sabato, 16 Novembre 2019

La morte della democrazia

SENZA REGOLE, LA DEMOCRAZIA MUORE

L’IMPORTANZA  DI RILEGGERE LA POLITEIA  di  PLATONE  

 

Non c’è studente italiano che non abbia fatto i conti con la viltà del comportamento di Don Abbondio, così abilmente descritta da Manzoni. Un curato di campagna, attaccato alle proprie abitudine ed a quel tipo di comoda neutralità tra il bene e il male riassunta nella frase “il coraggio uno non se lo può dare” che in fondo è la perifrasi di un celebre aforisma di Platone secondo cui non si può dare o insegnare ad altri ciò che non si possiede, né si conosce.

Ma cos’è il coraggio? E’ quella forza d’animo connaturata, o provocata dall’esempio di altri, che permette di dominare situazioni di pericolo ed affrontare prove difficili dimostrando il lato più nobile della natura umana.

Ora sappiamo bene quali siano i mali del nostro paese dalla povertà di materie prime e di energia, alla sovrabbondanza di politici che fanno di tutto per ostacolare il funzionamento della macchina Stato, dalle poche risorse investite nella scuola e nella ricerca, alla corruzione sistemica, tollerata quando non addirittura favorita dai partiti di governo ecc., ma a questi mali non possiamo permettere che si aggiunga per mancanza di coraggio politico il detonatore capace di infiammare e fare esplodere la rabbia sociale. Chi esca dai salotti e  parli con la gente comune constaterà la generale avversione per la continua accoglienza di centinaia di migliaia di stranieri, mantenuti oziosi da noi tutti, con le nostre tasse, senza che lavorino, senza che rispettino le nostre leggi, che si comportano in modo contrario alle più elementari norme igieniche, sociali e agli usi e ai costumi della terra che li ha accolti.

Il popolo italiano, con quattro milioni di suoi cittadini sotto la soglia di povertà, già offeso dall’immondo accumulo di ricchezze da parte dei banchieri, dallo sperpero di denaro in spese folli (TAV, F35, privilegi anacronistici), dall’indifferenza verso i terremotati e i più bisognosi,  ora non accetta più di sentirsi raccontare frottole sul dovere morale di ricevere gli immigrati né è disposta a tollerare mollezze nei confronti dei traffici degli scafisti.

Il loro continuo afflusso serve ad ingrassare le cooperative e le organizzazioni che gestiscono l’accoglienza, a far prosperare gli speculatori sulla lotta al ribasso salariale, ad aumentare il degrado delle nostre periferie, ad ingolfare il sistema sanitario, quello giudiziario, quello dei trasporti, a  rifornire di manovalanza balorda i ranghi della criminalità organizzata, ad aumentare il senso di insicurezza.

Gli schiavisti dell’era moderna, è bene sottolinearlo, come quelli dei secoli passati, non sono europei, ma africani, con la differenza che oggi sono più cinici e crudeli perché non hanno alcun interesse a fare arrivare vive alla meta le loro vittime. Allora erano i capi tribù che, in cambio di rum, perline e specchietti, consegnavano gli schiavi incatenati ai negrieri bianchi e questi avevano tutto l’interesse a portare a destinazione il carico quanto più in salute possibile.

Per stroncare l’attività dei nuovi trafficanti di carne umana, per mettere un argine allo spostamento di fiumi di denaro per ogni carico, molto più profittevole della droga appunto perché non implica la certezza della consegna, si pretende da parte del governo il coraggio risoluto, accoppiato a pragmatismo. Gli scafisti sono il flagello moderno così come lo furono i pirati nei confronti dei quali non c’è mai stato posto per la clemenza, ma solo castigo esemplare. Come insegnò Giulio Cesare, catturato appunto dai pirati durante la navigazione verso Rodi e tenuto prigioniero per 40 giorni nell’isola di Farmacusa in attesa dell’arrivo del riscatto, appena liberato con  una flotta privata diede loro la caccia fino a giustiziarli tutti, dopo un atroce supplizio.

Agli italiani che riscoprono i valori del rispetto della legge è toccato di dover ascoltare l’assurdità del presidente della ONG Medici Senza Frontiere che rifiuta il codice di comportamento Minniti e imputa all’Italia le eventuali morti di migranti che non fossero salvati dalla sua organizzazione. Come dire che lo Stato italiano sarebbe responsabile della morte di qualsiasi vittima dei delinquenti. Secondo questo modo di ragionare, che è un puro delirio, il reo non è lo scafista che per denaro tiene prima prigionieri gli aspiranti migranti, poi li brutalizza e infine se ne sbarazza mettendoli su una carretta del mare incurante della loro sorte, ma lo Stato che non consente agli scafisti di continuare questo lurido affare. Mentre chi è complice del reo dandosi appuntamento per la consegna con gli spedizionieri di carne umana, o mettendo in atto accorgimenti tipo segnali luminosi, telefonici o satellitari, viene fatto passare per operatore umanitario.

Persino la Chiesa che è sempre stata dalla parte dei più deboli, propugnando la politica delle porte aperte sembra aver fatto un bagno di realismo e di pragmatismo. Deve aver ascoltato il malessere popolare che si esprime nelle parrocchie  e negli oratori di zone tradizionalmente fedeli, tanto che il Cardinale Bassetti, nuovo capo della CEI, con una virata ad U ha riconosciuto che ogni operazione di salvataggio in mare va fatta nell’assoluto rispetto delle leggi italiane e nell’assoluta collaborazione con le autorità costituite.  Le parole chiave della sua pubblica presa di posizione ex cathedra sono state “responsabilità” e “rispetto della legge” congiunte con la condanna più ferma contro ogni forma aberrante di tratta di esseri umani, e con la evocazione della necessità di evitare che gesti di puro idealismo possano trasformarsi in pretesti di collaborazione con i mercanti di carme umana.

Il filosofo greco Platone, già allievo di Socrate, deluso dalla politica che aveva condannato il suo maestro, ne rielaborò il pensiero per arrivare a definire la morte della democrazia per l’abuso di se stessa.

Bearzot

Vale la pena rileggere alcuni passi del capitolo VIII dei dialoghi della sua Politeia per meditare sulle nostre condizioni di oggi: “…quando la città retta dalla democrazia si ubriaca di libertà confondendola con la licenza, con l’aiuto di cattivi coppieri costretti a comprarsi l’immunità con dosi sempre massicce d’indulgenza verso ogni sorta di illegalità e di sopruso… quando la città si copre di fango accettando di farsi serva di uomini di fango per potere continuare a vivere e ad ingrassare nel fango… quando il cittadino accetta che, chiunque gli capiti in casa, da dovunque venga, possa acquistarvi gli stessi diritti di chi l’ha costruita e ci è nato… quando la demagogia dell’uguaglianza rende impraticabile qualsiasi selezione, ed anzi costringe tutti a misurare il passo delle gambe su chi le ha più corte… quando l’unico rimedio contro il favoritismo consiste nella molteplicità e moltiplicazione dei favori; in cui tutto è concesso a tutti in modo che tutti ne diventino complici… quando i capi tollerano tutto questo per guadagnare voti e consensi in nome di una libertà che divora e corrompe ogni regola ed ordine…la democrazia muore: per abuso di se stessa, prima che nel sangue, nel ridicolo.”

Questi semplici e sconvolgenti concetti espressi quasi 2.500 anni fa risultano addirittura profetici se calati nella realtà italiana. Più di una volta il M5S ha messo in guardia il potere che la pentola a pressione era vicina all’esplosione e che solo il movimento dal basso del popolo partecipe poteva rappresentare la valvola di sfogo per prevenire derive autoritarie.

Platone si riferisce brillantemente al mix tra la demagogia falsa e ipocrita della classe politica e gli atteggiamenti del falso buonismo che distrugge il senso di polis di una comunità legata da valori, identità, tradizioni. Sembra quasi di poter dire che sin da allora si guardasse, pur nel tempio della democrazia, al pericolo della mistica dell’accoglienza di chiunque senza condizioni.  E praticamente sulla stessa linea filosofica si muove il pensiero di un altro grande pensatore Aristotele secondo cui l’apatia e la tolleranza sono le ultime virtù di una società morente.

Torquato Cardilli

 

 

 

 

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