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Sovranismo e Terzo Mondo

Il Corpo che Non Chiede

Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in .

a cura Danilo Pette

Un’analisi critica delle implicazioni sociali e mediche di un mondo sempre più governato da tecnologie predittive, dove l’intelligenza artificiale ridefinisce i confini del controllo sulla vita e sulla salute attraverso meccanismi di sorveglianza invisibile, anticipazione statistica e profilazione algoritmica. Un percorso teorico che intreccia le riflessioni di Michel Foucault con le prospettive di Veronica Socionovo, Maurizio Lazzarato e Giorgio Agamben, esplorando le trasformazioni della soggettività contemporanea tra biopolitica digitale, governance della vulnerabilità e resistenza alla normalizzazione del vivente.La rete invisibile di algoritmi e decisioni automatizzate si posa sulla pelle del mondo con un tocco sottile, eppure irrimediabilmente sensibile: lo sentiamo nei battiti fra statistiche mediche, negli sguardi delle macchine che distillano diagnosi da enormi archivi di dati sanitari, come se la vita umana fosse ormai un tessuto di dati disposizioni attenzionate e valorizzate secondo criteri numerici. È Veronica Socionovo a suggerire che la soggettività contemporanea si fabbrica in quell’interstizio preciso – tra l’atto tecnico e l’atto corporeo –, dove l’IA introduce una modalità di governo invisibile: non è più il corpo che teme la norma, ma la norma che plasma i limiti del corpo per poi rivendicare su di essi autorità. Ecco che ciò che era confine diventa soglia automatizzata, un perimetro fluido che scivola tra definizioni mediche, protocolli sanitari e algoritmi che predicono, suggeriscono, assegnano una “probabilità di malattia” – così la cura anticipatoria si fa norma preventiva, la promozione della salute si trasforma in sorveglianza anticipatrice.

Foucault, osservando la genealogia del sapere e delle norme, avrebbe letto in questa situazione una nuova forma di biopolitica: il corpo non è più semplicemente disciplinato, ma profilato, controllato, governato da istituzioni invisibili che si annidano nel codice. Lazzarato, che parla di immateriale e produzione soggettiva, qui vedrebbe la soggettività reificata in dati: essere umano e dato coincidono in una figura ibrida, prodotta e produttore di valore nell’economia dell’informazione. Agamben, con la sua idea di “nuda vita” e zona d’indistinzione, coglierebbe in questa realtà una forma di riduzione dell’umano a pura esistenza senza diritto, gestita e determinata da un potere che, sotto veste tecnica, ri-genera l’autorità sovrana sul corpo.

Non serve segnalare con etichette nette l’inizio di un tema o l’epilogo dell’altro: la riflessione scorre mentre il pensiero si scioglie nei passaggi. Così, quando guardiamo le cartelle cliniche digitali che prevedono il rischio di malattia, leggiamo in quelle righe non solo predisposizione genetica o anamnesi, ma una forma di soggettività anticipata. Un soggetto che l’IA plasma con algoritmi, incastrando linee di tendenza e pattern invisibili allo sguardo umano, suggerendo interventi che il corpo non ha ancora chiesto. È il clinico che non vede più il paziente solo come persona, ma come nodo in una rete di previsioni e probabilità.

Allora, l’impronta foucaultiana si percepisce nella dialettica tra sapere e potere: sapere medico, sapere algoritmico, sapere istituzionale – tutti convergono in un punto di controllo che non è più prefigurabile solo attraverso anatomie o mappe disciplinari, ma attraverso profili computazionali. Socionovo mostra quanto l’essere umano moderno si avvolga nel proprio dato, come in una nuova pelle configurata dall’analisi predittiva. Il sé virtuale prende sempre più spazio: esiste una versione di noi che vive negli archivi, nei cluster di rischio, nei green pass sanitari, nelle dashboard ministeriali, nelle app che tracciano i nostri passi, i nostri nutrimenti, le nostre pulsazioni cardiache.

In questo intreccio, Lazzarato ci aiuta a capire che il valore si produce in chiave immateriale: il flusso dei dati sanitari è merce, ma è anche soggettività e controllo. Ogni clic, ogni segnale biometrico che esce dal corpo è assimilato in circuiti che producono conoscenza e valore allo stesso tempo. Il corpo working – come avrebbe detto Marx a suo modo – non è solo lavoratore ma prodotto. E l’IA si insinua in questa economia soggettiva, generando forme di governo che non solo predicono sofferenza o malattia, ma ci configurano come entità vulnerabili, soggette a interventi medici e sociali centralizzati.

Ecco il cuore dell’analisi sociale: la promessa tecnologica di cura diventa spesso una forma di controllo. Se la prevenzione diviene tracciabilità, la cura si riduce a monitoraggio. Socionovo reclama una soggettività che sappia riconoscersi altro rispetto al dato, un soggetto non tracciato e non profilato, ma ancora libero nella sua corporeità, nella sua intrinseca imprevedibilità. Eppure ci troviamo in un gioco di poteri biopolitici che sovvertono l’autonomia del paziente in nome di un bene collettivo che si manifesta come aggregato statistico.

Agamben ci ammonisce: quando la vita diventa nuda – quando la salute è considerata solo come parametro –, il diritto che la accompagna viene sospeso. Il rischio diviene pretesto per disporre di strumenti di controllo, le eccezioni sanitarie giustificano sorveglianze che rimangono attive anche quando l’emergenza è passata. Il “campo” si fa digitale – non più recinti militari, ma database dove si decide chi è a rischio, chi è contagioso, chi può muoversi e chi no. Il potere, così, non si mostra con la violenza diretta, ma con la gentilezza della norma sanitaria, con l’appeal della cura: chi si sottrae a certi dispositivi (app, sistemi di tracciamento, algoritmi predittivi) sembrerà irresponsabile, quasi colpevole.

Non si spezza qui la continuità dell’argomentazione, ma si sviluppa: pensiamo alle assicurazioni sanitarie che adeguano premi o esclusioni in base a indicatori biometrici costantemente aggiornati – un braccialetto che registra sonno, pressione, passi, ossigenazione del sangue. La vita diventa trasparente e responsabile di sé: se cadi sotto la soglia di “buona salute”, paghi di più, o forse non ricevi la polizza. È Lazzarato che riconosciamo in questa operazione – produzione di valore attraverso dati personali e corporali, soggettività prodotta come merce mentre il rischio si trasforma in inflazione assicurativa.

Se Foucault guardava alle istituzioni che plasmano i comportamenti (ospedali, scuole, prigioni), oggi questi strumenti digitali sono istituzioni informali, invisibili, ubiquitarie: “smart” ma disciplinari, algoritmiche ma normative. Socionovo insiste che dovremmo riorientare lo sguardo verso la soggettività incarnata, verso la vita che non cede alle previsioni. Eppure questo vivente rifiuto non può ignorare Agamben: in tempi di eccezione permanente, il diritto diventa intermittente, la sospensione prolungata. L’emergenza sanitaria si cronicizza in strutture digitali che restano attive – se muori di malattia, sei solo statistica, il numero non basta mai, e l’algoritmo ti ridefinisce come “caso” piuttosto che persona.

La salute popolare si divide tra cura e controllo. Lo Stato sano, governato da algoritmi, ci invita a sentirci responsabili, ma in realtà ci rinvia un’immagine di noi stessi vulnerabili e fragili, di cui dobbiamo costantemente prendersi cura – con tecnologie che, mentre promettono salvezza, ci osservano, profilano, anticipano. E in questa ambivalenza, Socionovo ci ricorda: non basta ribellarsi alla tecnologia con gesti romanticamente “naturali”; serve una soggettività pensata per resistere alla profilazione, resistere alla riduzione della vita a database. Occorre reinventare una presa di parola incarnata, che sappia dire “io non sono solo rischio”, un affermarsi di sé che non dipenda da indicatori sanitari compilati da un algoritmo.

Nel contempo, l’approccio foucaultiano ci accompagna nella visione dell’atto tecnico come forma potenziale di governo: non si impone la norma, ma la tecnologia si impone come norma. Le applicazioni di telemedicina che suggeriscono ricette o stili di vita sono forme morbide di potere. Diventano dispositivi di soggettivazione, dove non è la legge a dirti come stare (quale corpo o quale movente morale), ma è il suggerimento personalizzato calcolato sull’insieme dei comportamenti standardizzati. Il corpo si autogoverna, ma solo all’interno del campo limitato che l’algoritmo ha tracciato.

E qui Lazzarato ci aiuta a comprendere il nucleo economico: questa soggettivazione fa profitto, produce valore, costruisce mercati della cura e dell’attenzione. L’algoritmo della salute genera un valore soggettivo che può essere mercificato, venduto, scambiato. Il soggetto salubre è soggetto profittevole. Il “buon paziente” è cliente perfetto. Il paziente “fuori norma” è rischio e perdita. Il controllo medico si fa impresa, e l’IA è il motore invisibile.

Agamben, allora, ci mostra che l’emergenza sanitaria permanente ha conseguenze insidiose: si produce vita “al di qua” della legge, dove la distinzione tra diritto e eccezione svanisce, tra cittadino e soggetto di cura-al-governo. Le eccezioni diventano regola, la salute obbligatoria. E il corpo che una volta era soggetto di diritti, ora è soggetto di doveri biologici – insieme biometrici, sociali, tecnologici. Le macrostrutture che Foucault analizzava (ospedali, carceri, scuole) si fanno oggi microstrutture algoritmiche – presenze pervasive, invisibili e incontrovertibili.

Così si intrecciano i fili: Socionovo ci dà il foco sul soggetto / dato; Foucault sulla costruzione del potere disciplinare; Lazzarato sul valore economico dell’immateriale; Agamben sullo stato di eccezione come paradigma permanente. Insieme narrano un mondo dove l’IA non solo predice la vita, ma la modella, la governa, la monetizza. Dove la salute è promessa e incatenamento, e il controllo non punisce: previene, suggerisce, anticipa – e quindi domina.

E allora ci spostiamo nel quotidiano concreto: l’app che ti dice di respirare più lentamente, la bilancia smart che invia i dati al tuo medico, il badge che registra se entri in palestra o farmacia. Tutto sembra cura, ma è profilazione. Ti senti connesso, protetto, ma sei anche osservato, valutato, assegnato a una categoria. Il soggetto incrocia il potere condotto da un algoritmo benevolo, e l’economia del dato penetra nella carne, nei polsi, nelle frequenze vitali.

Il testo scorre, perché il tema non si chiude, anzi si apre: come resistere? Socionovo suggerirebbe un ripensamento della soggettività come relazione vivente, inattesa, potenzialmente disallineata dalla norma algoritmica. Foucault ci ricorderebbe che su ogni tecnologia disciplinare si possono inventare controtattiche, spazi di fuga, pratiche di sospensione. Lazzarato indicerebbe la necessità di riappropriarsi del valore soggettivo, trasformarlo in uso comune piuttosto che reddito estratto. E Agamben direbbe: custodire la vita al di fuori del dispositivo eccezionale, non viverla come dato né come rischio, ma come esperienza irriducibilmente umana.

Non servono frasi finali solenni: il ragionamento continua, il tessuto si dipana nei prossimi paragrafi che potresti voler scrivere o pensare, e la presenza di queste prospettive avverte il lettore che il discorso non si esaurisce, ma abita un punto di transizione costante — tra il controllo tecnologico e la possibilità di una vita autenticamente libera.

 

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