La guerra tra Ucraina e Federazione Russa:
le origini remote di un conflitto

La guerra in Ucraina non è un conflitto domestico. Non è l’atto di forza di un dittatore verso uno stato sovrano. Non è il risultato della mente malata di Putin. La guerra in Ucraina è l’evoluzione di tensioni profonde tra Occidente e Oriente; tra l’egemonia Americana e la volontà di multilateralismo delle economie emergenti. Perché, se da un lato è vero che la Russia, sin dall’annessione della Crimea, si è mossa per la soddisfazione di fini egoistici: ottenere il controllo di una più vasta porzione di territorio sulle coste del Mar Nero, e creare province cuscinetto tra paesi Nato e Russia. Dall’altro, la provocazione Americana ed Europea ha messo alle strette il gigante russo.

In primis l’annessione alla NATO di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia terminata nel 2004, il quinto e più grande allargamento dell’alleanza Atlantica; e successivamente la proposta di accordo di scambio commerciale tra Ucraina e Unione Europea nel 2012. Le forti relazioni commerciali storicamente esistenti tra Ucraina e Russia (tra i due paesi non esistevano barriere commerciali) e le richieste della Russia (negate dall’Occidente) di entrare nell’organizzazione mondiale del commercio, possono spiegare il perché la Russia fosse contraria all’accordo, la geografia può spiegare le paure per un allargamento NATO. Sul lato ovest la Russia affaccia a Nord sul Mar Baltico, a Sud sul Mar Nero. L’allargamento NATO a nord l’aveva già accerchiata, lasciandole solamente una porzione di mare sul Golfo di Finlandia, e Kaliningrad tra Polonia e Lituania. A sud, quindi, un Ucraina sotto l’influenza Europea, avrebbe portato l’ingerenza Occidentale fino alle coste del Mar d’Azov, dove, tra l’altro, l’America stava già tentando di metter radici inserendo Ucraina e Georgia nel dialogo intensificato, il meccanismo di pre-adesione precedente al MAP, ossia il Piano d’azione per l’adesione alla NATO. Con il Bosforo sotto controllo Turco, membro NATO, un Mar di Azov sotto ingerenza Occidentale e una Crimea Ucraina, avrebbero significato la morte politica dello stato Russo.

Ma l’insofferenza alle pressioni Americane per un mondo unipolare non è solo della Federazione Russa. I paesi del BRICS, che da soli oggi fanno il 40 % della popolazione globale e il 26% dell’economia globale, così come i paesi della Cooperazione di Shangai, dei quali fanno parte, insieme a Cina e Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, India, Pakistan e Iran, hanno mostrato più volte la volontà di uscire dall’economia del dollaro e dall’ingerenza politica Americana. Ne sono un esempio il braccio di ferro della Cina su Taiwan, il no dell’India alle richieste di Washinton di adottare sanzioni contro la Russia, il rifiuto del presidente indonesiano Joko Widodo di cedere alle pressioni Occidentali che gli chiedevano di escludere la Russia dal G20 (che si terrà a Bali il 15 di novembre) e gli accordi, stretti durante le Olimpiadi invernali, tra Cina e Russia per la costruzione di un nuovo gasdotto.

Il recente Forum Economico di San Pietroburgo è l’immagine chiara e nitida di ciò che sta accadendo: un nuovo assetto mondiale, di cui la Russia tenta di assumere la leadership. Perché se da un lato la Cina è tra le maggiori potenze mondiali, il partner Russo è indubbiamente l’attore più indicato per assumere la posizione di leader. Non solo perché la Cina preferisce mantenere una posizione intermedia, al fine di mantenere i rapporti economici con l’Occidente, ma anche e soprattutto per la posizione di ponte culturale che la Russia da sempre rappresenta. Capace di dialogare con Medio Oriente, India e Cina, la Russia dall’inizio della guerra Ucraina ha stretto importanti accordi commerciali con l’Arabia Saudita e con Nuova Delhi, e a Teheran ha cercato la mediazione con Erdogan. Sempre con Erdogan Putin si è incontrato in Kazakistan, ad Astana, per parlare con il collega del Bosforo dell’idea di creare un hub del gas in Turchia, che potrebbe essere non solo piattaforma per le forniture, ma anche per determinare i prezzi.  Comportamenti che denotano la volontà e l’intenzione di assumere la guida del nuovo ordine mondiale. Uno schieramento che si prepara ad una nuova guerra fredda, non fatta di muri e confini, ma di circuiti monetari e server. Recentemente, infatti, si parla dell’intenzione delle grandi potenze dei mercati emergenti di creare un “altro internet” (come già del resto accade in Cina), distinto dal resto del mondo, come distinte saranno (e già in parte lo sono) le applicazioni di messaggistica telefonica e i social. E a inizio guerra si è palesata l’intenzione di Russia e Arabia Saudita di porre un fine al dollaro come moneta di scambio, volontà che si fa sempre più concreta dopo la quattordicesima riunione dei BRICS dove Brasile Russia India Cina e Sudafrica hanno messo nuovamente sul tavolo la questione, e manifestato la volontà di creare una nuova valuta di riserva, più affine ai loro interessi economici.

Sempre recentissime, sono le dichiarazioni di Putin al discorso di apertura al Vadai club, il think tank e forum di discussione con sede a Mosca strettamente associato al presidente. L’inquilino del Cremlino, che si è posto come un primus inter pares fra gli invitati, ha mostrato la sua visione delle cose: un Occidente sempre più arrogante che tenta di sostituire al diritto internazionale “regole” valevoli per tutti tranne che per chi le ha ideate. Nell’idea di Putin l’Occidente (nel senso ampio del termine) sta tentando di governare il mondo, negando la libertà e l’identità dei popoli. Parole forti, che denotano ancora una volta l’intenzione di rompere con il passato e sostenere l’indipendenza dei popoli delle economie emergenti dall’ingerenze esterne.

Mentre ciò accade, l’Europa sembra vivere su un altro pianeta e, incapace (o non disposta) di prendere decisioni politiche a tutela dei cittadini europei, si appella prima alla morale ecologista, poi a quella democratica, incurante di apparire debole, succube dell’America, ipocrita. La pseudo-morale europea, infatti, si dimostra abbastanza volubile, mutevole agli interessi made in U.S.A. Tra gli li stati con cui l’Ue ha iniziato a dialogare per le forniture di gas c’è l’Azerbaigian, paese in cui si stanno riaccendendo tensioni con lo storico “nemico” armeno (12 e 13 settembre e fino alla sera del 14 settembre ci sono stati intensi scontri a fuoco lungo estesi settori del confine tra Armenia e Azerbaijan). Non si devono poi dimenticare gli stretti legami con Ankara (la Turchia paese NATO e candidato all’UE) paese tutt’altro che democratico, e in contesa con la Grecia sui territori ciprioti (e non solo). Il capitolare della situazione tra Grecia e Turchia non è scontato. Da tempo ormai si protrae una situazione di forte tensione, il cui equilibrio sembra sempre più instabile e la cui risoluzione viene di volta in volta posticipata per via del ruolo di importanza strategica che ha la Turchia negli equilibri mondiali (oggi ancor più vero: Erdogan è da inizio guerra riuscito a ritagliarsi un ruolo da mediatore tra Russia e Ucraina).

Dunque, la narrativa Occidentale, che ha finora considerato il conflitto bellico tra Russia e Ucraina come un affare domestico, e rappresentato le vicende belliche come l’atto di un terrorista, pazzo e scellerato, ha le gambe corte, e la decisione di tagliare i rapporti con la Russia perché stato anti-democratico e aggressore, il naso lungo (nel Donbass il conflitto era in atto già dal cessate il fuoco del 2014 con un stima delle Nazioni Unite di circa 13mila vittime). Questa narrazione, funzionale a giustificare scelte impopolari e dannose all’economia Europea, si fonda sull’assunto che l’equilibrio attuale mondiale debba essere immutabile, sia nei confini che nell’egemonia economico-politica. Quello che si vuole mantenere è l’unipolarismo U.S.A e un equilibrio (che però appare sempre più effimero) nel continente europeo. La realtà degli equilibri è, come si vede, molto diversa, e non è più possibile considerare lo status quo che si era definito nel post guerra come immutabile. La caduta del muro di Berlino già nell’89 aveva posto le basi di un nuovo ordine, non più bipolare, ma fatto della contrapposizione tra Occidente e nuovi attori mondiali. Ma la risposta sistematica dell’America all’emergere di nuove potenze è stata la guerra, o pressioni economico-politiche che hanno portato a cambi di governo e/o a disordini all’interno dello stato “democratizzato”: si guardi Libia, Iraq e la Siria (dove la partita è ancora tutta aperta e si assiste a un gioco di forza tra U.S.A e Russia).

Un altro fronte aperto è poi quello sulle coste di Taiwan. Successivamente alla rielezione di Xi Jinping, eletto per la terza volta consecutiva segretario generale del Partito Comunista Cinese, il Presidente Americano Joe Biden ha manifestato l’intenzione di rafforzare l’asse militare con Taipei avviando una produzione congiunta di armi. Anche qui l’America continua a mettere in atto un modus operandi imperialista, dimenticando che gli equilibri mondiali stanno cambiando e che gli “atti di forza bellica” sono old fashion.

Con un Cina sempre più forte, una Russia isolata – non per suo volere (più volte Putin ha cercato un riavvicinamento) – e un continente asiatico sempre più ricco e popoloso, l’America dovrebbe seppellire le ambizioni imperialiste e iniziare a mettersi sul tavolo delle trattative da pari in grado.

Trump lo aveva capito. Non solo si era avvicinato alla Russia e aveva preso posizioni (a parole e fatti) diffidenti sull’alleanza Atlantica, ma aveva anche capito che il vero nemico era la Cina, e che i rapporti con il Medio Oriente andavano curati (guarda gli accordi di Abramo). Con grande lungimiranza aveva poi adottato una politica di massima pressione con l’Iran, volta a indebolire e destabilizzare il governo islamico. Rescissione dell’accordo sul nucleare, l’attacco mirato a colpire (e uccidere) il vicinissimo alla Guida Suprema iraniana Qassem Suleimani (considerato il vero artefice dell’espansione dell’Iran al di fuori dei suoi confini nazionali) sono stati programmi mirati a provocare il collasso del regime e a ridurre l’influenza iraniana in diversi paesi del Medio Oriente, soprattutto Iraq, Siria, Libano e Yemen. 

Quella di Trump era, insomma, una politica estera multipolare, che ammetteva la crescente importanza delle economie emergenti, e tentava, con la diplomazia, di creare nuovi equilibri. Quella di Biden, invece, si è mostrata un’amministrazione che è torna a considerare il mondo come un affare degli Stati Uniti, e a considerare l’ingerenza statunitense un dovere morale. Agli occhi di Biden e della sua amministrazione (ma del resto dei precedenti esecutivi democratici), il mondo non è mai cambiato e lo status quo va mantenuto ad ogni costo, anche quello di ritrovarsi isolata e trascinare con sé lo storico alleato europeo. L’Europa, infatti, da inizio guerra soffre un momento di forte frazionamento e crisi politico-economica ancor più intensa.  Le sanzioni alla Russia imposte dalle istituzioni Europee hanno avuto più conseguenze negative per gli stati dell’Unione che all’economia Russa, che continua a esportare in oriente a India, Cina, e Arabia Saudita. Il più grande esportatore di greggio al mondo ha infatti raddoppiato l’acquisto di risorse dalla Russia, il motivo? mantenere il prezzo stabile, utilizzare per uso domestico il greggio russo e esportare una maggior quantità di petrolio verso i paesi esteri. Ulteriore conseguenza delle sanzioni contro la Russia, è il crescere del malcontento e dell’instabilità politica, di una già traballante Europa. Il dopo Brexit aveva già creato movimenti anti-europeisti in tutto il continente, posizioni che si sono inasprite dopo il conflitto in Ucraina. L’Ungheria ne è l’esempio lampante, con Orban che ne mesi scorsi ha annunciato l’intenzione di indire un referendum sulle sanzioni contro Mosca, dichiarando che queste sono “la vera causa dei problemi economici dell’Europa”.

La crisi Occidentale è evidente. La necessità di una presa di posizione dell’Europa, che dovrebbe avere la forza di sottrarsi dagli imperativi statunitensi, una necessità. Senza una politica estera indipendente, che guardi al bene comune dei cittadini, l’Europa ha vita breve, e rischia di fallire nei suoi obiettivi di unificazione e d’integrazione.

Come si osserva, la guerra in Ucraina è affar tutt’altro che domestico, ma il terreno di battaglia dove si sono palesate le mancanze Occidentali, le insofferenze dei paesi emergenti e le nuove alleanze. E anche se la guerra (probabilmente) terminerà a breve, come lasciano bene sperare l’apertura ai negoziati della Russia con l’Ucraina e le dichiarazioni di Putin: “la mobilitazione parziale finirà presto, verrà completata entro due settimane”, l’eredità del conflitto Ucraino sarà quella di un Europa sconvolta, un America debole e un Medio Oriente sempre più legato alle potenze asiatiche.

Ma non è detta ancora l’ultima. In Medio Oriente assistiamo, ormai da un mese, a un evento epocale, purtroppo poco considerato politicamente dai media Occidentali, ma che (a mio avviso) potrebbe cambiare tutto: le proteste in Iran. A fine settembre una ragazza Iraniana di origini Curde di nome Mahsa Amini, è finita in coma a causa delle percosse della polizia morale che l’aveva arresta perché portava male il velo, e da quel momento le piazze delle principali città dell’Iran sono a ferro e fuoco.

Gli iraniani già in passato avevano protestato per la loro libertà, ma le loro grida erano state etichettate come semplici proteste per il caro benzina. Oggi, come allora (era il 2018-2019), gli iraniani scendono in piazza perché desiderosi di liberarsi di un governo dispotico e dittatoriale, rischiano la morte perché stanchi di vivere sotto una dittatura che negli anni si sta sempre più inasprendo.

Da più di 40 anni, da quella che viene ricordata come la “rivoluzione Khomeista”, in Iran si è passati da una monarchia autocratica, ma disposta a fare passi in avanti, a un regime islamico dispotico e anti-liberale, che cavalcando sentimenti anti-americani e nazionalistici, ha preso il potere, e in soli 4 decenni fatto molti passi indietro.

Dalla presa del potere da parte di Khomeni, non è solo la condizione delle donne ad essere cambiata. L’intera popolazione ha sofferto. La famiglia e i fedelissimi dello Sha sono stati giustiziati, o costretti all’esilio, mentre il popolo Iraniano è stato sottoposto alla legge coranica. L’Iran, la culla dello Zoroastrismo, un paese dalle profonde diversità culturali e religiose, dove hanno sempre convissuto Persiani, Turchi, Turkmeni ecc… è stato “conquistato” e il suo popolo schiavizzato. Costretti a credere in Allah, a studiare il corano, a rispettare le leggi del profeta Maometto e del suo successore Alì (il governo è sciita), gli iraniani hanno smesso di essere liberi, di scegliere in cosa credere, cosa mangiare e bere, e come vestire (sia uomini che donne non potrebbero indossare vestiti a manica corta, mangiare maiale e bere alcol e farsi tatuaggi).

A scendere in piazza, ancora una volta, sono uomini e donne, giovani e anziani, stufi di dover sottostare ancora alle imposizioni del governo; di dover continuare ad avere due facce: quella pubblica, rispettosa delle leggi dell’islam, e quella privata, dove tutto è lecito e permesso. Perché in Iran, gli iraniani, da oltre 4 decadi, rischiano multe, sanzioni, la vita, per principi considerati fondamentali dalle democrazie occidentali: la libertà d’opinione, d’espressione, di religione, di scegliere come vestirsi e in cosa credere.

Il popolo iraniano vuole la libertà, e l’Occidente, se davvero crede nell’autodeterminazione dei popoli, deve agevolarlo. Anche e soprattutto alla luce del panorama mondiale che si sta creando. Con il governo islamico fuori gioco, un Iran vicino all’Occidente sarebbe possibile. L’Iran, uno degli stati con le maggiori riserve di gas e petrolio, potrebbe essere un potente alleato, sia in termini economici che politici. Agevolare la rivoluzione, aiutare un popolo a ottenere l’indipendenza, a liberarsi da un governo da cui non si sente rappresentato, e da un dittatore che opprime e uccide, e che, oggi come in passato (vedi i droni usati in Ucraina) finanzia e agevola atti terroristici e guerre, potrebbe sottrarre al blocco Orientale uno stato che già prima della rivoluzione si stava aprendo all’Occidente e il cui popolo (le proteste lo dimostrano) guarda ancora oggi più ad Ovest che ad Est.

 

foto copertina: fanpage

 

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Edoardo Maria Franza

Giornalista Pubblicista e Praticante Forense

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