lunedì, 9 20 Dicembre19

GUERRA di LIBIA. l’Esercito Italiano visto da Jean Carrère, un amico della “Nuova Italia”

 Jean Carrère fu ferito a Tripoli ,
giunto a Napoli, venne acclamato dalla folla in attesa

Raffaele Panico

Così Jean Carrère scrisse durante il governo Giolitti: “l’esercito italiano, fino alla vigilia della guerra di Libia, era per tutti, forse per gli stessi italiani, sconosciuto”. Brillante penna Carrère, partecipe ad un tempo ad una visione dannunziano della vita ed anche all’attivismo dei futuristi italiani È infatti ancora lui a scrivere: “La guerra è un filtro potente sulle anime, che trasforma ogni vizio in virtù!”.

Noi, osservatori a oltre cent’anni, dovremmo chiudere con un punto di domanda questa seconda celebre frase del francese che, tra l’altro, sostiene anche, e ancor di più: “La guerra uccide dei corpi, ma crea delle anime!”
Forse, più futurista lui, del Marinetti della celebre frase “La guerra la sola igiene del mondo”. Oggi le “bombe intelligenti”, cosiddette intelligenti per indorare la pillola, lanciate sulla Libia nel 2011, la dottrina politica militare dei “Volenterosi” sembrano propaggini malvagie, portate ad estreme conseguenze, da nipotini di Carrère-Marinetti, e gli effetti, sono da un finale che non c’è ancora e che ha l’acre odore di terribile reminiscenza storica di un inizio secolo, mai pensato, tanto meno voluto, da mente illuminata che generò altri terribili eventi bellici. Ed è iniziato così con coalizione di volenterosi dopo cent’anni…

Nel 1911 il corpo di spedizione italiano in Libia, a parte l’impresa navale nello stretto dei Dardanelli, e l’annessione della Provincia italiana dell’Egeo (circa 2.800 kmq, il Dodecaneso, sancita poi col Trattato di Losanna 1912) contava all’inizio ben 36.000 uomini per giungere poi a 80.000 uomini solo a terra, oltre la Regia marina militare che era già nei pressi delle coste tripoline e cirenaiche.
Chi era Jean Carrère? Era nato in Provenza nel 1868, giovanissimo lo vediamo portarsi a Parigi per studiare, dove poi, nel Quartiere latino diventa presto il capo della gioventù studentesca. La Sévérine, una giornalista scrittrice molto nota, lo descrive con questa efficace nota sul quotidiano “Gil Blas”: viene a trovarmi un giovane, quasi adolescente, con i capelli lunghi ed i baffi appena accennati, che con voce dolce pronuncia parole terribili, e che minaccia di sconvolgere l’avvenire, e di sostituire la letteratura seduta con quella a cavallo“. Carrère voleva affermare una nuova gioventù di scrittori e poeti tanto che scrive: debbono essere uomini d’azione, sempre e non rimanere testimoni inoffensivi, rinchiusi nel loro studio dietro i propri libri.
Le sue corrispondenze di viaggio lo fecero conoscere in tutta Europa. Lui amava l’Italia e lì si portò, a iniziare da Napoli, qui giunto, Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, lo invitarono subito a collaborare sulle pagine de Il Mattino. Per la morte del compositore Giuseppe Verdi, scrisse un pezzo, intitolato “Mediterraneo”, dove vi auspicava l’idea di un rilanciò, e necessario sincero avvicinamento, tra le due nazioni di Francia e Italia.
Nel 1903 ritorna a Parigi per organizzare la festa che la stampa francese diede alla stampa italiana in occasione della visita di Vittorio Emanuele III. Nel 1904 Carrère è nuovamente invitato da Scarfoglio a Napoli, poi si trasferisce a Roma nel 1906 come corrispondente di giornali francesi. In Calabria è corrispondente in occasione dei primi terremoti già nel 1907, per poi ritornarvi l’anno successivo con la devastante distruzione di Reggio Calabria e Messina, in questa occasione scrisse La terre tremblante. Nel 1911 si porta a Tripoli, per seguire l’impresa italiana, e vi rimase ferito in un attentato perché amico dell’Italia. Al suo ritorno venne accolto trionfalmente sia a Napoli che a Roma, dove infine si stabilì definitivamente fino alla sua morte.
Il ferimento del cronista di guerra Jean Carrère avvenne nella notte tra il 30 novembre e il primo dicembre del 1911. Il giornalista francese Carrère veniva aggredito e ferito da uno sconosciuto a Tripoli. Le cronache del tempo attribuiscono il gesto omicida agli ordini impartiti dal Comitato Giovane Turco – per Unione e Progresso. Il giorno dopo la guerra proseguiva con avanzamenti del fronte italiano orientale: il 52° battaglione della fanteria, il battaglione alpini Fenestrelle, i battaglioni bersaglieri 15° e 33° e della 2a compagnia Zappatori del Genio, dopo un’intensa attività dell’artiglieria, avanzavano e migliorare tutte le postazioni militari. Il 3 dicembre le bandiere dell’11° bersaglieri e dell’84° fanteria venivano premiate e incoraggiate con la medaglia d’oro per le gloriose giornate del 23 e 26 ottobre. Le truppe intanto si preparavano ad un’azione che doveva aver luogo il giorno dopo e doveva condurre alla conquista di Ain-Zara. Ain-Zara, a pochi chilometri da Tripoli, un sito importante: era un centro di raduno e di resistenza delle truppe regolari turche, perché era fornita di acqua sorgiva e perché era una base vicina al mare e ai rifornimenti.

Ancora durante la conferenza per il Trattato di pace di Parigi le potenze vincitrici discutevano se lasciare la Libia (colonia pre-fascista) e già costituita in regioni metropolitane di Tripolitania, Misurata, Sirtica e Cirenaica e il Territorio interno alla nuova repubblica italiana uscita dalle ceneri del Regno d’Italia e d’Albania e Impero in Africa italiana. Irremovibili condizioni, non lasciarono l’antica Libia e il suo popolo così vicini per sentimenti e intenti e memore di tanto splendore passato – Leptis Magna, Cirene, al governo di Roma e all’operosità sincera degli italiani. Roma, sottoscrisse, e forse oggi è del tutto chiaro ed evidente, una ingiusta condizione di resa militare con inchiostro rosso dell’8 settembre 1943, un duro colpo alla prosperità e alla pace tra i popoli già vicini e uniti da cultura e civiltà, koinè dell’antico e nuovo Mediterraneo ancora… in divenire.

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