Pomezia, restituire piena accessibilità e sicurezza a piazza Indipendenza e largo Catone

Pomezia, piazza Indipendenza e largo Catone, parte il

progetto di abbattimento delle barriere architettoniche

 

Partiranno tra circa tre mesi i lavori di abbattimento delle barriere architettoniche degli spazi pedonali di piazza Indipendenza e largo Catone, finanziati dal Ministero dello Sviluppo Economico per un valore di circa 340mila euro.

Pomezia restituire piena accessibilità e sicurezza a piazza Indipendenza e largo Catone

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ARMENIA: 24 Aprile 1915 ….inizio di un “genocidio”, oltre cento anni fa

“I telegrammi di Talat Pasha”
le responsabilità ottomane nel genocidio armeno
chiarite da Taner Akçam da noto storico turco

Il 24 aprile 1915, esattamente 106 anni fa, mentre nel mondo, e anche in Medioriente, infuriava la Prima guerra mondiale, iniziava – prima ad Istanbul, poi in altre zone delI’Impero ottomano, il vero e proprio genocidio del popolo armeno, quel “Medz Yeghern” (in lingua armena, “Grande male”) che avrebbe causato un numero di morti – per eliminazione diretta, o per le conseguenze delle deportazioni, soprattutto in Siria – pari, secondo gli storici piu’ documentati, ad almeno un milione.
Un genocidio di cui, però, la Turchia non ha mai voluto assumersi ufficialmente le responsabilità, neanche durante i processi ai colpevoli tenuti nel Primo dopoguerra (a regime del sultano ormai agonizzante, di fronte all’ascesa di Kemall Ataturk). E di cui tuttora contesta cifre e modalità e, soprattutto, la stessa definizione di “genocidio”: come emerso anche ultimamente, con le polemiche fra il leader turco Erdogan e il Presidente Usa Biden, “reo” di aver ufficialmente riconosciuto (sulle orme, del resto, di Barak Obama già nel 2015) le gravi responsabilità di Ankara nel “Medz Yeghern”.

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Johanna Van Gogh-Bonger – la donna che ha reso famoso Van Gogh

Penso che sarebbe terribile dover dire alla fine della mia vita: “In realtà ho vissuto per niente, non ho ottenuto nulla di grande o nobile”.

Queste sono alcune delle prime parole che Johanna van Gogh-Bonger ha scritto nel suo diario, e che oggi possiamo osare smentire, affermando che invece ha sicuramente raggiunto il suo obiettivo di vita nell’avere così tanto da condividere verso la fine della sua vita.

Il suo nome è rimasto nell’ombra per troppo tempo. Jo – come era conosciuta all’epoca e come anche Hans Luijten, ricercatore senior del Van Gogh Museum, si riferisce a lei in questo articolo approfondito pubblicato sul New York Times Magazine – era forte, audace e dedita alla sua missione di vita, ossia ottenere il riconoscimento mondiale per le opere di suo cognato, Vincent van Gogh, e ha fatto un ottimo lavoro.

Ma la nostra eroina non ha solo reso famoso van Gogh e la sua opera, ci ha anche tramandato un’eredità artistica, un concetto che ancora oggi vediamo, ammiriamo e celebriamo quando contempliamo opere d’arte di qualsiasi tipo. Come dice Emilie Gordenker, storica dell’arte olandese-americana e direttrice generale del Van Gogh Museum di Amsterdam. Il suo successo dà forma e contenuto all’immagine che abbiamo ancora oggi di ciò che un artista dovrebbe fare: essere un individuo; soffrire per l’arte, se necessario. Quando studiavo storia dell’arte, mi è stato detto di non pensare a quell’idea dell’artista che muore di fame in una soffitta. Non funziona per la prima età moderna, quando c’era qualcuno come Rembrandt, che era un maestro, lavorava con gli apprendisti e aveva molti clienti facoltosi. In un certo senso, Jo ha contribuito a dare forma a quell’immagine che è ancora con noi.

Ma chi era Johanna van Gogh-Bonger e come ha reso famosi i dipinti di Vincent van Gogh quando il mondo intero sembrava essere contro di loro?

Johanna Gezina Bonger nasce il 4 ottobre 1862 ad Amsterdam, nei Paesi Bassi. È la quinta di sette figli, figlia di un broker assicurativo. A differenza delle sue sorelle maggiori, Johanna porta avanti la sua istruzione e studia inglese, conseguendo una laurea. Subito dopo rimane alcuni mesi a Londra, dove lavora presso la biblioteca del British Museum.

All’età di 17 anni inizia il suo minuzioso diario (quello citato in apertura), che è stato nascosto dalla famiglia fino al 2009, e grazie al quale ora possiamo comprendere il ruolo enorme, se non cruciale, che lei ha avuto nella fama mondiale dei dipinti di Vincent van Gogh. Ma è poi a 22 anni che diventa un’insegnante di inglese e che, cosa più importante per quello che stiamo per approfondire, viene presentata al mercante d’arte olandese Theo van Gogh.

All’inizio non è convinta dalla proposta di matrimonio di Theo, ma in seguito sviluppa una grande affezione per lui, che poi si trasforma in un amore profondo. Si sposano felicemente, hanno un figlio – Vincent Willem van Gogh – e passano un certo tempo a godersi la vita tra intellettuali, artisti e mercanti d’arte nella vivace Parigi. Nonostante l’amore per suo fratello Vincent, però, Theo non riesce ad avere grande successo nel vendere i suoi dipinti, che iniziano ad accumularsi nella casa della novella coppia di sposi.

Inoltre, Jo e tutta la famiglia sono tutti preoccupati per la salute mentale del pittore, che molto spesso si ubriaca, finisce a dormire per strada, diventa violento o si fa del male, come quella famosa volta dell’orecchio. Lui gliene parla anche, scrivendo loro lettere sulla sua paura e inquietudine. Nel frattempo, Johanna resta al fianco di Theo, ascoltando e provando empatia per i due fratelli.

Non molto tempo dopo, non uno ma entrambi i fratelli lasciano tragicamente la vita di Johanna, uno dopo l’altro. Vincent muore per un colpo di pistola all’età di 37 anni, nel 1890, e Theo muore di sifilide poco prima di compiere 34 anni, nel 1891. Inutile dire che Johanna, rimasta sola con suo figlio Vincent in una casa brulicante dei dipinti di suo cognato, soffre terribilmente.

Ma, dopo essersi presa del tempo per guarire il suo cuore spezzato, Johanna ritorna in Olanda portando con sé tutti i dipinti che ora ammiriamoI girasoli, La notte stellata o I mangiatori di patate per citarne alcuni -, ed è ormai pronta per la sua missione. Raccoglie quanti più scambi di lettere dei due fratelli riesce a trovare e li studia, per comprendere meglio ed empatizzare con l’eredità artistica di Vincent. Queste, insieme alle opere d’arte, la commuovo e rafforzano i suoi valori personali sulla giustizia sociale:

Mi sentivo così desolata – che per la prima volta ho capito quello che doveva aver provato, in quei tempi in cui tutti si allontanavano da lui.

Quindi, Johanna van Gogh-Bonger inizia la carriera di una vita, diventando quella che oggigiorno sarebbe considerata l’agente di Vincent van Gogh. Il panorama però non è affatto favorevole, tutti sono contrari allo stile dei suoi dipinti, considerati violenti, oltraggiosi e semplicemente inquietanti per via la loro tecnica a impasto: erano troppo lontani da quello che i critici dell’epoca consideravano un’opera d’arte, dalla loro concezione di perfezione della natura, l’uso delle linee al posto dei colori, nonché l’approccio realistico ai soggetti, per non parlare del fatto che una donna stava cercando di entrare nel mondo e nel mercato dell’arte.

A ogni modo, questa donna straordinaria non ha accettato un “no” come risposta: “Non mi fermerò finché non gli piaceranno”. Essendo intelligente e motivata, Johanna si rende conto che, senza le lettere e le descrizioni dell’artista stesso, i dipinti non sarebbero stati compresi. È stata sua l’idea di metterli insieme, come un unico pacchetto, una mossa che ha convinto il critico d’arte Jan Veth, in prima linea nel circolo noto come New Guide.

Johanna ha una laurea e ha studiato lingue, non parla solo inglese e la sua lingua madre olandese, ma sa anche il francese e il tedesco. Così, grazie anche al suo approccio brillante e rapido nell’apprendimento del mestiere, riesce a vendere 192 dipinti di Van Gogh nel corso della sua vita. Viaggia in tutta Europa con più di 100 mostre, si scrive e intrattiene rapporti con persone di tutti i tipi e arriva ovunque, sempre con il figlio al suo fianco. Dimostra una forza inarrestabile e insiste sempre per fare tutto da sola.

Dopo anni passati a far conoscere e riconoscere il talento di Vincent van Gogh, il 1905 è il suo grande anno: decide di organizzare quella che sarebbe diventata la più grande mostra di van Gogh mai realizzata – con 484 dipinti allo Stedelijk Museum, ad Amsterdam. La sua gioia deve aver dato luce all’evento stesso, dato che numerosi personaggi illustri arrivano da ogni parte del continente europeo per ammirare l’arte che ha conquistato tutto il suo cuore e la sua anima.

La sua determinazione e, diciamo pure, l’ossessione di una vita rispetto a far sì che il mondo riconoscesse l’arte di Vincent van Gogh, fa sì che questa donna, sebbene sempre più debole e malata, riesca a continuare la traduzione delle lettere dell’artista in inglese, perché la sua arte conquistasse ammiratori anche negli Stati Uniti. Sfortunatamente, però, Johanna muore all’età di 62 anni, prima che potesse raggiungere il suo ultimo obiettivo.

Johanna è la persona che ha portato La notte stellata nelle nostre vite, ma è stata anche madre, moglie e nonna, insegnante e traduttrice, membro del Partito socialdemocratico olandese dei lavoratori e co-fondatrice di un’organizzazione dedita ai diritti dei lavoratori e delle donne.

Sebbene, come spesso l’ha descritta Hans Luijten, fosse una persona piena di dubbi e insicurezze, la sua vicenda mostra la sua volontà di lottare fermamente per i suoi ideali e le sue convinzioni. Quel che possiamo trarre dalla sua storia di vita è che, quando il mondo sembra andare contro di noi e noi stessi non siamo sicuri delle nostre aspirazioni perché potrebbero risultare sgradite o non venire accolte, l’esempio di donne coraggiose e determinate come Johanna possono darci la forza per andare avanti. Celebriamo e ammiriamo tutte le donne come lei, anche quelle di cui forse non conosceremo mai i nomi, ma sulle cui spalle ci appoggiamo.

Johanna Van Gogh-Bonger, Van Gogh

MIRA Hotels & Resorts il rilancio con il resto “bioattivo” Borgo di Luce

Mira Borgo di Luce I Monasteri in Sicilia: la vacanza “bioattiva” nella campagna siracusana, tra lusso, benessere e golf. Il gruppo MIRA Hotels & Resorts punta al rilancio del turismo nei luoghi più suggestivi d’Italia e al sostegno di una filosofia pro-donna.
 
Mira Borgo di Luce I Monasteri è il 5 stelle del gruppo Mira Hotels & Resorts situato alle porte di Siracusa. Nato da un ex convento benedettino, il resort conserva architettonicamente il fascino originario dell’antico edificio, inserendosi armoniosamente nel paesaggio naturale circostante. La struttura rispecchia tutte le principali caratteristiche del resort bioattivo MIRA, proponendo un’esperienza sensoriale e di benessere a 360 gradi.  Dotato di 102 camere e suite, un’ampia SPA e un campo da golf 18 buche 17 par, Mira Borgo di Luce I Monasteri offre tutto ciò che si può desiderare da una vacanza di lusso rilassato made in Italy. Il Golf Club del resort promuove il progetto “MIRA in rosa”, offrendo iniziative esclusivamente dedicate alle donne, ed ha da poco assunto nel suo team una Maestra d’eccezione, Anna Nistri.
 
A Mira Borgo di Luce I Monasteri, resort “bioattivo” del gruppo MIRA Hotels & Resorts  alle porte di Siracusa, la vacanza è sinonimo di relax e rigenerazione profonda a contatto con le bellezze naturali e le unicità del luogo. Il cinque stelle nato da un ex convento benedettino, è il “portavoce siciliano” dell’eccellenza alberghiera a marchio MIRA (brand fondato dai manager Daniela Righi – CEO, e Alessandro Vadagnini – Presidente) a sostengo del turismo nelle destinazioni più intime della Penisola. Tra il verde di agrumeti, palme e ulivi, Mira Borgo di Luce I Monasteri offre un rifugio incantato, a pochi minuti da Ortigia e a poco più di mezz’ora da Modica e Noto, con ampi spazi per praticare attività all’aperto o per concedersi preziosi momenti di relax.
 
Mira Borgo di Luce I Monasteri rispecchia tutte le caratteristiche del “resort bioattivo”, un concept coniato da MIRA per indicare strutture e servizi in grado di riattivare un benessere profondo e a 360 gradi. Dal punto di vista architettonico la struttura rappresenta la tipologia costruttiva dell’area, conservando tutto il fascino originario dell’antico monastero benedettino e inserendosi armoniosamente nell’ambiente naturale circostante. È proprio la Natura e l’atmosfera ricca di storia dell’entroterra siracusano ad occupare un ruolo centrale a Mira Borgo di Luce I Monasteri: le 102 camere e suite, dislocate in ville e casette, si trovano infatti tutte al piano terra, con affaccio sul parco secolare, sul campo da golf e sui suggestivi cortili della struttura, invitando l’ospite a godersi il paesaggio e a respirarne a pieno l’autenticità. Mira Borgo di Luce I Monasteri propone inoltre il borgo del silenzio, un’area dedicata al riposo assoluto dove rimanere sconnessi dallo smartphone e non solo.

MIRA Hotels & Resorts, borgo di luce, siracusa

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La ragnatela della violenza domestica

Quando il ragno tesse la tela della violenza domestica,
quale tutela e protezione per le vittime?

di  Alice Mignani Vinci*

“Nessun posto è bello come casa mia”: così recitava la giovane Dorothy nel celebre lungometraggio disneyano “Il Mago di Oz”.
Eppure, tra quelle che dovrebbero essere mura sicure, culla degli affetti e rifugio dagli affanni, si annidano sovente regimi del terrore, sopraffazioni, abusi, paura soffocata e rinchiusa in una prigione.
Una emergenza, quella della violenza domestica, che il presente legato alla pandemia e alle relative restrizioni ha esasperato oltremodo, inutile eludere il dato oggettivo: la violenza è cresciuta in modo esponenziale a seguito delle misure adottate dal governo per il contenimento dell’epidemia da Covid-19.

COVID-19, Mago di Oz, violenza domestica, i teatri della paura

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FERMATE i “FERRAGNEZ” !
… i Temi Etici sono argomenti seri

STOP  a  “QUEI DUE”:  FERMATE  I  FERRAGNEZ 

Una riflessione di Edoardo Maria Franza 

Sebbene la coppia di influencer si sia più volte pregiata di grandi gesti di solidarietà e sensibilizzazione, sulla legge Zan ci sentiamo di dire basta.  Si, perché mettere in luce salute e cultura è una cosa, accendere i riflettori su questioni delicate come la legge sulla trans-omofobia è invece tutt’altro. 

Parlare della legge Zan, non è come fare una foto al museo, né è una campagna crowdfunding: la questione è di spessore ben diverso. Dalla terminologia usata, che suscita la perplessità di molti, anche di associazioni femministe. Alle problematiche etiche, messe in rilievo sia dall’On. Vittorio Sgarbi e dall’On. Giorgia Meloni, relative all’educazione in età pre-sviluppo di tematiche riservate a maggiori di 14 anni. Sino alle brillanti osservazioni di Gaetano Quagliarello, che in un’intervista su l’Huffington Post, spiega come la sessualità “fluida” rischia di vanificare decenni di lotte femminili.

Vittorio Sgarbi, I "Ferragnez", Ddl Zan, trans-omofobia

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C’era una volta Fifth Avenue: ora è una guerra di affitti stellari

Non molto tempo fa, i principali marchi di moda erano disposti a pagare affitti vertiginosi solo per avere un negozio sulla Fifth Avenue di Manhattan. Ora la famosa via dello shopping si è trasformata in un campo di battaglia tra proprietari di spazi e inquilini in cerca di una via d’uscita da contratti di locazione che non riescono più a sostenere. La conferma arriva da Bloomberg che ricorda come il cuore della Grande Mela stia scontando, come altre destinazioni di shopping internazionali, l’impatto negativo della pandemia Covid-19 e la quasi totale assenza di turisti, mentre a moltiplicarsi sono i cartelli “For rent” su vetrine e ingressi.

I pochi commercianti che cercano di firmare nuovi contratti di locazione chiedono sconti elevati. Alcune insegne che sono state lì da sempre, come gli store dell’Nba o di Marc Fisher, sono coinvolti in battaglie legali con i loro landlords per l’affitto non pagato”, si legge su Bloomberg. Dallo scorso marzo, i retailer in difficoltà negli Stati Uniti hanno bloccato il pagamento di affitti per miliardi di dollari, appellandosi al crollo delle vendite. Mentre molte aziende hanno riaperto i loro store o hanno raggiunto compromessi con i proprietari degli spazi, alcuni deal sono oggi incrinati e rallentano il cammino di ripresa della Fifth Avenue, erodendone l’appeal in vista di un ritorno dei big spender da tutto il mondo.

A giugno 2020, la maison italiana Valentino aveva fatto notizia per la scelta di chiudere il negozio di punta a Manhattan, proprio sulla Quinta strada, avviando una battaglia legale con Savitt Partners, il proprietario dell’immobile dello store. Nello specifico, come spiegato da Reuters , il brand si era detto pronto ad annullare il contratto di locazione poiché il negozio, a causa degli effetti della pandemia di Covid-19, non poteva operare “in linea con la reputazione di alta qualità, lusso e prestigio” del quartiere, come previsto dal contratto d’affitto.

Nel 2020, in altre aree di New York, anche Victoria’s Secret era andata in tribunale per chiedere l’annullamento del proprio contratto di locazione per lo store di Herald Square, mentre Gap ed H&Msono stati entrambi denunciati per non aver pagato l’affitto dei loro negozi.

Meno complessa la situazione della Upper Fifth Avenue, che si estende fino alla 60esima strada, dove gli affitti sono scesi del 3,7 per cento.

Sulla Fifth Avenue – conclude Bloomberg – potrebbero apparire altre vetrine vuote, con almeno tre contratti di locazione che scadranno presto. L’accordo di Giorgio Armani per la sua boutique (e ristorante) vicino alla 56esima strada scade tra due anni e non è chiaro se il marchio di moda italiano lo rinnoverà, secondo persone a conoscenza della trattativa. Dall’altra parte dell’incrocio, la proroga a breve termine di Abercrombie & Fitch terminerà all’inizio del prossimo anno e i dirigenti affermano di non aver ancora deciso il futuro. Tiffany prevede infine di lasciare il suo temporary store di 6.900 metri quadrati entro la metà del 2022″. Contattati da Bloomberg, rappresentanti di Tiffany, Abercrombie e Armani hanno preferito non commentare.

 

 

lusso, New York, fifth avenue

MSN quando c’era la messaggistica istantanea di Windows Live Messenger

Ognuno di noi ha un fenomeno con cui descrive l’inizio, la durata o la fine della sua adolescenza. E sono quasi sicura che, per quelli nati negli anni ’90, quel fenomeno sia segnato dal passaggio da una tecnologia oldschool a una quasi all’avanguardia. Per me, l’adolescenza è iniziata all’alba della seconda media, quando un nuovo mondo è entrato nella mia camera da letto nel modo più ingombrante possibile: un computer fisso a schermo “piatto” (piatto= 15 cm quindi praticamente un comodino).

All’inizio giocavo a Campo minato, Freecell (avanguardia pura) oppure disegnavo simil Kandinsky su Paint. Poi, un giorno, qualcuno mi ha detto che non dovevo più spendere soldi al telefono per mandare messaggi, non dovevo più fare squilli per provarci con i ragazzi, non dovevo più cambiare da Tim a Vodafone in base alle migliori offerte telefoniche estive, di quelle “500 messaggi, 500 minuti, 10 mms” (che poi, gli mms, chi li ha mai mandati?). Non dovevo più perché era arrivato Windows Live Messenger, comunemente chiamato MSN,  uno dei primi servizi gratuiti di messaggistica istantanea.

Ignara di tutte le gioie che avrei ricevuto di lì a poco grazie a questo nuovo macrocosmo ho deciso di scaricarlo, soprattutto perché tutti continuavano a chiedermi “ma tu ce l‘hai msn?”. La procedura prevedeva un indirizzo di posta elettronica e una password. Ricordo che la scelta non era stata semplice, a partire dal fatto che molti dei miei primi tentativi  erano già stati scelti da qualcun altro: “ilag…@katamail.com”: niente, già utilizzato;  “IlariAA…”: anche questo già scelto.  Continuavo a chiedermi quante Ilaria con il mio cognome esistessero. Finché non ho scoperto che esistevano una serie di trattini (basso, alto, piccolo, lungo) che potevo utilizzare per distinguermi dalle mie omonime. Chissà quante persone non ho mai avuto tra i contatti solo per un trattino sbagliato.

Alla fine ce l’ho fatta: ilarietta_1992@katamail.com. Quando davo il mio contatto mi vergognavo sempre, ma a posteriori posso dirmi soddisfatta della mia sobrietà rispetto a robe del tipo “p4t4t4_69_@libero.it”.  La password invece era per me fonte di sfogo costante. Spesso iniziava con “vaffanculo” e finiva con il nome di qualcuno a cui dovevo gran parte del mio rancore. Terminata la registrazione ho dato il benvenuto a quello che sarebbe stato successivamente il mio angolo segreto a cui avrei dedicato l’attenzione di ogni sera. Se prima non mi andava di studiare, con MSN ho proprio seppellito la mia già scarsa dedizione allo studio.  Tornavo dagli allenamenti alle otto di sera e con tazze di latte e nutella, prima di cena, iniziavo a massaggiare. Poi cenavo, e subito di nuovo incollata a quella sedia.

Talvolta quando sentivo il computer squillare mi alzavo da tavola facendo finta di dover andare al bagno, ma in realtà sgattaiolavo in camera a vedere chi mi aveva scritto. La cosa geniale di MSN era che in situazioni di “non risposta” invece delle odierne spuntature blu, che per me sono il male del mondo, esistevano i trilli.  Non mi rispondi? allora ti mando un trillo. Ma non solo: il trillo di MSN era anche un motivo di flirt, come i vecchi squilli a ripetizioni fatti con il 3310. Solo che il trillo creava un contatto diretto per cui tu, dopo averlo ricevuto, ti ritrovavi la schermata davanti e la possibilità di poter scrivere a chi te lo aveva mandato. Il trillo era un brivido o anche il momento esattamente precedente al brivido. Un’eccitazione tecnologica, un bacetto sul collo virtuale. Se qualcuno ti mandava un trillo era già storia d’amore. Perché di fatto rappresentava una dichiarazione di interesse, e da lì nascevano tante di quelle pippe mentali che potevi immaginare qualsiasi cosa. Rispondere ad un trillo in maniera compulsiva poi era come fare l’amore. Che poi il giorno dopo a scuola quella persona non la salutavi nemmeno.

Arriviamo alla vera novità che MSN aveva portato oltre alle emoticon: gli status. Ti dava la possibilità di identificarti e descriverti con una sola frase, con dei simboli, con un colore. I più eccentrici scambiavano numeri per lettere,  le parole avevano ognuna un colore diverso e i contenuti erano spesso inni all’amore o all’amicizia. Io non appartenevo a quella categoria, ero di quei tipi alternativi forse ancora più insopportabili che mettevano frasi degli Oasis del tipo “You Have To Give It All In All Your Life”, senza cuori però, mai!

Senza alcun dubbio la vera avanguardia di MSN era il blog. Qualcosa di molto simile alle  schermate di Instagram e Facebook, dove poter pubblicare pensieri, invettive, foto, questionari autoreferenziali (domande generiche a cui si aggiungevano cose del tipo “ti sei mai ubriacato?” – “non ancora”). Tante volte avrei voluto ritrovare il mio blog di MSN per vedere quanto imbarazzante fosse la mia identità virtuale. Ho provato a recuperare le credenziali e riaccendere al sistema, ma invano, anche perché la mia ultima password imprecante non ricordavo e non ricordo più a chi fosse indirizzata. Su yahooanwers ci sono effettivamente molte persone che, come me, si sono posti lo stesso problema. “Come faccio a recuperare il mio vecchio blog MSN” è una domanda frequente, ma nessuno di questi tempi c’è mai riuscito. Forse è meglio per tutti, forse è romantico ricordare quei tempi con nostalgica vergogna.

MNS lega alla mia memoria una potente spensieratezza di cui ormai non ricordo più la forma. Ricordo solo l’angolo della mia stanza pitturato di viola, una sedia scomoda, un computer ingombrante, un sonno incontenibile che poteva essere sostenuto soltanto dall’uso ossessivo che facevo di MSN. Le ore piccole, le sveglie insopportabili, le lunghe giornate che finivano sempre lì davanti a quelle colorate chat, con gli occhi rossi e i capelli ancora sporchi perché “la doccia la faccio domattina, magari quello che mi piace mi scrive proprio ora“.

 

msn

Onlife Fashion – dieci lezioni per capire il mercato della moda

 

Esce domani 9 aprile Onlife Fashion. 10 regole per un mercato senza regole il libro di Giuseppe Stigliano e Riccardo Pozzoli, scritto con Philip Kotler e con una prefazione del filosofo Luciano Floridi

 

di Giulia Crivelli via Il Sole 24 Ore

 

Anni fa, prima della rivoluzione portata da internet, qualcuno propose di istituire una giornata mondiale del dialogo tra generazioni, immaginando i più giovani in attento ascolto dei racconti di vita e lavoro di chi li aveva preceduti. Forse ancora più utile sarebbe una giornata dedicata al dialogo vero, allo scambio di punti di vista, oltre che all’ascolto passivo. Certo, deve esserci la volontà di abbracciare il nuovo da parte di chi viene da lontano e il rispetto da parte di chi è nato in una realtà diversa, molto più recente. Questa alchimia è riuscita a Philip Kotler, Riccardo Pozzoli e Giuseppe Stigliano (nella foto) e ne è nato il libro Onlife fashion. 10 regole per un mercato senza regole, pubblicato da Hoepli, che sarà disponibile, in libreria e formato e-book, dal 9 aprile.

L’industria della moda come spunto

È incentrato sulla moda, ma, come dice la scelta dell’aggettivo onlife (non è un refuso!) suggerisce riflessioni e trae conclusioni che possono valere per molti altri settori. La rivoluzione digitale si inserisce in un mondo già profondamente trasformato dalla globalizzazione. Anzi, ne è forse una necessaria evoluzione: Internet però non ha cambiato solo i processi economici e gli equilibri geopolitici tra Paesi, ha stravolto la vita di tutti noi consumatori, oltre a quella delle aziende di ogni dimensione. «Lavorare con Kotler è stata una sorpresa e allo stesso tempo un sogno realizzato – spiegano quasi all’unisono Pozzoli e Stigliano – È il maggiore esperto di marketing di tutti i tempi e ha scritto oltre 60 libri, ma le sue osservazioni e riflessioni potrebbero essere quelle di un illuminato nativo digitale».

L’esperienza degli autori

Libri, articoli ed esperienza ne hanno anche Pozzoli e Stigliano. Il primo, 34 anni, è imprenditore, business angel, fondatore di start up e consulente per grandi gruppi della moda; il secondo, oltre a insegnare allo Iulm, dal 2019 è ceo di Wunderman Thompson Italy dove guida un team di oltre 200 talenti con competenze che abbracciano strategia di business, creatività, tecnologia e dati. La differenza tra i due è che Pozzoli è da sempre focalizzato su moda e lusso (parola che peraltro non ama), mentre Stigliano segue anche altri settori. «Abbiamo scritto il libro durante la pandemia e questo ci ha aiutati – spiegano – Primo, perché dopo lo choc iniziale che ha colpito tutti, abbiamo usato la mancanza di impegni quotidiani in presenza e l’assenza di “rumori di fondo” per concentrarci e far germogliare una serie di idee nate ben prima del Covid. Il secondo vantaggio è stato parlare con protagonisti del settore che vivevano in prima persona l’accelerazione digitale imposta dai lockdown produttivi e commerciali. Tutti ci hanno spiegato che in un anno hanno realizzato piani che avrebbero dovuto svilupparsi nel doppio o triplo del tempo».

Testimonianze dei protagonisti

Con una prefazione del filosofo Luciano Floridi, che ha coniato il termine onlife, il libro continere i contributi di Leo Rongone (ceo Bottega Veneta), Brunello Cucinelli (Presidente Esecutivo e Direttore Creativo Brunello Cucinelli), Carlo Capasa (presidente Camera nazionale della moda), Fedele Usai (ex ceo Condé Nast), Alfonso Dolce (ceo Dolce&Gabbana), José Neves (fondatore, co-chairman & ceo Farfetch), Marco Bizzarri (ceo Gucci), Remo Ruffini (ceo Moncler), Lorenzo Bertelli (Head of Marketing & Head of Corporate Social Responsibility Prada), Micaela Le Divelec Lemmi (ceo Salvatore Ferragamo), Gabriele Maggio (ceo Stella McCartney), Jacopo Venturini (ceo Valentino), Jonathan Akeroyd (ceo Versace), Federico Marchetti (chairman e ceo YNAP), Francesca Bellettini (ceo Yves Saint Laurent). A tirare le fila però sono Kotler, Pozzoli e Stigliano, suggerendo dieci regole per governare uno scenario in cui l’unica costante pare essere il cambiamento.

Cinque forze e dieci regole

Partendo dall’analisi della situazione attuale gli autori individuano in prima battuta le cinque forze che maggiormente hanno influito sulla sua trasformazione, vale a dire: accelerazione, ibridazione, disintermediazione, sostenibilità e democratizzazione.
Dopo questa panoramica, e grazie alle interviste, alle ricerche e ai contributi raccolti, vengono quindi delineate dieci regole per governare uno scenario in cui l’unica costante pare essere il cambiamento. Dall’importanza di bilanciare l’esclusività dei prodotti con l’inclusività della propria cultura (be inclusive), alla necessità di costruire una narrazione consapevole e strutturata del brand (be timeless), fino alla gestione dell’equilibrio tra crescita del fatturato e tutela del marchio (be anti-fragile), i dieci principi di Kotler, Pozzoli e Stigliano intendono fornire una chiave di lettura per decifrare quello che si presenta come un vero e proprio cambio di paradigma del settore del fashion.

Bussola post Covid

Una originalissima bussola in un mondo che non ha più punti cardinali, potremmo dire, con un vago senso di smarrimento. «L’augurio migliore che si può fare a una persona è quello di vivere in tempi interessanti – concludono – Questi lo sono: il vantaggio che abbiamo noi esseri umani rispetto a qualsiasi tecnologia è la flessibilità del pensiero. A patto di sfruttarla».

 

onlife fashion, riccardo pozzoli, giuseppe stigliano

A Tarvisio, Monte Lussari in Zona Rossa:
….. “da cartolina” !

MONTE LUSSARI IN ZONA ROSSA: DA CARTOLINA
Una “Fotonotizia” da ammirare, bella come una narrazione
da leggere
 
     
 

   di Sandra Biasutti

Il Monte Lussari (1790 metri, Tarvisio Udine) in zona rossa, come non si era mai visto. Con una ancora consistente coltre di neve, si presenta vuoto di sciatori o amanti della nota sommità, con clima invernale. 
La telecabina che porta in quota è aperta solo per le squadre di atleti agonisti che devono allenarsi sulla ben nota pista Di Prampero. 

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Luce e Gas con Bollette in “Ebollizione”

Da aprile bollette di Luce e Gas più care,
in arrivo “bonus” per Famiglie e PMI

di FRANCESCO VALENTE *

Il 2020 ha portato in dote alcune brutte notizie, ma anche diverse novità interessanti, come nel caso dello smart working e della didattica a distanza. Ma la tecnologia ha sempre un suo costo, e in tal senso si parla soprattutto delle bollette: per via del lockdown, sono aumentate le ore trascorse in casa e dunque si sono alzati i consumi elettrici e di gas. 
Aumentano i consumi e non solo, perché da aprile l’ARERA ha comunicato l’aumento del prezzo dell’energia, come conseguenza di un mercato (quello energetico) che sta ritornando ai livelli pre-pandemia. Di contro, sono in arrivo i bonus per le famiglie e per le PMI.

ARERA, Gas e Luce, Bonus per Famiglie e Pmi

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Louboutin – il mito con la suola rossa

Non sempre portabili e purtroppo fuori dalle possibilità economiche della media ma uno tra gli oggetti più desiderati da avere nel guardaroba, parliamo delle Louboutin, le scarpe dalla suola rossa.

Metà delle donne vuole una scarpa che la faccia sembrare un po’ provocante, e l’altra metà è composta da donne provocanti che vogliono una scarpa raffinata. Credo che la scarpa completi la donna, le dia quel che non possiede ancora” questa è la motivazione chiara e concisa che ne da Christian Louboutin.

L’attrice francese Léa Seydoux ha confessato che Christian Loboutin le regalò il primo paio quando aveva soli dodici anni, e ogni volta che raconta questa storia poggia ancora l’indice sulla guancia come le bambine quando pensano al loro pasticcino preferito.

Christian Louboutin aprì il suo primo negozio a Parigi nel 1992 dopo aver lavorato con Foger Vivier. Rimase incantato dalle calzature strabilianti realizzate per l’incoronazione dello scià Reza Pahlavi e dalle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich. La sua ispirazione però viene da lontano, dalla vita notturna che lo distraeva dai suoi doveri di studente, dalle gambe delle ballerine e dai loro maliziosi sandali gioiello.

Spesso imitate, le originali hanno sempre avuto la meglio (ovviamente!). Curioso il caso dell’azienda olandese Van Haren, che nel 2012 aveva messo in commercio scarpe con tacco alto e suola rossa -chiamate 5th avenue by Halle Berry. Poco dopo è stata citata per contraffazione e la corte di giustizia europea interpellata dal tribunale dell’Aja, si è pronunciata a favore del brand francese: le suole rosso pantone 18-1663tp, nate da un esperimento di smalto per le unghie, non possono essere copiate.

Rizzoli nel 2011 ha pubblicato l’autobiografia di Louboutin in un sorprendente non-libro perchè alcune delle sue scarpe sono non-scarpe, delle vere e proprie creazioni visionare. Basti pensare alle famosissime Fetish ballet heels disegnate in collaborazione David Lynch, e costruite per tenere il piede perfettamente verticale “con queste scarpe non si può di camminare, e tanto meno correre. Si può solo stare sdraiate”.

 

 

La produzione è tutta italiana, a Vigevano, e comprende non solo modelli dal tacco vertiginoso ma anche ballerine e sneakers. Il modello più famoso rimane senza dubbio la Pigalle  Tra i modelli famosi ci sono le ballerine Sophia flat, a punta e con fiocchetto; le altissime So Kate, disegnate per il matrimonio di Kate Moss; le impossibili ballerine Ultima, indossate da Beyoncé nel video di “Green Light”; e ancora The Blake, il sandalo in vernice e stringhe laccate arcobaleno dedicato a Blake Lively. Ma il modello più famoso (ed mio avviso il più bello) senza dubbio sono le Pigalle

“Non ho intenzione di raccontare che il 12 è comodo. Non si tratta di comodità, ma di bellezza” e Jill Abramson, prima donna a dirigere il New York Times, ha reso esplicito il messaggio “Ti infili le suole rosse e non temi più nulla”.

 

 

louboutin

Violenza su bambine nei conflitti armati: il ruolo della giustizia penale internazionale

Si è svolto mercoledì 17 marzo in modalità virtuale, sulla piattaforma delle Nazioni Unite http://webtv.un.org/ l’evento intitolato “Violenza su bambine nei conflitti armati. Il ruolo del sistema della giustizia penale internazionale”.

Il Webinar è stato organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale italiano insieme a Niger, Belgio El Salvador, Norvegia, Unione Europea, Ufficio del Rappresentante Speciale delle Nazioni Unite per i Bambini nei conflitti armati, Save the Children e il Global Coalition to Protect Education from Attack e Universities Network for Children in Armed Conflict.

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Caffè espresso il prossimo candidato Unesco

Caffè, patrimonio unesco

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Unità d’Italia, oggi la campagna “Le radici della memoria”

La cura dei parchi e dei viali della Rimembranza il “verbo” tra l’identità e l’ambiente da tutelare

Raffaele Panico

Siamo a quasi cent’anni quando nel 1922 il Regno d’Italia dava indicazioni ai Comuni di piantare un albero per ogni caduto della Grande Guerra o la Quarta guerra d’Indipendenza, 24 maggio 1915, 4 novembre 1918. Nuovi parchi e viali vennero realizzati in tutta Italia, terminata la formazione dell’Unità con l’ingresso nella Madrepatria delle Terre irredente, Venezia Tridentina, Venezia Giulia, Dalmazia e dal 1925 Fiume del golfo del Carnaro. Al centro del paese o appena fuori del centro abitato, intorno al monumento ai caduti, nelle vicinanze della chiesa, nei pressi o all’interno di un cimitero e su ogni pianta venne apposta una targa con il nome del caduto con la targhetta metallica, con il grado, le generalità e la causa di morte. Le premesse erano apparse con la Piccola Guerra 1911-12 durata pochi mesi, contro l’impero ottomano, quando all’eroe Giovanni Pastorelli colonnello del regio esercito italiano, nato a Nizza nel 1859 poco prima del passaggio alla Francia con gli Accordi di Plombières 1858, era caduto a Tripoli il 6 dicembre 1911.

   Nel 1914 gli venne dedicato un monumento nel centro cittadino davanti al comune di Briga Marittima, poi venne spostato alla periferia del paese nel secondo dopoguerra. Lo vogliamo ricordare, perché Briga Marittima era in provincia di Cuneo, dopo il 10 febbraio 1947 strappata con l’imposizione del Trattato di Parigi. Agli alunni delle scuole del Regno d’Italia era affidato il compito della piantumazione e della cura dei giovani alberi.

Unità d'Italia, 17 marzo 1861, 4 novembre 1918, “Le radici della memoria”

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differenze genere lavoro

Differenze di genere nel mondo del lavoro

Perché le donne sono penalizzate?

Le differenze occupazionali e salariali continuano a rappresentare un problema sociale difficile da spiegare. Come mai le laureate percepiscono stipendi inferiori rispetto agli omologhi di sesso maschile? Perché nei vertici aziendali troviamo in percentuale nettamente maggiore dirigenti maschi?
Gli ultimi dati statistici forniti da AlmaDiploma e da AlmaLaurea sull’istruzione e sulla formazione universitaria degli studenti italiani riferiscono di una maggiore partecipazione femminile negli atenei italiani. Ancora, le studentesse, in media, si laureano in tempi più brevi e con voti migliori rispetto agli studenti. Insomma, per quel che riguarda la formazione culturale e professionale, il cosiddetto gender gap sembrerebbe non esistere. 
Nel momento in cui i neolaureati fanno il proprio ingresso nel mondo del lavoro, tuttavia, le carriere dei lavoratori avanzano a un ritmo più veloce: qui sorge il divario occupazionale e salariale che divide in due il mondo del lavoro. In poche parole: gli uomini fanno carriera e, di conseguenza, guadagnano di più; le donne, invece, hanno occupazioni meno prestigiose e sono maggiormente escluse dalle posizioni dirigenziali.

Lavoro, psicologia, donne, genere, gender gap, uomini

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Unregular Pizza – un baratto tra cibi artigianali e la pizza

unregular pizza, gabriele lamonaca

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Addio a Giovanni Gastel, con i suoi scatti ha esaltato la moda made in italy

 
Il fotografo Giovanni Gastel, che con i suoi scatti ha esaltato la moda made in Italy, grazie a campagne pubblicitarie per i marchi più prestigiosi che hanno fatto il giro del mondo, è morto il 13 marzo a Milano per le complicazioni da Covid. Aveva 65 anni. Era stato ricoverato all’ospedale in Fiera a causa dell’aggravarsi dello stato di salute dopo essere stato colpito dal virus.

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Festa nazionale del Kuwait: ambasciatore Al-Sabah, “gratitudine all’Italia e al suo popolo”

In occasione della 60° Festa Nazionale e del 30°anniversario della Liberazione del Kuwait, l’Ambasciatore Sheikh Azzam Mubarak Al-Sabah ha organizzato nella sua residenza un evento celebrativo riservato alla piccola comunità kuwaitiana in Italia.

“Esprimiamo il nostro sincero ringraziamento e gratitudine al popolo italiano amico, al suo governo e al suo coraggioso esercito che hanno contribuito a sostenere il diritto del Kuwait di liberare le sue terre e ripristinare la sua sovranità, e questo è ciò che il popolo e il governo del Kuwait non dimenticheranno”, ha affermato l’ambasciatore intrattenendosi con i pochi ospiti presenti all’evento, fortemente selezionati per rispettare le norme nazionali anti-covid.

NAZIONALE, ambasciatore, Kuwait

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