L’arte “diversa”: tra ‘400 e ‘600, i tormentati artisti di Mario Dal Bello

L’arte è senz’altro –per usare la storica definizione di Benedetto Croce– “espressione sentimentale immediata”. Ma come nascono l’ispirazione e il processo artistico? Quali facoltà umane mettono in moto? Con quali criteri e meccanismi? Primo ad avviare studi specifici in questo campo fu il padre stesso della psicanalisiSigmund Freud, il quale capì che la supposta separazione (e, per alcuni, addirittura antitesi) tra conscio e inconscio, normale e patologico, umano e divino, in realtà è inesistente.

Arte, artisti, Mario Dal Bello

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La pietra filosofale e Sir Isaac Newton

Isaac Newton è stato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Nel 1687 pubblicò i “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica”, in cui descrisse la legge di gravitazione universale che rimase intatta fino alla relatività generale di Einstein. Condivise con Leibniz la paternità dello sviluppo dell’analisi matematica. Fondò tutta la meccanica stabilendo la legge del moto che porta il suo nome. Fece vedere che tutti i corpi materiali si attraggono con la medesima legge sia sulla Terra che nelle orbite celesti. Dopo di lui fu finalmente chiaro che la mela che si stacca da un albero cade sulla terra esattamente come la luna in orbita. Ma forse non tutti sanno che alla morte di Newton, avvenuta nel 1726, tra tutti gli scritti scientifici sui quali lavorava, fu trovata una grande cassa di documenti, scritti di suo pugno, riguardanti la magia e l’interpretazione delle profezie bibliche. Ben presto ci si rese conto che Newton stesso considerava i suoi esperimenti alchemici come più importanti rispetto alla fisica e alla matematica. Appare certo che egli cercasse la pietra filosofale con ossessività per possedere l’immortalità e la ricchezza.

In quell’epoca si pensava che la pietra filosofale fosse costituita dalla quintessenza cioè dall’etere che dava ricchezza, immortalità e conoscenza del futuro e del passato. Questo “triplo potere” della pietra filosofale aveva radici profonde anche nella storia delle religioni essendo legata alla ricerca dell’immortalità, comune a tutte le spiritualità. Questa ricerca non era affatto roba da ciarlatani come potrebbe sembrarci oggi. Anche Tommaso D’Aquino scrisse un trattato su alchimia e pietra filosofale (Tommaso d’Aquino, “L’Alchimia, ovvero Trattato della Pietra Filosofale”, a cura di Paolo Cortesi, Newton, 1996). Newton era esperto delle profezie descritte nel libro dell’Apocalisse e nel libro di Daniele divenendo uno dei più importanti teologi del suo tempo. Inoltre, studiò tutte le documentazioni riguardanti la magia a cominciare dalle civiltà preelleniche, dai Sumeri agli Egiziani, fino ad avere una visione di insieme di tutto quello che era stato scritto prima di lui. Tutto questo avvenne nel più totale segreto e non si seppe mai, se non dopo la sua morte, che seguiva l’arianesimo e che fosse un cultore della magia. Dopo la sua morte, la reazione della comunità scientifica è stata istintivamente quella di un rifiuto, come quella di un sistema immunitario che respinge un corpo estraneo. Questo “lato oscuro” di Newton lascia sbigottiti da un lato ma dall’altro interrogano e affascinano le considerazioni che possono essere tratte sulla simultanea presenza di aspetti così diversi nella mente di un genio come lui. Per l’epoca non esisteva la distinzione netta che noi abbiamo attualmente tra scientifico e non scientifico. Ovvero non era ancora ben formata l’idea che era scienza solo quello che poteva essere indagato col metodo sperimentale di Galileo. Newton nacque nell’anno della sua morte e la scienza era ancora troppo giovane. L’alchimia era una vera e propria disciplina trasversale a tutte le scienze e, in embrione, la mescolanza dei reagenti per ottenere prodotti, erano i primi passi della chimica moderna. In sostanza per l’uomo colto dei tempi di Newton non tutto quello che ricadeva nell’irrazionale e nell’occulto era meritevole di biasimo e di rifiuto. Questa confusione culturale tra scienza e magia era sicuramente presente ai tempi di Newton. Egli, con la sua enorme capacità analitica, ha evidentemente prediletto un approccio razionalistico anche nel campo della fede e della magia. Il fascino che su di lui esercitavano questi due ambiti hanno alla fine consentito che si buttasse a corpo morto in questi studi realizzando un esito molto meno importante di quello che ottenne dallo studio della fisica e della matematica. Probabilmente una sorta di delirio di onnipotenza tipico dei geni ha contribuito a voler intraprendere una attività così dispendiosa in termini di energie mentali. Forse ci verrebbe di dire che noi non saremmo mai caduti nella trappola dell’irrazionale come ha fatto Newton. Ma le cose stanno proprio così? Newton si è sicuramente consumato in buona fede per cercare di comprendere tutto quello che a lui sembrava incomprensibile. Tutto questo lo ha fatto a vantaggio dell’uomo per potergli donare tanto la meccanica celeste quanto la ricchezza e l’immortalità della pietra filosofale. La prima ha raggiunto lo scopo e ci è servita enormemente sia nel comprendere il Mondo che nelle applicazioni. La seconda non ha raggiunto lo scopo ma ci ha sicuramente aiutato a capire che la magia non è scienza e la scienza non è magia.

 Nicola Sparvieri

magia, Newton, pietra filosofale

Elezioni 2022, Luigi Di Maio e Bruno Tabacci presentano Impegno Civico

Da giorni i partiti si stanno muovendo in cerca di alleanze per le elezioni di settembre, il cui esito sarà dettato secondo la legge Rosatellum.                                                               

In questo scenario Luigi Di Maio guarda al futuro con una alleanza con Bruno Tabacci, ex esponente della Democrazia Cristiana (DC) e fondatore di Centro democratico. Alleanza particolare dato che fino a qualche tempo fa nessuno l’avrebbe creduta possibile. 

la nuova alleanza che correrà alle elezioni insieme al Pd, ha attirato alcuni ex pentastellati, presenti alla conferenza di presentazione di Impegno Civico tenutasi nella giornata di Lunedì 1 agosto,  come Vincenzo Spadafora, Laura Castelli, Emilio Carelli e la giovane attivista e biologa Federica Gasbarro, che ha evidenziato che il nuovo partito ha tra gli obiettivi anche quello di puntare al Green e guardare con attenzione alle nuove fonti di energia.      

«Impegno Civico è un partito riformatore che guarda ai giovani, al sociale, alla digitalizzazione, alla transizione, all’ambiente. Non parliamo agli estremisti, a chi vuole sfasciare tutto, a chi fonda la propria politica sui no. Saremo moderati e sarà un vantaggio».                                                                                                                                                                                    Inizia così la conferenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, probabilmente riferendosi agli oppositori.                                                                                                                   «Il percorso» ha continuato Di Maio, «è nato quando qualcuno ha scommesso contro l’Italia. Berlusconi, Salvini e Conte hanno fatto cadere il Governo per il proprio tornaconto. Il Governo Draghi è stato fatto cadere da persone che hanno messo al centro Putin e contro di loro serve unità. Quando ci sono priorità, si risponde con unità, non con divisione».        

Tabacci ha dichiarato nel suo intervento che «questa operazione che facciamo oggi non è casuale, Luigi è più giovane dei miei figli, è un passaggio generazionale, un investimento sul futuro.                                                                                                                                                    Il 25 settembre è un passaggio epocale, dobbiamo essere dalla parte giusta e lo vogliamo fare nell’interesse del Paese».

Alla fine il leader di Centro Democratico Tabacci, ricorda che senza di lui Calenda non potrebbe presentarsi alle elezioni, poiché è stato proprio il Cd a creare il logo di + Europa.

Al momento sul programma del partito si sa poco, l’unico dato certo è l’intenzione di continuare ciò che il Governo Draghi ha dovuto interrompere e c’è una proposta di Luigi Di Maio per cui tutti i leader politici dovrebbero sottoscrivere una lettera alla Commissione europea per sostenere il Governo Draghi in carica, per poter ottenere il tetto al prezzo del gas.                                                                                                                              

Il logo si presenta metà verde e metà arancione con il nome del partito e del suo leader Di Maio. è presente anche una piccola ape stilizzata, simbolo, dice Di Maio «Della battaglia ambientalista che intendiamo portare avanti».

 

Gianfranco Cannarozzo

 

Fa ancora discutere il riscaldamento globale tra incendi e caldo record

La questione del riscaldamento globale provocato dall’uomo fa ancora discutere in specie con gli incendi e il caldo afoso che registriamo in questo periodo dell’anno. Siamo già in presenza delle conseguenze dell’eccesso dei gas serra emessi dall’uomo in atmosfera o si tratta solo di un ciclico avvicendarsi nei secoli di decenni più caldi? La risposta è che pochi sosterrebbero una normalità ciclica negli anni per queste temperature così alte. Siamo tutti molto impressionati dal caldo eccessivo e dagli incendi che esso provoca.

Eppure nella comunità scientifica i dettagli sull’argomento sono ancora dibattuti. Come in ogni altra questione scientifica nei congressi e negli articoli specialistici ci sono posizioni diverse. Tuttavia le discussioni sono basate su dati sperimentali o modelli matematici. Questi sono, ovviamente, interpretabili ma hanno un valore intersoggettivo. Con ciò si intende che qualsiasi esperimento, ripetuto nelle stesse condizioni sperimentali deve produrre gli stessi risultati. Questi non possono dipendere da chi li fa o dal luogo nel quale vengono fatti. Ovviamente ciò non esclude che anche gli scienziati possano essere influenzati dal loro credo ideologico o politico. Ma con dati misurati alla mano non ci possono essere dubbi sulle conclusioni. L’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è un organismo creato dall’Onu specificatamente per studiare e informare sul riscaldamento globale. Lo “Special Report: Global Warming of 1.5 °C” in  conclusione cui si arriva è che esiste una correlazione tra l’aumento della presenza di CO2 dovuta ad attività antropiche e l’aumento del riscaldamento del Pianeta. Sono state riportate nella stampa anche opinioni contrarie alla causa antropica del riscaldamento globale. I professori Zichichi (Fisica superiore dell’Università di Bologna) e Rubbia (Premio Nobel per la Fisica 1984 e senatore a vita) hanno sostenuto che:

“L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale. L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del 10%. Al 90% il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future”. Zichichi, intervista a Il Giornale 2012.

“Io guardo i fatti. Il fatto è che la temperatura media della Terra, negli ultimi 15 anni, non è aumentata ma diminuita”. Rubbia, resoconto stenografico di un’audizione in Senato, 2014.

Naturalmente esistono moltissimi altri scienziati “scettici” anche a livello internazionale. Tuttavia, bisogna ricordare che, per quanto rispettabili possano essere, rimangono pur sempre una minoranza. Dobbiamo ricordare che il protocollo di Kyoto regolamenta dal 1997 le emissioni dei gas serra ritenuti più dannosi, in particolare CO2, N2O, CH4, esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs) e perfluorocarburi. Questo significa che, qualunque sia il dibattito in corso, bisogna in ogni caso limitare le nostre emissioni di tutti i gas serra. Inoltre bisogna interrogarsi sull’uso di fonti alternative ai combustibili fossili se vogliamo continuare a produrre secondo il nostro modello di sviluppo. Il motivo che determina l’emissione di gas serra da parte umana è, fuori di ogni dubbio, la produzione industriale richiesta dalla domanda di consumi.

L’emissione di gas serra deriva principalmente dalla produzione energetica, dai trasporti, dall’industria manifatturiera e dalle attività commerciali. Per realizzare tali attività vengono bruciati combustibili fossili in ogni parte del Pianeta e, di conseguenza, rilasciati in atmosfera i gas serra. Un modello di sviluppo basato unicamente sui consumi senza limiti, non ha criteri di sostenibilità. Se non si arriva a una pianificazione basata sui reali bisogni del consumatore si rischia di generare un circolo vizioso di domanda e offerta che produce sprechi ed emissione ingiustificata di gas serra.

Il modello di sviluppo basato sulla produzione non programmata può produrre beni non consumati che diventano rifiuti e immondizia. Da studi di settore scopriamo che in occidente il 40% del cibo che compriamo non viene consumato ma buttato nell’immondizia. Il 17% della frutta prodotta non viene neanche presentata al supermercato perché “brutta” e considerata invendibile. Il 20% del costo di un qualsiasi prodotto che compriamo è il “packaging” cioè l’involucro con cui è incartato. Esso è frutto di costose ricerche di marketing, e viene immediatamente buttato appena comprato il prodotto! La lista può essere lunga quanto si vuole. Tutti questi prodotti buttati prima di essere consumati hanno generato emissione di gas serra che poteva essere evitata.

Passare da una fase di studio del problema e arrivare a una fase di riduzione delle emissioni di gas serra. Questo è quello che comunque bisogna inserire in tutti gli obiettivi di sostenibilità per qualunque futuro Governo. Per tornare al dibattito sul negazionismo climatico presente anche nella comunità scientifica, si fa riferimento a una battuta attribuita al prof. Fornasa in rete.

A uno studente che gli chiedeva se era il caso di cambiare modo di vivere e di produrre, anche in assenza di evidenza scientifica, il prof rispose: «Ha ragione! Immagini se in futuro, dopo aver introdotto tutte le innovazioni necessarie, quei dati si rivelassero falsi. A quel punto dovremo fare i conti con il fatto di aver creato una società migliore senza motivo!».

Nicola Sparvieri

gas serra, riscaldamento globale

I nanosatelliti aiutano i paesi emergenti ad accedere ai programmi spaziali

Un nanosatellite e la sua standardizzazione, chiamata CubeSat che prende il nome dalla sua forma a cubo, ha nella sua unità base dimensioni di 10x10x10 cm e una massa di circa 1,3 Kg (come mostrato in figura). Da questa unità base si possono costruire in maniera modulare dei nanosatelliti più grandi da progettare a seconda del tipo di missione che si vuole realizzare. Questa modularità consente di conservare degli standard realizzativi soprattutto per quanto riguarda l’elettronica di bordo. In tal modo, dalla unità di base 1U, si possono avere satelliti più grandi con i vari multipli di U.

L’impressionante aumento di nanosatelliti lanciati è ben rappresentato dal grafico seguente.Si noti che negli ultimi cinque anni la crescita è più che triplicata. In questo senso si può affermare che i nanosatelliti definiscono una nuova era spaziale caratterizzata da un generalizzato accesso allo spazio a causa dei bassi costi e tempi di produzione. Di questa nuova era si parla come di “space democracy”, cioè anche Paesi in via di sviluppo possono accedere allo spazio e a propri programmi spaziali nazionali.

In Africa, ad esempio, c’è un grande fermento di attività nel promuovere e realizzare piccoli satelliti da porre in orbita sviluppati e controllati sul territorio nazionale. L’utilizzo di razzi vettori non è ancora un servizio a basso costo ma è anche vero che il costo di un biglietto per trasportare un nanostellite in orbita è comunque proporzionato al suo peso. Quindi, essendo questi molto leggeri, il costo è comunque contenuto. Questa grande affluenza di nuovi utenti fa parlare di una nuova “space economy”. Basta pensare che l’intera industria spaziale nel 2018 fatturava 340 miliardi di dollari e che si prevede che si possa passare a 642 miliardi nel 2030. I nanosatelliti in particolare potrebbero far subire una grande accelerazione ad applicazioni come l’internet delle cose o IoT (Internet of Things) e cioè applicazioni quali la casa intelligente, la città intelligente ecc. Naturalmente, oltre alle telecomunicazioni appena considerate, tra gli impieghi dei nuovi nanosatelliti c’è il controllo del territorio e delle infrastrutture come ponti, viadotti, dighe, edifici gasdotti e quant’altro. Da considerare, poi, il monitoraggio delle foreste e delle coltivazioni, degli incendi boschivi, il controllo delle acque e di tutti gli eventi catastrofici quali terremoti, frane, esondazioni, tsunami. Queste applicazioni, che vengono chiamate “osservazioni della terra”, ovviamente hanno bisogno di “occhi” in grado di osservare. Cioè di telescopi ottici ad alta definizione e camere termiche infrarosse che possano “vedere” corpi caldi (come gli incendi) anche attraverso le nuvole che invece schermano le osservazioni ottiche nella banda del visibile. Ebbene tutte queste applicazioni sono ora possibili anche utilizzando nanosatelliti. Va comunque sottolineato che queste applicazioni sono possibili solo se si ha un ragionevole “tempo di rivisita”. Cioè il tempo tra un passaggio del satellite sulla verticale del punto interessato e il passaggio successivo. Va da sé che se tale tempo è dell’ordine di 12 ore non ha molto senso monitorare ad esempio un incendio (dato che in 12 ore l’effetto potrebbe essere devastante). Mentre se il tempo fosse di mezz’ora o meno, il controllo sarebbe soddisfacente. Ma per avere dei piccoli tempi di rivisita è necessario che il satellite non sia uno soltanto ma che si possa disporre di una costellazione di satelliti, per esempio 40 o più. La costellazione avrebbe ogni satellite comunicante con gli altri e appartenente a un’orbita calcolata in modo che si possa ricoprire l’area terrestre interessata con un tempo di rivisita stabilito.Tutti questi discorsi che sono sicuramente interessanti e affascinanti hanno però qualche controindicazione che è bene non trascurare. Bisogna infatti considerare che dall’inizio dell’era spaziale, cioè dal secondo dopoguerra, la cosiddetta orbita LEO (Low Earth Orbit) cioè quella più vicina alla terra e che ospita tutte le applicazioni citate, comincia a essere piena zeppa di materiali che non sono più satelliti funzionanti. Si tratta di residuati di satelliti giunti a fine vita. Ma anche di stadi di razzi utilizzati per il lancio di satelliti, frammenti di satelliti non più utilizzati, polveri e materiale vario che continua a orbitare intorno alla Terra. Tutto questo materiale lo possiamo definire “spazzatura spaziale” costituita da circa 35.000 oggetti spaziali rilevabili con dimensioni maggiori di 10 cm e con una massa totale di circa 8.500 tonnellate. Concludendo si noti che, nelle straordinarie possibilità che offrono le costellazioni di nanosatelliti, non bisogna trascurare che anche lo spazio fa parte del contesto di “ambiente” per l’uomo. Di conseguenza si deve tutelare e conservarne la fruibilità di quanti verranno dopo di noi. È necessario, quindi, progettare anche un sistema di abbandono dell’orbita a fine vita. Ciò, per favorire un rientro in atmosfera e una completa distruzione anche se questo può aumentare un po’ i costi di produzione.

Nicola Sparvieri

costellazioni, cubesat, nanosatelliti

“Due Ruote” per viaggiare in estate,
percorrendo i migliori itinerari

ESTATE  A  “DUE RUOTE 

______________ a cura di FRANCESCO VALENTE*

Cosa portare in un viaggio in moto e come scegliere i migliori itinerari

In estate sono tantissimi gli italiani che non vedono l’ora di regalarsi una vacanza e ci sono diversi modi per godersela. Uno dei più efficaci è viaggiare in moto, in quanto le due ruote assicurano la possibilità di una vacanza in piena indipendenza, accarezzati dal vento, e dalla sensazione di vivere un’autentica avventura.
Oggi scopriremo insieme cosa portare in viaggio e quali sono i migliori itinerari da scoprire.

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Terremoti come castigo divino. Esiste un confine tra i devoti e i ciarlatani?

Circa cinque anni fa Radio Maria suscitò molta polemica definendo “castigo di Dio” il terremoto dell’Italia centrale da poco avvenuto che interessava principalmente Norcia, Preci e Castelsantangelo sul Nera e i comuni di Amatrice e Arquata del Tronto, provocando complessivamente circa 300 vittime.

Il 30 ottobre 2016, il giorno dopo la più̀ devastante delle scosse di quel periodo, il domenicano Padre Giovanni Cavalcoli, docente emerito di Teologia Dogmatica nella Facoltà̀ Teologica dell’Emilia-Romagna, conducendo una trasmissione su Radio Maria disse: “Questi disastri sono conseguenza del peccato originale, si possono considerare come un castigo divino. Si ha l’impressione che le offese che si recano alla legge divina, pensate alla dignità̀ della famiglia, del matrimonio, alla stessa dignità̀ dell’unione sessuale, siano proprio…chiamiamolo… castigo divino, ma inteso come un richiamo per ritrovare i principi della legge naturale”.

Egli metteva quindi in relazione l’approvazione della Legge Cirinnà sulle unioni civili e convivenze ex legem, in vigore dal 5 giugno dello stesso anno (che prevedevano anche le unioni di fatto tra omosessuali) con il terremoto. L’interpretazione teologica era quella di un “castigo” o un “richiamo” di Dio a ritrovare i principi della legge naturale.

Successivamente il Vaticano intervenne per bocca di monsignor Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato con la seguente nota: “Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede, datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché́ contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo che ci ha rivelato il volto di Dio amore non di un Dio capriccioso e vendicativo. Questa è una visione pagana, non cristiana. Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna che dai credenti è vista come la madre misericordiosa che si china sui figli piangenti e terge le loro lacrime soprattutto in momenti terribili come quelli del terremoto. Radio Maria deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più̀ al vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà̀ propugnato con passione da Papa Francesco specie nell’anno giubilare. Non possiamo non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere stati additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece che hanno la simpatia, la solidarietà̀ e il sostegno del Papa, della Chiesa, e di chi ha un briciolo di cuore“.

Radio Maria ha successivamente precisato che le espressioni riportate sono di un conduttore esterno e non rispecchiano il pensiero dell’emittente al riguardo e ha sospeso con effetto immediato le trasmissioni del Padre domenicano. A sua volta, padre Giovanni Cavalcoli, invece, non si è scusato per le frasi sul terremoto da lui dette a Radio Maria il 30 ottobre ed ha invece affermato: “Confermo tutto, i terremoti sono provocati dai peccati dell’uomo come le unioni civili. In Vaticano si ripassino il catechismo“.

L’episodio che ho riportato è solo un pretesto per poter introdurre il concetto di autonomia della materia e del creato rispetto al creatore. In definitiva il problema è perché esiste il male se Dio è buono? Questo problema chiamato teodicea è il sasso di inciampo di generazioni di persone che quasi sempre restano con la domanda senza una risposta che li soddisfi veramente.

Il punto è: secondo la teologia cristiana quale ruolo Dio ha nella dinamica del mondo e delle nostre scelte? Le risposte a questa domanda possono portare, da una parte, a una visione neopagana e devozionale (“raccomandarsi” a Dio facendo sacrifici) o neopanteista (in cui Dio è in tutte le cose che ci circondano). Oppure considerare che la natura e la materia hanno autonomia propria e seguono le leggi della fisica e Dio non ha nulla a che vedere con questo e la definizione di male è solamente strumentale alla sofferenza ma non ha valore assoluto.

In fondo alla questione è il concetto di libertà. Non si può̀, infatti, dare la libertà a qualcuno se da questa non possa seguire anche la scelta di ciò̀ che è definito male come parte di tutte le opzioni possibili. Se Dio avesse creato l’uomo impedendogli di scegliere il male gli avrebbe negato la sua più̀ grande dignità̀ che è la sua libertà di scegliere.

La grande sfida che tutti abbiamo è quella di portare l’uomo liberamente e senza alcuna costrizione a scegliere il bene. Se tutti facessero così non ci sarebbero più̀ le ingiustizie, la povertà̀, l’inquinamento e le guerre. Anche il miglior sistema politico possibile ha il problema di impedire che l’uomo agisca male: esso può farlo con incentivazioni o punizioni sia in democrazia che in dittatura.

Tutto il male che l’uomo può̀ compiere, in coscienza e consenso, come ad esempio violenza, ingiustizia, guerre, ignoranza ecc dipende solo dalla sua libera scelta e ne è lui responsabile e sicuramente non Dio. È vero che Dio suscita “il volere e l’operare” (Fil 2, 13) ma alla fine è sempre l’uomo che sceglie.

E che cosa possiamo dire per gli oggetti della natura, cioè̀ la materia e tutto il resto, compresi terremoti, inondazioni, frane ecc? Da un punto di vista più̀ generale la questione è questa: esiste autonomia fra l’essere di Dio e l’essere che non è Dio e cioè̀ la creazione (il mondo fisico, animato e inanimato, e l’uomo)? Se l’Assoluto esaurisce tutta la realtà̀ nella pienezza del suo essere e delle sue perfezioni, qual è allora il senso di qualcosa che sia diverso da Lui?

La domanda ricorda quanto espresso da Leibniz e da Heidegger che chiedevano: “perché́ esiste qualcosa invece che il nulla?”, cioè̀: “perché́ esiste qualcosa che non sia Dio?”. Il tema dell’autonomia compare già̀ ogni volta che ci chiediamo: cosa viene posto da Dio fuori di Dio?

Fenomenologicamente, nel concetto di “male” possiamo inserire sia le catastrofi naturali (tsunami, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni), che le patologie degli esseri viventi (malattie, handicap, incidenti, morte), le deficienze morali (peccato, vizio, tentazioni), i disordini sociali (ingiustizia, violenza, oppressione, guerra), le carenze e le deviazioni del pensiero (ignoranza, errore). Quindi appare che il concetto di male è da interpretare come “male per l’uomo” e non esiste dunque un concetto di “male assoluto”. Infatti, quando, ad esempio, la peste provocava morti a centinaia nelle epidemie essa veniva considerata un male. E dopo, a seguito dei progressi della medicina, probabilmente ora verrebbe classificata alla stregua di un raffreddore e dunque non più̀ parte di quella lista. Cosa è dunque male, una categoria di cose o la nostra ignoranza a poter risolvere problemi?

Ma se la materia del creato gode di autonomia, perché́ la degenerazione cancerosa dei tessuti deve essere considerata male? O la tensione che si accumula al confine di zolle tettoniche che provoca fratture e quindi terremoti, deve essere considerata male? Cosa c’entra Dio con tutto questo? E con una pallina che cade a terra? E con il decadimento di un nucleo di uranio?

E ancora: può̀ avere a che fare con Dio se siamo investiti da un autista ubriaco o piuttosto il punto è che quando ci si ubriaca non bisogna guidare? Dio agisce nelle sue creature suscitando il volere e l’operare ma lasciando libere le creature di scegliere in totale autonomia.

Mi è capitato di assistere per decine di volte a discorsi su come Dio mandi tumori o decessi di familiari per poter convincere le persone alla necessità di convertirsi e di avvicinarsi a lui. La questione non ha lo stesso contenuto dell’intervento di Padre Cavalcoli a Radio Maria? Perché la spiritualità deve essere legata al devozionismo al limite della magia e non può appartenere a un approccio teologico-critico?

Nicola Sparvieri

autonomia della materia, libero arbitrio, teodicea, terremoti

Dal 2035 addio alle auto a motore termico, con la Fift55 l’Europa punta a un balzo in avanti nella lotta al cambiamento climatico

In questi giorni l’Europa è stata chiamata a votare un pacchetto che prevede delle misure che segnano il futuro per quanto riguarda l’ecosostenibilità e la lotta all’inquinamento: la Fitfor55

Questo pacchetto prevede una serie di norme come l’istituzione di un Fondo sociale per il clima, fortemente voluto dalla Commissione per l’occupazione e gli Affari socialo e la Commissione per l’ambiente, comprensivo di 72 miliardi di euro per aiutare le piccole imprese e le famiglie vulnerabili, che hanno difficile accesso all’energia.

Gli eurodeputati hanno anche richiesto a gran voce di mantenere un occhio particolare ai problemi delle isole, delle arre remote e meno sviluppate e delle regioni montane che hanno, per la conformità del territorio stesso, difficoltà di accesso ai rifornimenti di energia.

La riforma dell’ETS, il sitema che prevede la riduzione temporale delle emissioni di gas serra che vengono emesse dalle industrie ad alta intensità energetica.

Il LULUFC (Land use, land-use change, and forestry) che prevede la riduzione delle emissioni che derivano dallo sfruttamento del suolo e Effort Sharing Regulation, che ponendo degli obiettivi singoli per ogni Stato membro, punta alla riduzione delle emissioni che derivano dal settore edilizio, agricolo, trasporti e gestione rifiuti.

Di tutte queste norme però probabilmente quella che più complessa e articolata consiste nell’abbandono dei mezzi a motore termico entro il 2035.

La misura prevede lo stop delle vendite dei veicoli a motore termico ( benziona o diesel) seguendo una tabella di marcia che dovrebbe portare l’abbattimento delle emissioni del 25% entro il 2025.

Non verrebbero toccate tutte quelle vetture già in circolazione e al vaglio potrebbe esserci un emendamento che permetterebbe al 10% della produzione dei veicoli di essere dotati di motori termici.

La misura non risparmierebbe neanche le vetture ibride, plug-in e mild hybrid.

Questa proposta che se dovesse passare segnerebbe un punto di svolta decisamente radicale in merito alle politiche ambientali ha fatto storcere il naso a molti trovando delle forti opposizioni.

Le industrie automobilistiche temono che questa decisione possa aggravare una già complessa situazione data dalla pandemia e dalla difficoltà che le azienda hanno avuto nella reperibilità dei chip.

In Italia, l’Anfia Associazione nazionale filiera automobilistica si è schierata contro sottolineando come, soprattutto al nord, la filiera subirebbe un durissimo colpo.

Reazioni anche dalla Lega, Marco Camponesi capodelegato al Parlamento europeo sostiene che «In assenza di alternative a impatto zero disponibili per le imprese, è una follia che si tradurrebbe in un aumento di costi insostenibile per le aziende» e accusa Enrico Letta di andare contro gli italiano promuovendo gli interessi di Bruxelles.

Il più grande e antico partito di centro denstra del Parlamento europeo, il PPE, espresso preoccupazioni, presentando un emendamento che chiederebbe il rinvio a tempi migliori di questo punto.

Emendamento però bloccato da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che nel suo ultimo intervento sul clima ha sostenuto che la filiera automobilistica ha fatto la sua scelta e non bisogna rendere le cose complicate.

Ha però sottolineato che per ora la proposta è ancora al vaglio della Commissione e ci sarà tempo per i Governi dei singoli Stati, di sedersi al tavolo delle trattative per cercare di perseguire la strada migliore e più efficace 

Gianfranco Cannarozzo

Antonello Sterpetti ….è “andato Avanti”

RICORDANDO ANTONELLO

“Stanotte é “andato avanti” il camerata Antonello Sterpetti
…Fu segretario della sezione Prati negli anni 60″

….. Questo “Post” è apparso su fb la mattina del 27 aprile 2022 a firma di due suoi e nostri “Vecchi Amici e Camerati”, Nicola e Paolo. 
Circa un mese prima, sempre sulla Consul Press era stata dedicata una “Pagina” simile in ricordo di Franco Bartoli, anche Egli “andato oltre”, distaccandosi dalla sua Vita su questa Terra il giorno dell’ingresso della Primavera.
Ben lungi da noi lacrime, nostalgie o rimpianti, ma semplicemente la voglia, quando l’ora verrà, di incontrarci nuovamente un giorno per  riabbracciarci e risalutarci romanamente.

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29 maggio 1985 la tragedia dell’Heysel Stadium che sconvolse il Mondo

Quel giorno di maggio a Bruxelles, nello stadio Heysel scelto dalla Uefa per la finale di Coppa dei Campioni, contesa tra Juventus e Liverpool, il clima di festa presto sarebbe mutato in uno spettacolo di orrore che turbò e turba ancora oggi la memoria di chi ha vissuto quei momenti.

L’Heysel si trova nel quartiere omonimo e di certo non era il più moderno, non presentava vie di emergenza, non era raro che pezzi di intonaco si staccassero dalle pareti, i bagni perdevano e poteva ospitare circa 60 mila tifosi, un numero esiguo se pensiamo che ci furono 400 mila richieste per i biglietti.

Le curve più accese furono alloggiate nei settori opposti per evitare contatti diretti, ma per poter accogliere così tante persone si decise di destinare il pubblico neutrale, composto da semplici spettatori dell’una o dell’altra squadra e da famiglie che volevano assistere alla partita, al settore Z.

Non si sa quale fu la causa scatenante, prima che la partita iniziasse gli hooligans che si trovavano vicini al settore Z, separati da una rete di metallo, cominciarono a spingere la rete divisoria.

C’è chi sostiene che gli hooligans – non sapendo a chi fosse destinato il settore Z- abbiano pensato di trovarsi accanto ai tifosi bianconeri e per questo caricarono.

Forse in attesa di una risposta violenta, forse per una sorta di vendetta per quanto avvenne allo Stadio Olimpico di Roma l’anno precedente, quando dopo la finale di Coppa dei Campioni, nei dintorni dello stadio ci fu una vera e propria caccia all’inglese.

Non ci furono reazioni, solo panico. l pubblico iniziò a spingersi verso le pareti opposte per cercare di evitare il peggio e molti si lanciarono nel vuoto per evitare di venire schiacciati dalla folla.

Lo stadio carente sotto ogni punto di vista non aveva unità di rianimazione al suo interno impedendo quindi ai feriti di poter ricevere le prime cure, per non parlare del ritardi delle forze dell’ordine giunte in loco quando ormai il peggio era accaduto.

Negli spogliatoi intanto c’è la totale ignoranza di quanto sia accaduto all’esterno. Capiscono che qualcosa sia accaduto, ma non sanno la vera entità della tragedia. Viene deciso che la partita venga giocata ugualmente per evitare ulteriori reazioni e scontri da parte dei tifosi.

Il presidente juventino Gianpiero Boniperti ricorderà che «Juve e Liverpool non volevano giocare ma furono costretti dalla Uefa e dalle autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe spinto alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano ancora i telefonini. Chi era dall’altra parte dello stadio, non poteva percepire l’entità del dramma. Lo avrebbe capito da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione della finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non più un inferno, ma l’apocalisse»

Sergio Brio, difensore della Juventus, entrò  con Antonio Cabrini e Marco Tardelli in campo per cercare di rassicurare gli animi, confermando ai tifosi che la partita si sarebbe giocata e il risultato sarebbe stato valido. 

Gli uomini della sicurezza erano completamente inermi e non fecero nulla per sedare la situazione, per non parlare dei controlli di sicurezza all’ingresso.

In molto riuscirono a infiltrarsi senza biglietto, per non parlare delle infiltrazioni di gruppi facinorosi.

Il dramma si conclude con il crollo del muretto sul lato più basso e opposto rispetto alla carica degli hooligans. Il bollettino conterà 600 feriti e 39 morti di cui 32 italiani.

La portata di quella tragedia ebbe una forte eco in tutto il Mondo: alcune televisioni decisero di non trasmettere la partita, altre mandarono in onda dei messaggi di dura condanna contro quanto accaduto. In Italia, invece, il tg mostra le immagini dell’incidente.

La partita si conclude con la vittoria della Juventus che riceve la coppa in un surreale clima di gioia.

25 hooligans, i responsabili della gestione dell’ordine pubblico e Albert Roosens, capo della Federcalcio belga dell’epoca furono processati per quanto avvenuto.

Stato, Federazione belga e Uefa furono condannati al risarcimento per le famiglie delle vittime. 

Per quei fatti la coppa divenne nota con l’appellativo di “insanguinata” Spaccando di fatto l’opinione pubblica: chi sosteneva che la partita doveva essere sospesa chi contento o meno del risultato.

Ciò che conta realmente è il ricordo di tutti coloro che in quel giorno di festa hanno perso la vita e alle loro famiglie.

 

Gianfranco Cannarozzo

Bibliotheca Hertziana: Roma presenta la biblioteca post-digitale di storia dell’arte

Ne parla con noi con Golo Maurer, storico dell’arte e bibliotecario, direttore presso la Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la Storia dell’Arte di Roma. Avvia l’intervista sottolineando il costante incremento della letteratura accademica storico-artistica, dell’orientamento post-digitale della biblioteca e delle preferenze degli storici dell’arte: libro o e-book?

Cos’è esattamente l’istituzione per cui lavora?

«La Bibliotheca Hertziana risale alla fondazione di Henriette Hertz».

Arte«Traferitasi a Roma da Colonia, intorno al 1900 acquistò il Palazzo Zuccari a Trinità dei Monti, dove creò una biblioteca di storia dell’arte e aprì il suo salotto ai dotti. Dopo la sua morte, il palazzo e la biblioteca divennero parte della neonata Società Kaiser Wilhelm, rinominata Società Max Planck dopo la seconda guerra mondiale. La Bibliotheca Hertziana è un istituto di ricerca per lo studio della storia dell’arte italiana e ha forse la migliore collezione libraria al Mondo di arte italiana post-antica. Tutto il patrimonio librario, tranne i rari, è accessibile a scaffale aperto».

«Da oltre cento anni, gli studiosi fanno ricerca, discutono, pensano, leggono, si affacciano alla finestra per ammirare l’incredibile vista sul centro di Roma, e scrivono i loro libri nella nostra biblioteca».

L’avvento del digitale ha portato a una diminuzione dei volumi e delle riviste pubblicati ogni anno in cartaceo nella storia dell’arte?

«Al contrario: la profezia non si è avverata e il numero delle pubblicazioni è in costante aumento. È vero che la percentuale di pubblicazioni digitali cresce, ma questo non significa che quelle analogiche diminuiscano, anzi. Questo fenomeno ha diverse ragioni. I giovani ricercatori e ricercatrici iniziano a pubblicare in una fase molto più precoce della loro carriera. Il numero dei progetti di ricerca affiliati alle varie istituzioni è in costante aumento, e questo produce nuove pubblicazioni. L’accesso a fonti di finanziamento sia pubbliche sia private è diventato più semplice perché le procedure sono codificate e gli organi decisionali sempre più spesso internazionali: anche chi non fa parte di una “cordata”, se presenta un buon progetto, ha una chance reale di ottenere un supporto finanziario sostanziale per pubblicare il proprio libro».

«D’altra parte, i software di editing permettono a chiunque di poter consegnare un testo già impaginato quasi pronto per la stampa, così da diminuire i costi di produzione. Specialmente in Italia, la fondazione di sempre nuove riviste specializzate, spesso di elevata qualità scientifica, pubblicate a stampa, contraddice la vecchia prognosi secondo cui le riviste accademiche in cartaceo si sarebbero estinte».

Le pubblicazioni digitali e quelle analogiche sono quindi destinate a convivere?

«Sì, e il modello concettuale per pensare e gestire tale convivenza è la biblioteca post-digitale».

Che cosa è una biblioteca post-digitale?

«Il termine “post-digitale” non significa che il digitale sarà presto alle nostre spalle come un brutto sogno. Al contrario, post-digitale significa che la tecnologia digitale, come componente ovvia, ubiqua, ormai scontata della nostra vita quotidiana, ha smesso da tempo di stare in opposizione ideologica alle tecnologie analogiche della conoscenza».

Arte«Nei primi tempi eroici della digitalizzazione, la discussione – anche a livello politico – si concentrava sulla nuova tecnologia, dalla quale si sperava tutto il possibile e anche l’impossibile. Oggi si tratta di nuovo dei contenuti, della questione di ciò che noi esseri umani vogliamo veramente. La tecnologia deve essere subordinata a questo, non il contrario».

«Nella storia dei media, nessun medium ha mai sostituito completamente l’altro, ma piuttosto si è affiancato ad esso. Neppure i media digitali sostituiranno quelli analogici».

Ci sarà una divisione dei compiti?

«Da un punto di vista post-digitale, anche la precarietà dei media digitali è diventata più evidente: a lungo termine, possiamo permetterci di conservare tutto ciò che è digitale? Stiamo appena prendendo coscienza dei costi provocati dallo stoccaggio digitale, compresi quelli ecologici. Data la scarsità delle risorse, può darsi che un giorno non sarà più possibile migrare tutti i media digitali al prossimo formato e renderli a prova di futuro».

«Questo significa che le biblioteche devono conservare copie analogiche delle pubblicazioni. Forse a un certo punto dovremo rimuovere dal magazzino le copie cartacee delle riviste già disponibili in formato digitale, ma non le elimineremo mai completamente. A lungo termine, l’obiettivo della biblioteca è quello di creare lo spazio per entrambi i formati».

Lei parla anche della affordance, l’invito all’uso specifico dei diversi media. Cosa significa?

«Il termine affordance viene dalla teoria del design e si riferisce all’invito all’uso proprio di un determinato oggetto. Un bicchiere, per esempio, può essere destinato a bere, ma ci si possono anche mettere delle penne o si può utilizzare per disegnare un cerchio. Dovrebbe essere chiaro a chiunque che un libro invita a un uso diverso rispetto a un file e che un file invita a un uso diverso da un libro».

Può fare un esempio?

«Un libro non si limita affatto alla sua funzione di portatore di informazioni sulla conoscenza, ma come oggetto culturale con una storia secolare è anche portatore di una grande quantità di altre informazioni. Sulla mia scrivania, per esempio, ho una prima edizione di “Der Untergang des Abendlandes” (Il declino dell’Occidente) pubblicato da Oswald Spengler nel 1919. La scarsa qualità della carta, dovuta alla mancanza di materie prime nel periodo post-bellico, è immediatamente evidente. Il declino dell’Occidente è quasi tangibile nella carta acida e brunita. Si tratta di informazioni inerenti alla materialità del libro che andrebbero perse se fosse digitalizzato. Inoltre, tenendo il libro in mano posso capire in un attimo di quale categoria di pubblicazione si tratta: è stato realizzato in fretta? Oppure prodotto con cura? Che tipo di impegno e di investimento c’è stato nella sua produzione?».

Arte«Questi aspetti non hanno necessariamente a che fare con il suo contenuto, ma con il valore che il contesto sociale attribuiva a quel libro al momento della pubblicazione. Ci sono casi in cui un libro ha uno status molto alto quando viene pubblicato, ma lo perde molto rapidamente e finisce presto a un prezzo stracciato sul mercato antiquario. Questa è anche un’informazione che può dirci qualcosa sulla ricezione del libro o sulla rilevanza del soggetto. Al contrario, ci sono produzioni editoriali economiche che appaiono in piccole tirature o che trattano un soggetto che ha poco appeal quando appare».

«Ma oggi il libro economico può essere molto significativo. Nella storia dell’arte ci sono per esempio le prime pubblicazioni di Aby Warburg o Erwin Panowsky, che oggi raggiungono prezzi molto alti. Inoltre, quando il libro è sul tavolo di fronte a te, ti puoi rendere conto molto rapidamente di quanto sforzo ci vuole per leggerlo. Quante pagine contiene? Ha delle note a piè di pagina, un indice, una bibliografia? Quanto velocemente posso trovare ciò che mi interessa nel libro? Un libro comunica più di quello che c’è nel testo stesso».

E l’affordance di un file?

«In un file è possibile cercare specificamente nomi e parole chiave. È possibile ottenere altre informazioni rilevanti molto rapidamente, in un modo diverso. Ne consegue che il migliore di tutti i mondi non è digitale o analogico, ma digitale e analogico. Questo si applica in modo diverso ai diversi tipi di pubblicazioni. Posso immaginare, per esempio, che i diari su carta spariranno perché sono testi relativamente brevi e non interconnessi. Ma nella storia dell’arte, la monografia su un tema o un artista continua a rivestire un ruolo importante, che richiede effettivamente la lettura di tutta l’opera».

«Di fronte alla scelta, la maggior parte degli utenti opta per il libro stampato. Ma preferiscono avere la versione e-book in aggiunta, in modo da non dover interrompere la loro lettura durante il viaggio».

Avremo ancora bisogno di biblioteche in futuro?

«Gli studiosi e le studiose vogliono davvero passare tutto il giorno nel loro appartamento e non vedere nessuno? O forse vogliono incontrare un collega che non vedono da molto tempo? Chi scrive una tesi di laurea o di dottorato vuole davvero avere tutti i trenta libri in cui deve immergersi quotidianamente aperti in finestre digitali sul proprio portatile? O non vuole piuttosto avere i libri di fronte a sé in biblioteca per poter dire: oh ecco, non devo dimenticare di guardare il libro con la copertina gialla? I nostri utenti hanno sempre risposto di no a queste domande. No, non vogliono riscaldare il loro appartamento tutto il giorno in inverno, non vogliono non incontrare mai le loro colleghe e colleghi, non vogliono prendere tutto dalla rete, anche se è gratis. Le biblioteche non sono solo contenitori di libri, sono luoghi di scienza e di accumulazione del sapere».

«Ecco perché non mi preoccupa affatto la continuazione dell’esistenza delle biblioteche accademiche specializzate. Anche le biblioteche universitarie non scompariranno come luoghi. Può essere, tuttavia, che sia sempre più necessario avere una buona connessione wi-fi».

Come sta cambiando in questo senso la Bibliotheca Hertziana?

«Quello che ho trovato è stata una biblioteca molto concentrata sui contenuti e meno sugli aspetti mediatici. Per me, l’aspetto mediatico è molto importante, perché la svolta digitale ha reso questi temi molto attuali. Per esempio, osserviamo una dinamica win-win tra il digitale e l’analogico. La digitalità ci ha sensibilizzato rispetto ai media il cui contenuto informativo risiede in misura non trascurabile nel materiale, intendo le opere a stampa storiche. Il mezzo è il messaggio, che spesso è diventato parte dell’oggetto solo attraverso la sua storicità. Nella loro materialità, questi libri sono fonti storiche multiple, sono vere e proprie macchine del tempo attraverso le quali la conoscenza dei contenuti può essere inserita in contesti oggi dimenticati».

«Per questo motivo, dal 2016 stiamo portando avanti un intenso programma di espansione, ricerca e conservazione del nostro patrimonio di libri antichi, non solo in termini numerici attraverso acquisizioni sistematiche, ma anche in termini di contenuto, a volte seguendo, a volte preparando i nuovi orizzonti della nostra materia e della nostra istituzione. Spesso acquistiamo singoli libri su richiesta dei borsisti del nostro istituto, che lasciano in questo modo una “traccia intellettuale”. Se queste si condensano, possono diventare un nuovo centro».

E l’era post-digitale?

«Più i decisori sono anziani, anche nella mia organizzazione scientifica, più si aspettano miracoli dal digitale – per esempio, in termini di risparmio di costi. Più sono giovani, più forte sembra essere la consapevolezza che non è affatto così. Nello stesso tempo, per loro è chiaro in partenza che ogni medium sia portatore di un proprio potenziale».

«In altre parole, la post-digitalità è già data per scontata tra le giovani generazioni, spesso non sanno nemmeno cosa si intende con questo termine ma semplicemente la praticano. Il mio desiderio è che alla fine del mio mandato alla Bibliotheca Hertziana, la gente abbia ormai dimenticato che il digitale e l’analogico una volta erano visti come alternative».

Chiara Francesca Caraffa

Foto © Bibliotheca Hertziana

Le critiche alla Chiesa e la nascita del clericalismo

Le opinioni in contrasto con la Chiesa Cattolica sono da sempre nutrite e variegate. Bisogna dire che sono sempre giustificabili, almeno in qualche aspetto o sfumatura. Tra le più frequenti ci sono quelle che si ispirano alla storia come le crociate o l’inquisizione e le forme persecutorie nei confronti della scienza moderna nel suo nascere. Naturalmente spesso queste critiche sono fatte con la sensibilità che abbiamo noi oggi e quindi potrebbero essere astoriche, ma tralasciamo adesso questo aspetto. Tra le critiche più vicine ai nostri tempi troviamo problemi legati all’ingerenza sulla vita pubblica, agli interessi economici del Vaticano, alla morale sessuale. Poi possiamo citare la paternità responsabile e la difesa della vita, la procreazione assistita, l’aborto e l’eutanasia e disciplina sul matrimonio indissolubile ed eterosessuale. Infine, il problema della pedofilia.

Non è motivo di conforto sapere che, secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di pedofilia non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. In ogni caso, non si dovrebbe presentare ostentatamente questa deviazione come se si trattasse di un sudiciume specifico della chiesa.

Dunque, nell’immaginario collettivo, la chiesa si è ridotta a un semplice agglomerato di persone celibi e frustrate sessualmente, spesso corrotte che gestiscono un potere residuo cui rimangono attaccate con le unghie e con i denti.

Questa critica dovrebbe essere analizzata e capita se in essa si ravvisano anche tracce di verità. Tuttavia, la chiesa è anche uno scrigno di tesori e di messaggi di salvezza per l’uomo di oggi da conoscere e apprezzare nonostante chi, in essa, somiglia sempre di più a un funzionario di partito e sempre meno a una persona cui guardare come modello di pienezza e realizzazione umana.

Che cosa è successo storicamente? Quando e perché la chiesa ha mutato i suoi contenuti e metodologie e ha fatto nascere il clero come casta manageriale delle cose spirituali?

Le cause ultime vanno ricercate in un periodo spartiacque tra la chiesa primitiva dei primi tre secoli e la chiesa dopo l’editto di Tessalonica del 380. Per una serie di motivi storici ed economici la chiesa ha abbandonato un cristianesimo basato sull’annuncio apostolico che ha formato spontaneamente le prime comunità cristiane. Esse erano principalmente chiese domestiche perseguitate dal potere politico cui opponevano, fedele agli insegnamenti di Gesù sull’argomento, un’opposizione pacifica e silenziosa.

Tutto questo ebbe termine quando l’Imperatore Teodosio con l’editto di Tessalonica proclamava il cristianesimo religione di stato dell’ impero romano. In tal modo Teodosio portò molto oltre l’editto di Costantino del 313 che equiparava la religione cristiana alle altre religioni esistenti nell’Impero. Egli, quindi, trasformò l’appartenenza alla religione cristiana in un obbligo di stato per poter accedere alle magistrature e agli incarichi dell’esercito. Iniziò inoltre anche una metodica opera di distruzione dell’antica religione politeista romana: in questo modo il cristianesimo è stato trasformato dall’Imperatore Teodosio da una religione che propugnava un regno di Dio alternativo ai poteri temporali in una religione-cultura di stato.

Il vescovo dei fedeli di Roma divenne il nuovo Pontefice Massimo, la carica affidata fino ad allora al vertice della religione politeista prona ai voleri politici dell’imperatore di turno.

L’editto di Tessalonica è, dunque, uno spartiacque fondamentale per comprende la storia cristiana. Si assiste in questo periodo al nascere di una nuova casta sacerdotale, chiamata a gestire un nuovo e immenso potere temporale, che presto abbandonerà le famiglie (dove il “pater familias” era anche il sacerdote della chiesa domestica). Si cominciano a realizzare grandi cattedrali per il culto sui grandi templi pagani. Si forma quindi un clero organizzato e gerarchizzato in cui il celibato sacerdotale (fino ad allora non presente) assicurava da un lato la totale disponibilità al servizio e dall’altra di evitare la dispersione dei beni della chiesa con le eventuali dispute sull’eredità dei beni parrocchiali con i figli dei sacerdoti.

Dopo l’editto di Tessalonica, battezzarsi diventa un obbligo sociale e politico, necessario per rimanere all’interno della politica dell’Impero. Per battezzarsi non è più necessario credere realmente agli insegnamenti della dottrina né entrare in un catecumenato. Non ci si battezza per entrare in un Regno di Dio diverso dai regni umani, ma ci si battezza, al contrario, per poter fare carriera nelle magistrature o nell’esercito dell’Impero.

L’eredità drammatica dell’editto di Tessalonica è un immenso oceano di battezzati in forza di legge e la premessa per il potere temporale dei Papi, che si concretizzerà dopo il crollo dell’Impero d’Occidente.

Con i secoli, il clericalismo pervaderà tutta la società e si creerà, in nome di Dio, una struttura sociale sottomessa agli interessi del clero e della nobiltà a danno dei laici e dei poveri: in tutti questi secoli i santi, a partire da San Benedetto da Norcia, ricostruiranno ogni volta la chiesa richiamando l’originaria volontà primitiva, fino ai giorni nostri.

Dopo la caduta dell’Impero di occidente e l’avvento del cosiddetto medio evo si è assistito a una serie di eventi imperniati tutti sulle necessità, diretta o indiretta, di gestire, oltre al “depositum fidei”, anche un potere politico ed economico.

Il celibato sacerdotale, non come libera scelta, ha origine in questo periodo (con papa Gregorio VII). Da quel momento in poi nella chiesa latina vengono ordinati presbiteri solo uomini non sposati, mentre i diaconi e i sacerdoti di rito orientale possono aver ricevuto il sacramento del matrimonio prima del sacramento dell’ordine sacro.

Da un punto di vista pratico direi che da un lato è importante la formazione dei cristiani in generale, quindi il battesimo. Ma anche nella preparazione al sacerdozio e al matrimonio. Spesso assistiamo sia a sacerdoti con carisma scarso e debole ma molto più spesso a matrimoni senza contenuti che sempre più di frequente sono costretti a crolli accompagnati da grandi sofferenze. Non si possono improvvisare scelte così importanti e vitali con moralismi appiccicati di vuote formulette che producono distruzioni e crolli quando si confrontano con la vita vissuta.

Il problema fondamentale della chiesa oggi è dunque questo: come poter conciliare la gestione di una struttura politica ed economica con la necessità di dover assicurare a ogni uomo il diritto di ricevere la buona notizia? È nel dialogo con Pilato, avvenuto in greco, che Gesù detta una dottrina politica propria che sembra faticare ad essere compresa dal pensiero politico cristiano dopo Tessalonica. Per un commento di questo vedi Benedetto XVI nel terzo punto del settimo capitolo del secondo tomo di “Gesù di Nazareth”, intitolato “Il processo a Gesù” cui senz’altro rimando.

Nicola Sparvieri

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Storia di Giovanni Falcone, il giudice del maxi processo alla Mafia

«L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, è saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza»

Terzo figlio di Arturo direttore del Laboratorio chimico provinciale e Luisa Bentivegna, casalinga, Giovanni Falcone nasce a Palermo il 18 maggio 1939. Cresce nel quartiere arabo della Kalsa, in cui entra a contatto con diverse realtà. Ma i valori che ne plasmano il carattere li apprende dai racconti familiari della madre.

Costante nella sua vita sarà l’attività sportiva, cui con fatica dovette rinunciare nel periodo in cui fu messo sotto scorta. Falcone amava il calcetto, il nuoto e spesso si alzava la mattina di buonora per potersi allenare prima degli impegni quotidiani.

Dopo una breve parentesi all’Accademia navale si iscrive a Giurisprudenza con l’obiettivo di diventare magistrato.

Nel ’67 mentre si trovava come giudice di sorveglianza nel carcere di Favignana, fu preso in ostaggio da un esponente dei nuclei armati proletari che chiedeva in cambio della vita del giudice la scarcerazione e di poter parlare alla radio.

Trasferito al Palazzo di Giustizia di Palermo lavora all’Ufficio Istruzione col magistrato Rocco Chinnici e affina il suo metodo investigativo col caso Spatola. Capisce subito di trovarsi davanti a un mondo sommerso fatto di legami ambigui tra mafia, politica, finanza. E decide che per scoprire i movimenti di capitali dubbi, bisognava percorrere la strada delle indagini patrimoniali superando quindi il segreto bancario. L’inchiesta si concluderà con un durissimo attacco a Cosa nostra e delle condanne esemplari che porteranno alla morte di Chinnici.

La Sicilia degli anni ’80 era teatro della seconda guerra di mafia e nel tentativo di porvi un freno, il neo direttore dell’Ufficio Istruzione Antonio Caponnetto costituì il pool antimafia con Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta.

Fu grazie al rivoluzionario sistema investigativo di Falcone che si arriverà al famosissimo maxi processo che vedrà sfilare in manette circa 460 persone, tutte condannate al massimo della pena. 

Un lavoro complesso e articolato che ha avuto origine successivamente all’arresto in Brasile di Tommaso Buscetta, che diventato un pentito consegnò nelle mani degli investigatori dettagli riguardanti l’organizzazione e i nomi dei mandanti e degli esecutori di numerose stragi. Arrivando a fornire particolari importanti sui legami tra Cosa nostra e la politica.

Falcone ricorderà come «Prima di lui non avevo, non avevamo, che un’idea superficiale del fenomeno mafioso. Con lui abbiamo cominciato a guardarvi dentro. Ci ha fornito numerosissime conferme sulla struttura, sulle tecniche di reclutamento, sulle funzioni di Cosa nostra. Ma soprattutto ci ha dato una visione globale, ampia, a largo raggio del fenomeno. Ci ha dato una chiave di lettura essenziale, un linguaggio, un codice. È stato per noi come un professore di lingue che ti permette di andare dai turchi senza parlare a gesti».

Nel periodo in cui fu istituito il processo, per studiare gli incartamenti sia Falcone che Borsellino furono mandati per questioni di sicurezza nel carcere di massima sicurezza dell’Asinara. Qui vissero per diverso tempo nella “Casa rossa” che altro non era che la foresteria del carcere.

Ironia della sorte lo Stato presentò a entrambi il conto per l’affitto.  

Chiuso il maxi processo, andato in pensione Caponnetto, sarebbe sembrato fisiologico che alla guida del pool antimafia e quindi dell’Ufficio Istruzione sarebbe andato Giovanni Falcone, ma il Consiglio Supremo della Magistratura nominò Antonio Meli, un vecchio magistrato che non credendo pienamente nei metodi innovativi di indagine, smantellerà il pool rovinando di fatto tutto il lavoro svolta fino ad allora. 

É così che inizia il periodo più complesso della vita di Falcone, il quale si troverà isolato nel Palazzo di Giustizia rinominato “dei veleni“. Cominciano anche a girare delle lettere sospette in cui un certo “Corvo” lanciava contro il giudice delle pesanti accuse, come quella di aver orchestrato l’attentato dell’Addaura. Nella residenza estiva, vicino al luogo in cui era solito fare il bagno, venne ritrovato da un agente della scorta un borsone contenente dell’esplosivo.

Questo isolamento di cui fu vittima lo portò a trasferirsi nella Capitale, speranzoso di trovare un clima diverso. Un pomeriggio, mentre dall’aeroporto di Punta Raisi di recava a Palermo, un’esplosione che distrugge l’autostrada di Capaci, mette fine alla vita del giudice, della moglie il magistrato Francesca Morvillo e degli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani.

L’unico a salvarsi sarà l’autista Giuseppe Costanza che quel giorno sedeva sui sedili posteriori. Ogni tanto forse per avere una breve parentesi di normalità, era proprio il giudice Falcone a voler guidare la vettura blindata.

A trent’anni da quel dramma che ha messo fine all’uomo simbolo della lotta alla Mafia, si sono svolte numerose manifestazioni in suo ricordo.

Gianfranco Cannarozzo

 

 

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà”

Il 9 maggio ricade l’anniversario della scomparsa di Peppino Impastato, giornalista siciliano che ha dedicato la vota alla lotta contro la Mafia 

Giuseppe, questo il nome all’anagrafe nasce il 5 gennaio 1948 a Cinisi da una famiglia con stretti legami mafiosi. 

Il padre era membro dell’organizzazione criminale, tanto che venne mandato al Confino da Mussolini come volevano leggi fasciste, e una zia sposò il boss Cesare Manzella.

Peppino da sempre prese le distanze dai contatti mafiosi della famiglia entrando spesso in contrasto col padre che lo cacciò di casa.

In seguito alla rottura paterna intraprese un’attività politico-culturale di sinistra, si unì al Partito socialista italiano di Unità Proletaria (PSIUP) e fondò il giornalino l’idea socialista.

Successivamente prese parte alle attività formative de Il Manifesto e di Lotta Continua con un ruolo da dirigente.

Nel 1977 si procura antenna, mixer e fonda “Radio Aut”, radio libera autofinanziata nota per essere stata il suo strumento di denuncia nei confronti dei delitti e degli affari mafiosi che si svolgevano tra Cinisi e Terrasini, altro comune palermitano.

Andava in onda due volte al giorno, alle 20 e alle 23 con il “Notiziario di Radio Aut, giornale di controinformazione radiodiffuso” in cui si riportavano alcune notizie prese dai vari giornali.

Il palinsesto non era molto ricco di contenuti e la musica trovava grande spazio.

In seguito con i programmi “Onda Pazza a Mafiopoli” e la “Stangata” cominciò a prendere di mira in maniera satirica la Mafia e la politica.

Il suo obiettivo preferito era Gaetano Badalamenti da lui ribattezzato “Tano Seduto”: un capomafia  con un ruolo di primo ordine del traffico di droga internazionale che esercitava il controllo sull’aeroporto.

Non diede mai peso alle minacce e alle continue pressioni della comunità locale.

Nel 1978 si candida con la Democrazia Proletaria per le elezioni comunali.

Per ordine di Badalamenti la notte del 9 maggio viene assassinato, in piena campagna elettorale. Il corpo fu trovato sui binari della ferrovia Palermo-Trapani adagiato su una carica di tritolo.

Stratagemma ordito dai criminali per infangarne il nome e distruggerne l’immagine facendolo passare per suicida.

Stampa, magistratura e forze dell’ordine inizialmente sostennero la tesi del suicidio, solo grazie alla costanza del fratello Giovanni e della madre Felicia Bartolotta, grazie anche ai compagni di militanza di Impastato che raccolsero numerose prove e denunce, riuscirono a far riaprire  l’inchiesta per trovare i responsabili. 

Dopo anni di battaglie solamente nel 2001 la Corte d’Assise riconoscerà Gaetano Badalamenti come responsabile insieme al suo vice Vito Palazzolo, condannandoli rispettivamente all’ergastolo e a trent’anni.

Gianfranco Cannarozzo

Milano sempre pronta a valorizzare il ruolo del volontariato

Valorizzare il ruolo del volontariato che si impegna a favore delle persone con malattie in fase avanzata. E’ con questo obiettivo che Presenza Amica Onlus e Fondazione Don Gnocchi Onlus, legate da un rapporto di collaborazione consolidato, partecipano all’iniziativa Civil Week.

In programma a Milano dal 5 all’8 maggio 2022

CIVIL WEEKLa quattro giorni ha lo scopo di mettere le persone al centro del territorio della città metropolitana, dando spazio e visibilità al protagonismo e al valore della società civile.

300 gli eventi in programma, due gli incontri con cui Presenza Amica calcherà il terreno, di cui uno realizzato in collaborazione con Fondazione Don Gnocchi.

Due eventi correlati realizzati con il patrocinio di Federazione Cure Palliative – FCP.

La mission della organizzazione di secondo livello che conta oggi 103 ETS associati non lascia dubbi. “Una comunità attiva e solidale nella quale ogni persona con bisogni di Cure Palliative ha accesso a tali cure. Sempre e ovunque” è molto più di un auspicio.

Racchiude infatti la ferma volontà del Consiglio Direttivo di colmare la distanza tra regioni, per tipologia di malattia, per età.

Presenza Amica, pioniera delle Cure Palliative in Italia

«I nostri volontari – spiega Furio Zucco, presidente di Presenza Amica Onlus – sono donne e uomini di ogni età che sanno entrare in punta di piedi al domicilio della persona malata e stabilire un contatto empatico con tutto il nucleo familiare. Varcano con altrettanta umiltà – donando il loro tempo – anche la porta dell’Hospice dell’Istituto “Palazzolo-Fondazione Don Gnocchi” di Milano e dell’ASST Rhodense, per stare al fianco di chi soffre. La nostra è un’organizzazione non profit impegnata da trent’anni a tutela della dignità della persona malata in fase avanzata ed evolutiva di malattia, anche cronica, oncologica e non oncologica, a prognosi infausta».

«Rivolgiamo attenzione alla persona lungo tutto il tratto della vita, accompagnandola  nel processo di acquisizione della consapevolezza che la morte ne costituisce un segmento».

Le scarpe piene di PASSI

Continua Monica Malchiodi, responsabile del Servizio volontariato della Fondazione Don Gnocchi. «Strutturato come un “laboratorio”, l’evento sarà in grado di far cogliere quali emozioni, limitazioni, difficoltà, impedimenti, frustrazioni prova chi vive la malattia – propria o di una persona vicina o cara – e chi assiste, cura, accompagna, educa».

CIVIL WEEKLe scarpe piene di PASSI intende far incontrare e portare a percepire realmente i bisogni di chi sta a fianco di una persona malata e la accudisce, di chi è affetto da una malattia degenerativa, da una malattia neurologica o mentale.

Ma anche di chi sta bene e ha semplicemente un amico, un conoscente, un alunno, un vicino di casa che soffre e di cui non riesce a comprendere la sofferenza, mai solo fisica, ma anche psicologica, sociale, spirituale.

Cambiando posizione percettiva, migliorerà la capacità di ascolto empatico dei partecipanti, propedeutica a entrare in una positiva relazione di reciprocità con gli altri e a stimolare il passaggio dalla riflessione personale alla cittadinanza attiva.

«Ci piacerebbe davvero vivere questo appuntamento come un reale momento di confronto fra coloro che già si impegnano a livello di volontariato e quanti vorrebbero saperne di più e magari impegnarsi in questo senso», conclude Malchiodi.

Un modello

«I volontari di Presenza Amica Onlus rappresentano da molti anni un prezioso supporto per l’attività dell’Hospice per cure palliative dell’Istituto “Palazzolo-Don Gnocchi” di Milano». Lo afferma il dottor Fabrizio Giunco, direttore del dipartimento cronicità della Fondazione Don Gnocchi.

«L’Hospice milanese del Palazzolo dispone di 10 posti letto e garantisce un’assistenza di tipo medico-infermieristico, integrata dall’apporto di altre figure: psicologo, assistente sociale, fisioterapista, assistente spirituale», sottolinea. «Insieme, concorrono a costruire su misura di ogni malato un’intensa e complessa relazione di aiuto, a cui concorre in modo estremamente positivo anche  il volontariato».

Raggiungimento della miglior qualità di vita possibile per i pazienti e le loro famiglie

L’assistenza è, dunque, nel contempo sanitaria e sociale, con l’obiettivo di far fronte ai molteplici bisogni delle persone malate. L’Hospice è la struttura dedicata al loro ricovero. Quando? Nel momento in cui la malattia non risponde più alle terapie e diventa predominante il controllo del dolore, dei sintomi, degli aspetti emotivi e spirituali e dei problemi sociali.

A Presenza Amica sta a cuore la consapevolezza

Che porta con sé anche a Civil Week. Un bene immateriale che non si compra. Ma che si raggiunge con un lungo percorso interiore che mette in stretto contatto con il sé più profondo. La consapevolezza può riguardare molti ambiti, tra cui quello del valore che diamo alle cose, alle situazioni, alle persone e alle relazioni.

Questo tipo di consapevolezza porta a sentire con più forza i propri sentimenti, a “chiarirsi le idee” riguardo alle scelte che vorremmo fare per il presente e, soprattutto, per il futuro.

{[(Parentesi di Conversazione)]}

«E’ per noi di grande importanza collaborare con realtà come la Fondazione Don Gnocchi  – riprende Furio Zucco, tra i fondatori della Federazione Cure Palliative –. E siamo felici di proporre anche un altro laboratorio di grande efficacia. {[(Parentesi di Conversazione)]} permetterà di diffondere consapevolezza, divulgare i contenuti della legge 219/2017 e far conoscere a un pubblico più ampio – e forse inedito – il valore delle cure palliative».

CIVIL WEEKE quello dei tanti volontari impegnati a fianco delle persone malate e dei familiari e caregiver.

Insieme, come alleati nell’affrontare tutti gli aspetti della malattia, si può fare di più e meglio.

Quindi consapevolezza | valori | diritti | scelte sono le parole chiave da non dimenticare o “mettere da parte”.

 

Tutto inizia con un’affermazione e una domanda

I giorni trascorrono freneticamente, ci stiamo finalmente riappropriando della nostra vita, che ora più che mai vogliamo vivere in pienezza. Mordendola senza pensare (almeno non troppo, tutto di questi tempi è molto incerto) al futuro.

Ma cosa ne sarebbe delle persone che amiamo, delle questioni finanziarie lasciate in sospeso, dei nostri oggetti del cuore se ci ammalassimo o se ci capitasse qualcosa? Proveremo a cambiare prospettiva insieme, mettendo a fuoco cosa per ciascuno tra noi è più importante.

Il teaser dell’appuntamento pomeridiano – sempre sabato 7 maggio al CSV Milano – pare funzionare. Stimola difatti la curiosità. Dopo essersi messi nelle scarpe dell’altro i partecipanti saranno chiamati a guardarsi dentro. E prendere decisioni sul loro futuro redigendo le Disposizioni Anticipate di Trattamento – DAT.

Recita così: Ti invitiamo a contemplare, articolare e realizzare la visione della vita che desideri vivere, provando poi a riavvolgere il nastro dalla sua fine a oggi. Insieme, troveremo le parole giuste per aprire una conversazione con le persone che ami sul tema della vita e della salute, del presente e del futuro che vorresti.

Civil Week 2022 è la manifestazione pensata proprio per fare tutto questo: mettere la persona al centro. E far vivere l’impegno civico a cittadini attivi, organizzazioni di terzo settore e scuole attraverso oltre 300 iniziative diffuse sul territorio metropolitano.

Chiara Francesca Caraffa

 

Detriti e rottami in orbita, immondizia anche nello spazio

Oltre all’incubo sempre più pressante di smaltire la spazzatura che produciamo nella nostra vita ordinaria (circa 500 kg a persona per anno in Italia) ora abbiamo anche generato spazzatura nello spazio e cominciamo ad avere seri problemi di gestione anche lì.

Ovviamente non stiamo parlando di spazzatura cui siamo abituati sulla Terra e cioè in termini di divisioni in plastica, umido, vetro o residui metallici, ma parliamo di detriti abbandonati in orbita. Sono stadi di razzi utilizzati per il lancio di satelliti, frammenti di satelliti non più utilizzati, polveri e materiale vario che continua ad orbitare intorno alla Terra.

Alcuni si trovano in orbita bassa, chiamata LEO (Low Hearth Orbit cioè dai 160 Km che sono i limiti dell’atmosfera ai 2.000 Km delle fasce di Van Allen), e quindi molto vicini alla Terra. Alcuni di questi frammenti prima o poi riusciranno ad attraversare l’atmosfera terrestre e a ricadere verso la Terra autodistruggendosi nel contatto con l’atmosfera. Altri invece sono in orbite più elevate (dai 2.000 Km a oltre i 35.786 Km delle orbite geostazionarie) e quindi troppo lontani per rientrare sulla Terra e sono destinati a rimanere in orbita anche per secoli.

Ad oggi la americana US Space Surveillance Network (SSN), che è la più importante sorgente di informazioni sulla situazione spaziale, afferma che sono presenti circa 35.000 oggetti spaziali rivelabili con dimensioni maggiori di 10 cm e con una massa totale di circa 8.500 Tonnellate.

Per gli oggetti più piccoli e cioè di dimensioni comprese tra 1 cm e 10 cm bisogna aggiungere altri 875.000 oggetti con una massa di circa 100 Kg complessivi.

In sostanza possiamo dire che ci sono, nelle varie orbite terrestri, 910.000 oggetti di massa complessiva pari a 8.600 Tonnellate!

Se venissero considerati anche gli oggetti di dimensioni piccolissime e cioè maggiori o uguali a 1 mm l’ESA (European Space Agency) stima una presenza di 130 milioni di oggetti di massa complessiva pari a 8.610 Tonnellate.

Ovviamente tutti questi dati sono relativi a oggi ma le attività spaziali sono in pieno sviluppo, specialmente per quello che riguarda l’utilizzo di orbite basse che sono quelle che ospitano tutti quei satelliti che guardano alla Terra per telerilevamento spaziale utilizzando costellazioni di satelliti già programmati per il lancio nei prossimi anni.

Tutta questa situazione potrebbe provocare uno scenario nel quale il volume di detriti spaziali che si trovano in orbita diventa così elevato che le collisioni degli oggetti potrebbe diventare così frequente da creare una reazione a catena nella quale vengono generati altri detriti i quali a loro volta genererebbero altre collisioni e cosi via. Questo scenario è chiamato la sindrome di Kessler dal consulente NASA Donald J. Kessler che dal 1978 ci metteva in guardia su questi problemi.

Ma anche senza considerare la sindrome di Kessler potremmo considerare gli effetti che potrebbe avere la collisione di un frammento proveniente da un detrito di “spazzatura senza valore” su un costosissimo sistema spaziale operante e funzionante e presente sulla stessa orbita.

Per capire la natura del problema bisogna considerare che nelle orbite terrestri basse il tempo impiegato da un detrito per fare un giro completo intorno alla Terra è di circa 90 minuti e questo corrisponde ad avere una velocità di circa 27.400 Km/h. In queste condizioni anche un semplice bullone di acciaio di 1 cm quando impatta provoca un danno paragonabile a quello di una bomba a mano contenente circa 64 grammi di tritolo.

Un oggetto di 10 cm può causare l’interruzione catastrofica di missioni satellitari provocando cambiamenti sostanziali nelle orbite di appartenenza o esplosioni con le batterie o i propellenti contenuti.

Il punto importante è che i detriti inferiori ai 10 cm non sono rivelabili dai radar terrestri e quindi non sono intercettabili. Tutte le azioni di mitigazione del rischio di impatto tra un detrito e un sistema spaziale funzionante possono aver luogo solo per detriti “grandi”. Il rischio può essere tale, non solo per il funzionamento del satellite stesso, ma anche per gli eventuali astronauti che lo abitano.

Inoltre esiste anche un rischio derivante dai detriti che spontaneamente fanno rientro in atmosfera e che, per loro dimensione, possono costituire un pericolo per aerei civili o militari. I casi osservati sono tuttavia trascurabili ma potrebbero aumentare con il moltiplicarsi in futuro del numero dei detriti e delle loro dimensioni e masse.

Cosa si può fare? Gli interventi possono essere divisi in due categorie principali:

La prima consiste nel gestire al meglio la situazione presente cercando di eliminare in qualche modo i detriti esistenti.

La seconda consiste nel progettare un corretto modo di inviare sistemi spaziali nel futuro che prevedano un sistema di deorbiting cioè di perdita di quota rientrando in atmosfera e distruzione.

Certamente non è nuovo per l’uomo doversi confrontare con un errore commesso ai danni dell’ambiente. Forse può sembrarci strano ma nel contesto di “ambiente” è presente anche lo spazio nel quale la presenza antropica sarà sempre più intensa nel futuro.

Al pari di altri contesti nei quali non si riesce ad avere una pianificazione accettabile come ad esempio il cambiamento climatico, lo sfruttamento eccessivo dei combustibili fossili, il disboscamento selvaggio, l’uso di fertilizzanti chimici, la migrazione incontrollata delle popolazioni, l’abbandono delle campagne ecc; anche nel campo dei detriti spaziali ci dobbiamo confrontare con la nostra mancanza di pianificazione e di controllo.

Nicola Sparvieri

debris, detriti spaziali, satelliti, spazio

Franco Bartoli, un Nostro Amico che è andato “Oltre”

IN  RICORDO DI FRANCO BARTOLI  

In determinate “Comunità Identitarie” ove si è idealmente legati da affinità elettive, quando qualcuno dei suoi componenti ritorna alla Casa del Signore o – secondo la propria Fede – nell’Olimpo degli Dei, si usa dire che Costui ” E’ andato Oltre ! ”
Il XXI Marzo, Franco è andato Oltre.
Qui seguono i pensieri, le riflessioni, le sensazioni di alcuni di noi. Altri, se leggeranno queste brevi note e se vorranno, potranno aggiungere un loro ricordo. Questa pagina diverrà così un “Libro Aperto” dedicato a Franco Bartoli.

In apertura una foto di Franco Bartoli con Egidio Eleuteri, in un convegno di antiquari presso l’Hotel Ambasciatori a Roma, nella 2^ metà degli anni ’90.

Franco Bartoli, il 21 Marzo, Il Pozzo delle Cornacchie

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Consacrazione di Russia e Ucraina alla Madonna, Pedrizzi (UCID): “Storico gesto di Bergoglio, nel solco dei grandi Papi”

Comunicato stampa                  

Si è svolta venerdì 25 marzo, durante la Celebrazione della Penitenza, presieduta da Papa Francesco alle ore 17 nella Basilica di San Pietro, la storica cerimonia per la  consacrazione all’Immacolato Cuore di Maria della Russia e dell’Ucraina. Lo stesso atto, lo stesso giorno, è stato compiuto a Fatima da Sua Eminenza il Cardinale Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, come inviato del Santo Padre. 
“Con questa storica ed attesa da anni iniziativa Papa Bergoglio si inserisce nella tradizione dei grandi Pontefici Cattolici. Un gesto che non è solo simbolico, ma si spera anche con effetti pratici sulle coscienze dei protagonisti del conflitto, vista la tradizionale ispirazione cristiana e la vocazione mariana che pervade da sempre entrambi i popoli coinvolti, loro malgrado, nell’assurda guerra, ha commentato il Presidente dell’UCID Lazio e Presidente nazionale del Comitato Scientifico, Riccardo Pedrizzi, alla vigilia della dichiarazione solenne annunciata dal Pontefice.

LA MADONNA DI FATIMA, PAPA BERGOGLIO, RUSSIA, Ucraina

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UGO TOGNAZZI, MERCOLEDÌ 23 MARZO, EVENTO DEDICATO PER I 100 ANNI DALLA NASCITA

L’indimenticabile Ugo Tognazzi, mercoledì 23 marzo avrebbe spento 100 candeline e la Casa del Cinema di Roma e il CSC – Cineteca Nazionale ricorderanno il grande attore con un evento speciale a lui dedicato ricorrono, in attesa di rendergli il dovuto omaggio al Teatro all’aperto Ettore Scola con una rassegna estiva.

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