in nome di un arbitrario quanto ignorante: “secondo me è dozzinale e non è fatto a mano”.

Il Mercato Monti, punto di aggregazione di un pubblico che vive la propria vita come se si sentisse perennemente in vetrina, è una tribù di antropofagi che si passano la mano sulla spalla e si ucciderebbero l’un l’altro. Tutto al ritmo “tunz tunz” di musica, baffi, risvoltini, biciclette, cappelli, tatuaggi di ancore su dito indice, oche maschi e oche femmine, che può lasciarti dentro una sensazione di horror vacui alla quale sconsiglio di avvicinarsi senza essersi precedentemente muniti di trecce d’aglio e cornetti scaramantici benedetti da San Gennaro.

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