sul 150° Anniversario Unità d’Italia

Celebrazione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia

Documento sintetico

Ing. CLAUDIO AURELI

La celebrazione del 150° Anniversario dell’Unità d’Italia giunge in un frangente colmo di interrogativi, dure contrapposizioni, persino spinte separatiste, non suffragata da una propedeutica riconsiderazione degli eventi storici che ci accingiamo a ricordare. I testi scolastici ed anche i mass media persistono nel raccontare l’epopea garibaldina e sabauda attraverso un mosaico di avvenimenti spontanei popolari e giammai passando per la nefasta regia cavouriana. Ancora oggi, Garibaldi e Vittorio Emanuele II sono paragonati a Mosè per aver affrancato il popolo dalla schiavitù straniera e da malviventi interni con sanguinosi ed eroici combattimenti. Ma gli archivi di Stato sono stati finalmente aperti ai ricercatori e da una montagna di polvere inizia ad emergere la verità, quella volutamente alterata e segregata a vantaggio di case blasonate, aristocratici e politicanti che hanno fondato le loro fortune economiche sui furti  ed i successi politici sull’ignoranza collettiva.

Il Risorgimento italiano, escludendo il vano ed estremo sacrificio dei patrioti dimenticati, inizia, per taluni aspetti, a prendere la forma di un letamaio che esala odori maleolenti. Giordano Bruno Guerri dichiara espressamente che il Sud è stato trattato come una colonia da sfruttare e conferma che l’informazione di massa è rimasta immutata per 150 anni. Infatti, per oltre sessant’anni lo scettro del potere restava nelle mani dei Savoia, poi la Grande Guerra, quindi il Regime che si proponeva, in linea con D’Azeglio e Rattazzi, di “Fare gli italiani”. In seguito, si vivevano i tormenti della seconda guerra mondiale con le brigate partigiane che rispolveravano il nome di Garibaldi. Anche la ricostruzione ed il boom economico lasciavano indisturbato il mito del libro Cuore scritto dall’ufficiale sabaudo Edmondo De Amicis. Il nostro Risorgimento, solo da poco e da pochi viene riesaminato criticamente. Nel frattempo, dalla nascosta verità risorgimentale e dalla irrisolta “Questione Meridionale” emergeva il trittico Bossi (ex estremista di sinistra – medico mancato per tre volte) – Borghezio (ex estremista di destra, monarchico) – Calderoli (ex di niente, tuttora niente) dando origini a pericolosi contraccolpi e nostalgie neoborboniche. Nessuna meraviglia, quindi, se l’odierna ricorrenza viene salutata da un noto quotidiano con il titolo di “Sfracelli d’Italia” e se il saggista marxista Nicola Zitara azzarda nientemeno che l’ipotesi indipendentista del Meridione per risollevare il Sud. — Zitara, ma anche Gulì, Aprile, Guerri, Guzzo, Di Fiore, Burgio, Pellicciari, Del Boca ed altri storici ribadiscono che il progetto cavouriano teso ad emancipare il malridotto Nord a spese del Sud, ad esso asservito economicamente e culturalmente, è rimasto sostanzialmente incontaminato. Nulla è cambiato fino agli anni ’60 quando Fanfani e Nenni provarono a modificare lo status quo, subito arginati da destra, centro, sinistra, confindustria e sindacati. Oramai è diffusamente percepito il principio che non si tratta più di una questione politica, ma territoriale, che unisce tutte le forze politiche e imprenditoriali del Nord per inibire le trasformazioni.

Gulì, Di Fiore, Aprile e Pellicciari, in particolare, tracciano un quadro nitido, dettagliato e raccapricciante degli eventi pre e post-unitari.  La storiografia moderna tenta con fatica di spazzar via l’immondizia accumulata in 150 anni nei libri scolastici, per aprire un sereno dibattito sulla vera Italia, quella del Nord ricco e del Sud povero e sottomesso. E’ solo attraverso la comune condivisione dei reali obiettivi progettati dal piemontese Cavour che si rende possibile ricostruire il lacerato tessuto sociale italiano e mirare a festeggiare, un giorno, l’autentica Unità d’Italia. Oggi possiamo limitarci a ricordare battaglie, sacrifici umani, tradimenti, corruzioni e le molte menzogne che circondano la storica data del 1861: la coscienza non permette altro. Non lo consentono i morti ammazzati senza pietà, gli 84 paesi rasi al suolo nella lotta ai cosiddetti briganti, la distruzione della florida economia del Sud per favorire la crescita del misero Nord, la penosa emigrazione di ben 20 milioni di cittadini del Meridione che vivevano bene e nelle proprie case. Non lo consentono ancor di più le strade e piazze italiane tuttora dedicate a criminali e falsi eroi che scambiarono la carne umana con quella di animali di bassa macellazione.

Le recenti notizie che ci vengono fornite dai ricercatori inducono a riflettere sulle insegne che ricordano Nino Bixio, descritto come un carnefice che eseguì settecento fucilazioni nel Sud in un sol colpo e che pronunciò la storica frase :”Meglio centomila morti in battaglia che accettare l’onta di una cessione pacifica” quando l’Austria “offrì gratuitamente” il Veneto. Grazie a lui ed a La Marmora, a Custoza fummo massacrati ed a Lissa perdemmo inutilmente 630 marinai.

La Marmora, Cadorna senior, Cialdini, Bixio ed altri, durante il Risorgimento repressero in un mare di sangue la rivolta del ricco Sud, riassunta nel sostantivo “Brigantaggio”. Era vietato parlare di “Resistenza” all’invasione degli indebitati savoiardi che miravano all’espansione del trono e alla conquista delle poderose ricchezze del Mezzogiorno in termini di denaro (sedici volte superiore a quello del Piemonte), di moderni cantieri navali ed industriali. Doveva passare il messaggio di un Sud socialmente e culturalmente arretrato, da educare,  come sostiene Guerri, che si opponeva alla nobile idea di una Patria comune. Secondo  Burgio, quel progetto fu la causa di 700.000 morti tra civili ed oppositori in armi, superiori ai 600.000 decessi della prima guerra mondiale. Solo nel corso della mattanza e della totale distruzione di centri abitati, La Marmora trasmetteva al Parlamento italiano un rapporto dove si accennava ad una “rivolta sociale” e non brigantesca, proponendo la redistribuzione delle terre civiche senza troppo infastidire la borghesia che invocava solo militari e mano pesante.

Dovremmo ragionare su vie e piazze d’Italia dedicate a taluni personaggi del Risorgimento: particolarmente i tre sopra menzionati sono stati autori di vere stragi! A Pontelandolfo fu consumata una carneficina con 1.000 morti, comprese donne, vecchi e bambini ad opera di 400 soldati (Bersaglieri) guidati dal colonnello Negri ancora commemorato a Vicenza. Furono saccheggiate e incendiate le case, derubate le chiese e stuprate le donne. Le operazioni più indecenti furono affidate alla legione straniera ungherese. Il deputato filosofo Giuseppe Ferrari annotava sconvolto:”I militari strappano le orecchie per rubare gli orecchini, tagliano le dita per recuperare gli anelli”. Stesso copione a Casalduni, Montefalcione, San Marco, Rignano e in altri centri delle provincie del Sud. Complimenti a Casa Savoia e prioritariamente al Gen. Cialdini che, invece, a Custoza si bagnò i pantaloni e indietreggiò alla semplice vista degli austriaci! Complimenti anche al buon padre della nascente famiglia italiana, Cavour, che aveva scritto al suo re: ”Non si perda tempo a fare prigionieri”. Del Boca parla di “Sterminio di massa” ed aggiunge che ”Furono giustiziati più patrioti dal Piemonte che dall’Austria sanguinaria”.

Questa sarebbe l’Italia unita da festeggiare.

Quale Risorgimento e quale Unità celebrare nel ricordo di oltre 40.000 prigionieri inviati dai Savoia  nei lager piemontesi. Quello più noto è la fortezza di Fenestrelle, sotto i ghiacciai, dove si toglievano i vetri per accelerare la fine dell’esistenza dei deportati venuti dal caldo. I cadaveri venivano sciolti nella calce viva in una vasca ancora esistente, retrostante la chiesa. A Fenestrelle permane indisturbata una targa affissa all’ingresso della fortezza con scritto:”Ognuno vale NON in quanto è, ma in quanto produce». Eccellente spunto per un futuro Cancelliere tedesco che all’ingresso di Auschwitz scriveva «Il lavoro rende liberi».  I Savoia anticiparono anche il Fhurer. Altri identici campi destinati ai “Fratelli d’Italia liberati” si allestirono a San Benigno Canavese, San Maurizio Canavese, San Martino, Capraia, Giglio, Elba, Ponza, Sardegna e in Maremma a contatto con la malaria sterminatriceFosse comuni furono ritrovate in seguito a Gaeta, Isernia, Gioia del Colle, Casamari, San Vito, Pietralcina, Vieste, Scurcola, nel teramano ecc. con migliaia di resti umani. Non sarà mai dimenticato il ministro degli esteri Luigi Menabrea, illustre docente di Goebbels ed Himmler, che cercò per anni una landa sperduta per le deportazioni, dal Mozambico fino a Timor. Cadorna si raccomandò persino all’esperto britannico delle colonie, Lord Granville, e dobbiamo un grazie alla riluttanza inglese se non furono organizzati campi di sterminio all’estero. Il Fhurer non inventò nulla: copiò dai nostri “Fratelli d’Italia”. — Reder, Kappler, Eichmann ed altri comandanti nazisti furono processati e condannati pur avendo eseguito ordini; politici e militari piemontesi, sterminatori di civili indifesi, sono ancora venerati come patrioti. Lo stesso Garibaldi, che con sfrontatezza definì il Papa :“Un metro cubo di letame”, dopo otto anni dall’impresa scrisse:” Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. NON rifarei la stessa via temendo di essere preso a sassate, essendovi colà suscitato solo odio e squallore”. Altro che spontanei fermenti popolari ! Se nel Comune di Cuneo è stata affissa una lapide con il pensiero dell’antifascista Calamandrei sul Maresciallo tedesco Kesserling, perché non ricordare le stragi piemontesi compiute nel Meridione dell’Italia? Ha ragione Gulì quando scrive:” Il povero (Sud) è colpevole sino a prova contraria; il signore (Nord) è innocente, nonostante prova contraria”.

Un altro mattatore, il Gen. Raffaele Cadorna, si distinse nella repressione dei moti siciliani del 1866. In sette giorni e mezzo totalizzò 1.400 vittime tra civili e militari, ovvero 187 morti al giorno.  Altro ancora ci raccontano i moderni storici. Viene chiaramente scolpita anche la figura del patriota napoletano Luigi Settembrini che, per la sua avversione ai Borbone, pronunciò la nota espressione divenuta piacevole farmaco per le coscienze di molti carnefici dell’epoca: ”Percuotere pochi e gli altri ubbidiranno come vilissimi schiavi. Pane e libertà con la balestra”. Nel nostro Abruzzo e in Sicilia si procedeva con esecuzioni di massa mediante 300 ribelli alla volta, poi gettati nelle fosse comuni. La sola legge Pica mieteva 60.000 vittime. Fu un massacro! Si resero indispensabili circa 10 anni, 120.000 soldati, 24 mesi di leggi speciali, tribunali speciali, 10.770 tra medaglie e ricompense  per aver ragione sul cosiddetto Brigantaggio, cioè sulla “Resistenza del Sud”.

Non possono essere accantonate, sempre in merito alle falsità storiche, le epiche imprese delle camicie rosse raccontate dai testi scolastici. E’ stato scoperto che i famosi Mille diventavano 22.500 per Di Fiore, e molti di più per Giuseppe Ressa che riferisce di soldati piemontesi artificiosamente congedati dal Piemonte. Lo sbarco a Marsala ebbe successo, contrariamente alle sciagure vissute da Carlo Pisacane e dai suoi trecento giovani e forti, per le protezioni della marina francese, piemontese, soprattutto inglese e grazie altresì ai generali  duosiciliani corrotti da Cavour.  I comandanti borbonici prezzolati furono una trentina: in ordine alfabetico da Acton a Vacca — Flores smarrì la sua brigata in Puglia, Fileno Briganti fu trucidato dai suoi soldati per aver lasciato Reggio ai garibaldini senza sparare 1 colpo, Caldarelli fu protetto dai garibaldini dall’ira dei suoi stessi soldati dopo aver sciolto le truppe. Tra le altre, emerge la figura del Gen. Landi che, con 28.000 uomini, ritirò le truppe a Calatafimi mentre stava vincendo: gli erano stati promessi 14.000 ducati.  Al Banco di Napoli ne trovò solo 14 e un anno dopo morì di crepacuore. I suoi 4 figli fecero tutti carriera nel Regio Esercito Italiano. Su 36 navi della flotta militare borbonica solo 6 seguirono il re a Gaeta: 30 disertarono e passarono con i corruttori Savoia. Restarono fedeli il Gen. Filangieri e pochi ufficiali. La sconfitta borbonica a Milazzo fu dovuta al cannoneggiamento dal mare di navi duosiciliane (guidate dall’Ammiraglio Anguissola, ex borbonico) transitate al servizio dei piemontesi. Altro che impresa eroica garibaldina! I documenti attestano che Garibaldi giunse a Napoli comodamente seduto in treno, senza sparare, sostenuto dall’altro infedele Liborio Romano, prefetto e capo della polizia borbonica. Mafiosi e camorristi, sempre controllati dai regnanti, si misero al servizio di Garibaldi. Prima le camicie rosse, poi gli Alleati con lo sbarco a Gela ed infine i moderni politicanti hanno offerto il potere incontrastato alla malavita che diventa organizzata. Tra la Calabria e la Puglia i garibaldini spararono solo qualche colpo ed i  saccheggi di Napoli meritano una relazione separata. L’oro del regno borbonico era di 1.670 milioni degli attuali euro. Garibaldi così scriveva dei suoi:”Tutti di origine pessima e per lo più ladra. Tranne poche eccezioni, con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”, detto da chi intascò 7.000 ducati per fare da garante al figlio Menotti insolvente e poi rifiutò di pagare. E aggiungeva ”Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca. … Cavour è una canaglia”. Ovunque, in poche ore, tutte le casse pubbliche erano vuote.  Il patriota Ricasoli ripuliva le casse di Firenze e Farini quelle di Parma. Crispi, segretario di Garibaldi, da poveraccio diventò ricchissimo in seguito alla sparizione di 5 milioni di ducati dal Banco di Sicilia (150 milioni degli attuali euro). Anche Carlo Alberto fu ben descritto da Massimo D’Azeglio in relazione alle attività risorgimentali ”E’ come invitare un ladro a rubare”.

Nel consuntivo 1860-61 venne calcolato il finanziamento complessivo gestito dai Mille: 629 milioni di vecchie lire. Di questi, 500 milioni provenivano dai depositi del governo borbonico confiscati dai cosiddetti liberatori. La spesa dichiarata fu di 612 milioni ed il residuo di 16 milioni. Il piroscafo Ercole che trasportava i documenti nel Nord per le pretese verifiche piemontesi, con a bordo il poeta Ippolito Nievo, naufragò nei primi di marzo 1861 con il mare calmo. Gli storici parlano dell’ennesima strage garibaldina in seguito alle esplosioni avvenute a bordo.

Si invadevano ed annettevano i territori senza una preventiva dichiarazione di guerra: da nord a sud, ed i plebisciti del 21 ottobre 1860 furono definiti truffaldini persino dall’Ammiraglio inglese Mundy che proteggeva gli invasori. Eppure, il re Borbone Francesco II, prima dell’invasione, propose a Cavour una “Confederazione di stati italiani” in perfetta linea con le tesi di Giuseppe Ferrari  e Carlo Cattaneo. Probabilmente, oggi l’Italia sarebbe stata una nazione come la Germania (la Prussia evitò la guerra), l’Austria, la Spagna, il Belgio ed altri stati, senza occupazioni selvagge, un mare di morti, furti ed aree sottomesse. Il patriota Cattaneo definì l’Unità d’Italia come “L’ultima invasione straniera”. Ignazio Burgio cita le parole pronunciate dal marchese Costa il 9 febbraio 1859 :“Il Conte di Cavour vuole la guerra per liberarsi onorevolmente del debito spaventoso che ci schiaccia”. Quello pubblico complessivo era di 750 milioni. Il deputato sabaudo Boggio asseriva:” La guerra o la bancarotta!”. L’Inghilterra non vedeva l’ora di sbarazzarsi dei Borbone e dello Stato Pontificio per giochi di poteri internazionali: avere facile approdo alle coste italiane in vista dell’apertura di Suez; ridimensionare l’alleanza con la concorrente Francia; avere sicurezza in Sicilia per le aziende inglesi che estraevano zolfo e producevano vino; mitigare i forti contrasti tra protestanti inglesi e cattolici italiani. Cavour, spronato dalle sollecitazioni e dai corposi finanziamenti inglesi, pressato altresì dai debiti del Piemonte, agì.

L’aperto sostegno francese in due delle tre guerre d’indipendenza lo dobbiamo alla bella bionda Virginia Oldoini contessa di Castiglione, già amante di Vittorio Emanuele II, inviata a Parigi dal cugino Cavour per influenzare l’imperatore Napoleone III — Nel suo diario, Virginia annotava :”… è bastata mezz’ora per fare di me un’imperatrice”. Poi giunsero le truppe napoleoniche in difesa dei piemontesi. I fatti, succintamente, così andarono nelle guerre d’indipendenza: la prima, combattuta solo dai piemontesi, fu persa; la seconda, si chiuse con l’armistizio di Villafranca tra Francia ed Austria (non il Piemonte) e la cessione della Lombardia. I francesi riportarono 11.670 tra morti, feriti e dispersi. I piemontesi persero solo 200 uomini. Furono i francesi a battersi grazie all’affascinante Virginia ed i piemontesi furono sconfitti nell’unico scontro di San Martino; la terza guerra d’indipendenza si concluse penosamente in una stanza d’albergo con la cessione volontaria del Veneto dopo che l’Austria aveva sconfitto nuovamente il Piemonte a Custoza e Lissa.– Bixio ed i generali traditori di Francesco II uscirono con le ossa rotte nonostante la loro netta superiorità numerica: gli austriaci non erano corruttibili. I veri vincitori del terzo conflitto furono i 50.000 soldati italiani veneti, sinceri alleati dell’Austria. Da veri esperti di mare, ovunque e particolarmente a Lissa, si batterono da leoni contro i “Fratelli d’Italia”, facendoli a pezzi. Rammento al secessionista Bossi che si contarono solo 22 disertori.

Quindi si passò alla conquista abusiva dei ducati e all’occupazione dello Stato Pontificio. Roma cadde rapidamente in seguito alla immediata e preordinata resa di Pio IX per evitare spargimenti di sangue. I bersaglieri di La Marmora e Cialdini spararono pochi colpi dalle 7,20 alle 10,05 del mattino. Insomma, una scaramuccia e non la tormentata battaglia a noi tramandata con pomposi quadri.  Proseguì la confisca di tutti i beni ecclesiastici per risollevare le casse piemontesi, iniziata dal Regno delle Due Sicilie, la vendita degli stessi ad aristocratici e borghesi. Seicento milioni giunsero in Casa Savoia oltre alle ricchezze sottratte al Regno delle Due Sicilie. La Pellicciari commenta, in merito  all’Unità: ”Un enorme passaggio di ricchezza che fece la fortuna di un’esigua minoranza di nobili, borghesi e militari”. Iniziò così il rapido declino del ricco e benestante Sud a vantaggio esclusivo dell’indebitato Nord, come più volte ricordato da Gulì.

Per i moderni storici, i citati obiettivi furono la vera ragione dell’Unità d’Italia.

Pino Aprile sottolinea che il tesoro dell’Italia unita si formava per il 60 % con il contributo del Sud, per l’1 % con quello della Lombardia e per il 4 % con quello del Piemonte. In seguito, la Lombardia ha gabbato anche il Piemonte nella gestione del potere centrale. Nel 1860 Napoli era considerata la terza capitale d’Europa in termini di magnificenza e cultura. In quella città furono assegnati i primi alloggi popolari e sostegni ai contadini. Si emigrava solo dalle aree povere del Nord. La Napoli borbonica dette i natali alla prima cattedra di Economia Politica. Il Sud aveva il primato nei settori delle ferrovie, del telegrafo elettrico, dei ponti metallici sospesi e dell’illuminazione cittadina a gas. Solo la rete stradale era poco sviluppata in quanto si preferiva usare la flotta marittima: quella mercantile era la seconda d’Europa e la quarta del mondo (Guzzo); quella militare la terza d’Europa. Napoli contava 25 compagnie di trasporto (Guzzo). Dopo 150 anni, l’Europa ci suggerisce la via del mare, meno costosa e meno inquinante. Lo stato borbonico era all’avanguardia nel campo pensionistico e previdenziale, introdotto nel 1813, vantava 22 grandi ospedali ed il tasso più basso di mortalità infantile (Guzzo). In 126 anni di regno, i Borbone avevano imposto solo 5 tasse : i piemontesi le portarono subito a 22. Guzzo riferisce che nel 1860 l’area napoletana era di gran lunga la regione italiana più industrializzata con 1.189.000 operai (37 % degli attivi) contro i 345.000 del Piemonte (17 % degli attivi). Quindi furono chiuse le fonti di lavoro e di benessere. Le rinomate acciaierie calabresi di Mongiana, copiate da tedeschi e inglesi, finirono a Terni e Brescia. Stessa fine fecero le aziende cotoniere, i frantoi e le aziende per la lavorazione della seta. Cessò di vivere anche il distretto laniero di Arpino, noto a Cicerone; triste sorte toccò ai cantieri navali di Castellammare, alle aziende che producevano profumi, saponi, maioliche, carta,  articoli in pelle, ai filatoi, alle tonnare, ai mulini per la produzione di canna da zucchero, alle fabbriche di liquirizia, ai pastifici, alle industrie tessili, alle distillerie di vino e frutta, alle attività estrattive di sale e ad altri cantieri navali del Meridione. Ressa condensa in due dati le potenzialità del Regno delle Due Sicilie: 5.000 fabbriche e riserva aurea pari a due terzi di quella dell’intero territorio italiano. Il Fascismo completò l’opera. La battaglia del grano favorì i soli latifondisti, gerarchi di partito. Il Mezzogiorno, grande esportatore di olio, fu costretto ad importarlo.

Iniziò l’emigrazione dall’ex territorio del Regno delle Due Sicilie, mai conosciuta in passato. L’Abruzzo perse il 43 % degli abitanti, la Calabria il 40 %, la Basilicata il 38 %. Con la nascita della Banca d’Italia furono concesse 20.000 azioni al Mezzogiorno e 280.000 al Centro-Nord. Salvemini scriveva:”Le pubbliche risorse andavano ai Comuni più ricchi e con meno analfabeti; le tasse scolastiche erano più alte nei Comuni più poveri e con più analfabeti”. Nel decennio 1876 – 1886 furono programmati aiuti per i Comuni poveri: la Lombardia ricevette 79 lire ogni 10.000 abitanti, il Piemonte 68, la Calabria 12. Per l’istruzione, la Liguria ottenne 15.000 lire ogni 10.000 abitanti, la Calabria 80. Tra il 1860 e il 1998, lo Stato spese in Campania 200 volte in meno che in Lombardia, 300 volte in meno che in Emilia Romagna, 400 volte in meno che nel Veneto. E’ stato calcolato che su 1.151 italiani tassati, 1.000 erano meridionali, 151 settentrionali. Scattarono i pignoramenti e nel Sud un abitante su otto venne privato di tutto.

Nel frattempo, la corte sabauda sottraeva al patrimonio pubblico due punti del prodotto interno lordo, prossimo a circa quattro volte gli investimenti della ex CASMEZ. Del Boca sostiene che nessun prelievo è stato mai così consistente al mondo: né dagli zar, né dalla corona britannica, né dalla Casa Bianca. Quando Francesco II lasciò l’Italia non privò Napoli delle sue magnificenze e nemmeno dei beni di famiglia. Quando i Savoia lasciarono l’Italia, prima di loro partirono 18 treni per la Svizzera. Si parla di ricchezze sottratte pari a quelle di un bilancio annuale dello Stato. Nel corso della prima guerra mondiale, le divisioni del Sud venivano mandate al massacro e sui loro corpi passavano quelle del Nord. Il Sud incassò il 7 % delle spese per i rifornimenti alle forza armate; il 93 % andava al Nord ed al Centro. In seguito, lo Stato ricreò e modernizzò le aziende del Nord. Gia prima della Grande Guerra i due terzi degli stanziamenti militari erano spesi per la valle del Po e quasi tutte le forniture per la Marina militare erano assegnate alla Liguria. I più grandi, numerosi e moderni cantieri navali della Campania chiusero. Nel 1933 nacque l’IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale) finanziando le banche del Nord e restituendo ai privati (Nord) i nuovi complessi. La seconda guerra mondiale devastò il Sud, campo di battaglia e di sbarchi. Il Nord uscì con danni decisamente minori, ma gli aiuti americani finirono prevalentemente al Nord, compresi quelli delle Partecipazioni Statali.

Il C.d.A. di Confindustria è oggi composto da 17 del Nord ed 1 del Sud. Nel 1992 fu chiusa la CASMEZ con il cavillo delle eccessive spese: 1,25 miliardi di € / anno per 40 anni. Non si menzionano le ingenti risorse consumate  per la piccola metropolitana di Milano o quelle della TAV costata 68 milioni di euro a chilometro per la Bologna–Firenze e 54 per la Torino–Novara (cento miliardi di lire a chilometro, contro i dieci della Francia). La rete autostradale del Nord è ben costruita, mentre la Salerno–RC (443 Km) fu progettata a due corsie ristrette, poi a tre complessive. A realizzarla, sempre le imprese del Nord imparentate con la malavita che ripulisce il denaro sporco nella  Borsa di Milano.  Non dimentichiamo che “Mani pulite” inizia dalla sozza Milano. Al Nord le ferrovie spendono cifre pari a circa 12 volte quelle per il ponte sullo stretto di Messina, recuperando con la TAV mezz’ora nella tratta Milano–Roma. Tutte le grandi banche sono del Nord e le Fondazioni erogano fondi per il 98 %  al Nord. Anche l’Isveimer, banca nata per il Sud, finanziava la Fininvest, del Nord. Per Malpensa si mandava in fallimento Alitalia con lo scopo di chiudere Fiumicino. I Fondi FAS destinati al Mezzogiorno sono oggi utilizzati per l’Expo–Milano, per il salvataggio delle fallimentari industrie del Nord e per la navigazione sui laghi di Como e Garda. Il ministro Gelmini, per risparmiare, sacrifica i precari sapendo che ben il 70 % sono del Sud.

A distanza di 150 anni dobbiamo dare ragione allo storico tedesco Ferdinand Gregorovius, innamorato dell’Italia, che dopo il Risorgimento scriveva:”Così com’era, l’Italia non poteva restare. Così com’è non resterà. Così come dovrebbe essere, purtroppo, non diverrà”. Sul capoluogo lombardo, lo scrittore Guido Piovene afferma:”Milano vuole impadronirsi dell’Italia. Iniziò dopo il Risorgimento, ci riuscì con il Fascismo e mira al più con il leghismo”.

Come possibile conclusione, si potrebbero citare i pensieri tratti da scritti di alcuni intellettuali italiani. Gaetano Salvemini, economista socialista, annotava:” Il Regno delle Due Sicilie era economicamente il più progredito d’Europa”. Replicando al socialista milanese Turati, aggiungeva:”Nel 1860 noi meridionali fummo rovinati in nome dell’Unità; nel 1887 nel nome dell’industria; non ci mancherebbe altro che lo fossimo anche in nome della storia”. E aggiungeva:”Alla Conferenza sul traffico di Stresa del 1954, 1.300 miliardi di lire (cifra pazzesca per l’epoca) furono destinate alle sole strade del Nord, al massimo con destinazione Roma. … L’IRI salvava le imprese fallite del Nord, costruiva e gestiva le autostrade del Nord.” Nel 1923, Benedetto Croce, filosofo liberale, annotava:”Gli industriali del Nord sono porci, più porci dei maggiori porci nostri. … Il Sud stava meglio con i Borbone”. L’Italia è pertanto un Paese in cui tuttora due civiltà continuano a coesistere in un sol corpo di Nazione. Non appare fuori luogo il riferimento al parere dell’economista svedese Gunnar Myrdal che parlerà di:” … fallimento dell’Italia verso il Sud. Fallimento innegabile, solenne, immenso, che dovrebbe rappresentare un caso di coscienza per ogni italiano onesto”.

Dal breve riesame del Risorgimento italiano e delle sue drammatiche conseguenze potrebbe scaturire almeno un suggerimento: rivedere la toponomastica nazionale con l’intento di associare i nomi di taluni personaggi storici all’aggettivo “Sanguinario”. E’ anche questa una forma di revisionismo utile alla nuova generazione. E’ stata rappresentata solo una fetta della nostra bella Italia. Altri ignobili comportamenti e mostruosi personaggi italiani ancorati alle vicende della prima e seconda guerra mondiale, come il Gen. Luigi Cadorna (l’uomo di Caporetto, figlio di Raffaele Cadorna, carnefice del Risorgimento) che, secondo le notizie fornite da Giulio Mozzi, faceva fucilare un soldato su dieci ogni volta che l’assalto alla baionetta non era ben fatto, saranno trattati alla prossima occasione.

Concludo con “viva la Vera Unità d’Italia con pari dignità tra Nord e Sud” e, come diceva il patriota Amatore Sciesa ”Tiremm innanz !”, celebrando e brindando come fanno in molti, ma con l’acqua minerale, nel penoso ricordo di tutti i fratelli d’Italia macellati. Personalmente, avrei preferito bere champagne salutando il progetto di una nuova nazione concepita come la casa comune, priva di padroni e di servi. Purtroppo non vedo la predetta pianificazione nemmeno con l’uso del telescopio.  Emmanuel Roblès definiva la Patria con queste parole:” Là dove vuoi vivere senza subire, né infliggere umiliazioni”. Paolo Borsellino, riferendosi alla Sicilia, affermava:”Un giorno questa terra sarà bellissima”.

E’ possibile estendere il pensiero di Borsellino all’intera Italia per proiettarla nella direzione del modello di Patria ipotizzato da Roblès ? Quel giorno io non ci sarò e non ci saranno nemmeno i miei figli. Spero almeno che il buon Dio possa consentire ai miei nipoti di goderne i frutti.

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Nota del direttore editoriale – E’ consuetudine della nostra Agenzia pubblicare interventi dei propri redattori e collaboratori  o di “Esterni”, non alterando il loro punto di vista e quindi senza tagli e censure. In ogni caso, pur condividendo in buona parte quanto esposto dall’Ing. ClAUDIO AURELI, non credo sia giusto condannare in blocco il “Risorgimento” in quanto, nonostante le sue ombre, ha avuto anche determinati meriti ed episodi di indiscusso eroismo. Mi interessa comunque evidenziare una precisazione, a mio parere fondamentale sul così detto “150° Anniversario dell’Unità d’Italia”, che invece più propriamente è “il 150° Anniversario della proclamazione del Regno d’Italia”. Nel 1861 per l’Unità d’Italia mancavano infatti ancora le terre del Trentino e del Veneto, dell’Istria e della Dalmazia !  …. addirittura mancava ancora ROMA Ed è bene ribadire che è stata proprio Roma, con i suoi Re, con i suoi Consoli, con le sue Legioni, con la sua Repubblica, divenuta poi Impero, con la sua cultura, con la sua civiltà e con le sue leggi a “concepire e realizzare l’Italia”.

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