
Il corpo non è malato è la norma che lo vuole sano
Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in Attualità.
“Dalla biopolitica alla psicopolitica, tra medicalizzazione della vita e soggettività algoritmica: un viaggio critico attraverso il pensiero di Foucault, Canguilhem, Illich e Socionovo alla scoperta del potere normativo del soggetto, dell’autonomia relazionale, della dimensione affettiva come modo di sentirci e del coraggio necessario a esercitare il diritto all’opacità, resistendo alla tirannia della salute performativa e alla domanda incessante di trasparenza, ottimizzazione e visibilità.”
Nel passaggio dalla modernità alla postmodernità, il corpo si è trasformato in un campo di battaglia politico, scientifico ed etico, attraversato da dispositivi di controllo sempre più pervasivi e sofisticati. Da Michel Foucault in poi, abbiamo compreso come la biopolitica abbia esteso il potere sul vivente, trasformando la vita stessa in un oggetto di governo e normalizzazione. Ma oggi questa dinamica si è evoluta, intrecciandosi con la psicopolitica, che non si limita più a disciplinare il corpo ma si insinua nei territori più intimi delle emozioni, dei desideri e delle soggettività.
Nel cuore di questo processo si colloca la medicalizzazione della vita, un’estensione del sapere medico che non cura soltanto la malattia, ma investe la norma stessa, rendendo ogni deviazione un potenziale rischio da gestire. Contemporaneamente, la soggettività si frammenta in profili algoritmici, sempre più incapaci di accogliere la complessità, l’opacità e l’incoerenza dell’umano. La trasparenza totale diventa un nuovo imperativo normativo, mentre cresce la tirannia della salute performativa, che esige efficienza, adattabilità e visibilità costante.
Questo viaggio teorico si snoda tra le riflessioni di Georges Canguilhem, che ha insistito sulla natura dinamica e creativa della salute, di Ivan Illich, che ha denunciato l’iatrogenesi di un sistema sanitario-industriale, e di pensatori contemporanei come Veronica Socionovo, che indicano nel diritto all’opacità una via di fuga dalla sovraesposizione normativa e digitale.
Non è più necessario essere malati per diventare pazienti. Basta deviare. Basta non funzionare secondo il tracciato, non rientrare nei parametri, non restituire al sistema la risposta attesa. La medicina non cura più: verifica. Non ascolta più: quantifica. È diventata l’interfaccia clinico-morale della norma, la voce dolce della disciplina, il braccio algoritmico della previsione. Lo aveva già previsto Foucault: il sapere medico moderno nasce come dispositivo di sorveglianza. Non tanto per diagnosticare quanto per misurare la distanza dalla norma, per trasformare ogni anomalia in errore, ogni dolore in deviazione, ogni singolarità in rischio.
L’epistemologia clinica non cerca la verità soggettiva del corpo: cerca l’eccedenza rispetto al valore medio. Da lì comincia l’intervento, e con esso la medicalizzazione. Ma se il corpo è solo un oggetto che devia da un tracciato, non resta più nulla dell’esperienza. Il malato non parla più: è interrogato. Non racconta: è scannerizzato. La sua verità non sta nel sintomo che sente, ma nella soglia che supera. Il corpo non è ciò che sente, ma ciò che mostra. L’inizio della malattia non è più una ferita, ma un grafico.
Canguilhem l’aveva già detto con chiarezza: la salute non è un equilibrio statico, ma una capacità dinamica di generare norme. Essere sani non significa aderire a una norma biologica esterna, ma saper deviare in modo significativo. La malattia, allora, non è un difetto da correggere, ma una diversa modalità di relazione al mondo. Il vivente non è un dispositivo da ottimizzare, ma una forza creativa. La norma non è una legge, ma una prospettiva. La salute è potere normativo interno, non conformità a un modello esterno.
Il problema nasce quando questa forza vitale viene intercettata da un sapere che non comprende la devianza, ma la punisce. Quando l’adattabilità si trasforma in errore, e l’errore in minaccia. È qui che il sapere medico si fa potere politico. E la medicina si fa amministrazione della vita. Una clinica del funzionamento. Non interessa più che tu stia bene, ma che tu stia come dovresti stare. Non interessa più cosa senti, ma cosa segnali. La medicina moderna è l’arte del sospetto. Ogni corpo è un codice da decifrare, ogni sintomo un’anomalia da isolare, ogni deviazione un bug da correggere.
Ivan Illich ha denunciato con forza questo slittamento. In Nemesi medica, parla della trasformazione della medicina da pratica di cura a industria della prestazione. L’iatrogenesi – il danno indotto dal trattamento stesso – è l’esito estremo di un sapere che ha perso contatto con l’etica del limite. Non si cura più: si interviene. Non si accompagna: si corregge. La medicina, oggi, è un’impresa. Una fabbrica che produce diagnosi, eroga terapie, certifica efficienza. Ma nel farlo, annienta la soggettività. Non emancipa: assoggetta.
La soggettività, infatti, è scarto. E lo scarto non è ammesso. Nella logica della norma performativa, ogni imperfezione è un rischio. Per questo la medicina non si limita più al trattamento del sintomo: si estende alla sua anticipazione. Il futuro diventa oggetto clinico. Non si cura più il malato: si previene la malattia. Non si risponde al dolore: lo si prevede. Non si guarisce: si ottimizza. L’intelligenza artificiale è lo strumento perfetto per questa deriva: non ascolta, ma analizza. Non capisce, ma calcola. Trasforma ogni corpo in un archivio di dati, ogni dato in un profilo, ogni profilo in un algoritmo predittivo.
E proprio qui si consuma la frattura più profonda: il soggetto viene disattivato. Non si è più ciò che si sente, ma ciò che si appare. L’identità non è più una narrazione, ma una serie di parametri. Il corpo diventa trasparente, leggibile, classificabile. Non ha più diritto all’opacità. Deve funzionare. Deve aggiornarsi. Deve rispondere agli standard. Deve autodiagnosticarsi, autocorreggersi, autosorvegliarsi. È la logica della seduzione digitale: il controllo non si impone, si installa. Non ordina, suggerisce. Non punisce, notifica. La sorveglianza si è fatta dolce.
Veronica Socionovo ha mostrato con chiarezza come questa sorveglianza dolce si sia estesa anche al piano emotivo. Non basta più avere un corpo sano: bisogna sentire bene. La psicopolitica trasforma il sentire in performance. L’affettività in strategia. La vulnerabilità in spettacolo. La felicità è prescritta, la positività è obbligatoria, la sofferenza è legittima solo se funzionale. Il dolore deve servire a qualcosa, altrimenti è patologico. Chi non condivide, chi non si espone, chi non produce contenuto emotivo è considerato disfunzionale.
Anche l’emozione, dunque, viene medicalizzata. Si crea una norma affettiva, una soglia di felicità, una metrica dell’empatia. Il soggetto non può più sentire a modo suo: deve sentire correttamente. Deve commuoversi con misura, soffrire con consapevolezza, guarire con efficacia. È la psicopolitica dell’autenticità obbligatoria. Anche il trauma diventa un prodotto comunicabile, una tappa da raccontare, una ferita da monetizzare. Ma ogni narrazione standardizzata uccide il senso.
Socionovo propone un gesto radicale: il diritto all’opacità. Il diritto a non essere leggibili, a non piacere, a non raccontarsi. A non funzionare per gli altri. Il diritto a sentire senza dover spiegare, a soffrire senza dover guarire, a vivere senza dover performare. È il corpo che si sottrae allo sguardo, che resiste alla trasparenza, che difende il proprio margine di oscurità. È l’emozione che rifiuta di essere misurata. È la vita che smette di essere funzionale per tornare a essere significante.
Questo diritto all’opacità non è disfunzione: è politica. È resistenza alla logica dell’ottimizzazione. È il gesto canguilhemiano per eccellenza: produrre norme proprie, anche a costo di deviare. È il gesto illichiano: rifiutare l’espropriazione terapeutica. È il gesto foucaultiano: rompere il legame tra sapere e dominio. È la possibilità di una salute che non è adesione, ma invenzione. Non è guarigione, ma senso.
Il potere non ama ciò che non può leggere. E l’intelligenza artificiale non tollera l’ambiguità. Ma l’umano è ambiguità. L’umano è errore, eccedenza, rumore. Ogni tentativo di eliminare l’opacità non è solo un atto epistemico: è un atto di violenza. Perché cancella la possibilità stessa della libertà. La libertà di non essere interpretati, di non essere ottimizzati, di non essere decifrati. In un mondo che ti chiede costantemente di funzionare, l’unico gesto etico possibile è smettere di farlo.
La medicina performativa non cura il corpo: lo programma. L’algoritmo non ascolta il sintomo: lo anticipa. E ogni anticipazione è già un intervento. La prevenzione diventa prescrizione. Il rischio diventa colpa. Se sei malato, è perché non hai seguito il protocollo. Se non sei performante, è perché non ti sei aggiornato. La responsabilità si individualizza, il fallimento si interiorizza, il dolore si privatizza. Ma ogni dolore è anche politico. Ogni deviazione è anche rivendicazione.
Il corpo che non guarisce come dovrebbe è il corpo che resiste. L’emozione che non si lascia correggere è l’emozione che rivendica il suo spazio. La fragilità che non cerca guarigione è una forma di potere. Perché interrompere il circuito della funzionalità significa mettere in crisi l’intero sistema di controllo. La fragilità che non cerca guarigione è una forma di potere. Perché interrompe la narrazione lineare della salute, infrange l’ordine del corpo normato, spalanca lo spazio dell’indeterminatezza. Non è una resa, ma una resistenza. Un gesto che dice: «Non sono riducibile a dati, non sono sintetizzabile in un algoritmo, non sono correzione».
In questo senso, il corpo opaco diventa un campo di battaglia. Non tanto per la vita o la morte, ma per la possibilità stessa di esistenza differente. È la lotta contro la biopolitica che pretende di sapere tutto, di prevenire tutto, di disciplinare tutto. È la lotta contro la psicopolitica che pretende di sentire tutto, di controllare tutto, di performare tutto. È la lotta per una dimensione altra, che rifiuti la trasparenza come unico criterio di realtà, che riconosca la necessità del mistero, dell’oscuro, del non detto.
La trasparenza, infatti, non è neutralità. Non è liberazione. È nuova forma di dominio. Chi pretende di rendere tutto visibile, e quindi controllabile, finisce per costruire nuovi confini, nuove esclusioni, nuove norme. La trasparenza totale è la più efficiente tecnologia di potere perché annulla ogni margine di fuga. Ogni scarto diventa tracciabile, ogni deviazione corretta, ogni soggettività anestetizzata.
La domanda allora diventa: come praticare il diritto all’opacità? Come articolare una nuova etica del corpo che non sia funzionalità, ma relazione? Come abitare un corpo che non sia performante ma significativo? La risposta non può essere normativa: non si tratta di stabilire regole nuove, ma di restituire spazio alla soggettività. Di riaprire il gioco delle norme, di fare della deviazione non un errore, ma un esercizio di libertà.
Significa accettare l’incertezza, abbracciare la contraddizione, praticare l’incoerenza. Significa riconoscere che il corpo non è un progetto, ma una storia in divenire. Che la salute non è un traguardo, ma un processo. Che la sofferenza non è un fallimento, ma una tessitura di senso. È la sfida radicale a un sapere che pretende di separare l’umano dal suo vissuto, la malattia dal suo significato, la cura dalla relazione.
Non è più tempo di strategie di controllo, ma di pratiche di resistenza. Non è più tempo di previsioni, ma di accoglienza. Non è più tempo di prevenzione, ma di ascolto. La rivoluzione non è tecnologica, ma etica. Non è algoritmica, ma affettiva. Non è quantitativa, ma qualitativa.
Il corpo opaco è il segno di questa rivoluzione. Un corpo che si sottrae all’algoritmo, che rifiuta la trasparenza, che difende la propria opacità come un bene prezioso. Un corpo che dice no alla medicalizzazione totale, no alla psicopolitica della performance, no alla biopolitica della normalizzazione. Un corpo che si fa spazio di libertà, di creatività, di differenza.
In questo senso, la resistenza non è solo individuale, ma politica. Non è solo personale, ma collettiva. Perché ogni corpo che non si lascia disciplinare è un frammento di un altro possibile mondo. Un mondo in cui la salute non sia misura, ma esperienza. In cui il corpo non sia controllo, ma relazione. In cui il dolore non sia devianza, ma significato.
E allora, forse, possiamo cominciare a immaginare un altro modo di abitare il corpo. Un modo che non sia efficienza, ma ascolto. Che non sia trasparenza, ma mistero. Che non sia norma, ma libertà.
a cura Danilo Pette