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Italia e Libia: i rapporti millenari con uno “Stato Corsaro” diviso tra le Tribù di Tripoli e di Bengasi

MEDINEA E ANTARTIDE, due pescherecci italiani d’altura, dirottati a Bengasi sotto minaccia dalla marina militare libica del generale Haftar
…… da oltre un mese sono ancora sotto sequestro !

excursus storici  di TORQUATO  CARDILLI 

I rapporti tra l’Italia e la Libia sono millenari come mostrano le imponenti rovine romane di Cirene, Leptis Magna (foto d’apertura), Sabratha, sono sempre stati tormentati. Basta ripercorrere a volo d’uccello questi due mila anni di storia, sin da quando quel territorio era parte dell’Impero Romano, per capire quale sia stato nei secoli il filo conduttore del carattere e dell’atteggiamento libico.

Sul finire del II secolo d.C. Settimio Severo tribuno della plebe, poi tribuno militare, nato a Leptis Magna da famiglia romanizzata di origini puniche e berbere, dopo aver percorso tutta la carriera militare fino al governatorato della Pannonia, si inserì nella guerra civile tra i pretendenti all’impero dopo la morte di Commodo. Grazie al sostegno delle sue legioni fu proclamato imperatore al posto di Giulio che aveva comprato la nomina dai pretoriani e ben presto Roma dovette fare i conti con la sua corruzione, stravaganza e ferocia. Fece assassinare 29 senatori, compreso il suo consuocero, accusati di cospirazione contro di lui, che furono sostituiti con altrettanti suoi favoriti delle province africane.

I proventi della vendita delle terre confiscate agli avversari politici servirono a creare la cassa imperiale privata – il cosiddetto fiscus, distinta dalla cassa dello Stato – aerarium; per finanziare le enormi spese militari dimezzò la quantità di metallo prezioso delle monete, in oro e argento, lasciando inalterato il valore nominale e creando il primo fenomeno inflattivo della storia. Intenzionato a reintrodurre il principio dinastico, per lasciare il trono a suo figlio Caracalla, istituì un regime assolutistico di culto della persona attribuendosi la qualifica di dominus ac deus al posto di quella di princeps inaugurata da Augusto. 
Dopo la caduta dell’impero romano e l’espansionismo arabo musulmano nel Nord Africa incominciarono le incursioni verso l’Italia di gruppi armati provenienti soprattutto dalle attuali Libia e Tunisia.

Nel IX secolo per impulso dell’emiro di Qairawan questi soldati, chiamati sin da allora saraceni, arrivarono a conquistare la Sicilia e varie città costiere come Taranto e Bari. A quella limitata forma di espansione politico-militare seguirono, a fasi alterne, ricorrenti incursioni di soldati di ventura che durarono fino all’Ottocento, con l’unico scopo di rapire gli abitanti del luogo per trasformarli in schiavi e razziare ogni bene che potesse essere portato via. In cambio della cessione di parte del bottino al califfo di turno, erano autorizzati ad assalire e rapinare dovunque mettessero piede rivelandosi dei veri e propri corsari.

All’inizio del XX secolo fu l’Italia a lanciarsi in una guerra coloniale contro l’impero ottomano per sottrargli la Libia e tornare ad essere padrona del Mediterraneo. La conquista della Quarta sponda e la sua normalizzazione, per reprimere la resistenza, praticamente durata fino alla seconda guerra mondiale, non fu affatto facile.

Arrivando alla storia più recente, gli ultimi 70 anni, le turbolenze questa volta ai nostri danni non sono mancate. 
Nel 1956, al termine di laboriose trattative diplomatiche, i due paesi stipularono il Trattato di Roma che, in applicazione completa della risoluzione dell’ONU del 1950 sulla indipendenza della ex colonia, superava le prescrizioni del trattato di pace di Parigi del 1947 con l’intento di seppellire ogni contenzioso relativo al passato periodo coloniale. 
Questo Trattato prevedeva il trasferimento di tutti i beni demaniali, infrastrutturali, sociali e delle aziende statali italiane alla Libia, e chiariva che con i risarcimenti per l’occupazione e i danni di guerra, la Libia non avrebbe avuto null’altro a pretendere e che sarebbe stata posta una pietra tombale sul passato e su ogni contenzioso o rivendicazione verso l’Italia. Il conto di ben 9 miliardi di lire dell’epoca, molto salato per un paese malridotto come il nostro dal disastro della II guerra mondiale, fu pagato puntualmente.

Con il colpo di stato del 1969, il colonnello Muammar Gheddafi depose re Idris e assunse i pieni poteri. Come primo gesto di inimicizia verso l’Italia non riconobbe alcuna validità al Trattato del 1956 e da quel momento inanellò un susseguirsi di atti di ostilità verbali, alternati a minacce e ricatti concreti, per oltre quaranta anni.  
Dopo aver stracciato il Trattato sostenne che i conti fra i due paesi, aperti con il periodo coloniale, non erano affatto chiusi e chiese brutalmente di “restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori”. Quindi con un decreto del luglio dell’anno successivo procedette alla confisca di tutti i beni mobili ed immobili dei cittadini italiani, selvaggiamente espropriati e poi brutalmente espulsi in flagrante violazione non solo del Trattato bilaterale, ma anche della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale. L’Italia non reagì.

Il chiodo fisso di Gheddafi era quello di rafforzare il proprio potere facendo leva sul sentimento nazionalista. Dopo qualche anno, vista la remissività italiana, rinfocolò l’orgoglio patriottico alimentando un sentimento di vendetta verso il vecchio colonialista. 
Perciò scelse la strategia di avanzare periodicamente richieste di nuovi e più consistenti indennizzi con minacce non solo a livello diplomatico, ma anche facendo pressioni sulle ditte italiane, ritardando o sospendendo i pagamenti, arrestando di tanto in tanto qualche connazionale, sequestrando i pescherecci siciliani e favorendo l’immigrazione clandestina nel nostro paese. Tutto questo perché era sicuro che il nostro Governo avrebbe chinato il capo senza reazioni per non pregiudicare gli interessi petroliferi e degli scambi commerciali che ci vedevano saldamente al primo posto.

Lo scopo del sequestro dei pescherecci era quello di impartirci una lezione. Il canovaccio era sempre lo stesso: da parte italiana si protestava verbalmente sostenendo che i pescherecci erano in acque internazionali (senza peraltro darne dimostrazione agli organismi internazionali), mentre da parte libica si insisteva sulla violazione delle acque territoriali. L’azione di forza non era diretta tanto verso i pescatori di frodo, ma verso l’Italia, che, per salvare gli ostaggi – senza pregiudicare gli interessi dei gruppi economici – subiva obtorto collo ogni affronto. La vicenda che metteva sempre sotto pressione alle corde la nostra diplomazia impegnata in una lotta di Sisifo, si risolveva dopo alcune settimane di carcere per i malcapitati marinai, nel sequestro del pescato, a volte anche della barca, nell’irrogazione di una multa salata all’armatore e nell’ottenimento di qualche concessione politica di piccola entità, ma di enorme valore morale.

Tra alti e bassi di affari e di minacce si arrivò al punto più alto della faciloneria della classe politica italiana con il nuovo Trattato di amicizia e cooperazione italo-libico, concluso da Berlusconi a Bengasi il 30 agosto del 2008, prontamente ratificato dal nostro parlamento.

Non si è trattato di un atto di responsabile politica estera, ma solo del prezzo pagato per nascondere un deplorevole mercanteggiamento dell’onore contro gli interessi economici. Si riconosceva di dover pagare un risarcimento non dovuto pur di ottenere vantaggi per le nostre imprese: affidamento a ditte italiane della realizzazione del Centro Congressi di Tripoli, commessa a Finmeccanica di elicotteri, commessa all’Ansaldo del sistema di segnalamento ferroviario, prolungamento fino al 2047 dell’accordo con l’Eni che però avrebbe dovuto investire 28 miliardi di euro, salvaguardia delle partecipazioni azionarie libiche in Unicredit 7%, Juventus 1%, ENI 10%, Quinta Communications posseduta da Ben Ammar e da Fininvest 14,8%, Retelit di Finmeccanica 2%.

Per farci perdonare il passato coloniale non bastava la ripetizione delle scuse formali di Berlusconi di fronte al parlamento libico, o il suo baciamano servile, o gli onori militari resigli poi a Roma nella forma più solenne con il contorno di amazzoni, o la laurea honoris causa vigliaccamente concessagli, o il ricevimento nel nostro parlamento, ma c’era anche un lato finanziario molto oneroso, gigantesco per il nostro debito: la bella somma di 5 miliardi di euro, in rate annuali di 250 milioni per venti anni. Come dire che Berlusconi firmò una cambiale di debito a carico dei nostri figli e nipoti.

In aggiunta a tutto questo per fermare gli afflussi di migranti, il cui rubinetto veniva aperto a piacere da Gheddafi, fu messo in piedi un meccanismo di aiuto gratuito in mezzi navali e addestramento alla marina libica, che dura tutt’ora, mentre non fu mai affrontato seriamente, con una strategia di largo respiro, il problema dell’immigrazione. 
Se fino al 2011 era proprio Gheddafi a consentire le partenze verso Lampedusa, dalla sua scomparsa l’interruttore dell’immondo traffico di esseri umani è finito in mano alle milizie e i loro accoliti presenti negli apparati dello Stato, negli ambienti militari, nelle bande di delinquenti taglieggiatori, sempre più intenzionati a usare l’emigrazione come strumento di arricchimento immediato confermando agli occhi del mondo un atteggiamento corsaro.

Oggi la Libia è divisa in due: da una parte la Tripolitania sotto il controllo di al Sarraji, presidente riconosciuto dall’ONU e dalla comunità internazionale, sostenuto militarmente dalla Turchia ed aiutato in varie forme dall’Italia, dall’altra la Cirenaica controllata dal generale Haftar, che può contare sull’appoggio politico e di forniture militari di Russia, Egitto e Emirati.

Tra le due zone, a metà strada tra Tripoli e Bengasi, si trova la città di Sirte, località strategica per la presenza dei pozzi petroliferi di Ras Lanuf e Brega (in cui lavora l’Eni) caduti sotto il controllo delle milizie, pronte a vendersi al maggior offerente, con lo strumento ricattatorio del blocco dell’estrazione di greggio. La cittadinanza già provata ed esasperata da tanti anni di conflitto civile, dai continui blackout, dall’aumento indiscriminato dei prezzi di beni necessari è scesa in piazza in tutta la Libia tanto da indurre i due litiganti ad un armistizio. Ma al tacere delle armi corrispondeva la ripresa in grande stile dell’emigrazione e del fermo dei nostri pescherecci, abituali frequentatori del cosiddetto “mammellone” antistante la costa libica, ricchissimo di pesce ormai sempre più raro nelle acque italiane.

È seguendo questa linea che il primo settembre due pescherecci d’altura, il Medinea e l’Antartide di base a Mazara del Vallo, sono stati dirottati a Bengasi sotto la minaccia delle armi dalla marina militare libica del generale Haftar, e posti sotto sequestro. L’accusa è di aver rubato le risorse ittiche libiche all’interno delle 72 miglia che la Libia rivendica unilateralmente come proprie acque nazionali, pretesa non riconosciuta dalla comunità internazionale perché in contrasto con le norme che regolano il diritto del mare.  
Gli equipaggi di 18 pescatori sono stati arrestati e da allora detenuti nel carcere di el-Koefia, a 15 km a sud della capitale della Cirenaica.

Secondo la versione degli armatori la cattura, del tutto illegale, sarebbe avvenuta fuori delle 12 miglia delle acque territoriali, ma la cosa non è dimostrabile perché i comandanti dei pescherecci non hanno fatto rilevare via satellite la loro posizione alla capitaneria di porto italiana, né hanno inviato un allarme con rilevamento automatico. Se questa versione fosse vera si tratterebbe di un vero atto di pirateria e l’Italia avrebbe tutte le ragioni per ritorsioni severe e per adire tutti i fori internazionali.

Invece niente. Non solo, ma la cattura dei nostri pescatori si è tinta del colore di una spericolata manovra politica per la tempistica e per le condizioni poste per il rilascio.

Il sequestro dei due pescherecci il Medinea e l’Antartide è avvenuto a distanza di appena tre settimane dalla visita a Tripoli del ministro della difesa Guerini, accompagnato da una nutrita delegazione militare (Capo di SMD Vecciarelli, Direttore dell’AISE Caravelli, e dal Capo del comando operativo di vertice Portolano) per manifestare  a Serraji l’impegno italiano in favore dell’accordo di sospensione delle ostilità tra Tripoli e Bengasi, e all’indomani della visita del ministro degli esteri Di Maio, per suggellare l’appoggio italiano a tale armistizio.

Il generale Haftar, aspirante a impadronirsi di tutta la Libia frustrato perché ha visto fallire l’offensiva per la conquista di Tripoli, alla disperata ricerca di una chiara legittimazione internazionale, avrebbe voluto ricevere lo stesso trattamento di riguardo. Il non averlo capito da parte nostra è stato un errore politico.

Per questo ora Haftar pretende un negoziato diretto con il Governo italiano. Vuole trattare con l’Italia da pari a pari, sconfessando la nostra linea politica, che in linea con le risoluzioni dell’ONU, ha riconosciuto come legittimo presidente libico al Serraji.

Come imbastire la trattativa ? Con un atto corsaro !

Haftar ha fatto sapere che i pescatori potranno essere rilasciati a condizione della liberazione di quattro libici, definiti calciatori della nazionale del paese, condannati in Italia a 30 anni di carcere e tuttora detenuti a Catania, giudicati scafisti responsabili della cosiddetta “strage di ferragosto” in cui morirono 49 migranti per asfissia nella stiva del barcone. 
A rinforzo di questa tesi Haftar ha organizzato la messa in scena di una manifestazione dei familiari dei quattro detenuti in Italia, inneggianti più che alla liberazione dei propri cari al non rilascio dei nostri pescatori fino a quando Roma non avrà ceduto alle richieste libiche. 
L’Italia gli avrebbe fatto sapere (ma né l’opinione pubblica né il parlamento conoscono la vera risposta) che non accetta ricatti e che lo scambio con la liberazione di condannati in Italia al termine di un regolare processo non è giuridicamente perseguibile.

Altro colpo di teatro libico in due passi: prima l’Ambasciata di Libia in Italia, non si sa bene se su istruzioni di al Serraji o di Haftar, ha incaricato un avvocato italiano di impugnare in Cassazione la condanna dei quattro scafisti prima del 25 ottobre data di scadenza per la presentazione del ricorso e poi per indurci al negoziato, Haftar ha alzato la posta divulgando la più plateale falsificazione di prove.

Con una regia infantile, che ricorda quella egiziana del ritrovamento dei documenti del povero Regeni in casa di un criminale ucciso dalla polizia, ha pubblicato le foto di una bottiglia di alcool semivuota e di due valigie con dieci pacchi di droga che sarebbero stati reperiti a bordo dei pescherecci quale prova del reato di traffico di droga.

È immaginabile che se lo scambio non dovesse avvenire i nostri pescatori saranno processati per questo reato e trattenuti in carcere per tutto il periodo della condanna che in Libia è altissima.

A questo punto l’Italia dovrebbe insistere per la liberazione senza condizioni dei nostri pescatori, ottenere la solidarietà concreta degli alleati e dell’Unione Europea sempre prodiga di parole ma non di atti concreti, adire tutti i fori internazionali possibili e ricorrere in ultima analisi ad un’operazione di blocco navale della Libia, interrompendo ogni forma di collaborazione con quelle autorità e ritirare il contingente militare che lì gestisce l’ospedale da campo.

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