Autore: Massimiliano Serriello

SIAMO TUTTI FIGLI DI MARIO VERDONE

LO STUDIOSO DI CINEMA CHE HA CONIUGATO LA RICERCATEZZA AL CARATTERE DI PRESA IMMEDIATA

Alberto Moravia (nella foto) riteneva inutile sprecare troppe parole in merito al successo di pubblico della commedia all’italiana. Nella sua rubrica di cinefilia sulle pagine del settimanale L’Espresso, dinanzi all’implicito diniego dei lettori che gli chiedevano perché promuovesse ad ampio oggetto di analisi la cifra stilistica degli astrusi film d’autori ignorati dalle masse anziché recensire quelli visti da tutti, lo scrittore capitolino rilevò l’impasse del filone autoctono. Nato sulla scorta della commedia dell’arte, trasmessa di bottega in bottega sino ad approdare al Pantheon della fabbrica dei sogni come versione satirica del Neorealismo. Amato dalla critica ma bocciato al botteghino.

Il Tempo resta, tuttavia, un giudice più assennato di qualunque teorico schiavo dell’impressionismo soggettivo. L’allarmismo creato dal Coronavirus, con plotoni di cinesi muniti di mascherina per la bocca che marciano per le strade dell’Urbe spingendo i cittadini romani a cambiare bruscamente direzione, genera cortocircuiti esilaranti nel tran tran giornaliero. Sul versante del ridicolo involontario intento ad amalgamarsi, anziché nei discussi rigurgiti di xenofobia, ai tratti di schietta umanità presenti in ogni persona perbene. Impreziosita dalla magia del quotidiano, sostenuta dai maestri neorealisti, insieme al sapido valore terapeutico dell’umorismo ed ergo dell’idonea naturalezza. Che, fuori da qualsivoglia facezia, nutre stima per la dignità palesata da una razza aliena alla tendenza all’iperbole. 

Lo sa bene Carlo Verdone (nella foto). Al punto da chiudere il malin-comico affresco sul mondo dello spettacolo cabarettistico C’era un cinese in coma  sulla scorta della capacità di far ridere amaramente di far riflettere ironicamente gli spettatori sul sempiterno gioco degli equivoci. Connessi, sia in prassi sia in spirito, allo scoglio delle prevenzioni. Messe alla berlina dalla sana consapevolezza che la vita stessa è un palco foriero di colpi di scena talora bizzarri. Che nulla tolgono alla simpatia e al sostegno che non bisogna mai far mancare a un popolo tenuto alla larga dagli ignoranti convinti di dovergli cedere, oltre al lavoro, altresì la salute. Carlo sapeva che erano tutte ‘pinzillacchere’ sin da quando ad appena dieci anni si recò per la prima volta con il padre Mario a Cinecittà. Capì immediatamente di essere figlio di un uomo importante. Ciò nondimeno ha voluto seguire un proprio percorso per porre in risalto il ridicolo involontario che alberga anche nelle pose maggiormente austere e discriminatorie. Ritenute impermeabili agli immancabili sfottò.  A pochi giorni dalla settimana Fashion di Milano, con la Campagna Nazionale della Moda Italiana che lancia la campagna «China We Are With You», in quanto «è meglio creare ponti invece di alzare i muri», gli eredi dell’arguta commedia all’italiana ci ricordano che non esiste solidarietà più efficace della sapienza umoristica. 

«Siamo tutti Verdoniani» sostiene l’attrice Mavina Graziani (nella foto). Una ragazza solare, dalla battuta pronta, innamorata della famiglia, del premuroso sposo, dei dolci ed energici figli e della psicotecnica allo scopo di ricavare linfa dalla sfera delle emozioni, spesso custodite nei meandri dell’inconscio, per aderire alle dinamiche interiori dei personaggi interpretati. Ed è una schietta attestazione di stima, estranea agli elogi a buon mercato, per l’alfiere sempre sul pezzo della commedia all’italiana. 

Per gli studiosi di cinema, affezionati ai film d’essai bocciati dalla miope censura del mercato, il padre putativo è invece Mario Verdone. Chiunque svolga con competenza ed entusiasmo il mestiere del critico, definito ai tempi  «ingrato e poco noto» da François Truffaut, capofila dei Giovani Turchi della Nouvelle Vague, si ritiene idealmente suo figlio. Non ce ne vogliano i legittimi eredi. Carlo, Luca e Silvia Verdone.

La nascita della Storia e Critica del Cinema come disciplina accademica l’ha visto in prima fila, con Luigi Chiarini, per portare la materia della Settima Arte, liquidata al pari di una robaccia per saltimbanchi dai fautori del teatro, nei posti invece che contavano davvero. La netta impronta impressa in questa fondamentale inversione di tendenza da Mario Verdone (nella foto) ha permesso ai CUC (Centri Universitari Cinematografici) di compiere passi da giganti nel campo delle attività istituzionali  e culturali. Colpevoli, tuttavia, a lungo andare, per motivi d’improntitudine fine a se stessa, di eclissare il sistema della critica. Anteponendogli l’analisi accademica.

Ed è lì che il valore dell’umorismo, trasmesso con prodiga soluzione di continuità al sangue del suo sangue, è giunto in soccorso di Mario Verdone. Nato povero e avverso, perciò, alle distinzioni di comodo della gente con la puzza sotto al naso cui sfuggiva l’evidenza della realtà oggettiva. Il suo obiettivo, a differenza della stragrande maggioranza dei critici d’oggi giorno, era quello di porre in risalto le qualità nascoste di opere d’arte prive di sponsor. Senza santi in paradiso. Nei circuiti alternativi le avrebbero viste solo le persone accreditate, i vice, gli indefessi subalterni delle firme prestigiose e le boriose conventicole condizionate dalle infruttifere discipline di fazione. Il regista portoghese Manoel De Oliveira ha impiegato un’eternità per arrivare alla sala commerciale. Accrescendo con l’approdo pur posticipato le prospettive di fruitori in perenne lotta con i congiuntivi, avvezzi alla bassa densità lessicale, a corto di letture sostanziose, ma capaci, se adeguatamente stimolati, di afferrare il virtuosistico ed emblematico rapporto tra immagine e immaginazione.

Non ne occorreva poi tanta per accorgersi della marcia in più del talentuoso De Oliveira (nella foto con Mario Verdone) dietro la macchina da presa. Quando finalmente i suoi capolavori, in grado di conciliare gli stilemi del cinema da camera con echi multiformi, sono giunti nei circuiti commerciali, ad appannaggio di tutti, invece di restare al servizio delle discussioni sui massimi sistemi dei soliti quattro gatti, Mario gli ha detto tra il serio e il faceto: «Ci siamo fatti vecchi. Adesso però comincia la tua seconda giovinezza». Manoel ha vissuto sino alla veneranda età di 106 anni. Da quel momento in poi, fino a quando ha coniugato l’esistenza all’imperfetto, i suoi capolavori, contraddistinti dall’inusitata interazione tra slancio moderno ed estro sempiterno, sono usciti regolarmente nelle sale. L’ultracentenario, riconoscendo nell’amico italiano «qualcosa di autentico, conoscitore di cinema, generoso e umano», ha sdoganato, de facto, la critica dalla perenne accusa di parassitismo.

Ed è stato soprattutto nell’ambito professionale un critico cinematografico ben lungi dal cercare domicilio, come si suol dire, nelle case altrui. Il suo recapito ha ispirato al figlio Carlo il libro autobiografico La casa sopra i portici (nella foto). Che lo stesso Verdone considera il film più importante della propria carriera. Mario fece le cose estremamente sul serio, anche nel prestare i servigi di ‘espertone’ alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. Carlo, sin dai primi vagiti, di contro, sviluppò una propensione per gli scherzi. Arrivando a fingersi un pittore futurista indignato dall’esclusione nell’ultimo saggio accademico ad opera del riverito docente. Divenuto paonazzo per la rabbia. Finì a parolacce. Il padre ebbe modo, comunque, di rendere pan per focaccia. Nell’ambito di un’intervista a due – in occasione dell’uscita in sala di Al lupo, al lupo – gli fece credere di giudicare involutivo il cammino compiuto valutandolo un guitto. Una volta compreso lo scherzo, tirando l’equanime sospiro di sollievo, il figlio tese la mano al genitore. Esimio professore e, al contempo, imprevedibile burlone: lui c’era caduto con tutte le scarpe. 

«Vorrei poter un giorno

 

morire senza morte

 

sotto le cascate bianche

 

che vita infusero alle mie mani

 

per visi e corpi e forme alate

 

che non amerò più»

 

«Scrive astratto, questo!» Così liquida la poesia, scritta dall’ingombrante capostipite, Carlo Verdone nel ruolo del dejay di Al lupo, al lupo. Avvezzo alle forme-bandiera del romanesco canzonatorio. Anche se intimamente risentito nei riguardi del padre dalle pretese difficili da tradurre in pratica. Sarà la sorella, incarnata da Francesca Neri, a capire, grazie all’acume della sensibilità muliebre, dove voleva andare a parare con quei versi ermetici ed empatici. I richiami d’ordine autobiografico alla realtà vanno oltre gli stretti confini in cui opera qualunque elucubrazione teorica. Mario Verdone conferiva nelle argomentazioni dei suoi articoli una base concreta. Andando dritto al sodo. A dispetto della conoscenza enciclopedica del cinema e delle altre sei arti maggiori, non amava i ghirigori. Ancor meno i fronzoli e gli orpelli. Nel confronto docente/discente, però, preferiva anteporre la carota al bastone. Anche se arrivò persino a bocciare lo stesso Carlo perché non seppe proferire verbo su Georg Wilhelm Pabst. Bisognava dare l’esempio: l’espressionismo tedesco non era una passeggiata di salute ma la musa per antonomasia di Pabst, Louise Brooks, ispirando Guido Crepax nella realizzazione dell’icona erotica Valentina, riuscì ad assicurare all’atmosfera decadente e alle ragioni d’inquietudine connesse alla psicanalisi lo charme indistruttibile dei profili di Venere. Con un look, ancor adesso, tutt’altro che sorpassato. Hai voglia, allora, a sussurrargli, in alternativa, i nomi riveriti di Ingmar Bergman e Federico FelliniMario Verdone non fu tenero nemmeno con i registi eletti ad autori dai colleghi miscredenti. Se avevano bisogno di confidare in qualcosa che non fosse l’Onnipotente, attribuendo intenzioni mai passate per la testa degli idolatrati cineasti, era solo ed esclusivamente un problema loro. 

Apostrofato come un “teppista” per aver insistito nell’esibire particolari raccapriccianti nel cult Il silenzio, colmo nondimeno anche di soprassalti visionari alla Fellini appunto ed eloquenti scene madri, da preferire al vacuo frastuono dell’enfasi di maniera onde comprendere meglio l’approssimarsi dell’incomunicabilità nelle ore del trapasso, Bergman per lui non era un intoccabile. Mario Verdone ne apprezzò in ogni caso i colpi d’ala conferiti al mix di sogno e realtà. Lodandolo per il viaggio dei ricordi compiuto dal mesto luminare al crepuscolo ne Il posto delle fragole. Col regista spagnolo Luis Buñuel (nella foto) aveva più intesa. Senza, per questo, esimersi dal muovergli, di quando in quando, qualche appunto. Il timbro surreale e l’humour, che dispensava secondo i casi, necessitavano, nel processo di creazione, dello stimolo giusto. Dispositio ed elocutio rimanevano i suoi strumenti preferiti in tal senso. Al pari della saggezza popolare. Dispensata realmente a piene mani.

Al contrario degli arroganti teorici, all’oscuro dei valori tecnici del cinema, bollati con l’appellativo di tecnicismi per celare l’ignoranza in materia, Mario (nella foto in cabina di regìa) conosceva a menadito il significato delle correzioni di fuoco, dei raccordi di montaggio, degli scavalcamenti di campo, fondamentali per l’apprezzatissimo Yasujirō Ozu, delle dissolvenze, degli stacchi, della luce contrapposta al buio. Sapeva scrivere con la luce. Lo dimostrò appieno dirigendo il documentario Immagini Popolari Siciliane. La registrazione nuda e cruda degli algidi eventi gli sarebbe sembrata il trionfo dell’effimero se non avesse padroneggiato così tanto gli apostrofati tecnicismi al servizio della geografia emozionale. Una disciplina ufficiosa nel Bel Paese. Quantunque legata a filo doppio all’anima dei territori promossi a location.

Il tavolo dello studio, stipato di carte e testi d’ogni tipo, era il suo campo di battaglia. Ci passava diverse ore al giorno. Ad approfondire questioni date per scontate dai seguaci delle scorciatoie del cervello. La materia grigia gli piaceva tenerla all’erta. Con l’adorata moglie (con lui nella foto da giovani) l’univa, oltre al sentimento piegato ma non abbattuto dalla precoce dipartita della consorte, la passione per il teatro e l’egemonia del buon vivere sul bel vivere. L’estetica resta una cosa ben diversa dall’estetismo. Il Futurismo effettivamente gli stava a cuore esortandolo a far uscire dall’anonimato con le sue dotte argomentazioni molteplici pittori ridotti, se non alla fame vera e propria, se non altro all’appetito.

Mentre i soliti tromboni lisciavano il pelo dal verso giusto a Bergman, per poi sprecare gli improperi contro le commediole impersonate da Totò, il re dei poveri senza basi culturali a parer loro, Mario Verdone si accorse subito dell’inarrivabile maestria del Principe De Curtis. «Un guaglione che si scopre gentiluomo». La gesticolazione dell’immenso benché incompreso fuoriclasse della recitazione, che ha ispirato la black dance (nelle foto il raffronto con Michael Jackson), costituiva la ciliegina sulla torta. Lo specchio dell’anima apparteneva al mento a forma di spatola, agli occhi enormi, a un gioco fisionomico che costituiva tanto un atto d’avanguardia futurista quanto un inno all’assennatezza plebea.  


 

«Io so a memoria la miseria, e la miseria è il copione della vera comicità. Non si può far ridere, se non si conoscono bene il dolore, la fame, il freddo, l’amore senza speranza… e la vergogna dei pantaloni sfondati, il desiderio di un caffelatte, la prepotenza esosa degli impresari, la cattiveria del pubblico senza educazione. Insomma non si può essere un vero attore comico senza aver fatto la guerra con la vita».

Alla medesima stregua di Totò, pure Mario Verdone fece la guerra con la vita. Per prenderne congedo con la pacata sagacia dei filosofi trasparenti. Consci che, in veste d’inesausti divulgatori, hanno dato lustro a una nobile missione. Privilegiando la scoperta dell’alterità, dei film mostrati in pidocchietti negletti, rispetto alle stroncature sistematiche. Il legame cominciato in tenerissima età con Siena, proseguito da adulto con Roma Caput Mundi,  ha scandito i momenti lieti. L’Accademia locale – dove Carlo ha girato la scena di Al lupo, al lupo in cui lo squillo del cellulare squarcia l’austerità della nota intima – l’ha accolto da trionfatore. Ma al di là dei titoli onorifici, nonché degli allori di sicuro effetto per i seguaci dell’infecondo ossequio, conforme ai maramaldi del sabato sera, forti coi deboli e deboli coi forti, Mario Verdone è stato soprattutto una persona alla mano. Andava ai musei, alle mostre, giocava a pallone coi figli al Circo Massimo, scattava in piedi nel pieno del climax dei film-western, si reggeva la pancia dal gran ridere per i frizzi e i lazzi di Jerry Lewis alla prese con le vivaci distrofie mimetiche.

Ha esercitato lo strumento del giudizio critico per unire. Non per distruggere: per segnalare. Invece di prevaricare o ambire ad avere la medesima influenza di una sentenza della Corte di Cassazione. La ricercatezza non era un mezzo per negare il diritto di esistere a un’opera e accettare quella meritevole in club per pochi eletti. Era, piuttosto, sinonimo di perseveranza, d’impegno, di passione per mettere una forma di scrittura creativa ed emozionante al servizio della scoperta di opere degne d’encomio. Finite nel dimenticatoio a causa di una cieca indifferenza. Le battaglie pro o contro questo o quell’autore non gli facevano né caldo né freddo. La guerra, ripetita iuvant, l’aveva già fatta con la vita. Di fronte al laconico Gian Maria Volenté replicò: “Mi ha visto una volta, non mi rivede più”. L’attore comprese l’antifona affrettandosi a salutarlo con calore e reverenza. Bastava esibire l’orgoglioso decoro dei critici che non lustrano le scarpe nemmeno a Sir Laurence Olivier. Un gioco da ragazzi per chi ebbe l’ardire di celebrare l’unica lode dedicata alla spazzatura: Santa immondizia.

La convinzione radicata in Moravia, per il timore di una deminutio capitis acuita dall’occuparsi di qualcosa di stretta competenza del sociologo, va quindi a farsi friggere. Con tutto il rispetto dovuto a una mente ricca d’ingegno. Ma col timore di perdere colpi, ed ergo autorevolezza, pencolando verso opere ree di suscitare grasse risate. Nei tratti linguistici, nella bassa densità lessicale, nelle battute sovraesposte, nelle distorsioni dei sentimenti della commedia all’italiana persiste un nitore poetico composto di elementi con carne e sangue. Altro che esanimi. Non è vero che il pubblico preferisce quello che non c’è e non esiste. Casomai sono gli intellettuali autoreferenziali ad apprezzare i trattati elitari per sentirsi superiori alle masse. L’attenzione riposta invece da Mario Verdone nei confronti dei testi filmici, dispiegati tenendo conto sia della componente filologica sia del carattere di presa immediata, ha afferrato l’aura contemplativa mandando a carte quarantotto lo scarso interesse riposto nell’umorismo dai presuntuosi guardiani della qualità e della poesia. Across the Universe di Julie Taymor fu l’ultimo film che il papà di Carlo Verdone vide prima di lasciare questa valle di lacrime. Lo chiamò per condividere l’entusiasmo trasmessogli da un’opera trascinante, genuina, zeppa di canzone dei Beatles, in possesso degli slanci dell’arte, allergica agli snobismi. Privilegiò, come sempre, l’emozione al rigore scientifico. Il calore alla freddezza. L’ironia, di chi sa prendere l’ordine naturale delle cose con somma filosofia, alla supponenza. Ed è proprio vero: siamo tutti figli di Mario Verdone.

MASSIMILIANO SERRIELLO

ALBERTO MORAVIA, CARLO VERDONE, INGMAR BERGMAN, LA CASA SOPRA I PORTICI, MANOEL DE OLIVEIRA, MARIO VERDONE, MAVINA GRAZIANI

Una data da ricordare senza guerre tra fantasmi

IL GIORNO DEL RICORDO BUSSA ALLA COSCIENZA DELL’ONESTÀ INTELLETTUALE

«Quando comincia una guerra la prima vittima è sempre la verità. Quando la guerra finisce le bugie dei vinti sono smascherate, quelle dei vincitori diventano Storia».

L’aforisma del compianto giornalista ligure Arrigo Petacco (nella foto) coglie in flagrante i seguaci dell’ipocrita livellamento ugualitario che, con buona pace dei princìpi propugnati a ogni piè sospinto, vanno in escandescenze dinanzi al ritegno di equiparare Norma Cossetto ad Anna Frank. Il martirio della giovane istriana, violentata e ingoiata dalla Madre Terra che non volle rinnegare a causa dell’ondata d’impressionante ferocia degli aguzzini titini, non vale nulla, agli occhi degli imperterriti faziosi ottenebrati dalle ragioni di partito, rispetto all’atroce sofferenza dell’adolescente ebrea tedesca. Vittima dell’inesorabile Terzo Reich.

L’onestà intellettuale, alla base del codice deontologico di qualsivoglia divulgatore deciso ad anteporre il concetto di aletheia all’impasse degli schieramenti ideologici, ha il sacrosanto dovere di censurare l’inesausta guerra tra spettri. Non per fare pari e patta, come si dice a Roma. Ma per assicurare la priorità allo svelamento della benedetta verità. Anziché all’arcinota attitudine di portarsi l’acqua al proprio mulino, a costo di negare l’evidenza.

Ad Arrigo Petacco, autore d’innumerevoli pubblicazioni incluso il libro L’Esodo, lo rimpiangono, oltre agli aderenti all’onorevole egemonia dello spirito sulla materia, scudo tuttavia talora degli impulsivi soverchiatori, anche i degni rifugiati che, come sostiene giustamente Dino Messina, scelsero di essere italiani due volte.

Inorridirsi di fronte ad abominevoli slogan sulla Shoa, che condannano gli artefici a corto di cuore e materia grigia alle fiamme dell’inferno, per poi sghignazzare con indegna lestezza sul tiro al piccione ai danni della salma dello schietto scrittore Giampaolo Pansa (nella foto) non ha alcun senso. A meno ché non si voglia conferire un nobile avallo alla smania di trascinare la coperta tutta da un lato. Qualcosa resta sempre scoperto. 

Talora il gap prevede il dolore autentico di gente estranea ai cali di personalità, in merito agli slanci sensibili che tralignano o in cieca indifferenza o, ancor peggio, in compiaciuta empietà. Con tanti cari saluti ai pistolotti sui migliori angeli dell’indole umana caldeggiati dagli epigoni smemorati del 16º presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln.

Sulla medesima stregua della Civiltà, l’attaccamento ai vincoli di sangue e di suolo non c’entra nulla con le banalità scintillanti della scaltra ed ergo menzognera propaganda. Lo prova la solennità civile rappresentata oggi dal Giorno del Ricordo. Per tenere bene a mente, a caratteri di fuoco, il rispetto che si deve ai testimoni della fede in quei vincoli. Il rispetto per i pacifici individui finiti negli inghiottitoi, dovuti all’erosione dell’acqua sulla roccia. Trasformati nel punto di orrida raccolta di vittime neglette. Negate per anni e anni.

Comunque al di là delle immancabili polemiche, nella piena consapevolezza che Pansa, considerato un voltagabbana dagli equilibristi intenti a rivoltare la frittata, è morto nel calduccio del suo letto, invece di coniugare l’esistenza all’imperfetto in un campo di concentramento nazista o nei lager di Tito, è meglio spegnere il fuoco degli eterni battibecchi. Continuare ad alimentarlo è un tragico paradosso. L’ennesimo.

Quando, a distanza di due primavere dall’abbattimento del Muro di Berlino, in coincidenza con la dissoluzione dell’Unione Sovietica, Francesco Cossiga (nella foto), allora Presidente della Repubblica Italiana, attraversò il confine con la Jugoslavia, creato dal Trattato di Parigi al termine delle crudeli ostilità, per inginocchiarsi nei pressi della foiba di Basovizza, l’atto di pentimento fu ritenuto uno sconfinamento.

Quando Pansa nel libro La notte dei fuochi mise in risalto le ragioni dei vinti ai tempi del biennio rosso, seguito dal Ventennio mussoliniano in trionfo con la marcia su Roma, le maggiori testate scrissero che tornava a indagare legittimamente su un passato che rischiava di divenire la premessa del presente. Che era capace di rivedere il Novecento e le ragioni degli altri con la fulgida virtù dell’obiettività. 

Con l’uscita poi del controverso best seller Il sangue dei vinti, apriti cielo! Gli attacchi aprioristici a Pansa, senza leggere nemmeno una riga della sua debita fatica letteraria, sono piovuti ‘a manetta’. La voce degli sconfitti in quel caso doveva restare silente per i gendarmi della Memoria, alfieri fino a poco prima della libertà d’espressione.

Piero Fassino si distaccò dall’acefalo schieramento compatto per spendere parole doverose, quantunque inopinate, e rendere così onore alla necessità d’illuminare gli angoli bui della Storia chiedendo idealmente venia. Il lungo tempo del silenzio cedeva dunque il passo al rilascio della medaglia commemorativa ai parenti delle vittime occultate a Istria, a Fiume, in Dalmazia. Sull’onda di una violenza pianificata. Cui seguì l’Esodo giuliano dalmata.

Adesso il revisionismo, il negazionismo, il giustificazionismo, che considera le azioni d’infoibamento per opera dei titini la ‘giusta’ reazione ai soprusi perpetrati in precedenza dagli “ustascia” capitanati dall’autocrate Ante Pavelicn e al tradimento dei “domobranzi”, i ragazzi di leva schierati per il tricolore nostrano, servono a poco. C’è qualcosa che ha molto più rilevo della conta dei caduti, delle opinioni discordanti sulla resistenza civile, sul concetto di tradimento agli occhi di coloro che abbracciarono le armi contro lo straniero, per il giuramento di fedeltà al re, per mettere fine ai progetti di sterminio d’ambo le correnti. La riflessione implica l’uso del cervello. La carica di pietas chiama, viceversa, in causa il cuore.

La visione del documentario This Is My Land… Hebron ha spinto i reazionari lineari ad alzarsi dalle poltrone del cinema con un soprassalto di sdegno nei riguardi dei prevaricatori rei di vantarsi dell’omicidio di Cristo per intimidire gli indesiderati palestinesi. Il giusto riguardo lo merita altresì il docu-film For Sama incentrato sull’atto d’amore compiuto da una madre, attraverso la registrazione nuda e cruda della guerra in Siria, per la figlia nata ad Aleppo sotto l’assedio d’uno Tsunami di fuoco. L’addio ai luoghi dell’anima penetra nel cuore di chiunque lo abbia quell’organo. Sopravvalutato e sottovalutato secondo i casi.

Chi non sente nessuna pietas per la gente – fascista, antifascista, cattolica, atea, di destra, di sinistra, agnostica – costretta ad abbandonare il suolo natìo, affrontando un viaggio nel Bel Paese fatto d’infinite ed empie umiliazioni, è chiamato, con un monito alieno alle repliche puerili, dalla coscienza, ammesso ve ne sia una nell’intimo dei negazionisti, a togliersi il cappello, a metterselo sul petto, a chinare il capo. Nel ricordo delle spoglie, spacciate inizialmente per detriti chimici dagli alfieri del depistaggio e dell’orrido occultamento indefesso, recuperate dall’impressionante inghiottitoio situato presso l’Albona d’Istria a Vines (nella foto).

I cinefili rammenteranno l’atipico western Soldier Blue di Ralph Nelson. È d’altronde pressoché impossibile togliersi dalla testa e dal cuore il momento in cui Candice Bergen (nella foto), con in braccio una creatura squartata durante l’attacco dei sanguinari cavalleggeri del Colorado all’inerme villaggio Cheyenne a Sand Creek, grida al coscritto che aveva commemorato i caduti al termine di un previo assalto indiano: «Adesso non la reciti più la poesia, soldato blu?!». 

Ed è questo il punto. Per comprendere l’oscillazione della sensibilità orientata ai partiti presi. A differenza del regista Maximiliano Hernando Bruno (nella foto), estraneo alle pretese di legittimazione dei delitti commessi tanto in nome della Civiltà quanto in quello della Patria, che ha realizzato lo splendido Red Land – Rosso d’Istria per onorare la Memoria di Norma Cossetto.

L’accoglienza ricevuta a La Spezia lo ha ripagato sul piano in primis morale ed etico della campagna d’odio costruita altrove per lordare l’uscita in sala del film d’impegno. Prodotto senza l’erogazione del Ministero dei Beni culturali.

Il ricordo della firma del contraddittorio Trattato di pace che ha costretto gli esuli di Pola, capoluogo dell’Istria, ad affrontare la manifesta avversione dei compatrioti italiani, lasciandosi alle spalle una città esanime, necessita d’un Omero sobrio ed essenziale. Per riflettere sul destino degli esuli in partenza, in fuga, in viaggio con la morte nel cuore, sotto la neve, sui negozi coi sigilli, sulle finestre chiuse a Parenzo, a Rovigno e ad Albona. Sulla montagna di sedie messe una sopra l’altra (nella foto).

Né va passato sotto silenzio il treno della vergogna, col convoglio preso a sassate a Bologna e il latte per le creature a bordo versato sui binari. E così la caserma  “Ugo Botti” a La Spezia adibita per decenni ad abitazione ai limiti dell’assurdo per gli esuli istriani sgraditi. Meno che mai si può ignorare il barbaro modus operandi col quale mogli, figli, genitori di presunti collaborazionisti, ma finanche partigiani restii a prestare giuramento alla dittatura di Tito, furono disposti a ridosso delle foibe. Con i polsi legati dietro la schiena. Congiunti gli uni agli altri col fil di ferro. In attesa del colpo di pistola indirizzato alla prima fila. E i restanti destinati a precipitare nel baratro in preda a un’indescrivibile agonia.  

Gli esuli sgraditi però a lungo andare sono divenuti graditi in quel di La Spezia. La mamma di Andrea Manco (nella foto), originaria di Pola, una volta fuori dalla caserma, inseritasi in una comunità in grado di fare ammenda, non volle rovinare al figlio il sogno tricolore all’epoca della vittoria della Nazionale di calcio nei Campionati Mondiali del 1982. Crescendo avrebbe appreso la verità segreta sulle foibe, sull’Esodo, sui disguidi delle sensibilità coi cali di personalità, su una Storia celata sui banchi di scuola. Allora voleva che la sua creatura gioisse come tutti gli altri bimbi inebriati dal successo patrio. Ricordate La vita è bella di Roberto Benigni? È un regalo il tenero trucco, a fin di bene, che solo un genitore può fare per il sangue del suo sangue.

Oggi, nel Giorno del Ricordo, a La Spezia, Andrea, in veste di Delegato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, ha reso onore a quei vincoli di sangue e di suolo. Che non hanno bisogno dell’arma dell’aggressione, della reazione, della polemica, della giustificazione. Perché hanno dalla loro la fragranza della Verità. L’antidoto migliore ai miasmi dell’ipocrisia.

E se le persone con la sensibilità che va a corrente alternata si fossero frattanto rimesse il cappello in testa, sbadigliando con indifferenza, se lo ritogliessero cospargendosi il capo di cenere. È l’onestà intellettuale, non certo il sottoscritto o altri, a imporglielo bussando alla loro coscienza senza unghie né tantomeno nocche. Bensì con la linearità dell’anima. Per non dimenticare. Né oggi né mai. A Dio piacendo.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Ivano De Matteo
sui dubbi utili dei film d’autore

UN REGISTA LEGATO AL VEICOLO D’INTERROGATIVI CRUCIALI ED ECHI SEMPITERNI DEL CINEMA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Molti spettatori dai gusti semplici lo identificano nel ruolo di Puma nella serie tv cult Romanzo criminale. Quelli più avvertiti ne avevano applaudita in precedenza la psicotecnica sul grande schermo in Velocità massima di Daniele Vicari. Uno spaccato sulla passione per i motori, preferiti alla sete di cultura, che sta all’adrenalinico ma superficiale Fast & Furious come il capolavoro Mulholland Drive di David Lynch sta all’ammiccante Vanilla Sky.

Al posto degli infiniti testacoda, dei coefficienti spettacolari promossi ad antidoto contro i dispendi di fosforo, lui, Ivano De Matteo, conferisce al tronfio figlio di papà detto “Fischio” un’ampia gamma di sfumature.

Sul set, nelle dispute dialettiche, non certo in punta di forchetta, con il rivale indigente e insolente impersonato dal grintoso Valerio Mastandrea (nella foto insieme a De Matteo), le forme-bandiere del canzonatorio vernacolo romanesco si sono andate ad appaiare all’espressività neolitica del volto cupo. Negato al sorriso. Nelle pause, invece, Ivano declamava con sincero trasporto ed entusiasmo ridanciano i versi dei poeti classici in grado d’illuminarne i tratti somatici, addolcendoli decisamente, spingendo così il resto del cast a esclamare, tra il divertito e lo stupito, che di Fischio se ne erano perse le tracce.

Ed è la qualità basilare degli attori che sanno entrare nello stream of consciousness dei personaggi incarnati sulla scorta della fiamma interiore che infonde all’arte della recitazione stimoli inesausti. Restando, comunque, legato all’intensa leggerezza che lo esorta a stemperare nell’ironia e nell’autoironia lo scoglio del delirio d’onnipotenza. A metterlo a riparo dalla goffa e dilettevole improntitudine dei colleghi che trascinano la ricerca delle pose maggiormente lusinghiere nella realtà è la sana estrazione proletaria.

Trasteverino di nascita, Ivano proviene da una famiglia numerosa. Il padre operaio, scomparso eppure vivissimo nei suoi ricordi, resta un esempio di rettitudine e di franchezza da anteporre al vacuo frastuono dei falsi modelli. La madre, che lo assiste tra un ciak e l’altro preparando le melanzane per l’intera troupe, è una donna schiva. Che parla con gli occhi. Lo scorso mercoledì, al Cinema delle Province, al termine della proiezione dell’amaro ed emozionante scandaglio introspettivo La bella gente, il suo sguardo emanava quel connubio di affetto e saggezza che fa difetto agli intellettuali. Che, secondo Woody Allen, non l’ultimo degli sprovveduti quindi, non sanno cogliere la verità oggettiva. Perché troppo condizionati dai compiaciuti bla-bla, dalle infeconde discipline di fazione, dall’impasse di menzognere certezze fini solo a se stesse.

Ivano è, comunque, soprattutto un regista schietto ed estroso. La bella gente è il suo fiore all’occhiello. Gli è costato fatica, sudore, soldi. Gli stessi che ha guadagnato li hai reinvestiti a sostegno della propria meravigliosa creatura. Impreziosita dall’omaggio in filigrana nei confronti del nume tutelare per eccellenza Luis Buñuel (nella foto), che con L’angelo sterminatore e Il fascino discreto della borghesia seppe aprire in chiave surreale l’atroce vaso di vermi celato dagli impostori benpensanti attraverso le menzognere buone maniere.

Non c’è, però, alcuna invidia sociale. Né l’impasse delle idee attinte all’ingegno d’incensati antesignani. Ivano alla forza immaginifica del cortocircuito poetico ed evocativo privilegia, per molti versi, la crudezza oggettiva per fare una franca radiografia dei cali di personalità e delle ipocrisie nascoste dei cosiddetti radical chic. Una categoria con cui condivide alcuni punti di vista. Senza rinunciare all’onestà intellettuale che lo spinge ad ammettere di essere divenuto anch’egli un borghese. Allergico nondimeno alla spocchia intellettuale. L’intralcio assoluto alla fragranza dell’onestà.

Antonio Catania (nella foto), in grado nei panni del sensibile ma scettico capo-famiglia di arricchire La bella gente d’infiniti semitoni, preposti agli accenti sia degli irosi che tirano pugni sui tavoli sia dei saccenti che montano in cattedra a ogni piè sospinto, ha dichiarato ai tempi in cui il film fu proiettato al Teatro Valle Occupato: «Se tutti i registi avessero la passione di De Matteo, il cinema italiano sarebbe salvo».

Ivano fa spallucce, per evitare gongolando di cadere vittima dell’infruttifero narcisismo. Chi si loda, si sbroda. Così si dice nella Città Eterna. Tuttavia è felice per l’attestazione di stima dell’attore siciliano. Un fior di galantuomo alieno agli elogi a buon mercato che, piuttosto, dice quello che pensa e fa quello che dice. Anche quello che gli dice il regista per evitare di costruire castelli di carta aderendo agli slanci e ai limiti dell’architetto protagonista. Restio a ospitare nella villa delle vacanze, su sprone della moglie impegnata nel sociale, una prostituta costretta a battere. Lì a due passi. Sulla strada che porta al paese limitrofo

Ivano, lungi dal sentirsi depositario della verità assoluta, non lancia strali acuminati contro nessuno, non abbaia alla luna, non si perde nei rivoli dell’accademia, non cerca di parlare inutilmente in chicchera. Va al sodo: vuole insinuare un dubbio utile. Mentre la coppia dei vicini esibisce a bella posta la propria insensibilità, il nucleo familiare dei buonisti cela dietro la nonchalance il compiacimento dell’azione filantropica compiuta mettendosi in casa una di quelle. Che si porta dietro un dolore profondissimo. Ed è come se facesse l’amore per la prima volta quando il primogenito della coppia la seduce. Il desiderio di cambiarle la vita va a carte quarantotto. Fai del male e scordati, fai del male e pensaci. Così recita un vecchio adagio popolare che conosce la gente davvero bella dentro. All’oscuro dei versi della Divina Commedia ma col dono, assai più importante, dell’assennatezza. Ivano ne è ben provvisto insieme alla virtù di servirsi della scrittura per immagini come mezzo investigativo. Lontano dalla spocchia propinata dalle presunte élites alla stregua di un valore speciale.

Ivano non pretende di piacere a tutti, né di emettere sentenze, bensì desidera far riflettere la gente nel buio della sala. Non per toglierle il sonno. Ma per metterla all’erta. Ai prodotti d’evasione, che non procurano grattacapi, replica andando avanti per la sua strada. Irta talora di ostacoli. In apparenza insormontabili.

Le traversie distributive patite da La bella gente, divenuto proprio un film fantasma dall’ingegno più vivo che mai, lo hanno messo a dura prova. Superata grazie alla tigna di chi si batte per le giuste cause. Di chi non è accecato dalle ragioni di partito. Di chi non fa sconti. Di chi sostiene l’importanza di un confronto tra progressisti e conservatori. Tra produttori e distributori. Tra distributori ed esercenti. Purtroppo qualcosa si è inceppato nel trapasso ai limiti dell’incredibile in quattro complicati ed eterogenei contratti di distribuzione che hanno finito per rendere il film fantasma un’opera schiava delle meste circostanze.

L’uscita il 27 agosto 2015 del terzo figlio, La bella gente, è stata quindi una vittoria per il film finanziato dal ministero dei Beni culturali. Con i soldi dei cittadini gettati alle ortiche sennò. La sala commerciale, anche se la parola è disdegnata dai nerd con la testa per aria, costituisce una meta d’approdo diversa, in prassi e in spirito, dai circuiti d’essai. Ivano, d’altronde, è un regista sia da bosco sia da riviera. E i suoi film, così come i suoi due figli, gli somigliano. Da Gli equilibristi a I nostri ragazzi con Rosabell Laurenti Sellers (nella foto) capace in entrambi di far vibrare corde profonde. Nella parte della buona, la prima volta; in quella dell’incosciente, la seconda. I nostri ragazzi, attinto al romanzo La cena del vispo romanziere nonché attore olandese Herman Koch, ha esercitato sulla scorta delle interpolazioni un forte ascendente sul poliedrico regista israeliano Oren Moverman. Autore già di Time Out of Mind. Imperniato sul mondo dei senzatetto. Il suo adattamento per il cinema, The Diner, con star del calibro di Richard Gere e Laura Linney, rappresenta una pietra di paragone piuttosto curiosa per saggiare l’audacia stilistica di due autori agli antipodi ma ugualmente decisi a metterci del proprio. 

La padronanza della tecnica non è un motivo di sfoggio. Le sue molle, in quest’ottica, sono le correzioni di fuoco da un soggetto all’altro e i piano-sequenza. Ivano preferisce lo spirito di verità che dal Neorealismo in poi è diventato un fertile avvicendamento ai colpi di gomiti dei colossi. Alcuni dai piedi d’argilla. I film di Ivano hanno, al contrario, i piedi ben piantati per terra. Con le idee chiare e la cognizione che le storie per il grande schermo devono usufruire del linguaggio cinematografico.

Con la dolce metà Valentina Ferlan (nella foto) s’intende a meraviglia. Sulla medesima falsariga di Billy Cristal in Harry ti presento Sally …, ha un punto di vista femminile sulle cose. Una finestra aperta sul mondo che mostra al cinema. Scrivere a quattro mani con lei gli ha permesso di scandagliare composite tematiche. Dalla violenza ai danni delle donne alla precarietà dei legami familiari; dall’angoscia delle separazioni, esacerbate dai problemi finanziari, all’insidia del bullismo che s’impadronisce mostruosamente finanche dei figli in teoria perbene. La questione della difesa personale è invece al centro dell’ultima fatica, Villetta per ospiti

A Ivano piace da sempre combinare la passione per la musica alla costruzione dell’inquadratura e ai movimenti di macchina che trasformano i corridoi degli uffici adibiti ad alcove dalle coppie clandestine in posti tutti da scoprire. Nel bene e nel male. La geografia emozionale, che dà ai luoghi eletti a location ed ergo ad attanti narrativi carichi di senso lo stesso risalto degli attori e delle attrici, se non di più, è un altro suo irrinunciabile pallino.

Il Nord Est dello Stivale, teatro a cielo aperto di una vicenda che nell’incipit richiama alla mente Il cacciatore di Michael Cimino e Jagten di Thomas Vintenberg, sembra averlo ispirato in maniera particolare. La labile morale venatoria, gli echi della commedia all’italiana, l’ordine naturale delle cose, con i foschi presagi degli animali che da dolci bestiole si mutano in predoni secondo i princìpi dell’ineluttabile selezione darwiniana, sfociano in un noir da camera. L’egemonia del lavoro di sottrazione sull’accumulo, in nuce già con I nostri ragazzi, prende definitivamente piede. L’interazione tra suoni diegetici ed extradiegetici cementa la virtù di amalgamare gli affondi amari nella realtà con una partitura ritmica volutamente imperfetta. Che deriva dal jazz. Adorato pure dall’amico Marco Castrichella, proprietario della storica videoteca capitolina Hollywood – Tutto sul cinema, covo per gli amanti dei film d’autore dove Ivano fa un salto di tanto in tanto.

La predilezione per il darwinismo antropologico, che ispirò Otto Preminger, per i rimandi western, per la contaminazione dei generi, per l’indipendenza autoriale di John Cassavetes, estraneo agli scaltri segni d’ammicco privi di passione, traspare da tutti i pori. Definirlo l’erede di questi mostri sacri della cinepresa equivarrebbe a dargli quella che a Roma è chiamata ‘na calla. Il compito dei critici cinematografici consiste, all’opposto, nell’instaurare con gli autori un interscambio fondato sulla sincerità a beneficio del destinatario optimum: lo spettatore/lettore.

A Ivano vanno a genio l’Università della strada, celebrata nel 1° Festival del Cinema di San Lorenzo, e la metonimia. Utilizzata dal Maestro Sergej Michajlovič Ėjzenštejn mostrando gli stivali dei cosacchi nel cult La corazzata Potëmkin. De Matteo la parte per il tutto ne La bella gente è la traduce in pratica con l’inquadratura delle mani della bravissima Viktorija Larčenko . La mancanza di diritto al merito, con la crisi occupazionale imperante nel mondo assai poco dorato del cinema che condanna a lunghi periodi di stasi le interpreti più sensibili, è un dispiacere autentico. Specie perché Ivano conosce le fulgide doti d’immedesimazione di Viktorija sin da quando la diresse, appena sedicenne, in Ultimo stadio. Il suo primo film di finzione, dopo il documentario sugli ultras Prigionieri di una fede.

«Per me i film hanno poca importanza. La gente è più importante».

L’aforisma del compianto John Cassavetes, deux ex machina dell’orgoglioso New American Cinema, parla chiaro e tondo. Ed è la gente, bella in apparenza, brutta alla resa dei conti, imperfetta, umana, che Ivano vuole rappresentare sigillando nell’ordine esistente, in mezzo alle debite varianti umoristiche, un tragico ma utile margine d’enigma. 

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A colloquio con Guido Lombardi sulla fabbrica dei sogni

UN REGISTA AVVEZZO ALL’ AURA CONTEMPLATIVA 
CHE CORRISPONDE ALLE ATTESE DEL GRANDE PUBBLICO

Una  conversazione con Massimiliano Serriello

Il rapporto tra la critica cinematografica e i registi è tutt’altro che semplice. Lo sa bene Guido Lombardi (nella foto), napoletano doc, a dispetto del cognome, che dietro la macchina da presa dà, come si suol dire nell’Urbe, “er fritto”. Ed è perciò irritante sentire liquidare in poche righe il frutto dell’impegno. Non solo del decantato carattere d’ingegno creativo. Utile a stabilire se i recensori abbiano a che fare con un mestierante dedito all’artigianato, magari di classe, ma nulla di più, o con un autore avvezzo ai parametri dell’arte.

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A colloquio con Giuseppe Colombo sugli aspetti concreti della Settima Arte

UN PRODUTTORE CHE PRESERVA LE VARIABILI STRATEGICHE E IL CARATTERE D’INGEGNO CREATIVO DEI FILM DI POESIA

Una conversazione con MASSIMILIANO SERRIELLO 

Mettere in pratica le variabili strategiche contemplate dagli esperti di economia dei beni artistici, in cui rientra a pieno titolo la cosiddetta fabbrica dei sogni, non è certo una passeggiata di salute. Il cinema, come parte integrante sia dell’industria culturale sia del settore dell’entertainment, impostosi all’attenzione dell’intero pianeta grazie alle prospettive finanziarie stabilite oltreoceano, resta un’arma a doppio taglio.

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IL RAPPORTO TRA DIRITTO ED ECONOMIA

L’ANALISI DEI CAPITALI, DELLE NORME COSTITUZIONALI E DEGLI SPAZI DI CONFRONTO

Il rapporto tra diritto ed economia necessita di divenire oggetto di largo esame critico. Non per millantare formule magiche, con la scusa della messa in discussione dei precetti rei di accrescere i fattori d’inquietudine connessi anziché ridurli al lumicino. Lo scopo di un approfondimento, a beneficio dei lettori desiderosi di spiegazioni capaci di sciogliere i nodi legati ad alcune norme giuridiche poco chiare, rientra nei princìpi deontologici di ogni divulgatore alieno alle discipline di fazione. Ed ergo alle verità parziali. Dovute ai condizionamenti ambientali, all’accidia delle idee prese in prestito, agli automatismi inclini ad anteporre l’uggia della rinuncia allo studio dei criteri oggettivi.

Lo spirito di parte, a qualunque orientamento aderisca, rappresenta, infatti, una iattura. Che spinge le anime belle ad abdicare ai propri doveri. Spesso confusi con pretese di ratifiche senza capo né coda.  Scendere tanto a compromessi, per dare un colpo al cerchio delle necessità personali e l’altro alla botte delle faccende di pubblica utilità, quanto nell’agone politico, reso incandescente dall’attitudine a guadagnare rispettabilità imbrattando l’avversario, risulta inutile.

La riflessione, invece, del professor Valerio Malvezzi (nella foto), docente di Comunicazione Finanziaria presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali all’Università degli Studi di Pavia, riguardo l’assenza di un monumento all’imprenditore ignoto, in virtù dei suicidi compiuti dai piccoli manager che hanno perso il capannone, sottrattogli dalla banca, è degna di nota.

Definirli delitti di Stato è un’affermazione forte. Tuttavia, riflettendo sull’etimologia sia di diritto sia di economia, balza agli occhi che dietro la provocazione risiede il desiderio di restituire alle PMI (piccole e medie imprese) il decoro svilito dalle mancate promesse.

L’iniezione di liquidità con cui Mario Draghi (nella foto), quand’era presidente della Bce (Banca nazionale europea), ha inondato, de facto, il mercato è finita in una bolla di sapone. A discapito dei risparmiatori. L’accesso al credito, esposto dal cambio di politica monetaria, ha ceduto il passo allo scambio di titoli fra investitori privati. Col debito pubblico italiano che lo scorso luglio ha raggiunto una soglia da capogiro (2.466 miliardi di euro). Il decremento recente (2.444,6 miliardi di euro rispetto ai 2.446,8 miliardi del mese di dicembre) costituisce l’aglietto di romanesca memoria col quale consolarsi degli amari risvegli dai dolci sogni di maggiori incrementi e meno spese correnti.

Indro Montanelli (nella foto), giornalista dall’orgogliosa verve polemica e dall’implacabile arguzia argomentativa, prima di coniugare la sua esistenza all’imperfetto, ci ha lasciato diverse perle di saggezza concernenti l’attitudine alle distinzioni di comodo tra figli e figliastri. Dinanzi ai lettori stanchi delle contraddizioni in seno al sistema – per cui se un impresario edile non consegnava in tempo allo Stato l’opera commissionata era costretto a pagare penali astronomiche; mentre in caso contrario la restituzione dei soldi indebitamente riscossi costituiva un’illusione – le sue risposte danno tuttora da pensare: «Il nostro Stato è un gigante con un solo occhio, come Polifemo: vede solo i crediti… I debiti preferisce ignorarli; se un poliziotto cade ammazzato dai terroristi, largheggia in telegrammi e in corone di fiori, ma lesina tutto il resto. Vizio antico, che ha un mesto precedente in Pietro Micca, la cui vedova fu compensata da Vittorio Amedeo II con due razioni di pane al giorno, vita natural durante». 

Il concetto della parola aletheia, intesa come lo svelamento della verità dei fatti, spegne, nondimeno, i piccoli fuochi delle sterili dispute. L’origine del termine in questione – dal greco οκος (oikos), “casa” o ugualmente “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” oppure “legge” che dir si voglia – taglia la testa al toro: riguarda la sfera intima. E implica, al contempo, una dialettica costruttiva con gli organi dello Stato. Le persone preposte a esercitarne l’autorità non vanno dunque aborrite a priori. Bisogna però capire appieno, senza “se” né “ma”, perché il taglio effettuato sul tasso dei depositi, il pacchetto di misure della Bce, il chiarimento degli obiettivi di stabilità ed efficienza siano andati, basilarmente, a carte quarantotto. A discapito delle piccole imprese. Che avrebbero dovuto beneficiare, al pari delle famiglie medie, dell’allentamento della stretta creditizia per prendere in prestito il denaro necessario alla bisogna.

Il partenariato pubblico-privato travalica la semplice possibilità di un dialogo con gli organi costituiti ed esula, per molti versi, dalla gestione dei patrimoni familiari sul mercato. La presenza pubblica nelle banche non deve invadere lo status di società di diritto privato. Il cambiamento del modo di produrre e vendere servizi, con dei costi di adeguamento esorbitanti, ha determinato il drastico calo degli introiti un tempo garantiti dalle “coperture” (chiamate “hedging” nella lingua della Perfida Albione). Ovvero le operazioni di protezione dei rischi di tasso e di cambio. Volte ad annullare l’insalubre variazione ivi congiunta.

L’ente finanziatore statale, con la Cassa Depositi e Prestiti S.p.A. (CDP) nelle vesti del deux ex machina, contempla la partecipazione di un nutrito gruppo di lavoro per portare dalla teoria alla prassi progetti infrastrutturali di notevoli dimensioni. Ed è più che legittimo valutare i rischi di operazione comportati da ogni tipo di project financing. L’allocazione degli incentivi e dei rischi necessita un’ampia ed esaustiva configurazione delle responsabilità di tutti i partecipanti alla suddetta operazione. Quando la Pubblica Amministrazione si affida a un privato, il motto “patti chiari, amicizia lunga” va applicato con zelo e chiarezza.

Lo ribadisce pure Carlo Pacella (nella foto), Professore in Economia e Gestione delle Imprese di comunicazione, nel testo “Antologia di Public Private Parternership”. La cospicua raccolta d’interventi ufficiali ed emblematiche sentenze mette in rilievo il ruolo svolto dalle banche, senza dare corda a qualunque forma d’inutile demonizzazione, nello sviluppo dei progetti chiamati a corrispondere alle esigenze dell’utentecon il minimo aggravio finanziario per le casse dello Stato o dell’amministrazione locale”.

L’elevato coinvolgimento in un contratto di concessione, munito delle medesime caratteristiche di un appalto di lavori pubblici, comporta il trasbordo del rischio di gestione al partner privato. Il cui compenso è corrisposto dagli utenti. A differenza del PPP (Partenariato Pubblico Privato). In quel caso la sacrosanta rimunerazione spetta all’autorità pubblica.

Ai sensi dell’articolo 180, comma 3, del Codice degli Appalti, il Contratto di PPP presenta i seguenti rischi: a) il rischio di costruzione (legato al ritardo nei tempi di consegna, al non rispetto degli standard di progetto, all’aumento di costi, a inconvenienti di tipo tecnico nell’opera, e al mancato completamento dell’opera), b) il rischio di domanda (connesso ai diversi volumi di domanda che il concessionario deve realizzare oppure alla mancanza di utenza e dunque di flussi di cassa), c) e/o il rischio di disponibilità

Le dovute distinzioni, al contrario di quelle di comodo, non fanno scattare la molla dell’infruttifero dubbio di specie amletica; bensì aiutano a riporre l’opportuna attenzione nel Mare Magnum dei provvedimenti legislativi. Determinate contese giudiziali restano del tutte valide. Il diritto al ricorso da parte della piccola o media impresa coinvolta nella fornitura di servizi di pubblica utilità, dallo smaltimento dei rifiuti all’approvvigionamento idrico, non imbriglia certo l’economia. Non è un empio escamotage. Non inquina le probe procedure di aggiudicazione. Non si arrovella intorno a interrogativi astratti. Va al sodo, piuttosto.

Il diritto al ricorso delle imprese inserite nelle gare d’appalto, lungi dall’avallare gli alibi dei borbottoni che non vogliono attenersi alle regole, può svuotare il vaso di Pandora.

Ed è un diritto irrinunciabile. Inalienabile, citando la costituzione americana. Ma siamo in Italia, paese magnifico, a dispetto delle pensioni decurtate e dei risparmi gettati al vento, dei certificati medici compiacenti e delle furbizie levantine. È giusto perciò porre l’accento sulle cose di casa nostra.

I fatti della pentola li sa il coperchio. Così recita un vecchio adagio popolare. E chi è, in quest’ambito, il coperchio? E chi la pentola?

Benché la lettura del Codice degli Appalti fornisca molteplici ragioni d’interesse ai divulgatori decisi a informare l’opinione pubblica, tenendo fede all’etica della responsabilità, quella della verità impone di segnalare che vige, al di fuori dei diretti interessati, un riserbo perlomeno curioso sulla questione delle procedure di gara.

Eppure il parere del Consiglio di Stato sul decreto correttivo di tale Codice parlava chiaro già due anni or sono: «Per avere il quadro complessivo dell’impatto del codice sul settore degli appalti pubblici e delle concessioni occorre attendere il completamento della regolamentazione della materia da parte dei decreti attuativi e delle linee guida dell’ANAC».

Nulla da eccepire sulla necessità di scongiurare il rischio d’infiltrazioni criminali. In tal senso l’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) – Direzione Nazionale Antimafia ritiene basilare la condivisione dell’informazione.

Il ruolo moralizzatore svolto dall’elenco dei diritti e dei doveri facilita di per sé la trasmissione di messaggi tra destinatario ed emittente. Quest’ultimo si muove sul campo della comunicazione simbolica. Le strade, le ferrovie, forse non gli aerei, verranno dopo, nell’ambito della comunicazione concreta che rientra nelle incombenze infrastrutturali dei servizi di pubblica utilità. Spiegare le cose difficili in modo semplice è una condicio sine qua non. Nonostante ciò le modifiche al Codice lasciano ancora assai perplessi.

La trasparenza, eletta ad antidoto contro qualsivoglia ambiguità nell’area della psicologia sociale, latita. Manca. La società resta un sistema complesso. La morsa discorsiva ed ermetica del Codice, con buona pace dei continui aggiustamenti, cela criticità che danneggiano, squalificano, mettono in difficoltà la piccola impresa.

Il co-branding applica le cose in maniera diametralmente opposta.  L’incrocio delle best pratices aumenta l’interesse ed esalta il valore del prodotto. Frutto della ricerca, dell’impegno, dell’attenzione al particolare del piccolo brand. Associato al grande brand. Lo stesso vale, in termini eminentemente pratici, per i consorzi, al fine di sopperire ai danni inflitti dal futile individualismo.

L’articolo 47 (requisiti per la partecipazione dei consorzi alle gare) non sembra molto esauriente al riguardo. Giacché stabilisce che i requisiti d’idoneità tecnica e finanziaria per l’ammissione alle procedure di affidamento debbano essere avvalorati con le modalità contemplate dal Codice, “salvo che per quelli relativi alla disponibilità delle attrezzature e dei mezzi d’opera, nonché all’organico medio annuo, che sono computati cumulativamente in capo al consorzio ancorché posseduti dalle singole imprese consorziate”.

La Procedura aperta, insieme a tutte le altre varianti, da quella ristretta a quella negoziata, somiglia, sotto certi aspetti, a un rebus. Il Dialogo competitivo, al contrario, appare, d’acchito, più facile da comprendere e, specialmente, da applicare. Ai sensi del comma 39 dell’articolo 3 è “una procedura nella quale la stazione appaltante, in caso di appalti particolarmente complessi, avvia un dialogo con i candidati ammessi a tale procedura, al fine di elaborare una o più soluzioni atte a soddisfare le sue necessità e sulla base della quale o delle quali i candidati selezionati saranno invitati a presentare le offerte; a tale procedura qualsiasi operatore economico può chiedere di partecipare”.

La collaborazione tra pubblico e privato richiede, però, dei metri di giudizio che definiscano ad hoc la dinamica bonus malus prevista dalle polizze fideiussorie assicurative nelle vesti di cauzione reale all’interno degli appalti.

Si torna così inevitabilmente alla questione dei titoli di Stato, pomo dell’accesa discordia sulla liquidità della Bce non pervenuta alle PMI, e al loro conseguente acquisto. La stazione appaltatrice stipula in tal modo un contratto con la società di assicurazione. La bilancia, tuttavia, continua a pendere dalla parte dell’amministrazione. Col depositante esposto a intemperie inopinate. All’obbligo di garantire la completa ed esatta esecuzione dei lavori non corrisponde quello di tenere indenne al cento per cento l’assicurato.

Sono davvero tante le gatte da pelare in un contesto che palesa l’assenza dell’idonea terzietà. Il cui principio affidato alla Pubblica Amministrazione faceva storcere il naso al coriaceo Montanelli. Disposto tutt’al più a spingere gli elettori a turarselo votando DC. Pur di non darla vinta all’assurdo livellamento ugualitario smanioso di accorciare le gambe ai giganti, invece di allungarle ai nani.

Crimine lesi populi? Il parere di Cosimo Massaro (nella foto), fior di galantuomo ed esperto di monete finanziarie, autore del saggio “Usucrazia svelata”, è un fulgido elemento di riflessione: «Lo Stato di diritto ha considerato nel proprio ordine costituzionale solo i tre poteri: legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Il quarto potere della sovranità monetaria se lo sono fagocitato, nel silenzio, le banche centrali, S.p.A con scopo di lucro… ecco perché dobbiamo completare la Rivoluzione Francese: la sovranità monetaria va attribuita allo Stato – come Quarto Potere Costituzionale – e tolta alla banca centrale. Non è più tollerabile che, in uno Stato di diritto, la funzione costituzionale della sovranità monetaria sia esercitata da una S.p.A. con scopo di lucro…».

I privati onesti, alacri, avvezzi alle letture, alle ardue interpretazioni del Codice, ai bandi delle gare, al lavoro affrontano durante le fasi ex ante, in itinere ed ex post tenendo la testa ben alta. Come si fa durante una tempesta.  Shakespeare docet.

Le vetuste difficoltà interpretative, con le figure distinte del Rup e del Dec che sconvenientemente coincidevano, sono all’ordine del giorno sugli ambiti aggiuntivi. “L’articolo 119 del Codice dei Contratti Pubblici precisa infatti che l’esecuzione dei contratti aventi ad oggetto lavori, servizi, forniture, è diretta dal Responsabile unico del procedimento (Rup) o da altro soggetto… Il direttore dell’esecuzione del contratto (Dec) è lo stesso Responsabile unico del procedimento”.

La debita separazione della nomina, sebbene applicata ormai da parecchi anni, non basta certo a sopperire ad altre sproporzionate incombenze richieste alle piccole e medie imprese contro ogni logica. La giustizia è un’altra cosa. Ma quando persino la logica non ha più voce in capitolo, l’allocazione dei rischi inizia ad assumere contorni nebulosi.

Il contratto di affidamento, spesso confuso col subappalto dai seguaci delle scorciatoie del cervello, perché pure pensare molte volte comporta fatica, trascende le abusate sottolineature sul principio del favor partecipationis nonché sulle esigenze di massima concorrenzialità. Sebbene il diritto amministrativo salvaguardi l’importante par condicio. La parità di trattamento rimane una questione spinosa.

Prospettare soluzioni effettive, al di là delle buone intenzioni, non è una passeggiata di salute. Frattanto la portata del principio di rotazione manca ancora dell’ambìta semplificazione procedimentale. Il risultato è che, a differenza delle opportunità di business delineate con successo dal co-branding e dal co-marketing, l’egemonia del generale sul particolare esacerba l’ambaradan. Con la piramide del potere, stigmatizzata da Cosimo Massaro, che permette a qualche Paperon dei Paperoni in carne ed ossa di nuotare nei soldi e costringe viceversa le PMI a una vita grama.

La penuria delle specificità necessarie ad apporre i distinguo in grado d’impedire ai piccoli di sobbarcarsi le fatiche precluse addirittura ai grandi, senza dare il benservito all’iniquo effetto escludente in tutte le fasi della procedura di evidenza pubblica, spiega l’altalena degli stati d’animo contrastanti.

Le funzioni di controllo sugli atti delle province, dei comuni e degli enti locali nella loro interezza non scalfiscono nemmeno l’esercizio della discrezionalità tecnica dell’Amministrazione. Ritenuto più legittimo delle valutazioni di equivalenza. La riscrittura del Titolo V della Parte II della Costituzione, in coincidenza dell’entrata in vigore dell’euro, ha riorganizzato l’assetto di tali enti decretando la fine del Coreco (Comitato regionale di Controllo).

Si stava meglio, allora, quando si stava peggio? I rapidi sviluppi delle tecnologie dell’informazione non hanno certo sostituito Montanelli con dei proseliti all’altezza. L’economia sommersa infrange le regole, le leggi e i contratti come ha sempre fatto. Il rispetto delle regole è imprescindibile per eludere l’ingresso sul mercato di operatori che impiegano risorse di provenienza illegittima. Gli oneri sociali sono uguali per tutti. Le imprese regolarmente registrate, nel pieno rispetto delle regole, accendono sterili elucubrazioni sulla microeconomia.

È una questione di diritto, come sosteneva Alberto Sordi.

Come dargli torto? Quanto scritto è una goccia nell’oceano di storture, antinomie e problematiche che attanagliano la spina dorsale del 99% delle imprese autoctone.

Formuliamo con tutto ciò l’augurio che il proverbio latino “gutta cavat lapidem” premi alla fine la forza della perseveranza.  Soprattutto di chi fa ricorso: è un suo diritto.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Maximiliano Hernando Bruno sul valore etico del cinema

LO SLANCIO CREATIVO DEL REGISTA DI RED LAND: UN CAPOLAVORO CHE APRE LE STANZE BUIE E SCALDA IL CUORE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Aprire le stanze buie della Storia significa mettere in luce le pagine d’atroce violenza ritenute necessarie, quantunque biecamente nascoste, da chi scambia le discipline di fazione e le coscrizioni dottrinali per i diritti inalienabili dell’Uomo.
Farlo attraverso la cosiddetta fabbrica dei sogni, che grazie alla forza significante della scrittura per immagini snuda gli incubi peggiori scorgendo nell’ordine naturale delle cose l’unico antidoto possibile, comporta l’assurdo diniego di quanti, all’epoca della celebre condanna al rogo ai danni di Ultimo tango a Parigi, rivendicavano a gran voce la facoltà da parte del pubblico di giudicare in piena autonomia quali film vedere. 

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A colloquio con Emmanuel Vecchio
sull’elemento emozionale della panificazione

UN GIOVANE ESPERTO DI PRE-FERMENTI E LIEVITI CHE PUÒ DIRE LA SUA NEL CAMPO DELLA GASTRONOMIA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Chi usa le scorciatoie del cervello, anziché soffermarsi ad approfondire le varie sfaccettature della gastronomia, ritiene la panificazione una sorta di parente povero della cosiddetta haute cuisin. Con tutto il rispetto, invece, per l’alacre allestimento delle pietanze, spesso passate in rassegna sulla scorta d’un eccesso di zelo non esente dal ridicolo involontario, come rimarca l’arguto regista cinematografico israeliano Oren Moverman nel feroce affresco familiare The Diner, remake statunitense del mesto scandaglio intimo I nostri ragazzi diretto dal romanissimo Ivano De Matteo, anche la Settima Arte riconosce ai diversi tipi di procedimento, contemplati per trasformare la farina in baguette da leccarsi i baffi, un fulgido valore emozionale.

Emmanuel Vecchio (nella foto alle prese con i dolci) lo sa bene. Dal padre salernitano Antonio ha ereditato l’attitudine a guardare al cinema come a una finestra aperta sul mondo, in grado di fungere anche da straordinario pungolo per la piena maturazione dello spirito e dell’intelletto. Dalla famiglia della madre francese ha ricevuto altrettanti stimoli al fine di capire le ragioni del cuore in termini eminentemente pratici. Imparando a impastare, nel periodo della permanenza in Normandia presso i solerti e calorosi nonni, in attesa di poter accortamente tradurre l’affascinante ma segregata teoria nell’opportuna prassi.

Estraneo all’improduttivo impeto tipico dei meri neofiti, fin dai tempi della scuola alberghiera di Battipaglia e dei tirocini curriculari ed extracurriculari, sostenuti sia nel Bel Paese – a San Vigilio di Marebbe, con Bolzano dietro l’angolo – sia ad Aix-en-Provence, Emmanuel ha sempre tenuto i piedi ben piantati per terra.

Per lui riuscire ad anteporre il conseguimento concreto degli obiettivi prefissi, ottenuti palmo a palmo, agli inutili svolazzi pindarici significa soprattutto dare la giusta forma al glutine sul tavolo di cucina senza incollarsi minimante le mani: lo strumento con il quale fondere tatto, allo scopo di custodire gli ampi alveoli che si creano nell’arco della lievitazione, ritmo ed energia. L’effetto conclusivo, con le peculiari bolle, parla da solo.

L’ammirato stupore, tuttavia, serve a poco. Occorre, piuttosto, evitare come la peste l’impasse delle elucubrazioni dottrinali. Gli studi universitari di scienze gastronomiche, con il master imperniato sull’ambìta panificazione, sono stati un trampolino di lancio per mettersi alla prova nella giungla metropolitana della Città Eterna. Esiste una sfilza infinta di corsi per pizzaioli incapaci di cavare un ragno dal buco. Le basi di chimica e fisica fornitegli dall’approfondimento post laurea rappresentano, quindi, un valore aggiunto. Non per pavoneggiarsi o per stendere trattati colmi d’improntitudine e trovare sterili pulpiti. La molla dell’inesausta curiosità è molto più utile dell’arroganza dei tromboni che montano in cattedra solo ed esclusivamente a scopo autoreferenziale. Buttandosi in avanti per non cadere indietro. L’antidoto contro la loquela sbracata dei falsi dotti in materia risiede nello stimolante terreno dell’incontro e del confronto. Lo scontro, esacerbato sui social dai moti d’invidia e dall’onnipresente cifra dell’odio, confonde le idee ed esaspera gli animi. Emmanuel, nonostante l’età verde, sembra, in tal senso, un vecchio saggio. Nomen Omen, d’altronde. Conscio che in ballo c’è pure lo slancio dell’evocazione.

«Amate il pane: cuore della casa, profumo della mensa, gioia del focolare. Rispettate il pane: sudore della fronte, orgoglio del lavoro, poema del sacrificio. Onorate il pane: gloria dei campi, fragranza della terra, festa della vita. Non sciupate il pane: ricchezza della patria, il più soave dono di Dio, il più santo premio della fatica umana

Non vi è nulla di scontato ed enfatico nell’inno sovraesposto. I movimenti di schieramento e le discipline di fazione cedono spazio all’aroma dell’assennatezza, al fascino della bontà e all’empatia dell’affinità elettiva. Barbara Frangi (nella foto) queste cose,  comprese quelle più difficili, le sa fare con incrollabile perseveranza e le sa spiegare con intensa accuratezza.

Panettiera e Pizzaiola anarchica per passione, così è solita definirsi, rifugge dai cultori troppo fanatici della panificazione quando il desiderio di sperimentare motu proprio paga dazio allo scotto di una febbre creativa fuori luogo. I grani antichi, che lei ricerca con scrupolo ed entusiasmo, non rientrano nelle priorità dei panettieri intenti ad aprire la saracinesca ogni mattina. La visita al Mulino Caputo, alla scoperta del grano a macinazione lenta, le è servito ad affinare ulteriormente i ferri del mestiere e porre le debite distinzioni. Non si finisce mai d’imparare. Ed è bello così.  Alle tendenze di punta, anche per quanto concerne i lieviti, Barbara replica con rimarchevole buon senso. Abbassare i ritmi in quest’ottica accresce il sapore ed emulsiona i compositi livelli dell’impasto apponendo un fulgido e genuino marchio di fabbrica.

Emmanuel è, quindi, in buona compagnia. Il processo di maturazione per la farina ricopre un ruolo decisivo. La trasmissione di pensiero tra persone allergiche agli sponsor e, principalmente, alle banalità scintillanti degli slogan rei di smerciare per speciali persino i pandori zeppi di additivi, trascende il margine di visibilità degli chef che mandano in visibilio i fan poco scaltriti al riguardo. Attingere ad alcuni degni esponenti, alieni per una questione di principio ai galloni guadagnati in televisione nelle vesti di discutibili aedi, diviene ciò che conta in maggior misura.

La pratica, con l’affiancamento ad Alba di Enrico Giacosa, presidente del Consorzio Pan Ed Langa, gli ha insegnato l’importanza delle peculiarità all’origine di qualsivoglia prodotto attento a proteggere gli amidi e le proteine. Il rispetto nei riguardi del destinatario optimum costituisce un diktat deontologico. La digeribilità è strettamente correlata al modo utilizzato per far fermentare l’impasto. Le bestie nere restano, perciò, le componenti denaturate. Gli agenti chimici in primis.

L’arte di panificare l’ha appresa altresì da docenti del calibro di Davide Longoni, Piergiorgio Giorilli ed Eugenio Pol (nella foto), milanese di origini veneziane, avvezzo alla tutela dei posti incontaminati dove regna l’ordine naturale, con l’acqua pura, e le interferenze lesive sono messe al bando. 

Tuttavia la lezione impartitagli simultaneamente dai guru sia da bosco che da riviera rimane imprescindibile. Occorre adattarsi alle circostanze, lontano dalle astrazioni pleonastiche, e rimediare agli imprevisti. Che sorgono quando uno meno se lo aspetta. La pasta madre non è una panacea. E neanche un’incontestabile garanzia d’indistruttibilità. Però torna utile. Su questo non ci piove.

La predilezione per i pre-fermenti non cade mai nello scoglio di un sapere monodisciplinare che vacilla, al pari dello stuolo di fan dei cuochi del grande schermo, dinanzi ai bruschi cambiamenti imposti talora dalle circostanze. Il lievito madre naturale aiuta tanto. L’elasticità e la morbidezza dell’impasto, ivi connessi, scongiurano malaugurati mali di stomaco. Ed ergo fanno la felicità dei ghiottoni di turno. Tuttavia a Emmanuel non interessa, di contro, demonizzare il lievito di birra. Le buone maniere, l’apparente timidezza, la profonda educazione vanno di pari passo con l’implicita coerenza in merito. L’adagio latino cum grano salis capita a fagiolo, dunque. Nella sua accezione più ampia. Che comprende i giochi di parola.

Divertirsi lavorando, mentre si fatica, per usare un modo di dire frequente in Campania, non implica deleterie concessioni ad alcun tipo di sbavatura.

Emmanuel adora cimentarsi in pizze e focacce che lasciano il segno dell’impegno. Nonché del divertimento. Eppure, seguirlo, step by step, nella preparazione dei soffici e profumati pan-brioche, siano essi dolci o salati, manda a carte quarantotto l’inerzia delle idee prese in prestito all’altrui acume.

Ricorrere, in ogni caso, alla sagacia della lingua latina, aiuta ad avere una visione a trecentosessanta gradi ed entrare in contatto con le differenti scuole di pensiero. La parola fermènto (da fermentum vale a dire fèrvere, bollire, essere in moto) non si presta a equivoci di nessun tipo. Casomai chiarisce il nesso di specie morfologica e il rimando alla vita congiunti all’idea operante di fermentazione. Il pre-fermento indica ciò che precede quella tappa evolutiva. Non discriminare, perciò, i pre-impasti fermentati con il lievito di birra, sull’onda di una seccante affettazione, testimonia l’intelligenza, ancor prima ché l’accortezza, di Emmanuel.

La soddisfazione di veder sfornare il pane è indescrivibile. Non si tratta di attribuirle lo status di un nobile incarico, che spegne le piccole vampate delle superflue polemiche e attizza il sacro fuoco della passione, bensì di aprire il varco all’affettuosa intimità volta ad animare un patrimonio di pregiate conoscenze. Sulla pasta madre, sugli andamenti segreti in merito alla fermentazione spontanea degli impasti, sulla capacità di conservazione del prodotto, grazie alle funzioni svolte dai batteri e dai lieviti. Il Saccharomyces cerevisiae, dunque. O lievito di birra che dir si voglia.

Riuscire a comprendere le caratteristiche fermentative, unite all’applicazione di elasticità ed estensibilità, conta tanto quanto tenere d’occhio il ruolo della melanoidine nella colorazione bruna della crosta dei prodotti nell’ambito della Reazione di Maillard. Con apprezzabile umiltà, Emmanuel specifica di possedere più dimestichezza con i salati ché con i dolci. Ma, a giudicare dai risultati, non si direbbe. 

La scienza infusa c’entra, per chiarire, come i cavoli a merenda. Occorre conoscere le fasi di reazione, dal carbone carbonilico agli amminoacidi N-terminali, che, se non avvengono nella fermentazione ex ante, prendono piede in quella ex post – detto papale papale – dei destinatari. Una volta che mangiano il pane e la brioche intesi come un prodotto che manda a farsi friggere l’opportunità di digerire come si deve.

Il richiamo cinefilo al celebre spaccato sociale Bread and Roses di Ken Loach, l’aedo per antonomasia della working class anglosassone, e alla commedia agrodolce Pane e Burlesque di Manuela Tempesta, paladina dell’animo femminile, certifica come la fabbrica dei sogni abbia a cuore l’aguzza valenza metaforizzante determinata dalla fermentazione eletta a moto dell’esistenza. Nel determinare i tempi di lievitazione, il forno e gli elementi ambientali  conducono l’operazione  a termine.

A Emmanuel rimangono molte frecce al proprio arco. Balza agli occhi. È un argomentatore sagace. Che parla a voce bassa. Sembra timido dapprincipio. La calma dei forti lo tutela, al contrario, dal rischio di andare a caccia di grilli e costruire vani castelli di carta. I sistemi moderni di molitura, le quantità crescenti di crusca, l’apporto rinforzante garantito dall’amido non lo colgono mai impreparato.

Come chi mastica amaro e sputa dolce. Il rigonfiamento della lievitazione sa tenerlo sotto controllo. Non è un ostacolo insormontabile. Unire l’utile al dilettevole gli riesce facile. La soppesata delicatezza lo solletica. L’attività di dialogo offre motivi di dibattito che non hanno nulla a che spartire con le battute sentenziose. La formulazione di un augurio ad maiora è pertanto legittima. Sfornare delizie, tirando a lucido il tema del pane parlando chiaro e tondo, può diventare un’abitudine. Ed è la forza della tradizione che ne gioverà. A buon diritto. Al pari di Emmanuel.

 

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A colloquio con Federico Tocci sugli sprazzi di talento della recitazione

IL CIGLIO ASCIUTTO DI UN ATTORE DALLA MOLE MASSICCIA E DALLO SGUARDO CERBIATTESCO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

L’intenso contrasto tra la stazza massiccia e l’introversione degli indugi permette a Federico Tocci di andare oltre il limite dei ruoli fissi destinati ai meri caratteristi. All’attore romano, incline, per ragioni di sangue e di suolo, all’acume mordace del vernacolo capitolino, che scorge nello storico disincanto una sorta di cinismo bonario, la densità testuale, conforme ai ruoli più impegnativi, piace. Eccome. È nelle sue corde, d’altronde. Insieme al dono dell’autoironia e alla capacità di trarre linfa dagli insegnamenti appresi sia nella cosiddetta università della strada sia nell’opportuno e inesausto studio della psicotecnica. Senza mai dare per scontate le incombenze di chi deve sudare sette camicie con la regìa per riuscire ad annettere gli slanci imprevisti ma proficui della poiesis, cara ai filosofi, all’indispensabile praxis costituita dalle componenti tecniche.

L’esordio dietro l’ardua macchina  da presa del collega e amico Marco Bocci (nella foto), che lo ha ribattezzato teneramente zio Thor, costituisce la prova dell’umiltà necessaria a favorire, alla superbia delle scene lusinghiere e all’esca del numero di pose fine a se stesse, la sostanza dell’indicativo lavoro di sottrazione. 

L’opera prima, A Tor Bella Monaca non piove mai, lo trova prontissimo nel ruolo di un commissario deciso a non buttare al macero mesi d’appostamento, per rendere pan per focaccia ai delinquenti che riciclano denaro sporco, nonché ad accudire un collega vittima dei disvalori imperanti nel territorio amico attanagliato dagli empi nemici.

Il relativo senso di appartenenza, restio a ricorrere ad alcun tipo di gigionesco soprassalto esibizionistico, non premia solo ed esclusivamente la professionalità di mettersi a disposizione della scrittura per immagini: dimostra, altresì, come un’empatica mimica facciale comunichi tanto quanto le forme geometriche dell’inquadratura e i match-cut visivi intenti ad accrescere l’imprinting di dettagli rivelatori ed ellissi temporali.

L’amicizia che lo lega a Tony Sperandeo, con cui ha condiviso il set della nota serie televisiva La squadra, non c’entra nulla con le reboanti ostentazioni di stima dei fan. La fragranza dell’affetto sincero, frammista ai palpiti dell’ammirazione per il ritratto acuto ed epidermico conferito in qualsivoglia ruolo, ivi compreso l’inquieto sovrintendente Salvatore Sciacca, balza agli occhi. 

L’ispettore Walter Battiston è un po’ il fiore all’occhiello di Federico Tocci. L’accento veneto, la mole robusta, lo sguardo cerbiattesco, la punta di spina del dolore per le frecce di Cupido scoccate a discapito della fortuna, che gli chiede spesso il conto, impreziosiscono gli sprazzi di talento impiegati per fungere da valido pungolo. Allo scopo, in prima battuta, di prendere confidenza con un’inflessione dialettale assai diversa da quella dei cittadini dell’Urbe. Al fine, in seguito, di dare l’acqua della vita all’aspetto spirituale, interiore, dell’onesto sbirro messo a capo delle Volanti. Pronto a cedere di nuovo il posto. Con la purezza di cuore garantita dagli sguardi introversi ed eloquenti.

Al gigionismo del fuoriclasse Sperandeo, che riesce a diventare spietato e compassionevole, sbeffeggiatore e comprensivo, scattoso e mesto, soverchiatore ed empatico, sulla scorta dell’eterogeneo sviluppo dell’intreccio, congiunto all’estrinseca vena teatrale, Federico replica con la farina del suo sacco. La sottorecitazione lo esorta, infatti, ad anteporre i semitoni agli accenti. Anche se pure quelli gli riescono bene.

È, comunque, il trasporto intimo, estraneo all’infruttifero diktat imposto dalle circostanze esteriori determinate dal plot, a preferire i segnali discorsivi, gli accenni, le parole non dette a garantire la fondatezza ad alcune performance altrimenti inclini ai virtuosismi vezzosi. Inutili, sia in prassi sia in spirito, allo studio della vicenda da raccontare ed esibire in tutte le sfaccettature del caso. Frutto dell’ingegno dell’autore.

In Suburra – La serie, a dispetto delle accuse lanciate contro l’inattendibilità di alcuni contesti, che permettono allo zingaro soprannominato Spadino di entrare e uscire dalle case dei cardinali in Vaticano, ad agire senza azione provvede l’insita antiretorica.

Il boss di Ostia, Tullio Adami, ricava notevole spessore dalla partitura sotterranea percorsa da Tocci per scolpirne le ubbie e la rabbia belluina. Contraddetta dall’incedere di alcune sensibili occhiate diametralmente opposte ai battutissimi sentieri conformi alla cifra dell’odio scellerato.

La cifra dell’amore, invece, per il figlio ribelle, incarnato con indubbia abilità da Alessandro Borghi (nella foto con Federico in un lampo cruciale), rende molto più interessante il succedersi degli eventi.

Il mancato punto d’incontro tra i due, divisi dai temperamenti bellicosi, negati all’adeguatezza catartica di una sana chiacchierata, rimane nella memoria. Quando l’impetuoso rampollo sfugge alla morte, per il rotto della cuffia, nell’aria attorno alla roccaforte vicino al mare preme un’arida ed emblematica uggia. La morbosa suscettibilità di entrambi sembra cedere il passo ad attimi fuggenti intessuti di premura virile.

In Sulla mia pelle di Alessio Cremonini il grande schermo lo vede di nuovo accanto ad Alessandro Borghi (nella foto le scene topiche), premiato con l’ambìto David di Donatello per la performance fornita nelle vesti di Stefano Cucchi. Sono sufficienti pochi secondi a Federico, che impersona un poliziotto preoccupato in apparenza unicamente di lavarsi le mani tipo Ponzio Pilato dinanzi ai segni d’atroce percossa rilevati sul corpo smagrito all’inverosimile del ragazzo: si ha fortissimamente l’impressione che l’incolpevole guardia dica una cosa, dettata dall’algido sarcasmo, e ne pensi un’altra. Agli antipodi. Sull’onda di un’indicibile indulgenza. La spia alla comprensione celata dall’ovvio distacco di rito.

Ai modi asciutti, che non gli impediscono di esporre i recessi più arcani dell’inconscio, custoditi con l’ausilio del sarcasmo gergale, e traditi dagli occhi cerulei, promossi a specchio dell’anima intenta a scoprire diverse zone d’ombra, illuminate dall’inopinata docilità, seguono le argomentazioni sagaci. Snocciolate senza l’improntitudine degli intellettuali estranei alla saggezza popolana. I fulgidi globi oculari, ridotti in certe circostanze a fessure iniettate di sangue, quando le sagome scure del Rischio e della Minaccia prendono piede attraverso il rapporto della finzione cinematografica col reale, lontano da qualunque, inutile forma artificiosa, tornano ad accendersi fuori del set. 

Una testimonianza di pienezza compartecipe. Allergica agli imperativi dei calcoli professionali. Alla prospettiva, nemmeno troppo remota, di aggiudicarsi un David di Donatello, come attore non protagonista per l’insolito commissario di A Tor Bella Monaca non piove mai, con l’antidoto al braccio violento della legge, non ci pensa. Gli basta salvaguardarsi dalle crisi occupazionali che affliggono tutti gli attori esclusi dall’effigie dorata attribuita dai seguaci dell’inane divismo. 

Recitare, per Federico Tocci, è un mestiere irrinunciabile. Che ama per motivi che non hanno nulla a che vedere con la brama di procacciarsi chissà quale quotazione sul mercato né con il freddo raziocinio. Abituato ad affidare alla fotogenia il compito di sopperire all’impasse di una recitazione meccanica. Nel suo caso il connubio delle forme somatiche del volto con la gamma luministica, assicurata dagli alacri direttori della fotografia, possiede la polpa dell’affetto. Tramutato in conoscenza. Per dare il benservito ad arzigogoli ed elucubrazioni varie. Il cuore, sintomo di sensibilità e d’audacia perenne, è tutta un’altra camminata. L’entusiasmo creativo e i piedi per terra non si annullano l’un gli altri.  Sono, viceversa, il cacio sui maccheroni. Non per cucirsi sul petto i galloni della star venerata dalle folle desiderose d’ispirarsi agli ingannevoli portatori d’invulnerabilità. Ma per far sorridere, sognare e riflettere il pubblico proprio con la vulnerabilità connaturata alla creazione di circostanze convertite in rimedi contro la monotonia. Una cura dello spirito che amplia la visione del mondo ed esplora gioie e dolori: la brama dell’iperbole, l’ansia febbrile, l’essenzialità delle note intime. Che penetrano la complessità dell’esistenza. Senza colpo ferire. 

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A colloquio con Antonio Zavatteri sull’intensa levità della recitazione

IL FULGIDO ED EMOZIONANTE SENTIMENTO CREATIVO DI UN ATTORE COI PIEDI PER TERRA CHE PUNTA IN ALTO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Puntare alle stelle, mantenendo i piedi per terra, non costituisce una contraddizione in termini. Né si va ad aggiungere alle ormai vetuste ed enfatiche elucubrazioni teoriche di chi si parla addosso scambiando le banalità scintillanti della (auto)propaganda per perle di saggezza.

Ad Antonio Zavatteri (nella foto) interessa, piuttosto, svolgere la professione dell’attore nel migliore dei modi, difendere la categoria di coloro che, attraverso il lavoro sui personaggi da incarnare, devono comunque conseguire le debite giornate annue, per garantirsi l’accesso ai soccorsi previdenziali, e concordare attraverso il sentimento creativo, al posto dell’infruttifera chimera, la possibilità concreta della svolta.

Una svolta professionale che non paga dazio agli insulsi particolari, acuiti dai periodici a caccia di scoop, e ai fiotti di champagne diffusi in un mondo dorato, retto dall’inane esteriorità, ma che trae linfa dallo sblocco liberatorio congiunto al contatto diretto col pubblico, stabilito dallo strenuo impegno profuso in teatro, dall’aderenza al commercialista Franco Musi (nella foto) colluso con la malavita napoletana, reo nella serie televisiva Gomorra di fare il passo più lungo della gamba, e dall’impeccabile misura grazie alla quale è riuscito ad anteporre l’umiltà dell’antiretorica alle pose vanesie dei set cinematografici.

Fremere dinanzi all’ipotetica crescita esponenziale dei film da interpretare, al fine di ricavarne la notorietà capace di porre fine agli orari disagevoli e all’asservimento nei riguardi della macchina da presa, può rivelarsi un’autorete. La soddisfazione di aver impersonato in Mia madre di Nanni Moretti l’ex alunno della signora appena scomparsa e impreziosito la trama, sia pure cum grano salis, col ricordo sobrio ma incisivo di un’insegnante affezionata all’acume sempiterno degli adagi latini, riconduce tutto all’ordine naturale delle cose. Il primo piano del volto, scosso dalla punta di spina del dolore ma deciso a rispettare l’intimo contegno d’ogni lutto inevitabile, non solo tiene le opportune distanze dalle soap che chiedono agli spettatori meno scaltriti un abuso delle sacche lacrimali. Nella sua sottorecitazione risiede anche il corredo d’idee ed emozioni che, lungi dall’alterare l’intrinseca verità rappresentata e dal prestarsi all’impasse degli inutili equivoci, equipara la forza significante dell’io interiore alla fase del concepimento dell’estro.

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A colloquio con Mavina Graziani sulla forza ispirativa della recitazione

IL CARATTERE D’AUTENTICITÀ DI UN’ATTRICE CHE MANDA SCINTILLE NEL DRAMMA E SOGNA LA COMMEDIA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Emana davvero scintille creative che si accendono nella definizione dei personaggi che incarna. Dalla famiglia, costituita dall’affettuoso consorte e dai tre adorati figli, Mavina Graziani (nella foto nei panni di Ofelia in Shake Fools) trae linfa per anteporre alla superficialità del bel vivere l’alternativa, profonda ed empatica, del buon vivere. Che è tutta un’altra cosa. Lei, da romana, affezionata all’arguzia sardonica in grado di cogliere appieno l’emblematico non sequitur nelle pose ridicole delle false dive a caccia d’inquadrature lusinghiere, ha, insieme ai valori sani, anche le idee molto chiare: un conto è svolgere la professione della modella; un altro paio di maniche è l’aderenza al personaggio da interpretare.

La bellezza, definita dal compianto e assennato Ermanno Olmi, una piacevolissima opportunità, certamente dà una mano. Tuttavia, terminato il periodo delle sfilate, a Mavina interessa soprattutto sfruttare adeguatamente le chance fornite dalla versatile carriera d’attrice. L’idonea qualità d’ispirazione – lungi dal soffocarne la naturalezza, agevolmente ravvisabile nel sorriso franco, nei modi spigliati e negli occhi vivaci che s’illuminano di un barlume quasi fanciullesco quando la conversazione cade sulla maestria della splendida Meryl Streep, che nell’indimenticabile mélo La scelta di Sophie riesce ad arrossire facendolo sembrare una passeggiata di salute – non contempla l’inane caccia ai larghi profitti né ai sorrisi di circostanza a beneficio dei paparazzi sul red carpet. Per carità: ben venga il successo. E con esso pure il tappeto rosso. Ma solo come una diretta conseguenza di un lavoro svolto con estremo impegno ed entusiasmo ininterrotto.

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A colloquio con Giovanni Maria Buzzatti sul processo creativo della recitazione

COMPETENZA ED ENTUSIASMO AL SERVIZIO DEL “VIAGGIO DELL’EROE”: UN ESTRO CHE NON SI PERDE NEL SILENZIO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Il carattere d’ingegno creativo necessario ad alimentare l’arduo lavoro degli attori sui personaggi, attraverso l’egemonia dello spirito sulla materia al fine di esibire i moti dell’anima custoditi nell’inconscio, non si perde nel silenzio. Il gioco fisionomico della performance recitativa, che nel mondo del cinema costituisce un motivo di fianco rispetto alla dinamica tra immagine e immaginazione posta in essere dietro la macchina da presa per mezzo dei valori espressionisti congiunti alla stesura filmica, non è solo un fattore di richiamo dell’universo teatrale. In virtù dell’indubbio ascendente esercitato sui fruitori grazie al contatto diretto contemplato nell’attuazione della prova interpretativa. Per Giovanni Maria Buzzatti (nella foto) l’impegnativo ma doveroso processo di apprendimento, reviviscenza, incarnazione e forza comunicativa va oltre i precetti del pur illustre Metodo Stanislavskij, veicolato in regole neurotoniche ed esercizi sistematici dal coriaceo Lee Strasberg, esponente cardine del Group Theatre, chiude il cerchio attingendo al dotto libro “Il viaggio dell’eroe di Christopher Vogler.

È stata l’aggraziata ed energica Manuela Tempesta (nella foto), fautrice altresì del Tao (, Dào; testualmente la Via), il concetto orientale che va ad amalgamare le emblematiche polarità connesse all’ordine della natura (maschile/femminile, tenebra/luminosità, freddo/calore), a coinvolgere altresì Giovanni Maria Buzzatti nello studio delle strutture ricorrenti contemplate da Vogler. Regista, sceneggiatrice, documentarista sensibile ed eclettica, Manuela è divenuta una sorta di poetessa dell’animo femminile, costretto – come insegna pure l’Antico Testamento – a passare per la cruna dell’ago ed entrare nel Regno dei Cieli. L’urgenza di denunciare gli abusi commessi ai danni dello spirito muliebre, sia sul grande schermo, specie con “Pane & Burlesque, svelando i disaccordi nascosti nella necessità di esibirsi nutrita nel guscio della provincia, sia sul palcoscenico del teatro, è divenuta un’autentica affinità elettiva.

Giovanni Maria Buzzatti ha saputo cogliere repentinamente la profonda sensibilità, frammista all’assoluta tenacia, di Manuela; per poi dedicare la massima attenzione ai suoi numi tutelari. Senza mai prenderli sottogamba. Nemmeno per un attimo. Evitando di smarrirsi in una congerie di rivoli, fini a sé stessi, è riuscito a individuare nel bisogno di miti, che trascende lo scoglio del Tempo, un formidabile pungolo per guidare i propri allievi nel periodo preparatorio della conoscenza, sulla scorta dell’idonea intuizione artistica, nella capacità di trarre linfa dalla sfera delle sensazioni personali, allo scopo di anteporre all’infruttifera esteriorità la piena comprensione della psiche del personaggio, nonché dai ricordi onde conferire al dramma rappresentato l’aroma di sincerità dell’esistenza. Per Manuela, al pari del Percorso legato al Tao, quello predisposto da Vogler, sulla base degli stimoli forniti da L’eroe dai mille volti di Joseph Campbell, costituisce uno stimolo eccezionale per andare in profondità. Soprattutto come scrittrice d’inebrianti ed eruditi plot gremiti di ombre sinistre, punti decisivi di caduta, o di non ritorno, d’inopinati alleati, scoperti tanto nell’innocenza dell’infanzia quanto nell’assennatezza della senescenza. Non a caso la correlazione tra habitat ed esseri umani, capace d’impreziosire con gli stilemi della geografia emozionale anche l’intenso cortometraggio I sogni sospesi, insieme a dei cortocircuiti lirici che non dispiacerebbero affatto al guru statunitense Terrence Malick, rientra nei parametri nodali con cui Madeleine de Scudery tracciò – per adornare il testo “Clélie, historia romaine – la celebre Carte du Pays de Tendre. Con il Lago dell’Indifferenza frammisto ai paesi di Indiscrezione, Perfidia, Cattiveria e Orgoglio che si affacciano nel mare dell’Inimicizia. Mentre la retta via conduce ai paesi di Compiacimento, Sottomissione, Coccole, Assiduità, Prontezza, Sensibilità, Tenerezza, Obbedienza, Amicizia Costante, fino all’approdo a Tendre sur Reconnaissance. 

Giovanni Maria Buzzatti, invece, stimola l’azione interiore degli adepti disposti a fornire il loro contributo alla partitura spirituale dell’opera,  con l’atlante dei comportamenti. Anziché con quello delle emozioni nate dalla virtù del territorio di riverberare il connubio di modus operandi e forma mentis. L’humus ideale, in tal senso, risiede, piuttosto, nei contrasti tra eventi negativi ed eventi positivi, tra il rifiuto e il richiamo dell’avventura, tra il mondo ordinario e l’avvicinamento alla tappa prefissata. Da lì lo spartito dei compiti fisici degli attori e delle attrici che lui guida, per non cadere nell’algida abitudine meccanica, è arricchito dal concetto di resurrezione. Equiparabile, a discapito delle banalità scintillanti dell’enfasi di maniera, all’idea di climax. Applicato alla fase topica in cui ogni interprete reagisce esteriormente in funzione agli stimoli interiori forniti dagli esempi lampanti ed epidermici di vita vissuta. Non si tratta di avere un asso nella manica, destinato a pagare dazio agli inutili segni d’ammicco di chi usa le scorciatoie per sviluppare il processo della ricerca del personaggio. Bensì di una concentrazione raggiunta di comune accordo, toccando punti nevralgici nelle reminiscenze personali d’ogni individuo coinvolto per ricreare senza che siano presenti oggetti immaginari in grado di lasciare il segno. Basti pensare alla pièce teatrale Shake Fools allestita a quattro mani con l’ormai inseparabile Manuela. Il personaggio di Otello, incarnato dal poliedrico Giovanni Maria Buzzatti, dà in escandescenza nei confronti di un ipotetico commissario di polizia e degli appuntati intenti a raccoglierne la deposizione. Lo stimolante richiamo, oltre ché ai sempiterni versi del Grande Bardo, al Pier Paolo Pasolini di “Accattone, testimonia l’audacia di connettere l’alta densità lessicale dei capolavori letterari e il parlato spontaneo. Con i borbottii, i segnali discorsivi, il ricorso alla rabbia del vernacolo romanesco privo della consolazione dell’onnipresente disincanto e dell’aguzzo sarcasmo. Sin dal manifesto, con la farfalla che rimanda a “Il silenzio degli innocenti del compianto Jonathan Demme, l’innesto degli echi e dei controechi, da “Un tram che si chiama desiderio a “Qualcuno volò sul nido del cuculo, dai fatti di cronaca nera alle punture di spillo riservate alle atroci storture in seno alla società, palesa una marcia in più rispetto all’accidia delle idee solitamente prese in prestito dai colleghi assai meno ispirati. Un’abitudine imperante nei settori della cultura e dell’intrattenimento dove la bestia nera resta il disinteresse del pubblico. Ancor prima della noia di piombo. Che sancisce la condanna all’oblio di qualsivoglia prodotto fondato sulla comunicazione. 

Non serve abbaiare alla luna per invertire la tendenza. Occorre, casomai, rimboccarsi le maniche. Chiudersi nel proprio bozzolo, col morale sotto i tacchi, a causa delle criticità riscontrabili nelle dinamiche sempre più stagnanti dei consumi culturali, è inutile. Come anche ingoiare amaro e sputare dolce. Giovanni Maria Buzzatti è alieno all’umanità raccogliticcia dei sognatori che vanno a caccia di grilli e costruiscono inutili castelli di carta. Conosce le best practices e le bed pratices comportate dall’onore, nonché dall’onere, d’incontrare i gusti della popolazione spronandola con la magnifica opportunità fornita da un inesauribile patrimonio di apprendimenti ed erudizioni. Ed è, quindi, consapevole che non vi si può rinunciare per corrispondere all’emotività del pubblico dai gusti semplici. Né è ipotizzabile, conformemente all’emanazione dell’estro umanitario, continuare a fingere che il livello di comprensione del settore di competenza c’entri poco con le strategie di marketing. La mercificazione del tempo libero, nell’ambito degli spettacoli dal vivo, riconducibili pure al mercato dell’intrattenimento, va tenuta nella giusta considerazione. Al pari dell’arte segreta dell’attore e dell’incisiva irradiazione formativa che traduce in divertimento, alieno all’impasse del temuto tedio, il nesso con i traumi prodotti dalla collettività moderna. 

Il fulgido senso dell’azione che Giovanni Maria Buzzatti individua, lontano dai motivi figurativi tramutati in motivi introspettivi dallo sfarzo scenografico, nell’invenzione degli intrecci evoca dal profondo il divampare delle passioni. Che possono e devono colpire alla mente, al cuore e allo stomaco gli spettatori decisi ad allargare determinate prospettive. Acquisendo coscienza di ciò che li circonda tramite il debito filtro intellettuale ed educativo. Perché nel sovvertimento degli affetti, fuori dai binari della mera retorica, che sa di stantio ed ergo di vecchio, nella conquista della bontà, a dispetto dei demoni privati che s’insinuano a ogni piè sospinto nella rete d’inedite ed eterne infamie, negli impulsi psicologici, all’origine dei cori osceni da stadio, risiede la vigoria della consuetudine. E quindi di una tradizione che non deve cedere di un passo al trattamento superficiale richiesto da un rapporto tra destinatari ed emittenti poco avvezzi ai dispendi di fosforo. Spremendosi le meningi, imparando a pungolarsi, è possibile ricavare dalla vena smisuratamente crudele che serpeggia nella cifra dell’odio, dell’intolleranza, della violenza lo sprone dell’amore, dell’impegno, dell’avvedutezza. Un antidoto contro l’accetta adoperata dagli artisti avventizi. Avvezzi, a colpi d’ascia, ad allontanare alla bell’e meglio il bene dal male. Neanche fossero gli angeli sterminatori cari a Luis Buñuel. L’estrema varietà di archetipi utilizzati per mostrare l’imprevedibile ferocia dell’Otello di Giovanni Maria Buzzatti (nella foto con Mavina Graziani alias Desdemona), che ne paralizza la volontà pungolata dalla cifra dell’amore, e l’atavica efferatezza del Macbeth riletto in tuta mimetica, all’insegna di un lucido discernimento estraneo ai raccordi sull’asse di ripresa concepiti dalla fabbrica dei sogni, snudano incubi impossibili da nascondere sotto il tappeto.

Dargli una chiara sensazione di visibilità, per Giovanni, in qualità di coach trainer con il metodo delle azioni fisiche, nelle fiction televisive, da “I Cesaroni a “Distretto di polizia, al cinema, ma soprattutto in teatro, la sua grande, inesausta passione, trasportando la platea in un’atmosfera davvero rivelante, in cui si mescolano alle palpabili pieghe umoristiche, stabilite dall’idiosincrasia per ogni forma di sgradita discrepanza, dei contrappunti mesti, ed ergo elegiaci, vuol rendere merito, sia pure in filigrana, all’inobliabile didascalia introduttiva di David Wark Griffith nel pionieristico capolavoro del cinema mondiale Nascita di una Nazione: «Noi non desideriamo offendere con improprietà od oscenità. Esigiamo, però, come nostro diritto, la libertà di poter mostrare il lato oscuro del Male per poter mettere in luce il lato luminoso della Virtù. La stessa libertà concessa alla parola scritta». E anche al teatro. Con buona pace di chi si affretta a cantarne l’inane De Profundis.

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A colloquio con Vincenzo Inverso sul marketing territoriale e sulla geografia emozionale

IL PARCO NAZIONALE DEL CILENTO, VALLO DI DIANO E ALBURNI: UN TERRITORIO DA DIFENDERE ED ESIBIRE CON ORGOGLIO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La gestione del patrimonio naturale, culturale ed economico connesso alle aeree protette ricava l’acqua della vita dalla schiettezza del senso di appartenenza. I legami di sangue e di suolo, quando prendono piede con la fragranza inconfondibile dell’autenticità, non pagano dazio all’enfasi di circostanza. Bisognosa degli esuberi di aggettivi e delle roboanti attestazioni di stima per accompagnare l’implementazione delle condotte strategiche tese a favorire la crescita del territorio. Il Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni alla tentazione dell’iperbole, attigua alla pubblicità, antepone l’impegno costante a beneficio di un’area realmente ricca di suggestioni profonde.

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L’odore del teatro: il luogo che mette d’accordo cuore e cervello

LA MAGIA DEL PALCOSCENICO: UN’ORBITA MISTERIOSA CHE TRASFORMA I MOTIVI DI FIANCO NELLA CURA DELLO SPIRITO

«Oh, chi avesse visto l’imbacuccata regina correre a piedi nudi qua e là minacciando le fiamme con occhi pieni di lacrime! Uno straccio sopra la testa dove poc’anzi un diadema posava e come abito, sui fianchi, resi esausti dal parto e scarni, una coperta afferrata con paura durante l’assalto. Chi avesse visto questo, con la lingua intrisa nel veleno, avrebbe imprecato contro il tradimento empio della fortuna. Se gli Déi stessi avessero sentita, quando vide Pirro rovistare con la spada, per maligno gioco, tra le membra di suo marito, l’urlo disperato che le eruppe dal petto! Se cosa mortale può commuovere gli Eterni, avrebbe versato latte nei brucianti occhi del cielo».

È questo il monologo, che pone in risalto la disperazione della regina Ecuba dinanzi all’agonia del marito Priamo, barbaramente ucciso dal nemico Pirro, con cui l’intenso ed erudito capocomico presente nella tragedia shakespeariana di Amleto spinge l’omonimo principe di Danimarca a riflettere sulla forza persuasiva della recitazione. Impreziosita dall’aderenza ai sentimenti altrui. Dalla capacità di snudare l’anima ed esprimere l’umana pietas insita nei meandri dello spirito in perenne lotta con la materia. Le parole al riguardo dello stesso Amleto, quando prende piena coscienza dell’inimmaginabile dose di trascinante empatia connessa all’ammirevole trasporto immedesimativo, sono ancor più rilevanti ed emblematiche:

«Non è mostruoso che questo attore, per una finzione, in un sogno di passione, possa sottomettere l’anima alla sua immaginazione. Al punto tale che il volto gli si è sbiancato. Con le lacrime agli occhi. Gli si è stravolto l’aspetto. Gli si è spezzata la voce. E ogni sua facoltà dà forma a sentimenti suggeriti. E tutto per niente! Per Ecuba! Cos’è Ecuba per lui e lui per Ecuba che debba piangere in quel modo? Che farebbe se avesse i motivi e la spinta per le passioni che c’è in me? Certo lui inonderebbe la scena di lacrime. Strazierebbe le orecchie di tutti con grida orribili. Farebbe impazzire i colpevoli, inorridire gli innocenti, confondere gli ignoranti. E lascerebbe sgomenti in tutti gli altri la vista e l’udito».

Non si può dar torto ad Alberto Moravia quando sosteneva – nelle vesti di critico cinematografico sulle pagine del noto del settimanale di politica, cultura ed economia L’Espresso – che il gioco fisionomico alla base di ogni performance costituisse un motivo di fianco rispetto alle scelte compiute dai registi cinematografici eletti ad Autori con la “a” maiuscola sul galvanizzante terreno dell’arte. Anzi, della Settima Arte. 

Tuttavia lo spettacolo di secondo piano diviene la chiave di volta sui palcoscenici del teatro in virtù del profondo ascendente esercitato sul pubblico. Il contatto diretto con gli spettatori, lontano dalle vane lusinghe riposte nelle inquadrature lusinghiere e dalla possibilità di correggersi dinanzi a una “papera”, non costituisce una mera patente di nobiltà. Bensì è il fiore all’occhiello di un processo di formazione alla creatività che tramuta il gioco della trappola scenica in un probo prodromo della verità. Il cui depositario, nella vita di tutti i giorni, resta l’Onnipotente. La sospensione dell’incredulità, che manda a carte quarantotto l’attitudine dei critici a cercare il pelo nell’uovo, trascende l’ovvio ricorso ad abili stratagemmi, a sollecitazioni programmatiche, al vezzo di fare il verso alle fatiche di Ercole, ai crucci dei mortali, ai capricci degli immortali. Nel convertire la freddezza dell’intelligenza, di chi si erge a giudice degli spunti originari dell’estro, nel calore della sensibilità, aliena anche alle snobistiche distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, risiede l’essenza di una ribalta unica. Che esorta gli attori ad amare il sogno. «Senza immaginazione – sosteneva l’esimio maestro Konstantin Sergeevič Stanislavskijnon ci può essere creazione».

Nella Settima Arte il punto di convergenza che unisce l’immagine all’immaginazione necessita della creatività di chi coordina dietro la macchina da presa l’irrinunciabile valore evocativo dei movimenti di macchina, dei match-cut visivi, tipo l’osso lanciato dal primate di 2001: Odissea nello Spazio che diviene un monolite, della profondità di campo. Grazie al quale l’indimenticabile Orson Welles ha saputo allargare le prospettive mentali di platee inizialmente dai gusti semplici se non grossolani.

Nel teatro, invece, lo status di autorialità, difeso con le unghie e con i denti dai falsi dotti, ansiosi di sentirsi degli intenditori, anziché apparire alla stregua di vanesi dissimulatori, conta poco o niente. Non ci sono demiurghi né stregoni. È un alto tasso di umiltà, di predisposizione al sacrificio, congiunto alla reviviscenza, ad animare la fantasia degli interpreti. Per agire nelle vesti del personaggio, studiato sin nei minimi dettagli, lavorando su sé stessi. Sui ricordi capaci di accendere quella fiamma eterna. Accesa, per la prima volta, ad Atene dal sommo poeta Tepsi. Uno che ci sapeva fare con la prontezza declamatoria. Ma finanche coi frizzi e i lazzi cari a Totò (nella foto), l’impareggiabile Principe della risata. Nato nel Rione Sanità. Consapevole delle gag necessarie a «far patire di piacere» la gente seduta in platea ad ammirarne l’eccezionale mimica facciale, gli inarrivabili tempi comici, l’incredibile bravura nell’andare a braccio, senza copione, riuscendo ad appaiare i neologismi, entrati con pieno merito nel linguaggio comune, al magico talento di flettere il corpo a proprio piacimento divenendo l’antesignano della black-dance e di Micheal Jackson.

Eduardo De Filippo alle doti funamboliche del geniale concittadino, dalla pantomina prodigiosa, replicava con la superba padronanza dei ferri del mestiere sia sul versante dell’orgoglioso teatro accademico sia sul piano di quello naturalistico. Connesso al vernacolo partenopeo. Divenuto Patrimonio dell’Onescu.

Tuttavia nella commedia in tre atti Il Sindaco del Rione Sanità è soprattutto il suo sguardo a parlare. Sulla scorta del volto scavato, degli occhi piccoli, vivaci, pronti ad accendersi di colpo, del cipiglio fiero. Venato d’inguaribile malinconia. Stemperata nell’indulgenza fugace, nondimeno liberatoria, dell’umorismo. La versione moderna rappresentata dal pur abile Mario Martone non gli arriva neanche alla caviglia

Disporre i significati del testo, che espone le ubbie unite al personale codice etico di un boss di quartiere fedele all’ormai antiquato senso dell’onore svilito dalla tracotanza, dall’insensibilità e dalla paura omicida, non è compito dei recensori. Le varianti dissacratorie, decise ad aggiungere alla pregnanza contenutistica originaria il richiamo ai segnali discorsivi in stile Gomorra, frammisti ai forestierismi comportati dall’adozione del rap, concedono ugualmente qualche banalità di troppo. A dispetto dell’indubbia esperienza di Martone, destreggiatosi nella sua lunga carriera tanto nel cinema, attraverso la correlazione oggettiva ed emblematica tra habitat ed esseri umani, quanto nel teatro, il richiamo figurativo non si tramuta mai in nesso introspettivo. La perizia dei costumi, che sostituiscono gli abiti all’antica del boss col vestiario casual dei “tamarri” odierni, e gli attenti elementi scenografici non bastano a sopperire alla penuria degli opportuni colpi d’ala necessari per rendere l’impasto sempiterno dei sapori di acre, di dolce, di penetrante ad appannaggio del ritratto dell’autocrate eppur magnanimo protagonista. Antonio Barracano. Incarnato dal volenteroso Francesco Di Leva con ammirevole sforzo. Nella mesta consapevolezza, però, di raccogliere una malagevole eredità. A differenza del misurato Massimiliano Gallo che, grazie all’egemonia dei semitoni sugli accenti, ha dato nuova linfa e un’inattesa dignità alla figura del vile, nonché cinico, Arturo Santaniello destinato a dare il benservito ad Antonio Barracano. Nella successiva versione cinematografica pure Martone al timone di regìa ritrova lo smalto dei tempi migliori. Mettendo a frutto ciò che manca al teatro: la geografia emozionale. La scrittura per immagini riesce perciò a catturare le pulsioni del borgo dove nacque l’immenso Totò, i condizionamenti imposti ai suoi abitanti, i timbri antropologici ed etnologici congiunti all’abitudine del territorio di riverberare i modi d’agire e l’altalena di stati d’animo ora convulsi ora accigliati ed elegiaci. Tuttavia delle gag, delle invenzioni, delle creazioni, partorite dal Principe Antonio De Curtis in arte Totò a ogni piè sospinto, non vi è la benché minima traccia.

L’ironia, al contrario, è la prerogativa del regista fiorentino Igor Maltagliati. Per spiegare in maniera facile le cose difficili occorre una massiccia dose d’inventiva. Sul grande schermo è l’assurdo poetico, divenuto già oggetto di spettacolo nel capolavoro Delicatessen, a guidarlo per conferire al ritratto corale dei personaggi, attinti in larga misura ad Altman e al proselito Paul Thomas Anderson, il cortocircuito surreale, l’attimo d’astrazione, che li ricompensa degli affronti giornalieri. A teatro le sue molle sono la facondia dialogica, guidata dal nume tutelare della filosofia senza dare adito ad alcuna elucubrazione teorica, e la vena immaginifica. La vita dopo (nella foto) è frutto proprio del suo affetto per il destinatario optimum: il pubblico presente in sala.

Igor non vuole tediare con disquisizioni cervellotiche ma avvicinare le persone comuni, mettendole di buon umore, agli intrinseci orientamenti spirituali e ad appassionanti riti, impermeabili alla prevedibilità di qualsivoglia tran tran, che vanno a sostituire quelli giornalieri. La vera sfida sarebbe condurre gli impliciti concetti applicativi di karma e biocentrismo nei meccanismi di causa ed effetto relativi alla fabbrica dei sogni. Ovvero al cinema. Frattanto, aspettando che la Teoria del Multiuniverso si tramuti in una pratica condita magari da una mitragliata di battute, ed eloquenti silenzi nelle vesti di debito contraltare, Igor è alle prese con le prove dell’ennesimo spettacolo teatrale: Tequila! L’inedito modello di riferimento è riposto nelle sit-com americane. Agli echi stralunati ed eruditi di Jean-Pierre Jeunet, con Woody Allen che fa capolino, si andrà ad aggiungere, molto probabilmente, una galleria di tipi piuttosto curiosi per tingere di fantastico il grigiore dei racconti intimisti che giocano però col paradosso ed esibiscono i segni impercettibili degli affanni in procinto di cedere il passo al flusso di eventi straordinari ed ellissi significative.

La FACT (Fort Apache Cinema Teatro) punta tutto sulla volontà degli attori d’imprimere nelle loro caratterizzazioni le tinte nere, senza sotterfugi, e porre in risalto, per contrasto, gli slanci della bonomia. La risorsa di tutti gli individui in cerca di riscatto morale. La fondatrice Valentina Esposito guida il proprio cast (nella foto) con mano ferma sottoponendolo alla crescita interiore ed etica connessa alle prove.

«Volli, sempre volli, fortissimamente volli». La massima dell’avveduto Vittorio Alfieri diviene il pungolo decisivo per  andare oltre l’impasse dell’esaltamento interiore e scorgere nel proprio passato l’opportuno punto di contatto per le performance da eseguire sull’onda di sentimenti, forse feriti, magari pure slogati, ma colmi dell’energia interiore riflessa dai migliori modelli ispiratori. Il Progetto, che coinvolge attori professionisti ed ex detenuti, desiderosi di scorgere nella gioia di creare l’antidoto contro lo spettro dell’isolamento, ha raggiunto l’acme con la pièce Famiglia. Lo scontro padre-figlio, esacerbato dai divari generazionali, ricava parecchio beneficio, sul piano dell’intensità interiore, dal training sistematico cui l’alacre Valentina sottopone, secondo consuetudine, l’intero suo staff. Da Gabriella Indolfi ad Alessandro Forcinelli ed Edoardo Timmi. Da  Chiara Cavalieri e Christian Cavorso ad Alessandro Bernardini. Ed è il contenuto emotivo, posto in essere sull’onda di un’ardua ma determinante spontaneità, frammista alla reviviscenza contemplata dal Metodo  Stanislavskij, ad aprire lo scrigno della fantasia insieme alla crudezza oggettiva.

A mettere d’accordo cuore e cervello ci ha pensato soprattutto la regista cinematografica Manuela Tempesta con il prezioso supporto di Giovanni Maria Buzzatti. Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, l’attore/autore ha unito la sua esperienza con quella di Manuela. La cifra distintiva che l’ha vista ergersi con compitezza ed estrema tenacia nel ruolo di prodiga prosatrice dell’animo femminile ha tratto giovamento dall’attenzione di Giovanni Maria (nella foto nel ruolo di Otello in Shake Fools) per la parola.

L’alta densità lessicale del linguaggio ricercato si va ad appaiare alla bassa densità lessicale del gergo colloquiale. Il pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana rinsalda le passioni divampanti del teatro shakespeariano. L’inclinazione a far ridere amaramente mostrata dietro la macchina da presa in Pane & Burlesque, il ricorso all’aura contemplativa in chiave panteista nel cortometraggio I sogni sospesi, i palpiti della commozione nella “chicca” d’impegno civile Cristallo confluiscono ora sulle tavole del proscenio con un’ampia gamma, quindi, di echi e controechi.

L’effigie del matto, che sul finire svela le connessioni delle gemme teatrali del Grande Bardo, Shakespeare, con i tristi ed efferati fatti di cronaca, celati dapprincipio dalle ombre blasonate, richiama alla mente Joel Grey in Cabaret. Ed ergo, di rimbalzo, ma senza nessun dubbio, a Pane & Burlesque. Al filo invisibile, quindi, che associa arte ed esistenza. I rimandi all’attualità, a Bibbiano, a Torre Maura, alla dialettica tra conservatori e progressisti, destinata ineluttabilmente a degenerare, pagherebbero dazio all’impasse della monotonia se i nervi, tesi come corde di violino, nonché gli slanci delle attrici non dessero nuova linfa al sottotesto. Mavina Graziani, dolce ed eterea nei panni di Ofelia, sarcastica e fragile in quelli di Desdemona (nella foto), mette in pista dei magici “se”. Le medesime ipotesi di cui Lee Strasberg si servì per assorbire le tecniche d’immedesimazione ed estraniamento del celebre Metodo.

Manuela, guadagnatasi la fiducia e l’ammirazione dell’intero cast, non ha gettato il sasso nello stagno. Anziché restare immobile, ad attendere il movimento dell’acqua, è riuscita a creare un rapporto di coalescenza col pubblico in sala. Quello, almeno, disposto ad anteporre ai cerchi dei sognatori avvezzi ai vani voli pindarici e agli ormai stantii indovinelli di stampo tarantiniano il desiderio di cogliere le parole immortali del drammaturgo inglese in mezzo a sospiri, voluti scompensi, sporcature dialogiche, forme-bandiere del romanesco. Estranee, comunque, ai soliti, vetusti intenti comico-ammiccanti che albergano nei luoghi dell’effimero. Il Teatro Trastevere ha, infatti, accolto con lo spettacolo teatrale Shake Fools una variazione linguistica, umanistica ed evocativa tutt’altro ché fatua.

Alessandro Bernardini e Mavina Graziani, in ultima istanza, meritano una menzione a parte. Il primo (nella foto) per aver letteralmente buttato il cuore oltre l’ostacolo. Per essere riuscito ad analizzare il proprio io, là dove fa più male. Ma, come si dice, quello che non uccide rende più forti. Ed è una sacrosanta verità. Aliena alle secche dell’enfasi di circostanza e alle banalità scintillanti dell’insulsa propaganda. Fort Apache Cinema Teatro gli ha fatto conoscere gli stilemi della cosiddetta resilienza spronandolo a convertire le difficoltà in opportunità. La rabbia in sensibilità. L’oblio in fermo desiderio di rinascita. Nella rappresentazione Famiglia è riuscito, motu proprio, a congiungere la linea trasversale dell’ispirazione con l’attuazione dell’azione passando in tal modo dalla teoria alla prassi.

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Lei, Mavina Graziani (nella foto nel ruolo di Ofelia), con la sua inopinata carica espressiva, costituisce un monito per le ragazze che vogliono solo diventare starlette. Ha tratto partito dalla propria avvenenza, dall’esteriorità, per dare l’acqua della vita alle dinamiche interiori. Che presiedono il rapporto tra immagine e immaginazione. Nel linguaggio dei gesti, del corpo, del volto, illuminato con gli accorti contrasti chiaroscurali predisposti in partenza, ha emanato, al posto delle prove meccaniche, sorrette da un’inane puntigliosità, i segreti imbarazzi delle anime ferite che si sentono pesci fuor d’acqua nel grande disegno delle cose. Come se l’ordine naturale avesse chiuso le porte alle creature ipersensibili. Nei suoi confessionali, rivolti al pubblico e, perciò, al mondo apatico, indifferente al sordo rumore dei sentimenti incrinati, sembra, sia pure inavvertitamente, prendere spunto da Vivien Leigh in Un tram che si chiama desiderio e dall’eterea Liv Tyler in Io ballo da sola. Ma, forse, è solo un’impressione. Fatto sta che, al di là dei cenni citazionistici più o meno voluti, la percezione della giustizia e dell’ingiustizia le ha consentito di privilegiare alla sentenziosità declamatoria la fragranza dell’autenticità.

Lo stesso sentimento d’autenticità spinse Totò a esclamare: «Quant’è bello l’addore ‘e teatro». Ed è sempre lui a fungere da guida ideale per gli attori e le attrici che preferiscono lo spirito alla materia, il buon vivere al bel vivere, l’impegno al disimpegno, la cultura al consumismo. Gli applausi scroscianti restano la risposta migliore per premiare la rettitudine delle scelte che ampliano il diapason del dolore, della felicità, degli sghignazzi, dei pianti, della saggezza, dell’impulsività, della sfiducia, della fede. Ed ergo dell’Umanità.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Alessandro Bernardini sulla forza liberatoria della recitazione

IL CARATTERE D’AUTENTICITÀ DI UN ATTORE AFFEZIONATO AL LEGAME TRA INTERPRETAZIONE
ED ESPERIENZA DI VITA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Le esperienze di vita, anche quelle da detenuto di Rebibbia coinvolto nell’arte della recitazione dalla sensibile ed energica Valentina Esposito, fondatrice della factory Fort Apache Cinema Teatro, costituiscono davvero un bagaglio nodale per Alessandro Bernardini. Dietro il verso roco, un po’ alla Califano, i lineamenti vigorosi, l’aspetto da duro, destinato, in apparenza, a vestire, più ché altro, le parti delle figure di fianco, si cela, invece, un ragazzo buono, generoso, dal cuore d’oro, deciso al contempo ad acquisire sempre più padronanza della psicotecnica per animare l’universo superficiale ed esteriore dei segni di ammicco e degli ovvi colpi di gomito con la profondità della dimensione interiore. Che deriva dal cervello, dal cuore, dalle viscere.
Ed è sinonimo, pure, di libertà. Indispensabile per sopperire al gap della distanza dal mondo che, mentre i peccati sono scontati tra quattro mura sinistre, prosegue imperterrito per la propria strada. E rappresenta un’irrinunciabile ragione d’orgoglio, una volta inserito nel “mucchio selvaggio” della Settima Arte, in virtù dei risultati raggiunti. Non sulla scorta di sfide perentorie, sbandierate ai quattro venti, né di pose ed elevazioni compiaciute della voce, facile preda dell’infeconda brama dell’iperbole, bensì grazie al dono dell’indispensabile umiltà. Che lo spinge ad anteporre al vacuo frastuono degli accenti la natura sobria ed essenziale dei semitoni.

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A colloquio con Jack Sintini: il valore dello sport e la fragranza della sincerità

UN CAMPIONE DI UMANITÀ VOTATO ALLA SCHIETTEZZA:
IL REQUISITO DECISIVO DELLA LEADERSCHIP

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo va spesso di pari passo con quella di vivere e, talvolta anche, di sbalordire. Gli atleti temprati sanno trarre più insegnamento dalle sconfitte ché dalle vittorie. Per anteporre all’infecondo delirio d’onnipotenza il valore della normalità. Jack Sintini (nella foto), durante le spossanti ma indispensabili cure affrontate per sconfiggere l’atroce sarcoma al sistema linfatico, ha sentito la mancanza proprio del tran tran giornaliero, in seno alla famiglia, con la moglie e la figlia, lontano dalle palpitazioni, pur stimolanti, dei campi di gioco.

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A colloquio con Danilo Mattei
sulla Magia del Cinema e sul Valore dell’Amicizia

LA DINAMICA REALE DELLE COSE:
L’EGEMONIA DELL’UMANITÀ SULLA NOTORIETÀ

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La fabbrica dei sogni del cinema innesca nell’animo di chi vuole lasciare il segno, vincendo l’angoscia acuita dall’anonimato, l’intima speranza di mettere così a punto una sorta di miracoloso rimedio contro l’incubo dell’insuccesso. L’incognita peggiore, al pari della noia di piombo, che può inficiare la magia nel buio della sala ed estromettere l’indispensabile sospensione dell’incredulità dai requisiti più carezzevoli della Settima Arte.
Gli economisti contemplano anche tra le strategie di riduzione del rischio del temutissimo insuccesso il jolly dello star system. Agli occhi del pubblico allergico ai dispendi di fosforo, cari invece ai presunti esperti avvezzi a un concetto d’autorialità condizionato dall’arma a doppio taglio del deleterio tedio, lo spettacolo di secondo piano della recitazione prevale sulle scelte espressive dei registi eletti al rango di discutibili guru. Tuttavia, in fondo, i due eccessi, seppure agli antipodi come punto di partenza, finiscono per somigliarsi. I cinefili intenti a riverire la tenuta stilistica esibita dietro la macchina da presa da fior di professionisti, scambiati però per guru dagli atei allo sbaraglio intenti pure a collezionare inutili cimeli appartenuti ai maestri di celluloide, risultano ridicoli tanto quanto i fan sedotti dalla popolarità degli interpreti.

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A colloquio con Andrea Manco sul senso di appartenenza degli Italiani d’Istria

L’EGEMONIA DELL’ AMORE SULL’ ODIO.
NEL RICORDO DEI NOSTRI COMPATRIOTI ISTRIANI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ad Andrea Manco sta realmente a cuore la cifra dell’amore. Perché può sconfiggere l’odio lontano dalle secche della retorica. Il carattere d’autenticità dei legami di sangue e di suolo deraglia dalle banalità scintillanti dell’inane propaganda in virtù del senso di appartenenza trasmessogli dalla saggia ed energica Mamma (con lui nella foto), originaria di Pola.

La chiarezza cristallina e l’irrinunciabile onestà, legate, a filo doppio, al rapporto con la terra natìa, resa rossa dalle cave di bauxite e disseminata dagli inghiottitoi conosciuti oggi, dopo oltre mezzo secolo di deplorevole negazionismo, con il nome di foibe, mandano a carte quarantotto qualunque, discutibile ragione di partito. Indicando la rotta giusta. La rimozione che ha messo altresì in discussione il nesso tra le atroci esecuzioni sommarie compiute dai titini e il mesto esodo giuliano dalmata trova ancor oggi l’approvazione degli ostinati seguaci dei partiti presi avvezzi a battere i pugni sul tavolo blaterando sulla libertà. Per poi incatenarne l’anelito vitale alle implicazioni politiche esacerbate dalla malafede.

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Il cuore nella pallavolo.
L’imprevedibilità di uno sport di precisione

LA LEZIONE DI VITA FORNITA DAGLI EVENTI SPORTIVI,
….. ignorati dalle “Prime Pagine”

Secondo il reporter Hildebrand “Hildy” Johnson, impersonato con sagace ed esilarante slancio recitativo da Jack Lemmon (nella foto con Walter Matthau) in First Page di Billy Wilder, è inutile prendersela più di tanto. Con buona pace degli sforzi profusi per conferire il giusto peso informativo anche alle imprese sportive, ritenute, oltre ché la grande medicina contro la noia, anche il contrassegno della sana tenacia, la prima pagina dei giornali, il giorno dopo l’uscita nelle edicole, serve a incartare il pesce.

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Dalla foiba di Jules Verne alla fossa di Moncucco … Un monito contro il negazionismo

I VINCOLI DI SANGUE E DI SUOLO DEGLI ISTRIANI: TRA INGHIOTTITOI ATROCI ED ESODI DOLOROSI

«Chi si appoggia al parapetto di quello spiazzo, vede un precipizio ampio e profondo, le cui impervie pareti, tappezzate di fogliame intricato, scendono a picco. Nessuna sporgenza in quella muraglia. Non un gradino per salire o per discendere. Non una cengia per sostare. Nessun punto d’appoggio. Soltanto scanalature, qua e là, lisce, logorate, poco profonde che fendono le rocce. In una parola, un abisso che attira, che affascina e che non restituirebbe nulla di quanto vi si facesse piombare.(…)
Quell’abisso è detto nel paese Foiba, e serve da serbatoio al soverchio delle acque del torrente. Questo torrente non ha altro sfogo se non una caverna, che si è formata a poco a poco fra le rocce, e nella quale esso precipita con furia indescrivibile. Dove va il corso d’acqua che passa sotto la città? Chi può dirlo? Ove ricompare? Anche questo è un mistero. Di quella caverna, o piuttosto di quel canale che solca lo schisto e l’argilla, non si conosce né la lunghezza, né l’altezza, né la direzione.
Forse le acque urtano in tumulto contro innumerevoli spigoli contro la foresta di piloni, che sostengono la fortezza e la città intera. Arditi esploratori, quando il livello delle acque, né troppo alto né troppo basso, consentì loro d’avventuratisi con una leggera imbarcazione, tentarono di discendere il torrente attraversando quella tetra apertura, ma le vòlte ad un certo punto si abbassano e costituiscono un ostacolo insuperabile. Ecco perché non si sa nulla di quel corso d’acqua sotterraneo. Forse s’inabissa in qualche «perdita» sotto il livello dell’Adriatico
».

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