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La città che brucia e Solaris 0152

Scritto da Danilo Pette il . Pubblicato in .

a cura Danilo Pette

Quando un bus ibrido diventa il simbolo di una fragilità strutturale e culturale

Ore 13:00, martedì primo luglio 2025. Roma si trasforma in un forno a cielo aperto, con un’aria così densa da schiacciare ogni respiro, come se la città fosse sospesa in una coltre bianca immobile. Via Prenestina 276, un indirizzo anonimo, un angolo come tanti, ma quel giorno diventa teatro di un dramma che sa di déjà vu. Un autobus Solaris ibrido, appena consegnato, destinato a rappresentare il futuro della mobilità romana, prende fuoco. Fuori servizio, diretto verso la rimessa, con a bordo solo l’autista che scampa alla tragedia per un soffio.Le fiamme divampano in pochi minuti, divorano la carrozzeria e avvolgono tutto in un inferno nero, soffocante. Il calore lambisce un balcone, i vetri esplodono, la facciata annerisce, la paura si diffonde tra i residenti costretti a fuggire sulle strade. Le immagini di quel rogo si moltiplicano, catturate da cellulari, condivise in tempo reale, trasformando un episodio isolato in un simbolo di un problema sistemico.

Perché un bus nuovo, acquistato con fondi europei per il Giubileo, uno dei gioielli tecnologici della nuova flotta ATAC, deve diventare cenere così rapidamente? La risposta non è semplice e si perde tra cortocircuiti, cablaggi fragili e malfunzionamenti del cuore tecnologico dell’ibrido: batterie e inverter, pulsante cuore pulsante di un sistema complesso che avrebbe dovuto garantire efficienza e sicurezza, ma che invece è esploso, portando con sé il futuro della mobilità capitolina.

L’incendio del Solaris 0152 è solo l’ultimo capitolo di una lunga saga che a Roma va avanti da quasi un decennio: il cosiddetto “Flambus”, una parola che ha segnato una serie di episodi drammatici e inquietanti. Autobus che vanno a fuoco, diventano rottami fumanti, scatenano paura e rabbia in una città già stanca di promesse disattese. Nel passato si è sempre attribuito tutto all’età dei mezzi: bus vecchi, diesel, senza manutenzione, abbandonati al loro destino. Ma ora il copione si incrina, perché a bruciare non sono vecchi relitti, ma un simbolo di modernità.

Il Solaris 0152, con i suoi diciotto metri di tecnologia ibrida, rappresentava l’avanguardia. Un investimento di milioni, annunciato come la punta di diamante di una mobilità più verde, efficiente e sostenibile. E invece, in pochi minuti, diventa l’emblema di un fallimento culturale. Un fallimento che non riguarda solo il singolo mezzo, ma l’intero sistema di gestione, manutenzione e formazione che ruota attorno alla mobilità pubblica romana.

Dentro i depositi ATAC, tra gli autisti, il clima è di crescente frustrazione e sfiducia. Quei bus nuovi sono pieni di sensori e comandi elettronici, ma chi li guida non riceve una formazione adeguata. Qualche ora di corso superficiale, un tablet come unico supporto, indicazioni vaghe. E poi, sul campo, il personale si trova solo davanti a un sistema complesso e fragile, che rischia di bloccarsi senza un piano d’emergenza chiaro.

Le segnalazioni di malfunzionamenti arrivano da mesi: spie che si accendono senza motivo, vibrazioni insolite, sistemi di bordo che si spengono e si riavviano da soli. Ma le denunce finiscono in archivio, ignorate o dimenticate. Il risultato è un silenzio complice che trasforma il rischio in routine, fino all’incendio. Il sistema si inceppa non solo elettricamente, ma nella sua struttura organizzativa e culturale.

ATAC risponde con comunicati istituzionali freddi e vaghi, ma ormai le parole ufficiali non bastano più. Dietro ogni rogo c’è la storia di una città che brucia per colpa di una governance improvvisata, una manutenzione ridotta ai minimi termini, un sistema che premia il risparmio a breve termine e sacrifica la sicurezza. I ricambi tardano ad arrivare, le sostituzioni si rimandano, la manutenzione diventa un optional, e i mezzi restano in strada, esposti a guasti e incendi.

La modernità promessa si trasforma così in maquillage: una facciata luminosa che si scioglie sotto il sole cocente dell’estate romana. Gli autobus tecnologici, simbolo di un futuro verde, diventano bombe a orologeria senza un adeguato sistema di controllo e supporto.

Il rogo di via Prenestina non è solo un incidente tecnico: è un grido di allarme. La città brucia perché manca una cultura della prevenzione, un piano serio e strutturato che metta la sicurezza al centro. Serve una rivoluzione, non nelle parole ma nei fatti, che non si limiti a inseguire l’emergenza ma la prevenga.

Il sistema della mobilità romana è segnato da un corto circuito culturale che supera il guasto elettrico. Le istituzioni tentano di rassicurare, ma spesso si limitano a dichiarazioni di circostanza che non affrontano la radice dei problemi. Intanto, il calore del sole estivo è solo la miccia, perché l’innesco è da tempo presente nelle pieghe di una struttura fragile e poco trasparente.

Gli autisti, sempre più riluttanti a guidare i mezzi più moderni, non chiedono un ritorno al passato, ma sicurezza concreta. La paura che il sistema si blocchi senza un piano d’azione immediato è palpabile. La tecnologia, se lasciata senza formazione e supporto, diventa una trappola, e il progresso affidato all’improvvisazione un pericolo.

Il Solaris 0152 resta lì, scheletro annerito di un sogno interrotto. Quel mezzo è diventato un totem bruciato, il simbolo di una città che inciampa su ogni sogno di modernità e si ritrova a fare i conti con una realtà fatta di incendi, ritardi, disservizi e paure.

Le soluzioni esistono, ma restano inascoltate. I segnali d’allarme suonano da anni, ma il sistema resta sordo, incapace o non volenteroso di cambiare rotta. Ogni autobus che prende fuoco spegne una speranza, quella di un cambiamento vero e duraturo.

Non è più accettabile che ogni corsa diventi un’emergenza, che ogni guasto sia una roulette russa, che ogni promessa si trasformi in cenere. Quel bus bruciato è più di una carcassa: è un messaggio che scuote una città al limite, un ultimatum per chi ha la responsabilità di governare.

Roma non può più permettersi di sbagliare. Non può attendere un’altra tragedia per cambiare. E mentre i vetri di un balcone esplodono, mentre il fumo nero si alza visibile a chilometri di distanza e l’odore di plastica bruciata invade i quartieri popolari, il vero incendio resta invisibile: è quello della fiducia che si consuma, della credibilità che si dissolve, dell’idea stessa di una città moderna che si sgretola sotto il peso di una gestione inefficace.

Il sistema è frantumato: segnalazioni ignorate, manutenzioni superficiali, formazione insufficiente, ricambi che tardano ad arrivare, procedure che restano sulla carta. Dietro ogni incendio c’è la storia di scelte sbagliate, di priorità invertite, di una governance che privilegia il risparmio immediato alla sicurezza e alla dignità di chi ogni giorno si affida a quei mezzi.

Il rogo di via Prenestina diventa molto più di un episodio. È il simbolo di una cultura della mobilità pubblica romana che deve essere ripensata, ricostruita dalle fondamenta. Solo così Roma potrà davvero prepararsi ad accogliere il futuro, evitando che ogni incendio diventi un monito, ogni bus bruciato un grido muto di una città che non vuole arrendersi, ma rischia di farlo lentamente, sotto il peso delle proprie contraddizioni.

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