24 Maggio L’Italia in Guerra

IL COMPIMENTO DEL RISORGIMENTO
IL SACRIFICIO PER L’UNITA’ D’ITALIA E PER L’ITALIANITA’

L’Italia, durante il percorso risorgimentale, affermava la sua presenza e legittimava il suo posto tra le maggiori potenze europee, facendo appello alla sua Tradizione, Storia, Cultura e Lingua, elementi portanti di una civiltà millenaria. Verso la fine dell’Ottocento, la tendenza da parte di tutte le potenze europee di affermare la propria superiorità, si diffondeva e coagulava in varie forme associative più o meno spontanee.

In particolare l’Impero Austro-Ungarico, nel suo coacervo multietnico, l’Impero Tedesco, strenuo difensore del pangermanesimo e i Popoli Slavi, nella loro multiforme scissione, davano vita a organizzazioni importanti sostenute dalle alte sfere del potere, al fine di diffondere la loro lingua e cultura. Questa esigenza di affermazione della propria identità culturale, si avvertiva anche nelle comunità italiane, ancora non facenti parte del Regno d’Italia. A Rovereto, Trento, Trieste, Istria e Dalmazia, ossia nelle terre irredente, nascevano molte associazioni. La Minerva, la Società Ginnastica di Trieste e la Pro-Patria, per la protezione e la difesa della lingua e della nazionalità italiana, vedevano la partecipazione di molti uomini illustri.

L’Irredentismo e Guglielmo Oberdan

Dopo il sacrificio dello studente Guglielmo Oberdan, la fiammella dell’irredentismo accendeva particolarmente gli ambienti universitari. Il giovane studente di ingegneria immolatosi per la Patria, è considerato il primo martire dell’irredentismo. Triestino, dal 1878 si trasferì a Roma, vicino agli ambienti garibaldini e irredentisti. Viveva in una semplice stanza a Trastevere, sulle pareti due ritratti, uno raffigurante  Cristo e l’altro Garibaldi. Il 2 giugno 1882 moriva Giuseppe Garibaldi, Oberdan partecipò al Solenne Corteo, organizzato a Roma, in onore dell’Eroe dei due Mondi, mostrando la bandiera di Trieste  a lutto, tenendo conto che le ultime parole del Generale furono, Muoio con il dolore di non vedere redente Trento e Trieste.
Il giovane era pienamente convinto dell’Italianità di Trieste, e per questo sacrificò se stesso. La situazione si era acuita particolarmente dopo la Firma della Triplice Alleanza, avvenuta il 20 Maggio 1882, pochi giorni prima della morte di Garibaldi. L’Italia si alleava con l’Impero Austro-Ungarico e con quello Tedesco, sperando di ottenere pacificamente i territori irredenti, ma invano.

Non dimentichiamo che proprio dall’alleanza prussiana del 1866, con la Terza Guerra d’Indipendenza, contro l’Impero Austriaco, l’Italia aveva ottenuto il Veneto. E nel 1870 in seguito alla guerra franco prussiana e alla sconfitta francese a Sedan, l’Italia era riuscita a prendere Roma.

Il giovane triestino, essendo venuto a conoscenza di una visita dell’imperatore austriaco Francesco Giuseppe a Trieste, maturò l’idea di un attentato. Partì da Roma con due bombe, ma fatalità a Ronchi di Monfalcone, venne arrestato. Questa località oggi è chiamata Ronchi dei Legionari, in onore della Marcia su Fiume del 1919, dopo la Grande Guerra. D’Annunzio si metteva a capo dei Legionari e dava inizio alla mitica Impresa di Fiume, partendo proprio dal luogo sacro, che aveva visto per l’ultima volta l’eroe e martire Oberdan, libero.

Dopo l’arresto e la sua autoaccusa, venne condannato a morte per impiccagione, Libertà va cercando ch’è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta (Dante). Il 4 Novembre, Giornata della Vittoria della Grande Guerra, coincide con la giornata in cui venne confermata a Oberdan la condanna nel 1882, eseguita il 20 Dicembre nel cortile interno della Caserma di Trieste, a lui dedicata subito dopo la Grande Guerra. Mentre il boia gli metteva il cappio al collo, il giovane patriota lanciò una missione, che venne subito colta come un comando, Viva l’Italia, viva Trieste libera, fuori lo straniero! Imperativo categorico che si compì il 4 Novembre del 1918, con Trieste finalmente Italiana, grazie al sacrificio di oltre 650.000 eroi-martiri, tra questi molti irredentisti, come Sauro e Battisti, immortalati dai versi della Leggenda del Piave, insieme a Oberdan.

Ancora oggi è possibile vedere la cella e l’anticella, locali che dopo l’abbattimento della caserma furono inglobati nella nuova struttura, che ospita la Casa del Combattente, attualmente sede del Museo del Risorgimento. In seguito alla sua morte, l’idea irredentista si diffuse rapidamente grazie alle numerose associazioni, alcune portarono il suo nome. Molti intellettuali attivi, come Giosuè Carducci, furono scossi dal tragico evento, come testimonia un suo articolo intitolato, XXI Decembre  e pubblicato dal giornale Don Chisciotte di Bologna, il 22 Dicembre 1882, che si chiudeva con queste parole “Riprendemmo Roma al Papa, riprenderemo Trieste all’imperatore”.

Società Dante Alighieri

A Bologna Giosuè Carducci dava vita a una serie di iniziative patriottiche, alimentate da illustri personaggi. Da questa spinta nasceva l’associazione nazionale Giovanni Prati intitolata al popolare poeta trentino, recante il motto “L’Italia è fatta, ma non compiuta”. Nomi importanti ne furono i promotori, Aurelio Saffi, Guido Morpurgo, Francesco Bertolini, Giosuè Carducci. La loro intenzione era quella di unire sotto un’unica bandiera,  linguistica e culturale, al di sopra dei partiti, tutti gli italiani, e promuovere la formazione della coscienza nazionale.

Questa associazione per contrasti interni in poco tempo si sciolse, ma lo spirito si conservò e maturò nei giovani studenti irredentisti universitari, residenti a Bologna. Lo stesso Carducci diede il nome alla nuova associazione, intitolandola Società Dante Alighieri, in onore del Sommo Poeta e così ricordandone il celebre verso, Sì com’a Pola presso del Carnaro, ch’Italia chiude e i suoi termini bagna. Questa illustre associazione nasceva nel 1889, con il proposito di tutelare e difendere la lingua e la cultura italiana fuori del Regno, come è riportato nel primo articolo del suo Statuto. Carducci assumeva la presidenza del Comitato di Bologna, costituitosi nel marzo del 1890, la sede centrale veniva fissata a Roma. Nel suo discorso inaugurale Carducci poneva l’attenzione sulla diffusione del libro italiano e sull’affermazione della lingua italiana, quale strumento di potenza anche politica.

Dal Pensiero all’Azione, la Società Dante Alighieri compiva subito un gesto simbolico di notevole importanza, l’erezione del Monumento di Dante a Trento, opera dello scultore Cesare Zocchi. L’inaugurazione avvenne il 18 ottobre 1896 con un cerimoniale molto sobrio e silenzioso, senza bandiere, né musiche, ma con tanto Amor di Patria. Sul Monumento è presente il gruppo allegorico che richiama l’episodio di Sordello, evocativo dell’Amor di Patria.

“Ma vedi là un’anima che, posta
sola soletta, inverso noi riguarda:
quella ne ‘nsegnerà la via
più tosta”.
Venimmo a lei: o anima lombarda, 
come ti stavi altera e disdegnosa
e nel mover de li occhi onesta
e tarda!
“O Mantoano, io son Sordello
de la tua terra!”
e l’un l’altro abbracciava.

(Purg. VI, 58-63, 74-75)

Carducci per l’occasione scriveva un canto, Per il Monumento di Dante a Trento XIII SETT. MCCCXXI, che si chiude con il verso famoso: Ed or s’è fermo, e par che aspetti a Trento.

La Società Dante Alighieri sostenuta dai soci, da illustri uomini politici, colti e patrioti, e dalla Casa Reale, dava inizio alla sua vasta attività culturale. Promovendo numerose manifestazioni di patriottismo e di italianità, presiedute molte volte dai Sovrani, in particolare dalla Regina Margherita, sovrana colta e attenta alla tradizione latina e alla cultura italiana.

Molti doni e premi venivano offerti da Casa Savoia per feste e lotterie, esprimendo così viva adesione spirituale e materiale all’Associazione. La Società Dante Alighieri si diffuse rapidamente in tutto il mondo, Faro vivo e punto di riferimento per tutti  gli italiani che vivono lontano dall’amata Patria.

Era già l’ora che volge il disio
ai naviganti e ‘ntenerisce il core
lo dì c’han detto ai dolci amici addio.
(Purg. VIII, 1-3)

 Gli italiani, grazie all’attività svolta da queste associazioni patriottiche, mantengono vivo nel loro cuore il sentimento che li unisce alla loro Terra. Con l’entrata in Guerra dell’Italia, molti Italiani sparsi per il mondo, ritornano e si arruolano volontari, non avendo dimenticato le loro radici grazie a questo Faro vicino all’Italia, soprattutto nei momenti difficili. Proprio da questi Comitati presenti in tutto il mondo, arrivava all’Italia non solo un patriottico contributo spirituale, ma anche materiale; molti fondi venivano raccolti per sostenere la Patria nell’arduo cimento.

Ancora una volta, in questo drammatico inizio d’anno 2020, di fronte a questa nuova forma di guerra, l’Italia attaccata da tutte le direzioni, ha dimostrato NONOSTANTE TUTTO di avere solide basi e salde radici. Gli Italiani, NONOSTANTE LA CONFUSIONE FORMATIVA E INFORMATIVA, hanno dimostrato di avere ancora nel loro DNA la Possente calma dei Romani, lo Spirito di Sacrificio  dei nostri Combattenti e il Desiderio di Italianità vivo nelle Nuove Generazioni.

CORONAVIRTUS VS CORONAVIRUS

ITALIANITA’ E SACRIFICIO

C’è una frase che venne coniata durante la Grande Guerra, che sintetizza meglio di cento parole lo spirito che ha guidato gli Italiani dopo la disfatta di Caporetto24 Ottobre 1917, e che li ha condotti sicuri e indomiti alla Vittoriosa Battaglia di Vittorio Veneto, a un anno esatto, 24 Ottobre 1918  

Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora

Sia questo un incitamento morale per vincere lo sconforto e la pigrizia, veri nemici dello Spirito e dell’Azione. La Patria ancora una volta  Chiama e Noi rispondiamo, Ora come Allora, con le parole di un Eroe della Grande Guerra, Francesco Baracca, Ci sono due madri, una che dà la vita e l’altra a cui si dà la vita.

24 Maggio 1915. L’Italia entra nella Grande Guerra

Con la Grande Guerra le potenze europee intaccavano un equilibrio, che durava dal 1870, periodo detto Epoca della bellezza, caratterizzato da pace e benessere. L’Europa, in seguito ad una serie di alleanze, si trovava polarizzata in due grandi coalizioni distinte; da una parte la Triplice Intesa, costituita da Francia, Inghilterra e Russia, dall’altra la Triplice Alleanza, costituita dall’Austria – Ungheria, dalla Germania e, dal 20 Maggio 1882, anche dall’Italia.

La Grande Guerra scoppiò il 29 Luglio 1914, inizio delle ostilità.
Il 29 Luglio del 1900 è doveroso ricordare il regicidio del Re d’Italia Umberto I, lo stesso giorno, 29 Luglio 1883, nasceva Benito Mussolini e sempre il 29 Luglio del 1917, venivano fondati gli Arditi, i Reparti d’Assalto, determinanti per la Vittoria della Grande Guerra.

Il Regno d’Italia il 2 agosto 1914 dichiarava la propria neutralità, facendo appello all’articolo 4 del trattato della Triplice, che consentiva una benevola neutralità, trattandosi di un patto militare di natura difensiva.

In questo periodo di neutralità, si tentò di ottenere dai propri alleati i territori irredenti, facendo appello all’articolo 7 che stabiliva dei compensi territoriali, tale da mettere anche in sicurezza i confini naturali del Regno. Non riuscendo nell’intento, il giovane Regno d’Italia entrò in guerra il 24 Maggio 1915, dopo che il Governo Salandra, con il Ministro degli Esteri Sonnino, aveva intrapreso trattative con l’Intesa. Il 26 Aprile del 1915, infatti, si era sopraggiunti alla stipulazione del Patto di Londra, ottenendo dall’Intesa, quello che la Triplice stentava a riconoscere all’Italia, con l’accordo dell’entrata in guerra entro un mese, contro la Triplice. Con la dichiarazione di guerra da parte del Re Soldato Vittorio Emanuele III si portava a compimento il processo di Unificazione Nazionale. L’ “Ora Solenne è suonata”. Obiettivo: “Piantare il tricolore d’Italia sui terreni sacri che natura pose a confine della patria nostra e compiere l’opera iniziata dai nostri padri”.

 

La Leggenda del Piave

 Il Piave mormorava calmo e placido
al passaggio
dei primi fanti il ventiquattro maggio.

 E la Vittoria sciolse l’ali al vento!

Fu sacro il patto antico:
tra le schiere, furon visti
Risorgere Oberdan, Sauro, Battisti!

 Sicure l’Alpi libere le sponde.

                          Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro

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