mercoledì, 13 Novembre 2019

ATLANTROPA

 PROGETTO ATLANTROPA: un Muro alle Colonne d’Ercole – 
Le insostenibili ingerenze tedesche nelle cose d’Italia

 Raffaele Panico

La figura riportata è una didascalia di riferimento a un progetto italo-tedesco concepito negli anni tra il 1937 e il 1940, per la produzione di “energia bianca”, idroelettrica, in immensa quantità ricavata dalla chiusura con diga avveniristica del bacino del Mediterraneo allo Stretto di Gibilterra. Gli studi del progetto prevedevano l’abbassamento del livello marino stimato nei successivi 70-100 anni dalla realizzazione della diga faraonica, abbassato dai 100 ai 200 metri.

Le nuove terre guadagnate al “Mare Nostrum”, circa 650.000 kmq, desalinizzate nel corso degli anni, venivano poi messe a coltura per sfamare gli europei.
Nuove enormi estensioni di terre, un po’ come durante ultima glaciazione: quindi, nel Progetto Atlantropa, si cita la possibilità di sfamare l’intera Africa che, in verità, viene annessa all’Europa, chiusa con la diga tra le Colonne d’Ercole veniva di fatto unita all’Europa, divisa solo da un enorme lago semi-salato, nel Mezzo dei due continenti, e si sarebbe chiamato questo nuovo continente dalla Scandinavia al Sudafrica, Atlantropa. Erano gli anni in Italia della sfida all’Inghilterra, si cantavano canzoni sulla “fine dell’Inghilterra” che dall’oasi di Giarabub (Libia italiana) “comincerà”…

La “perfida Albione”, una volta chiuso lo Stretto di Gibilterra e il canale di Suez, la traditrice che si rimangiava i Trattati e aveva umiliato e affamato i tedeschi della repubblica di Weimar fino a portarli alla disperazione, e fatti confidare nel meschino tetro figuro di Adolf Hitler (come gli italiani lo vedevano nella seconda metà degli anni Trenta) veniva così l’Inghilterra messa fuori “combattimento” ora (cioè dopo il 1936) dal nuovo Impero di Roma, che giocava su più tavoli geopolitici, e in quanto potenza italiana questo Impero era figlio legittimo della potenza dei latini. Immaginazione elevatissima, ma anche ai nostri giorni molti giocano sui sogni di gloria, vanagloria.
E si sarebbe chiamato, il nuovo continente immaginato allora, Atlantropa, cioè un solo blocco un super continente affacciato sull’Atlantico e di derivazione antropica appunto, che volgeva lo sguardo sull’Atlantico alle Americhe e anche all’Antartico. Al blocco euroasiatico ex zarista e allora sovietico gli italiani eredi di Roma con i nuovi germani da addomesticare si costruivano un blocco Eurafrica che preferivano battezzare ATLANTROPA. La didascalia è tratta da un libro in lingua inglese, ma il progetto è riportato anche nella rivista “Cronache di Guerra” del 1940, l’edizione italiana è, più o meno, l’equivalente in Germania di “Signal”.
Gli italiani, lungimiranti e accorti però, nell’articolo dal titolo “Energia Bianca”, in parte approvano il megaprogetto, anche perché si chiudeva il Mare Nostrum all’Inghilterra che dai tempi della sconfitta dell’Invincibile Armada spagnola dominava mari e oceani, la cosiddetta potenza talattica per dirla alla Carlo Schmitt che nei secoli vedeva gli imperi scontrarsi tra quelli tellurici e talattici, potenze di terra e potenze di mare. Ma, con maggiore proiezione futura si avvedevano e polemizzavano, gli italiani verso i tedeschi (entrambi già convinti di aver la vittoria sicura nel conflitto in corso, siamo prima del 22 giugno 1941 attacco hitleriano all’Unione sovietica) per il loro Mare, chiuso e ridotto in meno di cento anni a un enorme lago semi-salato.

Nelle pagine invece de il “IX Maggio” dove con maggiore destrezza e autonomia di pensiero e vedute i giovani ricercatori italiani si adoperavano sugli sviluppi futuri dell’Impero italiano proclamato appunto il 9 maggio 1936, scrivevano interessanti saggi, opinioni visioni sul Mezzogiorno come Ponte di sviluppo, da costruire tramite Napoli capitale del Sud e porto dell’Impero italiano. Il “IX Maggio” era il migliore e all’avanguardia tra tutti i giornali editi dai GUF (Gruppi Universitari Fascisti) Nazionali.
Leggendo le pagine, l’idea che emerge e di sentirsi nel pieno del Ventesimo secolo, e tra tutti gli imperi della modernità gli iberici, portoghese e spagnolo, e l’inglese, l’olandese e il francese di tipo sfruttamento coloniale commerciale, l’ultimo arrivato aveva il vantaggio come nell’età industriale di non commettere gli errori degli altri, era ovviamente anche per sentimento di patria il miglior Impero tra la tipologia appunto “impero industriale”, e di popolamento e non di sfruttamento delle popolazioni autoctone, nel rispetto della natura grazie al lavoro delle famiglie numerose e laboriose italiane da sempre aperte all’integrazione.
Nella storia di lunga durata per dirla alla Fernand Braudel, troviamo infatti due grandi tipologie di imperi, l’Agricolo nell’età antica e l’Industriale. Mesopotamia-Egitto e il Romano, Madre questo di tutti gli Imperi ad Ovest e concettualmente modello per gli europei di entrambe le categorie tellurico e talattico per la definizione schmittiana. Tutti gli altri moderni imperi, dopo il medioevo dell’Europa occidentale “continentale”: Germanie, Boemia, Polonia Lituania e Ungheria; “peninsulare”: le Italie – al plurale nel senso che racchiude le tre aree la continentale al Nord, peninsulare al Centro Sud e l’insulare con le tre grandi Isole, la penisola Iberica, l’esagono francese, la penisola scandinava; infine “insulare” le isole Britanniche.
Con l’età moderna dalla caduta di Costantinopoli 1453 e la Pace di Lodi tra gli Stati italiani del 1454, l’apparizione della stampa di Gutemberg, l’età del re del Portogallo Enrico il Navigatore e le scoperte dei navigatori anzitutto italiani, i fratelli Verrazzano, Giovanni Caboto, Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucci e tanti altri, la tipologia impero diviene dapprima mercantile e poi industriale “olandese e inglese derivati dalle loro Compagnie delle Indie”, francese spagnolo portoghese e, nell’altra metà d’Europa, lo stesso impero russo zarista nasce a vocazione tellurica e spinge ad essere anche grande potenza marittima. Ebbene tutte le tipologie europee sono derivazioni del “Nostro antico romano impero”, che con l’ebbrezza di essere tornato sui Sette Colli di Roma, dopo secoli e secoli di storia con “sede vacante” imperiale venne per essere consumato in una guerra mondiale come disse Churchill giocata dagli italiani come un campionato mondiale di calcio.  

Il quindicinale il “IX Maggio” ha avuto un grande merito; ha formato veri italiani a guerra finita esponenti di primissimo piano nelle file dei partiti comunisti e socialisti, repubblicano e liberale e nelle file dei cattolici, ed anche giornalisti, scrittori poeti, quadri, dirigenti, Presidenti vari, e della Repubblica.

 

E grandi donne dell’Italia repubblicana, donne che ai primi degli anni Quaranta erano emancipate, con lo sport, la formazione culturale, il lavoro ben eseguito e tutelato, il paesaggio l’ambiente e l’igiene e l’educazione e firme letterarie di prim’ordine.

L’editoriale di Antonio Ghirelli sul “IX Maggio”, n° 7 del 10 settembre 1940, titola “La Nostra generazione”.
“Da Narvik a Massaua un vento di giovinezza vivifica un vecchio mondo già agonizzante sotto i detriti di un modo di vita ottantanovardo. La vittoria delle forze dell’Asse è proprio la vittoria dello spirito nuovo sull’ingombro asmatico e statico della più crassa opulenza: abbiamo vinto e vinceremo appunto perché noi e noi soli avevamo qualcosa da dire.” – Dopo il taglio basso dalla prima pagina conclude così Ghirelli in seconda: “Maturità politica e maturità sentimentale, in un fascio vibrante, sono le garenzie del nostro avvenire. E più in alto, suprema garenzia, l’Uomo cosmico e mediterraneo”. Concluderemo Noi italiani oggi, che abbiamo le idee più chiare col senno del poi: caro compagno Antonio Ghirelli hai visto giusto a dire la nuova frontiera cosmica, ma alla sovietica e sì cosmonautica, ma condivisa al sole del Nostro Mediterraneo! Queste cose gli italiani devono saperle e non è mai tardi condividerle!

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