UOMINI, QUALE RUOLO NEL PREVENIRE ATTI DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE

UOMINI, QUALE RUOLO NEL PREVENIRE ATTI DI VIOLENZA CONTRO LE DONNE

Numeri da brivido, il cambiamento parta dalla famiglia

Violenza contro, violenza sulle donne.

Generazioni di donne spendono una parte sensibile del proprio tempo a mettere in atto comportamenti sicuri. Quando prendono un mezzo pubblico, parcheggiano l’auto, rientrano a casa: anche di giorno, anche quando sono con i loro bambini al parco. Accanto, troviamo spesso uomini inconsapevoli del ruolo che potrebbero avere per proteggerle, non solo in maniera diretta.

Libertà minata

La recente pubblicazione dei dati 2021, a cura del ministero dell’Interno, non lascia spazio a interpretazioni. Il documento porta il nome Omicidi volontari.

Ecco i dati: relativamente al periodo 1 gennaio – 26 dicembre 2021 sono stati registrati 289 omicidi, con 116 vittime donne di cui 100 uccise in ambito familiare/affettivo; di queste, 68 hanno trovato la morte per mano del partner/ex partner.

 

Analizzando gli omicidi del periodo sopra indicato rispetto a quello analogo dello scorso anno si nota un lieve incremento (+1%) nell’andamento generale degli eventi (da 285 a 289), mentre resta stazionario il numero delle vittime di genere femminile (116).

Si evidenzia, invece, una leggera diminuzione (-2%) sia per i delitti commessi in ambito familiare/affettivo, che passano da 147 a 144, sia per le relative vittime di genere femminile che, da 101 nel periodo 1° gennaio – 26 dicembre 2020, scendono a 100 nell’analogo periodo dell’anno in corso. Invariato, invece, il numero delle donne vittime del partner o ex partner (66).

 

I numeri, le cronache, le storie acuiscono nel mondo femminile la sensazione di insicurezza. Non essere sicure significa una serie di NON. Se il tunnel della metropolitana o un sottopassaggio ferroviario potrebbero allarmare chiunque, pensiamo allora a una banalità. Un qualcosa che si fa così, senza pensarci: uscire con il cane da sola. Di sera tardi, con il buio, con il lockdown: troppe poche persone per strada, uguale meno possibilità di essere protette in caso di aggressione. Oppure con il sole e una blusa svolazzante, una gonna, un paio di scarpe con il tacco. Con il sorriso sulle labbra e gli occhi luccicanti o con l’aria corrucciata e tanti pensieri nella testa.

Banalità?

NON per molte donne. E neppure un numero sempre più grande di uomini, ora consapevoli del loro ruolo. Uomini che, peraltro, rischiano altrimenti di continuare a rimanere schiacciati dagli stereotipi, quelli vecchi e quelli più recenti.  I fatti dicono – senza possibilità di smentita – che gli uomini sono i principali responsabili della violenza contro donne e ragazze, bambine.

E bambini. Chi uccide una donna spesso colpisce anche i suoi figli, i propri figli.

Tutti gli uomini, compresi quelli che NON perpetrano violenze o abusi, hanno un pezzo di responsabilità, oggi, nell’immediato: possono infatti avere un ruolo nell’aiutare a porvi fine, cambiando nella quotidianità quelle norme sociali e di genere.

Il potere degli stereotipi

La letteratura evidenzia che le norme sociali e di genere cambiano nel tempo, attraverso le culture e all’interno di gruppi particolari. Mentre atteggiamenti e valori risiedono negli individui, le norme sono “incorporate” nelle organizzazioni, istituzioni, strutture, processi e sistemi più ampi e riflettono regole, leggi, costumi e ideologie di società diverse.

Il cambiamento delle norme di genere non riguarda quindi solo il cambiamento della mentalità individuale, anche se questo può rappresentare un obiettivo già di per sé importante. Una recente revisione della letteratura esistente in materia, svolta nel Regno Unito, ha dimostrato che le norme sociali di genere continuano a plasmare in modo significativo le vite di uomini e ragazzi. Sebbene siano avvenuti cambiamenti importanti, questi spesso riguardano ciò che significa essere un uomo piuttosto che una riduzione del bisogno di conformarsi a certi ideali di mascolinità più in generale.

Inoltre, i cambiamenti nelle percezioni normative non equivalgono necessariamente a modifiche comportamentali. L’esempio, mostrato nella ricerca della Durham University, suggerisce infatti proprio questo: sono ancora le donne a svolgere la maggior parte delle mansioni di cura dei bambini e dei lavori domestici. Benché svolgano anche un ruolo significativo nel mercato del lavoro. Cose che sappiamo bene, tutti.

Il vento del cambiamento

Perché alcuni uomini, osiamo dire invece, assumono un ruolo empatico, attivo? Spesso è stato l’impatto dell’ascolto – anch’esso attivo – di donne che fanno parte della loro vita. Il processo di risveglio inizia talvolta da una conversazione su bisogni e paure, oppure dopo aver visto – e quindi sperimentato indirettamente – la violenza di altri uomini su una donna. Magari vicina per rapporto di relazione, per età, per contesto di riferimento.

Il forte impatto della morte di Sarah Everard, avvenuta nella primavera di quest’anno per mano di un uomo di legge, ha acceso un dibattito, aperto una conversazione. Ha rappresentato una opportunità per molti uomini: diventare alleati. Uomini che amano le donne, come si autodefinirono quei gruppi spontanei di uomini di ogni età che organizzarono un flashmob l’8 marzo. Semplice ed efficace: sedie rosse – il colore della violenza, oltre che della passione – con il nome delle vittime di quelle prime settimane del 2021. Il cui numero è cresciuto senza sosta, sino a raggiungere le 116 unità.

Non si dimentichi che ragazzi e uomini, nel loro ruolo di amici, figli, genitori, compagni di scuola, partner attuali o passati possono denunciare. Devono farlo, se sanno.

Se vogliamo fermare la violenza contro donne e ragazze, dobbiamo saper raggiungere e ingaggiare un maggior numero di uomini. Vanno coinvolti, iniziando con un esame onesto degli atteggiamenti, comportamenti e attaccamenti degli stessi uomini alle aspettative maschili. Le idee sessiste e le norme di genere dannose sono così profondamente radicate nelle istituzioni e nel discorso pubblico che nessuno ne è immune. Non si tratta di incolpare i singoli uomini, ma di riconoscere che, affinché il cambiamento avvenga, ogni uomo deve mettersi in gioco. Insomma, avere un ruolo.

Intercettare le richieste di aiuto – Canadian Women’s Foundation

Ancora, la morte di Sarah ha fatto esclamare a migliaia di uomini e donne la parola COLPEVOLE! Attraverso i social media la comunità britannica ha deciso il verdetto di colpevolezza del poliziotto accusato del suo omicidio. Il mondo del giornalismo è stato invece cauto, consapevole dei rischi che si corrono a puntare il dito contro un sospettato. E sono di nuovo le mani, capaci di gesti e narrazioni complesse, a girare alla velocità del web.

Pollice della mano piegato, quattro dita in alto e poi chiuse a pugno: un gesto che significa richiesta urgente di aiuto.

Si chiama Signal for Help, va conosciuto e riconosciuto quando una donna – mentre chiacchiera con un sorriso solo accennato e gli occhi sgranati – lo fa una volta sola, o ripetutamente. Anche saperlo replicare è importante, sappiamo bene che la violenza è drammaticamente diffusa, e talvolta inaspettata. A novembre ha salvato la vita a una sedicenne statunitense che, in auto con il suo rapitore, si è salvata grazie al Signal for Help notato da un automobilista.

Alfabetizzazione relazionale

Parliamo per un attimo di maschi, perché il seme va annaffiato da subito. E chi abbevera e dà nutrimento alla pianta che cresce è perlopiù la donna, la madre.

Il cambiamento di paradigma, dunque, deve compiersi anche nelle figure femminili di riferimento. Nella madre deve iniziare subito, senza aspettare che i maschi si sentano inadatti alle aspettative dominanti di mascolinità – il famoso sii forte, mantieni il controllo, non piangere. Permettersi di farlo è, ancor oggi, un lusso di pochi.

Riponiamo grande fiducia nella generazione Z

Interessante l’abbecedario realizzato a corollario del toolkit e del report dello studio promosso dalla Durham University. Incredibilmente, quando si vogliono contrastare gli stereotipi, le problematiche – pur non essendo del tutto sovrapponibili – si spiegano con le stesse parole.

Ragazzi e uomini possono fare davvero la differenza nelle loro interazioni quotidiane con familiari, amici, compagni e colleghi. Possono sfidare il sessismo e la misoginia quando le incontrano. Impostare relazioni paritarie e rispettose con donne e ragazze. A casa, ciò potrebbe significare garantire che compiti come i lavori domestici e la cura dei bambini siano equamente condivisi. Anche la sessualità ha un posto, d’onore: non con l’accezione di privilegio, bensì di dignità.

Questo significa avere, ad esempio, sempre e solo, rapporti sessuali consensuali.

Gli spazi aperti

Al di fuori delle mura domestiche, la consapevolezza maschile deve includere la comprensione di come la libertà delle donne negli spazi pubblici possa essere limitata. Esperienza che gli uomini raramente provano.

Questo implica la necessità di provare a mettersi al posto della donna, comprendere con gli occhi e il passo e il respiro accelerato di lei, che se sente dei passi alle spalle teme che le si voglia fare del male. Chiedersi cosa determinate situazioni significano per ragazze e donne può essere un buon inizio.

Il potere delle parole

Anche l’idioma può avere un ruolo – del tutto inconsapevolmente per chi lo parla – nella distinzione di genere. La lingua inglese specifica il genere della persona solo quando ne parla in terza persona, l’italiano lo fa da subito. E da qui nasce la diatriba su il presidente e la presidente, l’avvocato e l’avvocata, il direttore o la direttora: devi scegliere. Occorre prendere posizione, come fanno i creatori di Parole O_Stili. Progetto sociale di sensibilizzazione contro la violenza delle parole.

Mettere in discussione commenti o stereotipi sessisti, di cui le donne – o chi non si adatta al ruolo sociale attribuito – sono vittima privilegiata, sarebbe un ottimo inizio.

L’uguaglianza di genere e l’inclusività si costruiscono con l’impegno individuale, che poi si trasmette alla propria famiglia, alla comunità, alla collettività.

Chiara Francesca Caraffa

www.eurocomunicazione.com/2020/11/25/25-novembre-no-alla-violenza-sulle-donne/

www.eurocomunicazione.eu/donne-e-sicurezza-il-contributo-dellorganismo-paritetico-nazionale/

 


Chiara Francesca Caraffa

Impegnata da sempre nel sociale, è Manager del Terzo Settore in Italia, ove ricopre ruoli istituzionali in differenti Organizzazioni Non Profit. Collabora con ETS in Europa e negli Stati Uniti, dove promuove iniziative per la diffusione della consapevolezza dei diritti della persona, con particolare attenzione all'ambito socio-sanitario. Insegna all'International School of Europe (Milan), dove cura il modulo di Educazione alla salute. Cultrice di Storia della Medicina e della Croce Rossa Internazionale ed esperta di antiquariato, ha pubblicato diversi volumi per Silvana Editoriale e per FrancoAngeli.

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