Il Risorgimento dei Macchiaioli

I pittori-soldato artefici dell’Unità d’Italia

Lo Spirito del Risorgimento invoca Dante, invoca l’Unità del Regno d’Italia. Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta. (Purgatorio VI, 76-77) Nel Risorgimento gli intellettuali, coscienti di essere i custodi della grandezza della storia d’Italia, si mettono al servizio della Patria. Il Pensiero si fa Azione. Questa l’essenza rivoluzionaria, la spinta di rinnovamento che si avverte nell’arte del Risorgimento, in particolare nell’arte dei Macchiaioli.

Questo movimento artistico, tutto italiano, si può comprendere solo se inserito nel processo di Unificazione Nazionale. La sua fase di massimo sviluppo creativo, infatti, va dal 1855 al 1870. In questo periodo, a Firenze al Caffè Michelangelo, si incontrano molti pittori e intellettuali, uomini di pensiero e di azione, non solo toscani, ma provenienti da tutta Italia (Fattori, Lega, Signorini, Cabianca, Borrani, Sernesi, Abbati, Zandomeneghi, Boldini, De Nittis, Banti, Martelli e tanti altri). I pittori sono anche soldati, la loro battaglia per l’arte è in stretto rapporto con le battaglie militari del Risorgimento, in entrambe cercano l’Unità, l’Indipendenza e la Libertà, aspirano a una  “visione unitaria” dell’Opera e dell’Italia.

La Battaglia dell’Arte dei Macchiaioli

Sostenevano una pittura antiaccademica, atta a riprodurre “l’impressione del vero” (Fattori), non per imitazione, ma per analogia. Al chiaro-scuro tradizionale sostituivano l’accostamento di colore-luce e colore-ombra, dando luogo a quella che veniva definita una pittura a “Macchia”, sintesi perfetta di  forma e colore.
Fattori sosteneva: “Fino a oggi si è creduto che il disegno fosse la parte più sicura, certa… oggi non è più così…. l’analisi dimostra che l’impressione reale che danno all’occhio le cose, è un’impressione di colore, e che noi non vediamo i contorni di tutte le forme, ma solamente i colori di queste forme”. Signorini parlava di “Scuola della Verità”, scuola che si fondava su tre regole fondamentali per l’approccio al paesaggio: “Avrete fatto un’opera d’arte, quando in un movimento di terra saprete metterci, una stagione, un colore locale, un’ora del giorno”.

La tecnica formale che i Macchiaioli applicano è molto vicina agli Impressionisti Francesi. In entrambi i movimenti la pittura all’aria aperta o “en plein air” è al centro delle loro ricerche, ma all’emotività, al sentimento che scaturisce dall’accostamento del colore, della luce, delle ombre, dalle pennellate vibranti, sfuggenti, quasi tocchi di pennello, i Macchiaioli accostano il dominio della ragione, cercando l’equilibrio, il controllo della composizione, richiamandosi alla tradizione toscana del ‘3-‘400 (Piero Della Francesca, Masaccio, Angelico, Paolo Uccello). Estrema sensibilità nel coniugare rigore scientifico e sentimento. Il loro è un rinnovamento dell’arte italiana nel solco della tradizione.

Per quanto riguarda i contenuti, i temi storici e religiosi che la tradizione gli offriva, venivano ripresi, ma attualizzati. Le  battaglie, non sono più quelle del passato, ma quelle risorgimentali; e il sentimento religioso viene evocato mediante scene agresti e paesaggi della Maremma toscana. Nelle loro tele si delineano i caratteri della Religione Patria, che accomuna i contadini o i butteri ai fanti o ai cavalleggeri, il loro senso del dovere, del sacrificio, il loro amor patrio, la disciplina e obbedienza con cui assolvono i loro compiti, mettendo in evidenza anche la fatica, la sopportazione, la ripetitività dei loro gesti quotidiani, la dedizione, quella “Santità del Dovere” verso la Patria, verso la terra, da cui ricavano la loro ragion d’essere, non la semplice sussistenza fisica, ma quel senso d’appartenenza che li tiene in vita. Il legame intrinseco tra Suolo e Sangue, natura e battaglie, esprime il senso stesso del Risorgimento: la conquista del suolo patrio.

Le Guerre d’Indipendenza dei Macchiaioli

Silvestro Lega nel 1848 è tra i giovani studenti universitari che partirono volontari per la I Guerra d’Indipendenza, e combatterono il 29 Maggio la battaglia di Curtatone contro il potente esercito imperiale austriaco. Il loro sacrificio e la loro resistenza fu così tenace, che permise al futuro Re Vittorio Emanuele di espugnare la fortezza di Peschiera, il 30 Maggio. Con Peschiera si apre e si chiude il nostro Risorgimento, alludendo al Convegno interalleato che si svolse proprio a Peschiera, l’8 novembre 1917, subito dopo Caporetto, in cui il Sovrano Vittorio Emanuele III, impose agli alleati la linea del Piave, difendendo il valore morale e militare delle sue truppe. Con lo scontro decisivo di Vittorio Veneto, dopo un anno esatto, si portò a compimento l’opera con tanto eroismo iniziata dai Nostri Padri.

Gli italiani, popolo riflessivo, capace di pianificare e progettare, con parsimonia, strategia e diplomazia, riusciranno a trasformare la Brumal Novara in una serie di vittoriose battaglie, fu questo lo svolgimento della II Guerra d’Indipendenza, alla quale presero parte molti artisti macchiaioli. Nel 1859 Telemaco Signorini, Odoardo Borrani, il critico Diego Martelli partirono volontari, fedeli alla Patria e ai principi della loro arte. Attenti osservatori, quelle battaglie ispirarono molte loro opere. Ricordiamo le gloriose  Battaglie a Montebello il 20 Maggio, a Palestro il 30 Maggio e le conclusive Battaglie Vittoriose a San Martino e Solferino il 24 Giugno 1859.

Nel 1859 in seguito all’allontanamento del Granduca Leopoldo II, in Toscana venne istituito un Governo provvisorio con a capo Bettino Ricasoli. Questi decise di indire un concorso artistico per celebrare le vittoriose battaglie da poco terminate, ma anche per fare qualcosa a favore di tutti gli artisti toscani che avevano combattuto per la Patria. Questo concorso fu vinto da Giovanni Fattori, con un bozzetto sulla Battaglia di Magenta, che venne trasformato in una grande tela nel 1862, conservata a Palazzo Pitti, sede della Galleria d’Arte Moderna. In quest’opera, come è nello stile di Fattori, non è rappresentato il momento cruciale della battaglia, né un’azione eroica, ma la scena centrale è dominata da un carro che trasporta un ferito assistito da suore, tutto intorno soldati, feriti, cavalli provati dalla furia della battaglia. Quest’opera pone l’attenzione su un problema, il soccorso dei feriti, osservato nella medesima battaglia e ancor più nelle battaglie di Solferino e San Martino, tra le più cruente di tutto il Risorgimento, dal medico ginevrino  Dunant, il quale nel 1863 darà vita al primo nucleo della Croce Rossa Internazionale, con il compito di soccorrere durante le guerre i feriti di tutti gli eserciti in campo.

Nel 1860 Signorini e altri pittori soldato, finite le battaglie, ritornano nella Zona Sacra, con animo quieto e riflessivo, dipingendo le impressioni del vero, il ricordo del passato, l’osservazione del presente, il sentimento del futuro, tutto trova posto nelle tele, esposte con grande successo all’Esposizione Nazionale di Firenze del 1861, dopo la Proclamazione del Regno d’Italia. Molte opere in quella occasione vennero acquistate da S.A.R. il Principe di Carignano.
Questo pellegrinaggio nella Zona Sacra accomuna i pittori-soldato di tutto il Risorgimento, dalla Prima alla Quarta Guerra d’Indipendenza. Terminate le battaglie militari, iniziava una nuova battaglia ancora più audace, quella dell’arte e per l’arte.

Anche nella III Guerra d’Indipendenza i Macchiaioli ebbero parte attiva. Il pittore fiorentino Raffaello Sernesi, vicino alla sperimentazione del Signorini e del Borrani si arruolò coi garibaldini nel Battaglione Nicotera, ferito e fatto prigioniero, morì nell’ospedale di Bolzano nel 1866. Spirito sensibile e raffinato con la vita diede il suo tributo alla Patria. I garibaldini svolsero un ruolo molto importante in Toscana. Desiderosi di sostenere il Regno d’Italia, contribuirono con il loro fervore, anticipando a volte la stessa diplomazia, ad alimentare lo spirito unitario.

Dopo il lodevole tentativo della Repubblica Romana del 1849, al quale prese parte, il maggiore esponente dei Macchiaioli, Fattori, ritentarono l’invasione dello Stato Pontificio nel 1867, con estrema ostinazione e tenacia. Ma pur avendo inquadrato l’obiettivo, bisognerà attendere il 1870, con l’azione simbolica e audace dei Bersaglieri, coloro che assimilarono e disciplinarono lo spirito garibaldino, per ottenere Roma e coronare il sogno di Dante e di tutti gli Italiani: la fine del potere temporale dei papi e l’Unificazione del Regno d’Italia con Roma Capitale. Quest’anno ricorrono i 150 Anni della Breccia di Porta Pia e i 100 Anni dalla Morte del pittore Michele Cammarano, che con il suo dipinto immortalò la Breccia.

Per correr miglior acqua alza le vele
omai la navicella del mio ingegno,
che lascia dietro a sé mar sì crudele.
 
(Purgatorio, I, 1-2-3)

L’Italia sta realizzando la sua unificazione, occorre lo sforzo concorde di tutti i ceti sociali. Quei valori sacri, che per gli aristocratici e i contadini erano assodati, spontanei, perché fedeli alla tradizione, allo spirito della cultura e della terra, occorreva trasmetterli alla borghesia, a quel ceto sempre nuovo, diveniente, Dante lo definiva “la gente nova e i subiti guadagni”, che fondando la sua ragion d’essere sul lato dinamico della società, rischiava sempre di perdere il contatto con ciò che era sostanziale, perenne, basilare, sacro.

CORONAVIRTUS VS CORONAVIRUS

L’ITALIA È FATTA, ORA BISOGNA FARE GLI ITALIANI

Il richiamo dei Macchiaioli ai temi della natura, dei paesaggi agresti, del lavoro dei campi, delle battaglie risorgimentali, della vita della borghesia, colta nei suoi momenti privati (Lega, Borrani), o pubblici, immersa nelle scene cittadine (Signorini, Boldini, De Nittis), è sempre volto a cogliere la problematica tra tradizione e modernità.

Molti musei in tutta Italia vengono istituiti da Casa Savoia, sensibile all’arte e alla storia d’Italia, collante essenziale per il processo di unificazione non solo territoriale, ma spirituale, e per la formazione della Coscienza e dell’Identità Nazionale.

Coincidenza volle, che Firenze divenne Capitale del Regno d’Italia nel 1865, ricorrendo i 600 Anni della nascita del Sommo Poeta (1265). Per celebrare il duplice evento venne eretto il Monumento a Dante in Piazza Santa Croce; nella basilica è presente il Monumento ai giovani studenti toscani che si immolarono a Curtatone il 29 Maggio 1848, inizio del processo di Unificazione Nazionale.

Dal Padre della Lingua Italiana al Padre della Patria

La Missione di Casa Savoia profetizzata da Dante nel cielo di Marte, che vede gli spiriti luminosi, militanti per la fede, disporsi a formare una croce bianca su fondo rosso, si realizza con l’Unità del Regno d’Italia. (Paradiso XIV, 100-104).

Il Re Carlo Alberto con la concessione dello Statuto, rimasto in vigore ininterrottamente dal 1848 al 1948, Carta Costituzionale del Regno d’Italia, creava un legame, un Nodo d’Amore, sancito dal motto FERT, che significa Foedere Et Religione Tenemur (Siamo vincolati da un Patto e da una Fede). La Prima Domenica di Giugno si celebrava, nel periodo del Regno d’Italia, la Festa dello Statuto. Inoltre, sotto un’unica Bandiera, il tricolore, segno tangibile della coscienza nazionale, con al centro lo Scudo Sabaudo, simbolo del sentimento monarchico, si portò a compimento il Progetto di Dante. Il verde, il bianco e il rosso, colori che per Dante evocano le tre virtù teologali, speranza, fede e carità, sono anche i colori che indossa Beatrice quando appare a Dante per la prima volta nella Divina Commedia.

Sopra candido vel, cinta d’uliva,
donna m’apparve, sotto verde manto,
vestita di color di fiamma viva.

(Purgatorio, XXX, 31-32-33)

                                              Massimo Fulvio Finucci e Clarissa Emilia Bafaro

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