A colloquio con Giuseppe Colombo sugli aspetti concreti della Settima Arte

UN PRODUTTORE CHE PRESERVA LE VARIABILI STRATEGICHE E IL CARATTERE D’INGEGNO CREATIVO DEI FILM DI POESIA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Mettere in pratica le variabili strategiche contemplate dagli esperti di economia dei beni artistici, in cui rientra a pieno titolo la cosiddetta fabbrica dei sogni, non è certo una passeggiata di salute. Il cinema, come parte integrante sia dell’industria culturale sia del settore dell’entertainment, impostosi all’attenzione dell’intero pianeta grazie alle prospettive finanziarie stabilite oltreoceano, resta un’arma a doppio taglio. 

Lo sa bene Giuseppe Colombo (nella foto con Dario Argento), produttore di versatile cultura, affezionato alle rilevanti dinamiche tra immagine e immaginazione in grado di cogliere l’aura contemplativa. Cara al pubblico più avvertito che all’ovvia impressionabilità delle masse privilegia il cortocircuito dell’autentica poesia.

Contemperare diktat commerciali ed esigenze autoriali richiede fulgide doti organizzative. Nella sana consapevolezza che il cinema resta una comunicazione che deve essere comunicata di nuovo nel momento in cui il film, inteso come un prodotto in tutto e per tutto, si posiziona nella mente dei potenziali acquirenti. Le fasi ex ante, in itinere ed ex post possono, per dirla come il sommo Dante, far tremare le vene e i polsi se la persona chiamata a sobbarcarsi la responsabilità dell’auspicabile boom, o del temuto fiasco, non sa ricavare vigore dalla massima di Vittorio Alfieri.

Giuseppe Colombo ha sempre fortissimamente voluto lasciare il segno sin dai tempi in cui riusciva a imprimere alla notizia il giusto peso informativo nelle vesti di giornalista del Corriere della Sera.

La giovinezza trascorsa nei cineclub di Genova, oltre a cementarne il gusto per i film capaci di cogliere l’aura contemplativa distinguendosi da quelli usa e getta, è servita a chiarirgli le idee. Per affrontare una carriera tanto rischiosa quanto affascinante.

Con la moglie Gabriella Giorgelli (insieme nella foto), musa di Bernardo Bertolucci nell’inobliabile La commare secca e dell’alfiere della commedia all’italiana, Mario Monicelli, nell’affresco storico in chiave dolceamara I compagni, formano una coppia sempre pronta alla battuta stemperante.

Le cene nella loro casa sulla Cassia, nella zona nord della Città Eterna, con il calore umano trasmesso dai quadri appesi alle pareti, che mandano in brodo di giuggiole i collezionisti a caccia di manifesti rari, sono scandite dall’inesauribile passione per la fabbrica dei sogni. Alla gioia di vivere dell’energica dolce metà corrisponde da par suo una signorile pacatezza.

Nondimeno, quando il bandolo della conversazione cade sulla questione delle sale d’essai, dei circuiti commerciali, sui prodotti di maggior riscontro popolare, disapprovati dagli spettatori ansiosi di apparire ricercati, sul “minimo comune denominatore stilistico” del settore, secondo anche Fabrizio Perretti, docente di Strategia Aziendale e di Economia della radio e della televisione presso l’Università Bocconi di Milano, per scongiurare il rischio d’insuccesso alle opere frutto dell’estro, lo sguardo s’illumina.

Argomentatore sagace, Giuseppe sa sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda dei critici cinematografici. Ne apprezza le doti argomentative. Dispositio ed elocutio fanno parte anche del suo eloquio. Incline a infarcire il discorso con una farmacopea di sapidi aneddoti per rendere partecipe l’ascoltatore tanto degli strumenti di fidelizzazione dei film chiamati oggi art-house quanto dello sforzo necessario ad affrontare certe criticità. Che non sono mai mancate. Né mai mancheranno. 

I trascorsi da attore – interpretando Theophile du Viau in Cartesio di Roberto Rossellini ma anche il galeotto Spartaco nello stracult Farfallon insieme a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia – lo hanno reso disincantato in merito alle dispute degli intellettuali sulla supremazia élitaria. Al pari di Giampiero Mughini, consapevole che i diecimila lettori di un libro non possono né devono competere con la quantità sterminata di fruitori del piccolo schermo, Giuseppe conosce le regole del gioco care a Jean Renoir. L’improntitudine dei falsi esperti, emuli involontari del ridicolo Professor Guidobaldo Maria Riccardelli di fantozziana memoria, la lascia volentieri ad altri. 

D’altronde dinanzi ai fan che fermano Gabriella per strada, riconoscendola per il ruolo di Cinzia Bocconotti in Delitto sull’autostrada di Bruno Corbucci, ennesima avventura dello sboccato ma sincero commissario Nico Giraldi, il marito fa spallucce. Sorridendo con nonchalance. Prendere il mondo con filosofia, dopo aver recitato tra le braccia di Edwige Fenech in Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, per poi distribuire Le fantastiche avventure del deserto della giungla di Jerzy Kawalerowicz – artefice pure del forbito apologo Faraon – e L’enigma di Kasper Hauser di Werner Herzog, è una forma d’intelligenza aliena allo snobismo.

Inutile, perciò, ricordare ai fan del trash che la sua avvenente ed eclettica consorte è stata diretta, tra gli altri, da Christian-Jaque, vincitore del Prix de la mise en scène al Festival di Cannes per Fanfan la Tulipe, e dal visionario Federico Fellini (nella foto con Giuseppe sul set di Prova d’orchestra).

C’è spazio per tutti nella Settima Arte. Ad eccezione dei film di qualità bocciati dall’assurda censura del mercato. È quindi un motivo di legittimo orgoglio, sia pure celato dal diktat del decoro, estraneo all’iperbole degli sfoggi, essere riuscito a trovare la via d’intesa con gli esercenti per far scoprire agli appassionati autentiche chicche. Nel quadro di un’estetica tutt’altro che fine a sé stessa. Benché bisognosa di una persona competente disposta a combattere affinché i progetti più ambiziosi si trasformino in realtà. Passando dalla marginalità dei circuiti alternativi alle luci della sala dove la tenuta stilistica, di autori incapaci però di promuoversi da soli, carica di senso il modo di guardare alla scrittura per immagini delle platee allergiche ai dispendi di fosforo. Chi ha l’arte, infatti, spesso non ha la parte. Ed è là che Giuseppe Colombo si è ingegnato. Lottando per l’accesso al credito garantito, fino a un certo punto, dal Ministero dei beni culturali. A costo di rimetterci la salute. Perché occorrono perseveranza e personalità per pensare in grande ed eludere imprevisti che possono rivelarsi inesorabili.

«Povera e nuda vai, Filosofia

dice la turba al vil guadagno intesa

Persino l’aforisma dell’immenso Petrarca può cedere il passo a una lieta inversione di tendenza se all’impasse dell’inerzia di non correre mai rischi è anteposta una profonda conoscenza dei costumi culturali, degli sbocchi di mercato, del settore dell’erudizione e delle arti. Nonché dell’intrattenimento. Senza giudicarlo un elemento blasfemo.

Dirigente dell’Euro American International Film, capo della distribuzione e direttore commerciale della Cannon Italia, amministratore unico della International Cinema Company e presidente della giuria al Fantafestival, Giuseppe Colombo ha un bagaglio di esperienze che gli consente non di grandeggiare (chiunque abbia il dono dell’autoironia se ne guarda bene) ma di afferrare l’interazione tra stilemi operativi ritenuti agli antipodi. All’interno dell’industria culturale le bestie nere sono i pregiudizi. Le antinomie non esistono. Istruzione e informazione vanno a braccetto. L’apprendimento è divertente quando c’è di mezzo la capacità del cinema di assorbire al meglio gli stilemi delle altre sei arti maggiori. Sennò che Settima Arte sarebbe? 

Produrre Il volo di Theodoros Angelopoulos e distribuire la miniserie televisiva Il placido Don di Sergei Bondarcuk (nella foto con Giuseppe) non capita tutti i giorni.

Colombo non ha scoperto l’America, al pari del suo celebre, omonimo concittadino, ma ha saputo raggruppare un cast coi fiocchi. Composto da Fahrid Murray Abraham, Rupert Everett, Delphine Forest e Ben Gazzara. La trasposizione del romanzo dello scrittore russo Michail Aleksandrovič Šolochov, unitamente al reclutamento al timone di regìa di un Maestro del calibro dell’austero ed estroso Bondarcuk, testimonia l’assoluta padronanza degli indicatori più significativi agli occhi di qualunque tipo di pubblico. Dal target attratto da una fiction dalla durata fluviale d’oltre dieci ore a quello sensibile nei confronti dello star system sino ad arrivare ai fruitori dal palato fine. Contenti di vedere tradotti nei canoni dell’arte in movimento il tema dei vincoli di sangue e di suolo frammisto dall’alacre romanziere all’epico eroismo scevro dalle pecche patetiche della retorica dei condottieri attaccati alla terra. Congiungere l’inventiva di un premio Nobel per la letteratura con quella di un premio Oscar equivale a trarre partito dal potere promozionale e attrattivo. 

Con Dario Argento, a dispetto delle bizze unanimemente attribuite all’autore capitolino, ha stabilito un proficuo sodalizio per consentire al cinema horror di allargare le proprie prospettive e trascendere i limiti del genere. Bollato dai soliti “secchioni di turno”, che prendono lucciole per lanterne, alla stregua di un sottogenere. La sindrome di Stendhal (nella foto, sul set, Giuseppe, divertito dall’atmosfera sdrammatizzante, insieme ad Asia Argento in vena di scherzi) è un fiore all’occhiello che ha comportato sudore, sacrifici, spiegazioni secche, decisioni pugnaci. Riuscendo comunque ad appaiare i motivi d’angoscia dei thriller canonici con un risoluto innesto fantasy.  

Fornire i capitali richiesti, fare da intermediario tra figure professionali composite, cercare le nicchie di mercato, proporre soluzioni ardite al fine di allargarle è già una ‘faticaccia’. Le eterogenee strategie di finanziamento, il credito agevolato, il versamento dei minimi garantiti con la cessione dei diritti alla distribuzione, il contributo statale, gli obblighi della controparte sono obiettivi da conquistare palmo a palmo. Step by step. L’ipotesi che qualcosa vada storto è uno spettro col quale fare i conti. In veste di componente della giuria del David di Donatello, Giuseppe Colombo conosce a menadito l’effetto positioning. Alla base delle decisioni di acquisto da parte degli spettatori, dei contenuti chiarificatori forniti dagli uffici stampa, degli slogan, delle campagne di marketing e della valenza comunicativa dei tributi più ambìti.

La produzione del film low budget, riconosciuto d’interesse culturale nazionale, La leggenda di Eleonora D’Arborea di Claver Salizzato, è stata un’ennesima avventura. Condotta in porto col solito fiuto. Per dare vita a un’opera in costume, ambientata nel 1300, ed esaltare il timbro mitopoietico della geografia emozionale. L’elezione della location sarda ad attante narrativo è un’altra tappa che cementa il punto di convergenza tra habitat ed esseri umani. La sfida di compiere scelte temerarie simili nell’humus dell’autorialità è oggi raccolta da poche compagnie produttive.  Come ‎Sirius Films. Che ha portato alla rassegna romana l’insolito dramma storico Little Crusader (Czech: Křižáček) di Václav Kadrnka. Mai arrivato, ahinoi, nelle sale commerciali. Giuseppe Colombo nell’arco della sua carriera ha invece conferito le indispensabili cauzioni di commerciabilità ai film pensati per piacere a pochi. Averli fatti amare da tanti è la vittoria più rimarchevole.  

DARIO ARGENTO, GABRIELLA GIORGELLI, GIANNI CANOVA, GIUSEPPE COLOMBO, MAX VON SYDOW, THEODOROS ANGELOPOULOS, TINTO BRASS

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Blue Mountain, Australia

Australia il soccorso di Madre natura

Nel continente australe finalmente la pioggia

in foto, Blue Mountain, Australia

Raffaele Panico

Era una guerra persa, fin da settembre scorso erano centinaia gli incendi che hanno devastato l’Australia, con almeno 29 persone morte, migliaia di edifici e case distrutte, ecosistema devastato, decine e decine di milioni di animali morti tra le fiamme.

La siccità, il caldo estremo i venti secchi, ora hanno lasciato il campo alla pioggia. Il cielo ha deciso di affiancare il lavoro dei vigili del fuoco per fare fronte comune contro l’emergenza epocale. A Melbourne, solo due giorni fa, si sono avute addirittura inondazioni.

Nel Nuovo Galles la pioggia è stata di fatto determinate nello spegnimento di numerosi incendi e in questo fine settimana sono previste altre piogge. Anche a Sidney si prevedono piogge almeno fino a domani, domenica.

Australia, incendi, pioggia, prevenzione, previsione, previsioni, siccità

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IL RAPPORTO TRA DIRITTO ED ECONOMIA

L’ANALISI DEI CAPITALI, DELLE NORME COSTITUZIONALI E DEGLI SPAZI DI CONFRONTO

Il rapporto tra diritto ed economia necessita di divenire oggetto di largo esame critico. Non per millantare formule magiche, con la scusa della messa in discussione dei precetti rei di accrescere i fattori d’inquietudine connessi anziché ridurli al lumicino. Lo scopo di un approfondimento, a beneficio dei lettori desiderosi di spiegazioni capaci di sciogliere i nodi legati ad alcune norme giuridiche poco chiare, rientra nei princìpi deontologici di ogni divulgatore alieno alle discipline di fazione. Ed ergo alle verità parziali. Dovute ai condizionamenti ambientali, all’accidia delle idee prese in prestito, agli automatismi inclini ad anteporre l’uggia della rinuncia allo studio dei criteri oggettivi.

Lo spirito di parte, a qualunque orientamento aderisca, rappresenta, infatti, una iattura. Che spinge le anime belle ad abdicare ai propri doveri. Spesso confusi con pretese di ratifiche senza capo né coda.  Scendere tanto a compromessi, per dare un colpo al cerchio delle necessità personali e l’altro alla botte delle faccende di pubblica utilità, quanto nell’agone politico, reso incandescente dall’attitudine a guadagnare rispettabilità imbrattando l’avversario, risulta inutile.

La riflessione, invece, del professor Valerio Malvezzi (nella foto), docente di Comunicazione Finanziaria presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali all’Università degli Studi di Pavia, riguardo l’assenza di un monumento all’imprenditore ignoto, in virtù dei suicidi compiuti dai piccoli manager che hanno perso il capannone, sottrattogli dalla banca, è degna di nota.

Definirli delitti di Stato è un’affermazione forte. Tuttavia, riflettendo sull’etimologia sia di diritto sia di economia, balza agli occhi che dietro la provocazione risiede il desiderio di restituire alle PMI (piccole e medie imprese) il decoro svilito dalle mancate promesse.

L’iniezione di liquidità con cui Mario Draghi (nella foto), quand’era presidente della Bce (Banca nazionale europea), ha inondato, de facto, il mercato è finita in una bolla di sapone. A discapito dei risparmiatori. L’accesso al credito, esposto dal cambio di politica monetaria, ha ceduto il passo allo scambio di titoli fra investitori privati. Col debito pubblico italiano che lo scorso luglio ha raggiunto una soglia da capogiro (2.466 miliardi di euro). Il decremento recente (2.444,6 miliardi di euro rispetto ai 2.446,8 miliardi del mese di dicembre) costituisce l’aglietto di romanesca memoria col quale consolarsi degli amari risvegli dai dolci sogni di maggiori incrementi e meno spese correnti.

Indro Montanelli (nella foto), giornalista dall’orgogliosa verve polemica e dall’implacabile arguzia argomentativa, prima di coniugare la sua esistenza all’imperfetto, ci ha lasciato diverse perle di saggezza concernenti l’attitudine alle distinzioni di comodo tra figli e figliastri. Dinanzi ai lettori stanchi delle contraddizioni in seno al sistema – per cui se un impresario edile non consegnava in tempo allo Stato l’opera commissionata era costretto a pagare penali astronomiche; mentre in caso contrario la restituzione dei soldi indebitamente riscossi costituiva un’illusione – le sue risposte danno tuttora da pensare: «Il nostro Stato è un gigante con un solo occhio, come Polifemo: vede solo i crediti… I debiti preferisce ignorarli; se un poliziotto cade ammazzato dai terroristi, largheggia in telegrammi e in corone di fiori, ma lesina tutto il resto. Vizio antico, che ha un mesto precedente in Pietro Micca, la cui vedova fu compensata da Vittorio Amedeo II con due razioni di pane al giorno, vita natural durante». 

Il concetto della parola aletheia, intesa come lo svelamento della verità dei fatti, spegne, nondimeno, i piccoli fuochi delle sterili dispute. L’origine del termine in questione – dal greco οκος (oikos), “casa” o ugualmente “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” oppure “legge” che dir si voglia – taglia la testa al toro: riguarda la sfera intima. E implica, al contempo, una dialettica costruttiva con gli organi dello Stato. Le persone preposte a esercitarne l’autorità non vanno dunque aborrite a priori. Bisogna però capire appieno, senza “se” né “ma”, perché il taglio effettuato sul tasso dei depositi, il pacchetto di misure della Bce, il chiarimento degli obiettivi di stabilità ed efficienza siano andati, basilarmente, a carte quarantotto. A discapito delle piccole imprese. Che avrebbero dovuto beneficiare, al pari delle famiglie medie, dell’allentamento della stretta creditizia per prendere in prestito il denaro necessario alla bisogna.

Il partenariato pubblico-privato travalica la semplice possibilità di un dialogo con gli organi costituiti ed esula, per molti versi, dalla gestione dei patrimoni familiari sul mercato. La presenza pubblica nelle banche non deve invadere lo status di società di diritto privato. Il cambiamento del modo di produrre e vendere servizi, con dei costi di adeguamento esorbitanti, ha determinato il drastico calo degli introiti un tempo garantiti dalle “coperture” (chiamate “hedging” nella lingua della Perfida Albione). Ovvero le operazioni di protezione dei rischi di tasso e di cambio. Volte ad annullare l’insalubre variazione ivi congiunta.

L’ente finanziatore statale, con la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) nelle vesti del deux ex machina, contempla la partecipazione di un nutrito gruppo di lavoro per portare dalla teoria alla prassi progetti infrastrutturali di notevoli dimensioni. Ed è più che legittimo valutare i rischi di operazione comportati da ogni tipo di project financing. L’allocazione degli incentivi e dei rischi necessita un’ampia ed esaustiva configurazione delle responsabilità di tutti i partecipanti alla suddetta operazione. Quando la Pubblica Amministrazione si affida a un privato, il motto “patti chiari, amicizia lunga” va applicato con zelo e chiarezza.

Lo ribadisce pure Carlo Pacella (nella foto), Professore in Economia e Gestione delle Imprese di comunicazione, nel testo “Antologia di Public Private Parternership”. La cospicua raccolta d’interventi ufficiali ed emblematiche sentenze mette in rilievo il ruolo svolto dalle banche, senza dare corda a qualunque forma d’inutile demonizzazione, nello sviluppo dei progetti chiamati a corrispondere alle esigenze dell’utentecon il minimo aggravio finanziario per le casse dello Stato o dell’amministrazione locale”.

L’elevato coinvolgimento in un contratto di concessione, munito delle medesime caratteristiche di un appalto di lavori pubblici, comporta il trasbordo del rischio di gestione al partner privato. Il cui compenso è corrisposto dagli utenti. A differenza del PPP (Partenariato Pubblico Privato). In quel caso la sacrosanta rimunerazione spetta all’autorità pubblica.

Ai sensi dell’articolo 180, comma 3, del Codice degli Appalti, il Contratto di PPP presenta i seguenti rischi: a) il rischio di costruzione (legato al ritardo nei tempi di consegna, al non rispetto degli standard di progetto, all’aumento di costi, a inconvenienti di tipo tecnico nell’opera, e al mancato completamento dell’opera), b) il rischio di domanda (connesso ai diversi volumi di domanda che il concessionario deve realizzare oppure alla mancanza di utenza e dunque di flussi di cassa), c) e/o il rischio di disponibilità

Le dovute distinzioni, al contrario di quelle di comodo, non fanno scattare la molla dell’infruttifero dubbio di specie amletica; bensì aiutano a riporre l’opportuna attenzione nel Mare Magnum dei provvedimenti legislativi. Determinate contese giudiziali restano del tutte valide. Il diritto al ricorso da parte della piccola o media impresa coinvolta nella fornitura di servizi di pubblica utilità, dallo smaltimento dei rifiuti all’approvvigionamento idrico, non imbriglia certo l’economia. Non è un empio escamotage. Non inquina le probe procedure di aggiudicazione. Non si arrovella intorno a interrogativi astratti. Va al sodo, piuttosto.

Il diritto al ricorso delle imprese inserite nelle gare d’appalto, lungi dall’avallare gli alibi dei borbottoni che non vogliono attenersi alle regole, può svuotare il vaso di Pandora.

Ed è un diritto irrinunciabile. Inalienabile, citando la costituzione americana. Ma siamo in Italia, paese magnifico, a dispetto delle pensioni decurtate e dei risparmi gettati al vento, dei certificati medici compiacenti e delle furbizie levantine. È giusto perciò porre l’accento sulle cose di casa nostra.

I fatti della pentola li sa il coperchio. Così recita un vecchio adagio popolare. E chi è, in quest’ambito, il coperchio? E chi la pentola?

Benché la lettura del Codice degli Appalti fornisca molteplici ragioni d’interesse ai divulgatori decisi a informare l’opinione pubblica, tenendo fede all’etica della responsabilità, quella della verità impone di segnalare che vige, al di fuori dei diretti interessati, un riserbo perlomeno curioso sulla questione delle procedure di gara.

Eppure il parere del Consiglio di Stato sul decreto correttivo di tale Codice parlava chiaro già due anni or sono: «Per avere il quadro complessivo dell’impatto del codice sul settore degli appalti pubblici e delle concessioni occorre attendere il completamento della regolamentazione della materia da parte dei decreti attuativi e delle linee guida dell’ANAC».

Nulla da eccepire sulla necessità di scongiurare il rischio d’infiltrazioni criminali. In tal senso l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) – Direzione Nazionale Antimafia ritiene basilare la condivisione dell’informazione.

Il ruolo moralizzatore svolto dall’elenco dei diritti e dei doveri facilita di per sé la trasmissione di messaggi tra destinatario ed emittente. Quest’ultimo si muove sul campo della comunicazione simbolica. Le strade, le ferrovie, forse non gli aerei, verranno dopo, nell’ambito della comunicazione concreta che rientra nelle incombenze infrastrutturali dei servizi di pubblica utilità. Spiegare le cose difficili in modo semplice è una condicio sine qua non. Nonostante ciò le modifiche al Codice lasciano ancora assai perplessi.

La trasparenza, eletta ad antidoto contro qualsivoglia ambiguità nell’area della psicologia sociale, latita. Manca. La società resta un sistema complesso. La morsa discorsiva ed ermetica del Codice, con buona pace dei continui aggiustamenti, cela criticità che danneggiano, squalificano, mettono in difficoltà la piccola impresa.

Il co-branding applica le cose in maniera diametralmente opposta.  L’incrocio delle best pratices aumenta l’interesse ed esalta il valore del prodotto. Frutto della ricerca, dell’impegno, dell’attenzione al particolare del piccolo brand. Associato al grande brand. Lo stesso vale, in termini eminentemente pratici, per i consorzi, al fine di sopperire ai danni inflitti dal futile individualismo.

L’articolo 47 (requisiti per la partecipazione dei consorzi alle gare) non sembra molto esauriente al riguardo. Giacché stabilisce che i requisiti d’idoneità tecnica e finanziaria per l’ammissione alle procedure di affidamento debbano essere avvalorati con le modalità contemplate dal Codice, “salvo che per quelli relativi alla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera, nonché all’organico medio annuo, che sono computati cumulativamente in capo al consorzio ancorché posseduti dalle singole imprese consorziate”.

La Procedura aperta, insieme a tutte le altre varianti, da quella ristretta a quella negoziata, somiglia, sotto certi aspetti, a un rebus. Il Dialogo competitivo, al contrario, appare, d’acchito, più facile da comprendere e, specialmente, da applicare. Ai sensi del comma 39 dell’articolo 3 è “una procedura nella quale la stazione appaltante, in caso di appalti particolarmente complessi, avvia un dialogo con i candidati ammessi a tale procedura, al fine di elaborare una o più soluzioni atte a soddisfare le sue necessità e sulla base della quale o delle quali i candidati selezionati saranno invitati a presentare le offerte; a tale procedura qualsiasi operatore economico può chiedere di partecipare”.

La collaborazione tra pubblico e privato richiede, però, dei metri di giudizio che definiscano ad hoc la dinamica bonus malus prevista dalle polizze fideiussorie assicurative nelle vesti di cauzione reale all’interno degli appalti.

Si torna così inevitabilmente alla questione dei titoli di Stato, pomo dell’accesa discordia sulla liquidità della Bce non pervenuta alle PMI, e al loro conseguente acquisto. La stazione appaltatrice stipula in tal modo un contratto con la società di assicurazione. La bilancia, tuttavia, continua a pendere dalla parte dell’amministrazione. Col depositante esposto a intemperie inopinate. All’obbligo di garantire la completa ed esatta esecuzione dei lavori non corrisponde quello di tenere indenne al cento per cento l’assicurato.

Sono davvero tante le gatte da pelare in un contesto che palesa l’assenza dell’idonea terzietà. Il cui principio affidato alla Pubblica Amministrazione faceva storcere il naso al coriaceo Montanelli. Disposto tutt’al più a spingere gli elettori a turarselo votando DC. Pur di non darla vinta all’assurdo livellamento ugualitario smanioso di accorciare le gambe ai giganti, invece di allungarle ai nani.

Crimine lesi populi? Il parere di Cosimo Massaro (nella foto), fior di galantuomo ed esperto di monete finanziarie, autore del saggio “Usucrazia svelata”, è un fulgido elemento di riflessione: «Lo Stato di diritto ha considerato nel proprio ordine costituzionale solo i tre poteri: legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Il quarto potere della sovranità monetaria se lo sono fagocitato, nel silenzio, le banche centrali, S.p.A con scopo di lucro… ecco perché dobbiamo completare la Rivoluzione Francese: la sovranità monetaria va attribuita allo Stato – come Quarto Potere Costituzionale – e tolta alla banca centrale. Non è più tollerabile che, in uno Stato di diritto, la funzione costituzionale della sovranità monetaria sia esercitata da una S.p.A. con scopo di lucro…».

I privati onesti, alacri, avvezzi alle letture, alle ardue interpretazioni del Codice, ai bandi delle gare, al lavoro affrontano durante le fasi ex ante, in itinere ed ex post tenendo la testa ben alta. Come si fa durante una tempesta.  Shakespeare docet.

Le vetuste difficoltà interpretative, con le figure distinte del Rup e del Dec che sconvenientemente coincidevano, sono all’ordine del giorno sugli ambiti aggiuntivi. “L’articolo 119 del Codice dei Contratti Pubblici precisa infatti che l’esecuzione dei contratti aventi ad oggetto lavori, servizi, forniture, è diretta dal Responsabile unico del procedimento (Rup) o da altro soggetto… Il direttore dell’esecuzione del contratto (Dec) è lo stesso Responsabile unico del procedimento”.

La debita separazione della nomina, sebbene applicata ormai da parecchi anni, non basta certo a sopperire ad altre sproporzionate incombenze richieste alle piccole e medie imprese contro ogni logica. La giustizia è un’altra cosa. Ma quando persino la logica non ha più voce in capitolo, l’allocazione dei rischi inizia ad assumere contorni nebulosi.

Il contratto di affidamento, spesso confuso col subappalto dai seguaci delle scorciatoie del cervello, perché pure pensare molte volte comporta fatica, trascende le abusate sottolineature sul principio del favor partecipationis nonché sulle esigenze di massima concorrenzialità. Sebbene il diritto amministrativo salvaguardi l’importante par condicio. La parità di trattamento rimane una questione spinosa.

Prospettare soluzioni effettive, al di là delle buone intenzioni, non è una passeggiata di salute. Frattanto la portata del principio di rotazione manca ancora dell’ambìta semplificazione procedimentale. Il risultato è che, a differenza delle opportunità di business delineate con successo dal co-branding e dal co-marketing, l’egemonia del generale sul particolare esacerba l’ambaradan. Con la piramide del potere, stigmatizzata da Cosimo Massaro, che permette a qualche Paperon dei Paperoni in carne ed ossa di nuotare nei soldi e costringe viceversa le PMI a una vita grama.

La penuria delle specificità necessarie ad apporre i distinguo in grado d’impedire ai piccoli di sobbarcarsi le fatiche precluse addirittura ai grandi, senza dare il benservito all’iniquo effetto escludente in tutte le fasi della procedura di evidenza pubblica, spiega l’altalena degli stati d’animo contrastanti.

Le funzioni di controllo sugli atti delle province, dei comuni e degli enti locali nella loro interezza non scalfiscono nemmeno l’esercizio della discrezionalità tecnica dell’Amministrazione. Ritenuto più legittimo delle valutazioni di equivalenza. La riscrittura del Titolo V della Parte II della Costituzione, in coincidenza dell’entrata in vigore dell’euro, ha riorganizzato l’assetto di tali enti decretando la fine del Coreco (Comitato regionale di Controllo).

Si stava meglio, allora, quando si stava peggio? I rapidi sviluppi delle tecnologie dell’informazione non hanno certo sostituito Montanelli con dei proseliti all’altezza. L’economia sommersa infrange le regole, le leggi e i contratti come ha sempre fatto. Il rispetto delle regole è imprescindibile per eludere l’ingresso sul mercato di operatori che impiegano risorse di provenienza illegittima. Gli oneri sociali sono uguali per tutti. Le imprese regolarmente registrate, nel pieno rispetto delle regole, accendono sterili elucubrazioni sulla microeconomia.

È una questione di diritto, come sosteneva Alberto Sordi.

Come dargli torto? Quanto scritto è una goccia nell’oceano di storture, antinomie e problematiche che attanagliano la spina dorsale del 99% delle imprese autoctone.

Formuliamo con tutto ciò l’augurio che il proverbio latino “gutta cavat lapidem” premi alla fine la forza della perseveranza.  Soprattutto di chi fa ricorso: è un suo diritto.

MASSIMILIANO SERRIELLO

CONTRATTO DI AFFIDAMENTO, COSIMO MASSARO, IL CODICE DEGLI APPALTI, INDRO MONTANELLI, PUBLIC PRIVATE PARTNERSHIP, STATO DI DIRITTO

Uno stralcio: il rapporto dei carabinieri al Prefetto di Latina sui “nuovi Italiani in Patria”

Dai documenti della Prefettura presso l’Archivio di Stato di Latina il capitano comandante della Compagnia di Latina, Ettore Bucciarelli, redige una pagina molto toccante dal punto di vista umano: il caso delle signore Nerina G. e Anna S.

Raffaele Panico

Il rapporto dei carabinieri redatto il 16 aprile 1947 al Prefetto di Latina[1 e 2] è molto toccante: “Le condizioni economiche e finanziarie delle sottonotate profughe, sono povere. Le medesime non dispongono di risorse e provvedono direttamente alle spese di vitto e alloggio con il ricavato della vendita delle masserizie, effettuate prima del loro esodo da Pola. A Cori non esplicano alcuna attività lavorativa. Sono in possesso del certificato di esodo da Pola” – seguono i dati anagrafici dell’intera famiglia.   Nerina era vedova di Ghianda “grande invalido di guerra e da recente le è stata assegnata una pensione di £ 500 mensili, ma non ancora corrisposta. Ha a carico la figliola, Ghianda Giuliana, di anni 4. Il marito della Smerchar Anna, catturato dalla polizia di Tito, il 5/5/1945 e deportato in Jugoslavia, non ha dato più notizie di sé”.

Infine, dalle carte, è interessante notare che, i territori perduti col Trattato di Pace di Parigi del 10 febbraio 1947 annessi alla Jugoslavia, e il Territorio Libero di Trieste – la zona B – posti sotto l’amministrazione jugoslava in base al Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954 erano segnalati ancora nell’anno 1968 senza tener conto della mutata situazione. In alcuni casi enti italiani si rivolgevano ad enti ed uffici situati nei territori ceduti alla Repubblica federale popolare di Jugoslavia con indicazioni non aggiornate, ad esempio, si richiedevano notizie di Casellario al sindaco di Fiume, o recavano formule e procedure in uso tra uffici italiani come ad esempio “alla Procura della Repubblica di Pola, o anche al comune di “Postumia, provincia di Trieste”. Pertanto il prefetto di Latina, Pignataro, il 18 febbraio 1968, scrive al presidente della Giunta provinciale di Latina e ai sindaci e ai commissari di comuni, “al fine di ovviare a tali inconvenienti, si richiama l’attenzione delle SS LL sulla necessità di richiedere o di trasmettere, esclusivamente tramite il Ministero degli Affari Esteri – Servizio Affari Privati, atti o documenti diretti alle autorità jugoslave”[3]. Indicazione da seguire – precisa il dispaccio, per gli atti e documenti da richiedere o trasmettere tanto agli uffici o enti situati nei territori ceduti alla RFPJ dal 10 febbraio 1947, quanto a quelli situati nel territorio posto sotto l’amministrazione jugoslava col Memorandum d’intesa di Londra del 5 ottobre 1954.        

Aprilia, Arma dei Carabinieri, bonificatori, Cori, Giuliana, Latina, Prefettura, profughi, Provincia di Latina

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Andreotti e Gheddafi nelle “Relazioni Italia Libia” in una recensione e in un saggio recente  

Nel ricordo e per il ricordo della statura notevole
di uno Statista di Livello Mondiale

Raffaele Panico

“Italiani di Libia”, Periodico dell’Associazione Italiani Rimpatriati dalla Libia, edito a Roma, nel n. 3 del 2018 dedica una recensione che ripercorre le relazioni Italo-Libiche. Il libro che si presenta nella pagina Cultura è un poderoso saggio scritto da vari autori che esamina 40 anni di relazioni italo-libiche attraverso i rapporti di due leader Giulio Andreotti e Muammar Gheddafi.
La recensione è firmata dal direttore editoriale Giovanna Ortu che nel corso del tempo ha ascoltato il vissuto dei rimpatriati italiani dalla Libia, vicende che hanno segnato indelebilmente la vita di singole persone e dell’intera comunità italiani, lì laboriosa e presente dal tempo della “Quarta sponda” e molti nati in terra del Nordafrica.

Bruxelles, geopolitica, Gheddafi, Giulio Andreotti, Italia, Italiani di Libia, Libia, relazioni internazionali, Roma, Stati Uniti, Strasburgo

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In morte di QASSEM SOLEIMANI

In morte di QASSEM SOLEIMANI 

una nota su Fb in data 3 gennaio di Adriano Tilgher …ed altri commenti  

Tutti gli Europei dovrebbero rendere omaggio al comandante QASSEM SOLEIMANI, l’uomo che ha distrutto lo stato islamico in Iraq, ha debellato e reso innocui i terroristi dellISIS, ha protetto e salvato le Chiese Cattoliche in Iraq e in Siria, dalla violenza del califfato e dei terroristi, finanziati ed armati dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati anglo-americani.

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Australia inferno di fuoco, oggi domenica 5 gennaio.
Il racconto di Vince da Sidney

____DA SIDNEY, il racconto di Vince Carrabs: 
“Situazione apocalittica e siamo inizio estate” 

Raffaele Panico

Sidney è domenica sera, sono circa le 19.00 a Roma sono le 9.00. Abbiamo raggiunto al telefono un nostro connazionale e cittadino australiano, doppia cittadinanza e passaporto, nato a Sidney nel 1956. I genitori di Vince, o Vincenzo Carrabs, erano giunti con accordi bilaterali Italia-Australia per la richiesta di lavoratori preparati, abili artigiani, dirigenti e ingegneri operosi e operai scelti contingentati a richiesta per il popolamento del Paese continente grande come l’intera Europa, Russia compresa.  Arrivati dalla provincia di Avellino negli anni Cinquanta sono tornati in Italia più volte per vacanze e ritrovare familiari e amici, in occasione delle feste e eventi importanti caratteristica di Noi italiani. Abbiamo chiesto, al mio amico Vince Carrabs, nostro lettore dell’agenzia Consul Press, amico che la scorsa estate è stato qui a Roma, come è la situazione degli incendi che stanno devastando l’Australia.

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La Strage di Mogadiscio …..11 gennaio 1948

IN RICORDO DEL LXXII° ANNIVERSARIO 

In Roma, presso il Sacrario del Perpetuo Suffragio (*1) a piazza Salerno, sabato 11 gennaio 2020, alle ore 11.00 , avrà inizio la Celebrazione Eucaristica nel 72.mo anniversario dell’eccidio di Italiani e di Somali.
Una benedizione alla lapide posta a Memoria dell’evento al termine e interventi di autorità civili e militari, con la partecipazione alla Santa Eucarestia del “Coro Polifonico Salvo d’Acquisto”. Alla Cerimonia sarà altresì  presente una delegazione dell’ A.N.R.R.A – Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d’Africa, Sezione di Roma. 

una nota di Raffaele Panico

AOI, Mogadisco, ONUg, PAI, Somalia, SVL

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25 aprile del 1911: l’onore usurpato nelle pieghe di una festa di circostanza

Discorsi di inizio anno.

Ricordo di Emilio Salgari, Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia

Raffaele Panico

Solo per caso, ascoltando un canale televisivo della Rai, che ormai per niente o solo per pochi secondi osservo nel tempo giusto del giro del telecomando, con decisione da parte mia metodica nell’esclusione, di quasi tutti i canali. Credo, se ricordo tale esclusione avveniva dai tempi della cosiddetta Primavera era il 2011 all’incirca? In Egitto, si ricordo c’era Mubarak e in Libia il Colonnello. L’esclusione del 98 per cento circa dei canali fa fatto sì che ne assolvo solo alcuni, tra i pochi veduti, RAI Scuola (146) che è estremamente interessante formativo educativo da vedere. E mi ricorda il canale della Televisione Svizzera italiana che, in bianco e nero, da bambino potevo vedere a Parabiago, a pochi chilometri da Legnano la cittadina famosa per il Carroccio e la statua di Alberto da Giussano.  Educazione, anche i cartoni animati e i fumetti erano altra cosa da quelli che si vedono oggi che so, giapponesi o coreani totalmente lontani nell’animo dai monti delle Alpi italiane o Svizzere e del ritornello di Heidi ti sorridono i monti. Lungo preambolo! Eh sì. Perché sul canale succitato sul finire dello scorso anno ho appresso del suicidio di Emilio Salgari e la cosa mi ha toccato profondamente.

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A colloquio con Maximiliano Hernando Bruno sul valore etico del cinema

LO SLANCIO CREATIVO DEL REGISTA DI RED LAND: UN CAPOLAVORO CHE APRE LE STANZE BUIE E SCALDA IL CUORE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Aprire le stanze buie della Storia significa mettere in luce le pagine d’atroce violenza ritenute necessarie, quantunque biecamente nascoste, da chi scambia le discipline di fazione e le coscrizioni dottrinali per i diritti inalienabili dell’Uomo.
Farlo attraverso la cosiddetta fabbrica dei sogni, che grazie alla forza significante della scrittura per immagini snuda gli incubi peggiori scorgendo nell’ordine naturale delle cose l’unico antidoto possibile, comporta l’assurdo diniego di quanti, all’epoca della celebre condanna al rogo ai danni di Ultimo tango a Parigi, rivendicavano a gran voce la facoltà da parte del pubblico di giudicare in piena autonomia quali film vedere. 

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Antico Principato di Seborga :
un Territorio pervaso da una particolare “Sacralità”

INSEDIAMENTO dell’ ABATE MITRATO
  dell’ ORDINE MONASTICO di SEBORGA  

Sabato 28 Dicembre nella “mistica cornice di Seborga” – già Principato Monastico Cistercense, ora situato all’interno della provincia di Imperia –  si è svolta la cerimonia di  nomina ed insediamento dell’Abate Mitrato dell’Ordine Monastico di Seborga, Padre Giovanni de Lucia.

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Scuola di Ingegneria Aerospaziale della Sapienza fondata da Luigi Broglio

Luigi Broglio dal ”Progetto San Marco” il primato aerospaziale italiano

Un successo continuo dai satelliti in orbita geostazionaria fino all’esplorazione su Marte 

Raffaele Panico

Prefazione 

 Correva l’anno 1964, il 15 dicembre, da un poligono spaziale americano parte un razzo, il vettore Scout, che mette in orbita il primo satellite italiano il “San Marco 1”. Con quel lancio l’Italia è il terzo Paese al mondo dopo l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti, a mettere in orbita un satellite attorno alla Terra. Il padre del progetto è l’ingegner Luigi Broglio. Ma i Nostri, grazie a Broglio, andranno oltre, tanto che si faranno una base tutta italiana, dove? Al largo delle coste del Kenya, vicino alla linea dell’Equatore. Perché lì? È la migliore posizione per il lancio di satelliti, e la base si chiamerà poligono di lancio spaziale “San Marco”, e “Santa Rita”, due isolette artificiali di ferro al largo di Malindi, circondate di antenne per inseguire i razzi dopo il lancio. Luigi Broglio era veneto, nato a Mestre. All’equatore terrestre la posizione è strategica per i lanci spaziali e questa idea è nata dalla sua intuizione.

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Rimembrando le Vite Parallele di Plutarco: un italiano e un russo. Almanacco di una ricorrenza il 18 dicembre in Italia e in Russia

Ironia della Storia in poche battute

 Raffaele Panico

Italia. 18 dicembre 1932 inaugurazione di Littoria, una tra le oltre 100 città di fondazione. In circa un decennio, di città, comuni rurali e borghi in totale saranno all’incirca 190 fondati e disseminati, dopo Littoria nel ’32, nel regno d’Italia e d’Albania, Dalmazia, Libia Nordafrica e Africa Orientale Italiana. Nel 1942 la celebrazione del Decennio con l’inaugurazione dell’EUR, Esposizione Universale Romana. Ed il piano di bonifiche integrali avviato nel 1928 doveva andare avanti per 30 anni. 
A guerra finita che, nei piani originari non doveva proprio tenersi (essendo – disse Mussolini – l’Italia una nazione sazia e soddisfatta dei suoi confini dalle Alpi all’Oceano indiano), Littoria sarà rinominata Latina.
Dal 1934 era una nuova Provincia d’Italia Littoria-Latina. Venne inaugurata da Mussolini, conosciuto meglio con l’appellativo di Duce, Fondatore dell’Impero del 9 maggio 1936 e Maresciallo D’Italia. A farla breve convertitosi al Nazismo “sulla via del Brennero” come Saulo di Tarso su quella di Damasco, divenne un presidente fantoccio di uno degli Stati satelliti del Terzo Reich dopo il 25 luglio 1943, l’8 settembre stesso anno in corso, non trovando il coraggio visti i suoi fallimenti nel reggere le sorti dell’Italia dal 1929, con le infami leggi razziali e l’alleanza con il pittore austriaco Adolf Hitler, con lo sbarco in Sicilia angloamericano di prendere atto che era arrivato il suo momento, un Duce, un Maresciallo o altro al vertice di una catena di comando, che apra il cassetto e si spari un colpo alla tempia. 
Avrebbe così risparmiato agli italiani circa 20 mesi di guerra civile, ancora non terminata.

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Natale 2019 – Nuovo Anno 2020

A TUTTI  COLORO che ci seguono, sia assiduamente o saltuariamente,  
  AUGURI PER  UN SANTO NATALE    
sempre in Linea con la “Nostra Identità & Tradizione  
di autentica solidarietà verso le Persone in sofferenza o difficoltà    
ED AUGURI PER UN NUOVO ANNO
che auspichiamo sia positivamente Sereno, Costruttivo,
nonché
 Fiammeggiante di  “Lodevoli Soddisfazioni” 

Roberto Bartini italiano nato a Fiume, divenuto cittadino russo

La geniale attività di Progettista e di Ingegnere Aeronautico
per oltre mezzo secolo nella Russia Sovietica

di  Raffaele Panico

Roberto Oros di Bartini era nato a Fiume il 14 maggio 1897.  Un grande italiano un onore per la storia dei giuliano-dalmati, gente esule qui in Patria. La memoria, il valore e la sua genialità è tanta, molta storia, che ci corre ricordare: la vicenda di un ingegnere e di un vero italiano poi naturalizzato russo. Intelligente ed eclettico si era interessato anche, e ha pubblicato vari lavori, sulla cosmologia e la fisica teorica. È lui una parte importante della storia dei rapporti italiani con la Russia, nato nella parte orientale d’Italia che ha dato così tanti uomini geniali, a volte la si preferisce ricordare solo dopo la tragedia della seconda guerra mondiale con la conta funerea dei numeri sugli infoibati. Queste figure le loro personalità che hanno vissuto in pieno i rigori e le tragedie del Novecento, la storia, il loro tempo dovrebbero essere insegnate agli studenti.

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L’odioso furto di identità per truffare
su tutto il territorio nazionale onesti cittadini

L’Arma dei Carabinieri ha smantellato una rete criminale che si impossessava dei risparmi delle persone. 
Il contrasto e l’eradicazione diretta dai Magistrati del pool della Procura di Roma

Massimiliano Morreale

ROMA – I Carabinieri del Nucleo Operativo della Compagnia di Roma EUR hanno eseguito un’ordinanza che dispone misure cautelari, emessa dal GIP presso il Tribunale di Roma su richiesta della locale Procura della Repubblica, nei confronti di 19 indagati (10 arrestati che andranno in carcere, 8 arrestati che andranno ai domiciliari e 1 persona destinataria della misura dell’obbligo di dimora). Ritenuti responsabili a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata all’indebito utilizzo di carte di credito, pagamento e frode informatica, tramite accesso abusivo ai sistemi informatici telematici. Operavano tra il Lazio e la Campania, e riuscivano a produrre “sostituzione di persona, truffa, ricettazione e riciclaggio” con la complicità di funzionari postali e bancari che fornivano nominativi e i dati sensibili per prosciugarne i risparmi di onesti cittadini ignari di tutto. Tra gli arrestati, infatti, compare un vice direttore di un ufficio postale, un impiegato di banca i quali avevano il ruolo di assicurare all’associazione informazioni privilegiate oltre a un avvocato del Foro di Roma con collegamenti internazionali.

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A colloquio con Emmanuel Vecchio
sull’elemento emozionale della panificazione

UN GIOVANE ESPERTO DI PRE-FERMENTI E LIEVITI CHE PUÒ DIRE LA SUA NEL CAMPO DELLA GASTRONOMIA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Chi usa le scorciatoie del cervello, anziché soffermarsi ad approfondire le varie sfaccettature della gastronomia, ritiene la panificazione una sorta di parente povero della cosiddetta haute cuisin. Con tutto il rispetto, invece, per l’alacre allestimento delle pietanze, spesso passate in rassegna sulla scorta d’un eccesso di zelo non esente dal ridicolo involontario, come rimarca l’arguto regista cinematografico israeliano Oren Moverman nel feroce affresco familiare The Diner, remake statunitense del mesto scandaglio intimo I nostri ragazzi diretto dal romanissimo Ivano De Matteo, anche la Settima Arte riconosce ai diversi tipi di procedimento, contemplati per trasformare la farina in baguette da leccarsi i baffi, un fulgido valore emozionale.

Emmanuel Vecchio (nella foto alle prese con i dolci) lo sa bene. Dal padre salernitano Antonio ha ereditato l’attitudine a guardare al cinema come a una finestra aperta sul mondo, in grado di fungere anche da straordinario pungolo per la piena maturazione dello spirito e dell’intelletto. Dalla famiglia della madre francese ha ricevuto altrettanti stimoli al fine di capire le ragioni del cuore in termini eminentemente pratici. Imparando a impastare, nel periodo della permanenza in Normandia presso i solerti e calorosi nonni, in attesa di poter accortamente tradurre l’affascinante ma segregata teoria nell’opportuna prassi.

Estraneo all’improduttivo impeto tipico dei meri neofiti, fin dai tempi della scuola alberghiera di Battipaglia e dei tirocini curriculari ed extracurriculari, sostenuti sia nel Bel Paese – a San Vigilio di Marebbe, con Bolzano dietro l’angolo – sia ad Aix-en-Provence, Emmanuel ha sempre tenuto i piedi ben piantati per terra.

Per lui riuscire ad anteporre il conseguimento concreto degli obiettivi prefissi, ottenuti palmo a palmo, agli inutili svolazzi pindarici significa soprattutto dare la giusta forma al glutine sul tavolo di cucina senza incollarsi minimante le mani: lo strumento con il quale fondere tatto, allo scopo di custodire gli ampi alveoli che si creano nell’arco della lievitazione, ritmo ed energia. L’effetto conclusivo, con le peculiari bolle, parla da solo.

L’ammirato stupore, tuttavia, serve a poco. Occorre, piuttosto, evitare come la peste l’impasse delle elucubrazioni dottrinali. Gli studi universitari di scienze gastronomiche, con il master imperniato sull’ambìta panificazione, sono stati un trampolino di lancio per mettersi alla prova nella giungla metropolitana della Città Eterna. Esiste una sfilza infinta di corsi per pizzaioli incapaci di cavare un ragno dal buco. Le basi di chimica e fisica fornitegli dall’approfondimento post laurea rappresentano, quindi, un valore aggiunto. Non per pavoneggiarsi o per stendere trattati colmi d’improntitudine e trovare sterili pulpiti. La molla dell’inesausta curiosità è molto più utile dell’arroganza dei tromboni che montano in cattedra solo ed esclusivamente a scopo autoreferenziale. Buttandosi in avanti per non cadere indietro. L’antidoto contro la loquela sbracata dei falsi dotti in materia risiede nello stimolante terreno dell’incontro e del confronto. Lo scontro, esacerbato sui social dai moti d’invidia e dall’onnipresente cifra dell’odio, confonde le idee ed esaspera gli animi. Emmanuel, nonostante l’età verde, sembra, in tal senso, un vecchio saggio. Nomen Omen, d’altronde. Conscio che in ballo c’è pure lo slancio dell’evocazione.

«Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema del sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio della fatica umana

Non vi è nulla di scontato ed enfatico nell’inno sovraesposto. I movimenti di schieramento e le discipline di fazione cedono spazio all’aroma dell’assennatezza, al fascino della bontà e all’empatia dell’affinità elettiva. Barbara Frangi (nella foto) queste cose,  comprese quelle più difficili, le sa fare con incrollabile perseveranza e le sa spiegare con intensa accuratezza.

Panettiera e Pizzaiola anarchica per passione, così è solita definirsi, rifugge dai cultori troppo fanatici della panificazione quando il desiderio di sperimentare motu proprio paga dazio allo scotto di una febbre creativa fuori luogo. I grani antichi, che lei ricerca con scrupolo ed entusiasmo, non rientrano nelle priorità dei panettieri intenti ad aprire la saracinesca ogni mattina. La visita al Mulino Caputo, alla scoperta del grano a macinazione lenta, le è servito ad affinare ulteriormente i ferri del mestiere e porre le debite distinzioni. Non si finisce mai d’imparare. Ed è bello così.  Alle tendenze di punta, anche per quanto concerne i lieviti, Barbara replica con rimarchevole buon senso. Abbassare i ritmi in quest’ottica accresce il sapore ed emulsiona i compositi livelli dell’impasto apponendo un fulgido e genuino marchio di fabbrica.

Emmanuel è, quindi, in buona compagnia. Il processo di maturazione per la farina ricopre un ruolo decisivo. La trasmissione di pensiero tra persone allergiche agli sponsor e, principalmente, alle banalità scintillanti degli slogan rei di smerciare per speciali persino i pandori zeppi di additivi, trascende il margine di visibilità degli chef che mandano in visibilio i fan poco scaltriti al riguardo. Attingere ad alcuni degni esponenti, alieni per una questione di principio ai galloni guadagnati in televisione nelle vesti di discutibili aedi, diviene ciò che conta in maggior misura.

La pratica, con l’affiancamento ad Alba di Enrico Giacosa, presidente del Consorzio Pan Ed Langa, gli ha insegnato l’importanza delle peculiarità all’origine di qualsivoglia prodotto attento a proteggere gli amidi e le proteine. Il rispetto nei riguardi del destinatario optimum costituisce un diktat deontologico. La digeribilità è strettamente correlata al modo utilizzato per far fermentare l’impasto. Le bestie nere restano, perciò, le componenti denaturate. Gli agenti chimici in primis.

L’arte di panificare l’ha appresa altresì da docenti del calibro di Davide Longoni, Piergiorgio Giorilli ed Eugenio Pol (nella foto), milanese di origini veneziane, avvezzo alla tutela dei posti incontaminati dove regna l’ordine naturale, con l’acqua pura, e le interferenze lesive sono messe al bando. 

Tuttavia la lezione impartitagli simultaneamente dai guru sia da bosco che da riviera rimane imprescindibile. Occorre adattarsi alle circostanze, lontano dalle astrazioni pleonastiche, e rimediare agli imprevisti. Che sorgono quando uno meno se lo aspetta. La pasta madre non è una panacea. E neanche un’incontestabile garanzia d’indistruttibilità. Però torna utile. Su questo non ci piove.

La predilezione per i pre-fermenti non cade mai nello scoglio di un sapere monodisciplinare che vacilla, al pari dello stuolo di fan dei cuochi del grande schermo, dinanzi ai bruschi cambiamenti imposti talora dalle circostanze. Il lievito madre naturale aiuta tanto. L’elasticità e la morbidezza dell’impasto, ivi connessi, scongiurano malaugurati mali di stomaco. Ed ergo fanno la felicità dei ghiottoni di turno. Tuttavia a Emmanuel non interessa, di contro, demonizzare il lievito di birra. Le buone maniere, l’apparente timidezza, la profonda educazione vanno di pari passo con l’implicita coerenza in merito. L’adagio latino cum grano salis capita a fagiolo, dunque. Nella sua accezione più ampia. Che comprende i giochi di parola.

Divertirsi lavorando, mentre si fatica, per usare un modo di dire frequente in Campania, non implica deleterie concessioni ad alcun tipo di sbavatura.

Emmanuel adora cimentarsi in pizze e focacce che lasciano il segno dell’impegno. Nonché del divertimento. Eppure, seguirlo, step by step, nella preparazione dei soffici e profumati pan-brioche, siano essi dolci o salati, manda a carte quarantotto l’inerzia delle idee prese in prestito all’altrui acume.

Ricorrere, in ogni caso, alla sagacia della lingua latina, aiuta ad avere una visione a trecentosessanta gradi ed entrare in contatto con le differenti scuole di pensiero. La parola fermènto (da fermentum vale a dire fèrvere, bollire, essere in moto) non si presta a equivoci di nessun tipo. Casomai chiarisce il nesso di specie morfologica e il rimando alla vita congiunti all’idea operante di fermentazione. Il pre-fermento indica ciò che precede quella tappa evolutiva. Non discriminare, perciò, i pre-impasti fermentati con il lievito di birra, sull’onda di una seccante affettazione, testimonia l’intelligenza, ancor prima ché l’accortezza, di Emmanuel.

La soddisfazione di veder sfornare il pane è indescrivibile. Non si tratta di attribuirle lo status di un nobile incarico, che spegne le piccole vampate delle superflue polemiche e attizza il sacro fuoco della passione, bensì di aprire il varco all’affettuosa intimità volta ad animare un patrimonio di pregiate conoscenze. Sulla pasta madre, sugli andamenti segreti in merito alla fermentazione spontanea degli impasti, sulla capacità di conservazione del prodotto, grazie alle funzioni svolte dai batteri e dai lieviti. Il Saccharomyces cerevisiae, dunque. O lievito di birra che dir si voglia.

Riuscire a comprendere le caratteristiche fermentative, unite all’applicazione di elasticità ed estensibilità, conta tanto quanto tenere d’occhio il ruolo della melanoidine nella colorazione bruna della crosta dei prodotti nell’ambito della Reazione di Maillard. Con apprezzabile umiltà, Emmanuel specifica di possedere più dimestichezza con i salati ché con i dolci. Ma, a giudicare dai risultati, non si direbbe. 

La scienza infusa c’entra, per chiarire, come i cavoli a merenda. Occorre conoscere le fasi di reazione, dal carbone carbonilico agli amminoacidi N-terminali, che, se non avvengono nella fermentazione ex ante, prendono piede in quella ex post – detto papale papale – dei destinatari. Una volta che mangiano il pane e la brioche intesi come un prodotto che manda a farsi friggere l’opportunità di digerire come si deve.

Il richiamo cinefilo al celebre spaccato sociale Bread and Roses di Ken Loach, l’aedo per antonomasia della working class anglosassone, e alla commedia agrodolce Pane e Burlesque di Manuela Tempesta, paladina dell’animo femminile, certifica come la fabbrica dei sogni abbia a cuore l’aguzza valenza metaforizzante determinata dalla fermentazione eletta a moto dell’esistenza. Nel determinare i tempi di lievitazione, il forno e gli elementi ambientali  conducono l’operazione  a termine.

A Emmanuel rimangono molte frecce al proprio arco. Balza agli occhi. È un argomentatore sagace. Che parla a voce bassa. Sembra timido dapprincipio. La calma dei forti lo tutela, al contrario, dal rischio di andare a caccia di grilli e costruire vani castelli di carta. I sistemi moderni di molitura, le quantità crescenti di crusca, l’apporto rinforzante garantito dall’amido non lo colgono mai impreparato.

Come chi mastica amaro e sputa dolce. Il rigonfiamento della lievitazione sa tenerlo sotto controllo. Non è un ostacolo insormontabile. Unire l’utile al dilettevole gli riesce facile. La soppesata delicatezza lo solletica. L’attività di dialogo offre motivi di dibattito che non hanno nulla a che spartire con le battute sentenziose. La formulazione di un augurio ad maiora è pertanto legittima. Sfornare delizie, tirando a lucido il tema del pane parlando chiaro e tondo, può diventare un’abitudine. Ed è la forza della tradizione che ne gioverà. A buon diritto. Al pari di Emmanuel.

 

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Menzogne di guerra di un Occidente russofobico di Luca Leonardo D’Agostini

Analisi e controllo delle fonti dalla guerra Ispano-americana ai curdi, i valzer dell’ipocrisia

Raffaele Panico

La presentazione a Roma, il libro e il dvd

La suggestiva lettura dei titoli dei capitoli del libro di Luca D’Agostini, con l’apprestarsi della notte, porta consiglio e il sogno riveste e anticipa la realtà, così che la lettura non ceda alle visioni tragiche ed atroci della guerra calda riportate e la redazione risulti pertanto serena come è piacevole avere contezza dei fatti reali da leggere nel libro che svela le falsità. Ieri a Roma, presso la sede italiana dell’eccellente Scuola Russa, direttrice la professoressa Natal’ja Demchenko, è stato presentato il libro e il dvd allegato di Luca Leonardo D’Agostini, esperto di geopolitica e relazioni internazionali, dottore in Scienze politiche, a Roma, professionista a livello internazionale di intelligence privata.

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A colloquio con Federico Tocci sugli sprazzi di talento della recitazione

IL CIGLIO ASCIUTTO DI UN ATTORE DALLA MOLE MASSICCIA E DALLO SGUARDO CERBIATTESCO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

L’intenso contrasto tra la stazza massiccia e l’introversione degli indugi permette a Federico Tocci di andare oltre il limite dei ruoli fissi destinati ai meri caratteristi. All’attore romano, incline, per ragioni di sangue e di suolo, all’acume mordace del vernacolo capitolino, che scorge nello storico disincanto una sorta di cinismo bonario, la densità testuale, conforme ai ruoli più impegnativi, piace. Eccome. È nelle sue corde, d’altronde. Insieme al dono dell’autoironia e alla capacità di trarre linfa dagli insegnamenti appresi sia nella cosiddetta università della strada sia nell’opportuno e inesausto studio della psicotecnica. Senza mai dare per scontate le incombenze di chi deve sudare sette camicie con la regìa per riuscire ad annettere gli slanci imprevisti ma proficui della poiesis, cara ai filosofi, all’indispensabile praxis costituita dalle componenti tecniche.

L’esordio dietro l’ardua macchina  da presa del collega e amico Marco Bocci (nella foto), che lo ha ribattezzato teneramente zio Thor, costituisce la prova dell’umiltà necessaria a favorire, alla superbia delle scene lusinghiere e all’esca del numero di pose fine a se stesse, la sostanza dell’indicativo lavoro di sottrazione. 

L’opera prima, A Tor Bella Monaca non piove mai, lo trova prontissimo nel ruolo di un commissario deciso a non buttare al macero mesi d’appostamento, per rendere pan per focaccia ai delinquenti che riciclano denaro sporco, nonché ad accudire un collega vittima dei disvalori imperanti nel territorio amico attanagliato dagli empi nemici.

Il relativo senso di appartenenza, restio a ricorrere ad alcun tipo di gigionesco soprassalto esibizionistico, non premia solo ed esclusivamente la professionalità di mettersi a disposizione della scrittura per immagini: dimostra, altresì, come un’empatica mimica facciale comunichi tanto quanto le forme geometriche dell’inquadratura e i match-cut visivi intenti ad accrescere l’imprinting di dettagli rivelatori ed ellissi temporali.

L’amicizia che lo lega a Tony Sperandeo, con cui ha condiviso il set della nota serie televisiva La squadra, non c’entra nulla con le reboanti ostentazioni di stima dei fan. La fragranza dell’affetto sincero, frammista ai palpiti dell’ammirazione per il ritratto acuto ed epidermico conferito in qualsivoglia ruolo, ivi compreso l’inquieto sovrintendente Salvatore Sciacca, balza agli occhi. 

L’ispettore Walter Battiston è un po’ il fiore all’occhiello di Federico Tocci. L’accento veneto, la mole robusta, lo sguardo cerbiattesco, la punta di spina del dolore per le frecce di Cupido scoccate a discapito della fortuna, che gli chiede spesso il conto, impreziosiscono gli sprazzi di talento impiegati per fungere da valido pungolo. Allo scopo, in prima battuta, di prendere confidenza con un’inflessione dialettale assai diversa da quella dei cittadini dell’Urbe. Al fine, in seguito, di dare l’acqua della vita all’aspetto spirituale, interiore, dell’onesto sbirro messo a capo delle Volanti. Pronto a cedere di nuovo il posto. Con la purezza di cuore garantita dagli sguardi introversi ed eloquenti.

Al gigionismo del fuoriclasse Sperandeo, che riesce a diventare spietato e compassionevole, sbeffeggiatore e comprensivo, scattoso e mesto, soverchiatore ed empatico, sulla scorta dell’eterogeneo sviluppo dell’intreccio, congiunto all’estrinseca vena teatrale, Federico replica con la farina del suo sacco. La sottorecitazione lo esorta, infatti, ad anteporre i semitoni agli accenti. Anche se pure quelli gli riescono bene.

È, comunque, il trasporto intimo, estraneo all’infruttifero diktat imposto dalle circostanze esteriori determinate dal plot, a preferire i segnali discorsivi, gli accenni, le parole non dette a garantire la fondatezza ad alcune performance altrimenti inclini ai virtuosismi vezzosi. Inutili, sia in prassi sia in spirito, allo studio della vicenda da raccontare ed esibire in tutte le sfaccettature del caso. Frutto dell’ingegno dell’autore.

In Suburra – La serie, a dispetto delle accuse lanciate contro l’inattendibilità di alcuni contesti, che permettono allo zingaro soprannominato Spadino di entrare e uscire dalle case dei cardinali in Vaticano, ad agire senza azione provvede l’insita antiretorica.

Il boss di Ostia, Tullio Adami, ricava notevole spessore dalla partitura sotterranea percorsa da Tocci per scolpirne le ubbie e la rabbia belluina. Contraddetta dall’incedere di alcune sensibili occhiate diametralmente opposte ai battutissimi sentieri conformi alla cifra dell’odio scellerato.

La cifra dell’amore, invece, per il figlio ribelle, incarnato con indubbia abilità da Alessandro Borghi (nella foto con Federico in un lampo cruciale), rende molto più interessante il succedersi degli eventi.

Il mancato punto d’incontro tra i due, divisi dai temperamenti bellicosi, negati all’adeguatezza catartica di una sana chiacchierata, rimane nella memoria. Quando l’impetuoso rampollo sfugge alla morte, per il rotto della cuffia, nell’aria attorno alla roccaforte vicino al mare preme un’arida ed emblematica uggia. La morbosa suscettibilità di entrambi sembra cedere il passo ad attimi fuggenti intessuti di premura virile.

In Sulla mia pelle di Alessio Cremonini il grande schermo lo vede di nuovo accanto ad Alessandro Borghi (nella foto le scene topiche), premiato con l’ambìto David di Donatello per la performance fornita nelle vesti di Stefano Cucchi. Sono sufficienti pochi secondi a Federico, che impersona un poliziotto preoccupato in apparenza unicamente di lavarsi le mani tipo Ponzio Pilato dinanzi ai segni d’atroce percossa rilevati sul corpo smagrito all’inverosimile del ragazzo: si ha fortissimamente l’impressione che l’incolpevole guardia dica una cosa, dettata dall’algido sarcasmo, e ne pensi un’altra. Agli antipodi. Sull’onda di un’indicibile indulgenza. La spia alla comprensione celata dall’ovvio distacco di rito.

Ai modi asciutti, che non gli impediscono di esporre i recessi più arcani dell’inconscio, custoditi con l’ausilio del sarcasmo gergale, e traditi dagli occhi cerulei, promossi a specchio dell’anima intenta a scoprire diverse zone d’ombra, illuminate dall’inopinata docilità, seguono le argomentazioni sagaci. Snocciolate senza l’improntitudine degli intellettuali estranei alla saggezza popolana. I fulgidi globi oculari, ridotti in certe circostanze a fessure iniettate di sangue, quando le sagome scure del Rischio e della Minaccia prendono piede attraverso il rapporto della finzione cinematografica col reale, lontano da qualunque, inutile forma artificiosa, tornano ad accendersi fuori del set. 

Una testimonianza di pienezza compartecipe. Allergica agli imperativi dei calcoli professionali. Alla prospettiva, nemmeno troppo remota, di aggiudicarsi un David di Donatello, come attore non protagonista per l’insolito commissario di A Tor Bella Monaca non piove mai, con l’antidoto al braccio violento della legge, non ci pensa. Gli basta salvaguardarsi dalle crisi occupazionali che affliggono tutti gli attori esclusi dall’effigie dorata attribuita dai seguaci dell’inane divismo. 

Recitare, per Federico Tocci, è un mestiere irrinunciabile. Che ama per motivi che non hanno nulla a che vedere con la brama di procacciarsi chissà quale quotazione sul mercato né con il freddo raziocinio. Abituato ad affidare alla fotogenia il compito di sopperire all’impasse di una recitazione meccanica. Nel suo caso il connubio delle forme somatiche del volto con la gamma luministica, assicurata dagli alacri direttori della fotografia, possiede la polpa dell’affetto. Tramutato in conoscenza. Per dare il benservito ad arzigogoli ed elucubrazioni varie. Il cuore, sintomo di sensibilità e d’audacia perenne, è tutta un’altra camminata. L’entusiasmo creativo e i piedi per terra non si annullano l’un gli altri.  Sono, viceversa, il cacio sui maccheroni. Non per cucirsi sul petto i galloni della star venerata dalle folle desiderose d’ispirarsi agli ingannevoli portatori d’invulnerabilità. Ma per far sorridere, sognare e riflettere il pubblico proprio con la vulnerabilità connaturata alla creazione di circostanze convertite in rimedi contro la monotonia. Una cura dello spirito che amplia la visione del mondo ed esplora gioie e dolori: la brama dell’iperbole, l’ansia febbrile, l’essenzialità delle note intime. Che penetrano la complessità dell’esistenza. Senza colpo ferire. 

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