
Anchorage: parole di pace, fatti di guerra (18.08)
Scritto da Gabriele Felice il . Pubblicato in Esteri, Diplomazia e Internazionalizzazione, Italia ed Esteri.
Anchorage: parole di pace fatti di guerra. Il vertice di Anchorage tra Putin e Trump mostra la distanza tra la retorica diplomatica e i preparativi di guerra della Russia.
C’è un errore che in Occidente continuiamo a ripetere, e che a forza di ripeterlo rischia di diventare fatale: credere alle parole e non ai fatti.
Ci si illude che un vertice, un sorriso, una frase calibrata davanti alle telecamere possano fermare la macchina della guerra.
Ci si consola con il nulla di un comunicato, dimenticando che dall’altra parte del tavolo la storia si muove con una logica spietata e matematica: prepararsi, armarsi, stringere le fila, eliminare ogni crepa nel fronte interno.
Il summit di Anchorage tra Putin e Trump ne è l’ennesima dimostrazione.
Nessun accordo, nessuna concessione, nessun cessate il fuoco.
Solo chiacchiere, promesse vaghe di “progressi” e “dialogo produttivo”. Ma mentre noi ci accontentiamo delle parole, Putin e la sua banda procedono con i fatti. E i fatti raccontano una realtà diversa, dura, incontestabile.
Il totalitarismo digitale
La chiusura di WhatsApp e Telegram alle videochiamate non è un dettaglio tecnico, né una misura marginale.
È l’ennesimo mattone del muro che il Cremlino sta costruendo intorno alla sua società. Si eliminano gli ultimi spazi liberi di comunicazione, si obbligano i cittadini a usare piattaforme domestiche controllate, si prepara l’opinione pubblica a un mondo dove l’unica voce ammessa è quella del potere.
È un passo verso il totalitarismo digitale, che non serve a vincere battaglie sul campo, ma a vincere la guerra dentro le coscienze.
Sin dall’asilo
I bambini vengono preparati alla guerra.
A denunciarlo è la CNN (settembre 2023) dal Pacifico al Mar Nero, i bambini dell’asilo indossano uniformi e prendono parte a prove di marcia: ai bambini più grandi viene insegnato come scavare trincee, lanciare granate e sparare con munizioni vere.
The Guardian nel luglio 2025 denuncia l’uso di bambini per testare droni. Le rivelazioni, parte di un’indagine condotta dall’emittente russa in esilio Insider, sono le ultime a dimostrare quanto i leader russi stiano trascinando i giovani del Paese nello sforzo bellico in Ucraina, con un’educazione “patriottica” e militarizzata che spesso si traduce in una partecipazione diretta.
E ancora: Amnesty International denuncia nel 2022 l’implacabile repressione di ogni dissenso delle autorità russe che prendono di mira con gravi rappresaglie i bambini e le famiglie di coloro che si oppongono all’aggressione della Russia in Ucraina.
“Nell’aprile 2022 Maria Moskaliova, 12 anni, aveva fatto un disegno contro la guerra. È stata separata dal padre e collocata in un orfanotrofio”. © Maria Moskaliova
I popoli sono sempre le prime vittime dei regimi tirannici che li governano.
L’economia di guerra
Mentre ad Anchorage si parlava di “cooperazione spaziale” e “opportunità artiche”, nelle fabbriche russe si producevano carri armati, missili, droni.
L’apparato industriale è ormai riconvertito in larga parte al bellico o al double use.
Non si tratta più di rattoppare i buchi del conflitto in Ucraina: si tratta di aumentare e “migliorare” un arsenale per un confronto prolungato e più vasto. Il bilancio della difesa vola oltre il 6% del PIL (per il 2025 è stimato al 6.3%, aumento del 25% dal 2024 – confermato da SIPRI).
Questa è la prova materiale di un Paese che non cerca la pace, ma si prepara alla prossima fase della guerra.
Le alleanze del revisionismo
Intanto la Russia stringe i legami con chiunque condivida il progetto di demolire l’Occidente: Iran, Corea del Nord, Cina. Con quest’ultima, l’asse è chiaro: Mosca guadagna tempo, Pechino corre con il riarmo. È un patto implicito, ma micidiale.
E non basta: dall’Africa al Medio Oriente, si ricompattano reti di influenza, mercenari, accordi energetici. È un mosaico che racconta un mondo sempre più diviso in due blocchi, e un Occidente che fatica a riconoscerlo al punto da rimanere in molti casi incredulo.
La retorica del sacrificio
Dentro i confini, la propaganda russa lavora senza tregua. Si evocano i fantasmi della “Grande Guerra Patriottica”, si parla di accerchiamento, si glorifica il sacrificio. Tutto serve a un obiettivo preciso: convincere i russi che la guerra non è un’eccezione ma il destino stesso della nazione.
È l’educazione alla rassegnazione, al sacrificio necessario, all’odio per il nemico esterno. Una preparazione psicologica, farneticazioni, che noi, troppo spesso, non vediamo, non vogliamo o fingiamo di non vedere.
L’illusione occidentale
E qui torniamo a noi. Noi che applaudiamo a un incontro senza accordi come se fosse un successo. Noi che ci raccontiamo che “almeno si parlano”.
Ma la verità è che parlare senza fermare i fatti equivale a perdere tempo. E il tempo, oggi, è la risorsa più preziosa: serve a Mosca per blindare la sua economia, a Pechino per accelerare il suo riarmo, agli anti-occidentali per consolidare alleanze.
Putin non è andato in Alaska per fare la pace. È andato per prendere tempo. Per mostrare al mondo un’immagine di uomo ragionevole, mentre dietro le quinte prepara la tempesta.
Guardiamo i fatti
Chi guarda i comportamenti lo sa: la Russia si sta preparando. Non solo alla guerra che già combatte in Ucraina, ma a una guerra più ampia contro l’Occidente.
Il dado da parte loro (Russia, Cina, Iran, Corea del Nord, India che ha recentemente gettato la maschera) è tratto.
Gli Stati Uniti tentano di tirarsi fuori fissando gli interessi vitali e promettendo accordi commerciali “fantasmagorici” con l’asse anti-occidentale seguendo l’antico adagio romano: “Se un nemico non puoi sconfiggerlo, fattelo amico”.
Noi europei possiamo scegliere se continuare a illuderci con le chiacchiere, o se finalmente avere il coraggio di guardare in faccia i fatti.
Perché i fatti, prima o poi, ci presentano sempre il conto.
Avremo l’ultima parola
La storia ci insegna che l’Occidente sembra sempre addormentato finché non viene costretto a guardare in faccia la realtà. Quando accade, la sua reazione è travolgente: tecnologia, risorse economiche, energia morale.
I regimi che oggi sembrano granitici hanno in sé le crepe della paura e dell’oppressione, mentre le democrazie – divise, imperfette – custodiscono il seme della libertà che alla lunga si rivela più forte.
Anche se gli Stati Uniti oggi si muovono con “cautela”, sappiamo che nessun popolo ha saputo reinventarsi e risorgere come quello americano.
La sfida non è se l’Occidente saprà reagire, ma quando. E quando lo farà, la forza della libertà avrà ancora l’ultima parola.
