lunedì, 9 20 Dicembre19

A colloquio con Andrea Manco sul senso di appartenenza degli Italiani d’Istria

L’EGEMONIA DELL’ AMORE SULL’ ODIO.
NEL RICORDO DEI NOSTRI COMPATRIOTI ISTRIANI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ad Andrea Manco sta realmente a cuore la cifra dell’amore. Perché può sconfiggere l’odio lontano dalle secche della retorica. Il carattere d’autenticità dei legami di sangue e di suolo deraglia dalle banalità scintillanti dell’inane propaganda in virtù del senso di appartenenza trasmessogli dalla saggia ed energica Mamma (con lui nella foto), originaria di Pola.

La chiarezza cristallina e l’irrinunciabile onestà, legate, a filo doppio, al rapporto con la terra natìa, resa rossa dalle cave di bauxite e disseminata dagli inghiottitoi conosciuti oggi, dopo oltre mezzo secolo di deplorevole negazionismo, con il nome di foibe, mandano a carte quarantotto qualunque, discutibile ragione di partito. Indicando la rotta giusta. La rimozione che ha messo altresì in discussione il nesso tra le atroci esecuzioni sommarie compiute dai titini e il mesto esodo giuliano dalmata trova ancor oggi l’approvazione degli ostinati seguaci dei partiti presi avvezzi a battere i pugni sul tavolo blaterando sulla libertà. Per poi incatenarne l’anelito vitale alle implicazioni politiche esacerbate dalla malafede.

Non si tratta, però, di prendere di mira la gente venuta meno ai giuramenti alla Patria o i seguaci del mito resistenziale. Le presunzioni d’innocenza, al pari delle pretese di legittimazione d’ambo le parti, lasciano il tempo che trovano. Appare più utile riflettere in merito all’inattesa sintonia di Piero Fassino coi fautori del valore della tradizione, ed ergo dell’ordine naturale delle cose, allorché l’apertura degli archivi inasprì ulteriormente le sterili ma cocciute obiezioni di quelli che Giampaolo Pansa (nella foto) definisce i gendarmi della Memoria.

Lo stesso coraggio anticonformista fu dimostrato, a ruoli capovolti, dall’audace Italo Balbo, gerarca col cuore del condottiero alieno a qualunque forma di servilismo, quando si oppose alle leggi razziali garantendo sulla profonda franchezza degli italiani di fede giudaica. Divenuto Delegato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia a La Spezia, Andrea è andato subito oltre lo sterile gioco delle parti. Il desiderio di continuare a mettere il bavaglio al legittimo bisogno di aprire le stanze buie della Storia offende le sofferenze patite da trecentomila compatrioti costretti all’esilio da una violenza pianificata con atroci azioni d’infoibamento.
La disumana liquidazione degli italiani contrari al diktat comunista e la diretta conseguenza del trasferimento da Pola, Fiume, Parenzo, Rovigno ed Abbazia rappresentano una spada di Damocle per gli ipocriti riformatori decisi a portare avanti la scorrettezza dei manifesti programmatici. 
Nel ricordo anch’essi dei capostipiti che abbracciarono le armi in nome di un peculiare credo rappresentativo. Ed è qui il punto che Manco è riuscito a cogliere sulla scorta di una linearità dell’animo estranea a chiunque confonda la discutibile lotta di classe con lo slancio della liberazione. Il segno d’interesse alimentato dal vincolo con i progenitori coinvolti in un conflitto fratricida, che trasformò il Bel Paese in un teatro a cielo aperto attanagliato dai progetti di sterminio e pulizia etnica, costituisce la chiave di volta per comprendere il dolore nascosto di coloro che divennero invece incolpevolmente oggetto di scambio al Trattato di Parigi. Con Alcide De Gasperi costretto a rappresentare un Paese sconfitto pieno di gente e gentaglia che si reputavano vincitori.

I bastoni messi tra le ruote a una ricerca doverosa e chiarificatrice anche sul piano dell’etica civile, al centro in altre vesti di molteplici film d’impegno caldeggiati dagli alfieri della defascistizzazione, stentano ad acquattare le gravi responsabilità. Connesse all’onda delle persistenti omissioni, degli immancabili rallentamenti, delle passioni, inasprite da stolte discipline di congrega ed esasperati allineamenti, agli antipodi con la serenità necessaria a un’analisi corretta. Ma, al di là della limitazione di fiducia contemplata a discapito di qualsivoglia verità storica volta a rivedere le scelte di opposizione al Terzo Reich, sfociate in un sistema di coercizione e di morte ritenuto per anni dai soliti adepti giustificazionalisti frutto dell’impronta iniziale di timbro opposto, l’affetto tributato nei confronti dei progenitori schierati coi partigiani o coi repubblichini taglia la testa al toro. Chiudersi nel proprio bozzolo, inventando di sana pianta scuse e pretesti, resta l’ultima spiaggia degli individui ipersensibili per le faccende personali ed ergo insensibili per quelle altrui. Tuttavia l’indiscutibile coraggio degli abitanti dell’Adriatico orientale, che, nello scegliere di non rinnegare la terra dei Padri senza assumere però pose tracotanti ed efferate, secondo l’arguto scrittore Dino Messina sposarono per due volte l’attaccamento all’italianità, una con la nascita, l’altra dinanzi al raccapricciante diktat della Frontiera, trova in Andrea un precursore coriaceo.  Che non sogna a occhi aperti.
Bensì vive e si prodiga nella piena consapevolezza che il rispetto per il passato, scevro dagli abietti seppur inevitabili eccessi dettati dalla macabra concorrenza della cosiddetta “guerra tra spettri”, contribuisce all’idonea confluenza del presente col futuro. Guardare all’avvenire senza più celare le vittime della questione adriatica, né ridurne a scala ridotta l’altissimo numero dei caduti confermato dagli archivi più qualificati, resta l’antidoto migliore contro la politica dei falsi pentimenti. Brava solo a incartare confetti consolatori. L’abnegazione, invece, per cui Andrea Manco spende ogni fibra del suo essere, nel sopperire al colpevole ritardo della storiografia accademica, rea di credere altrimenti di attribuire una verginità ai nemici di sempre col riconoscimento delle sofferenze patite nella penisola autoctona dagli esuli istriani, basterebbe, di per sé, a trascendere le tempeste polemiche che continuano a lacerare lo Stivale. Bisogna dar voce alle testimonianze sommesse della gente reduce dal Campo profughi del Silos di Trieste, dalla strage di Vergarolla, ignorata dai testi scolastici, dal treno della vergogna, quando il convoglio che trasportava ad Ancona gli esuli provenienti da Pola pagò dazio all’ennesimo eccesso di politicizzazione.

Con l’avviso del PCI (Se i profughi si fermano per mangiare, lo sciopero bloccherà la stazione) che dovrebbe spingere adesso chi lancia retorici appelli in favore dell’accoglienza a cospargersi il capo di cenere per via di certe contraddittorie distinzioni.
Il latte buttato per sfregio sulle rotaie, all’infido scopo d’inficiare il soccorso prestato dalla Pontificia Opera di Assistenza e dalla Croce Rossa Italiana, col rischio di acuire la disidratazione dei bambini a bordo, era un atto di acuminato odio. L’emigrazione di connazionali inermi, estranei ad azioni efferate, divenne la chiara condanna e una ragione di imbarazzo per un posto decantato dai proseliti dello stalinismo alla stregua del paradiso della giustizia.
L’inferno dell’angheria, al contrario, giunto insieme al mutamento degli affascinanti abissi carsici in raccapriccianti luoghi di sepolcrale alterazione, non lasciò scelta ai nostri connazionali. La determinazione dell’empio confine, le discussioni sulla consistenza numerica tanto dei martiri quanto degli esuli, l’attitudine a ridimensionare le colpe, il giustificazionismo frammisto ai focolai di negazionismo non intaccano comunque affatto la fragranza della verità. Lo spirito prevale sulla materia. Andrea Manco intende diffondere questa sacrosanta egemonia. Senza dare adito ai colpi di gomito e ai segni di ammicco di chi la pensa allo stesso modo. Ma chiamando a raccolta chiunque sente le stesse cose. Perché certe volte il cuore, alimentato dal senso di appartenenza, conta più del cervello.
Schiavo degli imperativi faziosi. Le forzature della contestualizzazione degli orridi eventi, ritenuti scomodi, devono perciò cedere il passo all’equanime comprensione di episodi dolorosi e negletti. Ed è più importante di ogni malizioso sforzo profuso in empie fasi di convinzioni pubbliche, da qualunque rotta esse provengono, giacché liberarsi dal settarismo significa capire il motivo per cui Patria e Civiltà costituiscano, a dispetto degli assurdi àut àut, l’assoluta spina dorsale  dei “migliori angeli dell’indole umana” cari ad Abraham Lincoln. 

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1). D / A dispetto dell’occultamento da parte dei detrattori del revisionismo, Piero Fassino (nella foto) sedici anni fa ebbe modo di dire: “Non chiudiamo gli occhi di fronte al dramma delle foibe e dell’esodo degli italiani dall’Istria e dalla Dalmazia, una tragedia troppo a lungo rimossa nella coscienza civile degli italiani”. Quanto conta l’impegno di persone, sensibili ai vincoli di suolo e di sangue, per preferire ad atroci puntigli l’onestà del discernimento rendendo onore agli italiani rimasti per anni senza Patria, rispetto né voce?
R / Penso che Piero Fassino può essere considerato come una sorta di “pioniere” della sinistra sul tema delle foibe nonché della tragica e vergognosa vicenda del confine orientale durante, e soprattutto dopo, la Seconda Guerra Mondiale, dimostrandosi un uomo libero di lodevole onestà intellettuale, sebbene la sua netta presa di posizione, grazie al probo riconoscimento che ha citato lei, sia arrivata soltanto l’anno prima dell’istituzione del “Giorno del Ricordo” grazie alla Legge 30 Marzo 2004 n.92, e quindi dopo quasi 60 anni di vergognoso silenzio politico imposto dalla sinistra italiana. Alle sue dichiarazioni, poi, ne sono seguite altre, ad esempio quella dell’On. Luciano Violante, ex Presidente della Camera ed erede proprio di quel PCI che manipolò la vicenda dei nostri Italiani dell’Istria, di tutta la Venezia Giulia e della Dalmazia, creando ad hoc ignobili falsità storico-politiche anche dentro le pagine dei libri di Storia per tutti questi anni. Violante, infatti, disse: “Insultati, umiliati, dimenticati. L’esodo della vergogna … L’Italia ha un debito morale e materiale con loro, che va pagato”.
Non dimentichiamo che la Legge che ho citato venne dunque votata con la maggioranza del Parlamento favorevole. Votarono contro solo i Comunisti Italiani e Rifondazione Comunista. Noi discendenti diretti degli Esuli (mia madre è nata a Pola) assieme ai nostri “veci” abbiamo il dovere morale di continuare su questa strada per onorare innanzi tutto le migliaia di morti infoibati per mano dei comunisti partigiani jugoslavi del maresciallo Tito, che pagarono con la loro vita la propria Italianità, e allo stesso tempo per ricordare la tragedia degli altri circa 350.000 Italiani, come mia madre, che dovettero abbandonare tutto per rimanere Italiani e preservare l’esistenza.
Grazie all’intervento dei Comitati provinciali delle nostre Associazioni degli Esuli sparsi in tutta Italia, cerchiamo da sempre di far conoscere alle nuove generazioni il dramma subìto dalle popolazioni del confine orientale in quel periodo storico, collaborando nell’arco di tutto l’anno assieme alle scuole medie e superiori e alle Amministrazioni Comunali per organizzare dibattiti, proiezioni, incontri e soprattutto testimonianze dirette, ma anche per essere istituzionalmente presenti nei Consigli Comunali Straordinari che sono celebrati il 10 Febbraio di ogni anno dal 2004.
Devo dire che a La Spezia, città in cui sono Presidente Delegato dell’A.N.V.G.D. dal 2017, dopo un burrascoso avvio di queste celebrazioni in cui il secondo anno dopo l’istituzione di siffatta Legge invitarono in totale mala fede a parlare una nota negazionista, i rapporti con l’allora Amministrazione di sinistra sono stati intensificati e certamente migliorati grazie specialmente al mio predecessore, lo scomparso pittore Vittorio Sopracase, esule istriano con padre infoibato (i titini gli portarono via il padre quando aveva solo 3 anni, ed ergo non poté mai più rivederlo) che ha saputo costruire con il Sindaco del PD Massimo Federici un ragguardevole rapporto costruttivo basato sull’opportuna sincerità storica dei fatti, dettata dal racconto di tragiche vicende personali che hanno fatto breccia nell’onestà intellettuale del primo cittadino portandolo a scusarsi, per ben quattro anni, a nome della città di La Spezia, per come i nostri esuli vennero miseramente accolti in un clima di odio ideologico costruito dalla falsa propaganda dei comunisti di allora.
Nel febbraio del 2017, durante la celebrazione del Giorno del Ricordo, ultimo anno di mandato del Sindaco Federici, gli abbiamo voluto consegnare una targa per ringraziarlo del coraggio politico dimostrato che gli ha causato non poche critiche dalla sinistra più insensibile ed estrema. Ritengo che questa sia la strada su cui le nostre Associazioni devono proseguire, anche perché la nostra non è mai stata una vicenda politica, bensì identitaria. Tutt’oggi infatti gli ottimi rapporti con l’attuale Sindaco Pierluigi Peracchini del centro destra, persona d’indubbia umanità e sensibilità, ci hanno permesso di far sì che il Comune di La Spezia deponga anche una corona il 10 Febbbraio presso una Madonnina in Piazza Martiri delle Foibe che ricorda appunto il dramma dei Giuliano Dalmati.

2). D / È quindi la serietà della coscienza l’antidoto contro il gioco delle parti e quella che Marco Tarchi ha chiamato la guerra tra spettri?
R / È proprio così. Ritengo infatti che i “morti” sono “morti” e dunque vanno rispettati indipendentemente dal loro colore politico. Anche perché gli unici colori apolitici che i “nostri morti” avevano sempre e solo onorato erano il verde, il bianco e il rosso. Quelli della bandiera italiana. 
Indro Montanelli (nella foto) disse: “Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente”. Mentre lo scrittore cileno Luis Sepulveda scrisse: “Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro”. Dunque il ricordo di tutti i tragici fatti del passato ci deve sempre aiutare nella costruzione di un mondo più giusto, senza paragonarli per importanza storica o di vittime subite, ma soltanto onorandoli allo stesso livello di importanza storica ed emotiva, per comprendere fino in fondo e cercare, dunque, di prevenire in futuro altre simili ondate di violenza ai danni di compatrioti inermi e incolpevoli. Le due Associazioni di cui faccio parte, l’A.N.V.G.D. (Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia) come Delegato Provinciale ed il L.C.P.E. (Libero Comune di Pola in Esilio) come Consiglere Nazionale con il mandato di “Assessore per la divulgazione tra i giovani”, hanno come unico scopo quello di ricordare la storia dei nostri connazionali del confine orientale e, dunque, l’impegno a divulgare quei tragici fatti affinché oggi tutti possano conoscere e sapere, al pari della tragedia dell’Olocausto che certamente non ha necessità di essere “supportata” con grandi sforzi divulgativi dalle sue Associazioni. Com’è giusto che sia, ci mancherebbe.
E non si tratta di equipararli, ma neanche di accettare doppie morali, come invece ancora oggi spesso avviene. Non bisogna mai dimenticare che l’Italia perse la Seconda Guerra Mondiale e che il prezzo della sconfitta fu pagato dalla sola popolazione Giuliano-Dalmata. Sono spesso criticato perché non festeggio il giorno della liberazione del 25 Aprile. Il motivo è molto semplice: per la nostra Gente, in quella parte d’Italia, quel giorno non fu un giorno di festa. Nelle terre italiane del confine orientale ben altri “liberatori” arrivarono a occupare quelle città dando inizio a rastrellamenti notturni, processi sommari, campi di concentramento, infoibamenti e stupri. E mentre nelle altre regioni d’Italia si festeggiava, in Istria e in tutta la Dalmazia si instaurava una nuova dittatura, quella comunista. Mentre a Roma si ballava nelle strade, da Gorizia in giù, fino a Zara, i colpi sulle porte delle case con il calcio di un fucile preannunciavano il rapimento dei capifamiglia, spariti a migliaia nelle notti. Le conseguenze di tali violenze furono catastrofiche: persone trucidate brutalmente, lo svuotamento del 90% dei territori d’insediamento storico e, per centinaia di migliaia di profughi, la condanna a una vita di stenti e sacrifici. Vennero semplicemente annullati i diritti umani più elementari per una generazione intera, per una classe di persone che si sentiva e che era davvero parte di una comunità nazionale, ma che non fu riconosciuta come tale. Anzi. Migliaia di Italiani colpevoli qualche volta di avere indossato una camicia nera, ma altre volte di essere carabinieri, poliziotti, finanzieri, maestri, professori, operai, farmacisti o addirittura preti, e nella stragrande maggioranza dei casi colpevoli solo di essere Italiani, furono uccisi in modo orrendo, gettati a morire lentamente in cavità naturali dei territori carsici, le foibe. Vennero uccise persone qualunque al solo scopo di spaventarne altre, ed obbligarle così a fuggire da quelle terre.
In una intervista al giornale Panorama del 21 luglio 1991 Milovan Gilas, braccio destro del maresciallo Tito, dichiarava: «Nel 1946, io e il mio compagno Edward Kardelij fummo mandati in Istria a organizzare la propaganda anti italiana… bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni di ogni tipo. E così fu fatto». Dunque, due protagonisti di primissimo piano del partito comunista jugoslavo di allora, impegnati a cacciare con «pressioni di ogni tipo» gli italiani dalle loro case, dal loro lavoro, dalle loro terre. Tra queste pressioni ci furono il terrore e il massacro: fu una vera pulizia etnica.

3). D / Ai tempi della vittoria della Nazionale italiana ai Mondiali del 1982 è avvenuto un episodio destinato a segnare la sua vita. Dopo quanto ha appreso la verità sull’esodo giuliano dalmata e sulle ondate di violenza con le Foibe trasformate in orrido punto di raccolta dei compatrioti colpevoli solo di amare la loro Patria?
R / Avevo circa 13 anni allora, e della storia di mia madre e di ciò che accadde nel confine orientale non ne sapevo nulla, anche perché sui testi di Storia scolastici questa tragedia non era nemmeno accennata. Ero ancora un ragazzino spensierato interessato solo a giocare a pallone e a sciare. L’11 Luglio 1982 l’Italia vinse la finale contro la Germania Ovest con un secco 3-1. Ebbene quella notte successero due fatti che, inconsciamente, segnarono la mia vita per sempre. Subito dopo il fischio di fine partita telefonò a casa il padre di un amico e compagno di scuola che chiese il permesso per venirmi a prendere e andare in giro per la città a sbandierare con l’auto per la vittoria della nostra Nazionale. Ricordo bene che mio padre acconsentì immediatamente, sottolineando però l’impasse di non disporre di una bandiera tricolore da sventolare. Ricordo anche bene l’immediato cambio di umore nel viso di mia madre, un miscuglio di sentimenti di gioia ed incertezza che non compresi subito, se non molti anni dopo. Poi ricordo che lei si alzò dal divano per dirigersi in camera da letto, a rovistare dentro un armadio che non apriva spesso. Quando tornò in salotto, mentre io aspettavo alla finestra l’arrivo dell’auto del padre del mio amico, aveva in mano una bandiera italiana non grandissima e fatta di una stoffa ruvida che mi sembrò da subito “vecchia” e quasi non adatta all’occasione. Infatti nella mia innocenza di ragazzino, ne avrei voluta una grande e nuova, di quelle di tessuto leggero che sventolano con appena un filo di aria. Ricordo l’intensità dei suoi occhi lucidi mentre mio padre la legava a un bastone di legno rimediato nella dispensa. Non li dimenticherò mai, sebbene allora pensai fossero in un certo senso magnetizzati dalla vittoria della Nazionale. Poco dopo arrivò l’auto e, prima che potessi uscire, mia madre mi disse “è una bandiera molto speciale, Andrea, devi sventolarla con onore perché rappresenta tanto per me”. Così feci durante quei festeggiamenti, tant’è che sulla strada di ritorno, dopo un paio di ore, un ragazzone corpulento riuscì a strapparmela dalle mani e il padre del mio amico mi convinse a lasciare perdere benché io insistessi per tornare indietro a riprenderla. Ricordo solo che percepii qualcosa di forte nel mio animo di ragazzino, qualcosa di simile allo sgomento e una tristezza che non avevo mai provato fino ad allora. Poi, quando tornai a casa e raccontai l’accaduto con sincero dispiacere, mia madre mi rassicurò dicendomi che non era successo nulla di grave. Molti anni dopo venni a sapere che aveva pianto per tutta la notte. Quella bandiera le era stata consegnata da una signora anziana sulla motonave Grado che, assieme alla famiglia di mia madre, li stava portando da Pola a Trieste durante uno di quei tristissimi viaggi dell’esodo.
La signora aveva sventolato quel tricolore, così come avevano fatto tutti gli altri Italiani presenti sulla nave, guardando per l’ultima volta la loro città natale, con l’Arena romana affacciata sul porto, in segno di commiato dalla loro Patria, dalla città dove erano nati e cresciuti, che non sarebbe mai più stata Italia. Quell’anziana signora la consegnò poi nelle mani di mia madre in quell’ultimo viaggio del Febbraio del 1947, spiegandole che la sua destinazione sarebbe stata l’Australia e che, dunque, quella bandiera non avrebbe più potuto sventolarla. “La lascio a te, Elda” disse quella signora a mia madre, “perché avrai certamente occasione di tornare a sventolarla in Italia”. Quando mia madre mi raccontò questa storia avevo circa 30 anni e compresi tutto il profondo significato di quella bandiera italiana e della grande storia di umanità intrisa di Patriottismo che essa racchiudeva in sé.
Fu terribile per me ricordare di averla persa, ma allo stesso tempo fu l’inizio del mio comprendere e voler sapere. Tornando sempre al giorno in cui l’Italia vinse i Mondiali di calcio nel 1982 ricordo anche di aver ammirato le foto e l’intervista dell’allora Presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini sull’aereo Alitalia di ritorno dalla Spagna mentre giocava a carte con l’allenatore della Nazionale Bearzot e alcuni calciatori, notando sempre negli occhi di mia madre un certo scetticismo chiuso in un silenzio mesto e remissivo. Anche in questo caso compresi solo in età avanzata il motivo di quel sommesso rimescolamento. Nel Maggio del 1980, dunque solo due anni prima la magica vittoria della Coppa del Mondo di calcio, il Presidente Pertini era andato ad onorare la bara del maresciallo Tito durante i funerali di Stato in Jugoslavia, definendolo “il suo caro amico”. Mi domando tutt’oggi come è stato possibile questo da parte di un Presidente della Repubblica Italiana che avrebbe dovuto rappresentare tutti gli Italiani, essendo a conoscenza dei massacri e infoibamenti voluti da Tito stesso contro i nostri connazionali dell’allora confine orientale? Oggi conosco la risposta storica e politica, essendoci stato il tacito consenso da parte dei vertici del Partito Comunista Italiano di allora alle violenze dei partigiani jugoslavi con la stella rossa.
Oggi sappiamo che nelle foibe i primi a finirci dentro furono proprio i nostri partigiani bianchi dei comitati di liberazione nazionale del confine orientale,
contrari fin da subito all’annessione di quelle terre alla Jugoslavia di Tito, che non si fece mancare nessun tipo di violenza, fisica e verbale, contro le popolazioni italiane autoctone presenti in quelle terre dai tempi dell’Impero Romano.

4). D / È anche Consigliere del Libero Comune di Pola in Esilio (LCPE). La geografia emozionale del luogo natìo di sua madre rinsalda il sentimento di fiducia in un paese assillato dalla crisi d’identità?
R / Il Libero Comune di Pola in Esilio è la prima Associazione in cui sono entrato come Consigliere. Ogni anno infatti tutti gli Esuli da Pola si ritrovano nel loro raduno annuale nel capoluogo dell’Istria. Accompagnando mia madre in alcuni di questi viaggi ho avuto modo di apprezzare la bontà delle persone che da sempre cercano di tenere viva questa Associazione e la maestosità d’animo di tutti i partecipanti che arrivano da mezzo mondo per ritrovarsi in una “quattro giorni” d’incoraggiante ed elevato spessore emotivo. Per me è stato incredibile, avendo perso il contatto con molti dei miei ex compagni di scuola, percepire come queste persone possano ritrovarsi ancora in età molto avanzata dopo quasi 70-80 anni con lo stesso entusiasmo e amore che certamente avevano quando giocavano assieme da bambini. 
I loro ricordi, i loro racconti, le loro micro-storie, che si vanno armoniosamente ad appaiare alla Grande Storia degli Italiani, mi hanno convinto a entrare in questa Associazione innanzitutto per cercare di essere di supporto a chi da sempre tiene vivi questi ricordi. Le tragiche e dolorose vicende che hanno subìto, chi più chi meno, sono una specie di collante ad animi impreziositi dal profondo senso di appartenenza. È qualcosa di magico, difficile da poter descrivere, ma che si percepisce appieno solo stando in diretto contatto con persone così attaccate ai vincoli d’irreprensibile ed equanime fedeltà al territorio patrio. La nostra Associazione si adopera in diversi progetti annuali che hanno come unico scopo il doveroso ricordo di tutto ciò che ha avuto a che fare con l’Esodo e le Foibe. Ma anche per cercare di unire, di saldare. Infatti dal 2011 durante questo “Raduno” organizziamo una partita di calcetto tra la nostra squadra (composta da eredi degli Esuli e dai reduci) e una squadra locale istriana appartenente a una Comunità nostrana. È un modo per stare assieme, per travalicare qualsiasi barriera ideologica e per ricordare tutti assieme che cosa è stato il passato, ma anche per rendere sempre più forte la “nostra” amicizia, al di là del risultato finale della partita in sé. È un modo altresì per rinsaldare il legame che ci unisce alla città di Pola e a tutta l’Istria in generale.

5). D / Al Megacine di La Spezia il film “Red Land – Rosso d’Istria”, a differenza ché in altre città d’Italia, è stato ricevuto con sensibilità ed entusiasmo. L’accoglienza è frutto di un’assenza di pregiudizio?
R / Il pregiudizio nei confronti della nostra Storia e dei nostri Esuli c’è sempre stato, così come c’è stato nei confronti di questo bellissimo e coraggioso film che ha raccontato la tragica vicenda di Norma Cossetto, torturata e stuprata dai partigiani comunisti titini prima di essere infoibata. Si tratta di un film emozionante ed erudito, diretto con estrema sensibilità e competenza dall’alacre Maximiliano Hernando Bruno (nella foto) e interpretato da attori che hanno saputo toccare il cuore degli spettatori. Tant’è che alcuni nostri Esuli hanno dovuto abbandonare la sala cinematografica prima della fine, non potendo continuare nella visione perché turbati dalla forza realistica ed evocativa delle scene capace quindi d’innescare il nitido ricordo di ciò che vissero di persona quando erano appena dei bambini.
Posso certamente affermare che a La Spezia, anche in questa occasione, siamo stati molto fortunati a trovare la disponibilità, libera da pressioni e pregiudizi di stampo ideologico, nel cinema Megacine.
A differenza, purtroppo, del vergognoso clima di attanagliante censura che ha accompagnato il film nel resto d’Italia, a causa anche delle inopportune e menzognere dichiarazioni di alcuni comitati dell’Anpi che, ancora prima dell’uscita nelle sale, hanno tacciato “Red Land – Rosso d’Istria” di bieco revisionismo. Boicottando con l’ostracismo preventivo, alimentato dall’odio, l’ingresso nel mercato primario di sbocco del cinema di un’opera in grado di rendere giustizia alla verità storica insabbiata e distorta per oltre sessant’anni. Queste situazioni fanno male non solo alla nostra Gente, ma a tutta l’Italia, perché, torno a ribadire, nelle foibe ci finirono per primi i partigiani dei comitati di liberazione orientale, contrari all’annessione di quelle terre alla Jugoslavia. Noi non conosciamo l’odio e, pertanto, non rispondiamo all’odio. Però non possiamo accettare nemmeno che l’onore e la storia dei nostri Esuli siano infangati per l’ennesima volta da coloro che si ostinano a celare gli atroci obiettivi di un cosciente progetto di sterminio della nazione italiana nella Venezia Giulia. Il film in tal senso è un capolavoro, e nei prossimi mesi faremo di tutto affinché possa essere anche proiettato nelle scuole. Perché conoscere significa rispettare, e rispettare significa onorare. Il nostro grazie al regista e a tutta la produzione, per aver onorato l’integrità morale ed etica tanto dei martiri quanto dei sopravvissuti allo sciovinismo comunista nei Balcani, sarà eterno.

6). D / Cosa è cambiato all’atto pratico con l’istituzione del Giorno del Ricordo? 
R / Con l’istituzione della ricorrenza annuale del Giorno del Ricordo, grazie alla legge del 30 marzo 2004, n. 92, molte cose sono cambiate in Italia. Innanzitutto proprio grazie a questa celebrazione si è potuto finalmente rompere gran parte di quel velo di omertà, ancora esistente, organizzando convegni e celebrazioni ufficiali alla presenza di Autorità e politici, ma specialmente alla presenza di un pubblico allargato alle scuole, medie e superiori. Inoltre si è potuto far conoscere la Storia dei nostri Esuli tramite testimonianze dirette, incontri dedicati ed opere artistiche (libri, documentari e cortometraggi) fino ad allora destinate soltanto agli iscritti delle nostre Associazioni. Va senza dubbio sottolineato che fino a qualche anno fa’ l’unica Associazione che si recava ad onorare i nostri morti era CasaPound, che il 10 Febbraio organizzava in molte città d’Italia delle fiaccolate alla presenza di sole bandiere italiane per deporre una corona sul monumento ai martiri delle foibe.
Mi sento orgoglioso di aver partecipato a più di una di queste fiaccolate, così come mi sento allo stesso modo orgoglioso di aver donato a un Sindaco di formazione comunista una targa in segno di riconoscenza per essersi scusato verso gli Esuli in nome di tutta la città per come furono accolti in passato in un clima di falsa ideologia politica costruita per gettare barche di fango sull’onore e il rispetto degli Italiani del confine orientale.
Tutt’oggi che viviamo in un clima di conoscenza più diffusa non ho alcun problema a partecipare a manifestazioni e dibattiti apolitici che hanno come unico scopo quello di far conoscere le vicende del nostro Popolo e, dunque, di ricordare. Perché l’amore profondo e sincero che i 350.000 Esuli dell’Istria, di tutta la Venezia Giulia e della Dalmazia, manifestarono e dimostrarono nei confronti della nostra Patria, deve essere la prova più tangibile di un grande insegnamento, che troppo spesso in passato abbiamo dimenticato.
Per tutto questo ritengo che meritano gli attestati di stima e di affetto di tutta l’Italia, perché spesso sono stati la parte più pura e sincera del nostro sofferto Paese. Giacché lontana da qualunque trionfalismo e dalla sterile propaganda.
Siamo sempre Italiani. E dobbiamo esserne fieri. Ne abbiamo ben donde. In virtù anche delle sofferenze patite da chi non ha voluto rinnegare il suo attaccamento al suolo patrio. Al rischio di esserne inghiottito o di doverlo abbandonare, suo malgrado, portandolo sempre nel cuore. Solo così, rendendo onore a chi ha pagato con la vita la propria italianità, potremo ricordare e sentirci oggi, come domani, delle persone migliori.

7). D / Giorgio Pisanò (nella foto) sostenne redigendo con purezza di cuore il libro “Storia della guerra civile” che la prima vittima di quel barbaro conflitto fu la fratellanza tra italiani. Ritiene che la piena conoscenza, senza remore e assurde scuse, dell’esodo, legato alle Foibe, possa sanare quel vincolo?
R / Giorgio Pisanò aveva ragione. Infatti grazie al becero clima d’odio che venne creato apposta nel dopoguerra per screditare il Popolo Giuliano Dalmata ci fu proprio quella frattura sociale e identitaria nella fratellanza che fino a pochi anni prima aveva accomunato tutti gli Italiani. “Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti. Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani. Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti” disse Winston Churchill. Questo la dice lunga su come fu manipolata ad hoc la propaganda del dopoguerra dalla strategia comunista italiana, al totale servizio di quella jugoslava del maresciallo Tito che, come ho già rimarcato, mandò in Istria i suoi due più fedeli e spietati aguzzini a organizzare la propaganda anti-italiana, con ogni mezzo e a ogni costo. Il nostro Governo filo comunista dell’immediato dopoguerra ha una gravissima responsabilità storica e morale per questo, perché lasciò carta bianca al boia infoibatore jugoslavo giustificando il suo operato come la giusta ricompensa per i fascisti delle terre del confine orientale.
In realtà i nostri nonni e i nostri genitori erano stati fascisti, o antifascisti, esattamente come tutti gli altri Italiani, dalla Venezia Giulia alla Sicilia. Questa macchinazione comunista tra guerra e dopoguerra ha fatto, dunque, più danni della grandine. Però non ha intaccato il sacrosanto sentimento di appartenenza a quelle terre per chi ha pagato un dazio ingiusto all’ignobile Trattato di  Parigi ma ha tenuto fede ai princìpi di partenza. Ed è una cosa fondamentale per noi figli degli esuli istriani. 

8). D / Con lo spettacolo teatrale «Magazzino 18» il cantautore e scrittore Simone Cristicchi ha realizzato un’ode sia agli esuli costretti ad abbandonare il suolo patrio sia alle vittime delle Foibe. Gli addetti all’informazione possono rimediare ai focolai di negazionismo?
R /Simone Cristicchi, con il suo ispirato ed emozionante spettacolo teatrale “Magazzino 18”, ha divulgato le vicende della nostra Storia a un pubblico composto da migliaia di persone in tutta Italia arrivando a ottenere un successo pazzesco e, forse, inizialmente insperato. Qualcuno ha scritto che per far conoscere la nostra vicenda “è riuscito a fare di più Simone Cristicchi in un paio di anni che non le nostre Associazioni in quasi 30 anni”. Penso che sia vero e che, dunque, uno spettacolo teatrale, se ben fatto, possa certamente essere la strada divulgativa più diretta. Specie se intrisa di sentimenti crudi e densi che arrivano al cuore delle persone. Non solo “quelle di parte”. Il mondo degli Esuli ha portato a teatro amici e conoscenti che erano a malapena informati sulla Storia del nostro Popolo. “Magazzino 18” è riuscito a colmare questa colpevole ignoranza storica dovuta alla disinformazione e all’oscurantismo politico creato nel dopoguerra dal PCI. Saremo sempre in debito nei confronti di Simone Cristicchi, anche perché non dobbiamo dimenticare le pesanti critiche e i reiterati tentativi di boicottaggio di una certa sinistra, fortunatamente sempre più esigua, che ancora basa il suo cieco odio sulle falsità politiche incapaci di smaltire l’ingiustificata rabbia quando la verità negata viene a galla grazie a chi fa corretta informazione. Con l’ausilio anche dell’arte dello spettacolo. Simone si è tenuto ben lontano dalla cifra dell’odio, limitandosi a raccontare ciò che veramente accadde nelle terre del confine orientale con monologhi densi di sentimento e privi di rancore, bensì carichi di emozioni condivise ed emblematiche canzoni eminentemente profonde. Credo che il suo successo sia dipeso proprio dall’inusitata capacità di raccontare una drammatica storia vera ma “inedita” per molti italiani, lasciando fuori dal teatro le colpe e le responsabilità politiche ma limitandosi a voler far conoscere e raccontare l’odissea del Popolo Giuliano-Dalmata. Proprio ciò che le nostre Associazioni fanno da sempre, anche perché la nostra non è mai stata una vicenda politica, ma legittimamente e orgogliosamente identitaria.

 MASSIMILIANO SERRIELLO

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