
Il diritto all’opacità
Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in Attualità.
La riflessione di Veronica Socionovo tra psicopolitica, spiritualità e resistenza culturale in un mondo dominato dalla trasparenza totale e dal controllo delle emozioni, per custodire il mistero e la complessità dell’essere umano.In un’epoca in cui la trasparenza totale diventa non solo un ideale ma un dispositivo di controllo, Veronica Socionovo si staglia come una voce necessaria e profonda, capace di sfidare la narrazione dominante con un discorso che tocca le radici più intime della nostra umanità. Non è più sufficiente parlare di privacy come tutela dei dati personali; quello che Socionovo mette al centro è una rivendicazione del diritto all’opacità, uno spazio vitale e irrinunciabile che il soggetto deve poter preservare per mantenere la propria complessità e libertà. Questa non è una semplice difesa della riservatezza, ma un’istanza che coinvolge la nostra identità stessa, la dimensione più profonda di ciò che siamo e come vogliamo esserci nel mondo.
Attraverso la lente della psicopolitica, Socionovo decostruisce la moderna società del controllo che non si accontenta più di disciplinare i corpi, ma si spinge a governare la mente e le emozioni. Il potere si è fatto più sottile e penetrante: le emozioni diventano materia di sorveglianza, standardizzate in un regime che decide cosa si può sentire, come e quando. Le tecniche psicologiche, anziché liberare, si trasformano in strumenti di conformismo, imponendo modelli rigidi di “normalità” affettiva. In questo contesto, la medicalizzazione delle emozioni si presenta come una gabbia, una prigione invisibile che riduce il mondo interiore a parametri da misurare e regolare. È qui che si gioca la posta più alta: il diritto all’opacità diventa una forma di resistenza essenziale, la possibilità di custodire quella parte di sé che sfugge a ogni definizione, che non si lascia incasellare e spiegare.
La riflessione di Socionovo si estende oltre la mera critica sociale; è un invito a recuperare una spiritualità autentica, non come evasione, ma come riscoperta di un senso profondo che sfugge all’utilitarismo moderno. La spiritualità diventa uno strumento per riabitare l’opacità, per tornare a un rapporto con sé stessi che non sia mediato dal controllo esterno. In questo quadro, l’idea del “corpo divino” emerge come un concetto chiave: un’entità trascendente e immutabile che resiste alla mercificazione e alla normazione, un nucleo di sacralità che rimane inviolato e capace di trasformarsi.
È qui che il paradigma olistico di Socionovo si fa manifesto, rifiutando i dualismi netti che hanno caratterizzato la modernità — uomo e macchina, corpo e mente, spirito e materia — per proporre una danza simbiotica di forze che coesistono e si intrecciano in un continuum fluido e dinamico. Questa visione non si limita al piano teorico ma si esprime concretamente, ad esempio, nell’importanza attribuita alla danzaterapia, una pratica che diventa metafora e strumento di riconnessione tra corpo e mente. La danza, per Socionovo, non è solo movimento, ma pratica spirituale, un modo per accedere a dimensioni dell’essere che sfuggono alla parola e alla categorizzazione, un rito di riappropriazione del “corpo divino” che è parte di ciascuno di noi.
L’interdisciplinarità che contraddistingue il suo lavoro consente a Veronica Socionovo di muoversi agilmente tra psicologia, economia, cultura e spiritualità, tessendo un racconto complesso che rispecchia la complessità del mondo contemporaneo. Non si tratta di accostare tematiche diverse in modo casuale, ma di cogliere le connessioni profonde che legano i fenomeni sociali, storici e personali. È ciò che si vede nel suo saggio su Simone Veil, dove la memoria storica, la resilienza e la lotta per i diritti civili si intrecciano in una narrazione potente, capace di parlare non solo del passato ma delle sfide del presente. La figura di Veil diventa così un prisma attraverso cui si rifrangono questioni di giustizia, emancipazione e identità, una testimonianza viva di come il singolo e il collettivo siano interdipendenti.
Analogamente, il suo studio sul rapporto tra Cina e Italia apre uno sguardo ampio, sfidando letture semplicistiche e spesso stereotipate degli incontri tra Oriente e Occidente. Attraverso la lente di figure come Marco Polo e Matteo Ricci, Socionovo mette in luce la stratificazione storica, culturale e politica di un dialogo che è sempre stato fatto di scambi, contaminazioni e anche conflitti. Questo lavoro di decostruzione storica si carica di significato politico e culturale nel presente, offrendo strumenti critici per comprendere le relazioni globali e le dinamiche di potere che ancora oggi plasmano il mondo.
In tutto questo, la spiritualità resta un asse portante, non come fuga ma come terreno di rinnovamento e resistenza. Socionovo guarda alla spiritualità come a una risorsa per superare la frammentazione e la riduzione dell’esperienza umana, per recuperare un senso di interezza che abbraccia corpo, mente e trascendenza. È in questa prospettiva che il “corpo divino” assume una doppia valenza: è allo stesso tempo un limite, una zona sacra e inviolabile, e un potenziale di trasformazione e resistenza. La corporeità, lontana dall’essere un semplice dato biologico, si rivela così un luogo di sperimentazione e rinascita, un punto di incontro tra forze materiali e spirituali.
La difesa del diritto all’opacità si configura come una battaglia per la salvaguardia di questa dimensione olistica e complessa dell’essere umano. È un invito a non cedere alla tentazione di ridurre tutto a ciò che è visibile, misurabile e controllabile. Nel tempo della sorveglianza digitale, del marketing emotivo e delle tecniche di normalizzazione, Socionovo ci spinge a riconoscere che ciò che non si lascia catturare è ciò che ci rende umani. Custodire l’opacità è un gesto di libertà che sfida la logica pervasiva del potere contemporaneo, è un modo per opporsi a un sistema che pretende di omologare, standardizzare e smantellare la complessità del soggetto.
Attraverso il concetto di psicopolitica, Veronica Socionovo ci fa comprendere come il potere si eserciti oggi in modo più subdolo e interno, non più solo sulla superficie visibile dei corpi ma nelle pieghe più intime della mente e delle emozioni. Le pratiche di sorveglianza digitale, la medicalizzazione delle emozioni, la pressione a conformarsi a modelli predefiniti rappresentano un regime che impone un’uniformità emozionale e cognitiva, una forma di controllo che penetra il cuore stesso della soggettività. La sua critica non è solo teorica: è un appello a resistere, a riappropriarsi di uno spazio interiore inviolabile, a difendere l’opacità come forma di emancipazione e resistenza.
Il suo invito a riscoprire la spiritualità e il movimento corporeo si fa così gesto politico, pratica di liberazione. La danzaterapia diventa emblematicamente il luogo dove si intrecciano mente, corpo e spirito, un campo di esperienza che permette di superare le categorie rigide e i dispositivi di controllo. In questo senso, il movimento diventa linguaggio, rito, possibilità di ritrovare un rapporto autentico con sé e con l’altro, un modo per abitare la propria complessità senza compromessi.
La ricchezza del pensiero di Veronica Socionovo sta anche nella sua capacità di dare voce alle sfumature, di attraversare ambiti diversi senza perdere coerenza, di offrire chiavi di lettura che aprono nuove prospettive senza cadere nel dogmatismo o nella semplificazione. È questo equilibrio tra profondità critica e apertura multidisciplinare che rende il suo contributo così prezioso nel panorama culturale contemporaneo, capace di dialogare con la psicologia, la filosofia, la storia, la spiritualità e le scienze sociali.
In un mondo che sembra voler ridurre ogni esperienza a un dato e ogni soggetto a un numero, Veronica Socionovo ci invita a coltivare la bellezza dell’opacità, quella parte di noi che resta misteriosa, sfuggente e irriducibile. È un appello a ritrovare il senso di una soggettività che non si lascia definire né controllare completamente, un diritto fondamentale che si manifesta come una vera e propria forma di resistenza culturale, politica e spirituale.
Il “corpo divino” e la danza simbiotica sono così diventati per Socionovo metafore potenti di una nuova ontologia, un modo di intendere l’essere umano non come frammento o macchina, ma come totalità dinamica e interconnessa, capace di trasformarsi e resistere. È un invito a guardare oltre il velo della trasparenza e del controllo, a riconoscere nel mistero e nell’ambiguità non un problema, ma una ricchezza che dobbiamo difendere a ogni costo.
In questo racconto fluido e sfaccettato, Veronica Socionovo ci conduce dentro un percorso di riscoperta e lotta, dove la psicopolitica si intreccia con la spiritualità e il diritto all’opacità diventa un presidio di libertà in un mondo che corre verso l’esibizione totale. Nel suo lavoro, l’umano riafferma la propria complessità e resistenza, rifiutando di essere ridotto a un semplice dato, a un’immagine trasparente e svelata. Così, la sua figura emerge come un faro per chi vuole attraversare le sfide del presente con coraggio, intelligenza e una profonda attenzione per ciò che ci rende vivi e irriducibili: il mistero dell’opacità.
di Danilo Pette