Nave Po

Nave ospedale Po. Silurata in Albania nel 1941, ora attrae turismo storico

La nave Po è tra le 12 navi ospedale italiane impiegate durante la seconda guerra mondiale. Esse espletarono più di 600 missioni, riportando in patria oltre 280 mila tra feriti, malati e profughi.

La nave ospedale Po fece, in meno di un anno, 14 missioni. 2.300 i feriti e i naufraghi portati in salvo, oltre 4.000 gli ammalati o infermi fatti rientrare dai fronti africano e greco.

La guerra è nell’aria

Dal 1938 era chiaro che l’Italia sarebbe, prima o poi, entrata in guerra. La dichiarazione del 10 giugno 1940 non sorprese alcuno. «Combattenti di terra, di mare e dell’aria! […] uomini e donne d’Italia, dell’Impero e del Regno d’Albania! Ascoltate! Un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili». Mussolini, 10.VI.1940.

Sarebbe stato necessario prepararsi a questa nuova guerra, cosa che non avvenne nella maniera auspicata. La Croce Rossa Italiana – grazie alla ormai consolidata organizzazione – si impegnò invece in tal senso così da poter disporre, al momento della dichiarazione di guerra, di personale preparato, materiali e mezzi.

Il 7 giugno giunse l’ordine di apprestamento alle unità CRI. Quando il 10 arrivò quello di mobilitazione tutto era pronto, tanto da permettere che – immediatamente, il giorno successivo – funzionassero tutte le unità.

Una flotta duramente colpita

La Po faceva parte delle 12 navi ospedale armate dalla Regia Marina militare già all’inizio del conflitto mondiale. Al termine dello stesso solamente 2 sopravvissero. 10 furono attaccate – la Po proditoriamente dagli aerosiluranti Swordfish angloamericani – in contrasto con quanto previsto dalle Convenzioni di Ginevra.

Il Diritto Internazionale Umanitario, difatti, ne prevedeva – come oggi – l’obbligo della tutela, nonché il rispetto da tutte le parti in conflitto. Con lo scafo i naufraghi, i feriti e malati a bordo, il personale sanitario imbarcato. Ai quali non deve essere fatto alcun atto di aggressione, e di cui nessuno può essere catturato.

Missione compiuta

Nel corso del conflitto le “navi bianche” effettueranno 623 missioni per riportare in Patria dalle zone di operazione. Assistendo e curando i militari feriti e ammalati nelle giornate di navigazione, portando fino agli ospedali territoriali un numero impressionante di militari, talvolta avvolti nella bandiera tricolore.

Si contarono 65.567 tra feriti e naufraghi, furono 215.693 le persone malate oggetto di cura.

A bordo

La nave ospedale Po venne iscritta nel naviglio ausiliario dello Stato nell’estate del 1940 dopo aver subìto sostanziali modifiche interne. Che dovevano renderla idonea al nuovo impiego, così da poter alloggiare sino a 862 persone. Questa suddivisione dei posti letto:

  • 619 per i degenti
  • 110 per membri del personale militare
  • 113 per i militarizzati

Si noti che, mentre tra il personale militare erano annoverate le Infermiere Volontarie della CRI – cui si chiedeva di mantenere, in qualsiasi evenienza, spirito forte e sereno, come si conveniva in quelle ore a tutte le donne italiane – tra i militarizzati vi erano infermiere di professione e assistenti sanitarie con il diploma di levatrice o specializzate in pediatria, utili in caso di trasporto di famiglie di coloni che rientravano in Patria a bordo della nave.

Purtroppo l’innalzamento del numero di ospiti non fu seguito dall’adeguamento del numero di scialuppe di salvataggio, predisposto per 607 persone. Furono tuttavia aggiunte zattere e numerosi galleggianti.

Lo scafo

Le fiancate dello scafo sono bianche, come le sovrastrutture. Una fascia verde interrotta da croci rosse corre sullo scafo, e croci rosse – segni protettivi previsti dalle Convenzioni di Ginevra – campeggiano sui fumaioli della nave, lunga 135 metri (contro i 272 della USNS Comfort, a New York City nel 2020, mostrata in due fotografie a confronto con la Po, in alto).

Trovano spazio al suo interno sale operatorie, gabinetti radiologici e batteriologici, ambulatori vari, locali igienici congrui, zone di isolamento, uno stabulario per le cavie oltre ad autoclavi di particolari capacità e dotazioni necessarie. Sono potenziati i mezzi radio e antincendio di bordo e il complesso dei mezzi di salvataggio e delle imbarcazioni a disposizione.

Che sia una buona notte

La nave ospedale Po viene affondata nella baia di Valona in una serata di chiarore lunare, mentre – in rada – attende il passare della notte per provvedere, appena fatto giorno, a un nuovo imbarco di feriti, ammalati e infermi da trasportare in Patria.

Sulla nave vi è pertanto solo il personale, 249 anime.

Alle 23.00 del 14 marzo 1941 buona parte dell’equipaggio si era già ritirato nelle cabine quando uno degli Swordfish saettante nel cielo sgancia un siluro, l’unico che ha in dotazione. Che colpisce con la forza di 730 chili il lato destro della nave ospedale.

Questa comincia a sbandare, viene così dato l’ordine di abbandono immediato. Delle scialuppe subito calate in acqua, una si rovescia: c’è panico tutt’intorno, tante le grida.

La nave Po affonda in 3 minuti e 46 secondi.

Attacco dal cielo

Il primo dispaccio segreto inviato da Supermarina a Superesercito è del 15 marzo 1941, certamente nella notte o alle primissime luci dell’alba. «Si comunica che alle ore 23:51 aerosiluranti hanno silurato la nave ospedale Po giunta in serata nella rada di Valona. La nave è affondata quasi immediatamente. Non c’erano feriti a bordo. Mezzi soccorso prontamente intervenuti hanno recuperato gran parte dell’equipaggio».

Segue comunicazione da Marialbania Durazzo a Supermarina alle ore 9.30 nella quale si informa che i dispersi sono 23.

Il Comando Marina dispone per l’immediato recupero delle salme, assorbite con la nave nei gorghi del mare.

Si noti che il numero effettivo dei morti e dispersi non è, ancor oggi, certo: documenti diversi propongono numeri differenti, da 21 a 23.

Diritto internazionale umanitario violato?

In una comunicazione desecretata di Supermarina del luglio 1940 si legge: “Le navi ospedale, quando sono nei porti del Regno e delle colonie devono osservare le norme previste per l’oscuramento”. L’affondamento della nave ospedale Po, resta controverso: l’imbarcazione non era infatti illuminata e perdeva pertanto il diritto esplicitato dalle Convenzioni di Ginevra di essere considerata neutrale.

Questa, probabilmente, fu la motivazione per cui gli aerei inglesi aprirono il fuoco, non potendo vedere le croci rosse di neutralità dipinte sui fumaioli.

Resta da chiarire se le luci fossero oscurate su diretta indicazione del Comando di Valona, per un guasto tecnico oppure per non illuminare, con il loro riverbero, le navi militari in rada nella stessa baia. Si temeva forse che l’individuazione della Po, in caso di attacco aereo, avrebbe comportato anche la localizzazione delle altre unità mercantili e militari ormeggiate nei paraggi.

La propaganda, anche se non accusò pubblicamente i britannici, non mancò di sottolineare con un certo risalto la morte di 21 membri dell’equipaggio.

Si cercò, per contro, di non reclamizzare – su ordine emanato dal capo del Governo – il nome, tra i naufraghi, di Edda Ciano Mussolini. Presenza invece subito diffusa da radio prora.

Historia magistra vitae

Il relitto della nave ospedale Po fu avvistato nel 2005 nella baia di fronte alla città di Valona, in Albania. A trovarlo alcuni membri della Iantd – International Association of Nitrox and Technical Divers in missione archeologica subacquea.

In tre lustri sono state fatte fotografie, riprese e numerose ricerche sui reperti acquisiti.

Oggi il Centro Laici Italiani per le Missioni – Celim, insieme a Vis, Cesvi e Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – Aics, intendono valorizzare il relitto nell’ambito del progetto NaturAlbania.

«Quella nave può diventare, insieme ad altri relitti, il punto di riferimento per un turismo storico. […] In essa sono racchiuse le storie personali di tante donne e uomini». Questi gli auspici di Manuel Castelletti, portavoce di CELIM.

Questo tesoro sommerso, ancora da scoprire, non è una mera attrazione turistica per mettere in luce il Paese delle Aquile. I ritrovamenti hanno dato e daranno vita a iniziative congiunte dell’Ambasciata d’Italia a Tirana, del Consolato Generale d’Italia a Valona e della Iantd volte a valorizzare il significato storico di quegli avvenimenti.

E onorare la memoria dei caduti.

 

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo di Tirana

 

Albania, DIU, Nave Ospedale Po, Seconda Guerra Mondiale, turismo storico


Chiara Francesca Caraffa

Impegnata da sempre nel sociale, è Manager del Terzo Settore in Italia, ove ricopre ruoli istituzionali in differenti Organizzazioni Non Profit. Collabora con ETS in Europa e negli Stati Uniti, dove promuove iniziative per la diffusione della consapevolezza dei diritti della persona, con particolare attenzione all'ambito socio-sanitario. Insegna all'International School of Europe (Milan), dove cura il modulo di Educazione alla salute. Cultrice di Storia della Medicina e della Croce Rossa Internazionale ed esperta di antiquariato, ha pubblicato diversi volumi per Silvana Editoriale e per FrancoAngeli.

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