I miti della Creazione nel mondo greco

Nel mondo greco ci sono stati diversi miti sulla creazione dell’universo che si sono stratificati in quello che conosciamo oggi con il termine mito della creazione greco o ellenico. Cominceremo riferendoci al mito pelasgico, ovvero a ciò che si pensava al riguardo in fasi preistoriche o arcaiche nell’ambito della cultura greca, sull’origine del creato.

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Addio a Roberto Maroni, delfino di Umberto Bossi, membro indiscusso della Lega Nord

 

“Questa notte alle ore 4 il nostro caro Bobo ci ha lasciati. A chi gli chiedeva come stava, anche negli ultimi istanti, ha sempre risposto: “Bene”. Eri così Bobo, un inguaribile ottimista. Sei stato un grande marito, padre e amico. Chi è amato non conosce morte, perché l’amore è immortalità, o meglio, è sostanza divina. Ciao Bobo”. Con queste parole la famiglia ne dà il triste annuncio. 

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DA MERGELLINA A TRASTEVERE: IMMAGINARIO TRA NAPOLI E ROMA

DA MERGELLINA A TRASTEVERE : NAPOLI E ROMA PALAZZO DELL’UNAR

Serata piena di nostalgia per il tempo che fu, ho vissuto uno spettacolo di tradizione napoletana per giungere poi a Roma, la serata si propone di partire dalla Mergellina, un quartiere di Napoli, per arrivare a Roma in Trastevere da cui il nome della serata. La location è stato il palazzo dell’U.N.A.R., l’unione associazioni regionali di Roma e del Lazio.

" Gabriella Ferri " " Toto' ", "Anna Magnani" "Roma", "Napoli", "teatro" "avanspettacolo"

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MODELLISMO FERROVIARIO, LA MOSTRA E’ SOLO L’INIZIO

A COLLOQUIO CON VALENTINO LEONE PER GUARDARE OLTRE LA MOSTRA 

E’ molto di più di una semplice Mostra, è un’occasione di inclusività e aggregazione quella che andrà in scena a Roma, il 3 e 4 dicembre presso l’Orphea’s Village. Abbiamo incontrato Valentino Leone, uno degli organizzatori per cercare di capire le finalità di questo evento che vedrà principalmente l’esposizione di plastici e diorami ferroviari ma anche vetture d’epoca e la scuola di volo dei droni.

 

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Ufficiale Trump, correrà per le presidenziali 2024

Lo avevo presentato come «Big Announcement» e in effetti il «grande annuncio» sulla sua discesa in campo  in vista delle elezioni presidenziali è arrivato come da previsioni.
Perché ormai della sua nuova candidatura si sapeva da giorni, ma Donald Trump ha preferito che passassero le elezioni di metà mandato per renderla di dominio pubblico.

Biden

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Batteri, la causa del cambiamento climatico del Pianeta rosso

Mentre 3 miliardi di anni fa circa, sul nostro Pianeta la vita primitiva iniziava gradualmente a diffondersi dagli oceani diventando sempre più complessa, alcuni semplici microbi che si nutrivano di idrogeno espellendo metano avrebbero prosperato su Marte.

Questo è quello che sembrerebbe suggerire uno studio di modellazione climatica condotto con il supporto del suo team, dall’astrobiologo Boris Sauterey dell’Institut de Biologie de l’Ecole Normale Supérieure (IBENS) di Parigi e ricercatore alla Sorbona. Avvalendosi di complesse modellazioni computerizzate, hanno potuto ricostruire e simulare, basandosi sulle nostre conoscenze in merito di atmosfera e litosfera marziane, l’interazione tra i microbi che consumano idrogeno a quelli che esistevano sul nostro Pianeta anticamente. 

«Ci affidano a ripensare il modo in cui una biosfera e il suo pianeta interagiscono» ha dichiarato Sauterey, commentando che i risultati offrono una visione piuttosto sconfortante dell’universo, e la vita anche in forma microbica potrebbe essere la causa stessa della propria morte.

Il Pianeta Rosso 3 miliardi di anni fa, secondo lo studio era molto caldo e umido, le temperature oscillavano tra i +20 -10 gradi Celsius e a sua superficie presentava laghi, fiumi ed oceani. Oggi gli unici segni rimasto della presenza di acqua sono le calotte ghiacciate sia in superficie che in profondità. L’atmosfera invece non era simile a quella terrestre e idrogeno e anidride carbonica contribuivano al suo riscaldamento. 

La presenza di queste grandi quantità di gas era fondamentale perchè permetteva a Marte di mantenere una temperatura mite, essendo oltretutto più lontana dal Sole rispetto alla Terra. 

Quando i primi microbi fecero la loro comparsa sul Pianeta e iniziarono a nutrirsi di idrogeno, rilasciando metano, contribuirono al rallentamento dell’effetto serra rendendo il pianeta sempre più freddo e sempre meno ospitale. Esattamente il contrario di quanto avvenuto sulla Terra.

«Sull’antico Marte, l’idrogeno era un gas riscaldante molto potente a causa di qualcosa che chiamiamo effetto di assorbimento indotto dalla collisione in cui le molecole di anidride carbonica e idrogeno interagiscono tra loro. Non lo vediamo sulla Terra perché l’atmosfera del nostro pianeta non è ricca di anidride carbonica come quella di Marte. Quindi i microbi hanno essenzialmente sostituito un gas riscaldante più potente, l’idrogeno, con un gas riscaldante meno potente, il metano, che avrebbe avuto un effetto di raffreddamento netto»

Mano a mano che i microbi consumavano idrogeno il pianeta diventava sempre meno ospitale e freddo, le temperature scesero oltre i 60 gradi Celsius e l’acqua divenne ghiaccio spingendo le primordiali forme di vita a trovare riparo e calore all’interno del Pianeta, raggiungendo, secondo lo studio, 1 km di profondità.

Le ricerche condotte da Sauterey hanno portato all’identificazione di alcuni luoghi più in superficie in cui sarebbero sopravvissute delle tracce di vita: Hellas Pianitia e Isidis Planitia, due pue pianure basse situate rispettivamente nell’emisfero meridionale e a nord dell’equatore marziano, e il cratere Jezero, in cui attualmente il Perseverance colleziona campioni di roccia da analizzare al suo rientro sulla Terra. Essendo il clima di questi luoghi più caldo che sul resto del Pianeta, è più facile cercarvi le prove della presenza di forme di vita, come suggerisce lo stesso Sauterey.

Una ricerca simile fu condotta dal modulo Nasa Curiosity, che dal 2012 al 2016 analizzò il cratere di Gale, che poteva custodire tra le sue rocce i segni di antiche forme di vita.

Boris Sauterey ha dichiarato che «poiché l’atmosfera marziana è scomparsa in tempi recenti, questi microbi dovrebbero passare a un’altra fonte di energia. Possiamo immaginare che alcuni processi geologici su Marte oggi potrebbero fornire lo stesso tipo di substrato energetico, idrogeno e anidride carbonica, su cui questi microbi potrebbero vivere. Vorremmo scoprirlo e cercare di localizzare eventuali oasi di abitabilità nel crosta marziana. Gli ingredienti della vita sono ovunque nell’universo, quindi è possibile che la vita appaia regolarmente. Ma l’incapacità della vita di mantenere condizioni abitabili sulla superficie del pianeta la fa estinguere molto velocemente. Il nostro esperimento fa anche un passo avanti in quanto mostra che anche in un pianeta molto primitivo, la biosfera può avere un effetto completamente autodistruttivo». 

Il clima marziano è stato più volte oggetto di studio, sono state molte le ipotesi in merito al cambiamento climatico e alla presenza o meno di vita su di esso. Nel 2021 una ricerca pubblicata sulla rivista Science Advances incentrata sull’analisi dell’interazione delle riserve di acqua e il comportamento al variare delle stagioni e dei lunghi periodi, seguendo lo studio dell’acqua “semi-pesante”, dove un atomo di idrogeno è sostituito da un deuterio: un isotopo dell’idrogeno con un neutrone in più nel suo nucleo. Il tutto grazie all’ExoMars trace Gas Orbiter, il modulo che ha permesso di condurre per la prima volta analisi il 3d dell’atmosfera. 

 

Gianfranco Cannarozzo

Giappone, scattato j-alarm per missile balistico nordcoreano

Nella mezzanotte di martedì,ora italiana, un razzo vettore è stato lanciato dalla Corea del Nord, precisamente da Mupyong-ri verso i confini cinesi a un’altitudine massima di 1000 km sulla regione di Tohoku, viaggiando per 20 minuti prima di precipitare nel Mar Baltico.

Secondo alcuni esperti il missile potrebbe essere un irbm Hwasong-12, missile balistico di nuova costruzione a raggio intermedio, testato per la prima volta a Gennaio. Questo razzo è dotato di una gittata che può oscillare tra i 3.700 e i 6.000 km e rappresenta il primo mai realizzato da Pyongyang in gradi di coprire grandi distanze. 

Altri esperti ritengono poco probabile questa ipotesi, avendo il missile viaggiato per soli 20 minuti, troppo pochi per quella categoria di razzi, senza però escludere che il lancio possa aver riguardato anche un missile balistico intercontinentale con una interruzione anticipata del booster.

Più probabilmente si stratta di un Icbm, un missile intercontinentale in grado di trasportare ordigni nucleari, caratterizzato da una gittata molto elevata, circa 5.500 km e in gradi di raggiungere altezze sigificative addirittura una parte di volo suborbitale e parzialmente orbitale.                                                                                

I primi razzi di questa tipologia costituivano la base dei razzi vettori: il primo fu l’R-7 Semërka, costruito dai sovietici e il primo a portare in orbita il primo satellite articifilale mai realizzato, lo Sputnik1.

Il razzo non ha provocato danni alle navi vicine al luogo dell’impatto o alla popolazione, ma nonostante questo nelle prefetture di Aomori e Hokkaido sono risuonate le sirene del J-alert.

Questo è il sistema giapponese per mettere in guardia la popolazione del pericolo di minacce o per segnalare una emergenza. “Lancio di missili, lancio di missili. Si prega di trovare riparo” queste sono le parole scandite dalle sirene di allarme e le autorità, sfruttando l’invio di messaggi telefonici, ha invitato la popolazione a cercare un riparo all’interno di stazioni, metropolitane e a segnalare eventuali oggetti o rottami non identificati.

Probabilmente Kim Jong-un dopo le esercitazioni militari congiunte condotte da Usa, Giappone e Corea del Sud, vuole lanciare un messaggio, rendere operativo il proprio arsenale e svilupparne nuove abilità, cercando di fare quanta più pressione possibile a Washington affinchè accetti il suo Paese come “Stato nucleare” evitando così di essere soggetto alle sanzioni internazionali.

Kim infatti ha sempre ignorato gli appelli del presidente americano Biden in merito al disarmo chiudendo ad ogni possibilità di confronto. Inoltre nel corso dell’Assemblea Suprema del popolo, è stato approvato un nuovo documento che amplia il concetto di “Stato nucleare”. Ora infatti l’esercito nordcoreano può eseguire attacchi nucleari contro forze nemiche in maniera automatica nel caso di minaccia per il suo leader o per gli obiettivi strategici.

Un cambiamento che preoccupa dato che modifica la legge del 2013 che si riferiva ad attacchi secondari non ad attacchi preventivi, come citato nel nuovo testo.

Secondo alcune fonti di intelligence si parla di probabili test nucleari, forse il prossimo test potrebbe essere effettuato tra il Congresso del Partito Comunista Cinese a metà ottobre pppure a novembre con le elezioni di midterm Usa.

Il ministro degli Esteri giapponese, Yoshimasa Hayashi e il Segretario di Stato americano Antony Blinken hanno ritenuto il gesto “una minaccia seria e imminente per la sicurezza del Giappone e una chiara sfida per la comunità internazionale” come riportato in una nota da Tokyo. Parole condivise anche dal primo ministro giapponese Fumio Kushida. Durante la telfonata tra Blinken e Hayashi, i due Paesi hanno rinnovato l’impegno a rafforzare le capacità difensive del Giappone confermando le capacità di deterrenza e risposta dell’alleanza, promuovendo la collaborazione e cooperazione con la Corea del Sud.

Dalla Corea del Sud, il presidente Yoon Suk-yeol parla di “sconsiderate provocazioni nucleari”.

Ferme condanne anche dall’Europa; Charles Michel, presidente del consiglio europeo ha commentato l’episodio su Twitter dichiarando che “L’Unione europea condanna fermamente il tentativo deliberato della Corea del Nord di mettere a repentaglio la sicurezza nella Regione lanciando un missile balistico sul Giappone. É un’aggressione ingiustificata e una palese violazione del diritto internazionale. l’Ue, è solidale con Giappone e Corea del Sud”.

Gianfranco Cannarozzo

 

“I miei giorni alla libreria Morosaki”

 

160 pagine, comprensive di glossario per raccontare l’importanza della lettura e di come essa possa cambiare la vita. “I miei giorni alla libreria Morosaki” è un concentrato di emozioni altalenanti, dalla depressione alla gioia in poche righe. Quando si inizia questo libro non si riesce più a smettere di leggere. 

Romanzo d’esordio diventato un bestseller in Giappone, Corea, Vietnam e Taiwan. È in corso di traduzione in 16 Paesi. Ricco di riferimenti alla letteratura giapponese moderna, “I miei giorni alla libreria Morisaki” insegna a vivere in modo più autentico, senza paura del confronto e di lasciarsi andare. La protagonista del romanzo, Takako, non è mai stata una grande lettrice e quando gli viene offerta la possibilità di abitare e lavorare in una libreria è sorpresa e perplessa. Ma nonostante ciò accetta, un po’ per disperazione, un po’ per istinto.

Il romanzo è ambientato a Tokyo, affollata capitale del Giappone, in un particolare quartiere che è definito come il paradiso dei lettori. Jinbōchō deve la sua fama alle numerose librerie presenti all’interno della sua area. È considerato il più importante distretto di Tokyo sotto questo aspetto. Nei numerosi negozi di libri delle sue vie è possibile trovare libri usati a basso costo, rari o da collezione. La maggior parte di questi sono in lingua giapponese, ma alcune librerie sono fornite anche di opere in lingue straniera, soprattutto in inglese. A ottobre si tiene un festival del libro, durante il quale i vari negozi allestiscono delle bancarelle per le strade del quartiere. Jinbōchō è sede della Literature Preservation Society e del Tokyo Book Binding Club, oltre a essere a poca distanza da numerose università quali la Meiji, la Hōsei, la Nihon, la Senshū e la Juntendō.

Benché si trovi a pochi passi dalla metropolitana e dai grandi palazzi moderni, è un angolo tranquillo, un po’ fuori dal tempo, con file di vetrine stipate di volumi, nuovi e di seconda mano. Non tutti lo conoscono, i più vengono attratti dalle mille luci di Shibuya o dal lusso di Ginza.

Neppure Takako frequenta il quartiere, anche se è proprio a Jinbōchō che si trova la libreria Morisaki. Appartenente alla sua famiglia da tre generazioni è un negozio di appena otto tatami (tradizionale pavimentazione giapponese composta da pannelli rettangolari modulari, costruiti con un telaio di legno o altri materiali rivestito da paglia intrecciata e pressata) in un vecchio edificio di legno, con una stanza adibita a magazzino al piano superiore. La venticinquenne non esce praticamente mai di casa da quando l’uomo di cui era innamorata le ha annunciato che sposerà un’altra.

A gestire la libreria è lo zio Satoru, che ai libri e alla Morisaki ha dedicato la vita, soprattutto da quando la moglie lo ha lasciato. Entusiasta e un po’ squinternato, Satoru è l’opposto di Takako, Ed è proprio lui, l’eccentrico zio, a lanciarle un’imprevista ancora di salvezza proponendole di trasferirsi al piano di sopra della libreria in cambio di qualche ora di lavoro.

All’inizio la ragazza, presa da una forte depressione non fa che dormire, anche 24 ore al giorno, ma poi tutto cambia. Per ironia della sorte dopo una serata con lo zio non riesce a prendere sonno e pensa che un libro possa farle da sonnifero. Invece non riuscirà più a smettere di leggere e riga dopo riga, pagina dopo pagina, tutto inizia a cambiare. Pian piano si lascia sorprendere e conquistare dal piccolo mondo di Jinbōchō. Tra discussioni sempre più appassionate sulla letteratura moderna giapponese, un incontro in un caffè con uno sconosciuto ossessionato da un misterioso romanzo e rivelazioni sulla storia d’amore di Satoru, scoprirà un modo di comunicare e di relazionarsi che parte dai libri per arrivare al cuore. Un modo di vivere più intimo e autentico, senza paura del confronto e di lasciarsi andare.

Autore

Satoshi Yagisawa è nato a Chiba (Giappone) nel 1977. I miei giorni alla libreria Morisaki (Feltrinelli 2022) è il suo romanzo d’esordio, vincitore del premio letterario Chiyoda e bestseller internazionale.

Giorgia Iacuele

Giappone, I miei giorni alla libreria morosaki, libro

La fiaba di Cenerentola,archetipo di libertà interiore

Le fiabe hanno le loro radici storiche nei riti di iniziazione delle tribù primitive. Per questo vengono considerate la forma di conoscenza più antica dell’uomo, insieme ai miti e alle leggende. Sono state prese anche come strumento dalla psicanalisi che approfondendole vi ha ravvisato una rappresentazione esemplare del mondo interiore dell’uomo, sia di quello del bambino che di quello dell’adulto con le sue fragilità.

Ai bambini la fiaba propone un mondo animistico, senza spazio e senza tempo, dove gli oggetti prendono vita e gli animali vengono umanizzati, raffigurando in modo semplificato tutte le principali emozioni forti, come l’amore, l’odio, la rabbia, l’invidia, la paura, in un modo tale che il bambino riesce a padroneggiarli.

Infatti il mondo delle fiabe è assolutizzato come quello dei bambini dove non c’è chiaroscuro ma la contrapposizione del positivo e negativo è netta (bene-male, amore-odio, intelligenza-stupidità) e la vicenda si sviluppa per mutamenti radicali e verità assolute. La fiaba quindi ha una funzione fondamentale per la maturazione psichica del bambino poiché esteriorizza i suoi conflitti inconsci e gli dà forma simbolica.

Raccontando la realtà interiore, il bambino si identifica con un indefinito sentimento  simboleggiato da un determinato personaggio, lo mette in scena fino a trarre autonomamente le proprie conclusioni in un processo estremamente utile per la sua maturazione. Il sentimento diventa allora definibile, circoscritto e gestibile.

Ma come accennato sopra, la fiaba rappresenta esemplarmente anche la fragilità che un adulto porta con sé. La fiaba di Cenerentola sotto questo punto di vista è affascinante: ha origini nell’antico Egitto, nella storia di Rodopi, ambientata intorno al 570 a.C. In questo senso Cenerentola può definirsi un archetipo, un simbolo che va al di là delle culture, una possibilità dell’inconscio.

Si tratta della storia di una bellissima ragazza di nobili origini che alla morte del padre viene vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, invidiose di lei. La sua vita cambia quando in città giunge la notizia che a corte si terrà un ballo durante il quale il principe sceglierà la sua promessa sposa. La matrigna e le sorellastre impediscono alla fanciulla di partecipare e lei al massimo della disperazione farà l’incontro con la fata madrina che le cambierà la vita. Grazie a un incantesimo prenderà parte al ballo dove il principe si innamorerà di lei.

Nella fuga prima che l’incantesimo finisca lei perde la scarpina, unica possibilità che il principe avrà per ritrovarla. Chi la calzerà perfettamente sarà la misteriosa fanciulla con cui il principe aveva ballato tutta la sera e che sposerà. Tutte le ragazze del regno la provano invano finché anche Cenerentola chiederà di poterla indossare dimostrando così a tutti la sua vera identità.

 

 

Quella di Cenerentola è senza dubbio una storia di liberazione, ma da se stessi. Oppressa e vessata, si prepara con le sue sole forze a partecipare a quella che potrebbe essere l’occasione della sua vita, ma viene esclusa, rinchiusa in casa.

Disperata e sola riceve la visita di un essere misterioso, spirituale, che le insegna qualcosa per cui si sottrae alla prigionia e va al ballo dove il principe si innamora di lei. Nell’incontro con lo spirito, la fata madrina, succede qualcosa dentro di lei. Questa le mostra come liberarsi per sempre dalla sottomissione in cui lei stessa si è imprigionata per paura di sé e della sua bellezza.

Lei già possiede tutto quello che le occorre per andare incontro all’occasione della sua vita. Solo che non lo vede. Lei ha già tutto, deve solo cambiare il modo in cui lo ha. In fondo quello che lo spirito le dice è che tutto dipende da come lei si vede e da come vede le cose. L’incontro con la realtà spirituale può avvenire attraverso una persona, un libro, un annuncio, che ci “raccontano” la bellezza che possediamo e della quale il più delle volte non abbiamo coscienza. Se cambiamo il modo di raccontarci a noi stessi, cambierà tutto intorno a noi.

La nostra vita è così com’è perché noi vogliamo che sia così; se cominciassimo a raccontarcela in un altro modo, cambierebbe.

Viene da dire che tutti i personaggi della fiaba abitino la nostra testa. La matrigna siamo noi, quando decidiamo che altri possono, e noi no, perché ci sentiamo inadeguati. Se ci sentiamo Cenerentola, se non usciamo, se non andiamo incontro alle occasioni della vita è perché ce lo impedisce la matrigna che è in noi. Noi le permettiamo di ostacolarci e lo facciamo perché non vediamo la nostra potenza. Se ci raccontassimo diversamente a noi stessi, faremmo cose straordinarie.

Ognuno di noi ha la sua Cenerentola. Teniamo chiusa in casa, nascosta, la nostra parte affascinante, e diamo potere su di noi alla matrigna, all’autorità suprema che dentro di noi ci dice ciò che è bene e ciò che è male. E questo perché noi decidiamo di darle potere.

Le due sorellastre cattive e in conflitto sono ciò che facciamo vedere agli altri. Sono due perché mostriamo solo un aspetto di noi, la parte che recitiamo in conflitto con noi stessi. Matrigna e sorellastre in fondo sono un’unica realtà: la prima ci convince che non tirare fuori la nostra parte affascinante sia la scelta più ragionevole; la seconda sono la parte peggiore di noi, l’unica che nella nostra pavidità anche se conflittualmente, riusciamo a mostrare.

E una volta liberati la cosa più importante è la mezzanotte. Il potere di andar via, di mantenere la propria libertà interiore, per non passare dalla sottomissione della matrigna a quella del principe e a tutto ciò che rappresenta. Per rimanere liberi di scegliere.

 

Veronica Tulli

Cenerentola, coscienza di sé, fiabe, libertà interiore

L’arte “diversa”: tra ‘400 e ‘600, i tormentati artisti di Mario Dal Bello

L’arte è senz’altro –per usare la storica definizione di Benedetto Croce– “espressione sentimentale immediata”. Ma come nascono l’ispirazione e il processo artistico? Quali facoltà umane mettono in moto? Con quali criteri e meccanismi? Primo ad avviare studi specifici in questo campo fu il padre stesso della psicanalisiSigmund Freud, il quale capì che la supposta separazione (e, per alcuni, addirittura antitesi) tra conscio e inconscio, normale e patologico, umano e divino, in realtà è inesistente.

Arte, artisti, Mario Dal Bello

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La pietra filosofale e Sir Isaac Newton

Isaac Newton è stato uno dei più grandi scienziati di tutti i tempi. Nel 1687 pubblicò i “Philosophiae Naturalis Principia Mathematica”, in cui descrisse la legge di gravitazione universale che rimase intatta fino alla relatività generale di Einstein. Condivise con Leibniz la paternità dello sviluppo dell’analisi matematica. Fondò tutta la meccanica stabilendo la legge del moto che porta il suo nome. Fece vedere che tutti i corpi materiali si attraggono con la medesima legge sia sulla Terra che nelle orbite celesti. Dopo di lui fu finalmente chiaro che la mela che si stacca da un albero cade sulla terra esattamente come la luna in orbita. Ma forse non tutti sanno che alla morte di Newton, avvenuta nel 1726, tra tutti gli scritti scientifici sui quali lavorava, fu trovata una grande cassa di documenti, scritti di suo pugno, riguardanti la magia e l’interpretazione delle profezie bibliche. Ben presto ci si rese conto che Newton stesso considerava i suoi esperimenti alchemici come più importanti rispetto alla fisica e alla matematica. Appare certo che egli cercasse la pietra filosofale con ossessività per possedere l’immortalità e la ricchezza.

In quell’epoca si pensava che la pietra filosofale fosse costituita dalla quintessenza cioè dall’etere che dava ricchezza, immortalità e conoscenza del futuro e del passato. Questo “triplo potere” della pietra filosofale aveva radici profonde anche nella storia delle religioni essendo legata alla ricerca dell’immortalità, comune a tutte le spiritualità. Questa ricerca non era affatto roba da ciarlatani come potrebbe sembrarci oggi. Anche Tommaso D’Aquino scrisse un trattato su alchimia e pietra filosofale (Tommaso d’Aquino, “L’Alchimia, ovvero Trattato della Pietra Filosofale”, a cura di Paolo Cortesi, Newton, 1996). Newton era esperto delle profezie descritte nel libro dell’Apocalisse e nel libro di Daniele divenendo uno dei più importanti teologi del suo tempo. Inoltre, studiò tutte le documentazioni riguardanti la magia a cominciare dalle civiltà preelleniche, dai Sumeri agli Egiziani, fino ad avere una visione di insieme di tutto quello che era stato scritto prima di lui. Tutto questo avvenne nel più totale segreto e non si seppe mai, se non dopo la sua morte, che seguiva l’arianesimo e che fosse un cultore della magia. Dopo la sua morte, la reazione della comunità scientifica è stata istintivamente quella di un rifiuto, come quella di un sistema immunitario che respinge un corpo estraneo. Questo “lato oscuro” di Newton lascia sbigottiti da un lato ma dall’altro interrogano e affascinano le considerazioni che possono essere tratte sulla simultanea presenza di aspetti così diversi nella mente di un genio come lui. Per l’epoca non esisteva la distinzione netta che noi abbiamo attualmente tra scientifico e non scientifico. Ovvero non era ancora ben formata l’idea che era scienza solo quello che poteva essere indagato col metodo sperimentale di Galileo. Newton nacque nell’anno della sua morte e la scienza era ancora troppo giovane. L’alchimia era una vera e propria disciplina trasversale a tutte le scienze e, in embrione, la mescolanza dei reagenti per ottenere prodotti, erano i primi passi della chimica moderna. In sostanza per l’uomo colto dei tempi di Newton non tutto quello che ricadeva nell’irrazionale e nell’occulto era meritevole di biasimo e di rifiuto. Questa confusione culturale tra scienza e magia era sicuramente presente ai tempi di Newton. Egli, con la sua enorme capacità analitica, ha evidentemente prediletto un approccio razionalistico anche nel campo della fede e della magia. Il fascino che su di lui esercitavano questi due ambiti hanno alla fine consentito che si buttasse a corpo morto in questi studi realizzando un esito molto meno importante di quello che ottenne dallo studio della fisica e della matematica. Probabilmente una sorta di delirio di onnipotenza tipico dei geni ha contribuito a voler intraprendere una attività così dispendiosa in termini di energie mentali. Forse ci verrebbe di dire che noi non saremmo mai caduti nella trappola dell’irrazionale come ha fatto Newton. Ma le cose stanno proprio così? Newton si è sicuramente consumato in buona fede per cercare di comprendere tutto quello che a lui sembrava incomprensibile. Tutto questo lo ha fatto a vantaggio dell’uomo per potergli donare tanto la meccanica celeste quanto la ricchezza e l’immortalità della pietra filosofale. La prima ha raggiunto lo scopo e ci è servita enormemente sia nel comprendere il Mondo che nelle applicazioni. La seconda non ha raggiunto lo scopo ma ci ha sicuramente aiutato a capire che la magia non è scienza e la scienza non è magia.

 Nicola Sparvieri

magia, Newton, pietra filosofale

Elezioni 2022, Luigi Di Maio e Bruno Tabacci presentano Impegno Civico

Da giorni i partiti si stanno muovendo in cerca di alleanze per le elezioni di settembre, il cui esito sarà dettato secondo la legge Rosatellum.                                                               

In questo scenario Luigi Di Maio guarda al futuro con una alleanza con Bruno Tabacci, ex esponente della Democrazia Cristiana (DC) e fondatore di Centro democratico. Alleanza particolare dato che fino a qualche tempo fa nessuno l’avrebbe creduta possibile. 

la nuova alleanza che correrà alle elezioni insieme al Pd, ha attirato alcuni ex pentastellati, presenti alla conferenza di presentazione di Impegno Civico tenutasi nella giornata di Lunedì 1 agosto,  come Vincenzo Spadafora, Laura Castelli, Emilio Carelli e la giovane attivista e biologa Federica Gasbarro, che ha evidenziato che il nuovo partito ha tra gli obiettivi anche quello di puntare al Green e guardare con attenzione alle nuove fonti di energia.      

«Impegno Civico è un partito riformatore che guarda ai giovani, al sociale, alla digitalizzazione, alla transizione, all’ambiente. Non parliamo agli estremisti, a chi vuole sfasciare tutto, a chi fonda la propria politica sui no. Saremo moderati e sarà un vantaggio».                                                                                                                                                                                    Inizia così la conferenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, probabilmente riferendosi agli oppositori.                                                                                                                   «Il percorso» ha continuato Di Maio, «è nato quando qualcuno ha scommesso contro l’Italia. Berlusconi, Salvini e Conte hanno fatto cadere il Governo per il proprio tornaconto. Il Governo Draghi è stato fatto cadere da persone che hanno messo al centro Putin e contro di loro serve unità. Quando ci sono priorità, si risponde con unità, non con divisione».        

Tabacci ha dichiarato nel suo intervento che «questa operazione che facciamo oggi non è casuale, Luigi è più giovane dei miei figli, è un passaggio generazionale, un investimento sul futuro.                                                                                                                                                    Il 25 settembre è un passaggio epocale, dobbiamo essere dalla parte giusta e lo vogliamo fare nell’interesse del Paese».

Alla fine il leader di Centro Democratico Tabacci, ricorda che senza di lui Calenda non potrebbe presentarsi alle elezioni, poiché è stato proprio il Cd a creare il logo di + Europa.

Al momento sul programma del partito si sa poco, l’unico dato certo è l’intenzione di continuare ciò che il Governo Draghi ha dovuto interrompere e c’è una proposta di Luigi Di Maio per cui tutti i leader politici dovrebbero sottoscrivere una lettera alla Commissione europea per sostenere il Governo Draghi in carica, per poter ottenere il tetto al prezzo del gas.                                                                                                                              

Il logo si presenta metà verde e metà arancione con il nome del partito e del suo leader Di Maio. è presente anche una piccola ape stilizzata, simbolo, dice Di Maio «Della battaglia ambientalista che intendiamo portare avanti».

 

Gianfranco Cannarozzo

 

” L’arte di essere fragili” e il segreto della felicità: accettare le proprie fragilità per dare pieno compimento a se stessi

La debolezza e la fragilità sono due attitudini nella vita di una persona che vengono difficilmente accettati, ed è così da sempre. “L’arte di essere fragili” è un romanzo in cui lo scrittore Alessandro D’Avenia intrattiene una corrispondenza ideale con il poeta Giacomo Leopardi proprio perché gli interrogativi che lui si poneva sono i medesimi di quelli che si pongono anche gli uomini oggi. 

Nella realizzazione di questa corrispondenza ideale l’autore divide i momenti cruciali dell’esistenza dell’uomo in quattro tappe, una successiva all’altra, da vivere ciascuna nel proprio tempo specifico; il tentativo di recuperarne una nella successiva, comporta squilibrio. 

Le quattro tappe sono: l’adolescenza, la maturità, la riparazione e la morte.

L’adolescenza è la tappa più delicata in cui si apprende l’arte di sperare. Si tratta di quella ove l’informe cerca la forma nelle illusioni, nei desideri, nell’amore e nelle passioni.

Con la maturità si apprende l’arte di morire, nella quale con disincanto si contempla la morte apparente di sogni e progetti e ci si accetta per quel che si è.

Quindi ci si ripara, ed è questa la terza tappa in cui si apprende l’arte di essere fragili, ossia quella capacità di sostare riflettendo sul destino. 

Infine si apprende l’arte di rinascere nell’ultima tappa, quando ciascuno di noi assume consapevolezza di ciò che è valso la pena vivere.

Come a dire che siamo costretti a scontrarci con la realtà, facendo i conti con le nostre debolezze, ma che la chiave di tutto sta nel provare a ripararle.

Leopardi ha dimostrato che la bellezza della fragilità sta proprio nel bramare ciò che ancora non si è, lottando per compiersi. È la ricerca della ragione di noi a renderci felici se ci amiamo per quello che siamo con le nostre vulnerabilità.

Ma come può Leopardi salvarci la vita?

Lo può fare innanzitutto perché aveva capito cosa sono la bellezza e la verità dell’esistenza. La vita gli aveva tolto tutto per questo ha dovuto cercare la felicità altrove: nell’essenziale. Lo può fare trasmettendo quel che aveva capito ossia che la luce è nelle cose di tutti i giorniqualunque sia la dotazione che la vita ci ha dato.

Leopardi è stato un cercatore di infinito che ha guardato la Terra riconoscendone tutta la crudeltà. Si è scagliato contro la natura ma con uno sguardo sulla realtà che è andato fino in fondo alle cose e ne ha vista una, sì crudele, ma lesa a sua volta da una qualche ferita di cui non si conosce l’origine. E si può affermare che la realtà è ferita dal male che tocca ognuno, tutti i giorni, sotto forma di dolore, di perdita, di fallimenti, di morte. Leopardi la guardò, le diede la colpa, ma la sua risposta fu un invito agli uomini a legarsi tra loro e a sanare così le loro ferite. Di fronte al sentire il continuo cadere della realtà e degli uomini, crea l’immagine grandiosa della ginestra che è quell’infinito fragilissimo ma bellissimo perché fiorisce in mezzo al deserto.

“L’arte di essere fragile” non è l’idea di autocommiserarsi, ma è piuttosto l’arte di essere frangibile, di spezzarsi, di essere fatto per gli altri perché quando veniamo spezzati, anche se non riusciamo a vederlo, stiamo ricevendo qualcosa.

Leopardi ha trovato la ragione della sua vita, la luce dentro di sé, nella poesia. Attraverso cui esprimere la pienezza delle piccole cose che lo circondavano e che lui amava. Ha trovato la felicità posando lo sguardo sulla primavera, come se quello sguardo contemplativo lo rendesse momentaneamente consapevole di essere al centro di un’attenzione unica. Il suo vero atto eroico è stato il non rinunciare alla poesia anche quando sembrava che la vita non mantenesse le sue promesse. Anzi attraverso di essa ha voluto dire a ciascun uomo di non rassegnarsi all’idea che la realtà non abbia qualche cosa da dirci, perché siamo al centro di un qualcosa di originario e bello destinato proprio a noi. 

La felicità è una luce che viene dall’interno. Quantunque noi la cerchiamo fuori, la possediamo già, si tratta piuttosto di far fiorire qualcosa che è già dentro di noi. Ciascuno di noi possiede, con quello che ha ricevuto, una missione di felicità.

Il poeta confida al giovane di oggi che la felicità, il senso della vita e la sua salvezza altro non sono che il compimento e questo è un processo che conosce lotte, arresti, ma anche nuove partenze.

Il segreto della felicità sta nel riparare la propria vita, conquistando la fedeltà a se stessi anche accettando le proprie fragilità.

Solo due parole sull’autore. Alessandro D’Avenia è scrittore, insegnante e sceneggiatore, particolarmente impegnato a favore dei ragazzi. Sul loro mondo ha scritto sei romanzi, alcuni dei quali poi anche sceneggiati per il cinema e il teatro. La sua sfida come insegnante è che dopo 13 anni di scuola si esca riconoscendo quali sono i propri limiti e i propri talenti e col desiderio di costruire la propria vita in modo coerente con quello che si è e che si vuol diventare. Perché la scuola possa essere un laboratorio di idee dove “ognuno è alunno e maestro allo stesso tempo”.

 

Veronica Tulli

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Fa ancora discutere il riscaldamento globale tra incendi e caldo record

La questione del riscaldamento globale provocato dall’uomo fa ancora discutere in specie con gli incendi e il caldo afoso che registriamo in questo periodo dell’anno. Siamo già in presenza delle conseguenze dell’eccesso dei gas serra emessi dall’uomo in atmosfera o si tratta solo di un ciclico avvicendarsi nei secoli di decenni più caldi? La risposta è che pochi sosterrebbero una normalità ciclica negli anni per queste temperature così alte. Siamo tutti molto impressionati dal caldo eccessivo e dagli incendi che esso provoca.

Eppure nella comunità scientifica i dettagli sull’argomento sono ancora dibattuti. Come in ogni altra questione scientifica nei congressi e negli articoli specialistici ci sono posizioni diverse. Tuttavia le discussioni sono basate su dati sperimentali o modelli matematici. Questi sono, ovviamente, interpretabili ma hanno un valore intersoggettivo. Con ciò si intende che qualsiasi esperimento, ripetuto nelle stesse condizioni sperimentali deve produrre gli stessi risultati. Questi non possono dipendere da chi li fa o dal luogo nel quale vengono fatti. Ovviamente ciò non esclude che anche gli scienziati possano essere influenzati dal loro credo ideologico o politico. Ma con dati misurati alla mano non ci possono essere dubbi sulle conclusioni. L’ IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) è un organismo creato dall’Onu specificatamente per studiare e informare sul riscaldamento globale. Lo “Special Report: Global Warming of 1.5 °C” in  conclusione cui si arriva è che esiste una correlazione tra l’aumento della presenza di CO2 dovuta ad attività antropiche e l’aumento del riscaldamento del Pianeta. Sono state riportate nella stampa anche opinioni contrarie alla causa antropica del riscaldamento globale. I professori Zichichi (Fisica superiore dell’Università di Bologna) e Rubbia (Premio Nobel per la Fisica 1984 e senatore a vita) hanno sostenuto che:

“L’inquinamento esiste, è dannoso, e chiama in causa l’operato dell’uomo. Ma attribuire alla responsabilità umana il surriscaldamento globale è un’enormità senza alcun fondamento: puro inquinamento culturale. L’azione dell’uomo incide sul clima per non più del 10%. Al 90% il cambiamento climatico è governato da fenomeni naturali dei quali, ad oggi, gli scienziati non conoscono e non possono conoscere le possibili evoluzioni future”. Zichichi, intervista a Il Giornale 2012.

“Io guardo i fatti. Il fatto è che la temperatura media della Terra, negli ultimi 15 anni, non è aumentata ma diminuita”. Rubbia, resoconto stenografico di un’audizione in Senato, 2014.

Naturalmente esistono moltissimi altri scienziati “scettici” anche a livello internazionale. Tuttavia, bisogna ricordare che, per quanto rispettabili possano essere, rimangono pur sempre una minoranza. Dobbiamo ricordare che il protocollo di Kyoto regolamenta dal 1997 le emissioni dei gas serra ritenuti più dannosi, in particolare CO2, N2O, CH4, esafluoruro di zolfo (SF6), idrofluorocarburi (HFCs) e perfluorocarburi. Questo significa che, qualunque sia il dibattito in corso, bisogna in ogni caso limitare le nostre emissioni di tutti i gas serra. Inoltre bisogna interrogarsi sull’uso di fonti alternative ai combustibili fossili se vogliamo continuare a produrre secondo il nostro modello di sviluppo. Il motivo che determina l’emissione di gas serra da parte umana è, fuori di ogni dubbio, la produzione industriale richiesta dalla domanda di consumi.

L’emissione di gas serra deriva principalmente dalla produzione energetica, dai trasporti, dall’industria manifatturiera e dalle attività commerciali. Per realizzare tali attività vengono bruciati combustibili fossili in ogni parte del Pianeta e, di conseguenza, rilasciati in atmosfera i gas serra. Un modello di sviluppo basato unicamente sui consumi senza limiti, non ha criteri di sostenibilità. Se non si arriva a una pianificazione basata sui reali bisogni del consumatore si rischia di generare un circolo vizioso di domanda e offerta che produce sprechi ed emissione ingiustificata di gas serra.

Il modello di sviluppo basato sulla produzione non programmata può produrre beni non consumati che diventano rifiuti e immondizia. Da studi di settore scopriamo che in occidente il 40% del cibo che compriamo non viene consumato ma buttato nell’immondizia. Il 17% della frutta prodotta non viene neanche presentata al supermercato perché “brutta” e considerata invendibile. Il 20% del costo di un qualsiasi prodotto che compriamo è il “packaging” cioè l’involucro con cui è incartato. Esso è frutto di costose ricerche di marketing, e viene immediatamente buttato appena comprato il prodotto! La lista può essere lunga quanto si vuole. Tutti questi prodotti buttati prima di essere consumati hanno generato emissione di gas serra che poteva essere evitata.

Passare da una fase di studio del problema e arrivare a una fase di riduzione delle emissioni di gas serra. Questo è quello che comunque bisogna inserire in tutti gli obiettivi di sostenibilità per qualunque futuro Governo. Per tornare al dibattito sul negazionismo climatico presente anche nella comunità scientifica, si fa riferimento a una battuta attribuita al prof. Fornasa in rete.

A uno studente che gli chiedeva se era il caso di cambiare modo di vivere e di produrre, anche in assenza di evidenza scientifica, il prof rispose: «Ha ragione! Immagini se in futuro, dopo aver introdotto tutte le innovazioni necessarie, quei dati si rivelassero falsi. A quel punto dovremo fare i conti con il fatto di aver creato una società migliore senza motivo!».

Nicola Sparvieri

gas serra, riscaldamento globale

I nanosatelliti aiutano i paesi emergenti ad accedere ai programmi spaziali

Un nanosatellite e la sua standardizzazione, chiamata CubeSat che prende il nome dalla sua forma a cubo, ha nella sua unità base dimensioni di 10x10x10 cm e una massa di circa 1,3 Kg (come mostrato in figura). Da questa unità base si possono costruire in maniera modulare dei nanosatelliti più grandi da progettare a seconda del tipo di missione che si vuole realizzare. Questa modularità consente di conservare degli standard realizzativi soprattutto per quanto riguarda l’elettronica di bordo. In tal modo, dalla unità di base 1U, si possono avere satelliti più grandi con i vari multipli di U.

L’impressionante aumento di nanosatelliti lanciati è ben rappresentato dal grafico seguente.Si noti che negli ultimi cinque anni la crescita è più che triplicata. In questo senso si può affermare che i nanosatelliti definiscono una nuova era spaziale caratterizzata da un generalizzato accesso allo spazio a causa dei bassi costi e tempi di produzione. Di questa nuova era si parla come di “space democracy”, cioè anche Paesi in via di sviluppo possono accedere allo spazio e a propri programmi spaziali nazionali.

In Africa, ad esempio, c’è un grande fermento di attività nel promuovere e realizzare piccoli satelliti da porre in orbita sviluppati e controllati sul territorio nazionale. L’utilizzo di razzi vettori non è ancora un servizio a basso costo ma è anche vero che il costo di un biglietto per trasportare un nanostellite in orbita è comunque proporzionato al suo peso. Quindi, essendo questi molto leggeri, il costo è comunque contenuto. Questa grande affluenza di nuovi utenti fa parlare di una nuova “space economy”. Basta pensare che l’intera industria spaziale nel 2018 fatturava 340 miliardi di dollari e che si prevede che si possa passare a 642 miliardi nel 2030. I nanosatelliti in particolare potrebbero far subire una grande accelerazione ad applicazioni come l’internet delle cose o IoT (Internet of Things) e cioè applicazioni quali la casa intelligente, la città intelligente ecc. Naturalmente, oltre alle telecomunicazioni appena considerate, tra gli impieghi dei nuovi nanosatelliti c’è il controllo del territorio e delle infrastrutture come ponti, viadotti, dighe, edifici gasdotti e quant’altro. Da considerare, poi, il monitoraggio delle foreste e delle coltivazioni, degli incendi boschivi, il controllo delle acque e di tutti gli eventi catastrofici quali terremoti, frane, esondazioni, tsunami. Queste applicazioni, che vengono chiamate “osservazioni della terra”, ovviamente hanno bisogno di “occhi” in grado di osservare. Cioè di telescopi ottici ad alta definizione e camere termiche infrarosse che possano “vedere” corpi caldi (come gli incendi) anche attraverso le nuvole che invece schermano le osservazioni ottiche nella banda del visibile. Ebbene tutte queste applicazioni sono ora possibili anche utilizzando nanosatelliti. Va comunque sottolineato che queste applicazioni sono possibili solo se si ha un ragionevole “tempo di rivisita”. Cioè il tempo tra un passaggio del satellite sulla verticale del punto interessato e il passaggio successivo. Va da sé che se tale tempo è dell’ordine di 12 ore non ha molto senso monitorare ad esempio un incendio (dato che in 12 ore l’effetto potrebbe essere devastante). Mentre se il tempo fosse di mezz’ora o meno, il controllo sarebbe soddisfacente. Ma per avere dei piccoli tempi di rivisita è necessario che il satellite non sia uno soltanto ma che si possa disporre di una costellazione di satelliti, per esempio 40 o più. La costellazione avrebbe ogni satellite comunicante con gli altri e appartenente a un’orbita calcolata in modo che si possa ricoprire l’area terrestre interessata con un tempo di rivisita stabilito.Tutti questi discorsi che sono sicuramente interessanti e affascinanti hanno però qualche controindicazione che è bene non trascurare. Bisogna infatti considerare che dall’inizio dell’era spaziale, cioè dal secondo dopoguerra, la cosiddetta orbita LEO (Low Earth Orbit) cioè quella più vicina alla terra e che ospita tutte le applicazioni citate, comincia a essere piena zeppa di materiali che non sono più satelliti funzionanti. Si tratta di residuati di satelliti giunti a fine vita. Ma anche di stadi di razzi utilizzati per il lancio di satelliti, frammenti di satelliti non più utilizzati, polveri e materiale vario che continua a orbitare intorno alla Terra. Tutto questo materiale lo possiamo definire “spazzatura spaziale” costituita da circa 35.000 oggetti spaziali rilevabili con dimensioni maggiori di 10 cm e con una massa totale di circa 8.500 tonnellate. Concludendo si noti che, nelle straordinarie possibilità che offrono le costellazioni di nanosatelliti, non bisogna trascurare che anche lo spazio fa parte del contesto di “ambiente” per l’uomo. Di conseguenza si deve tutelare e conservarne la fruibilità di quanti verranno dopo di noi. È necessario, quindi, progettare anche un sistema di abbandono dell’orbita a fine vita. Ciò, per favorire un rientro in atmosfera e una completa distruzione anche se questo può aumentare un po’ i costi di produzione.

Nicola Sparvieri

costellazioni, cubesat, nanosatelliti

“Due Ruote” per viaggiare in estate,
percorrendo i migliori itinerari

ESTATE  A  “DUE RUOTE 

______________ a cura di FRANCESCO VALENTE*

Cosa portare in un viaggio in moto e come scegliere i migliori itinerari

In estate sono tantissimi gli italiani che non vedono l’ora di regalarsi una vacanza e ci sono diversi modi per godersela. Uno dei più efficaci è viaggiare in moto, in quanto le due ruote assicurano la possibilità di una vacanza in piena indipendenza, accarezzati dal vento, e dalla sensazione di vivere un’autentica avventura.
Oggi scopriremo insieme cosa portare in viaggio e quali sono i migliori itinerari da scoprire.

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Terremoti come castigo divino. Esiste un confine tra i devoti e i ciarlatani?

Circa cinque anni fa Radio Maria suscitò molta polemica definendo “castigo di Dio” il terremoto dell’Italia centrale da poco avvenuto che interessava principalmente Norcia, Preci e Castelsantangelo sul Nera e i comuni di Amatrice e Arquata del Tronto, provocando complessivamente circa 300 vittime.

Il 30 ottobre 2016, il giorno dopo la più̀ devastante delle scosse di quel periodo, il domenicano Padre Giovanni Cavalcoli, docente emerito di Teologia Dogmatica nella Facoltà̀ Teologica dell’Emilia-Romagna, conducendo una trasmissione su Radio Maria disse: “Questi disastri sono conseguenza del peccato originale, si possono considerare come un castigo divino. Si ha l’impressione che le offese che si recano alla legge divina, pensate alla dignità̀ della famiglia, del matrimonio, alla stessa dignità̀ dell’unione sessuale, siano proprio…chiamiamolo… castigo divino, ma inteso come un richiamo per ritrovare i principi della legge naturale”.

Egli metteva quindi in relazione l’approvazione della Legge Cirinnà sulle unioni civili e convivenze ex legem, in vigore dal 5 giugno dello stesso anno (che prevedevano anche le unioni di fatto tra omosessuali) con il terremoto. L’interpretazione teologica era quella di un “castigo” o un “richiamo” di Dio a ritrovare i principi della legge naturale.

Successivamente il Vaticano intervenne per bocca di monsignor Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato con la seguente nota: “Sono affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede, datate al periodo precristiano e non rispondono alla teologia della Chiesa perché́ contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo che ci ha rivelato il volto di Dio amore non di un Dio capriccioso e vendicativo. Questa è una visione pagana, non cristiana. Chi evoca il castigo divino ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna che dai credenti è vista come la madre misericordiosa che si china sui figli piangenti e terge le loro lacrime soprattutto in momenti terribili come quelli del terremoto. Radio Maria deve correggere i toni del suo linguaggio e conformarsi di più̀ al vangelo e al messaggio della misericordia e della solidarietà̀ propugnato con passione da Papa Francesco specie nell’anno giubilare. Non possiamo non chiedere perdono ai nostri fratelli colpiti dalla tragedia del terremoto per essere stati additati come vittime dell’ira di Dio. Sappiano invece che hanno la simpatia, la solidarietà̀ e il sostegno del Papa, della Chiesa, e di chi ha un briciolo di cuore“.

Radio Maria ha successivamente precisato che le espressioni riportate sono di un conduttore esterno e non rispecchiano il pensiero dell’emittente al riguardo e ha sospeso con effetto immediato le trasmissioni del Padre domenicano. A sua volta, padre Giovanni Cavalcoli, invece, non si è scusato per le frasi sul terremoto da lui dette a Radio Maria il 30 ottobre ed ha invece affermato: “Confermo tutto, i terremoti sono provocati dai peccati dell’uomo come le unioni civili. In Vaticano si ripassino il catechismo“.

L’episodio che ho riportato è solo un pretesto per poter introdurre il concetto di autonomia della materia e del creato rispetto al creatore. In definitiva il problema è perché esiste il male se Dio è buono? Questo problema chiamato teodicea è il sasso di inciampo di generazioni di persone che quasi sempre restano con la domanda senza una risposta che li soddisfi veramente.

Il punto è: secondo la teologia cristiana quale ruolo Dio ha nella dinamica del mondo e delle nostre scelte? Le risposte a questa domanda possono portare, da una parte, a una visione neopagana e devozionale (“raccomandarsi” a Dio facendo sacrifici) o neopanteista (in cui Dio è in tutte le cose che ci circondano). Oppure considerare che la natura e la materia hanno autonomia propria e seguono le leggi della fisica e Dio non ha nulla a che vedere con questo e la definizione di male è solamente strumentale alla sofferenza ma non ha valore assoluto.

In fondo alla questione è il concetto di libertà. Non si può̀, infatti, dare la libertà a qualcuno se da questa non possa seguire anche la scelta di ciò̀ che è definito male come parte di tutte le opzioni possibili. Se Dio avesse creato l’uomo impedendogli di scegliere il male gli avrebbe negato la sua più̀ grande dignità̀ che è la sua libertà di scegliere.

La grande sfida che tutti abbiamo è quella di portare l’uomo liberamente e senza alcuna costrizione a scegliere il bene. Se tutti facessero così non ci sarebbero più̀ le ingiustizie, la povertà̀, l’inquinamento e le guerre. Anche il miglior sistema politico possibile ha il problema di impedire che l’uomo agisca male: esso può farlo con incentivazioni o punizioni sia in democrazia che in dittatura.

Tutto il male che l’uomo può̀ compiere, in coscienza e consenso, come ad esempio violenza, ingiustizia, guerre, ignoranza dipende solo dalla sua libera scelta e ne è lui responsabile e sicuramente non Dio. È vero che Dio suscita “il volere e l’operare” (Fil 2, 13) ma alla fine è sempre l’uomo che sceglie.

E che cosa possiamo dire per gli oggetti della natura, cioè̀ la materia e tutto il resto, compresi terremoti, inondazioni, frane e altri disastri? Da un punto di vista più̀ generale la questione è questa: esiste autonomia fra l’essere di Dio e l’essere che non è Dio e cioè̀ la creazione (il mondo fisico, animato e inanimato, e l’uomo)? Se l’Assoluto esaurisce tutta la realtà̀ nella pienezza del suo essere e delle sue perfezioni, qual è allora il senso di qualcosa che sia diverso da Lui?

La domanda ricorda quanto espresso da Leibniz e da Heidegger che chiedevano: “perché́ esiste qualcosa invece che il nulla?”, cioè̀: “perché́ esiste qualcosa che non sia Dio?”. Il tema dell’autonomia compare già̀ ogni volta che ci chiediamo: cosa viene posto da Dio fuori di Dio?

Fenomenologicamente, nel concetto di “male” possiamo inserire sia le catastrofi naturali (tsunami, terremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni), che le patologie degli esseri viventi (malattie, handicap, incidenti, morte), le deficienze morali (peccato, vizio, tentazioni), i disordini sociali (ingiustizia, violenza, oppressione, guerra), le carenze e le deviazioni del pensiero (ignoranza, errore). Quindi appare che il concetto di male è da interpretare come “male per l’uomo” e non esiste dunque un concetto di “male assoluto”. Infatti, quando, ad esempio, la peste provocava morti a centinaia nelle epidemie essa veniva considerata un male. E dopo, a seguito dei progressi della medicina, probabilmente ora verrebbe classificata alla stregua di un raffreddore e dunque non più̀ parte di quella lista. Cosa è dunque male, una categoria di cose o la nostra ignoranza a poter risolvere problemi?

Ma se la materia del creato gode di autonomia, perché́ la degenerazione cancerosa dei tessuti deve essere considerata male? O la tensione che si accumula al confine di zolle tettoniche che provoca fratture e quindi terremoti, deve essere considerata male? Cosa c’entra Dio con tutto questo? E con una pallina che cade a terra? E con il decadimento di un nucleo di uranio?

E ancora: può̀ avere a che fare con Dio se siamo investiti da un autista ubriaco o piuttosto il punto è che quando ci si ubriaca non bisogna guidare? Dio agisce nelle sue creature suscitando il volere e l’operare ma lasciando libere le creature di scegliere in totale autonomia.

Mi è capitato di assistere per decine di volte a discorsi su come Dio mandi tumori o decessi di familiari per poter convincere le persone alla necessità di convertirsi e di avvicinarsi a lui. La questione non ha lo stesso contenuto dell’intervento di Padre Cavalcoli a Radio Maria? Perché la spiritualità deve essere legata al devozionismo al limite della magia e non può appartenere a un approccio teologico-critico?

Nicola Sparvieri

autonomia della materia, libero arbitrio, teodicea, terremoti

Dal 2035 addio alle auto a motore termico, con la Fift55 l’Europa punta a un balzo in avanti nella lotta al cambiamento climatico

In questi giorni l’Europa è stata chiamata a votare un pacchetto che prevede delle misure che segnano il futuro per quanto riguarda l’ecosostenibilità e la lotta all’inquinamento: la Fitfor55

Questo pacchetto prevede una serie di norme come l’istituzione di un Fondo sociale per il clima, fortemente voluto dalla Commissione per l’occupazione e gli Affari socialo e la Commissione per l’ambiente, comprensivo di 72 miliardi di euro per aiutare le piccole imprese e le famiglie vulnerabili, che hanno difficile accesso all’energia.

Gli eurodeputati hanno anche richiesto a gran voce di mantenere un occhio particolare ai problemi delle isole, delle arre remote e meno sviluppate e delle regioni montane che hanno, per la conformità del territorio stesso, difficoltà di accesso ai rifornimenti di energia.

La riforma dell’ETS, il sitema che prevede la riduzione temporale delle emissioni di gas serra che vengono emesse dalle industrie ad alta intensità energetica.

Il LULUFC (Land use, land-use change, and forestry) che prevede la riduzione delle emissioni che derivano dallo sfruttamento del suolo e Effort Sharing Regulation, che ponendo degli obiettivi singoli per ogni Stato membro, punta alla riduzione delle emissioni che derivano dal settore edilizio, agricolo, trasporti e gestione rifiuti.

Di tutte queste norme però probabilmente quella che più complessa e articolata consiste nell’abbandono dei mezzi a motore termico entro il 2035.

La misura prevede lo stop delle vendite dei veicoli a motore termico ( benziona o diesel) seguendo una tabella di marcia che dovrebbe portare l’abbattimento delle emissioni del 25% entro il 2025.

Non verrebbero toccate tutte quelle vetture già in circolazione e al vaglio potrebbe esserci un emendamento che permetterebbe al 10% della produzione dei veicoli di essere dotati di motori termici.

La misura non risparmierebbe neanche le vetture ibride, plug-in e mild hybrid.

Questa proposta che se dovesse passare segnerebbe un punto di svolta decisamente radicale in merito alle politiche ambientali ha fatto storcere il naso a molti trovando delle forti opposizioni.

Le industrie automobilistiche temono che questa decisione possa aggravare una già complessa situazione data dalla pandemia e dalla difficoltà che le azienda hanno avuto nella reperibilità dei chip.

In Italia, l’Anfia Associazione nazionale filiera automobilistica si è schierata contro sottolineando come, soprattutto al nord, la filiera subirebbe un durissimo colpo.

Reazioni anche dalla Lega, Marco Camponesi capodelegato al Parlamento europeo sostiene che «In assenza di alternative a impatto zero disponibili per le imprese, è una follia che si tradurrebbe in un aumento di costi insostenibile per le aziende» e accusa Enrico Letta di andare contro gli italiano promuovendo gli interessi di Bruxelles.

Il più grande e antico partito di centro denstra del Parlamento europeo, il PPE, espresso preoccupazioni, presentando un emendamento che chiederebbe il rinvio a tempi migliori di questo punto.

Emendamento però bloccato da Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, che nel suo ultimo intervento sul clima ha sostenuto che la filiera automobilistica ha fatto la sua scelta e non bisogna rendere le cose complicate.

Ha però sottolineato che per ora la proposta è ancora al vaglio della Commissione e ci sarà tempo per i Governi dei singoli Stati, di sedersi al tavolo delle trattative per cercare di perseguire la strada migliore e più efficace 

Gianfranco Cannarozzo

Antonello Sterpetti ….è “andato Avanti”

RICORDANDO ANTONELLO

“Stanotte é “andato avanti” il camerata Antonello Sterpetti
…Fu segretario della sezione Prati negli anni 60″

….. Questo “Post” è apparso su fb la mattina del 27 aprile 2022 a firma di due suoi e nostri “Vecchi Amici e Camerati”, Nicola e Paolo. 
Circa un mese prima, sempre sulla Consul Press era stata dedicata una “Pagina” simile in ricordo di Franco Bartoli, anche Egli “andato oltre”, distaccandosi dalla sua Vita su questa Terra il giorno dell’ingresso della Primavera.
Ben lungi da noi lacrime, nostalgie o rimpianti, ma semplicemente la voglia, quando l’ora verrà, di incontrarci nuovamente un giorno per  riabbracciarci e risalutarci romanamente.

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29 maggio 1985 la tragedia dell’Heysel Stadium che sconvolse il Mondo

Quel giorno di maggio a Bruxelles, nello stadio Heysel scelto dalla Uefa per la finale di Coppa dei Campioni, contesa tra Juventus e Liverpool, il clima di festa presto sarebbe mutato in uno spettacolo di orrore che turbò e turba ancora oggi la memoria di chi ha vissuto quei momenti.

L’Heysel si trova nel quartiere omonimo e di certo non era il più moderno, non presentava vie di emergenza, non era raro che pezzi di intonaco si staccassero dalle pareti, i bagni perdevano e poteva ospitare circa 60 mila tifosi, un numero esiguo se pensiamo che ci furono 400 mila richieste per i biglietti.

Le curve più accese furono alloggiate nei settori opposti per evitare contatti diretti, ma per poter accogliere così tante persone si decise di destinare il pubblico neutrale, composto da semplici spettatori dell’una o dell’altra squadra e da famiglie che volevano assistere alla partita, al settore Z.

Non si sa quale fu la causa scatenante, prima che la partita iniziasse gli hooligans che si trovavano vicini al settore Z, separati da una rete di metallo, cominciarono a spingere la rete divisoria.

C’è chi sostiene che gli hooligans – non sapendo a chi fosse destinato il settore Z- abbiano pensato di trovarsi accanto ai tifosi bianconeri e per questo caricarono.

Forse in attesa di una risposta violenta, forse per una sorta di vendetta per quanto avvenne allo Stadio Olimpico di Roma l’anno precedente, quando dopo la finale di Coppa dei Campioni, nei dintorni dello stadio ci fu una vera e propria caccia all’inglese.

Non ci furono reazioni, solo panico. l pubblico iniziò a spingersi verso le pareti opposte per cercare di evitare il peggio e molti si lanciarono nel vuoto per evitare di venire schiacciati dalla folla.

Lo stadio carente sotto ogni punto di vista non aveva unità di rianimazione al suo interno impedendo quindi ai feriti di poter ricevere le prime cure, per non parlare del ritardi delle forze dell’ordine giunte in loco quando ormai il peggio era accaduto.

Negli spogliatoi intanto c’è la totale ignoranza di quanto sia accaduto all’esterno. Capiscono che qualcosa sia accaduto, ma non sanno la vera entità della tragedia. Viene deciso che la partita venga giocata ugualmente per evitare ulteriori reazioni e scontri da parte dei tifosi.

Il presidente juventino Gianpiero Boniperti ricorderà che «Juve e Liverpool non volevano giocare ma furono costretti dalla Uefa e dalle autorità belghe. Temevano che l’effetto rinuncia avrebbe spinto alla rivolta gli altri settori. Nel 1985, non c’erano ancora i telefonini. Chi era dall’altra parte dello stadio, non poteva percepire l’entità del dramma. Lo avrebbe capito da un improvviso ritiro delle squadre, dalla cancellazione della finale. E allora, dissero per convincerci, sarebbe stato non più un inferno, ma l’apocalisse»

Sergio Brio, difensore della Juventus, entrò  con Antonio Cabrini e Marco Tardelli in campo per cercare di rassicurare gli animi, confermando ai tifosi che la partita si sarebbe giocata e il risultato sarebbe stato valido. 

Gli uomini della sicurezza erano completamente inermi e non fecero nulla per sedare la situazione, per non parlare dei controlli di sicurezza all’ingresso.

In molto riuscirono a infiltrarsi senza biglietto, per non parlare delle infiltrazioni di gruppi facinorosi.

Il dramma si conclude con il crollo del muretto sul lato più basso e opposto rispetto alla carica degli hooligans. Il bollettino conterà 600 feriti e 39 morti di cui 32 italiani.

La portata di quella tragedia ebbe una forte eco in tutto il Mondo: alcune televisioni decisero di non trasmettere la partita, altre mandarono in onda dei messaggi di dura condanna contro quanto accaduto. In Italia, invece, il tg mostra le immagini dell’incidente.

La partita si conclude con la vittoria della Juventus che riceve la coppa in un surreale clima di gioia.

25 hooligans, i responsabili della gestione dell’ordine pubblico e Albert Roosens, capo della Federcalcio belga dell’epoca furono processati per quanto avvenuto.

Stato, Federazione belga e Uefa furono condannati al risarcimento per le famiglie delle vittime. 

Per quei fatti la coppa divenne nota con l’appellativo di “insanguinata” Spaccando di fatto l’opinione pubblica: chi sosteneva che la partita doveva essere sospesa chi contento o meno del risultato.

Ciò che conta realmente è il ricordo di tutti coloro che in quel giorno di festa hanno perso la vita e alle loro famiglie.

 

Gianfranco Cannarozzo

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