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L’Europa alla prova della difesa comune

Scritto da Ottavia Scorpati il . Pubblicato in .

                                                                                                                                                                          A cura Ottavia Scorpati

Cooperazione militare difficile ma possibile

Quando la geografia impone la cooperazione, ma la storia la complica. Quando il bisogno è urgente, ma la volontà è intermittente. L’Europa, ancora una volta, si trova al bivio: costruire una difesa comune o cedere alle spinte divergenti di nazionalismi, ambizioni e sfiducia.

A Bruxelles, Berlino, Parigi, Varsavia, Roma e Londra si discute, si firmano protocolli, si rilasciano dichiarazioni solenni. Ma sul terreno della cooperazione militare europea, il terreno è scivoloso, i progressi lenti, le alleanze complesse. La guerra in Ucraina, la crisi del Medio Oriente, l’ambiguità cinese e la ritrovata assertività americana hanno riportato in cima all’agenda europea il tema della difesa comune. Eppure, l’Europa della difesa sembra ancora un cantiere, aperto da decenni, dove si lavora a compartimenti stagni.

La buona notizia è che i segnali di svolta esistono. La cattiva è che i nodi restano tanti. Troppi.

Il paradosso europeo: l’unione nella necessità, la divisione nei mezzi

Mai come oggi la necessità di una cooperazione militare è stata così evidente. Eppure mai come oggi è stata così difficile da realizzare. L’Europa, pur vantando la seconda spesa militare al mondo (dopo gli Stati Uniti), continua a mostrare frammentazione strutturale: 27 eserciti nazionali, 27 catene di comando, 27 politiche industriali della difesa.

Secondo i dati diffusi dalla European Defence Agency, nel 2024 solo il 18% degli acquisti militari è stato effettuato in modo collaborativo. Il restante 82%? Gestito a livello nazionale, spesso con doppioni e sovrapposizioni. Droni tedeschi incompatibili con le reti francesi, carri armati italiani inutilizzabili in sistemi di comando polacchi, aerei britannici che volano con regole diverse da quelli tedeschi. L’Europa è un mosaico difensivo, e non sempre i pezzi combaciano.

Un esempio su tutti: il programma Main Ground Combat System (MGCS), il carro armato di nuova generazione franco-tedesco, avviato nel 2017. Dopo otto anni, siamo ancora in fase di progettazione. Le divergenze su fornitori, ripartizione dei costi, standard tecnologici e proprietà intellettuale hanno rallentato il progetto. Intanto, la Polonia ha già acquistato carri sudcoreani, e la Francia guarda a soluzioni nazionali.

Il triangolo Berlino-Parigi-Londra: ambizioni, sospetti, convergenze

Il motore storico della cooperazione europea, Berlino e Parigi, vive oggi una fase di disallineamento sottile ma persistente. La Francia, con la sua tradizione di autonomia strategica e la sua forza nucleare, spinge per un’Europa della difesa sotto guida europea (e in parte francese). La Germania, invece, nonostante la svolta dello “Zeitenwende” proclamata da Scholz nel 2022, resta impigliata tra vincoli politici, ritardi industriali e prudenza strategica.

Con l’arrivo di Friedrich Merz alla Cancelleria, Berlino ha adottato un approccio più assertivo, ma anche più filoatlantico. Merz ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti e con il Regno Unito, spingendo per una maggiore interoperabilità con la NATO piuttosto che per un’autonomia difensiva europea.

E poi c’è Londra. Uscita dall’UE, ma non dall’Europa. Il Regno Unito continua a essere uno dei principali attori militari del continente, con spese superiori al 2,3% del PIL e un impegno crescente in Europa dell’Est. Dal 2023 ha rilanciato la Joint Expeditionary Force, una forza a guida britannica che coinvolge i Paesi nordici e baltici, con la quale esercita una pressione strategica diretta su Mosca.

Londra ha anche avviato una cooperazione stretta con Varsavia, firmando un patto bilaterale di sicurezza e difesa che prevede la condivisione di intelligence, la presenza di truppe britanniche in Polonia e lo sviluppo congiunto di tecnologie militari. Un modello che funziona, ma che si muove fuori dai binari dell’UE.

Est Europa: pragmatismo armato

Se Francia e Germania litigano sulle visioni, i Paesi dell’Est agiscono. Polonia, Romania, Repubblica Ceca e Paesi Baltici hanno moltiplicato gli investimenti in difesa. Varsavia è oggi il quarto Paese europeo per spesa militare assoluta, ha firmato contratti miliardari con la Corea del Sud, e guida una coalizione informale dell’Est che chiede meno burocrazia e più prontezza operativa.

La logica è semplice: Mosca è vicina, la minaccia è concreta, l’attesa è un lusso. Il pragmatismo polacco si scontra però con la lentezza decisionale di Bruxelles. L’Est Europa vorrebbe una difesa europea più muscolare, più integrata con la NATO e meno dipendente da Parigi e Berlino.

Il risultato? Una spaccatura latente: da un lato l’ambizione “strategica” dell’Europa occidentale, dall’altro l’urgenza “tattica” dell’Europa orientale. Due velocità che rischiano di paralizzare l’intero progetto.

Italia: la potenza mediana che media

E l’Italia? L’Italia fa… l’Italia. In equilibrio tra i grandi e i piccoli, tra atlantismo e europeismo, tra prudenza e ambizione. Il governo italiano, sebbene non tra i più rumorosi nei vertici militari, ha giocato un ruolo di cerniera fondamentale.

Con una spesa militare ancora sotto il 2% del PIL, Roma è stata spesso criticata da Washington. Ma l’Italia ha compensato con una forte partecipazione operativa: dalle missioni NATO in Lettonia e Kosovo, alle operazioni navali nel Mediterraneo, alle esercitazioni congiunte con Francia e Spagna.

Più silenziosamente, ha rafforzato l’industria della difesa. Leonardo e Fincantieri sono oggi tra i principali fornitori europei di elicotteri, radar, navi militari. Roma ha anche rilanciato il programma Tempest (con Regno Unito e Giappone), per sviluppare un caccia di sesta generazione che possa competere con l’F-35.

Politicamente, l’Italia si è proposta come mediatore tra Est e Ovest, partecipando tanto ai progetti della PESCO quanto al dialogo con i Paesi baltici. Un approccio equilibrato, ma anche poco incisivo. Il rischio è che Roma resti spettatrice di una partita giocata altrove.

PESCO e EDF: strumenti forti, volontà deboli

Nel 2017 l’UE ha lanciato due strumenti fondamentali: la PESCO (Permanent Structured Cooperation) e il Fondo europeo per la difesa (EDF). L’obiettivo era chiaro: coordinare progetti militari comuni, finanziare l’innovazione, favorire l’interoperabilità.

Oggi, la PESCO conta 60 progetti attivi. L’EDF ha stanziato 8 miliardi per il periodo 2021–2027. Ma l’impatto è stato limitato. Molti progetti sono duplicazioni, pochi hanno raggiunto la fase di sviluppo avanzata. Il problema? Manca una regia politica forte. Ogni Stato vuole comandare, nessuno vuole cedere sovranità.

Lo stesso vale per il Comando Europeo di Reazione Rapida, proposto dalla Francia nel 2021. Doveva essere una forza di pronto intervento autonoma, capace di agire senza la NATO. Oggi esiste solo sulla carta.

Consiglio di Sicurezza Europeo?

Tra le proposte che circolano nei corridoi di Bruxelles, quella più discussa è la creazione di un Consiglio di Sicurezza Europeo: un organismo ristretto, decisionale, con membri permanenti (Francia, Germania, Italia, Polonia) e rotazione degli altri.

L’idea è stata rilanciata recentemente da Emmanuel Macron, che lo vede come un modo per “snellire la governance della sicurezza europea e dare risposte più rapide”. La Germania ha accolto la proposta con cautela. I Paesi dell’Est, temendo un “direttorio dell’Ovest”, l’hanno criticata.

L’Italia, ancora una volta, si è detta “aperta al dialogo”.

Un futuro a geometrie variabili

Alla luce di tutto questo, quale può essere il futuro della difesa europea?

Forse il modello non sarà mai quello di una forza armata unica. Ma piuttosto quello di una cooperazione a geometrie variabili: coalizioni di volenterosi, progetti condivisi su base volontaria, comandi congiunti tra Paesi affini.

Un modello più realistico, più flessibile, meno ambizioso ma più efficace. Già oggi esistono esempi di successo: la Brigata franco-tedesca, le missioni congiunte nei Balcani, i pattugliamenti marittimi nel Mediterraneo.

L’importante è non cedere alla tentazione dell’annuncio. L’Europa non ha bisogno di slogan, ma di capacità reali. Non di summit, ma di interoperabilità. Non di eserciti fantasma, ma di decisioni concrete.

Il tempo stringe

In un mondo segnato da instabilità, l’Europa non può più permettersi ambiguità. La minaccia russa, l’incertezza americana, l’ascesa cinese, i conflitti nel Mediterraneo allargato: tutto impone una risposta forte, unita, credibile.

Ma la risposta europea, finora, resta timida.

La cooperazione militare europea è difficile. Ma è anche possibile. Servono leadership coraggiose, volontà politica, investimenti coerenti. Servono anche cittadini consapevoli, pronti a sostenere un’Europa che non sia solo un mercato, ma una comunità di destino.

Non si tratta di sostituire la NATO. Si tratta di renderla più forte attraverso una gamba europea solida. Non si tratta di militarizzare l’Unione, ma di difenderla. Perché nessun progetto politico può sopravvivere senza la capacità di proteggersi.

In fondo, l’Europa ha sempre costruito la sua unità sulle crisi. Questa è l’ennesima. Forse l’ultima occasione per diventare adulta.

 

 

 

 

 

 

 

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