Cibo & Politica

CIBO & POLITICA…
un connubio intrigante & stravagante  

Spesso gli avvenimenti storici influenzano i nostri costumi alimentari. Ad esempio il 12 settembre del 1683,  quando le truppe cristiane sconfissero i soldati turchi sotto le mura di Vienna assediata, accadde che il frate cappuccino italiano Marco d’Aviano, ora beato ed allora protagonista indiscusso della vittoria,  trovò nelle tende abbandonate dai soldati turchi, molto caffè in polvere che il religioso sciolse nel latte per darlo ai soldati, ottenendone una bevanda che aveva il colore del saio francescano. Furono serviti anche dei dolci a forma di mezzaluna realizzati così dai pasticcieri viennesi per celebrare la vittoria sul nemico il cui simbolo era, per l’appunto la mezzaluna islamica: nacque così l’usanza del cappuccino e cornetto al mattino.

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Alla stessa maniera le patatine fritte, oggi immancabili nei fast food, furono inventate dai rivoluzionari francesi, che le preparavano a Ponte Nuovo a Parigi. Il cibo si diffuse grazie alle truppe napoleoniche della “grande armata”.

Anche il Risorgimento e poi la storia sociale d’Italia hanno plasmato le nostre tavole. Si pensi alle scatolette di carne che si conobbero quando nel 1854 Camillo di Cavour, inviò un corpo di spedizione militare in Crimea a fianco della coalizione internazionale che si opponeva all’Impero Russo. Come fornire di proteine i soldati piemontesi? Ci pensò Giuseppe Lancia (padre dell’industriale che nel 1906 avrebbe fondato l’omonima casa automobilistica), che usando un brevetto francese, inscatolò pezzi di bue cotto, fornito ai militari per integrare la razione alimentare. L’idea fu fatta propria dal piccolo titolare di un banchetto di frutta e verdure di Torino, Francesco Cirio, che nel 1856 prese ad inscatolare ortaggi da mangiare durante l’inverno: conquistò tutta l’Europa, soprattutto quando, qualche anno più tardi, mise in scatola, in uno stabilimento in Campania, i pomodori pelati.

Intanto l’affetto per i Grandi del Risorgimento, fece nascere prodotti e pietanze a loro dedicate. Nacquero la torta e la carne guarnita alla Cavour, mentre i biscotti “krumiri”, del pasticciere Domenico Rossi di Casale Monferrato, si ispirarono nella loro forma a manubrio ai baffoni di Vittorio Emanuele II, di cui Rossi era ammiratore. La pizza più famosa al mondo, quella Margherita, deve invece il suo nome alla moglie di Re Umberto I. I neoborbonici, per dispetto, hanno lanciato a loro volta una pizza concorrente intitolata a Maria Sofia la battagliera ultima Regina del Regno delle Due Sicilie e sorella di Sissi.

Ma quali erano le abitudini a tavola di alcuni dei padri dell’Italia?

Vittorio Emanuele II non gradiva molto né la vita né i piatti raffinati della Corte, piuttosto preferiva la selvaggina di cui era grande cacciatore e i piatti della tradizione piemontese. Tra questi il Re era ghiotto di “bagna cauda” una sorta di salsa a base di tanto aglio, olio ed alici sotto sale: indubbiamente un toccasana per l’alito che non sappiamo quanto gradito dalle numerose amanti del sovrano sabaudo. Anche Giuseppe Garibaldi era di gusti modesti. Non amava molto la carne. Il pane, almeno a Caprera, lo cuoceva da se e lo accompagnava con formaggio di capra e delle olive. Gustava volentieri pesce crudo fresco e i piatti della tradizione nizzarda. Mangiava poi fichi secchi ed agrumi tagliati a fettine bagnate con rosolio.

Con Umberto I cominciarono le grandi feste al Quirinale, drasticamente ridotte da Vittorio Emanuele III il quale stabilì che i menù non fossero scritti in francese ma in italiano e che persino i caffè offerti agli eventuali visitatori in udienza andassero registrati in contabilità. La parca mensa di Vittorio Emanuele III raggiunse ugualmente livelli di vero lirismo gastronomico grazie al capo cuoco del Quirinale, Amedeo Pettini. La sua cucina però non fu forse gradita ad Hitler che durante il pranzo ufficiale offerto dal Re nella visita di Stato del 1938, nel silenzio generale, mangiò tavolette di cioccolata rumorosamente spezzate dal Fuher con coltello e forchetta.

E ai nostri giorni? Un aneddoto lo raccontiamo: i capi dei partiti si sono sempre accordati per la scelta dei Presidenti della Repubblica durante riservatissimi romaneschi pranzi organizzati al primo piano di un ristorante sito d’avanti ai gruppi parlamentari della Camera. Il cameriere Enzo, in pensione, qualche anno fa ce ne ha raccontate delle belle.

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