Verso un “FRONTE NAZIONALE”

Sabato 1 giugno, a Roma, è iniziato il percorso per la Costituente di un nuovo soggetto politico, che a me è sembrato giusto chiamare “Verso un Fronte Nazionale”: verso, perché è un percorso; Fronte perché è una chiamata di tutto il popolo italiano, affinché, compatto, si difenda dalle violenze, dai soprusi e dalle ingiustizie, che il potere usuraio vuole imporci con la complicità della cupola pd-pdl; nazionale, perché bisogna ridare un senso identitario all’Italia, affinché si  torni a parlare di valori, di etica, di territorio, di cultura.

Deve essere una Costituente di base, che dia spazi a tutti e permetta ad ognuno di sentirsi costruttore di questo nuovo soggetto. Non ci sono né capi, né capetti; questi, se ci saranno, nasceranno sul campo dal riconoscimento degli altri, quando, dalla fase di preparazione e studio, passeremo alla fase di attuazione della battaglia politica. Quello che serve è una seria classe dirigente, che sappia diventare riferimento per il movimento ma, soprattutto, per l’Italia intera. Nessuno vuole creare formazioni estreme o estremiste dello zero virgola qualcosa, ne esistono fin troppe sia a destra che a sinistra, e, inoltre, la vocazione estremista non ci appartiene, né appartiene al popolo italiano, di cui ci sentiamo parte integrante. Radicati nei nostri convincimenti, decisi nei nostri propositi di difesa degli interessi nazionali lo siamo sicuramente.

Nemmeno vogliamo riproporre un’indistinta raccolta di coloro che si autodefiniscono di destra, perché coloro, cui è stato dato il compito di rappresentare in sede politica la destra in questi anni, hanno governato per circa venti anni, dando pessima prova di sé, al punto da disgustare proprio il popolo cosiddetto di destra. Inoltre la destra, quella più significativa, quella che avrebbe dovuto rappresentare la difesa dalla sinistra, oggi è al governo proprio con quella sinistra, per tutelare gli interessi dei poteri forti, contro gli interessi degli Italiani. Meno che mai,  e per le stesse ragioni, vogliamo riproporre antistoriche ammucchiate di centrodestra, soprattutto oggi che centrodestra e centrosinistra sono appassionatamente concordi e solidali nel voler affossare, con il governo Letta/Alfano, le residue speranze di ripresa dell’Italia.

Noi dobbiamo costruire la casa comune di tutti gli Italiani, che, prescindendo dal loro passato politico, sappiano mettersi insieme per riappropriarsi delle chiavi di casa e ricostruire una Nazione: l’Italia, che dia un futuro alle nuove generazioni, che sappia capitalizzare in termini politici, economici e sociali lo straordinario patrimonio culturale che possiede, che comprenda l’enorme funzione sociale del lavoro contro le assurde prepotenze della finanza, che ponga l’uomo al centro delle sue attenzioni e tutele e che percepisca la necessità di un’Europa politica forte, che sappia difenderci dalle grandi potenze commerciali e finanziarie attualmente alla conquista del mondo.

Progetto grande, ambizioso, ma è l’unico che ci può sottrarre alla trappola in cui una classe politica imbelle e venduta ci ha portato; una grande forza di popolo, che ridimensioni la voracità del potere finanziario e neutralizzi i suoi strumenti più subdoli: banche, tasse, Equitalia, disoccupazione, burocrazia ed inefficienza pubblica, malasanità, sfascio della scuola, corruzione, concussione….  Non poniamo preclusioni nei confronti di chicchessia, tutti potranno aiutarci a costruire questo nuovo soggetto, purché accettino e rispondano ai paletti che ci stiamo dando: unico vero discrimine tra noi e coloro che vogliono servilmente continuare a seguire le antisociali strategie di chi ci vuole servi dei signori delle carte, siano esse di credito, monetarie o azionarie.

Tutte le formazioni, che  si riconoscono nei paletti che rappresentano l’unico vero discrimine, devono avere il coraggio di adattare la loro natura ad una nuova concezione movimentista per contribuire, anche con la loro azione pienamente autonoma, alla costruzione  di un’autentica rappresentanza istituzionale, che sia al servizio del popolo, ma anche dei movimenti che ne hanno facilitato l’elezione.  Ora è tempo di scendere in campo e costruire un avvenire per i giovani, un futuro per l’Italia. Adriano Tilgher – (Roma, 07.06.2013)

 Manifesto per la sovranità nazionale

L’attuale situazione politica, economica e sociale dell’Italia ha abbondantemente superato il livello di guardia. Tanto è vero che non è fuori luogo nutrire forti preoccupazioni sulla nostra stessa sopravvivenza come Nazione sovrana e come comunità di popolo. Le causedi questa autentica catastrofe vanno individuate negli avvenimenti che sconvolsero il mondo nell’ormai lontano 1989 e che videro il crollo del comunismo sovietico ed il conseguente affermarsi di un neoliberismo aggressivo e totalizzante, di stampo anglosassone, che ha sostituito ai diritti dei popoli e degli Stati gli appetiti insaziabili della speculazione finanziaria globale. Tale perverso meccanismo sta causando lutti e tragedie paragonabili a quelle provocate da una ipotetica nuova guerra mondiale. Le contraddizioni di questo mostruoso sistema planetario sono apparse evidentissime, in tutta la loro tragicità, con lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria del 2008 proveniente dagli Stati Uniti. L’esigenza, da parte delle lobbies finanziarie, di salvare le banche e gli interessi dei grandi speculatori, ha condotto ad una politica di progressivo impoverimento  dei popoli e di smantellamento degli Stati sovrani. L’Italia è l’esempio più evidente di questa realtà. Per salvare la comunità nazionale e il futuro delle nuove generazioni è indispensabile riconquistare, il più presto possibile, la sovranità nazionale in tutti i suoi molteplici aspetti.

Sovranità culturale – Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia ha subito una vera e propria colonizzazione culturale. La pervasività del modello di vita americano nel campo degli spettacoli e delle comunicazioni di massa, unita all’egemonia  comunista nella letteratura, nel giornalismo, nell’editoria e nelle arti in generale, ha provocato una totale desertificazione degli ingegni e delle idee, con il conseguente affermarsi di un conformismo totalizzante. Occorre pertanto infrangere questa occupazione sistematica di tutti gli spazi di creatività edi elaborazione di idee. L’Italia, attualmente importa dagli altri Paesi– soprattutto dagli Usa – l’80 per cento dei prodotti cinematografici e televisivi, compresi i format delle trasmissioni più demenziali e diseducative. Si rende quindi indispensabile ricreare un’industria culturale nazionale, sia nel campo dei media e dell’intrattenimento che in quello dell’espressione artistica vera e propria, per fornire alle intelligenze e ai talenti opportunità concrete di emergere e affermarsi.

Sovranità etica – La globalizzazione e il mercatismo hanno distrutto il tessuto sociale e identitario dei popoli, relegando nella  marginalità antichi e collaudati sistemi di valori per sostituirli con la cultura dell’egoismo economico e il darwinismo sociale. La società aperta, teorizzata da Karl Popper, – popolata da liberali, liberisti e libertari al limite dell’anarchia – ha spodestato, con il suo culto per i diritti inviolabili e assoluti dell’individuo ed il disprezzo più totale per le esigenze della comunità, il ruolo aggregante ed equilibratore dello Stato. La storia ha registrato la sconfitta delle grandi ideologie totalitarie del Novecento, ma questo non ha fatto venir meno la necessità di una ricomposizione della società su basi diverse da quelle parcellizzanti della democrazia anglosassone. Lo Stato, che in questo momento è travolto da fenomeni di corruzione e lassismo che lo rendono inaffidabile e inefficiente deve riconquistare la sua funzione di riferimento etico per ilpopolo e di regolatore e finalizzatore della vita comunitaria.

Sovranità territoriale – L’Italia, com’è noto, è una Nazione a sovranità territoriale limitata. Le clausole (comprese quelle secretate) del trattato di pace del ’45,  conseguente ad una resa senza condizioni, sono ancora in vigore dopo sessantotto anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Lo dimostra l’esistenza, sul suolo nazionale, di centotredici basi militari statunitensi sulle quali non abbiamo alcuna giurisdizione. Se tale circostanza poteva avere una sia pur discutibile giustificazione all’epoca della guerra fredda essa appare oggi del tutto immotivata e incompatibile con quelli che dovrebbero essere i rapporti tra Paesi alleati. La fine di questa occupazione va rivendicata con forzaper recuperare quel ruolo di potenza mediterranea che ci appartiene. Ciò non basta. Per conquistare un’autentica sovranità territoriale, lo Stato deve sottrarre il controllo di parte del territorio alle mafie locali che se ne sono impadronite. Occorre comunque restituire il potere decisionale al centro abolendo innanzitutto le Regioni, organi di corruzione, clientelismo, malaffare e entitàdisgregatrici dell’unità nazionale.

Sovranità monetaria – Uno Stato che rinuncia a coniare e battere moneta cede di fatto una parte fondamentale della sua sovranità. Questa cessione si è rivelata un autentico disastro soprattutto per l’Italia obbligata, da Ciampi e Prodi, ad adottare l’euro ad un tasso di cambio particolarmente svantaggioso. Circostanza, questa, che ha provocato una caduta del potere d’acquisto delle famiglie di quasi il cinquanta per cento nel volgere di poche settimane. La mancata flessibilità dei cambi ha poi impedito all’Italia di praticare quelle svalutazioni competitive che hanno spinto le nostre importazioni nei decenni scorsi. Non è rimasto così altro da fare che procedere, su imposizione degli eurocrati di Bruxelles, alle cosiddette “svalutazioni interne”, ovvero al taglio dei salari, allo smantellamento del welfare e all’aumento della pressione fiscale. Tutti provvedimenti che hanno avuto l’effetto di condurre la Nazione in una spirale recessiva senza fine. L’euro, moneta senza un adeguato riferimento statuale, è diventato così il simbolo stesso del fallimento dell’Unione Europea. L’unico Paese a trarre vantaggi da questa situazione è la Germania che sta approfittando delle difficoltà in cui si dibattono i Paesi periferici per imporre la sua egemonia sull’intero continente. A questo punto l’uscita dall’euro si rende non soltanto opportuna, ma drammaticamente necessaria. Il ritorno ad una moneta nazionale – che avrebbe conseguenze meno devastanti di quanto affermano gli eurocrati terroristi – ci consentirebbe, in tempi abbastanza brevi, di ridare fiato alla nostra economia aumentando le esportazioni, di ridurre il debito pubblico e di rifinanziare, come sta facendo il Giappone, le aziende con abbondanti iniezioni di liquidità. Potremmo, insomma, tornare ad essere, secondo un’abusata espressione, un “Paese normale”, ovvero una Nazione sovrana.

Sovranità economica – L’Italia cominciò a perdere la sovranità economica il 2 giugno del 1992. Quel giorno, al largo di Civitavecchia sul panfilo Britannia un gruppo di speculatori rappresentanti le grandi banche d’affari angloamericane e un manipolo di italiani disposti ad avere, “intelligenza con il nemico” guidati dall’allora direttore del Tesoro Mario Draghi e dall’ex ministro Beniamino Andreatta, si misero d’accordo per gestire le privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. In realtà più che di privatizzazioni è opportuno parlare di vere e proprie svendite. Grazie allamediazione della solita Goldman Sachs le migliori imprese statali italiane vennero cedute a gruppi stranieri a prezzi di realizzo. Nessuno, al momento, ha pagato per questo. Ma prima o poi i responsabili dovranno essere chiamati a rendere conto davanti al popolo italiano di quanto hanno fatto. Grazie a quell’operazione truffaldina, e a quelle che seguirono, è stato così smantellato quel sistema di economia mista che ruotava intorno all’Iri, all’Eni e alle banche nazionalizzate e che era oggetto di studio ed imitazione in ogni parte del mondo. Per recuperare la sovranità economica non v’è dunque altro mezzo che quello di invertire immediatamente la rotta. La Banca d’Italia deve tornare ad essere proprietà dello Stato e non dei privati che la possiedono attualmente. L’attività della banche d’affari deve essere separata da quella degli istituti di credito e, soprattutto, lo Stato deve ritrovare il suo ruolo di regolatore e stimolatore delle attività economiche.

Sovranità politica – La Costituzione italiana, in un suo articolo, proclama che “la sovranità appartiene al popolo”, ma questa è rimasta unicamente un’enunciazione velleitaria e inapplicata. Il vero potere è infatti stato sempre requisito e gestito dai partiti e dai loro comitati d’affari. A questi, ultimamente, si sono aggiunte le oligarchie finanziarie e le cosche che gestiscono l’economia criminale. Ciò non ha soltanto svuotato di significato la parola “democrazia”, intesa nel suo significato originario di “governo del popolo”, ma ha creato un sistema di caste nel quale i “paria” – persone private di ogni dignità – sono ormai la grande maggioranza. Per ridare sovranità al popolo non esiste dunque altra via che quella di rivedere totalmente i meccanismi della democrazia parlamentare creando nuovi strumenti di partecipazione alle decisioni politiche ed economiche della comunità. Devono altresì essere smantellate o ricondotte alla loro funzione originaria tutte quelle forme di potere che negli ultimi anni sono diventati veri e propri “Stati nello Stato”, come la magistratura, gli apparati di intelligence e le cupole mafiose. Un percorso, quello che abbiamo delineato per sommi capi, aspro e difficile, ma necessario se si vuole restituire libertà e dignità alla nostra gente e un futuro alle nuove generazioni. L’alternativa è la dissoluzione territoriale, statuale ed etnica della Nazione italiana. Per questo riteniamo opportuno concludere questo nostro manifesto per la sovranità nazionale con un invito ai “liberi e forti” che sono consapevoli della gravità del momento storico che stiamo vivendo ad unirsi a noi in questa battaglia per l’indipendenza della Patria e la salvezza del nostro popolo.

DECALOGO

Creare un movimento che riesca ad interpretare i bisogni e le esigenze dei tempi moderni ed al contempo coniughi diritti e doveri di una comunità, come quella italiana, progredita sul piano delle leggi, delle tradizioni e della cultura, ma incredibilmente degradata in merito ai valori etici ed umani, in netta decadenza economica e politica ed estremamente carente di classe dirigente preparata, impegnata e motivata, richiede un tipo d’uomo di riferimento che possa dare l’esempio.

Il popolo italiano nei secoli ha dimostrato una vasta capacità di adattamento ed ha saputo dare, oltre agli esempi singoli che ci hanno resi grandi nel mondo, anche grandi esempi come popolo, quando a guidarci c’erano classi dirigenti di valore, ma anche pessima immagine di se quando a guidare ci sono stati uomini di dubbia moralità ma di sicura incapacità, come purtroppo sta accadendo ai giorni nostri.

Per questo dobbiamo tornare a costruire una classe dirigente consapevole, preparata e che sappia diventare riferimento in questo momento di drammatico sbandamento. Per tali motivi il movimento tutto deve darsi un’immagine che includa e non escluda, che sia rigida, con intelligenza, nei confronti dei propri aderenti e sappia coniugare la modernità con i valori ancestrali della nostra tradizione, e risvegli l’orgoglio di essere Italiani insieme all’umiltà di capire gli errori che ci hanno condotti all’attuale stato di degrado.

Per questi motivi la nostra comunità ha bisogno di un decalogo che determini i paletti entro i cui confini possiamo tornare a camminare insieme.

  1. Io credo nella centralità dell’Uomo e nelle sue capacità creative, nella libertà personale nel contesto equilibrato delle libertà comunitarie, nella supremazia della politica sull’economia, nella giustizia che sappia tener conto delle differenze e proprio per questo possa essere “uguale per tutti”, nel rispetto della diversità nell’unità di Destino, nell’Autorità come servizio e non come privilegio, nella Solidarietà come cemento della Comunità, nell’etica come principio ispiratore della condotta della persona e della comunità.
  2. Io mi pongo davanti alla realtà quotidiana, senza recidere il collegamento profondo con le mie radici e con la mia  storia, ma anche sempre rivolto in avanti, senza indulgere in alcun modo verso ciò che è passato o verso quello che poteva essere ma non è stato.
  3. Io voglio  una nuova identità politica animata da un forte senso di appartenenza, la costruzione di uno stato autenticamente sociale fuori dallo schema perverso del liberismo imperante, il rispetto dell’identità del vicino, sia esso singolo o comunità, e delle sue libertà positive, la riproposizione della funzione sociale del lavoro.
  4. I miei riferimenti culturali sono: l’attualismo di Giovanni Gentile, la visione di nazione e di Europa in Dante Alighieri, la difesa dei Valori di Julius Evola, l’antidogmatismo di Ugo Spirito, la concezione del lavoro di Filippo Corridoni, la valorizzazione del lavoro e la critica al liberalismo di Pierre Joseph Proudhon, la concezione della socialità nello stato di Beppe Niccolai, la visione dinamica ed universale della politica di Berto Ricci, l’ interpretazione della Repubblica e dell’Europa in Giuseppe Mazzini, la geopolitica di Carlo Terracciano, lo stile ed il comportamento in Niccolò Giani.
  5. Il razzismo, inteso come supremazia di un popolo o etnia su un altro, non mi appartiene e va condannato in tutte le sue manifestazioni. Ritengo che il popolo italiano non sia razzista soprattutto perché educato da millenni di storia al senso di accoglienza ed ospitalità Lo spirito di Roma e della romanità consentiva la convivenza di popoli, culti e tradizioni differenti. Solo la degradazione mercatistica imposta dal liberismo imperante sta creando grandi fenomeni migratori, che hanno realizzato una quasi irreversibile conflittualità tra i ceti più deboli, al limite del conflitto sociale e razziale, e la voluta esportazione del malessere tribale di alcune etniesta neutralizzando le già sopite capacità politiche e culturali dell’Europa.
  6. Lo stile è per me il primo elemento di riconoscimento e rappresenta un fatto nuovo e per certi aspetti “rivoluzionario” nel panorama politico nazionale. La necessità di un classe politica di riferimento capace di imprimere, con il proprio esempio, una svolta  al degrado crescente in tutti i settori mi impone di assumere comportamenti ispirati ad un’etica sociale di cui, nei tempi moderni, si è perduto il senso.
  7. Considero la politica un importante fattore culturale per ridarle il suo originario valore e quindi riconciliare il rapporto tra la gente e la politica stessa. Ristabilire la supremazia della politica sull’economia significa uscire dagli schemi imposti dal liberismo  e poter finalmente costruire un reale stato sociale. Scegliere di vivere secondo le libertà positive vuol dire rispettare le leggi  e le libertà positive degli altri, siano essi singoli cittadini o popoli. Questo si chiama comunitarismo. Considerare la solidarietà un valore vuol dire aiutare realmente il prossimo, non con una carità pelosa priva di progettualità conclusiva, ma attuando tutte le formule che possano risolvere alla radice i problemi degli altri. Questo si chiama solidarismo.
  8. Nel rispetto delle dichiarazioni su esposte mi impegno a non abbandonarmi a critiche personali nei confronti di uomini ed ambienti della mia storia passata, a considerare ogni mia azione come coinvolgente una comunità più ampia che si fa movimento e di portare o rispondere ad eventuali accuse  nelle sedi deputate ed interne.
  9. Riconosco che accanto all’etica da reintrodurre nella politica e nella società c’è bisogno di un’estetica precisa che la rappresenti in modo nuovo e consono ai tempi, per cui mi impegno, nelle attività del movimento, a non usare simboli e linguaggi diversi da quelli del movimento stesso.
  10. Credo nell’autonomia come elemento essenziale di una nuova aggregazione dove tutti, nel rispetto di questo decalogo, aderiscono in modo autonomo con la propria storia ed il proprio percorso senza necessità di abiure o di pentimenti. Tutti, su un piano di adesione ad un progetto complessivo, saranno autonomi nella propria identità, autonomi sul piano territoriale in base alle peculiarità culturali locali. Tale autonomia territoriale parte dal campanile, per creare un nuovo e più intenso senso di appartenenza, ma lo trascende in un’unità nazionale per esigenze culturali e storiche e lo vivifica in una nuova patria europea per le necessità di difesa militare, economica e finanziaria e per le richieste di aiuto che arrivano dal terzo mondo cui solo il patrimonio culturale europeo, svincolato e autonomo dai legacci dell’alta finanza, può dare risposte adeguate. Autonomia quindi politica dagli schemi fallimentari imposti dai potentati economici, autonomia economica con economie adatte ai territori ed alla loro tradizione culturale, autonomia finanziaria con parametri di calcolo a dimensione umana, autonomia militare con un esercito che risponda ad autentiche esigenze difensive dei popoli europei, autonomia in politica estera che svincoli le scelte da interessi estranei all’interesse nazionale, autonomia culturale che consenta la libera circolazione delle idee ed il loro sviluppo nell’originalità e fuori dalle logiche del mercato, e quindi autonomia organizzativa anche all’interno del nostro movimento.

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