lunedì, 9 20 Dicembre19

“Lo Spirito d’ Assisi” e le Crociate

FRANCESCO D’ASSISI e il  SULTANO AL-MALIK AL-KAMIL

Un incontro nel segno della cortesia

a cura di Padre RINALDO CORDOVANI   

L’episodio dell’incontro di Francesco d’Assisi con il Sultano al-Malik al-Kamil a Damietta nell’autunno 1219 è raccontato dalle fonti francescane con una certa abbondanza di particolari, molti dei quali la critica storica considera aggiunte dalla pietas e dallo stile delle biografie contemporanee ad esse.

1 – Fonti francescane

Tommaso da Celano  nella Vita prima scrive che per il desiderio del martirio si recò in Siria e nell’infuriare della battaglia, con un compagno si avviò verso il campo nemico, catturato dai “sicari”che lo maltrattarono, “sebbene investito dall’odio brutale di molti, venne accolto dal Sultano con grande onore, lo ascoltava volentieri con grande stupore e lo riempiva di doni, che il santo rifiutò con lo stupore del Sultano”. Il biografo non dice altro, se non che  “il Signore non concedeva il compimento del desiderio del santo”.

Nella Vita seconda si limita a dire che il santo era presente a Damietta con alcuni compagni che avevano attraversato il mare  “desiderosi del martirio”, e che fu preso da profonda compassione per la sconfitta e la carneficina che lui aveva inutilmente predetto. Anche in questa seconda vita non accenna al ritorno. Accentua, invece, il desiderio di martirio a scapito del contenuto dell’incontro, che, lo sottolinea ripetutamente, avvenne con piena sintonia dei due. Le stesse sottolineature di cortesia alla quale è improntato l’incontro sono presenti nella Legenda Maior di Bonaventura da Bagnoregio, che la scrisse su commissione del Capitolo generale del 1260, terminata nel 1663 e confermata unica ufficiale dal Capitolo generale di Parigi nel 1266. Bonaventura scrive: “L’ardore della carità lo spingeva al martirio: sicché ancora una terza volta tentò di partire verso i paesi infedeli per diffondere, con l’effusione del  proprio sangue, la fede nella Trinità. A tredici anni dalla sua conversione, partì verso le regioni della Siria” con frate Illuminato.

Elementi caratteristici del racconto di Bonaventura sono il desiderio del martirio unito al desiderio di annunciare il Vangelo, l’incontro con due pecorelle lungo il viaggio, l’incontro con i soldati che lo maltrattarono e incatenarono, l’indagine del Sultano su da chi fossero inviati. “Francesco rispose che era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo”.

 A lui s’ispirò Dante Alighieri per il canto XI, (100-105) del Paradiso: “ E poi che, per la sete del martiro/, ne la presenza del Soldan superba/ predicò Cristo e li latri ch’el seguiro, e per trovare a conversion acerba/ troppo la gente e per non stare indarno/, redissi al frutto de l’italica erba”…

 2 – Fonti extrafrancescane

 Tra le fonti non francescane è particolarmente significativa quella di Giacomo da Vitry, nella lettera informativa ad Onorio III nel 1220, sulla presa di Damietta, è il primo che dà la notizia dell’incontro di Francesco con il Sultano (ff.2212) al-Malik al-Kamil … “Il maestro di questi frati, cioè il fondatore di questo Ordine, venuto presso il nostro esercito, acceso dallo zelo per la fede, non ebbe timore di portarsi in mezzo all’esercito dei nostri nemici e per molti giorni predicò ai Saraceni la parola di Dio, ma senza molto frutto. Ma il Sultano, re dell’Egitto, lo pregò  in segreto, di supplicare per lui il Signore perché potesse, dietro divina ispirazione, aderire a quella religione che più piacesse a Dio.

Nel 1219 iniziò a scrivere la Historia Occidentalis, una storia della Terra Santa dall’avvento dell’Islam alle crociate. Afferma di aver conosciuto Francesco d’Assisi e in poche e rapide pennellate ce ne trasmette quasi il ritratto. La sua narrazione  probabilmente è stata scritta prima della disfatta dei crociati a Damietta, avvenuta l’8 settembre 1221.

Ecco il suo racconto: “Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore di questo Ordine, al quale obbediscono tutti gli altri come superiore generale: un uomo semplice e illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, di nome Francesco. Egli era pieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto all’esercito cristiano, accampato davanti a Damietta, in terra d’Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo dello scudo della fede, nell’accampamento del Sultano d’Egitto. Ai Saraceni che l’avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, egli replicava: “Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro signore”. Quando gli fu portato davanti, osservando l’aspetto di quell’uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo Signore davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire dall’efficacia delle sue parole e passasse all’esercito cristiano, lo fece ricondurre, con onore e protezione nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: “prega per me, perché Dio si degni mostrami quale legge e fede gli è più gradita. Va anche aggiunto che i Saraceni tutti stanno ad ascoltare i predetti frati minori mentre liberamente annunziano la fede di Cristo e la dottrina evangelica, ma solo fino a quando, nella loro predicazione, incominciano a contraddire apertamente a Maometto come ingannatore e perfido”.

A differenza delle fonti francescane, la notizia è essenziale. Giacomo è l’unico che riporta la dichiarazione della su identità cristiana e la richiesta di essere condotto davanti al Sultano.(Sono cristiano, conducetemi dal vostro Signore). (La risposta in San Bonaventura riguarda l’autorità di chi invia (Dio altissimo), non l’autenticità della persona).

Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio, nonché “I Fioretti” aggiungono particolari che la critica storica attribuisce più alla devotio che alla cronaca o alla storia, quali i maltrattamenti, i lunghi discorsi e soprattutto l’ordalia. Risulta invece credibile il particolare omesso da Giacomo, cioè che Francesco sia andato dal Sultano accompagnato almeno da frate Illuminato, che forse conosceva l’arabo, o da un interprete. Manca in questo testo l’aspetto su cui insistono di più le fonti francescane: la sete del martirio. Francesco sarebbe andato tra i Saraceni con la speranza di guadagnarsi la corona del martire a motivo della fede, titolo riconosciuto ai crociati che morivano combattendo per la conquista dei luoghi santi.

 Francesco, semplice e illetterato, secondo le altre fonti, va munito solo dello scudo della fede e si dichiara apertamente: “Sono cristiano; conducetemi davanti al vostro signore. Il vescovo Giacomo scrive che il Sultano cambiò atteggiamento e comportamento – avrebbe dovuto farlo uccidere – osservando l’aspetto di Francesco. E qui aggiunge una sua valutazione sul Sultano: lo chiama “bestia crudele”.  Giudizio non suo, ma del suo tempo sui saraceni. Con questi termini e peggiori anche, si esprimono i Papi e i predicatori, il Concilio lateranense IV (1215).

                  3 – La quinta crociata

 La quinta crociata fu indetta dal Concilio lateranense IV nella seduta del 14 dicembre 1215 con queste espressioni: Desiderando ardentemente liberare la Terra Santa dalle mani degli empi, col consiglio di uomini prudenti, che conoscono perfettamente le circostanze di tempo e di luogo, e con l’approvazione del santo concilio, stabiliamo che i crociati si preparino in modo che quelli che intendono fare il viaggio per mare, il primo giugno dell’anno prossimo si radunino nel regno di Sicilia: alcuni, a seconda della necessità e della opportunità, a Brindisi, altri a Messina, e dintorni. Qui abbiamo pensato di venire personalmente, allora, anche noi, se Dio vorrà, perché col nostro consiglio e col nostro aiuto l’esercito cristiano venga salutarmente ordinato e possa partire con la benedizione divina ed apostolica”.

Di fatto, per molteplici motivi, compresa l’esitazione dell’Imperatore Federico II, la crociata partì, anziché il primo giugno 1216, nella primavera del 1217.crociate

 4 – La Campagna d’Egitto

La flotta dei crociati, guidati da Giovanni di Brienne, giunse a Damietta, porto egiziano sul Mediterraneo, e il 29 maggio 1218 la cinse d’assedio.Fin dall’inizio delle operazioni militari nacque il dissidio tra Giovanni di Brienne e Pelagio, il legato pontificio, aggregatosi da poco alla crociata. Si oppose all’annessione al regno di Gerusalemme delle terre egiziane eventualmente conquistate.  Era contrario ad ogni trattativa col nemico, convinto che il solo modo di tornare nei luoghi santi fosse la guerra ad oltranza.

La guarnigione saracena di Damietta, indebolita dalla dissenteria e da altre epidemie, opponeva una resistenza sempre più debole agli assalti crociati; grazie ai mangani dei Cavalieri Ospitalieri (di Rodi e di Malta) che martellarono le mura, il 5 novembre 1219 Damietta fu conquistata dai crociati e al-Malik al-Kāmil riparò alla fortezza di ManṣūraFrancesco aveva tentato già due volte di andare tra i saraceni: nel 1212 s’imbarcò per recarsi in Siria a “predicare la fede e la penitenza ai Saraceni” ma  i venti contrari lo spinsero verso la Dalmazia. Imbarcatosi di nascosto su una nave, raggiunse Ancona per tornare ad Assisi.

Tra il 1213-1214 partì per recarsi in Marocco attraverso la Spagna per incontrare il califfo Mohammed ben Nasser, ma dovette tornare in Italia a causa di una malattia. Ci riuscì col terzo tentativo durante la quinta crociata. Partì da Ancona il 24 giugno 1219, raggiunse Acri e poi il porto di Damietta in Egitto, dove l’esercito dei cristiani era schierato contro quello dei Saraceni, sotto il comando del Sultano al Malik al-Kamil. Nell’autunno dello stesso anno, in un momento di tregua, chiese al cardinale legato Pelagio, l’autorizzazione ad incontrare, con un suo compagno, frate Illuminato, il Sultano. Il Cardinale lo concesse dopo molte esitazioni, con la clausola che andasse a proprio rischio e pericolo. Infatti, secondo il racconto di Ernoul, il principale continuatore della cronaca di Guglielmo di Tiro, alla richiesta di Francesco e del suo compagno di “andare a predicare al Sultano col suo beneplacito”, rispose che non lo avrebbe mai concesso, perché era certo che sarebbero stati uccisi. “Ma essi risposero che, se ci andavano, lui non ne avrebbe avuto nessuna colpa, perché non era lui che li mandava, ma semplicemente che permetteva che vi andassero”. “Infine, il cardinale disse che potevano pure andare, se lo volevano, ma che non si pensasse da nessuno che era lui a inviarli”.

 5 – I protagonisti dell’incontro

 Francesco d’Assisi (1181-1226) è cresciuto con la mamma, provenzale, la terra dei trovatori, dei cantori, dei poeti. E così la sua giovinezza fu un vortice di idealità favorite dal padre e seguite dalla madre con trepidazione. Era “il re delle feste”. Ebbe il suo cavallo e la sua armatura, e cantava la bellezza della vita e le imprese dei cavalieri della Tavola rotonda: uno splendido giovane ricco che otteneva tutto da suo padre,ma aveva l’animo gentile, poetico e cortese della madre.

Le fonti biografiche narrano le ambizioni di Pietro di  Bernardone per questo figlio infatuato dell’ideologia dei cavalieri medievali e della cortesia dei trovatori.  Bonaventura da Bagnoregio, nella biografia ufficiale del santo  scrive: “Per indole era gentile nel comportamento e nel conversare… A nessuno rivolgeva parole ingiuriose”.

 Le sue prime imprese sono di tipo militare. Probabilmente fu tra i combattenti del Comune di Assisi nella guerra civile tra popolo e borghesia nel 1200, appena ventenne. Nel 1202 prese parte alla guerra tra Assisi e Perugia (1202-1209), dove si era rifugiata la maggior parte della nobiltà di Assisi. Nella battaglia ci Collestrada (1202) fu fatto prigioniero dai perugini e messo in carcere per un anno, durante il quale cercò di sollevare dalla tristezza i prigionieri come lui, con i suoi canti e il suo carattere pieno di futuro. Uscì dalla prigione in pessime condizioni di salute. Rimessosi discretamente in salute, sul finire del 1204/primavera del 1205, riprende le armi e parte per andare a combattere con Gualtiero di Brienne.

Era stato un sogno a farlo decidere di nuovo per le armi: un grande palazzo pieno di armi contrassegnate  con la Croce di Cristo, una voce lo assicurò che erano tutte destinate a lui e ai suoi cavalieri. Ma arrivato a Spoleto, nella notte una voce gli spiegò che la visione si riferiva non alla guerra, ma ad una missione particolare da realizzarsi da lui e dai suoi seguaci. Tornò subito ad Assisi, dove ebbe l’incontro con un lebbroso. Era a cavallo, il lebbroso gli porse la mano per l’elemosina, Francesco balzò giù, gli diede il denaro e lo baciò.

Dopo la rivelazione di dover vivere secondo il Vangelo, attorno a lui si riunì un piccolo gruppo di compagni che Francesco inviò a predicare, dicendo loro: “Andate, annunciate agli uomini la pace; siate pazienti nelle tribolazioni, vigilanti nella preghiera, forti nelle fatiche, modesti nel parlare, gravi nel comportamento e grati nei benefici”. E’ questo il vademecum della predicazione francescana. Lo stemma francescano è costituito da due braccia incrociate: quella di Cristo nuda e quella di Francesco vestita. Nel resto sono uguali, anche nelle mani bucate. Di lui conosciamo un po’ tutto, tutti.

Al-Malik al-Kamil (1180-1238, Sultano dal 1218) aveva la stesa età di Francesco ed era diventato Sultano d’Egitto appena da un anno. Quando aveva 12 anni era stato nominato cavaliere da Riccardo Cuor di Leone nell’assedio di Acri (luglio 1191). Succedette al padre al-‘Ādil nel 1218, quando si era già iniziato l’attacco della quinta crociata all’Egitto, che condusse alla presa di Damiata (novembre 1219). Per due anni, durante i quali ebbe luogo la visita di Francesco, al Malik al-Kāmil strinse di un tenace blocco le forze cristiane sul Delta, e ottenne infine nel 1221 la loro evacuazione. Nel 1228 cedette a Federico II sbarcato in Terra Santa, Gerusalemme e una striscia di territorio verso Giaffa, una concessione affatto condivisa da altri musulmani, anche se di breve durata. Morì nel 1238.

Più che le parole, è la persona di Francesco e il suo comportamento che creano il clima dell’incontro. Francesco non va contro o dai saraceni, ma va tra i saraceni. Ad incontrarli e fermarsi con loro.

Giacomo da Vitry scrive che osservando l’aspetto di quell’uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione. Il Celano scrive che il Sultano accolse Francesco “con grande onore;  era molto commosso dalle sue parole e lo ascoltava molto volentieri”. Bonaventura scrive che il Sultano lo ascoltò volentieri e lo pregava vivamente di restare presso di lui. Giacomo da Vitry arriva a scrivere: Lo fece ricondurre, con onore e protezione, nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita.

Oliviero di Colonia, sacerdote al seguito del Legato papale Pelagio, nella lettera scritta al Sultano al-Malik al-Kamil nella quale chiede la liberazione dei prigionieri, di cui anch’egli faceva parte, e la restituzione di Gerusalemme, si legge: “Mai avevo sentito raccontare che i vostri prigionieri, tra la moltitudine dei nemici, fossero trattati così benignamente. Quando il Signore ha permesso che noi cadessimo nelle vostre mani, non abbiamo incontrato un tiranno, né un padrone; voi siete stato per noi un padre con i vostri benefici, un sostegno nei nostri pericoli, un amico dei nostri generali, e avete avuto pazienza ammirevole di fronte alle nostre insolenze”.

6 – Le suggestioni della storiografia recente  

 Già agli inizi del secolo scorso la cultura, influenzata dal tardo romanticismo e simbolismo,riscopre l’episodio dell’incontro di Francesco col Sultano soprattutto attraverso le fonti francescane. Gustavo Doré incide  Francesco e il Sultano per la storia delle crociate di Michaud. Paul Sabatier, protestante, instaura una fortunata contrapposizione tra l’atteggiamento di Francesco e le crociate violente, corrotte,ma eroiche. Il danese convertio Johannes Jorgensen riprende le idee del Sabatier con un approccio estetico-letterario e spirituale, affermando che il massacro compiuto dai cristiani presso Damietta avrebbe disgustato Francesco che lasciò il campo per andare pellegrino nei luoghi santi, dove avrebbe celebrato il Natale a Betlem,l’Annunciazione a Nazaret e la Pasqua a Gerusalemme. In seguito altri studiosi francescani scrivono della visita ai Luoghi santi  visitati da Francesco con un salvacondotto del Sultano con un percorso che gli fa attraversare il deserto sulle orme della Sacra Famiglia, la salita al monte degli ulivi, la visita al Santo sepolcro, fino alla donazione del Cenacolo su cui sarebbe stato fondato il primo convento

La storiografia francescana recente ha riesaminato criticamente l’episodio. L’interpretazione del rapporto tra Francesco, l’Islam e le crociate è ancora oggi oggetto di discussione. Alcuni vi vedono come un sostegno alle crociate e altri come una sconfessione. Il francescano Gwenolé Jousset, che vive ad Istanbul, è del parere che Francesco ha incontrato il Sultano nella tregua tra la sconfitta del 29 agosto 1219 e la vittoria crociata del novembre dello stesso anno. Scopo dell’incontro era di predicare il vangelo personalmente al Sultano per convertire lui e i suoi soldati, o quanto meno sottomettersi per evitare inutili spargimenti di sangue. Il Sultano per alcuni giorni l’ascoltò, poi, per timore che qualcuno del suo esercito passasse a quello cristiano, comandò che fosse ricondotto al campo cristiano.

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 Che Francesco abbia subito violenze dai soldati o ottenuto doni preziosi da parte del Sultano fa parte delle leggende del tutto inattendibili, secondo l’iconografia del tempo. Francesco rimase a Damietta fin quando la città fu presa dai cristiani, dopo di che disgustato dalle violenze compiute dai crociati, fece ritorno in Italia. Aveva capito, proprio a Damietta che una guerra per motivi religiosi non avrebbe portato alcun frutto positivo.

 L’autore torna ripetutamente a dimostrare che Francesco non si presenta come inviato di qualche potere terreno o come crociato, ma come cristiano, con umiltà e semplicità disposto ad essere “sottomesso ad ogni creatura”. Alla domanda del Sultano su chi lo avesse mandato, “rispose che era stato inviato non da uomini, ma da Dio altissimo”(Leg. Maior, IX,8) separandosi così sia dai crociati sia dal Papa (soprattutto dal delegato papale). Allo stesso tempo rivaluta positivamente la personalità di al-Malek al-Kamil che accolse con onore Francesco e lo ascoltava volentieri. L’incontro sarebbe avvenuto all’insegna della cortesia e della ricerca sincera della verità. A conforto della sua tesi l’Autore riporta la frase del Corano: “Con le genti della Scrittura comportatevi nel modo seguente: intavolate con essi un dialogo in maniera di simpatica amicizia, non badate ai soliti che si allontanano, cattivi” (Corano, XXXIX, 46).

Chiara Frugoni, nei suoi ultimi studi conferma la sua convinzione che Francesco fosse contrario alla crociata e all’uso della forza contro gli “infedeli”. Inoltre, è sua convinzione che Francesco non andò alla crociata per desiderio di martirio, ma semplicemente per annunciare il vangelo anche ai “saraceni”, come era suo stile e sua abitudine. Non sfidò mai i sapienti musulmani davanti al Sultano, tantomeno propose la “prova del fuoco”. Non pensò nemmeno di contestare la crociata, ma propose di fatto una indicazione di una verità e di una pratica alternative alle armi e anche all’apologetica propagandistica.

Il libro della Frugoni ha ricevuto una lusinghiera recensione di Franco Cardini, professore ordinario di Storia medievale presso l’Università di Firenze, che nei suoi studi sulle crociate, le considera non come uno “scontro di civiltà” o come guerre di religione, ma un “pellegrinaggio armato” volto a mettere la Terra santa sotto il controllo politico dei singoli potenti cristiani; cristiani e musulmani si sono combattuti ma si sono anche alleati a seconda delle convenienze contingenti. Mancava, afferma, quindi nei due eserciti la percezione dell’esistenza di due schieramenti nettamente distinti in funzione delle divisioni religiose.

 7 – Ritorno in Italia e il silenzio di Francesco

Francesco tornò in Italia nella primavera/estate 1220 con una grave malattia agli occhi che lo condurrà quasi alla cecità già  nel 1223.

Non parlò mai di questa sua esperienza, nemmeno nel suo Testamento. Gli storici s’interrogano sul perché di questo silenzio. Delusione? Fallimento? Non aveva ottenuto né la conversione del Sultano, né il martirio. Era riuscito solo a testimoniare la sua fede: “Sono cristiano”, disse subito ai soldati che lo avevano catturato, come scrive San Bonaventura.  Giacomo da Vitry scrive che predicò ai Saraceni la parola di Dio, ma senza molto frutto. Ed aggiunge che il Sultano “lo ascoltava volentieri” e fu lui a farlo accompagnare al campo cristiano per timore che qualcuno dei suoi si convertisse alla fede cristiana.

Francesco, nonostante le sue giovanili esperienze militari, non si è mai interessato alla liberazione armata della Terra Santa. Aveva, invece, scoperto che la cortesia è una delle virtù di Dio, oltre che dei cavalieri e dei poeti.

 8 – Regola non bollata (1221)

Al suo rientro a Assisi trovò la sua comunità turbolenta e divisa. Avvertì la necessità di dare un normativa che orientasse i suoi frati, ormai cresciuti di numero.  Nasce a questa esigenza la così detta Regola non bollata (cioè non approvata ufficialmente) del 1221 nella quale si trova un chiaro riferimento alla sua esperienza “tra i saraceni”.

I frati che vanno tra i saraceni e altri infedeli possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amor di Dio e  confessino di essere cristiani. L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio, perché essi credano in Dio onnipotente Padre Figlio e Spirito Santo, creatore al  tutte le cose, e nel Figlio redentore e salvatore, e siano battezzati, e si facciano cristiani.. Queste ed altre cose che piaceranno al Signore possono dire ad essi…

 Questo testo così denso di vita, nella Regola bollata del 1223, al cap. XII è rimasto una eco giuridica e prudenziale: “Di coloro che vanno tra i saraceni ed altri infedeli, Quei frati che per divina ispirazione vorranno andare tra i saraceni e tra gli altri infedeli ne chiedano il permesso ai loro ministri provinciali. I ministri poi non concedano a nessuno il permesso di andare se non a quelli che riterranno idonei ad essere mandati.

Per Francesco la conquista non si fa con le armi (le crociate) o con le dispute ma con la testimonianza della vita e l’annuncio, se è il caso, nel rispetto e nel dialogo.  Franco Cardini, che tanto ha scritto e scrive sui rapporti tra cristiani e musulmani, si chiede di che cosa parlarono Francesco e il Sultano. E risponde: “Di Dio,naturalmente. Del Dio onnipotente, ch’è Allah clemente e misericordioso. Del Dio comune di ebrei, di cristiani e di musulmani. E di quel che Francesco, tornato in Italia, cercò di precisare nella sua Regula a proposito dei frati che vanno tra gli infedeli. Non attaccare nessuno, non polemizzare, ma restare umili e riservati testimoniando Gesù Cristo. Questa non è diplomazia,- scrive il Prof. – è misericordia

9 –  “Lo spirito di Assisi”

Sul finire del secolo scorso, l’incontro di Francesco col Sultano viene letto come proposta di dialogo interreligioso, quale fattore di pace.  Nascono così le marce della pace ad Assisi ideate da Aldo Capitini nel Benedetto-580x3331961 e gli incontri interreligiosi di Assisi iniziati da Giovanni Paolo II nel 1986, il quale inaugurò “lo spirito di Assisi” con l’incontro ecumenico del 27 ottobre 1986 in cui invitò ad Assisi i rappresentanti di tutte le religioni per pregare per la pace. Furono presenti 70 rappresentanti, convocati “insieme per pregare” (non “per pregare insieme”). Gli incontri successivi furono negli anni 1993, 2002, 2006. Negli ultimi decenni il dibattito su “Francesco e il Sultano” si colloca in quello molto più ampio di “Francesco e la pace”. Nell’incontro del 2011 (a 25 anni dal primo) Benedetto XVI disse: “La pace non si raggiunge con le armi né con il potere economico, politico o mediatico, la pace è opera di coscienze che si aprono alla verità e all’amore”.

Francesco d’Assisi lo aveva vissuto almeno nove secoli prima, nel contesto della così detta “Ferocia medievale”.

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