venerdì, 18 Ottobre 2019
Congresso Partito Bolscevico 1919

La Troika del 1919

Raffaele Panico

Germogli di storia in immagini

Russia. 1919 questa è la foto di gruppo del Congresso del partito bolscevico, al centro la Troika Stalin, Lenin e Kalinin: non c’erano negli archivi del Cremlino foto più belle di questa con loro tre insieme. A disposizione dei Commissari e Artisti del popolo, artisti affermati e d’avanguardia di inizio secolo passati poi a produrre e diffondere con continuità immagini della Rivoluzione per il Popolo, si passa all’opera con modifiche sulla foto ufficiale. Rimozione di intere figure o ritocchi per la gloria della rivoluzione ed anche, la vanità dei loro padri. Seguiamone le fasi.

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L’odore del teatro: il luogo che mette d’accordo cuore e cervello

LA MAGIA DEL PALCOSCENICO: UN’ORBITA MISTERIOSA CHE TRASFORMA I MOTIVI DI FIANCO NELLA CURA DELLO SPIRITO

«Oh, chi avesse visto l’imbacuccata regina correre a piedi nudi qua e là minacciando le fiamme con occhi pieni di lacrime! Uno straccio sopra la testa dove poc’anzi un diadema posava e come abito, sui fianchi, resi esausti dal parto e scarni, una coperta afferrata con paura durante l’assalto. Chi avesse visto questo, con la lingua intrisa nel veleno, avrebbe imprecato contro il tradimento empio della fortuna. Se gli Déi stessi avessero sentita, quando vide Pirro rovistare con la spada, per maligno gioco, tra le membra di suo marito, l’urlo disperato che le eruppe dal petto! Se cosa mortale può commuovere gli Eterni, avrebbe versato latte nei brucianti occhi del cielo».

È questo il monologo, che pone in risalto la disperazione della regina Ecuba dinanzi all’agonia del marito Priamo, barbaramente ucciso dal nemico Pirro, con cui l’intenso ed erudito capocomico presente nella tragedia shakespeariana di Amleto spinge l’omonimo principe di Danimarca a riflettere sulla forza persuasiva della recitazione. Impreziosita dall’aderenza ai sentimenti altrui. Dalla capacità di snudare l’anima ed esprimere l’umana pietas insita nei meandri dello spirito in perenne lotta con la materia. Le parole al riguardo dello stesso Amleto, quando prende piena coscienza dell’inimmaginabile dose di trascinante empatia connessa all’ammirevole trasporto immedesimativo, sono ancor più rilevanti ed emblematiche:

«Non è mostruoso che questo attore, per una finzione, in un sogno di passione, possa sottomettere l’anima alla sua immaginazione. Al punto tale che il volto gli si è sbiancato. Con le lacrime agli occhi. Gli si è stravolto l’aspetto. Gli si è spezzata la voce. E ogni sua facoltà dà forma a sentimenti suggeriti. E tutto per niente! Per Ecuba! Cos’è Ecuba per lui e lui per Ecuba che debba piangere in quel modo? Che farebbe se avesse i motivi e la spinta per le passioni che c’è in me? Certo lui inonderebbe la scena di lacrime. Strazierebbe le orecchie di tutti con grida orribili. Farebbe impazzire i colpevoli, inorridire gli innocenti, confondere gli ignoranti. E lascerebbe sgomenti in tutti gli altri la vista e l’udito».

Non si può dar torto ad Alberto Moravia quando sosteneva – nelle vesti di critico cinematografico sulle pagine del noto del settimanale di politica, cultura ed economia L’Espresso – che il gioco fisionomico alla base di ogni performance costituisse un motivo di fianco rispetto alle scelte compiute dai registi cinematografici eletti ad Autori con la “a” maiuscola sul galvanizzante terreno dell’arte. Anzi, della Settima Arte. 

Tuttavia lo spettacolo di secondo piano diviene la chiave di volta sui palcoscenici del teatro in virtù del profondo ascendente esercitato sul pubblico. Il contatto diretto con gli spettatori, lontano dalle vane lusinghe riposte nelle inquadrature lusinghiere e dalla possibilità di correggersi dinanzi a una “papera”, non costituisce una mera patente di nobiltà. Bensì è il fiore all’occhiello di un processo di formazione alla creatività che tramuta il gioco della trappola scenica in un probo prodromo della verità. Il cui depositario, nella vita di tutti i giorni, resta l’Onnipotente. La sospensione dell’incredulità, che manda a carte quarantotto l’attitudine dei critici a cercare il pelo nell’uovo, trascende l’ovvio ricorso ad abili stratagemmi, a sollecitazioni programmatiche, al vezzo di fare il verso alle fatiche di Ercole, ai crucci dei mortali, ai capricci degli immortali. Nel convertire la freddezza dell’intelligenza, di chi si erge a giudice degli spunti originari dell’estro, nel calore della sensibilità, aliena anche alle snobistiche distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, risiede l’essenza di una ribalta unica. Che esorta gli attori ad amare il sogno. «Senza immaginazione – sosteneva l’esimio maestro Konstantin Sergeevič Stanislavskijnon ci può essere creazione».

Nella Settima Arte il punto di convergenza che unisce l’immagine all’immaginazione necessita della creatività di chi coordina dietro la macchina da presa l’irrinunciabile valore evocativo dei movimenti di macchina, dei match-cut visivi, tipo l’osso lanciato dal primate di 2001: Odissea nello Spazio che diviene un monolite, della profondità di campo. Grazie al quale l’indimenticabile Orson Welles ha saputo allargare le prospettive mentali di platee inizialmente dai gusti semplici se non grossolani.

Nel teatro, invece, lo status di autorialità, difeso con le unghie e con i denti dai falsi dotti, ansiosi di sentirsi degli intenditori, anziché apparire alla stregua di vanesi dissimulatori, conta poco o niente. Non ci sono demiurghi né stregoni. È un alto tasso di umiltà, di predisposizione al sacrificio, congiunto alla reviviscenza, ad animare la fantasia degli interpreti. Per agire nelle vesti del personaggio, studiato sin nei minimi dettagli, lavorando su sé stessi. Sui ricordi capaci di accendere quella fiamma eterna. Accesa, per la prima volta, ad Atene dal sommo poeta Tepsi. Uno che ci sapeva fare con la prontezza declamatoria. Ma finanche coi frizzi e i lazzi cari a Totò (nella foto), l’impareggiabile Principe della risata. Nato nel Rione Sanità. Consapevole delle gag necessarie a «far patire di piacere» la gente seduta in platea ad ammirarne l’eccezionale mimica facciale, gli inarrivabili tempi comici, l’incredibile bravura nell’andare a braccio, senza copione, riuscendo ad appaiare i neologismi, entrati con pieno merito nel linguaggio comune, al magico talento di flettere il corpo a proprio piacimento divenendo l’antesignano della black-dance e di Micheal Jackson.

Eduardo De Filippo alle doti funamboliche del geniale concittadino, dalla pantomina prodigiosa, replicava con la superba padronanza dei ferri del mestiere sia sul versante dell’orgoglioso teatro accademico sia sul piano di quello naturalistico. Connesso al vernacolo partenopeo. Divenuto Patrimonio dell’Onescu.

Tuttavia nella commedia in tre atti Il Sindaco del Rione Sanità è soprattutto il suo sguardo a parlare. Sulla scorta del volto scavato, degli occhi piccoli, vivaci, pronti ad accendersi di colpo, del cipiglio fiero. Venato d’inguaribile malinconia. Stemperata nell’indulgenza fugace, nondimeno liberatoria, dell’umorismo. La versione moderna rappresentata dal pur abile Mario Martone non gli arriva neanche alla caviglia

Disporre i significati del testo, che espone le ubbie unite al personale codice etico di un boss di quartiere fedele all’ormai antiquato senso dell’onore svilito dalla tracotanza, dall’insensibilità e dalla paura omicida, non è compito dei recensori. Le varianti dissacratorie, decise ad aggiungere alla pregnanza contenutistica originaria il richiamo ai segnali discorsivi in stile Gomorra, frammisti ai forestierismi comportati dall’adozione del rap, concedono ugualmente qualche banalità di troppo. A dispetto dell’indubbia esperienza di Martone, destreggiatosi nella sua lunga carriera tanto nel cinema, attraverso la correlazione oggettiva ed emblematica tra habitat ed esseri umani, quanto nel teatro, il richiamo figurativo non si tramuta mai in nesso introspettivo. La perizia dei costumi, che sostituiscono gli abiti all’antica del boss col vestiario casual dei “tamarri” odierni, e gli attenti elementi scenografici non bastano a sopperire alla penuria degli opportuni colpi d’ala necessari per rendere l’impasto sempiterno dei sapori di acre, di dolce, di penetrante ad appannaggio del ritratto dell’autocrate eppur magnanimo protagonista. Antonio Barracano. Incarnato dal volenteroso Francesco Di Leva con ammirevole sforzo. Nella mesta consapevolezza, però, di raccogliere una malagevole eredità. A differenza del misurato Massimiliano Gallo che, grazie all’egemonia dei semitoni sugli accenti, ha dato nuova linfa e un’inattesa dignità alla figura del vile, nonché cinico, Arturo Santaniello destinato a dare il benservito ad Antonio Barracano. Nella successiva versione cinematografica pure Martone al timone di regìa ritrova lo smalto dei tempi migliori. Mettendo a frutto ciò che manca al teatro: la geografia emozionale. La scrittura per immagini riesce perciò a catturare le pulsioni del borgo dove nacque l’immenso Totò, i condizionamenti imposti ai suoi abitanti, i timbri antropologici ed etnologici congiunti all’abitudine del territorio di riverberare i modi d’agire e l’altalena di stati d’animo ora convulsi ora accigliati ed elegiaci. Tuttavia delle gag, delle invenzioni, delle creazioni, partorite dal Principe Antonio De Curtis in arte Totò a ogni piè sospinto, non vi è la benché minima traccia.

L’ironia, al contrario, è la prerogativa del regista fiorentino Igor Maltagliati. Per spiegare in maniera facile le cose difficili occorre una massiccia dose d’inventiva. Sul grande schermo è l’assurdo poetico, divenuto già oggetto di spettacolo nel capolavoro Delicatessen, a guidarlo per conferire al ritratto corale dei personaggi, attinti in larga misura ad Altman e al proselito Paul Thomas Anderson, il cortocircuito surreale, l’attimo d’astrazione, che li ricompensa degli affronti giornalieri. A teatro le sue molle sono la facondia dialogica, guidata dal nume tutelare della filosofia senza dare adito ad alcuna elucubrazione teorica, e la vena immaginifica. La vita dopo (nella foto) è frutto proprio del suo affetto per il destinatario optimum: il pubblico presente in sala.

Igor non vuole tediare con disquisizioni cervellotiche ma avvicinare le persone comuni, mettendole di buon umore, agli intrinseci orientamenti spirituali e ad appassionanti riti, impermeabili alla prevedibilità di qualsivoglia tran tran, che vanno a sostituire quelli giornalieri. La vera sfida sarebbe condurre gli impliciti concetti applicativi di karma e biocentrismo nei meccanismi di causa ed effetto relativi alla fabbrica dei sogni. Ovvero al cinema. Frattanto, aspettando che la Teoria del Multiuniverso si tramuti in una pratica condita magari da una mitragliata di battute, ed eloquenti silenzi nelle vesti di debito contraltare, Igor è alle prese con le prove dell’ennesimo spettacolo teatrale: Tequila! L’inedito modello di riferimento è riposto nelle sit-com americane. Agli echi stralunati ed eruditi di Jean-Pierre Jeunet, con Woody Allen che fa capolino, si andrà ad aggiungere, molto probabilmente, una galleria di tipi piuttosto curiosi per tingere di fantastico il grigiore dei racconti intimisti che giocano però col paradosso ed esibiscono i segni impercettibili degli affanni in procinto di cedere il passo al flusso di eventi straordinari ed ellissi significative.

La FACT (Fort Apache Cinema Teatro) punta tutto sulla volontà degli attori d’imprimere nelle loro caratterizzazioni le tinte nere, senza sotterfugi, e porre in risalto, per contrasto, gli slanci della bonomia. La risorsa di tutti gli individui in cerca di riscatto morale. La fondatrice Valentina Esposito guida il proprio cast (nella foto) con mano ferma sottoponendolo alla crescita interiore ed etica connessa alle prove.

«Volli, sempre volli, fortissimamente volli». La massima dell’avveduto Vittorio Alfieri diviene il pungolo decisivo per  andare oltre l’impasse dell’esaltamento interiore e scorgere nel proprio passato l’opportuno punto di contatto per le performance da eseguire sull’onda di sentimenti, forse feriti, magari pure slogati, ma colmi dell’energia interiore riflessa dai migliori modelli ispiratori. Il Progetto, che coinvolge attori professionisti ed ex detenuti, desiderosi di scorgere nella gioia di creare l’antidoto contro lo spettro dell’isolamento, ha raggiunto l’acme con la pièce Famiglia. Lo scontro padre-figlio, esacerbato dai divari generazionali, ricava parecchio beneficio, sul piano dell’intensità interiore, dal training sistematico cui l’alacre Valentina sottopone, secondo consuetudine, l’intero suo staff. Da Gabriella Indolfi ad Alessandro Forcinelli ed Edoardo Timmi. Da  Chiara Cavalieri e Christian Cavorso ad Alessandro Bernardini. Ed è il contenuto emotivo, posto in essere sull’onda di un’ardua ma determinante spontaneità, frammista alla reviviscenza contemplata dal Metodo  Stanislavskij, ad aprire lo scrigno della fantasia insieme alla crudezza oggettiva.

A mettere d’accordo cuore e cervello ci ha pensato soprattutto la regista cinematografica Manuela Tempesta con il prezioso supporto di Giovanni Maria Buzzatti. Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, l’attore/autore ha unito la sua esperienza con quella di Manuela. La cifra distintiva che l’ha vista ergersi con compitezza ed estrema tenacia nel ruolo di prodiga prosatrice dell’animo femminile ha tratto giovamento dall’attenzione di Giovanni Maria (nella foto nel ruolo di Otello in Shake Fools) per la parola.

L’alta densità lessicale del linguaggio ricercato si va ad appaiare alla bassa densità lessicale del gergo colloquiale. Il pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana rinsalda le passioni divampanti del teatro shakespeariano. L’inclinazione a far ridere amaramente mostrata dietro la macchina da presa in Pane & Burlesque, il ricorso all’aura contemplativa in chiave panteista nel cortometraggio I sogni sospesi, i palpiti della commozione nella “chicca” d’impegno civile Cristallo confluiscono ora sulle tavole del proscenio con un’ampia gamma, quindi, di echi e controechi.

L’effigie del matto, che sul finire svela le connessioni delle gemme teatrali del Grande Bardo, Shakespeare, con i tristi ed efferati fatti di cronaca, celati dapprincipio dalle ombre blasonate, richiama alla mente Joel Grey in Cabaret. Ed ergo, di rimbalzo, ma senza nessun dubbio, a Pane & Burlesque. Al filo invisibile, quindi, che associa arte ed esistenza. I rimandi all’attualità, a Bibbiano, a Torre Maura, alla dialettica tra conservatori e progressisti, destinata ineluttabilmente a degenerare, pagherebbero dazio all’impasse della monotonia se i nervi, tesi come corde di violino, nonché gli slanci delle attrici non dessero nuova linfa al sottotesto. Mavina Graziani, dolce ed eterea nei panni di Ofelia, sarcastica e fragile in quelli di Desdemona (nella foto), mette in pista dei magici “se”. Le medesime ipotesi di cui Lee Strasberg si servì per assorbire le tecniche d’immedesimazione ed estraniamento del celebre Metodo.

Manuela, guadagnatasi la fiducia e l’ammirazione dell’intero cast, non ha gettato il sasso nello stagno. Anziché restare immobile, ad attendere il movimento dell’acqua, è riuscita a creare un rapporto di coalescenza col pubblico in sala. Quello, almeno, disposto ad anteporre ai cerchi dei sognatori avvezzi ai vani voli pindarici e agli ormai stantii indovinelli di stampo tarantiniano il desiderio di cogliere le parole immortali del drammaturgo inglese in mezzo a sospiri, voluti scompensi, sporcature dialogiche, forme-bandiere del romanesco. Estranee, comunque, ai soliti, vetusti intenti comico-ammiccanti che albergano nei luoghi dell’effimero. Il Teatro Trastevere ha, infatti, accolto con lo spettacolo teatrale Shake Fools una variazione linguistica, umanistica ed evocativa tutt’altro ché fatua.

Alessandro Bernardini e Mavina Graziani, in ultima istanza, meritano una menzione a parte. Il primo (nella foto) per aver letteralmente buttato il cuore oltre l’ostacolo. Per essere riuscito ad analizzare il proprio io, là dove fa più male. Ma, come si dice, quello che non uccide rende più forti. Ed è una sacrosanta verità. Aliena alle secche dell’enfasi di circostanza e alle banalità scintillanti dell’insulsa propaganda. Fort Apache Cinema Teatro gli ha fatto conoscere gli stilemi della cosiddetta resilienza spronandolo a convertire le difficoltà in opportunità. La rabbia in sensibilità. L’oblio in fermo desiderio di rinascita. Nella rappresentazione Famiglia è riuscito, motu proprio, a congiungere la linea trasversale dell’ispirazione con l’attuazione dell’azione passando in tal modo dalla teoria alla prassi.

Risultati immagini per alessandro bernardini fort apache

Lei, Mavina Graziani (nella foto nel ruolo di Ofelia), con la sua inopinata carica espressiva, costituisce un monito per le ragazze che vogliono solo diventare starlette. Ha tratto partito dalla propria avvenenza, dall’esteriorità, per dare l’acqua della vita alle dinamiche interiori. Che presiedono il rapporto tra immagine e immaginazione. Nel linguaggio dei gesti, del corpo, del volto, illuminato con gli accorti contrasti chiaroscurali predisposti in partenza, ha emanato, al posto delle prove meccaniche, sorrette da un’inane puntigliosità, i segreti imbarazzi delle anime ferite che si sentono pesci fuor d’acqua nel grande disegno delle cose. Come se l’ordine naturale avesse chiuso le porte alle creature ipersensibili. Nei suoi confessionali, rivolti al pubblico e, perciò, al mondo apatico, indifferente al sordo rumore dei sentimenti incrinati, sembra, sia pure inavvertitamente, prendere spunto da Vivien Leigh in Un tram che si chiama desiderio e dall’eterea Liv Tyler in Io ballo da sola. Ma, forse, è solo un’impressione. Fatto sta che, al di là dei cenni citazionistici più o meno voluti, la percezione della giustizia e dell’ingiustizia le ha consentito di privilegiare alla sentenziosità declamatoria la fragranza dell’autenticità.

Lo stesso sentimento d’autenticità spinse Totò a esclamare: «Quant’è bello l’addore ‘e teatro». Ed è sempre lui a fungere da guida ideale per gli attori e le attrici che preferiscono lo spirito alla materia, il buon vivere al bel vivere, l’impegno al disimpegno, la cultura al consumismo. Gli applausi scroscianti restano la risposta migliore per premiare la rettitudine delle scelte che ampliano il diapason del dolore, della felicità, degli sghignazzi, dei pianti, della saggezza, dell’impulsività, della sfiducia, della fede. Ed ergo dell’Umanità.

MASSIMILIANO SERRIELLO

La Vendemmia di Roma Terza Edizione

Focus del 2019 è il turismo dalla Russia

Raffaele Panico

È iniziata ieri la settimana di iniziative dedicate a “La Vendemmia di Roma”, sito ufficiale https://www.lavendemmiaroma.it/ . Giunta alla Terza edizione quest’anno è dedicata a “Russia, numeri, strumenti e previsioni del turismo di lusso in Italia” dei russi. Nel pomeriggio al Grand Hotel Plaza in via del Corso al centro di Roma pochi passi da via dei Condotti, Andrea Amoruso Manzari, ha organizzato la serata “La Vendemmia di Roma” aperta alla stampa, alle aziende e agli operatori del settore per illustrare i temi di grande respiro ed economia, rivolti specificamente al lusso/luxury, al turismo, alla moda, al F&B, e al commercio, per la formazione centrata sul mercato e turismo russo in Italia.

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A colloquio con Alessandro Bernardini sulla forza liberatoria della recitazione

IL CARATTERE D’AUTENTICITÀ DI UN ATTORE AFFEZIONATO AL LEGAME TRA INTERPRETAZIONE ED ESPERIENZA DI VITA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Le esperienze di vita, anche quelle da detenuto di Rebibbia coinvolto nell’arte della recitazione dalla sensibile ed energica Valentina Esposito, fondatrice della factory Fort Apache Cinema Teatro, costituiscono davvero un bagaglio nodale per Alessandro Bernardini. Dietro il verso roco, un po’ alla Califano, i lineamenti vigorosi, l’aspetto da duro, destinato, in apparenza, a vestire, più ché altro, le parti delle figure di fianco, si cela, invece, un ragazzo buono, generoso, dal cuore d’oro, deciso al contempo ad acquisire sempre più padronanza della psicotecnica per animare l’universo superficiale ed esteriore dei segni di ammicco e degli ovvi colpi di gomito con la profondità della dimensione interiore. Che deriva dal cervello, dal cuore, dalle viscere. Ed è sinonimo, pure, di libertà. Indispensabile per sopperire al gap della distanza dal mondo che, mentre i peccati sono scontati tra quattro mura sinistre, prosegue imperterrito per la propria strada. E rappresenta un’irrinunciabile ragione d’orgoglio, una volta inserito nel “mucchio selvaggio” della Settima Arte, in virtù dei risultati raggiunti. Non sulla scorta di sfide perentorie, sbandierate ai quattro venti, né di pose ed elevazioni compiaciute della voce, facile preda dell’infeconda brama dell’iperbole, bensì grazie al dono dell’indispensabile umiltà. Che lo spinge ad anteporre al vacuo frastuono degli accenti la natura sobria ed essenziale dei semitoni. Non gli interessa, perciò, fendere l’aria con i gesti, o battere i pugni sul tavolo con superflue insistenze per poi farsi largo a spallate. Sa stare, piuttosto, al suo posto. Consapevole del propizio, quantunque fortuito, legame tra le peculiari forme somatiche e la capacità di scrivere con la luce ad appannaggio dei talentuosi registi che lo hanno diretto finora. Con il compianto Claudio Caligari sugli scudi. In Non essere cattivo, insieme al valore sempiterno e anch’esso liberatorio dell’umorismo, dispiegato nell’acuminato sarcasmo del gergo romanesco, alberga la poesia della strada. La stessa che è riuscita ad appaiare il gusto del cinema plebeo con i bagliori visionari di quello intellettuale. Basti pensare a capolavori come Rusty il selvaggio di Francis Ford Coppola. Anche se Accattone, opera prima del poliedrico ed erudito Pier Paolo Pasolini, resta il nume tutelare per antonomasia. Allora la fotogenia di Alessandro si è potuta congiungere con la spontaneità frammista all’inopinata destrezza dei gesti introspettivi. Tanto cari ad Anton Pavlovič Čechov. Il teatro, per l’appunto, rimane la sua più grande passione. A motivarne l’istintiva preferenza, dovuta certamente al reinserimento sociale congiunto alla relativa consapevolezza di saper trarre linfa dalla sfera delle sensazioni personali, è il contatto col pubblico. Nonché la gioia di convertire l’altalena di scoramento ed entusiasmo del passato in una base costruttiva, aliena ai vani voli pindarici dei neofiti. Il piglio cordiale con cui risponde alle domande del sottoscritto, seduto insieme a lui sulle sedie di legno di un bar nei pressi di viale Regina Margherita, vicino all’Anica, si va ad amalgamare ai palpiti dell’intenerimento quando il bandolo della conversazione scivola sulle vicende di amore, odio, caduta e rinascita recuperate dai meandri della mente per riportarle sulle tavole del palcoscenico.

Lì l’assemblaggio dello spirito trascende le smargiassate dei bulli di periferia e la slavata alterigia degli attori dal sangue blu attenti solo ad accompagnarsi ai presunti parigrado. Per questioni di censo. Ai limiti del ridicolo involontario. Quelle categorie, Alessandro, le lascia cuocere nel loro brodo. L’attaccamento protettivo agli amici del Quadraro attiene, invece, al sano senso di appartenenza. Rinvigorito dalla schiettezza della geografia emozionale che guida chiunque si guardi bene dal rinnegare la fondatezza preziosa delle radici. All’ossessività esagerata per le tecniche di straniamento, contemplate dal Metodo Stanislavskij e dall’Actors Studio di Lee Strasberg, replica con i modi spigliati connessi all’impiego della memoria retroattiva. La riconoscenza, in tal senso, nei riguardi di Valentina Esposito fa bene all’anima. Lo slancio che lo accompagna tutte le volte che il linguaggio scenico apre nuove prospettive è una cura contro la monotonia degli atteggiamenti divistici destinati a finire in una bolla di sapone. Per toccare i massimi interrogativi dell’esistenza, nella flebile seppur legittima speranza di reperire risposte ampie ed esaustive, non serve strabuzzare gli occhi e fingere fremiti o trasalimenti con magniloquente trasporto. Cum grano salis. L’adagio latino insegna molto al riguardo.

Il discernimento accompagnato dalla sapienza risiede nella vigoria comunicativa di uno sguardo. L’intesa stabilita con Francesco Acquaroli (nella foto), il Samurai di Suburra – La serie, sigilla l’accordo di consonanze ed estraneità sviscerato lontano dall’insostenibile peso del giudizio e, ancor peggio, del pregiudizio. Non ne tesse l’elogio per piaggeria. Si avverte, in maniera palpabile, il motore dell’affetto. Estraneo agli esuberi di aggettivi e ai soliti panegirici a buon mercato. Ed è pressoché impossibile non dargli ragione. Ad Acquaroli, nei panni eleganti, ma pure scomodi, dell’economista Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea, in Adults in the Room, diretto dal vecchio e indomabile leone greco Costa-Gavras, bastano poche occhiate per comunicare più della superflua logorrea degli oratori da strapazzo.

Raggiungere il diapason alla sua stregua, nel ruolo degli uomini di ghiaccio, con palesi richiami shakespeariani, sembrerebbe, a botta calda, un’impresa inattuabile.  Conforme, al limite, all’avventuroso Ethan Hunt incarnato da Tom Cruise. Avvezzo ad arrampicarsi in cima allo strapiombo. Nondimeno Alessandro conosce l’estrema punta di spina del dolore, le vertigini dello smarrimento momentaneo, la ferma volontà di riscatto, rinsaldata dalla fede nella Vergine Maria, non per mietere allori su allori, al contrario per infondere fiducia alle persone schiave dei disaccordi insoluti. Capire chi siamo, almeno per i filosofi antichi, equivale a tenerci ben distanti dall’abisso. A ogni buon conto è giusto confrontarsi con i demoni privati per abbracciare i migliori angeli della nostra indole caldeggiati dal 16º presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln. Facendo venire a galla l’emblema del Rischio e della Minaccia ed esautorare, in seguito, l’incubo con gli strumenti della fabbrica dei sogni. L’unica, al pari della parola scritta, che, secondo il pionieristico regista americano David Wark Griffith, esibiva il lato oscuro del Male per mettere in luce il lato luminoso del Bene.

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Al TAYAR, la corrente …. dall’Egitto all’Europa:
– l’ultimo libro dell’ Ambasciatore Mario Vattani

La SFIDA del MEDITERRANEO 

Dopo la presentazione al Circolo degli Esteri – gremita dai numerosissimi invitati e molto applaudita, a fine dello scorso mese di maggio – è organizzato un nuovo incontro mercoledì 16 ottobre alle ore 18 con l’Ambasciatore Mario Vattani presso la Sede della U.G.L. in Roma, a via delle Botteghe Oscure 54.

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Carl Schmitt tra geopolitica e teologia politica

Carl Schmitt giurista e  filosofo tra guerre mondiali e blocco Est-Ovest

Raffaele Panico

Carl Schmitt, filosofo e giurista tedesco, conosciuto per aver teorizzato come motore geopolitico della storia lo scontro ricorrente tra potenza talattica e imperi tellurici, esempio la Repubblica di Venezia contro l’impero ottomano e contro l’impero asburgico, col saggio “Terra e Mare” del 1942, considera poi la scoperta delle Americhe e l’ascesa dell’Inghilterra al massimo grado di potenza marittima sugli oceani, fino allo scontro totale nel XX secolo dopo il trionfo del dominio degli europei nell’800 e il crollo del predominio del vecchio continente tra il 1914 e 1945/48 nel mondo. Schmitt nasce nel 1888 a Plettenberg in Westfalia, studia alle Università di Strasburgo e di Monaco dove è allievo di Max Weber. È una figura emblematica della cultura politica tedesca ed europea del XX secolo. A fine guerra gli Alleati lo arrestano per i suoi legami col nazismo, perciò, viene processato, ma assolto per un “non luogo a procedere”. Il professor Schmitt è stato definito – da chi lo ha conosciuto, “uomo di grande cordialità, semplice e modesto, il suo pensiero andava al fondo delle cose al di sopra delle apparenze ingannevoli superficiali”. Le sue parole trasmettevano “qualcosa di solido, di misterioso e di sacro”.

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Salvini e il Crocefisso:
è giusto affermare il ruolo pubblico del cristianesimo 

I gesti e le pubbliche manifestazioni di Matteo Salvini di mostrare la corona del rosario, di baciare il crocifisso, di invocare i santi patroni dell’Europa, di affidare la sua vita, quella dei suoi elettori ed il destino dell’Italia al cuore immacolato di Maria, al di là dell’opportunità o meno di utilizzare simboli cristiani in riunioni, in convegni di partito ed in comizi, ha suscitato, come era prevedibile, non solo prese di posizioni a favore e contro, ma un dibattito più o meno serio sul ruolo pubblico del cristianesimo che vogliamo riprendere, ora che gli animi si sono calmati.

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La “Business Roundtable”: il documento dei 181 Ceo

Il Turbocapitalismo arriva in ritardo

di  RICCARDO  PEDRIZZI   
Presidente Nazionale del Comitato Tecnico Scientifico – UCID

Ha fatto clamore in Italia e nel mondo la pubblicazione del documento “Lo scopo dell’impresa” della Business Roundtable degli Stati Uniti d’America. Una tavola rotonda di 181 uomini d’affari e non come quella più nota e nobile di cavalieri senza macchia e senza paura al servizio del Re e della Chiesa. Questa Assise americana da lavoro a 15 milioni di addetti, fattura complessivamente 7 triliardi di dollari, vede al suo vertice Jamie Dimon della JP Morgan Chase e trai suoi firmatari AT&T, Amazon, General Motors, il fondo Black Rock, Apple, Pepsi, Walmart, Bank of America ecc. ecc.

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Il ruolo della stampa. L’Europa e il Mondo. L’Uomo nuovo nel XXI secolo

Il RUOLO della STAMPA ed il
LINGUAGGIO  GIORNALISTICO 

Raffaele Panico

ATTO PRIMO

La comunicazione del giornalista deve essere improntata alla riflessione proporzionata e razionale e al buon senso comune. Contraria all’emozione, all’esasperazione, alla drammatizzazione e alla spettacolarizzazione dell’informazione. È diminuito in questi lustri l’acquisto di quotidiani cartacei, a seguito dell’informatizzazione e al passaggio dall’analogico al digitale. Il computer si è trasformato in palmare e in cellulari satellitari.

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Tutela della natura, ambiente paesaggio e cultura della legalità

 Carabinieri Forestale “Lazio” Gruppo di Roma a tutela dei cittadini dell’ambiente della salute 

Raffaele Panico

Roma provincia, ad Albano Laziale, a Rocca di Papa e a Sant’Oreste in luoghi storici antichi e bellissimi, sono state sequestrate aree di smaltimento e gestione illecita di rifiuti speciali, con 5 persone denunciate, 4 veicoli sequestrati, un lotto di 3.200 metri quadri sequestrati con 7.000 metri cubi di rifiuti accatastati nel suolo e sottosuolo. Accumulati, lasciati sul suolo e parte interrati rifiuti speciali costituiti da imballaggi per ortofrutta, cassette in legno e plastica, ingombranti in ferro, legno oltre divani, materassi, frigoriferi, lavatrici, televisori, veicoli fuori uso, ovvero camper caravan, cassoni di camion e due autoveicoli utilizzabili per piccoli smottamenti sul lotto. Una vera e propria discarica illegale con attività diremo, parallela, che vedeva impegnati a vario titolo cinque persone tre italiani e due stranieri denunciati all’Autorità Giudiziaria.

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Corea del Nord e il culto del Presidente Eterno

Leggende e missili tecnologicamente avanzati!

Raffaele Panico

 Alla fine della seconda guerra mondiale, Kim Il Sung, preso il potere, istituì in Corea del Nord un suo personale regime, di assoluta autarchia, con un culto della personalità così ricercato che permane nel tempo a dispetto del crollo dei regimi comunisti nel mondo.

È ripreso, ma portato alle massime conseguenze, il culto del Mausoleo di Lenin. Infatti, anche nella Corea del Nord si ha al centro ideale del potere – unico paese al mondo – il culto della mummia “tecnologicamente vivente”.

Nel luglio del 1994, 25 anni fa, muore Kim Il Sung. La Corea è prostata dal dolore per la fine del suo leader carismatico.

TORRE DELLE IDEE, MAUSOLEO KIM e ARCO DI TRIONFO  

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Trieste ricorda Norma Cossetto

Commemorazione di Norma Cossetto,
a Trieste Venerdì 4 Ottobre


L’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati ed il Comune di Trieste organizzano la commemorazione di Norma Cossetto,
“luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio”, come recita la motivazione della Medaglia d’oro alla memoria conferitale dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.

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A Roma Congresso Internazionale di Agopuntura:
una medicina antica per la salute nel terzo millennio

AGOPUNTURA: una  “Medicina Antica per la Salute nel Terzo Millennio

A Roma, nelle giornate 18-19-20 Ottobre 2019, presso la Pontificia Università Antonianum in via Merulana 124, avrà luogo il Congresso organizzato dall’ A.I.A – Associazione Italiana di Agopuntura, sul tema: “Una Medicina Antica per la Salute nel Terzo Millennio”.
Ai partecipanti verranno rilasciati crediti ECM, con valenza per tutto il territorio nazionale ed idonei per l’aggiornamento professionale obbligatorio per medici, odontoiatri e per tutte le professioni sanitarie sotto l’aspetto clinico, organizzativo o riguardante la sanità pubblica.  

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LETTERA AL CAPO dello STATO,
auspicando un Livello di Civiltà tra Fisco e Cittadini

LETTERA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA 
per auspicare un “Livello di Civiltà” nei rapporti tra Fisco e Cittadini/Contribuenti

La Redazione della Consul Press ha ricevuto questa nota pubblicata sul sito dell’Associazione “Co.Ne.Pro – Commercialisti Network Professionale” (www.conepro.it) e inviata tutti gli iscritti dell’ Associazione, legata all’iniziativa di porre in evidenza una paradossale situazione di “disagio civile”, approvata dal Consiglio Direttivo della stessa Associazione, presieduta da Renato Burigana. 
La nota viene riportata e, a seguire, la lettera indirizzata al Capo dello Stato, al Presidente del Consiglio ed al Ministro dell’Economia.

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A colloquio con Andrea Manco sul senso di appartenenza degli Italiani d’Istria

L’EGEMONIA DELL’ AMORE SULL’ ODIO.
NEL RICORDO DEI NOSTRI COMPATRIOTI ISTRIANI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ad Andrea Manco sta realmente a cuore la cifra dell’amore. Perché può sconfiggere l’odio lontano dalle secche della retorica. Il carattere d’autenticità dei legami di sangue e di suolo deraglia dalle banalità scintillanti dell’inane propaganda in virtù del senso di appartenenza trasmessogli dalla saggia ed energica Mamma (con lui nella foto), originaria di Pola.

La chiarezza cristallina e l’irrinunciabile onestà, legate, a filo doppio, al rapporto con la terra natìa, resa rossa dalle cave di bauxite e disseminata dagli inghiottitoi conosciuti oggi, dopo oltre mezzo secolo di deplorevole negazionismo, con il nome di foibe, mandano a carte quarantotto qualunque, discutibile ragione di partito. Indicando la rotta giusta. La rimozione che ha messo altresì in discussione il nesso tra le atroci esecuzioni sommarie compiute dai titini e il mesto esodo giuliano dalmata trova ancor oggi l’approvazione degli ostinati seguaci dei partiti presi avvezzi a battere i pugni sul tavolo blaterando sulla libertà. Per poi incatenarne l’anelito vitale alle implicazioni politiche esacerbate dalla malafede. Non si tratta, però, di prendere di mira la gente venuta meno ai giuramenti alla Patria o i seguaci del mito resistenziale. Le presunzioni d’innocenza, al pari delle pretese di legittimazione d’ambo le parti, lasciano il tempo che trovano. Appare più utile riflettere in merito all’inattesa sintonia di Piero Fassino coi fautori del valore della tradizione, ed ergo dell’ordine naturale delle cose, allorché l’apertura degli archivi inasprì ulteriormente le sterili ma cocciute obiezioni di quelli che Giampaolo Pansa (nella foto) definisce i gendarmi della Memoria.

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Il cuore nella pallavolo.
L’imprevedibilità di uno sport di precisione

LA LEZIONE DI VITA FORNITA DAGLI EVENTI SPORTIVI,
….. ignorati dalle “Prime Pagine”

Secondo il reporter Hildebrand “Hildy” Johnson, impersonato con sagace ed esilarante slancio recitativo da Jack Lemmon (nella foto con Walter Matthau) in First Page di Billy Wilder, è inutile prendersela più di tanto. Con buona pace degli sforzi profusi per conferire il giusto peso informativo anche alle imprese sportive, ritenute, oltre ché la grande medicina contro la noia, anche il contrassegno della sana tenacia, la prima pagina dei giornali, il giorno dopo l’uscita nelle edicole, serve a incartare il pesce.

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