“Ma la divisa di un altro colore”

 Pietro Neglie – “Ma la divisa di un altro colore” –  Fazi editore  

L’interesse per questo romanzo, opera prima di narrativa, nasce certo dalla personalità dell’autore  (allievo di De Felice, docente di storia contemporanea presso l’Università di Trieste,  per cinque anni direttore della Fondazione “Giuseppe Di Vittorio”, autore di numerosi saggi tra cui si ricorda Fratelli in camicia nera. Comunisti e fascisti dal corporativismo alla Cgil 1928–1948, il Mulino, 1996) ma anche dal suo costituire un  tentativo di esprimere in forma letteraria e creativa i convincimenti derivanti dai proprii studi fondendoli con i ricordi di famiglia.

Lo schema narrativo si snoda intorno  delle vicende dei due protagonisti (Antonio, un contadino friulano che vuole prendere i voti e e Carlo, un elettricista romano assiduo frequentatore di un bordello) destinati a vivere insieme gli anni della trincea durante la prima guerra mondiale per poi separare i rispettivi percorsi. Il primo  diviene socialista, emigra in Francia, combatte  ormai comunista con le brigate internazionali in Spagna,si batte con la resistenza. Il secondo invece  aderisce al partito fascista,mette su numerosa famiglia, combatte in Spagna contro i repubblicani, aderisce  alla Repubblica Sociale Italiana. I due si ritroveranno a Roma a guerra finita e scopriranno che, al di là delle circostanze e delle scelte, un vincolo forte continua a  unirli.

 Vincolo forte  è l’esperienza della guerra: presagita, prima ancora che coinvolga la sua famiglia, dal padre di Antonio come  “quando ti vengono a chiamare e ti dicono di lasciare la campagna per andare ad ammazzare altri contadini come te, senza sapere bene perché”; è un vincolo forte vissuto da Carlo convinto  di non doversi mai affezionare “in trincea, mai entrare nelle vite altrui, nella loro storia” perché poi “sarebbe rimasto solo il vuoto dei ricordi e il dolore della perdita. Un vuoto  troppo vasto, profondo e nero da poter sopportare. Un lusso che non ci poteva permettere, in guerra. Dove stiparli tanti ricordi, tante vite, tante storie?”. La guerra invece così si presenta ad Antonio al momento del primo assalto “…centinaia di scarponi in movimento, elmetti rovesciati vicino a teste immobili, corpi offesi da ferite strazianti, tronchi umani, arti insanguinati, divise diventate vermiglie. E su tutto l’eco dei lamenti, dei pianti e delle invocazioni, mentre il crepitio delle armi non cessava”.

E la guerra rimarrà nelle vicende successive un fattore essenziale delle loro vite. Carlo, rientrato a Roma, si accorge che essa fa ancora “la differenza” nelle antiche amicizie, nella sue abitudini.” Aveva preso la tessera del partito. Non era un fanatico, ma la guerra gli aveva insegnato cose a cui prima non teneva tanto, un’idea di patria che aveva subito collimato con il suo senso dell’onore, della lealtà”

Antonio invece si trova nel proprio paese a confrontarsi con uno squadrismo agrario che nega alle radici le speranze  di un mondo contadino che dalla esperienza della guerra era convinto di aver conquistato il diritto alla  giustizia sociale e a una piena partecipazione civile.. Antonio sa che fra i fascisti ci sono suoi ex commilitoni ma per lui questi non erano riusciti al termine del conflitto  ad abbandonare “ la compagnia costante dell’idea della morte”,avevano “preso gusto a stare con le armi in mano,a vedere il sangue” non essendo “ capaci di tornare nelle loro case, nei loro uffici, nelle officine o nei campi.”

Antonio e Carlo sono quindi protagonisti ambedue “positivi” consapevoli infine ambedue che non si crea “una cosa giusta facendone una ingiusta. Non ottieni il bene facendo il male”.Eppure combattono la guerra civile di Spagna sui fronti contrapposti “entrambi sicuri di essere nel giusto e per questo disposti ad accettare, nonostante tutto,persone e comportamenti che ritenevano inappropriati per ciò che essi intendevano costruire”. E l’uno accetta la politica settaria, i processi agli anarchici, le “regole” non rispettate da chi le propagandava mentre l’altro aspetta la giustizia sociale, la socializzazione della proprietà e il conseguente uomo nuovo. L’accettazione fiduciosa  non li abbandona nemmeno al momento del crollo del regime né di fronte alla protervia dei compagni slavi che infoibano Maria, la donna di Antonio, nel quadro della pulizia etnica all’interno stesso delle formazioni partigiane.

Neglie, come già nel suo testo più noto, approfondendo  il tema complesso e difficile delle relazioni tra fascisti e comunisti, specie dopo il famoso appello togliattiano ai “Fratelli in camicia nera” che ha dato il titolo al libro, nell’ambito del sindacalismo del Regime e poi in quello dell’opera di reclutamento del PCI dei reduci fascisti nel dopoguerra, ha incentrato anche in questo romanzo l’attenzione sui loro  legami piuttosto che sulle  contrapposizioni, peraltro  non celate né minimizzate, Se nei due schieramenti esistono non solo coloro che strumentalizzano i sentimenti altrui a propri fini ma anche quelli che godono nel dare la morte e infliggere sofferenze (fucilando gli anarchici o sgozzando i fascisti repubblicani) la violenza e la tendenza al sopruso non sono una loro esclusiva. La descrizione  del trattamento riservato agli esuli repubblicani nei campi di raccolta gestiti dal governo francese sono occasione di pagine letterariamente assai incisive.

Quando ritrova Antonio, al termine del romanzo, a fronte delle espressioni del vecchio amico Carlo afferma di non voler  dimenticare la sconfitta perché vuole rammentarsi “ogni giorno chi sono stato, cosa ho fatto”  per una rivendicazione delle proprie scelte sul piano morale mentre Antonio è convinto “ che in questi due anni terribili di guerra civile aver indossato una divisa o l’altra spesso è stato solo frutto del caso. Il tuo nemico avrebbe potuto essere tuo amico in condizioni differenti, e i tuoi amici diventare nemici”.Si ripropone così il dilemma forse insolubile tra l’influenza del caso e quella della consapevolezza, che tanto ha appassionato negli ultimi decenni gli studiosi dei grandi conflitti intestini che hanno travagliato, nel corso della storia, tante popolazioni.

Maurizio BERGONZINI 

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