lunedì, 9 20 Dicembre19

Dalla “rivoluzione tecnologica 4.0” alla “vita reale 4.0”

Dalla “rivoluzione tecnologica 4.0” alla “vita reale 4.0”:
un mondo a due velocità, ….non sempre tutto torna

“Pillole di economia” a cura di  GIUSEPPE PINO

McKinsey stimava, solo l’anno scorso, che entro il 2030 un buon numero di persone cambierà occupazione. Anche più volte e in diversi ambiti professionali. Con una forbice misurabile fra il 5% ed il 15% delle complessive maestranze in età lavorativa. Fenomeno abbastanza prevedibile, che trasversalmente interesserà sia piccole e medie imprese (PMI), sia la grande industria.
Invece, nel segmento delle multinazionali, in particolare del comparto distribuzione, servizi, automotive e tecnologico, il processo registra già una evoluzione ancora più rapida e con inizi antecedenti; perlomeno risalenti, addirittura, ai primi anni del 2000. Lo studio della grande “Corporation” del consulting strategico internazionale, ci fornisce anche altri dati molto interessanti e da soppesare attentamente. Come, ad esempio, che il 50% delle mansioni cederanno il passo a processi di automazione.

Fin qui nulla di nuovo sotto il sole, se non constatare come la percentuale spacca sostanzialmente a metà il rapporto “uomini/macchine”. Ma, in verità, è un altro indice sciorinato con la classica lucidità e freddezza tipica degli analisti con skills da multinazionale, che contribuisce a rendere lo scenario ancora più inquietante: letto sia positivamente, quanto negativamente; dipende da quale prospettiva lo vogliamo osservare. Se stiamo guardando (nostalgicamente) ancora al passato, oppure siamo già proiettati (avveniristicamente) al futuro. Ovvero, come il 60% ed oltre della crescita di fatturati, arriverà nei prossimi anni dalla inarrestabile rivoluzione digitale in atto. Se avevamo bisogno dei tre classici indizi per formare una prova dell’identikit del “nuovo mondo del lavoro”, di quanto ci aspetterà già in un futuro (nemmeno poi così lontano), direi ci siamo.

Voglio provare a fornire solo pochi spunti di riflessione a margine: brevi, sintetici ed anche in controtendenza. Perché ognuno possa trarre le considerazioni che ritiene più ragionevoli, pertinenti e, soprattutto, possa riflettere a partire dalle proprie esperienze professionali e lavorative. Partendo dal concreto, dal vissuto: quale migliore modo! Pertanto metterei subito da parte interpretazioni stucchevoli (per non dire talvolta antipatiche), spesso rilasciate da esperti (o presunti tali), che frequentemente ci descrivono scenari allarmistici, catastrofici, terroristici, da “day after”. Proviamo invece ad usare il buon senso: per certo nessuna intelligenza artificiale sostituirà l’intelligenza umana, nessuna macchina sostituirà l’uomo, lascerà “a casa” nessuno (anche lo studio di McKinsey parla, infatti, di “cambio”o “diverse mansioni”), nessun processo produttivo, anche quello più robotizzato possibile, potrà prescindere dall’uomo.
Scusate: chi li progetta i robot? Chi li realizza, chi li assembla? Vogliamo entrare ancora più nel dettaglio? Ad esempio, le professioni sanitarie: qualcuno potrebbe obiettare che in quest’ambito (per rimanere in tema) la robotizzazione ha fatto passi da gigante in sala operatoria. Vero! Ma non per questo motivo (e non ce lo dicono solo le cronache) mancano medici ed infermieri. E nemmeno, purtroppo, per “meccanizzazione di attività”, quanto piuttosto per politiche di settore sbagliate. L’imposizione di un “numero chiuso”, quando, la “vera selezione”, la determinano sempre le capacità, l’attitudine ad una professione che, ancora prima, è una “missione”. Altro ambito. Un recente rapporto dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, ci rammenta come sia raddoppiato, negli ultimi anni, il numero di arruolati in “prima ferma volontaria” (come sappiamo non esiste più la “leva obbligatoria”) che abbandonano i reparti di istruzione e formazione entro i primi 15 giorni di corso.
Motivazioni principali: troppe regole, ferrea disciplina, stili di vita rigorosi a cui sottoporsi e sottostare. Ma qui apriremmo -più in generale- un altro tema caldo: “fare” gavetta e sacrifici “non piace” più a nessuno. Come sono cambiati i tempi! Una volta, a differenza, costituivano i prerequisiti potenziali e propedeutici a grandi carriere. Ora li vediamo solo ed unicamente come sinonimo di sfruttamento e precariato! Certo: quando è così da condannare subito e con forza, ma non è purtroppo sempre così.

Solo alcuni spunti di riflessione in controtendenza, come appunto dicevo, volendo si potrebbe andare avanti quasi all’infinito e stilando interminabili cahiers de doléances. Ma ricordiamoci sempre, prima di avventurarci in spericolate analisi socio-economiche, che spesso lasciano il tempo che trovano, scritte quasi sempre per addetti ai lavori, di partire dai fondamentali. Guardiamo prima di tutto al contingente, senza ovviamente dimenticarci del futuro: un bellissimo esercizio quotidiano di best practice. Di questo, oggi più che mai, ha bisogno il mondo del lavoro.

 

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