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La lettera di Trump

Trump torna sul palco della Nato e detta la linea

Scritto da Ottavia Scorpati il . Pubblicato in .

Impegno all’art. 5, ma l’Ucraina resta fuori

A volte un vertice è solo un vertice. Altre volte è un punto di svolta. Questa volta è stato entrambe le cose.

Con l’aria frizzante del Mare del Nord e l’eco ancora nitida di un passato diplomatico che fatica a lasciar posto al presente, si è chiuso ieri all’Aja il vertice annuale della NATO, un evento che verrà ricordato per due ragioni fondamentali: il ritorno in grande stile di Donald Trump sul palcoscenico transatlantico e la battuta d’arresto, netta e senza giri di parole, del processo di adesione dell’Ucraina all’Alleanza.

La scena non avrebbe potuto essere più teatrale: la sobria eleganza dei Paesi Bassi come sfondo, i sorrisi contenuti di Mark Rutte alla sua prima prova da Segretario Generale, e il carico simbolico che ha accompagnato la stretta di mano tra lo stesso Rutte e Trump, tornato alla Casa Bianca da gennaio con il passo deciso di chi non ha dimenticato né le promesse fatte né le frustrazioni accumulate.

Ma, al netto delle apparenze, il messaggio è stato chiaro. Gli Stati Uniti restano nella NATO, ma a modo loro. E sarà il loro modo a dettare il ritmo dei prossimi anni.

L’articolo 5: la “monumentale” riconferma di Trump

Il primo nodo, forse il più atteso, è stato sciolto in apertura. Rutte lo ha detto senza tentennamenti: «È assolutamente chiaro che gli Stati Uniti sono totalmente impegnati nei confronti della NATO e dell’articolo 5». Pochi minuti dopo, è arrivata la conferma del diretto interessato: «La mia presenza qui è la prova vivente di quell’impegno». Una frase che per molti suona come una concessione, per altri come un trionfo diplomatico. Per Trump, invece, è un investimento calcolato.

La sua strategia? Dare molto, per chiedere ancora di più.

Nel suo intervento di punta, Trump ha chiesto di alzare l’asticella della spesa militare al 5% del PIL per tutti i membri, ben oltre l’attuale soglia del 2% — che, va detto, molti Paesi ancora non raggiungono. Con una retorica tanto abrasiva quanto familiare, ha definito la misura «non un obbligo morale, ma una necessità matematica».

«Non possiamo più permetterci partner che si nascondono dietro gli Stati Uniti», ha dichiarato, «Se la NATO vuole sopravvivere, tutti devono contribuire». Un “tutti” che, per il presidente americano, significa anche punire chi non rispetta le regole. È il caso della Spagna, che ha firmato l’accordo ma con riserva: Madrid si impegna al 2,1%, ben lontana dal 5%. La risposta di Trump? Una minaccia di dazi commerciali, diretti e unilaterali. Nessuna trattativa con Bruxelles. «Parleremo con la Spagna, non con l’Europa».

Un assaggio del “Trumpismo 2.0”, dove il multilateralismo si piega alla logica del contratto: chi non paga, esce dal tavolo.

Il nuovo Segretario, lo stesso equilibrio fragile

Per Mark Rutte, il debutto da Segretario Generale è stato tutt’altro che cerimoniale. Ex premier dei Paesi Bassi, europeista convinto ma anche abile navigatore tra le onde americane, ha avuto il compito di mediare tra le spinte centrifughe di un’alleanza in trasformazione.

La sua principale conquista è aver ottenuto un consenso formale al nuovo target del 5%, ma ha anche lavorato per introdurre flessibilità nella distribuzione della spesa: il 1,5% potrà essere destinato a settori strategici come cybersicurezza, logistica, e infrastrutture critiche. Un compromesso cucito su misura per placare i malumori delle capitali meno pronte all’aumento di budget.

Nel frattempo, il Regno Unito ha rilanciato con una proposta aggressiva: 2,5% entro il 2027, 3% entro il 2035, accompagnata da nuovi investimenti in armamenti nucleari, sommergibili e fabbriche di munizioni. Un messaggio chiaro: Londra non vuole restare indietro.

Ucraina: il sogno interrotto

Se l’argomento “difesa” ha prodotto decisioni nette, il dossier Ucraina ha fatto emergere tutte le contraddizioni dell’Alleanza. Già lo scorso anno, a Washington, l’adesione di Kiev era stata definita «un percorso irreversibile». Quest’anno, quel percorso è stato quantomeno messo in pausa.

Nel comunicato finale, nessuna menzione concreta di adesione. Le motivazioni sono molteplici: dal timore di un’escalation diretta con Mosca, alla persistente instabilità del conflitto, fino alle resistenze americane. Trump ha preferito concentrarsi su aiuti bilaterali, piuttosto che sulla piena integrazione ucraina nella struttura Nato.

Il presidente ucraino Zelenskyy ha comunque cercato di presentare un fronte diplomatico positivo. «Apprezziamo l’attenzione del presidente Trump e la sua prontezza nel lavorare per avvicinare la pace», ha scritto su X, dopo un incontro definito “proficuo”. Ma nelle cancellerie europee serpeggia delusione.

Un passo avanti sul piano degli aiuti — 20 miliardi di euro stanziati nel solo 2025, con il pacchetto da 50 miliardi annui ancora formalmente in piedi — ma un passo indietro sul piano politico. E soprattutto, una Russia che resta pericolosamente sullo sfondo, osservatrice attenta di ogni esitazione occidentale.

Russia e Medio Oriente: i focolai persistenti

A rendere il clima ancora più teso è stata la perdurante crisi in Medio Oriente. Trump ha annunciato un cessate il fuoco “informale” tra Israele e Iran, ma la realtà dei fatti racconta un’altra storia: né Teheran né Tel Aviv hanno confermato l’accordo, e la tensione resta altissima. «Le parti sono stanche — ha detto il presidente americano — ma non è finita. Potrebbe riaccendersi tutto da un momento all’altro».

Parole che non tranquillizzano, ma che riflettono un realismo brutale: il fuoco non si spegne con le dichiarazioni. Nel frattempo, sul fronte russo, la posizione di Berlino è apparsa netta. Il cancelliere Friedrich Merz ha sottolineato come la fine del conflitto in Ucraina non possa arrivare per via militare, ma solo attraverso una «pressione economica insostenibile su Mosca».

Una pressione che, senza la partecipazione attiva degli Stati Uniti, resta però debole. L’Europa non ha gli strumenti per influenzare India e Cina, i due principali compratori di gas e petrolio russo. E Washington, per ora, osserva. Trump riflette, ma non si sbilancia.

Cina e Indo-Pacifico: la partita lunga

Non è mancato il riferimento all’Indo-Pacifico, regione sempre più centrale per gli equilibri globali. La Cina, come previsto, ha criticato duramente il vertice, accusando la NATO di voler “cercare pretesti per estendere la propria influenza” in Asia.

Il tema non è nuovo, ma torna in modo ciclico con una forza crescente. Il Giappone, l’Australia e la Corea del Sud hanno partecipato al vertice come osservatori rafforzati, segno che la NATO guarda sempre più a est. Un’alleanza atlantica, ma con gli occhi puntati sul Pacifico.

Un equilibrio precario, ma duraturo?

A chiusura del vertice, le dichiarazioni si sono susseguite con il ritmo di un copione già letto: ringraziamenti, rassicurazioni, promesse. Ma il tono generale è stato più cauto, più sobrio, quasi consapevole che il futuro dell’Alleanza si giocherà su equilibri molto più fragili di quanto si voglia ammettere.

Il presidente lituano Nauseda ha parlato di «forte intesa», ma ha anche riconosciuto che una parte del compromesso con gli Stati Uniti passa per il silenzio su Mosca. Zelenskyy ha ringraziato, ma il suo paese resta ancora in una terra di nessuno diplomatica.

E Trump? Ha ottenuto ciò che voleva: una NATO più costosa, più americana, ma meno unita. Un’Alleanza che, per esistere, deve adattarsi a una visione di potenza bilaterale, transazionale, lontana dall’ideale multilaterale europeo.

Il mondo guarda. La guerra in Ucraina continua. La pace tra Israele e Iran è ancora un miraggio. La Cina osserva, diffida. E la NATO, ancora una volta, si ritrova a camminare sul filo sottile tra deterrenza e disgregazione.

Un equilibrio che dura, finché dura.

di Ottavia Scorpati

 

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