Mediterraneo e Medio Oriente
tra crisi diplomatiche e scontri di guerra

Una “Tragedia” in corso, ancora senza Atto Finale

………… CUI  PRODEST  ?

una analisi dell’ Ambasciatore TORQUATO CARDILLI*

E’ un’espressione latina, utilizzata retoricamente quando si è alla ricerca investigativa del movente che spinge qualcuno ad una certa azione, risalente a Lucio Cassio e a Cicerone, ripresa poi da Seneca che la mette in bocca a Medea cui prodest scelus, is fecit”, cioè “chi trae vantaggio dal crimine ne è l’autore (o il mandante). 
Lasciandoci guidare da questa massima non possiamo comprendere le ragioni di quanto accade da molti anni nel Medio Oriente, senza risalire alle origini storiche del colonialismo, il cui albero, di salde radici e vari innesti, produce ancora frutti amari.

Il disastro militare, politico, economico, sociale, sanitario in cui è stata fatta precipitare quell’ampia zona, in parte mediterranea, dalla Libia all’Iran, è figlio appunto del colonialismo che nel tempo ha creato le condizioni per sottomettere, soggiogare e sfruttare, con strumenti sempre più aggiornati, quei paesi frustrandone le aspirazioni di indipendenza economica ed assicurandosi il controllo delle loro risorse.

Subito dopo la scoperta dell’America, le nazioni europee più potenti ed agguerrite (Gran Bretagna e Francia, e in misura minore Spagna e Portogallo) fecero a gara per conquistare nuovi territori, rubarne le ricchezze, e stabilire commerci lucrosi portando dalle colonie nel vecchio continente ogni ben di Dio. Detto per inciso, l’Italia che allora praticamente era rappresentata a livello di rapporti internazionali dalla Serenissima, mentre gli altri staterelli si facevano guerricciole tra di loro, perse progressivamente forza, prosperità e capacità di intervento, proprio perché pur essendo profondamente mercantilista, fu priva di una strategia imperialistica.

Durante i secoli di esasperato colonialismo e di massimo splendore degli imperi, come insegna l’Oxford Dictionary, fu coniato dagli inglesi il motto “trade follows the flag” per significare che prima si conquistava un territorio con le armi e poi lo si sfruttava depredandone le ricchezze ed instaurando rapporti commerciali, scambiando specchietti e perline contro oro, a tutto vantaggio della madre patria dei conquistatori.

Dopo la seconda guerra mondiale i termini sono stati completamente capovolti nel senso che il motto è diventato “flag follows the trade” per dire che è stata la politica ad inseguire i rapporti commerciali con quei paesi che presentavano maggiori opportunità di sfruttamento. Non sono state più le armi o la diplomazia a condizionare le relazioni commerciali, ma è stato il mercato a determinare le azioni dei Governi, per generare flussi duraturi di ricchezze e di enormi speculazioni finanziarie.

Fu un capo africano, il Colonnello Nasser, divenuto presidente dell’Egitto dopo il colpo di Stato del 1952 contro la monarchia di Faruq, a coniare il termine di neocolonialismo attribuito oltre che alla Gran Bretagna ed alla Francia, anche agli Stati Uniti d’America, contrari all’ambizioso progetto della diga di Assuan, poi finanziata dai Sovietici che cosi allargarono, gratis, la loro sfera di influenza al di qua del Bosforo. 
Dagli anni ’60 ad oggi non c’è stato in Medio Oriente uno sconvolgimento politico, militare, sociale di cui non siano stati responsabili diretti o indiretti questi tre paesi. Dalla guerra del 1956 contro l’Egitto, allo sbarco dei marines in Libano, alla guerra di indipendenza dell’Algeria, alla guerra contro l’Iran degli ayatollah per mezzo di Saddam Hussein, alla distruzione dell’Iraq, all’occupazione dell’Afghanistan, al disastro della Libia, alla devastazione della Siria, questi tre paesi si sono impicciati di determinare il corso degli eventi in modo funzionale ai loro esclusivi interessi a discapito delle popolazioni innocenti, incuranti delle vittime, dei sacrifici e dei danni provocati agli alleati.
In particolare gli Stati Uniti (sorvoliamo sui loro interventi e ingerenze in Africa, sud est asiatico, America Latina, ex repubbliche sovietiche, Yugoslavia ecc. altrimenti ci vorrebbe un intero trattato) hanno esercitato enormi pressioni sulla Nato e sulle Nazioni Unite, arrivando a fabbricare prove false pur di farsi coprire politicamente per conseguire l’obiettivo di abbattere chiunque osasse non sottomettersi ai voleri di Washington. Proclamando ipocritamente di voler esportare la democrazia e estirpare il terrorismo, hanno invece finito per proteggere regimi estranei ai principi del rispetto dei diritti umani e per alimentare l’odio (non si contano gli assalti e gli attentati contro le ambasciate americane) e il dilagare del terrorismo che ormai ha debordato dai confini territoriali dei paesi arabi per diffondersi in tutto il mondo.

La politica americana, apertamente ostile verso tutti i paesi dell’area (fuorché Israele, l’Arabia Saudita e Emirati funzionali ai suoi interessi), è diventata ancora più aggressiva da quando alla Casa Bianca risiede un tipo mercuriale ed impulsivo come Trump, lontano mille miglia dal cosiddetto “politically correct”, ignorante delle regole, della prassi, del diritto, delle basi dei rapporti internazionali, abituato a strangolare economicamente i concorrenti. 
Le gesta di questo presidente che ha infranto tutti i canoni di correttezza diplomatica, di lealtà verso gli alleati, di mantenimento della pace nel mondo, di osservanza delle risoluzioni dell’ONU (soprattutto su Gerusalemme), di rispetto dei trattati sottoscritti (ha stracciato l’accordo di Kyoto sull’ambiente, l’accordo con l’Iran sul nucleare, l’accordo con la Russia sui missili, l’accordo con i curdi in funzione anti ISIS, la tregua commerciale con la Cina, e si è ritirato dalla dichiarazione di Parigi e dall’UNESCO) hanno raggiunto l’acme dell’imprudenza criminale con l’assassinio del capo dei servizi iraniano, il Generale Soleimani accusato, post mortem e senza prove, di essere in procinto di compiere attentati su larga scala contro cittadini americani. 
Si è trattato di un omicidio mirato, del tutto illegittimo (ancora più grave di quelli di Saddam Hussein, di Osama bin Laden, di Gheddafi, di al Baghdadi) definito ipocritamente un atto di guerra asimmetrica, giustificato da motivi di politica interna per attenuare il danno di immagine causatogli dal procedimento di impeachment.

Questo atto esecrabile ha ulteriormente sporcato negli occhi del mondo (salvo in quelli dei cosiddetti sovranisti da quattro soldi) l’immagine americana appannandone il prestigio internazionale, già fortemente compromesso per l’imposizione del nodo scorsoio delle sanzioni dure contro le popolazioni di Venezuela, Russia e Iran, e contro i paesi alleati che intendano commerciare con quelli. 
Del resto come si spiegherebbero le ultime manifestazioni anti americane di Baghdad, il cui governo, 17 anni fa  liberato dalla dittatura, ora chiede proprio ai liberatori l’evacuazione di tutte le truppe straniere, comprese quelle italiane (concesse senza contropartita)?

Quanto alla Libia, gli Stati Uniti non solo ne hanno consentito e promosso la disarticolazione più totale, sotto lo sguardo complice di Napolitano e quello ebete e traditore di Berlusconi, ma hanno favorito la presa del potere in Cirenaica da parte del generale Haftar (esule in America durante la dittatura di Gheddafi)  poi gettato in braccio a Mosca. Risultato doppiamente negativo non solo perché i Russi, dopo essere stati cacciati da Sadat dal Mediterraneo realizzano di  nuovo il sogno di Caterina II di navigare nei mari caldi, ma anche perché l’altro osso duro, il sultano turco Erdogan, ha approfittato per riallungare lo sguardo e le mani sul vecchio possedimento dell’impero ottomano. 
E qui si evidenzia ancora una volta l’inconsistenza politica dell’Europa e in particolare dell’Italia che ha avuto tutto da perdere dalla caduta di Gheddafi in termini di influenza, di rapporti commerciali, di protezione di fonti energetiche, di immigrazione. 

L’Italia che, a differenza di altri paesi con istituzioni e tradizioni più solide, assai raramente ha trovato forme di convergenza in politica estera tra maggioranza e opposizione, sarà capace di perseguire con un Parlamento coeso l’obiettivo dell’interesse del Paese o si condannerà all’irrilevanza, come sostiene il maestro di relazioni internazionali Sergio Romano? Si è accorta troppo tardi, (miopia della sua diplomazia o cecità dei suoi governanti), che la partita libica si stava giocando a Mosca, Ankara, Cairo, Parigi, Berlino. 
Il tour de force dei viaggi di questi giorni del Presidente del Consiglio e del Ministro degli Esteri da una capitale all’altra, presentato con il solito corollario di risultati pomposi inesistenti, servirà forse a fini di immagine interna, ma  non certo a consegnarci un ruolo nella politica internazionale. Al Governo manca tuttora il realismo di un’idea, di una proposta, di un piano a lungo termine.

Fino al giugno del 2019 (Gheddafi fu assassinato nel 2011) il Governo non ha valutato le conseguenze dell’enorme pressione demografica dell’Africa che richiedeva una politica diversa; non si è reso conto che il conflitto intra-libico non poteva essere arginato con le belle parole, con l’invito alla moderazione, con l’ospedaletto da campo, con alcuni istruttori di marina, come se si potesse giocare di fioretto con chi aveva alle spalle fior di paesi con relativi armamenti e appoggi politici.

Nessuno dei vari Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte ha letto gli avvisi della struttura diplomatica sulla complessità tribale del paese, sulla corruzione che vi impera, sulla collusione con la delinquenza che ha fatto del business del contrabbando di petrolio e di carne umana lo strumento di sopravvivenza, potendo anche contare su complicità statuali. 
Oggi alla Farnesina c’è Di Maio, la cui non conoscenza del terreno della politica estera e in particolare della realtà libica, combacia perfettamente con l’ignavia dell’Unione Europea ancora restia a prendere in mano la situazione.

E’ circolata voce che il tandem composto dal Ministro degli Esteri e e dal Ministro della Difesa, che gioco forza nelle crisi internazionali debbono agire all’unisono, abbiano abbozzato l’idea di replicare in Libia, con l’assenso di Conte e l’avallo delle Nazioni Unite, il modello della presenza italiana in Libano. Premesso che le NU, che hanno pubblicamente riconosciuto Serraji come capo del governo legittimo libico, escono da questa vicenda completamente ridicolizzate, c’è da sperare che si tratti di una pura invenzione di qualche buontempone. Il corpo di interposizione tra Israele e Libano opera con l’assenso dei due Stati coinvolti, su un confine territoriale riconosciuto da entrambi, mentre un contingente italiano armato in Libia cioè in una zona considerata, a torto o a ragione, occupata dall’uomo forte di Bengasi, e con la presenza nei due schieramenti di truppe turche e di consiglieri e mercenari russi non farebbe altro che irritare il nazionalismo libico (dall’una e dall’altra parte), con il rischio di invischiare i nostri soldati in operazioni di guerriglia.

Si è anche parlato, della gaffe italiana e dello sgarbo libico quando Serraji, non si è presentato a Roma dopo che Conte aveva incontrato Haftar. Questa interpretazione può essere plausibile solo per chi non conosce i libici, né la tortuosità dei ragionamenti arabi, né la difficoltà di capirsi attraverso traduttori, foriera di troppi malintesi. 
Del resto la cosa si è ripetuta a Mosca dove i due litiganti, invitati sulla base dell’intesa Putin-Erdogan, non si sono incontrati.
Grande è stata l’irritazione della diplomazia russa speranzosa di poter mettere il sigillo su un vero armistizio in attesa della formalizzazione dell’accordo politico la cui bozza non è stata firmata da Haftar in attesa di ottenere l’assenso delle tribù che lo sostengono e che chiedono compensi nel puro stile saraceno. Sicché la Russia non ha potuto fare altro che riconoscere lo status quo della situazione sul terreno con le forze del generale ribelle che assediano la capitale libica e Misurata.

*Torquato Cardilli, già Ambasciatore d’Italia
in Albania, Tanzania, Arabia Saudita ed Angola

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