domenica, 20 Ottobre 2019

Autore: Massimiliano Serriello

L’odore del teatro: il luogo che mette d’accordo cuore e cervello

LA MAGIA DEL PALCOSCENICO: UN’ORBITA MISTERIOSA CHE TRASFORMA I MOTIVI DI FIANCO NELLA CURA DELLO SPIRITO

«Oh, chi avesse visto l’imbacuccata regina correre a piedi nudi qua e là minacciando le fiamme con occhi pieni di lacrime! Uno straccio sopra la testa dove poc’anzi un diadema posava e come abito, sui fianchi, resi esausti dal parto e scarni, una coperta afferrata con paura durante l’assalto. Chi avesse visto questo, con la lingua intrisa nel veleno, avrebbe imprecato contro il tradimento empio della fortuna. Se gli Déi stessi avessero sentita, quando vide Pirro rovistare con la spada, per maligno gioco, tra le membra di suo marito, l’urlo disperato che le eruppe dal petto! Se cosa mortale può commuovere gli Eterni, avrebbe versato latte nei brucianti occhi del cielo».

È questo il monologo, che pone in risalto la disperazione della regina Ecuba dinanzi all’agonia del marito Priamo, barbaramente ucciso dal nemico Pirro, con cui l’intenso ed erudito capocomico presente nella tragedia shakespeariana di Amleto spinge l’omonimo principe di Danimarca a riflettere sulla forza persuasiva della recitazione. Impreziosita dall’aderenza ai sentimenti altrui. Dalla capacità di snudare l’anima ed esprimere l’umana pietas insita nei meandri dello spirito in perenne lotta con la materia. Le parole al riguardo dello stesso Amleto, quando prende piena coscienza dell’inimmaginabile dose di trascinante empatia connessa all’ammirevole trasporto immedesimativo, sono ancor più rilevanti ed emblematiche:

«Non è mostruoso che questo attore, per una finzione, in un sogno di passione, possa sottomettere l’anima alla sua immaginazione. Al punto tale che il volto gli si è sbiancato. Con le lacrime agli occhi. Gli si è stravolto l’aspetto. Gli si è spezzata la voce. E ogni sua facoltà dà forma a sentimenti suggeriti. E tutto per niente! Per Ecuba! Cos’è Ecuba per lui e lui per Ecuba che debba piangere in quel modo? Che farebbe se avesse i motivi e la spinta per le passioni che c’è in me? Certo lui inonderebbe la scena di lacrime. Strazierebbe le orecchie di tutti con grida orribili. Farebbe impazzire i colpevoli, inorridire gli innocenti, confondere gli ignoranti. E lascerebbe sgomenti in tutti gli altri la vista e l’udito».

Non si può dar torto ad Alberto Moravia quando sosteneva – nelle vesti di critico cinematografico sulle pagine del noto del settimanale di politica, cultura ed economia L’Espresso – che il gioco fisionomico alla base di ogni performance costituisse un motivo di fianco rispetto alle scelte compiute dai registi cinematografici eletti ad Autori con la “a” maiuscola sul galvanizzante terreno dell’arte. Anzi, della Settima Arte. 

Tuttavia lo spettacolo di secondo piano diviene la chiave di volta sui palcoscenici del teatro in virtù del profondo ascendente esercitato sul pubblico. Il contatto diretto con gli spettatori, lontano dalle vane lusinghe riposte nelle inquadrature lusinghiere e dalla possibilità di correggersi dinanzi a una “papera”, non costituisce una mera patente di nobiltà. Bensì è il fiore all’occhiello di un processo di formazione alla creatività che tramuta il gioco della trappola scenica in un probo prodromo della verità. Il cui depositario, nella vita di tutti i giorni, resta l’Onnipotente. La sospensione dell’incredulità, che manda a carte quarantotto l’attitudine dei critici a cercare il pelo nell’uovo, trascende l’ovvio ricorso ad abili stratagemmi, a sollecitazioni programmatiche, al vezzo di fare il verso alle fatiche di Ercole, ai crucci dei mortali, ai capricci degli immortali. Nel convertire la freddezza dell’intelligenza, di chi si erge a giudice degli spunti originari dell’estro, nel calore della sensibilità, aliena anche alle snobistiche distinzioni tra cultura alta e cultura bassa, risiede l’essenza di una ribalta unica. Che esorta gli attori ad amare il sogno. «Senza immaginazione – sosteneva l’esimio maestro Konstantin Sergeevič Stanislavskijnon ci può essere creazione».

Nella Settima Arte il punto di convergenza che unisce l’immagine all’immaginazione necessita della creatività di chi coordina dietro la macchina da presa l’irrinunciabile valore evocativo dei movimenti di macchina, dei match-cut visivi, tipo l’osso lanciato dal primate di 2001: Odissea nello Spazio che diviene un monolite, della profondità di campo. Grazie al quale l’indimenticabile Orson Welles ha saputo allargare le prospettive mentali di platee inizialmente dai gusti semplici se non grossolani.

Nel teatro, invece, lo status di autorialità, difeso con le unghie e con i denti dai falsi dotti, ansiosi di sentirsi degli intenditori, anziché apparire alla stregua di vanesi dissimulatori, conta poco o niente. Non ci sono demiurghi né stregoni. È un alto tasso di umiltà, di predisposizione al sacrificio, congiunto alla reviviscenza, ad animare la fantasia degli interpreti. Per agire nelle vesti del personaggio, studiato sin nei minimi dettagli, lavorando su sé stessi. Sui ricordi capaci di accendere quella fiamma eterna. Accesa, per la prima volta, ad Atene dal sommo poeta Tepsi. Uno che ci sapeva fare con la prontezza declamatoria. Ma finanche coi frizzi e i lazzi cari a Totò (nella foto), l’impareggiabile Principe della risata. Nato nel Rione Sanità. Consapevole delle gag necessarie a «far patire di piacere» la gente seduta in platea ad ammirarne l’eccezionale mimica facciale, gli inarrivabili tempi comici, l’incredibile bravura nell’andare a braccio, senza copione, riuscendo ad appaiare i neologismi, entrati con pieno merito nel linguaggio comune, al magico talento di flettere il corpo a proprio piacimento divenendo l’antesignano della black-dance e di Micheal Jackson.

Eduardo De Filippo alle doti funamboliche del geniale concittadino, dalla pantomina prodigiosa, replicava con la superba padronanza dei ferri del mestiere sia sul versante dell’orgoglioso teatro accademico sia sul piano di quello naturalistico. Connesso al vernacolo partenopeo. Divenuto Patrimonio dell’Onescu.

Tuttavia nella commedia in tre atti Il Sindaco del Rione Sanità è soprattutto il suo sguardo a parlare. Sulla scorta del volto scavato, degli occhi piccoli, vivaci, pronti ad accendersi di colpo, del cipiglio fiero. Venato d’inguaribile malinconia. Stemperata nell’indulgenza fugace, nondimeno liberatoria, dell’umorismo. La versione moderna rappresentata dal pur abile Mario Martone non gli arriva neanche alla caviglia

Disporre i significati del testo, che espone le ubbie unite al personale codice etico di un boss di quartiere fedele all’ormai antiquato senso dell’onore svilito dalla tracotanza, dall’insensibilità e dalla paura omicida, non è compito dei recensori. Le varianti dissacratorie, decise ad aggiungere alla pregnanza contenutistica originaria il richiamo ai segnali discorsivi in stile Gomorra, frammisti ai forestierismi comportati dall’adozione del rap, concedono ugualmente qualche banalità di troppo. A dispetto dell’indubbia esperienza di Martone, destreggiatosi nella sua lunga carriera tanto nel cinema, attraverso la correlazione oggettiva ed emblematica tra habitat ed esseri umani, quanto nel teatro, il richiamo figurativo non si tramuta mai in nesso introspettivo. La perizia dei costumi, che sostituiscono gli abiti all’antica del boss col vestiario casual dei “tamarri” odierni, e gli attenti elementi scenografici non bastano a sopperire alla penuria degli opportuni colpi d’ala necessari per rendere l’impasto sempiterno dei sapori di acre, di dolce, di penetrante ad appannaggio del ritratto dell’autocrate eppur magnanimo protagonista. Antonio Barracano. Incarnato dal volenteroso Francesco Di Leva con ammirevole sforzo. Nella mesta consapevolezza, però, di raccogliere una malagevole eredità. A differenza del misurato Massimiliano Gallo che, grazie all’egemonia dei semitoni sugli accenti, ha dato nuova linfa e un’inattesa dignità alla figura del vile, nonché cinico, Arturo Santaniello destinato a dare il benservito ad Antonio Barracano. Nella successiva versione cinematografica pure Martone al timone di regìa ritrova lo smalto dei tempi migliori. Mettendo a frutto ciò che manca al teatro: la geografia emozionale. La scrittura per immagini riesce perciò a catturare le pulsioni del borgo dove nacque l’immenso Totò, i condizionamenti imposti ai suoi abitanti, i timbri antropologici ed etnologici congiunti all’abitudine del territorio di riverberare i modi d’agire e l’altalena di stati d’animo ora convulsi ora accigliati ed elegiaci. Tuttavia delle gag, delle invenzioni, delle creazioni, partorite dal Principe Antonio De Curtis in arte Totò a ogni piè sospinto, non vi è la benché minima traccia.

L’ironia, al contrario, è la prerogativa del regista fiorentino Igor Maltagliati. Per spiegare in maniera facile le cose difficili occorre una massiccia dose d’inventiva. Sul grande schermo è l’assurdo poetico, divenuto già oggetto di spettacolo nel capolavoro Delicatessen, a guidarlo per conferire al ritratto corale dei personaggi, attinti in larga misura ad Altman e al proselito Paul Thomas Anderson, il cortocircuito surreale, l’attimo d’astrazione, che li ricompensa degli affronti giornalieri. A teatro le sue molle sono la facondia dialogica, guidata dal nume tutelare della filosofia senza dare adito ad alcuna elucubrazione teorica, e la vena immaginifica. La vita dopo (nella foto) è frutto proprio del suo affetto per il destinatario optimum: il pubblico presente in sala.

Igor non vuole tediare con disquisizioni cervellotiche ma avvicinare le persone comuni, mettendole di buon umore, agli intrinseci orientamenti spirituali e ad appassionanti riti, impermeabili alla prevedibilità di qualsivoglia tran tran, che vanno a sostituire quelli giornalieri. La vera sfida sarebbe condurre gli impliciti concetti applicativi di karma e biocentrismo nei meccanismi di causa ed effetto relativi alla fabbrica dei sogni. Ovvero al cinema. Frattanto, aspettando che la Teoria del Multiuniverso si tramuti in una pratica condita magari da una mitragliata di battute, ed eloquenti silenzi nelle vesti di debito contraltare, Igor è alle prese con le prove dell’ennesimo spettacolo teatrale: Tequila! L’inedito modello di riferimento è riposto nelle sit-com americane. Agli echi stralunati ed eruditi di Jean-Pierre Jeunet, con Woody Allen che fa capolino, si andrà ad aggiungere, molto probabilmente, una galleria di tipi piuttosto curiosi per tingere di fantastico il grigiore dei racconti intimisti che giocano però col paradosso ed esibiscono i segni impercettibili degli affanni in procinto di cedere il passo al flusso di eventi straordinari ed ellissi significative.

La FACT (Fort Apache Cinema Teatro) punta tutto sulla volontà degli attori d’imprimere nelle loro caratterizzazioni le tinte nere, senza sotterfugi, e porre in risalto, per contrasto, gli slanci della bonomia. La risorsa di tutti gli individui in cerca di riscatto morale. La fondatrice Valentina Esposito guida il proprio cast (nella foto) con mano ferma sottoponendolo alla crescita interiore ed etica connessa alle prove.

«Volli, sempre volli, fortissimamente volli». La massima dell’avveduto Vittorio Alfieri diviene il pungolo decisivo per  andare oltre l’impasse dell’esaltamento interiore e scorgere nel proprio passato l’opportuno punto di contatto per le performance da eseguire sull’onda di sentimenti, forse feriti, magari pure slogati, ma colmi dell’energia interiore riflessa dai migliori modelli ispiratori. Il Progetto, che coinvolge attori professionisti ed ex detenuti, desiderosi di scorgere nella gioia di creare l’antidoto contro lo spettro dell’isolamento, ha raggiunto l’acme con la pièce Famiglia. Lo scontro padre-figlio, esacerbato dai divari generazionali, ricava parecchio beneficio, sul piano dell’intensità interiore, dal training sistematico cui l’alacre Valentina sottopone, secondo consuetudine, l’intero suo staff. Da Gabriella Indolfi ad Alessandro Forcinelli ed Edoardo Timmi. Da  Chiara Cavalieri e Christian Cavorso ad Alessandro Bernardini. Ed è il contenuto emotivo, posto in essere sull’onda di un’ardua ma determinante spontaneità, frammista alla reviviscenza contemplata dal Metodo  Stanislavskij, ad aprire lo scrigno della fantasia insieme alla crudezza oggettiva.

A mettere d’accordo cuore e cervello ci ha pensato soprattutto la regista cinematografica Manuela Tempesta con il prezioso supporto di Giovanni Maria Buzzatti. Diplomato all’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, l’attore/autore ha unito la sua esperienza con quella di Manuela. La cifra distintiva che l’ha vista ergersi con compitezza ed estrema tenacia nel ruolo di prodiga prosatrice dell’animo femminile ha tratto giovamento dall’attenzione di Giovanni Maria (nella foto nel ruolo di Otello in Shake Fools) per la parola.

L’alta densità lessicale del linguaggio ricercato si va ad appaiare alla bassa densità lessicale del gergo colloquiale. Il pluralismo dei punti di vista d’ascendenza pirandelliana rinsalda le passioni divampanti del teatro shakespeariano. L’inclinazione a far ridere amaramente mostrata dietro la macchina da presa in Pane & Burlesque, il ricorso all’aura contemplativa in chiave panteista nel cortometraggio I sogni sospesi, i palpiti della commozione nella “chicca” d’impegno civile Cristallo confluiscono ora sulle tavole del proscenio con un’ampia gamma, quindi, di echi e controechi.

L’effigie del matto, che sul finire svela le connessioni delle gemme teatrali del Grande Bardo, Shakespeare, con i tristi ed efferati fatti di cronaca, celati dapprincipio dalle ombre blasonate, richiama alla mente Joel Grey in Cabaret. Ed ergo, di rimbalzo, ma senza nessun dubbio, a Pane & Burlesque. Al filo invisibile, quindi, che associa arte ed esistenza. I rimandi all’attualità, a Bibbiano, a Torre Maura, alla dialettica tra conservatori e progressisti, destinata ineluttabilmente a degenerare, pagherebbero dazio all’impasse della monotonia se i nervi, tesi come corde di violino, nonché gli slanci delle attrici non dessero nuova linfa al sottotesto. Mavina Graziani, dolce ed eterea nei panni di Ofelia, sarcastica e fragile in quelli di Desdemona (nella foto), mette in pista dei magici “se”. Le medesime ipotesi di cui Lee Strasberg si servì per assorbire le tecniche d’immedesimazione ed estraniamento del celebre Metodo.

Manuela, guadagnatasi la fiducia e l’ammirazione dell’intero cast, non ha gettato il sasso nello stagno. Anziché restare immobile, ad attendere il movimento dell’acqua, è riuscita a creare un rapporto di coalescenza col pubblico in sala. Quello, almeno, disposto ad anteporre ai cerchi dei sognatori avvezzi ai vani voli pindarici e agli ormai stantii indovinelli di stampo tarantiniano il desiderio di cogliere le parole immortali del drammaturgo inglese in mezzo a sospiri, voluti scompensi, sporcature dialogiche, forme-bandiere del romanesco. Estranee, comunque, ai soliti, vetusti intenti comico-ammiccanti che albergano nei luoghi dell’effimero. Il Teatro Trastevere ha, infatti, accolto con lo spettacolo teatrale Shake Fools una variazione linguistica, umanistica ed evocativa tutt’altro ché fatua.

Alessandro Bernardini e Mavina Graziani, in ultima istanza, meritano una menzione a parte. Il primo (nella foto) per aver letteralmente buttato il cuore oltre l’ostacolo. Per essere riuscito ad analizzare il proprio io, là dove fa più male. Ma, come si dice, quello che non uccide rende più forti. Ed è una sacrosanta verità. Aliena alle secche dell’enfasi di circostanza e alle banalità scintillanti dell’insulsa propaganda. Fort Apache Cinema Teatro gli ha fatto conoscere gli stilemi della cosiddetta resilienza spronandolo a convertire le difficoltà in opportunità. La rabbia in sensibilità. L’oblio in fermo desiderio di rinascita. Nella rappresentazione Famiglia è riuscito, motu proprio, a congiungere la linea trasversale dell’ispirazione con l’attuazione dell’azione passando in tal modo dalla teoria alla prassi.

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Lei, Mavina Graziani (nella foto nel ruolo di Ofelia), con la sua inopinata carica espressiva, costituisce un monito per le ragazze che vogliono solo diventare starlette. Ha tratto partito dalla propria avvenenza, dall’esteriorità, per dare l’acqua della vita alle dinamiche interiori. Che presiedono il rapporto tra immagine e immaginazione. Nel linguaggio dei gesti, del corpo, del volto, illuminato con gli accorti contrasti chiaroscurali predisposti in partenza, ha emanato, al posto delle prove meccaniche, sorrette da un’inane puntigliosità, i segreti imbarazzi delle anime ferite che si sentono pesci fuor d’acqua nel grande disegno delle cose. Come se l’ordine naturale avesse chiuso le porte alle creature ipersensibili. Nei suoi confessionali, rivolti al pubblico e, perciò, al mondo apatico, indifferente al sordo rumore dei sentimenti incrinati, sembra, sia pure inavvertitamente, prendere spunto da Vivien Leigh in Un tram che si chiama desiderio e dall’eterea Liv Tyler in Io ballo da sola. Ma, forse, è solo un’impressione. Fatto sta che, al di là dei cenni citazionistici più o meno voluti, la percezione della giustizia e dell’ingiustizia le ha consentito di privilegiare alla sentenziosità declamatoria la fragranza dell’autenticità.

Lo stesso sentimento d’autenticità spinse Totò a esclamare: «Quant’è bello l’addore ‘e teatro». Ed è sempre lui a fungere da guida ideale per gli attori e le attrici che preferiscono lo spirito alla materia, il buon vivere al bel vivere, l’impegno al disimpegno, la cultura al consumismo. Gli applausi scroscianti restano la risposta migliore per premiare la rettitudine delle scelte che ampliano il diapason del dolore, della felicità, degli sghignazzi, dei pianti, della saggezza, dell’impulsività, della sfiducia, della fede. Ed ergo dell’Umanità.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Alessandro Bernardini sulla forza liberatoria della recitazione

IL CARATTERE D’AUTENTICITÀ DI UN ATTORE AFFEZIONATO AL LEGAME TRA INTERPRETAZIONE ED ESPERIENZA DI VITA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Le esperienze di vita, anche quelle da detenuto di Rebibbia coinvolto nell’arte della recitazione dalla sensibile ed energica Valentina Esposito, fondatrice della factory Fort Apache Cinema Teatro, costituiscono davvero un bagaglio nodale per Alessandro Bernardini. Dietro il verso roco, un po’ alla Califano, i lineamenti vigorosi, l’aspetto da duro, destinato, in apparenza, a vestire, più ché altro, le parti delle figure di fianco, si cela, invece, un ragazzo buono, generoso, dal cuore d’oro, deciso al contempo ad acquisire sempre più padronanza della psicotecnica per animare l’universo superficiale ed esteriore dei segni di ammicco e degli ovvi colpi di gomito con la profondità della dimensione interiore. Che deriva dal cervello, dal cuore, dalle viscere. Ed è sinonimo, pure, di libertà. Indispensabile per sopperire al gap della distanza dal mondo che, mentre i peccati sono scontati tra quattro mura sinistre, prosegue imperterrito per la propria strada. E rappresenta un’irrinunciabile ragione d’orgoglio, una volta inserito nel “mucchio selvaggio” della Settima Arte, in virtù dei risultati raggiunti. Non sulla scorta di sfide perentorie, sbandierate ai quattro venti, né di pose ed elevazioni compiaciute della voce, facile preda dell’infeconda brama dell’iperbole, bensì grazie al dono dell’indispensabile umiltà. Che lo spinge ad anteporre al vacuo frastuono degli accenti la natura sobria ed essenziale dei semitoni. Non gli interessa, perciò, fendere l’aria con i gesti, o battere i pugni sul tavolo con superflue insistenze per poi farsi largo a spallate. Sa stare, piuttosto, al suo posto. Consapevole del propizio, quantunque fortuito, legame tra le peculiari forme somatiche e la capacità di scrivere con la luce ad appannaggio dei talentuosi registi che lo hanno diretto finora. Con il compianto Claudio Caligari sugli scudi. In Non essere cattivo, insieme al valore sempiterno e anch’esso liberatorio dell’umorismo, dispiegato nell’acuminato sarcasmo del gergo romanesco, alberga la poesia della strada. La stessa che è riuscita ad appaiare il gusto del cinema plebeo con i bagliori visionari di quello intellettuale. Basti pensare a capolavori come Rusty il selvaggio di Francis Ford Coppola. Anche se Accattone, opera prima del poliedrico ed erudito Pier Paolo Pasolini, resta il nume tutelare per antonomasia. Allora la fotogenia di Alessandro si è potuta congiungere con la spontaneità frammista all’inopinata destrezza dei gesti introspettivi. Tanto cari ad Anton Pavlovič Čechov. Il teatro, per l’appunto, rimane la sua più grande passione. A motivarne l’istintiva preferenza, dovuta certamente al reinserimento sociale congiunto alla relativa consapevolezza di saper trarre linfa dalla sfera delle sensazioni personali, è il contatto col pubblico. Nonché la gioia di convertire l’altalena di scoramento ed entusiasmo del passato in una base costruttiva, aliena ai vani voli pindarici dei neofiti. Il piglio cordiale con cui risponde alle domande del sottoscritto, seduto insieme a lui sulle sedie di legno di un bar nei pressi di viale Regina Margherita, vicino all’Anica, si va ad amalgamare ai palpiti dell’intenerimento quando il bandolo della conversazione scivola sulle vicende di amore, odio, caduta e rinascita recuperate dai meandri della mente per riportarle sulle tavole del palcoscenico.

Lì l’assemblaggio dello spirito trascende le smargiassate dei bulli di periferia e la slavata alterigia degli attori dal sangue blu attenti solo ad accompagnarsi ai presunti parigrado. Per questioni di censo. Ai limiti del ridicolo involontario. Quelle categorie, Alessandro, le lascia cuocere nel loro brodo. L’attaccamento protettivo agli amici del Quadraro attiene, invece, al sano senso di appartenenza. Rinvigorito dalla schiettezza della geografia emozionale che guida chiunque si guardi bene dal rinnegare la fondatezza preziosa delle radici. All’ossessività esagerata per le tecniche di straniamento, contemplate dal Metodo Stanislavskij e dall’Actors Studio di Lee Strasberg, replica con i modi spigliati connessi all’impiego della memoria retroattiva. La riconoscenza, in tal senso, nei riguardi di Valentina Esposito fa bene all’anima. Lo slancio che lo accompagna tutte le volte che il linguaggio scenico apre nuove prospettive è una cura contro la monotonia degli atteggiamenti divistici destinati a finire in una bolla di sapone. Per toccare i massimi interrogativi dell’esistenza, nella flebile seppur legittima speranza di reperire risposte ampie ed esaustive, non serve strabuzzare gli occhi e fingere fremiti o trasalimenti con magniloquente trasporto. Cum grano salis. L’adagio latino insegna molto al riguardo.

Il discernimento accompagnato dalla sapienza risiede nella vigoria comunicativa di uno sguardo. L’intesa stabilita con Francesco Acquaroli (nella foto), il Samurai di Suburra – La serie, sigilla l’accordo di consonanze ed estraneità sviscerato lontano dall’insostenibile peso del giudizio e, ancor peggio, del pregiudizio. Non ne tesse l’elogio per piaggeria. Si avverte, in maniera palpabile, il motore dell’affetto. Estraneo agli esuberi di aggettivi e ai soliti panegirici a buon mercato. Ed è pressoché impossibile non dargli ragione. Ad Acquaroli, nei panni eleganti, ma pure scomodi, dell’economista Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea, in Adults in the Room, diretto dal vecchio e indomabile leone greco Costa-Gavras, bastano poche occhiate per comunicare più della superflua logorrea degli oratori da strapazzo.

Raggiungere il diapason alla sua stregua, nel ruolo degli uomini di ghiaccio, con palesi richiami shakespeariani, sembrerebbe, a botta calda, un’impresa inattuabile.  Conforme, al limite, all’avventuroso Ethan Hunt incarnato da Tom Cruise. Avvezzo ad arrampicarsi in cima allo strapiombo. Nondimeno Alessandro conosce l’estrema punta di spina del dolore, le vertigini dello smarrimento momentaneo, la ferma volontà di riscatto, rinsaldata dalla fede nella Vergine Maria, non per mietere allori su allori, al contrario per infondere fiducia alle persone schiave dei disaccordi insoluti. Capire chi siamo, almeno per i filosofi antichi, equivale a tenerci ben distanti dall’abisso. A ogni buon conto è giusto confrontarsi con i demoni privati per abbracciare i migliori angeli della nostra indole caldeggiati dal 16º presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln. Facendo venire a galla l’emblema del Rischio e della Minaccia ed esautorare, in seguito, l’incubo con gli strumenti della fabbrica dei sogni. L’unica, al pari della parola scritta, che, secondo il pionieristico regista americano David Wark Griffith, esibiva il lato oscuro del Male per mettere in luce il lato luminoso del Bene.

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A colloquio con Jack Sintini: il valore dello sport e la fragranza della sincerità

UN CAMPIONE DI UMANITÀ VOTATO ALLA SCHIETTEZZA:
IL REQUISITO DECISIVO DELLA LEADERSCHIP

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La voglia di buttare il cuore oltre l’ostacolo va spesso di pari passo con quella di vivere e, talvolta anche, di sbalordire. Gli atleti temprati sanno trarre più insegnamento dalle sconfitte ché dalle vittorie. Per anteporre all’infecondo delirio d’onnipotenza il valore della normalità. Jack Sintini (nella foto), durante le spossanti ma indispensabili cure affrontate per sconfiggere l’atroce sarcoma al sistema linfatico, ha sentito la mancanza proprio del tran tran giornaliero, in seno alla famiglia, con la moglie e la figlia, lontano dalle palpitazioni, pur stimolanti, dei campi di gioco.

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A colloquio con Danilo Mattei
sulla Magia del Cinema e sul Valore dell’Amicizia

LA DINAMICA REALE DELLE COSE:
L’EGEMONIA DELL’UMANITÀ SULLA NOTORIETÀ

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La fabbrica dei sogni del cinema innesca nell’animo di chi vuole lasciare il segno, vincendo l’angoscia acuita dall’anonimato, l’intima speranza di mettere così a punto una sorta di miracoloso rimedio contro l’incubo dell’insuccesso. L’incognita peggiore, al pari della noia di piombo, che può inficiare la magia nel buio della sala ed estromettere l’indispensabile sospensione dell’incredulità dai requisiti più carezzevoli della Settima Arte.
Gli economisti contemplano anche tra le strategie di riduzione del rischio del temutissimo insuccesso il jolly dello star system. Agli occhi del pubblico allergico ai dispendi di fosforo, cari invece ai presunti esperti avvezzi a un concetto d’autorialità condizionato dall’arma a doppio taglio del deleterio tedio, lo spettacolo di secondo piano della recitazione prevale sulle scelte espressive dei registi eletti al rango di discutibili guru. Tuttavia, in fondo, i due eccessi, seppure agli antipodi come punto di partenza, finiscono per somigliarsi. I cinefili intenti a riverire la tenuta stilistica esibita dietro la macchina da presa da fior di professionisti, scambiati però per guru dagli atei allo sbaraglio intenti pure a collezionare inutili cimeli appartenuti ai maestri di celluloide, risultano ridicoli tanto quanto i fan sedotti dalla popolarità degli interpreti.

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A colloquio con Andrea Manco sul senso di appartenenza degli Italiani d’Istria

L’EGEMONIA DELL’ AMORE SULL’ ODIO.
NEL RICORDO DEI NOSTRI COMPATRIOTI ISTRIANI

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ad Andrea Manco sta realmente a cuore la cifra dell’amore. Perché può sconfiggere l’odio lontano dalle secche della retorica. Il carattere d’autenticità dei legami di sangue e di suolo deraglia dalle banalità scintillanti dell’inane propaganda in virtù del senso di appartenenza trasmessogli dalla saggia ed energica Mamma (con lui nella foto), originaria di Pola.

La chiarezza cristallina e l’irrinunciabile onestà, legate, a filo doppio, al rapporto con la terra natìa, resa rossa dalle cave di bauxite e disseminata dagli inghiottitoi conosciuti oggi, dopo oltre mezzo secolo di deplorevole negazionismo, con il nome di foibe, mandano a carte quarantotto qualunque, discutibile ragione di partito. Indicando la rotta giusta. La rimozione che ha messo altresì in discussione il nesso tra le atroci esecuzioni sommarie compiute dai titini e il mesto esodo giuliano dalmata trova ancor oggi l’approvazione degli ostinati seguaci dei partiti presi avvezzi a battere i pugni sul tavolo blaterando sulla libertà. Per poi incatenarne l’anelito vitale alle implicazioni politiche esacerbate dalla malafede. Non si tratta, però, di prendere di mira la gente venuta meno ai giuramenti alla Patria o i seguaci del mito resistenziale. Le presunzioni d’innocenza, al pari delle pretese di legittimazione d’ambo le parti, lasciano il tempo che trovano. Appare più utile riflettere in merito all’inattesa sintonia di Piero Fassino coi fautori del valore della tradizione, ed ergo dell’ordine naturale delle cose, allorché l’apertura degli archivi inasprì ulteriormente le sterili ma cocciute obiezioni di quelli che Giampaolo Pansa (nella foto) definisce i gendarmi della Memoria.

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Il cuore nella pallavolo.
L’imprevedibilità di uno sport di precisione

LA LEZIONE DI VITA FORNITA DAGLI EVENTI SPORTIVI,
….. ignorati dalle “Prime Pagine”

Secondo il reporter Hildebrand “Hildy” Johnson, impersonato con sagace ed esilarante slancio recitativo da Jack Lemmon (nella foto con Walter Matthau) in First Page di Billy Wilder, è inutile prendersela più di tanto. Con buona pace degli sforzi profusi per conferire il giusto peso informativo anche alle imprese sportive, ritenute, oltre ché la grande medicina contro la noia, anche il contrassegno della sana tenacia, la prima pagina dei giornali, il giorno dopo l’uscita nelle edicole, serve a incartare il pesce.

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Dalla foiba di Jules Verne alla fossa di Moncucco … Un monito contro il negazionismo

I VINCOLI DI SANGUE E DI SUOLO DEGLI ISTRIANI: TRA INGHIOTTITOI ATROCI ED ESODI DOLOROSI

«Chi si appoggia al parapetto di quello spiazzo, vede un precipizio ampio e profondo, le cui impervie pareti, tappezzate di fogliame intricato, scendono a picco. Nessuna sporgenza in quella muraglia. Non un gradino per salire o per discendere. Non una cengia per sostare. Nessun punto d’appoggio. Soltanto scanalature, qua e là, lisce, logorate, poco profonde che fendono le rocce. In una parola, un abisso che attira, che affascina e che non restituirebbe nulla di quanto vi si facesse piombare.(…)
Quell’abisso è detto nel paese Foiba, e serve da serbatoio al soverchio delle acque del torrente. Questo torrente non ha altro sfogo se non una caverna, che si è formata a poco a poco fra le rocce, e nella quale esso precipita con furia indescrivibile. Dove va il corso d’acqua che passa sotto la città? Chi può dirlo? Ove ricompare? Anche questo è un mistero. Di quella caverna, o piuttosto di quel canale che solca lo schisto e l’argilla, non si conosce né la lunghezza, né l’altezza, né la direzione.
Forse le acque urtano in tumulto contro innumerevoli spigoli contro la foresta di piloni, che sostengono la fortezza e la città intera. Arditi esploratori, quando il livello delle acque, né troppo alto né troppo basso, consentì loro d’avventuratisi con una leggera imbarcazione, tentarono di discendere il torrente attraversando quella tetra apertura, ma le vòlte ad un certo punto si abbassano e costituiscono un ostacolo insuperabile. Ecco perché non si sa nulla di quel corso d’acqua sotterraneo. Forse s’inabissa in qualche «perdita» sotto il livello dell’Adriatico
».

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A colloquio con Igor Maltagliati sulle sfaccettature della Settima Arte

I PUNTI FERMI DI UN REGISTA AFFEZIONATO
ALL’ASSURDO POETICO DEI FILM DI PRESA IMMEDIATA

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Sembra una contraddizione in termine per chi usa le scorciatoie del cervello. Invece non lo è. Lo sa bene Igor Maltagliati. Fiorentino doc, dall’impertinenza perenne, da bravo toscano brioso, innamorato però, senza ‘se’ né ‘ma’, della Città Eterna. Che conosce angolo per angolo. Lontano dagli scorci cartolineschi cari ai turisti. Nel film La banalità del crimine (nella foto) le modalità di presenza delle location romane hanno dato prova della sua predilezione per la geografia emozionale. In grado di garantire ai territori eletti a location la virtù di riflettere gli stati d’animo e condizionare i modi d’agire (da quelli empi ad audaci inversioni di tendenza). Basti pensare allo sfogo nei confronti dell’Altissimo da parte del manovale della malavita impersonato da Mauro Meconi mentre scava l’ennesima fossa per un rivale freddato.

L’esperienza gli ha suggerito l’idea di mostrare il tran tran giornaliero dei losers chiamati a svolgere le mansioni più umili nell’ambito del banditismo. Il richiamo all’umor nero e alla cultura postmoderna celebrata da Tarantino, che continua a mettere sullo stesso piano Jean-Luc Godard ed Enzo Girolamo Castellari, sarebbe caduto nell’infecondo déjà-vu se già nell’incipit un morbido movimento di macchina all’indietro, degno dei maestri del lavoro di sottrazione, non avesse svelato l’arcano sulla scorta del valore terapeutico dell’umorismo. Con i personaggi interpretati da Marco Leonardi e Alessandro Parrello seduti su un cadavere in attesa dell’indegna sepoltura fintanto che la propensione allo small talk funge da bislacco tono dominante.

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A colloquio con Paul Herman
sugli accenti e sui semitoni della recitazione

UN CARATTERISTA DEL GRANDE CINEMA AMERICANO,
dalla battuta pronta e dalla fulgida umanità 

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ha realmente la battuta pronta, Paul Herman (nella foto). Il luogo comune che rende i caratteristi schiavi della limitatezza dei ruoli fissi non lo tange affatto. È consapevole del valore espressivo riposto nei primi piani in grado di trarre linfa dal cinema della spontaneità. Ed è per questo motivo che alla ricercata facondia dell’alta densità lessicale privilegia i segnali discorsivi e le pause dialogiche del cosiddetto ‘broccolino’. Una cadenza costituita dall’interazione tra inglese ed elementi vernacolari relativi alle forme bandiera del gergo siciliano, calabrese e napoletano in uso a Brooklyn.

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Il rapporto tra cinema e territorio… da Campora ad Albanella

UN TERRITORIO TUTTO DA SCOPRIRE CHE CONIUGA “MOTION” ED “EMOTION”

Il Cilento è davvero un territorio tutto da scoprire. La topofilia (dal greco topos ‘luogo’ e philia ‘amore’) assume una funzione creativa in grado di utilizzare al meglio l’intensa ed emblematica scrittura per immagini della Settima Arte. Il valore drammatico ed evocativo della tecnica cinematografica non è riuscito però mai a cogliere, sino ad adesso, l’intrinseca, peculiare natura di quell’area montuosa della Campania, al di là del fiume Sele. Il remake del blockbuster transalpino Bienvenue chez les Ch’tis di Dany Boom ha certamente incuriosito gli spettatori accorsi in sala.

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A colloquio con Lydia Genchi sulla distribuzione dei film art-house

LA PASSIONE DELLA NOMAD FILM DISTRIBUTION:
UNA TUTELA A FAVORE DEL CINEMA D’ARTE

Conversazione con Massimiliano Serriello

La passione per il Cinema di Lydia Genchi (nella foto) passa attraverso l’assoluta buona fede, aliena, sia in prassi ché in spirito, alle roboanti attestazioni di stima di chi antepone l’inane attitudine all’iperbole all’interesse per le cauzioni di commerciabilità delle opere d’indubbio pregio culturale.

Sin dai tempi dell’università, quando si laureò con una tesi in scenografia, Lydia aveva le idee chiare. La gavetta nel teatro, per tradurre in pratica quanto aveva appreso sul versante della capacità d’ambientazione impreziosita dai fattori visivi, o sui set, nelle vesti di assistente attenta ad amalgamare gli arredi di un film al precipuo timbro della scrittura per immagini, le ha permesso di entrare in confidenza con l’ambìta fabbrica dei sogni. La vita è fatta però pure di cose pratiche e la famiglia, ravvisabile nel senso di responsabilità nei confronti dei propri figli, è divenuta un pungolo per superare ogni intoppo relativo al bisogno di unire gli aspetti concreti con lo slancio tipico degli anni verdi. Seguire la via dell’idealismo equivale a percorrere un tragitto irto di spine se non si prende atto che dare un colpo al cerchio del nesso tra competenza ed elementi dinamici e un altro alla botte dell’armonia rappresenta l’unico antidoto alle velleità degli esperti del dopolavoro. Gutta cavat lapidem, quindi? Certamente sì. Anche perché la fondazione dell’alacre e audace No.Mad Entertainment è cominciata col piede giusto. Distribuendo nelle sale autoctone chicche della levatura di Tournée. Un conto è vederlo alla sezione Un Certain Regard al 43º Festival di Cannes, ad appannaggio di critici troppo autoreferenziali per capire che il salto di qualità consiste in un’inversione di tendenza in grado di mandare a farsi friggere qualsivoglia forma di slavata alterigia, e un altro è assicurargli l’approdo nel mercato primario di sbocco. Solo così, lontano dalla sterile pretenziosità dei circuiti alternativi, è possibile sul serio stimolare lo spettatore, specie quello dai gusti semplici, in termini intellettuali ed emotivi. Il gioco fisionomico del duttile Mathieu Amalric (nella foto), ancor più bravo in cabina di regìa nel cogliere i voluti ed emblematici scompensi connessi alle attese che contrassegnano la voluttà di rifarsi dell’ex produttore tornato in Francia dagli States insieme alla malridotta compagnia di New Burlesque, acquista maggior spicco allorché attiene all’incanto della scoperta.

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Il rapporto tra Thanatos ed Eros;
la sessualità dei pazienti oncologici

COME L’AMORE AFFRONTA IL TUMORE:
DALLA SFERA SESSUALE A QUELLA SENTIMENTALE

 «Se ti chiedessi dell’arte, probabilmente mi citeresti tutti i libri d’arte mai scritti. Michelangelo? Sai tante cose su di lui: le sue opere, le sue aspirazioni politiche, lui e il Papa. Le sue tendenze sessuali. Ma scommetto che non sai dirmi che odore c’è nella Cappella Sistina. Non sei mai stato con la testa rivolta verso quel bellissimo soffitto. Mai visto! Se ti chiedessi delle donne? Probabilmente mi faresti un compendio delle tue preferenze. Potrai persino aver scopato qualche volta. Ma non sai cosa vuol dire svegliarsi accanto a una donna e sentirsi veramente felici. E se ti chiedessi della guerra, probabilmente mi getteresti Shakespeare in faccia: “ancora una volta sulla breccia, cari amici”. Ma non ne hai mai sfiorata una. Non hai mai tenuto in grembo la testa del tuo migliore amico vedendolo esalare l’ultimo respiro mentre con lo sguardo chiede aiuto. Se ti chiedessi sull’amore, probabilmente mi diresti un sonetto. Ma guardando una donna non sei mai stato del tutto vulnerabile. Non ne conosci una che ti risollevi con gli occhi sentendo che Dio ha mandato un angelo sulla terra solo per te. Per salvarti dagli abissi dell’inferno. Non sai cosa si prova a essere il suo angelo. Avendo tanto amore per lei, vicino a lei, per sempre. In ogni circostanza. Incluso il cancro. Non sai cosa si prova a dormire su un lettino d’ospedale tendendole la mano perché i dottori vedano nei tuoi occhi che il termine ‘orario delle visite’ non si applica a te ».

Il compianto attore statunitense Robin Williams (nella foto), in grado di far sognare grandi e piccini con le sue toccanti ed esilaranti performance recitative, dall’alieno arrivato sul pianeta terra con un’astronave a forma di uovo della situation comedy a sfondo fantascientifico Mork & Mindy al professore idealista ed empatico del cult-movie L’attimo fuggente di Peter Weir, in Good Will Hunting dà il meglio di sé.

Forte dell’ottima sceneggiatura, redatta a due mani dagli amici per la pelle Matt Damon e Ben Affleck, il suo personaggio, un insegnante di psicologia alle prese con la slavata alterigia del bulletto geniale Will, gli impartisce una lezione incentrata sull’importanza dell’amore. Messo a durissima prova dal sopraggiungere dell’infausta malattia. Non è semplice scrivere sull’argomento. Il filo che unisce arte ed esistenza diviene una magra consolazione dinanzi agli inappellabili diktat della Vita. La speranza è l’ultima a morire ed è importante che chiunque abbia contratto un tumore, un cancro, una forma di leucemia acuta, combatta con tutte le energie a disposizione, specie la forza d’animo, contro l’atroce ospite indesiderato. Una malattia comparata a un sequestro di persona da chi ha davvero assistito l’altra metà della mela lungo un percorso purtroppo non a lieto fine. Tuttavia, al di là delle sentenze emesse con assoluta e algida esattezza tanto dalla scienza quanto dall’ordine naturale delle cose, occorre lottare. Lo sa bene l’ex calciatore Gianluca Vialli (nella foto) che ha scritto il libro 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili proprio a tal fine, allo scopo anche di fungere a esempio, dedicando l’ultimo capitolo all’esperienza diretta.

La diagnosi che scopre il Linfoma di Hodking è dura come un macigno: sembra un’appellabile sentenza. Un tiro meschino del destino, specie quando accade agli sportivi abituati a tener cura del corpo. Lo strumento delle prove di abilità applaudite dagli appassionati. Con buona pace degli insensibili dietrologi, che tirano in ballo i sospetti di doping posti in luce oltre vent’anni fa dal risentito allenatore Zdeněk Zeman, il Gianluca Nazionale ha guardato il nemico negli occhi. Anche se corrispondesse ad amara realtà, attribuita alle casistiche in mesti casi come questi, il significato della canzone di Gianni Morandi, Uno su mille ce la fa, varrebbe ugualmente la pena provarci. Con ogni fibra del proprio essere. Certamente la varia tipologia dei tumori innesca dei distinguo fondamentali. Un conto sono quelli che colpiscono i tessuti fibrosi, di supporto, la cartilagine; un altro quelli intenti ad aggredire impietosamente il sangue e il midollo osseo. Individuare le cause è una necessità ancor oggi avvolta in un’inopportuna incertezza. Tuttavia, lontano dalle secche dell’enfasi di circostanza rea d’ingenerare inutili aspettative e impossibili inversioni di tendenza, è lecito porsi alcuni interrogativi almeno. Il summenzionato amore può costituire sul serio un antidoto contro le cause che incitano d’improvviso le cellule a riprodursi senza accertamenti né verifiche tali da impedire agli organi di rivoltarsi contro l’intero ente materiale? Lo spirito conta più della materia, nei fatti anziché nelle astrazioni? E cosa s’intende per amore? Ha senza alcun dubbio a ché vedere col desiderio, con l’indispensabile corrispondenza, benché il cruccio del sentimento rigettato rappresenti l’ispirazione massima delle poesie più commoventi. Pure la mancanza, e quindi l’obbligo di colmarla, rientra nel concetto caro ai filosofi sin dai tempi antichissimi. Allorché, nella mitologia greca, Eros, figlio di Afrodite, o Venere per i romani, e Zeus, giunse, per così dire, ‘a fagiolo’. Il saggio Aristofane fornisce, in quest’ottica, nella commedia Gli uccelli, i lumi migliori: «All’inizio c’erano solo Chaos, Notte (Nyx), Oscurità (Erebus) e Abisso (Tartarus). La Terra, l’Aria e il Cielo non avevano esistenza. In primo luogo la Notte oscura posò un uovo senza germe nel seno delle profondità infinite delle Tenebre, e da questo, dopo la rivoluzione dei lunghi secoli, scaturì il grazioso Amore (Eros) con le sue scintillanti ali dorate, rapide come i turbini della tempesta. Si accoppiò nel profondo Abisso con il caos oscuro, alato come lui, e così nacque la nostra razza, che fu la prima a vedere la luce

Disquisire, però, del rapporto tra Thánatos (dalla lingua greca θάνατος, ossia “Morte“) ed Eros, oltre ché dell’immancabile corrispettivo in SPQR della divinità, Cupìdo (Desiderio), contribuirebbe ad allontanarci ancora dal problema. Visto che trae partito dal noto testo saggistico di Sigmund Freud, Jenseits des Lustprinzips (Al di là del principio di piacere). Nondimeno se proferire verbo alla carlona, ovvero cianciare a vanvera di psicologia, serve a poco – nell’ambito dei congegni che stabiliscono l’orrida comparsa del tumore nonché l’accrescimento dalla sede d’origine – parlare di una psicologa nello specifico trascende le mere teorie sulla pulsione di vita e sulla pulsione di morte. Si chiama Noemi Pinna (nella foto): raccontarne l’iter aiuta a capire il confronto, tutt’altro che evanescente, dell’amore col tumore.  

Instancabile operatrice a sostegno del progetto “PIROGA“, concepito dall’Associazione VIC – Volontari In Carcere e concretizzato con l’apporto della Fondazione Charlemagne, Noemi crede profondamente in quello che fa: dall’impegno profuso presso l’istituto penitenziario di Rebibbia, per soccorrere sul piano pratico i detenuti incapaci di vincere da soli l’angoscia della privazione, all’attività di psicosessuologa. I galloni li ha conquistati sul campo, lottando per la vita. La sua tesi di laurea, “Sessualità nel paziente oncologico e percorsi di consulenza sessuale”, manda a carte quarantotto qualsivoglia disciplina di fazione, ogni divergenza di opinione sulla permeazione dei vasi ematici o il passaggio del tumore dallo stadio iniziale alla malaugurata invasione. Non in virtù di una capacità di scrittura particolarmente erudita, benché degna d’ampia considerazione, al pari della modalità comunicativa ad appannaggio del cinema, bensì sulla scorta della fragranza dell’inconfondibile schiettezza. Discorrere con lei, pure per chi antepone l’egemonia dello spirito sulla materia e i valori ereditati dalla tradizione sul livellamento ugualitario dei progressisti, equivale a una boccata d’ossigeno. Il coraggio è sempre una dote da mettere in luce per i giornalisti che, nelle vesti di divulgatori intenti a esercitare una sorta di agire etico col peso informativo dell’immunoterapia e dell’ipertermia a essa congiunta, intendono dare un contributo, magari modesto, alla conoscenza dei trattamenti, per uscire dal tunnel dell’anticamera della morte, insieme al cosiddetto stream of consciousness. Il flusso di coscienza per Noemi è stato qualcosa di più importante ed eminentemente urgente di una semplice tecnica narrativa. Il ricordo recente del ciclo di chemioterapia, con la nausea, il vomito, il drastico calo delle difese immunitarie inclini ad accrescere l’esplicito disagio, le è servito per compenetrarsi nelle ansie degli infermi che si sentono sbalzati di sella dalla sorte. Il sorriso furbetto muta segno quando ci pensa sù per sollevare di scatto le palpebre, accendere lo sguardo, snudare l’anima e dimostrarsi degna figlia di suo padre, Ireneo, che le ha insegnato a non mollare mai. Non punta l’indice, però, contro nessuno. Preferisce giocare a carte scoperte. Ponendo l’accento sul desiderio riconducibile nella vita di coppia e nel sesso che sublima il desiderio. Occuparsene mentre gli organi si ribellano è un’impresa ostica. Se non impossibile. Col senno di poi, sostengono gli esperti del ramo, prima di affrontare una trafila di cure che può nuocere al pavimento pelvico, è utile ricevere una specifica consulenza ginecologica. Nell’imparare a riconoscere i segnali del corpo, quando è attuabile, nella fase preventiva, risulta altrettanto fondamentale, durante le indispensabili ed estenuanti cure, carpire quelli legati alla genitalità. La piena conoscenza degli strumenti necessari a riprodursi, che controllano anche la sfera dell’appetito carnale, con buona pace dell’arcinoto turpiloquio fondato sugli abusi terminologici e della mercificazione dei film hard, rappresenta l’audacia maggiore. Nell’unire teoria e prassi. La secchezza vaginale, dovuta alla lubrificazione invalidata dai trattamenti in grado tuttavia di sconfiggere il diffondersi del male attraverso il sistema linfatico, è uno dei molteplici ostacoli da sormontare. Alla terapia del dolore segue la necessità di agire in termini operativi ed esaustivi sulla mente delle pazienti oncologiche. La perdita dei normali cicli, con lo spauracchio, tra i tanti, della precoce menopausa, farebbe tremare le vene e i polsi, citando il sommo Poeta, se i complessi frangenti comportati dalla malattia non divenissero oggetto di studio costante. La paura di veder inasprite, se non compromesse, la libido e la speranza di restare incinte, viene analizzata con scrupolo da Noemi. La gestione delle terapie, che talvolta trasforma la sessualità in una questione di lana caprina in rapporto all’istinto di conservazione, acquista notevole rilievo grazie all’accertamento relazionale. Aver affrontato l’arduo, accidentato percorso col protettivo fidanzato Yuri, bravo ad accettare le alterazioni temporanee e transitorie con la calma delle persone sagge, consapevoli che il calo del desiderio connesso all’inevitabile snervamento non deve mai regredire nel senso d’inadeguatezza, le ha permesso di tenere alta l’autostima necessaria ad approfondire il severo trattamento di cure. Anche per quel che concerne gli uomini colpiti dalla malattia, e costretti a prendere atto della debolezza corporea allo scopo di risalire a galla dopo un’odissea ai limiti spesso della sostenibilità psicofisica, la situazione è poco allegra: i farmaci chemioterapici deteriorano gli spermatozoi, creano antipatiche reazioni cutanee, colgono in contropiede il linguaggio del corpo fiaccandone le risposte. Eppure l’intimità di coppia, con la rilevanza del dialogo sugli scudi, consente di riprendere il discorso. Vivere il sesso con piacere e accettazione di ciò che passa il convento, nel momento in cui i limiti imposti sembrano inammissibili, incentiva il processo di crescita ascetica ed emozionale. Nessuno è in odore di santità, intendiamoci, ma è vero che quello che non uccide rende più forti.

Il parlato filmico, con Good Will Hunting di Gus Van Sant come punto di riferimento, torna in veste di best practice. Lo psicologo impersonato da Robin Williams, che spiega cosa sia il tessuto intimo di una coppia, colpisce al cuore, alla mente e allo stomaco: «Mia moglie scoreggiava quando era nervosa. Aveva una serie di meravigliose debolezze. Aveva l’abitudine di scoreggiare nel sonno. Una volta lo fece in modo talmente forte da svegliare il cane. Si svegliò anche lei. “Sei stato tu?” “Sì, sì”. Non ebbi il coraggio. Oh Signore! Will, è morta da due anni e questo è quello che mi ricordo: momenti stupendi. Sono queste le cose che più mi mancano: le piccole debolezze che conoscevo solo io. Anche lei ne sapeva di belle sul mio conto: conosceva tutti i miei peccatucci. La gente queste cose le chiama imperfezioni, ma non lo sono: sono la parte essenziale. Poi dobbiamo scegliere chi fare entrare nel nostro piccolo strano mondo».

A Roma si suol dire che i fatti della pentola li sa il coperchio. In modo certo meno incisivo del suddetto parlato cinematografico, che prende le debite distanze dagli eccessi iperletterari da una parte e dalle semplificazioni popolaresche dall’altra, l’aforisma coglie nel segno. La complicazione testuale non giunge in soccorso nell’ambito della penuria di testosterone o della brama di paternità minacciata dalla perdita di equilibri dovuta alla debilitante terapia. Conta riconoscere, parlandone senza remore, le rispettive esigenze. Di conseguenza il timore di veder danneggiati i nervi sensibili e la dilatazione dei vasi sanguigni, per via degli effetti collaterali, cede il posto all’intesa cementata dalla consapevolezza di aver fatto entrare “l’angelo giusto” nel proprio “piccolo strano mondo”. L’attitudine a guardare al bicchiere mezzo pieno, invece ché a quello mezzo vuoto, specie quando la coppia non paga dazio all’imperativo di coniugare la vita all’imperfetto, garantisce la fondatezza dell’ottimismo. I nodi vengono al pettine per merito altresì dell’esperta psico-oncologa Sharon L. Bober (nella foto) in Sexuality in adult cancer survivors: challenges and intervention.

Sopravvivere ad angiomi maligni, quei pochi, o a una delle numerose tipologie di tumori, deve necessariamente innescare la fiducia nell’avvenire. Mens sana in corpore sano? In questi casi la mente, rimasta lucida grazie all’idonea vigoria d’animo, aiuta il corpo ad alleviare la fase, comprensibile, di disadattamento. L’indagine sulle complicazioni fisiche è il propellente per scongiurare l’impasse di costruire deleteri castelli di carta. Non si tratta perciò di dire a nuora perché suocera intenda, né di gettarsi dietro le spalle gli strascichi del traumatico test: bisogna parlare chiaro e tondo ed evitare di rimuovere il ricordo. In quanto rappresenta una fonte preziosa per soccorrere il prossimo ed estendere il livello di empatia. La paura di rimbalzare da uno stato d’animo all’altro, di mettersi di traverso di fronte alla strada della felicità, di cedere alla rassegnazione e ad acute tensioni, esacerbate dalle notizie da elettroshock frammiste ai residui di un’autocrate malattia, che ha picchiato duro, lascia spazio, in tal modo, al fermo rifiuto di arrendersi. L’interazione tra “corpo biologico” e “corpo psicologico” serve ad aiutare i pazienti oncologici quando il morale è sotto i tacchi ed ergo un contatto, una carezza, qualunque cosa solleciti un eventuale amplesso, diventa un elemento centrale dell’esperienza di coppia. La comprensione, che prevale sul pessimismo della gente con lo sguardo fisso nel vuoto, cementa da vicino l’irrinunciabile complicità. Da cui è più facile ripartire per perpetuare la specie, a discapito dei conflitti insolubili. A Dio piacendo. Nel frattempo è bello riscontrare nelle Sacre Scritture, per la precisione nel “Cantico dei Cantici”, l’influenza del linguaggio del corpo della coppia sui brani elegiaci ispirati all’Onnipotente per l’umanità: «Oh figlia di principe quanto sono belli i tuoi piedi nei sandali. Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino. Il tuo ventre un mucchio di grano circondato da gigli. Le tue mammelle sono grappoli d’uva. Il tuo respiro ha il profumo delicato delle mele».

MASSIMILIANO SERRIELLO

Il rapporto tra immagine e immaginazione nel cinema
da “Too Late” a “Correndo Atras”

IL MERCATO DI SBOCCO DEI FILM FANTASMA:
L’IMPASSE DELLA SETTIMA ARTE

«Se mai dovessi salire sul ring con Joe, ecco quello che vedresti: Alì viene avanti incontro a Frazier. Ma Frazier batte in ritirata. Se Joe fa un altro passo indietro, finisce in prima fila. Quella numerata. Alì spara un jep sinistro, Alì spara un jep destro. Gardate Paparino, che grande Maestro! Frazier non può che indietreggiare. Ma non c’è spazio bastante. È solo questione di tempo.
Alì lo stenderà con un pugno pesante. Alì sferra un destro, che magnifico swing! Quel pugno sbatte Frazier proprio fuori dal ring. Frazier si alza in volo e l’arbitro è impaziente perché se Frazier non atterra, non può contare per niente! Frazier scompare dalla vista. La folla è tutta un cantico. L’hanno avvistato da qualche parte sull’Atlantico. Ma prima dell’incontro, dico davvero, chi poteva immaginare il lancio di un satellite nero. Ma non aspettare questo incontro perché non si farà mai. L’unica cosa che ti resta è immaginare ciò che non vedrai».

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A colloquio con Stefano Calvagna,
un fiero cantore della strada e della Settima Arte

IL SENSO D’APPARTENENZA DI UN REGISTA UNDERGROUND
DALLO STILE ASCIUTTO ED EMOZIONANTE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Sono davvero sobri ed essenziali i modi espressivi del regista romano Stefano Calvagna. Le prevenzioni di chi lo accusa di andare sopra le righe, usando le scorciatoie del cervello, senza conoscere nemmeno bene la sua filmografia, non lo lasciano indifferente: è un passionale e ci mette il cuore in tutto quello che fa. Gli piace smentire i detrattori con la vena prolifica ad appannaggio solo ed esclusivamente degli uomini di cinema capaci di unire la perseveranza al desiderio di sfruttare adeguatamente le occasioni fornitegli dall’esperienza.
Calvagna è sempre andato controcorrente. Quando era Pieraccioni a ingrassare il botteghino, banalizzando il lascito di Camerini e Monicelli sul terreno dell’intensa leggerezza della commedia dell’arte, girò un’opera cruda e necessaria: Senza paura. Incentrata sulla banda del taglierino.

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A colloquio con Andrea Autullo sulla schiettezza recitativa

LA SPONTANEITA’  DI UN ATTORE DI BORGATA, RICCO DI BUON SENSO E GRINTA DA VENDERE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Ha davvero grinta da vendere, Andrea Autullo. Basta vederlo nei panni del cane sciolto della criminalità romana in Cattivi & cattivi. Il suo personaggio è così estremo da divenire l’emblema del Rischio e della Minaccia. È uscita fuori la sua anima nera. Certamente Stefano Calvagna in cabina di regìa gli ha dato una mano ad andare oltre i limiti dei caratteristi condannati ai ruoli fissi. Il rapinatore che interpreta non si domanda se è giusto o è sbagliato quello che fa: lo fa e basta. Agisce. Con ferocia ed estrema determinazione. Quando cresci in borgata, come Andrea, nativo di Montemario, devi giocoforza misurarti con la crudezza oggettiva di determinate realtà. Ciò rende più svegli. Ma anche sensibili.
Basta pensare alle parole di Pier Paolo Pasolini sull’essenza nascosta della Roma periferica che è riuscito a cogliere meglio di chiunque altro nei suoi film e nelle splendide poesie: «Stupenda e misera città, che m’hai insegnato ciò che allegri e feroci gli uomini imparano bambini, le piccole cose in cui la grandezza della vita in pace si scopre, come andare duri e pronti nella ressa delle strade, rivolgersi a un altro uomo senza tremare. Stupenda e misera città che mi hai fatto fare esperienza di quella vita ignota: fino a farmi scoprire ciò che, in ognuno, era il mondo».

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A colloquio con Emanuele Cerman, un factotum del cinema italiano che la sa lunga

LA PROFONDA UMANITÀ DI UN UOMO DI CINEMA,
ALL’INSEGUIMENTO DEL GRANDE SOGNO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Il sogno d’imprimere un’impronta tale nel mondo da lasciare ai posteri la sentenza (ardua o meno non spetta a noi stabilirlo) è umano. Non vanaglorioso. Senza scomodare oltre uno dei padri della letteratura italiana, che si attribuiva appena venticinque lettori ma di geografia emozionale ne capiva assai poco rispetto a Giovannino Guareschi capace con assai meno parole nel proprio vocabolario di andare molto più a fondo in merito, Emanuele Cerman – attore, sceneggiatore, regista e, persino, produttore, all’occorrenza conosce bene il rapporto tra habitat ed esseri umani. La maggior parte della critica ha definito un terreno minato quello in cui si è avventurato sostituendo alla cabina di regìa l’amico Stefano Calvagna sul set del film In nomine Satan.
Nondimeno ha dimostrato di non essere un regista per caso bensì un artista in grado di convertire il segno di ammicco un po’ superficiale del motivo figurativo in profondo motivo introspettivo. Con la metonimia, intesa come parte per il tutto, cara a Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, specie nel film cult La corazzata Potëmkin, intenta a impreziosirne la virtù di alternare passato e presente per conferire alle ragioni d’inquietudine, tradotte in spettacolo, il medesimo corollario di dubbi ed echi esistenziali di Marcel Proust nel celebre libro À la recherche du temps perdu. È un’affinità elettiva che condivide con Calvagna. L’immagine di Robert De Niro nel ruolo di Noodles (nella foto) in C’era una volta in America, attaccata alla parete del suo studio per poi comparire tra gli elementi ambientali del thriller metropolitano Cattivi & cattivi, parla chiaro: a entrambi sta a cuore tanto il bisogno di sviscerare attraverso il carattere precipuo della scrittura per immagini i codici dell’università della strada quanto l’illusione di allargare gli spazi dell’immaginazione per vincere gli spietati diktat del tempo. La morte in primis, o la commare secca come è chiamata nell’Urbe.

Non a caso c’è una targa a Roma che commemora il grande Sergio LeoneIl mio modo di vedere le cose talvolta è ingenuo e un po’ infantile ma sincero come i bambini della scalinata di Viale Glorioso») ed esprime il lascito più significativo per i figli della Città Eterna sedotti dalla fabbrica dei sogni. Alla crudezza oggettiva impiegata anche per personificare, sia con In nomine Satan sia con Cattivi & cattivi, l’emblema del Rischio e della Minaccia, corrisponde un fiero lato romantico alieno al cinismo malcelato di chi invece ingoia amaro ma sputa dolce. La schiettezza contraddistingue il modus operandi nonché lo spirito del nostro Emanuele Cerman insieme al bagaglio di fulgida umanità, riposto nell’attaccamento ai luoghi della Capitale designati a location. In mancanza di quello, l’altro bagaglio, quello, spesso sopravvalutato, dell’esperienza fine a se stessa va a farsi benedire. Molti spettatori lo identificano, senza nemmeno ricordarne nome e cognome, nei panni del borgataro ribattezzato Beato Porco che, nella prima puntata della seconda serie di Romanzo criminale, millanta, sull’onda di una sbronza dura a morire, di aver ucciso il Libanese («Dice era er re de Roma. È cascato ar primo corpo che me pareva ‘na pera cotta, me pareva… Lo sapete che c’è: se quello era er re de Roma, allora portateme ‘a corona perché io so imperatore»).

Ci penserà poi il personaggio del Bufalo a fargli coniugare la vita all’imperfetto a suon di piombo ponendo fine, agli occhi dei fruitori meno attenti, al suo bagno di popolarità. In realtà basta vederlo nel ruolo di Caronte, ritagliatosi su misura come sceneggiatore, per capire come le gag di alleggerimento, nel contesto dove l’incisivo Andrea Autullo nelle vesti del cane sciolto della malavita in Cattivi & cattivi agisce barbaramente ed energicamente, spianino la strada al talento interpretativo. Non si tratta di una macchietta schizzata con gusto canzonatorio, al fine di prendere meno sul serio l’efferatezza degli omicidi ai limiti della sostenibilità emotiva, bensì di uno slancio gigionesco colmo di senso. 

Il gioco fisionomico della recitazione lo spinge ad aggiungere dettagli su dettagli, ghigni su ghigni, quindi, ma anche a sottrarre in altri casi, per ricavare dalla vocazione a fare l’attore l’acqua della vita. Ha imparato ad amare la professione a trecentosessanta gradi dal compianto maestro Ettore Scola che nell’ambito della commedia all’italiana è riuscito a trascendere i limiti del bozzetto vernacolare conferendo notevole forza significante all’analisi degli stati d’animo, sia pure spesso esibita attraverso il filtro grottesco ed esasperato della sagacia parodistica, contrapposta di quando in quando a un controcampo in filigrana ricco di sfumature e sottigliezze. È consapevole che per realizzare un film, senza santi in Paradiso né l’abitudine ad aprire le porte ritenute giuste in un ambiente intasato di opportunisti e di lacché, occorre un’indomita forza di volontà. Calvagna docet. Anche Ivan Zuccon, nel genere horror, è un esempio di perseveranza dietro l’ardua ma affascinante macchina da presa. Al bel fuoco del dotto realismo fantastico, ad appannaggio di autori più visionari ed ergo più ottimisti, preferisce, in chiave straniante, l’egemonia del cupio dissolvi sull’amor vitae. Salvo smorzare tutto col valore terapeutico dell’umorismo. Gli imperativi commerciali li affronta per quelli che sono. Rimboccandosi le maniche. Conosce il sistema. Le contestazioni velleitarie non le prende in considerazione. Anche se la paura di fare un buco nell’acqua, di costruire progetti sulla sabbia e restare prigioniero dell’illusione ogni tanto lo assale. Basta pensare, in quel caso, al sorriso di Noodles, tornato giovane, nell’epilogo di C’era una volta in America. In quel colpo di gomito c’è l’arguzia di Sergio Leone che, capovolgendo il tempo per rimandare indietro le lancette, sembra dire agli spettatori rei di aver preso per vero il sogno del protagonista onde sconfiggere il senso di colpa connesso ai delitti perpetrati pur senza volerlo contro l’amore e l’amicizia: «Ci avete creduto, eh?! V’ho fregato!».

Le difficoltà non mancheranno mai. Per chiunque ami, al pari di un profilo di Venere, le risposte empatiche – legate a un pedinamento zavattiniano, al movimento di macchina circolare posto in essere da Tarantino nell’incipit di Reservoir Dogs, i flashback del Papà di C’era una volta in America e, soprattutto, la voglia di scrivere senza sosta storie per il grande schermo nuove ed eterne – i problemi pratici vanno risolti. Con tenacia. Le varie attività di Emanuele, anche in campo produttivo, rischierebbero di slabbrare disastrosamente il diktat di Leonardo Sciascia in A ciascuno il suo se la maturazione della coscienza del professionista, ancor prima dell’artista, non aggiungesse il frutto della saggezza per vincere l’angoscia, acuita a tratti dalle crisi occupazionali del settore, senza pescare, come si suol dire, con le bombe, ma piuttosto dando del ‘tu’ ai propri sogni. Ogni tanto si avverano. Hai visto mai?! L’importante è insistere e tenere a mente l’adagio popolare che dice: “Cosa c’è di più duro della dura roccia? E cosa c’è di più molle della molle acqua? Eppure la molle acqua buca la dura roccia. Goccia dopo gioccia, dopo goccia”.

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1). D / Sulla base della tua vasta ed eclettica esperienza, ritieni sia più utile una sceneggiatura di gomma o di ferro?
R /
La realtà dipende dall’osservatore, quindi dal mio punto di vista credo che sia necessaria una struttura di ferro, con la possibilità di lasciare alcune parti in gomma. La parte di ferro è quella sottoposta al raziocinio e influenzata dall’intuito e dall’ispirazione. La parte in gomma è legata all’istinto. Quindi la prima, quella di ferro, deve piegarsi alla volontà, alla bellezza e alla sapienza umana, l’altra, quella di gomma, è più animalesca e non determina necessariamente un miglioramento, tutt’altro, ma può supplire a una necessità e nel migliore dei casi può portare un beneficio inaspettato. Credo sia un problema italiano quello, talvolta, di non dare il dovuto rispetto a una sceneggiatura e questo perché non esiste una reale industria,quindi chiunque può pensare di modificare, trasformare e cambiare qualcosa a seconda delle esigenze: c’è chi si limita a cambiare le battute e chi taglia scene per aggiungerne altre. Ovviamente tutto dipende dalla produzione e dal contesto. Non a caso la WGI ha proposto un modello di contratto che tuteli gli autori dagli abusi. Una sceneggiatura una volta approvata non dovrebbe essere più toccata, soprattutto senza il benestare dell’autore. Questo è un problema principalmente legato al cinema indie e in parte a quello indipendente, dove tutti per mancanza di riferimenti, si ritengono in grado di poter metter bocca su tutto.
Io sono cresciuto per sei anni nella compagnia di Ettore Scola e ho visto come si lavorava sui testi e come si rispettavano gli autori.
Prima di approvare il cambiamento di una battuta potevano passare ore di discussione con l’autore, se non giorni. Sia per il teatro che per il cinema si lavorava a tavolino alla presenza del o degli autori, del regista e del cast, questo per giorni e giorni. Un lavoro di perfezionamento assoluto. Ecco, questo per me è ancora l’esempio massimo di professionalità sul lavoro, dove ho compreso la reale importanza della scrittura, che rappresenta le fondamenta di qualsiasi costruzione filmica e di qualsiasi messa in scena. In tutta la mia vita professionale ho visto spesso cercare di cambiare qualcosa di quanto scritto ad attori e attrici, a registi e in alcuni casi a produttori. Quello che è certo è che ogni cambiamento effettuato è risultato funzionale in non più del 20% dei casi, per il rimanente 80% si è trattato di errori, di brutture, di penalizzazioni, di superficialità che indeboliscono il film e ovviamente vengono pagate principalmente solo da chi le ha subite e cioè da chi firma la sceneggiatura. Questo non significa che sia vietato proporre, tutt’altro, ma agire alle spalle dell’autore è sempre rischioso per il risultato finale. Ci sono ovviamente delle situazioni dove la struttura in “gomma” diventa importante per la sua elasticità e questo è il caso dei problemi di adattamento che possono sorgere sul set e quindi nella trasposizione delle situazioni o degli eventi scritti; oppure necessarie per dare più credibilità all’interpretazione di un attore o di un’attrice, che possono sembrare più credibili mettendosi in bocca le parole a modo loro quando è consentito o quando non hanno gli strumenti per dare “verità” a parole o costruzioni di frasi lontane dal loro gergo usuale. Quello del mettere in bocca le parole a un attore è l’esegesi della potenzialità della parte in “gomma”, ma anche questo procedimento andrebbe sorvegliato dall’autore: l’unico in grado di comprendere se quanto proposto e trasformato non vada in collisione o in contraddizione con il testo, il sotto testo, gli eventi o in rapporto al personaggio stesso. Per questo il lavoro a tavolino è fondamentale, ma in un certo cinema o non esiste o s’imita a una lettura veloce con metà cast presente. Non è un caso che alcuni autori scrivano personaggi immaginando determinati attori o già sapendo la composizione di alcuni ruoli del cast. Questo accade spesso per prevenire invece che per curare. Poi ovviamente esistono i colpi d’ispirazione improvvisa nati sul momento, che portano brillanti soluzioni e inaspettate alternative, ma sono rarità. Posso dire che un autore se non scrive per sé stesso e se non è protetto dalla WGA (come negli USA) o da un produttore serio e culturalmente preparato, deve adattarsi cercando di non farsi calpestare troppo. Allo stesso modo un autore non dovrebbe affezionarsi troppo a quanto ha scritto come anche alla sua immaginazione: dalla carta allo schermo cambia tutto e alcuni autori sono insopportabili ritenendosi degli Shakespeare non compresi, ma in realtà sono solo professionisti completamente privi di flessibilità. Se non c’è un budget milionario e una produzione attenta a tutelare una sceneggiatura, è solo un’illusione pensare che quanto scritto resterà fedele alla paternità dell’autore, ma penalizzarlo troppo determinerà sicuramente una riduzione del potenziale filmico. Il cinema è un lavoro di collaborazione e tutti portano qualcosa al film, ma senza la base di una scrittura solida non ci sono santi, il film resterà bidimensionale e quasi certamente un’occasione persa, qualsiasi sia l’argomento trattato, qualsiasi sia il budget, qualsiasi siano gli interpreti, qualsiasi siano le acrobazie registiche, le atmosfere fotografiche o le abilità di montaggio: tutto si tramuterebbe in velleità, cercando inutilmente di rattoppare le falle dovute ai problemi di scrittura. Ovviamente ci sono eccezioni fortunate, dove l’improvvisazione sulla base di una scaletta può dare buoni risultati, come possono esserci interessanti opere sperimentali, ma parliamo di eccezioni. Personalmente cerco di adattarmi al contesto, partendo comunque da una difesa della struttura e restando flessibile sulle eventuali richieste dovute al lavoro su commissione, che ovviamente varia da soggetto a soggetto. Sono sempre aperto alle proposte, le sposo se le trovo interessanti, ma le contesto se mi sembrano inutili o pericolose per la spina dorsale della storia o se indeboliscono i sub plot e se risultano incongruenti con l’agire dei personaggi.
Non credo sia una banalità il parallelismo della sceneggiatura con l’equazione matematica, ma anche l’eccesso di zelo matematico penalizza l’estro artistico per affidarsi solo alle rigide logiche di mercato e finendo per far ripetere a tutti la stessa storia per ogni genere. Non che un autore oggi possa inventarsi qualcosa che non sia stato già pensato e scritto, ma almeno bisogna tentare di rielaborare quanto raccontato cercando di offrire una nuova prospettiva e dando una personalità a quello che si propone. Le idee sono nell’aria e tutti possono sintonizzarsi e afferrarle, ma diventano del primo che le realizza. Questa cosa l’ho capita presto e ho imparato a sopportarla. Dal punto di vista tecnico non trovo corretto che alcuni sceneggiatori diano indicazioni di regia se non sono loro i registi del film o se non gli viene esplicitamente richiesto, ma credo sia utile fornire descrizioni, che talvolta e in maniera delicata, tra le righe, suggeriscano i movimenti di macchina per far comprendere meglio l’emotività di una determinata scena immaginata dall’autore, in vista della sua realizzazione tecnica. Questo perché, come dicevo in apertura, ognuno recepisce a modo suo la realtà e quindi anche la comprensione in lettura varia da soggetto a soggetto e allora è necessario cercare di farsi comprendere al meglio, sottolineando quello che si ritiene debba essere chiaro e inopinabile.  In medio stat virtus… E allora, con le dovute differenze, che si dia la giusta importanza sia al “ferro” che alla “gomma”.

2). D / Come sei riuscito a fare di necessità virtù quando il progetto del documentario si è trasformato in un noir ed è venuto fuori Cattivi & cattivi?
R /
La scrittura di Cattivi & cattivi è stata una vera prova del fuoco. Avevo lavorato per un paio di settimane sulla realizzazione di docu-fiction incentrato sulla vera storia di un ex rapinatore che avevamo precedentemente intervistato per ore negli uffici di produzione e la vita di un poliziotto da strada. Una sorta di confronto a distanza tra “guardia e ladro”, che diventava frontale attraverso una struttura circolare che metteva i due personaggi uno davanti all’altro quando entrambi si ritrovano in un bar durante una rapina condotta da una batteria di rapinatori di origini slave meridionali. La rapina era l’elemento di fiction più rilevante e doveva essere qualcosa di scioccante, in perfetto stacco con la parte documentaristica, incentrata inevitabilmente sulla nostalgia dei tempi passati, dove ancora vigevano codici d’onore rispetto alla barbara e gratuita violenza che impregna i fatti di cronaca nera dei nostri tempi. Sarebbe stata un’opera davvero interessante, perché quanto abbiamo ascoltato intervistando l’ex rapinatore,avrebbe permesso di scrivere una serie televisiva. Stavo già lavorando alla ricerca di fatti storico-politici da inserire nel contesto narrativo per dare connotazione ad ogni evento raccontato e ormai la pre produzione era già in stato avanzato, quando improvvisamente, a poco più di una settimana dalle riprese, cambia tutto. Quando mi hanno chiamato per avvisarmi del problema quasi non ci credevo e pensavo fosse uno scherzo. Tra l’altro io ero già con la valigia in mano perché due giorni dopo sarei partito con mia moglie per la settimana bianca. L’ex rapinatore si era ritirato. Non si poteva più trattare nessun argomento che lo riguardasse. Il motivo non lo sapremo mai. Abbiamo pensato avesse subito delle minacce ma non abbiamo approfondito, era la sua vita e la sua scelta meritava rispetto. Certo ci ha messo in bei casini, ma Stefano Calvagna come al solito non si è arreso, aveva mosso già tutto: la produzione era al lavoro, la troupe pronta a girare, alcune location erano già state fermate e i mezzi erano stati prenotati. Mancavano solo gli attori e ovviamente la sceneggiatura. Ho avuto una settimana per creare una storia che rimanesse fedele all’idea iniziale solo per la struttura circolare legata alla rapina nel bar, scena che in scrittura era più lunga di quanto abbiamo visto poi nel film. Mi sono messo subito al lavoro con un ritmo frenetico e quasi senza sosta.
Non credo sia stato un caso arrivare in settimana bianca con la febbre, così invece di sciare sono stato in albergo a scrivere fino al quinto giorno di vacanza
. La fortuna è stata che non ho mai avuto intoppi creativi, tutto si incastrava perfettamente e ho avuto anche la sensazione di divertirmi, cosa che mi ha spinto a voler sperimentare la compenetrazione tra generi, che poi si è rivelata un punto di forza del film e ha permesso, con l’ingresso in scena di Caronte, la possibilità di inserire improvvisazioni riuscite nelle situazioni grottesche e surreali, come la scena della canzone cantata dalla banda di Savio per idea dello stesso Calvagna, che poi mi ha proposto di cantare anche nella scena dove Caronte si trucca strafatto. Quando ho scritto il personaggio di Caronte ho capito che il rischio era altissimo, ma ero convinto che avrebbe divertito gli spettatori e offerto nuove possibilità allo scandire, altrimenti scontato, degli eventi. Stefano si è fidato, tutto è andato bene e ci siamo molto divertiti.

3). D / Al grande pubblico, specie quello meno attento, sei noto soprattutto per un piccolo ruolo in una serie televisiva di enorme successo. Diventare famoso attraverso la recitazione significa divenire un po’ vanesi?
R /
Per ottenere quel ruolo fui tra i primi a farsi da solo un provino e a metterlo in rete. Lo feci perché non riuscivo in nessun modo a fare avere il mio materiale al regista. Ricordo che tentai di inviargli il link via mail e scrissi il suo nome in tutte le forme possibili abbinandolo a ogni motore di ricerca per cercare di indovinare il suo indirizzo e-mail. Alla fine mi disse bene, il link gli arrivò e riuscì a vederlo. Ormai il cast era fatto per la prima stagione, ma si ricordò di me nella seconda stagione e mi offrì quel ruolo, che mi diede una certa notorietà anche perché fu associato a un tormentone estivo sul mistero di chi avesse ucciso il protagonista della prima serie. È stato certamente il minuto che mi ha dato più visibilità nella mia carriera. Credo la vanità sia qualcosa con la quale quasi tutti gli attori e le attrici devono fare i conti, soprattutto in età giovanile. Quando si capisce che la vanità è una cosa stupida, finalmente ci si libera di quell’inutile fardello dell’ego. Quando si è giovani spesso si è convinti di poter arrivare ovunque, di essere giusti per ogni ruolo; poi crescendo, scontrandosi con la realtà, assaporando il sapore della sconfitta alternato al piacere dei piccoli successi e soprattutto vedendo quanti colleghi bravi e più bravi ci girano intorno con le stesse problematiche o ammirando quelli più stimabili tra i più fortunati, ci si rende conto dei propri limiti, si capisce dove dover impegnarsi di più per migliorarsi o capire dove arrendersi restando resilienti e allora ecco la magia: si cresce interiormente. Penso che chi raggiunga il successo dopo anni di gavetta, difficilmente badi o si faccia ingannare dagli aspetti superficiali della vita e del mestiere, e non è mai un caso che i veri grandi sono sempre umili. Lo sono, non fingono di esserlo. Come ogni attore vivo sempre nel dubbio e nella speranza, ma ho smesso da più di un decennio di vivere con ansia e con tormento il mestiere dell’attore. Essendomi dedicato tanto al cinema indie e a quello indipendente, credo di aver faticato tanto e di aver raccolto poco.
C’è un detto che dice: “chi semina raccoglie”, ma da tempo ho iniziato a chiedermi se la scelta del terreno sia stata quella giusta. La carriera di un attore può cambiare dall’oggi al domani, e molto dipende dal ruolo giusto nel film o nella serie giusta. Un attore può essere bravo quanto vuole, ma se non gli capita l’occasione che lo consacri:il regista che sappia farlo emergere e soprattutto un film che faccia parlare di sé con un eco almeno nazionale (e non per forza mainstream), saranno tutte esperienze più o meno importanti per accrescere il proprio bagaglio che però non lo smuoveranno di un millimetro da quel limbo dove quasi tutti ristagnano. Certamente, se non si tratta di successo, il cinema indie e quello indipendente permettono almeno di potersi esprimere artisticamente e di poter interpretare personaggi e affrontare caratterizzazioni (con tutti i rischi del caso), che altrimenti molto difficilmente si avrebbe la fortuna di poter incarnare e questo ripaga degli sforzi profusi e migliora tecnicamente. Gli unici a restare sempre perplessi sono il direttore o la direttrice della banca, loro per la tua carriera preferiscano sempre tante pose, anche se si tratta di ruoli banali in brutte fiction, ma sai loro hanno compreso la differenza fondamentale tra gli attori famosi e quelli non famosi.

4). D / Ma, in buona sostanza, ritieni più importante il gioco fisionomico della recitazione o il carattere d’ingegno creativo di un regista come si deve?
R /
Credo siano necessarie entrambe e che molto dipenda dalla storia e dal genere. Io personalmente quando vedo un film amo sentire la personalità del regista (senza accorgermi della sua mano), soprattutto quando si amalgama per sensibilità al lavoro attoriale. Un bravo regista ha già montato il film nella sua mente e non deve ricorrere a soluzioni alternative in post produzione per cercare di coprire errori sia tecnici che interpretativi o peggio incongruenze narrative. Credo un bravo regista non possa preoccuparsi solo del lato tecnico sul set come non dovrebbe pensare solo a lavorare con gli attori. Nulla va escluso e abbandonato a sé stesso. Poi serve il tempo. Il tempo è sacro e serve anche provare. Se un giorno dovessi avere la fortuna di girare un secondo film, spero accada in condizioni di sufficiente professionalità per tempo e budget. Non vorrei essere costretto a fare tutto di corsa cercando solo di mettere pezze ad ogni problema quotidiano nell’unico obiettivo di portare a termine le riprese per proporre l’ennesimo film fatto col cuore ma con troppi difetti che porta con sé gli strascichi dell’insoddisfazione di tutte le persone sottopagate o non pagate proprio, che hanno contribuito a realizzarlo. Avere tempo mi permetterebbe di provare prima delle riprese con gli attori, in modo da poter poi concentrare meglio il tempo sul set per la cura e il perfezionamento delle riprese già studiate a tavolino. Senza soldi è tutto più complicato, si perde di professionalità e si finisce con l’approfittarsi dei sogni, del tempo e del lavoro delle altre persone. Ogni tanto provo a pensare a ipotesi di forme collaborative che vedano tutti alla pari, ma il cinema non è una fabbrica di bulloni, non sai quanti ne venderai.
È una fabbrica di sogni e non sempre quando ci si sveglia ci ricordiamo dei nostri sogni. Certo tra il fare e il non fare c’è di mezzo la frustrazione e l’auto impedimento, quindi bisogna trovare un compromesso: una sfumatura grigia tra il bianco e il mero, al fine di non sprecare possibilità, ricordandosi il dovere di dare qualcosa agli altri, che non devono mai essere mero strumento dell’ego per raggiungere le proprie ambizioni. La riconoscenza è tutto, ed è parte di quella sfera che come l’umiltà è prerogativa dei grandi e per essere grandi a tutto tondo, l’altruismo non va mai tralasciato.

5). D / Da regista con In nomine Satan sei riuscito a corrispondere all’immaginazione delle masse. Cosa ha significato per te stare dietro la macchina da presa in quel caso?
R / In nomine Satan
è stata un’avventura improvvisa e complicata, ma molto formativa. Io dovevo solo essere un attore del cast, ma Stefano non stava benissimo per questioni di salute e a una decina di giorni delle riprese mi ha chiesto se volevo prendere la regia. Anche in quell’occasione il rischio era di mandare tutti a casa. Così dopo averci pensato un giorno ho deciso di accettare. Avevo diretto diversi cortometraggi, due stagioni di un programma televisivo, un paio di pièce teatrali e desideravo affrontare la regia di un lungo, mi sentivo pronto. Non era la situazione e il film che mi sarei aspettato di girare come opera prima, ma nella vita non sempre si può scegliere e le occasioni vanno colte al volo. La prima cosa che ho chiesto è stata quella di poter mettere le mani sulla sceneggiatura, primo perché era scritta per la televisione (il film era inizialmente nato per questa destinazione) e poi perché analizzava i fatti come erano già stati decine di volte raccontati dai vari documentari e dalle ricostruzioni televisive e giornalistiche, senza aggiungere nulla, senza provocare un dubbio, senza spingere a nessuna riflessione.
Ho avuto pochissimo tempo per tagliare e aggiungere scene, per modificare i dialoghi e per di più dovevo occuparmi di altre problematiche organizzative, di aggiungere alcuni attori e di conoscere quelli già scelti. Ho dovuto anche trovare i soldi mancanti. Dal primo giorno di riprese e per tutti gli altri ricordo che sono dovuto passare al bancomat per tamponare qui e lì dove ci fosse esigenza. Alla fine sono entrato anche nelle vesti di produttore e mi sono pure montato il film. Una palestra incredibile. Certo ero più giovane, oggi a quelle condizioni, non credo che accetterei la scommessa, ma sono contento di averlo fatto e di essere riuscito a dare un’impronta personale al film. Il mio obiettivo era quello di ridare attenzione ad un caso giudiziario rimasto coperto da alcuni misteri e da domande che non hanno ancora trovato risposta. Per arrivare a questo ho deciso di affrontare l’argomento evidenziando il dualismo insito nella maggior parte dei personaggi, non che alcuni non avessero aspetti duali, ma su alcuni ho potuto calcare la mano. La mia scelta è stata quella di prendere spunto dal fatto di cronaca per poi dirigermi in un viaggio nell’ombra dove ho messo tutti davanti alla propria, sul quel limite sottile tra il confine della materia e quello dello spirito. Inserire quindi influenze di più generi era inevitabile e dovuto.

6). D / Sei riuscito a dare il meglio con solo 9 giorni di disposizione per le riprese. L’emergenza acuisce la capacità di adattamento ed ergo l’ingegno anche da parte dell’intera troupe?
R / Se il film è stato portato a termine è per merito di tutti. Ricordo che ci fu una crisi generale al secondo o al terzo giorno di riprese. C’erano problemi di location, distanze siderali, mancanza di soldi e ogni giorni eravamo costretti a sforare di un’ora o due. Feci una riunione con tutti sul set, parlai con il cuore in mano, convinsi tutti a fidarsi di me, gli dissi che ogni problema che avremmo incontrato sarebbe diventata un’occasione per trovare una soluzione migliore da risolvere con la creatività. Gli dissi che non avrei mai avuto dubbi e che avrei curato solo tre scene al massimo delle nostre possibilità, girandole come le avevo in testa e senza compromessi e che per il resto avrei usato il mestiere: decidendo sempre una o due inquadrature per ogni scena, così non avremmo avuto eccessivi problemi di ritardo e saremmo riusciti a portare a casa il lavoro, superando ogni difficoltà senza fermarci mai. Glielo dimostrai il giorno seguente, quando dovendo girare le scene in ospedale, scoprimmo di non avere più la location dell’ospedale a disposizione. Gli uffici di produzione erano in una palestra gigantesca e sotterranea dalle parti di Capannelle, dissi loro che avremmo girato tutto ciò che riguardava l’ospedale lì dentro, anche le scene oniriche negli scantinati e funzionò tutto. Ero sempre deciso e non ho mai permesso al dubbio di fermarmi:  vedevo una cosa, anche assurda e la rendevo un’opportunità. Avevo la creatività settata al massimo e soprattutto la presenza di un fantastico reparto di fotografia.
Con Dario di Mella ci siamo capiti subito, prendevo decisioni sulle riprese in pochi istanti e lui decodificava perfettamente ogni mia intuizione trasformando ogni spazio fotograficamente in base alle esigenze visive che gli proponevo. Sono stati tutti velocissimi e fantastici, loro come tutti gli altri reparti. Ho avuto addirittura due assistenti giovani eccezionali: Roberto Urbani e Giulio Mastromauro, entrambi oggi diventati bravi registi e poi non posso scordare Giulia Carla de Carlo, che in quei giorni ha dovuto sopportarmi più di tutti, forse l’unica alla quale ho mostrato i miei dubbi e i miei nervosismi prima e dopo le riprese. Da qualche parte dovevo sfogarmi per mantenere e mostrare costantemente sul set sia il controllo, sia una necessaria calma zen per affrontare ogni problema. Dovrei nominare tutti perché a tutti sono grato, ma per questioni di spazio chiuderò ricordando tre persone che non ci sono più. La prima è una donna, con la quale era nata una sintonia artistica che sono sicuro sarebbe proseguita nel tempo attraverso altre esperienze lavorative: parlo di Francesca Viscardi, attrice e coach di alcuni attori nel film. Sono felice di averla resa orgogliosa quando ha ricevuto una nomination come miglior attrice non protagonista a NY, la città dove in passato aveva vissuto studiando e poi insegnando il metodo Stanislavskij/Strasberg, per poi tornare e aprire un importante laboratorio per attori a Roma.
Poi Luigi Passarelli, mio storico amico e collaboratore con il quale mi sono confrontato sia nella rielaborazione della scrittura e soprattutto al montaggio e infine Andrea Lancieri, caro amico e compagno di banco ai tempi del liceo, entrato in produzione a film finito insieme a me, Stefano Calvagna e Mattia Mor, per aiutarmi a sostenere il film durante la distribuzione e i festival. Non ti parlerò a lungo della distribuzione, perché è stata una nota veramente dolente: ti dico solo che mi sono trovato tutte le sale da solo con l’aiuto di Roberta Graziosi e Maria Tona, dopo che il distributore ufficiale, il giorno della conferenza stampa, a meno di una settimana dell’uscita, subito prima che il film fosse proiettato ai critici e ai giornalisti, mi disse: “Emanuele mi dispiace ma c’è un problema: non abbiamo neanche una sala”. Penso tu possa immaginare il mio stato d’animo in quel momento… ed erano mesi che gli chiedevo se andasse tutto bene, se avesse bisogno di una mano, che avrei collaborato volentieri per aiutarlo nella distribuzione, ma lui pareva anche offendersi quando offrivo la mia disponibilità. Ecco, questo è il cinema indie, e ho capito che per evitare o risolvere molti problemi, bisogna affidarsi all’intuito, perché non sbaglia mai.

7). D / Che ricordo hai del set di Concorrenza sleale? Si può definire il compianto Ettore Scola (nella foto) un tuo maestro?
R / Conoscere e aver potuto lavorare con Ettore Scola, sia in teatro che al cinema, è stato un onore oltre che una fortuna incredibile. Lui era il direttore artistico della compagnia “il piccoletto di Roma” e quindi supervisionava tutti gli spettacoli della compagnia. Per sei anni ho avuto l’opportunità di formarmi in quel contesto. Quando arrivava eravamo tutti sugli attenti. Potevamo provare per una o due settimane, poi arrivava lui e giudicava. Alcune volte ci ha smontato del tutto, chiedendo cambiamenti importanti, ma quasi sempre era soddisfatto del lavoro del cast svolto con la regia e l’autore. Era un perfezionista elegante e ironico, talvolta cinico. Un gran signore e perfetto padrone di casa in ogni situazione. Sul set di “Concorrenza sleale” si divertiva molto. Sono stato felice di avere avuto l’opportunità di vivere quel set straordinario a Cinecittà. Mai più visto un set del genere. Ricordo che la sala costumi era un intero teatro di posa: volevo provare tutti gli abiti. Era stata ricreata un’intera via di Roma negli ’40 dove ci passava un tram creato apposta. Era tutto incredibile, sembrava il paese dei balocchi della favola di Pinocchio. Lì compresi perché il cinema viene definito: “la fabbrica dei sogni”.

8). D / La tua intesa professionale con Ivan Zuccon (nella foto) è forte ed evidente. Cosa ti attira nel genere horror?
R /
Con Ivan c’è una fratellanza artistica, abbiamo cominciato da giovanissimi insieme e spero che andremo avanti fino alla vecchiaia. Io ho amato molto l’horror da adolescente, poi da spettatore ho smesso di seguirlo già da una decina di anni. Sono rimasto affezionato a pochi titoli e ho sempre preferito l’horror psicologico e a sfondo politico, poi ho sempre apprezzato l’horror con influenze di più generi: quello di Carpenter e Cronenberg per farti capire, ma di tutti i film horror, il mio preferito è il meno horror di tutti: “The Shining” di Kubrik, il film che ho visto più volte nella mia vita, tratto dal romanzo dell’autore al quale sono sempre rimasto fedele: Stephen King. Secondo me il genere horror ha perso molto del suo potenziale principale: la denuncia. Soprattutto le produzioni degli ultimi due decenni sono troppo spesso meramente commerciali e ripetitive, destinate a un pubblico giovanissimo, facilmente impressionabile o a quella nicchia di pubblico che è fissato solo con l’horror più estremo e che snobba tutti gli altri generi cinematografici. Con Ivan provo sempre a dirgli di limitare il sangue in scena, chissà che un giorno mi dia retta… Ecco, anche se non sono più uno spettatore fedele del genere, lavorare come attore sui quei set è tanto faticoso quanto divertente e in alcuni casi molto stimolante (interpretare certi personaggi in TV o nel cinema mainstream te li scordi).
Il pericolo maggiore del genere horror non è solo quello di essere considerato inguardabile dalla maggior parte degli spettatori, mi riferisco a quei film splatter o gore che nelle loro forme più estreme tendono volontariamente alla depravazione visiva, esaltando aberranti forme di gratuita violenza per accontentare solo un mercato specializzato e assetato di sangue; ma più ingenerale, il principale problema del genere horror è quello di non saper più proporre storie interessanti, finendo talvolta per perdere completamente di credibilità, o proponendo nuove ondate alla già dilagante marea di film mediocri destinati solo ad un pubblico inconsapevole che bada più alla quantità che alla qualità. Ora sono moto incuriosito dal nuovo film di Avati, montato tra l’altro dallo stesso Zuccon.
Per quanto mi riguarda, se un giorno dovessi girare un horror da regista, farei un passo indietro: mi farei ispirare da situazioni al limite tra realtà e paranormale, tra analisi introspettiva e fenomeni preternaturali, cercando di proiettare il mio sguardo sul futuro attraverso l’analisi dei disagi del presente, con un fine ultimo di denuncia. Tornerei all’horror politico e anticipatore dei disagi sociali: mi vengono in mente titoli come Scanners, Videodrome, Essi vivono, Zombie, oppure all’inquietudine onirica spesso manifestata nei film di David Lynch.

9). D / Due settimane fa, al Nuovo Cinema Aquila, dopo la visione di Cattivi & cattivi, è stato chiamato in causa il solito, legittimo tormentone: non solo prodotti ma distribuiti. Perché è così dura la vita dei film indipendenti nella filiera?
R /
La distribuzione è il monolite di odissea nello spazio. Qualcosa che chiunque faccia cinema è costretto ad affrontare. Se la si affronta dal basso è un ostacolo invalicabile, che può essere solo aggirato per illusione e comunque sempre condizionato dalla censura. Senza una distribuzione adeguata un film è morto prima di nascere, non guadagna, e quindi privando i produttori (indipendenti) di questa possibilità fondamentale di sopravvivenza, si uccide il cinema sperimentale, indipendente e indie.  Quando un film va in sala a un produttore resta meno del 40% dell’incasso lordo. Questa condizione desolante porta a conseguenze dannose in ambito produttivo alimentando la macchina infernale dello sfruttamento. Chi coraggiosamente produce un film da solo e non mainstream, nella maggior parte dei casi trova pochi fondi (personali o aiuti di piccoli privati), ma produrre senza seguire o non potendo seguire l’iter canonico e non scontato legato ai contributi statali ed europei, al contemporaneo intervento di film commission e fondi regionali, all’implemento dovuto ai vari: tax credit, product placement e via discorrendo, sapendo di non poter guadagnare dopo, cerca di guadagnare prima e soprattutto di non rimetterci.
Chi ne paga le conseguenze? Gli artisti prima di tutto
. Quelli sempre sfruttati, l’ultima ruota del carro, quelli senza i quali però non si potrebbero raccontare storie, senza i quali non ci sarebbero i film, le serie e gli spettacoli in teatro. Un assurdo che meriterebbe una rivoluzione, ma chi comanda ha capito un grande e triste segreto: gli artisti sono prevalentemente individualisti e disuniti. Sono perfetti schiavi, che si liberano solo raggiunto il successo. Da noi non c’è industria, non esistono le seconde visioni, non ci sono tassazioni sui film americani che permettano di aiutare la distribuzione dei nostri film invisibili ma interessanti. Un paio di anni fa, in Europa, i nostri rappresentanti politici hanno avuto la disgraziata idea di votare contro l’eccezione culturale e se ancora non siamo stati affogati dagli USA con i loro film peggiori è solo grazie alla Francia, che del cinema ha fatto un’industria e non poteva permettere un’invasione di mercato che sarebbe stata una definitiva e incontrastabile colonizzazione americana del nostro continente.

10). D / Come giudichi la figura del produttore in contesti come questi?
R /
Purtroppo per il mio carattere introverso non sono quasi mai riuscito a propormi ai produttori. A quelli importanti non sono mai riuscito ad arrivare e quando non mi rispondono alle mail spesso rinuncio a ricontattarli. Sbaglio perché dovrei insistere e cercare di ottenere un appuntamento, ma preferirei avvenisse tramite agenzia.  Insomma, ho lavorato e avuto esperienze come attore, regista, autore, montatore, produttore, ma non sono ancora capace a fare il pr di me stesso o forse non ho capito come propormi. Inutile raccontarti poi il disagio di quando ti ritrovi a parlare di cinema con pseudo produttori arroganti e ignoranti, che si avvicinano alla materia per miseri interessi personali che esulano totalmente dall’amore o l’interesse per il cinema. Ovviamente spero il futuro mi sorrida e mi permetta incontri con giovani produttori entusiasti o con persone serie ed esperte del mestiere, che ancora non si arrendono.
Recentemente è uscito un articolo su un quotidiano nazionale di una nota produzione che si lamentava di non ricevere storie inedite, ma solo proposte di sequel, remake o di sceneggiature tratte da romanzi. Ho preso il telefono con un attacco di insolito coraggio e ho chiamato per avere una mail diretta dove proporre tre mie sceneggiature inedite. Da quando ho inviato la mail sono passati giorni. A oggi non ho neanche ricevuto una riga con scritto: “grazie abbiamo ricevuto il suo materiale”. Ci sono dei problemi evidenti dovuti alla mancanza di un’industria e se non si hanno le spalle coperte e bisogna fare tutto da soli, è veramente dura. Resistere e curare tanti altri interessi. Ecco la ricetta per sopravvivere al sistema.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Boris Sollazzo
sul ruolo della critica cinematografica

LA FUNZIONE DELLA CRITICA SECONDO BORIS SOLLAZZO:
UN ESPERTO DI CINEMA CHE CREDE NELL’UTILITÀ DEL DIALOGO

Una conversazione con Massimiliano Serriello

La dialettica tra critici e registi cinematografici è fondamentale per Boris Sollazzo, attivissimo nel commisurare attenti giudizi sulla vicendevolezza di spettacolo, cultura ed elementi segnaletici. In qualità di collaboratore di “Ciak”, “Film Tv”, “Panorama”, “Rolling Stone”, sul piccolo schermo, per La Rosa Purpurea del Cairo su Radio24 e sull’amata Radio Rock. È importante perciò comprendere il destinatario a cui la recensione si rivolge. I guasti della grancassa non lo lasciano indifferente. Distinguere tra cinema d’autore e cinema commerciale lascia il tempo che trova. Almeno a parer suo. È molto più urgente evitare di confondere le kermesse con i festival. Stimolare gli spettatori in termini intellettuali è compito fondamentalmente del regista. L’aura contemplativa, insieme al valore drammatico ed evocativo connesso alla scrittura per immagini, con certi movimenti di macchina e i piani-sequenza che esercitano un ascendente indiscutibile sugli amanti della fabbrica dei sogni, racchiude il mistero dell’arte. Meglio ancora: della Settima Arte. Come il decano dei critici nostrani, Ricciotto Canudo, ribattezzò l’invenzione dei fratelli Lumière.

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A colloquio con Maria Pia Paravia,
autrice di libri d’arte che cattura gli istanti epocali

LA RICERCA DELLA SEMPLICITÀ DI MARIA PIA PARAVIA:
UN’ INTELLETTUALE DEDITA ALLA GEOGRAFIA EMOZIONALE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Non è certo un caso che Pioggia nel pineto di Gabriele D’annunzio sia la sua lirica preferita.

Il senso di appartenenza si va ad amalgamare a spron battuto alla conoscenza delle immagini del territorio. La loro evocazione, lungi dal fermarsi in superficie, penetra le viscere e colpisce tanto al cuore quanto al cervello. I mezzi per raggiungere l’espressione artistica spesso sono più misteriosi del dovuto. La colpa è dei tromboni che si atteggiano a eruditi spiegando in modo difficile cose in verità semplici. A Maria Pia Paravia interessa compiere l’operazione contraria. A beneficio dei lettori che non devono sentirsi intimiditi dalla ricercatezza di un linguaggio per certi versi terroristico.
La geografia emozionale l’ha guidata nella stesura del libro Pompei. Crononi: gli ultimi istanti.
La densità lessicale impreziosisce la scelta di parole brevi, intense, folgoranti.
Le possibilità di rilettura ed ergo di riflessione vanno oltre certe elucubrazioni care ai falsi esperti che vogliono fare la parte dei leoni, anche se hanno il cuore delle pecore e l’occhio annebbiato quando si tratta di discutere gli elementi costitutivi dell’estro.
Le poche righe, intrise di un lirismo pervicace, con dei cortocircuiti talora perfino schernitori, favoriscono invece il passaggio dal lavoro di sottrazione, fiore all’occhiello dei maestri dell’antiretorica, alla negazione della morte. La grande mietitrice non è mai nominata ma orienta la signora Paravia pure nei cascami teatrali ed espliciti rei, di quando in quando, di smentire la natura asciutta ed essenziale dei nastri di partenza. La folta galleria dei personaggi, costretti a coniugare la loro vita all’imperfetto nel momento in cui Pompei resta vittima dell’atroce evento eruttivo, riesce, al contrario, ad appaiare i timbri interiori ed esteriori e conferire, perciò, la stessa precisione di accenti e sfumature a un’ampia gamma di umori.
L’istante prima della fine diviene un valore di rappresentazione inedito, sebbene gli echi cinematografici si sprechino, perché congiunto al livello d’iconocità costituito dai quadri, dai graffiti e dalle sculture che accompagnano il lettore in un viaggio sui generis. Odi et amo. Viene da pensare a Catullo e al suo celebre distico giacché il confronto dell’amor vitae con il cupio dissolvi riserva molte sorprese.
I sentimenti contrastanti cedono poi spazio alla topofilia, intesa come amore per dei luoghi da proteggere. Bisogna evitare che la storia si ripeta imparando dal passato. Il monito per Maria Pia non assume tuttavia mai i toni saccenti dell’oracolo. La forza dell’ironia la sorregge al punto dal garantire una sapida pregnanza al disegno psicologico dei caratteri costretti a condividere lo spietato destino col luogo natìo. Il fatto predominante resta lo schietto desiderio di non trascinare mai il lettore nel tedio alleggerendo l’intero contesto con l’egemonia dell’autentico lirismo della narrazione sull’esplosiva ambiguità della poesia. Che si manifesta lontano dai fuochi fatui del consumismo e dal dubbio gusto del pettegolezzo. Il gusto dimenticato sta addosso al presente. Il recupero della lingua osca, scambiata per un’operazione arcaica dagli scettici avvezzi a usare le scorciatoie del cervello, rinsalda un tipo di fonetica capace di arricchire la dimensione spoglia ed evocativa dei versi. Ulteriormente impreziositi dal margine d’enigma ad appannaggio dell’arte.

La razionalizzazione dell’assurdo, frammisto agli elementi del reale legati al senso dell’addio insito nel trapasso, prevede la dolcezza riposta nell’illusione dei miracoli. Si tratta d’istanti fulminei. L’inevitabile avverrà. Ma aver saputo allargare i confini della fantasia non è un’accattivante reclame. Bensì la prerogativa della fabbrica dei sogni. L’idea di un documentario, sulla scorta del mix di acuto ragguaglio ed elaborazione creativa in grado di trascendere la registrazione nuda e cruda di quegli sconvolgenti accadimenti, non è certo campata in aria. Bisogna capire quale regista raccoglierà la sfida per coordinare i fattori espressivi uniti al nesso tra habitat ed esseri umani. Intanto Maria Pia (nella foto) ha già pronto un altro libro. La sua verve non conosce soste.

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1). D / Per quale motivo ha scritto un libro d’arte incentrato sul territorio raccontando l’esperienza della ‘non vita’?
R /
L’ho ambientato a Pompei perché sono campana: amo la mia regione in maniera viscerale. Inoltre ho vissuto l’esperienza del coma. Per ben tre volte. Quando ne sono uscita, ho compreso che la velocità con cui rivedevo la mia vita era sorprendentemente breve. Ho messo i crononi nel titolo di questo libro in quanto rappresentano proprio un milionesimo di secondo.

2). D / Tra i suoi criteri di valore ha quindi una parte importante la virtù di allargare gli spazi dell’immaginario cogliendo l’attimo?
R / Sì. Ognuno di noi imposta la vita a modo proprio: razionalmente o irrazionalmente. Come diceva Benedetto Croce (nella foto): c’è l’intelligenza emotiva e c’è l’intelligenza razionale. Essendo fornita in discreta misura di entrambe, ho sempre razionalizzato la scrittura ricercando la semplicità. Molte scritture complesse mancano di acume e abbondano di superbia. Quelle semplici sono le migliori: hanno il dono dell’estro e della sintesi. Per cui ho voluto riassumere nel libro in quattro o cinque righe i tratti essenziali di una personalità traducendo la complessità in semplicità. Nasco come settecentista e quel percorso, insieme all’esperienza di eventi traumatici ma rivelatori, mi ha insegnato a spiegare le cose difficili in modo semplice. Di presa immediata.

3). D / Così facendo ha razionalizzato anche l’assurdo poetico, in altre parole la parte irrazionale connessa alla poesia?
R / Dante Alighieri
applicava i concetti geometrici ed euclidei e quindi razionalizzava le cose. Anche quella a cui lei fa riferimento: l’aura contemplativa. Che serve a riconoscere la vera poesia e distinguerla dal poeticismo.

4). D / Nell’introduzione di Pompei. Crononi: gli ultimi istanti cita lo scrittore e poeta Lawrence Durrell in Balthazar. Crede davvero che ogni interpretazione della realtà sia unica?
R / Ho imparato tanti anni fa che la verità comprende tante sfaccettature: non esiste una verità assoluta. Come non esiste, a parer mio, un Dio assoluto e una religione assoluta. Non c’è nulla di assoluto né di certo. L’unica cosa certa è il cambiamento. Ognuno di noi può osservare la verità attraverso un’ottica personale. Ma non è detto che sia la verità. Non credo quindi tanto nell’interpretazione della verità quanto piuttosto nella percezione della sensazione. È una cosa molto diversa.

5). D / Il dialogo con la morte rimanda, in chiave cinefila, a Il settimo sigillo di Ingmar Bergman e all’ironia sopraffina ed eminentemente surreale dell’ingegnoso Luis Buñuel. Quali sono gli altri suoi numi tutelari?
R / L’unico autore che amo in modo totale e incondizionato è Samuel Beckett (nella foto). Dopo di lui, è tutto cambiato. Confesso di non aver letto l’Ulisse di Joyce. Anche se mia sorella è un’esperta del drammaturgo irlandese. Però io trovo noioso il suo modo di scrivere. Una barba! Pure Ezra Pound, che lei apprezza molto, è pesante in alcuni passaggi. Ritengo che la demitizzazione in tal senso sia utile e altresì giusta. Anche quando vediamo in questa prospettiva i personaggi di potere, fuori dai loro alti incarichi, emerge un lato ridicolo e quindi degno di nota.

6). D / Indro Montanelli scrivendo Storia di Roma ha attuato un criterio simile. A beneficio del lettore, che avrebbe pagato sennò dazio alla noia con eventi epocali e monumenti statici.
R / Lei è molto perspicace. Antonio Spinosa è stato il mio padrino ma Montanelli è stato il mio maestro. Ho ancora chiari in testa i suoi insegnamenti: parla molto, scrivi poco.

7). D / Perché nel suo libro il congedo dalla vita ha un ruolo di prim’ordine?
R /
Ho cercato di rappresentare molti congedi. C’è chi, tra loro, lotta, impreca, si abbandona, sospira. Alcuni affrontano l’addio alla Vita in modo inconsapevole. Per dabbenaggine oppure per innocenza. Come il bambino che invoca la Madre. Metto in risalto, con poche righe, la dignità delle persone in procinto di morire. Una mamma quando partorisce non deve mai gridare. Il decoro è importante. Sia quando si viene al mondo sia nel momento del congedo dall’esistenza occorre estrema eleganza.

8). D / Nel recupero della lingua osca è stata ispirata dalla nostalgia del passato o dal desiderio di semplificare le cose complesse?
R / Ho chiesto a Gianni Letta di far leggere questo mio libro a l’uomo più cattivo di sua conoscenza. Il quale invece ha dato un responso positivo. Allora ho pensato di scriverlo in latino. Tradotto con il fronte retro. E lui si è messo a ridere: “E chi lo leggerà?”. Il recupero però della lingua osca, che si trova nelle scritte sulle facciate della città sepolta dall’eruzione del vulcano, era necessario. Ai fini di un idoneo lirismo narrativo. Il passato serve per il presente. Lo Tsunami ha causato gli stessi disastri, pure dal punto di vita ecologico. Gli esperimenti atomici in quelle zone sono all’origine del cataclisma. Ciò mi ha ferito profondamente ispirando il desiderio di redigere un libro semplice per trattare di qualcosa di complesso che riguarda il passato e il presente. Un conto però sono le calamità naturali e un altro gli addetti ai lavori che vendono i cieli. Che non sono loro.

9). D / La scelta del fronte retro in italiano e in inglese invece a cosa è dovuta?
R /
Al fatto, in primo luogo, che io scrivo poco: la casa editrice doveva pubblicare un libro corposo. La seconda ragione risiede nel fatto che come libro d’arte si prestava a un largo oggetto di studio ed esame critico all’estero anche per le tesi di laurea.

10). D / Certe tipologie di personaggi che mette in luce, dall’usuraio alla meretrice, acquistano uno spicco particolare. Il passaggio dal semplice “vedere” all’attento “guardare” coinvolge anche l’interazione tra “apparire” ed “essere”?
R /
Ci sono due modi di percepire la realtà. Uno è capire, l’altro è comprendere. A capire è capace pure un bambino. Comprendere implica la necessità di soffermarsi sui valori dell’esistenza. Per me la comprensione è un atto infinito.

11). D / E quindi sarà la comprensione, intesa nella sua accezione metafisica, ad animare pure le pagine del suo prossimo libro per produrre degli effetti empatici?
R /
Affronterò
in questa chiave di riflessione ed empatia un personaggio storico bistrattato. Una donna che invece di essere compresa è giudicata. La comprensione costituisce il più alto livello d’intelligenza. Comprendere significa rispettare e quindi dare dignità agli altri come si dà a sé stessi. È un valore assoluto. Il migliore.

12). D / L’autorialità, intesa come la capacità di raccontare un fatto intimo trovando la corrispondenza in uno collettivo, può rendere lo stato psichico del lettore simile a quello del sogno?
R /
Ci riescono, come ha dato bene a intendere lei, solo gli autori. I grandi maestri. Il compianto Andrea Camilleri (nella foto), scomparso appena due giorni fa, era uno di questi. Un genio. Perché ha fatto sognare i suoi lettori con dei testi apparentemente scarni, se non rozzi, in realtà pieni di senso. Sapeva condurre il lettore in un’altra atmosfera. 

13). D / La logica comunicativa dell’immagine, quando è superficiale, sottrae forza significante alla parola. Nel suo caso, invece, le immagini prese dal Museo archeologico di Napoli contribuiscono ad accrescere il rapporto tra spazio e tempo. La parola, connessa un alto margine d’enigma, è stata la ciliegina sulla torta?
R /
La pittura di per sé è muta. La componente parlata, ridotta all’essenzialità a beneficio del lettore, diviene un arricchimento anche se, come lei ha sottolineato, contiene una sorta di trappola enigmatica. Come dire che non voglio stressare chi legge con una scrittura aulica e logorroica ma mi servo del carattere enigmatico per stimolare nel profondo il modo di percepire le cose. Questo significa dare voce alle immagini.

14). D / In effetti l’interazione tra le parole, sintetiche ma dense, e le immagini trasmette la percezione del viaggio. Un documentario può tradurre ancor meglio in immagini queste tecniche ascetiche?
R / Nel momento in cui mi accingo a scrivere ho in mente molto il teatro. E anche il cinema. Le visualizzazioni sono al contempo nitide e colme di significato. Questo testo è già pronto sia per il proscenio sia per il grande schermo. Educare i giovani al pensiero attraverso la scrittura classica e pure tramite la scrittura per immagini, tipica del cinema, è una cosa che si può e si deve fare. Occorre, chiaramente, saperlo fare.

MASSIMILIANO SERRIELLO

A colloquio con Carlo Zampa
la “Voce Storica del Popolo Giallorosso”

I PALPITI DELL’EMOZIONE DI CARLO ZAMPA:
UN RADIOCRONISTA CON LA FEDE CALCISTICA NEL CUORE

Una conversazione con Massimiliano Serriello

Carlo Zampa, al pari del Woody Allen di Crimini e misfatti, è consapevole che il cuore e il cervello non si danno nemmeno del “tu”. Cionondimeno sa essere anche un argomentatore smagliante, incisivo, puntuale. Ha scelto il cuore, rappresentato dalla fede calcistica, l’amore per la Roma, ma rispetta il cervello. Non rifugge dall’alta densità lessicale della lingua italiana, conosce bene la differenza tra parole piene e parole vuote, anche se resta affezionato ai modi di dire romaneschi. In qualsiasi cosa fa è la spontaneità a guidarlo.
Con lui come radiocronista i tifosi giallorossi hanno trattenuto il respiro, gioito, pianto, persino imprecato.

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I Problemi della “NOTIZIA” nell’ Epoca delle “Nuove Tecnologie”

IL RAPPORTO TRA L’INFORMAZIONE E I MULTIMEDIA:
VECCHIE REGOLE ED ETICA SEMPITERNA

Le lagnanze di chi rievoca a ogni piè sospinto i tempi passati e vede nel nuovo che avanza un chiaro segno d’involuzione, a dispetto della forza della tradizione ed ergo della consuetudine, lasciano, il più delle volte, il tempo che trovano. In tutti i sensi. Tuttavia, in qualche circostanza, persino il tanto vituperato rimpianto, quantunque sintomo di un’incapacità ad adattarsi ai cambiamenti, fa la spia a certe contraddizioni perlomeno curiose. In primo luogo appare chiaro che alla corsa all’adeguatezza al presente partecipino anche persone ideologicamente contrarie agli effetti della modernizzazione ma decise a non perdere il treno. Così da restare agganciate al ventaglio di possibilità e convenienze ad appannaggio di una divulgazione di messaggi di presa immediata. Senza alcun intoppo, quindi, tra emittenti e destinatari. Basti pensare, in tal senso, a Giampiero Mughini. Personaggio televisivo e polemista, balzato agli onori della cronaca come ospite fisso della trasmissione Controcampo, nei panni assai discussi di juventino di provata fede, però al contempo uomo d’indubbia cultura affezionato alla stesura giornalistica caduta in disuso.

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