martedì, 18 Giugno 2019
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Il futuro della moda sarà di seconda mano?

Nel 2018 la moda di seconda mano ha avuto un mercato da 24 miliardi di dollari negli Stati Uniti riducendo il divario con quello del fast fashion, così, come riporta la CNBC. È una cifra enorme quella che i cittadini americani hanno speso nei mercatini dell’usato, nei thrift shop e negli store online di abiti di seconda mano come Depop o ThredUp. L’affermazione di questo trend in costante crescita, pone il second hand come il  principale e unico concorrente per il fast fashion, tanto che nello scorso anno i vari Zara, H&M e Primark hanno osservato una flessione nella propria crescita.

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Il valore dell’amicizia: da Cicerone a Ciro Ferrara

L’AMICIZIA NEL GIOCO DEL CALCIO: UNA COMBUTTA TRA POCHI CHE CONTA MOLTO

Chi fa informazione non può nascondersi dietro un dito: ci sono notizie con pesi divulgativi degni di rilievo e altre, riguardanti il mondo pur seguitissimo dello sport e dello spettacolo, certamente meno urgenti.

È più utile mettere in luce l’andamento dei costi di produzione, le norme di formazione dei prezzi, gli strumenti di manovra dei politici, i sequestri conservativi contro empi gestori d’immensi patrimoni, i nuovi piani per le liste di attesa per migliorare l’accesso alle cure dei cittadini, l’incremento di validi enti di ricerca scientifica, le strategie di comunicazione delle imprese turistiche, il regime di protezione dei dati per le imprese mondiali, la dottrina sociale della Chiesa, le ricadute della criminalità, i riflessi della globalizzazione sul piano giuridico, la varietà di transazioni di capitali, beni e servizi, l’impasse delle dotazioni infrastrutturali, l’ossessione competitiva delle élites, le missioni commerciali e scientifiche inerenti la pesca, l’acquacoltura e l’agroalimentare nel Mare Nostrum.

Nondimeno, anche se non soprattutto dopo questa lista smisurata che finisce nel trascinare chi legge in un tedio di piombo, il gioco del calcio resta la grande medicina contro la noia. Una cura dello spirito che non si può circoscrivere all’ignoranza dei tifosi più accesi convinti di costituire il proseguimento nell’era dell’oscuro progresso dei combattimenti gladiatori.

Sarebbe un insulto all’intelligenza dei lettori meno ingenui avallare la sterile e improbabile teoria per cui la mentalità ultras rappresenta un valido antidoto all’orrido cosmopolitismo giacché rinsalda il senso di appartenenza. Il tratto che porta al vacuo folklore e agli eccessi campanilistici, che tralignano la cifra dell’amore per i colori amici a quella dell’odio nei confronti dei colori nemici, è assai breve. Equiparare la foga agonistica dei giocatori di pallone alla furia dei lottatori che duellavano per la sopravvivenza nella grande corsa delle quadrighe, come in Ben Hur, o nell’arena del Colosseo, significa cadere senza paracadute nel ridicolo involontario.

Eppure, al di là della mitomania di voler conferire richiami ‘fighi’ tanto agli sbandieramenti e ai cori dei supporters quanto agli splendidi gesti atletici compiuti da fior di professionisti capaci di fare coi piedi ciò che ai rugbisti non riesce nemmeno con le mani, il valore dell’amicizia costituisce una costante in grado di resistere alla prova del Tempo. Giudice ben più assennato di qualunque docente, di qualsivoglia teologo, di qualsiasi antropologo.

Secondo il saccente critico cinematografico Nicola Palumbo in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola l’amicizia è “una combutta tra pochi, un’intesa antisociale”.

Il capitano in pensione Fausto Consolo, rimasto cieco per via di un incidente in caserma ma abilissimo a riconoscere la fragranza del gentil sesso e i miasmi dell’ipocrita livellamento ugualitario, ritiene invece l’amicizia un impegno serio. «L’amico», spiega l’invalido ancora sensibile ai profili di Venere, «è uno che ti conosce a fondo, ma nonostante questo ti vuole bene».

Prendere confidenza con le fragilità, spesso celate dietro atteggiamenti guasconi, poco avvezzi all’umiltà degli sportivi fedeli al motto del pedagogista francese Pierre de Frédy, barone di Coubertin, fondatore dei moderni Giochi olimpici, costituisce un formidabile tonico.

Perché accresce il senso di correità, le basi dell’amicizia virile, la mutua fratellanza, la coscienza di essere parte di una squadra. L’invulnerabilità è una prerogativa solo del Padreterno. I comuni mortali possono però dare le direzioni più impreviste alla sfera di cuoio, ballarci con la disinvoltura dei fuoriclasse autentici, colpirla con ciclonica potenza, cimentarsi in passaggi al millimetro ed entrare nella storia di una squadra di calcio. In virtù altresì di chiusure perentorie in difesa, di takle puntuali, di salvataggi in extremis e, soprattutto, di dedizione alla causa. Ed è questo che conta agli occhi di ciascun sostenitore che, nel bene e nel male, nel cemento degli stadi, nelle curve pullulate anche di scritte fuori luogo, incita i propri beniamini a buttare il cuore oltre l’ostacolo. Per farlo, nello spogliatoio, lontano dai flash dei fotografi, occorre trarre linfa da una complicità che stimoli l’arguzia con la sana irriverenza degli scherzi drammatizzanti e, al momento giusto, prima di scendere in campo, sappia creare gli stimoli al fine di spendere ogni goccia di sudore al servizio del gruppo. La capacità di prendersi in giro trascende l’importanza delle medie realizzative, dei titoli a nove colonne sui giornali, delle luci dei riflettori. Il dono dell’autoironia va di pari passo col bisogno di spegnere i piccoli fuochi delle inutili polemiche e correre a perdifiato.

Ad alimentare il Delta, l’arcinoto simbolo matematico per la variazione usato dai preparatori come indice dei cali di prestazione riscontrati nella replica delle corse, è l’attitudine al divertimento e al sacrificio. Può sembrare una contraddizione; all’opposto sacrificarsi divertendosi funziona. L’amicizia è il motore. Quella complicità tra pochi conta molto sul serio. Anche nel gioco.

 

La grinta testaccina di Ferraris IV: un romano de Roma che correva a perdifiato

  • «Credo fermamente che l’ora più bella per ogni uomo, la completa realizzazione di tutto quello che gli sta più a cuore, sia il momento in cui, avendo dato l’anima per una buona causa, egli giace esausto sul campo di battaglia. Vittorioso».

L’allenatore di football americano Vince Lombardi avrebbe adorato la proverbiale grinta di Attilio Ferraris. Morto sul campo di calcio, a causa di un infarto, durante una partita tra vecchie glorie. Mussolini, il Duce degli italiani, era intimamente persuaso che per vincere servissero dei leoni. Nei campi di battaglia come nello sport. Ed è con l’appellativo di “leone di Highbury” che Attilio Ferraris viene chiamato dagli spettatori anglosassoni nell’arco del match della Nazionale italiana contro i maestri del soccer britannico. Gli azzurri, freschi campioni del mondo, sembrano pagare dazio all’irruenza degli avversari. Decisi a umiliare i detentori del titolo. Al termine del primo tempo, nel quale i padroni di casa fanno vedere ai nostri compatrioti i sorci verdi, Attilio detto anche Tillio tuona: «Nun me sta bene pe’ gnente esse preso pe’ i fondelli. Mo’ je mostramo de che pasta semo fatti».

Nei secondi quarantacinque minuti il mediano capitolino si butta su tutti i palloni. Interrompe le trame avversarie con la testa, di petto, in rovesciata, di tacco, col petto, con la coscia, col destro, col sinistro. Il vantaggio di 3-0 viene presto ridotto. Dopo la rete del 2 a 3 il capobanda venuto dall’Urbe continua ad attaccare senza sosta. I compagni di squadra lo seguono a ruota. Le intimidazioni della perfida Albione non fanno più paura e i fischi dei settantamila spettatori si tramutano in applausi. Anche il celebrato Stanley Matthews, che ventidue anni dopo diverrà il primo calciatore a vincere il Pallone d’Oro, misura per filo e per segno l’egemonia, sul piano del carattere, di Tillio e al fischio che pone fine alle ostilità tira un sospiro di sollievo.

Fulvio Bernardini e il commissario tecnico azzurro Vittorio Pozzo sono gli unici a non rimanerne affatto sorpresi. Qualche mese prima Pozzo aveva pescato Attilio, noto col cognome Ferraris IV, per distinguerlo dagli altri tre fratelli, anch’essi calciatori, al tavolo di biliardo. Era stato messo fuori dalla AS Roma. Da una parte guidava la squadra a superare i propri limiti, dall’altra restava prigioniero dei propri. Le donne, le carte, la bella vita gli piacevano troppo. La sua ansia di riscatto poteva tuttavia divenire contagiosa per l’intera banda all’assalto del prestigioso traguardo. Tillio, nato al civico 19 di Borgo Angelico, riconobbe nel piglio del motivatore, alla guida dei volontari del Terzo alpini sul fronte carnico, il tratto distintivo di un Uomo tutto d’un pezzo. Del Nord. Come il papà. L’ormai sveglio biondino del Rione che collega via di Porta Angelica e piazza Americo Capponi smette gradatamente di fumare. Bernardini, suo amico fraterno e compagno di squadra nelle file della Lupa, sapeva che il desiderio di riaffermazione avrebbe sortito l’effetto desiderato dal coriaceo Vittorio. Un allenatore con quel nome, piemontese di poche parole e di tanti fatti, non poteva conoscere l’onta della sconfitta. L’Italia, grazie ai gol di Meazza, alle geometrie di Luis Monti e agli slanci di Angelo Schiavo, divenne campione del Mondo. Anche senza il suo apporto.

 

La classe di Fulvio Bernardini: un artista dall’alta densità lessicale e dal talento anche troppo cristallino

A scoprire Giuseppe Meazza è proprio Bernardini. Lo chiamano Fuffo. Alla romana. A differenza di Tillio, figlio di un piemontese trapiantato nella Città Eterna che ripara bambole in una bottega in via Cola di Rienzo, appartiene all’alta borghesia della Capitale. La famiglia gli proibisce di giocare in porta, dopo una botta che la fa tremare, ma anche nella zona mediana avanzata trova il modo di far stropicciare gli occhi al pubblico palpitante sugli spalti. Il talentuoso ragazzo, proveniente dal Rione Monti, in via dei Capocci, non ha sicuramente paura di niente: è abituato a tirare calci al pallone sui sampietrini. L’alternativa qualche volta è rappresentata dall’Alberata di Villa Borghese. Aggregato appena tredicenne nelle giovanili dell’Associazione Sportiva Lazio, opta per il ruolo di centravanti. I ‘piedi buoni’, termine coniato da lui stesso, sono quelli dell’artista della sfera di cuoio: la palla sa toccarla nel punto giusto. Adora questo sport. Al punto da militare a titolo gratuito nella squadra biancoceleste. Quando si accorge però che i compagni percepiscono lo stipendio, prende la decisione di partire per Milano. Il salario mensile di 3.000 lire e un premio di rinnovo annuale di 50.000 lire bastano per placare le frecciatine lanciate nei confronti dei vecchi dirigenti. Non si sente, né si sentirà mai, un traditore. Nel capoluogo lombardo imparano a conoscerlo. Adora spiazzare gli interlocutori: padroneggia l’alta densità lessicale della lingua italiana al pari del centrocampo. Guai a contraddirlo. L’occhio è maligno. Quando Bernardini vede Meazza all’opera, si rende subito conto che in zona gol è insuperabile. Il genio riconosce sempre il genio, pure negli altri: fa parte di sé. Nell’Inter, meglio conosciuta ai tempi come Internazionale, offre concrete prove della sua cristallina sapienza calcistica. Trova anche il modo di studiare Scienze Economiche alla Bocconi. Il richiamo della Roma lo spinge però a proseguire nei luoghi natii. Con la maglia giallorossa diviene un idolo. Nei derby dimostra lo spessore della grinta e della signorilità. A partita conclusa, stringe sempre la mano ai cugini biancocelesti e fraternizza al pari dei rugbisti nel terzo tempo.

Il C.T. Pozzo nondimeno ha uno spazio vuoto nella zona nevralgica del campo. Alla vigilia di Italia-Ungheria, a Torino, nel 1931, arriva la mazzata: preferisce che a coprire quella zona sia Luis Monti. Argentino, finalista ai Mondiali dell’anno precedente a Montevideo contro l’Uruguay, pronto per essere naturalizzato italiano. Bernardini mastica amaro. Gira la storiella, ai limiti dell’assurdo, che giochi troppo bene e costringa quindi gli altri ad adeguarsi a un modo di concepire il calcio troppo difficile. Chiede spiegazioni a Pozzo. Per poco non vengono alle mani. Una volta divenuto allenatore, si rifà con gli interessi. Favorisce le individualità importanti. Coordina tutto con saggezza ed estrema coerenza. Vince due scudetti. Lontano dalla brezza carezzevole ma illusoria del Ponentino. Dopo Bologna-Modena, del 1962, conclusa con un categorico 7 a 1 in favore dei rossoblù, afferma che “solo in Paradiso si gioca così bene”. Alla faccia della modestia! Questa è l’ovvia replica degli avversari che non digeriscono l’assoluta sicurezza negli schemi tattici che non pongono il pragmatismo contro l’individualismo.

Da C.T. della Nazionale italiana non riesce a ripercorrere le orme del suo nemico storico. Tiene a battesimo i futuri campioni del mondo Gaetano Scirea, Marco Tardelli e Claudio Gentile. Tutti juventini. Non può più nemmeno replicare con la consueta arguzia. Il morbo di Charcot glie lo impedisce. Coniuga lentamente la vita all’imperfetto. È considerato un mito del calcio italiano. Per forza!

 

Il legame profondo e confidenziale di Tillio con Fuffo: due poli opposti che si attraggono

Di forza Tillio ne ha a iosa. Ma pure di classe, se è per questo. Sa tappare i buchi a centrocampo, sa servire lungo, sa cambiare passo e farlo cambiare ai compagni di battaglia. Con lui sembra che la manovra respiri. Anche Fuffo le dà grandi boccate d’ossigeno. La visione di gioco è irreprensibile. Pennella assist perfetti. Col contagiri. In Nazionale, sotto la guida di Augusto Rangone, s’intendono a meraviglia. Ci pensa poi Pozzo a spezzare l’incantesimo. Non è il cattivo di turno, comunque. Pensa al gruppo: i fatti gli danno ragione. Ubi Maior, Minor Cessat. Vale anche per il calcio capitolino. Con la nascita dell’Associazione Sportiva Roma, serve un capitano indomito. Attilio risponde: presente! Prima di ogni sfida, spinge i compagni di squadra a dare il massimo con un celebre ritornello: “Dalla lotta chi desiste fa una fine molto triste, chi desiste dalla lotta è un gran fijo de’ na mignotta!

Bernardini lo raggiunge. Ammira Ferraris IV. Sin da quando, il 20 marzo 1927, caccia dal campo l’irrequieto Fernando Canestrelli, compagno nella Fortitudo. In una mitica partita a Campo Testaccio, conclusasi 5 a 0 per i giallorossi ai danni dei primatisti bianconeri, è tuttavia lui a perdere le staffe. Renato Cesarini lo provoca. Mentre guadagna in anticipo la via degli spogliatogli, si rivolge all’amico del cuore: “A Fù, je meni te pe’ me!?” La risposta di Bernardini non ammette repliche: “Vatte a fa ‘na doccia fredda. Cori!”. Con Tillio antepone al linguaggio in punta di forchetta il vernacolo romanesco. Gli vuole bene, in ogni caso.

All’indomani della vittoria del Campionato del Mondo, il capitano storico dei lupi passa alla Lazio. “So arrivati i tempi cupi!” gridano i tifosi. La sommossa popolare esorta i responsabili a inserire una clausola affinché Ferraris IV non venga mai schierato in un derby. Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Quello della Manica, per la precisione. Terminata la sfida con la Nazionale inglese, che lo incorona “leone di Highbury”, non può mancare nella stracittadina. I tifosi della Lupa strillano dagli spalti: “Traditore!”. Quelli della squadra biancoceleste ribattono: “Comprato!”. Fuffo lo abbraccia. L’amicizia, quella vera, viene prima di tutto. Non a chiacchiere: nei fatti!

Il 5 novembre 1934, quando si laurea al Regio Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali di Fontanella Borghese con una tesi in Geografia Economica dal titolo “Problemi attuali della Guinea francese” con relatore l’esimio professor Aldo Blessich, Ferraris IV ha le lacrime agli occhi.

Appesi gli scarpini al chiodo, al termine della seconda guerra mondiale, Tillio si trasferisce a Montecatini. Prima della partita fatale, scherza: «Non mi fate fa’ la fine de Caligaris». Il riferimento è al capitano juventino, deceduto a causa di una dilatazione di un’arteria durante un match giocato in amicizia. Al giocatore-simbolo della Roma, passato alla Lazio per dispetto, sono fatali le sigarette Matossian. Che riprende a fumare dopo l’ambìto torneo vinto con Pozzo in veste di capopopolo. L’amichevole pencola così versa la tragedia annunciata. Bernardini, che aveva lasciato la Roma nelle mani e nei piedi di Amedeo Amadei per garantirle la vittoria sacrosanta del primo scudetto ed era riuscito a divenire un eccellente giornalista, lo commemora con una lettera che è un inno al sentimento di fedeltà reciproca e alla romanità: “Un uomo di combattimento, irriducibile lottatore sei sempre stato, nella vita e nello sport. E anche per allontanarti definitivamente da questo mondo pieno di tristezza hai scelto un modo da combattente sportivo pagando con la vita un omaggio alla tua passione inesauribile, il calcio. Con la tua scomparsa c’è oggi nel mondo una grande tristezza in più. Addio Attilio”.

 

La leaderschip di Gianluca Vialli: un predestinato che dà l’esempio alla squadra

A Cremona fiorisce un talento calcistico simile sotto diversi aspetti a Fulvio Bernardini. Non nel ruolo. Bensì nell’estrazione borghese, nella sana impertinenza coi giornalisti, che raramente riescono a metterlo nel sacco, nell’ascendente che esercita nelle squadre in cui milita. Se ne accorge Paolo Mantovani, presidente della Sampdoria. Gianluca Vialli viene subito accostato a Gigi Riva. All’inizio segna pochi gol, ma tutti bellissimi. Nella finale di Coppa Italia col Milan, nel 1985, a San Siro, rimedia a un tentativo di stoppare la palla col tacco, che pare un tiro al volo, mettendo a sedere Franco Baresi, con una finta pregevole, per poi insaccare con un velenoso rasoterra.

Con la maglia azzurra della Nazionale tocca l’apice due anni più tardi, al San Paolo di Napoli, con una doppietta contro la Svezia. Sembra un predestinato. Porta i calzettoni abbassati, senza parastinchi. È un centravanti coraggioso. Oltremodo caparbio. I difensori fanno fatica a contenerlo. Negli Europei dell’estate successiva Marco van Basten sfodera però una classe superiore e porta l’Olanda alla conquista del titolo. Candido Cannavò sulle pagine della Gazzetta dello Sport sottolinea che Vialli non ha neanche la metà della grazia dell’airone acquisito l’estate precedente dal Milan. Il rapporto con la Nazionale si complica. Schillaci gli ruba la scena. Rientra al San Paolo, nella semifinale contro l’Argentina nei Mondiali del 1990. Lo stadio gli porta fortuna. Attinge a John Beluschi la frase propiziatoria.  “Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare”. Finisce male. Accumula rabbia.

Con la maglia blucerchiata della Sampdoria ha già conquistato una Coppa delle Coppe. Vuole lo scudetto. Sarebbe un traguardo storico. Con Roberto Mancini forma una coppia di gemelli ‘diversi’. Il compagno ha classe da vendere. Il tricolore, stavolta, non tarda ad arrivare. Manca la Coppa dei Campioni. In finale, a Wembley, con l’ultimo ostacolo, il Barcellona allenato da Johan Cruijff, un altro olandese a cui piace fare il guastafeste, Vialli getta al vento i passaggi del gemello. La sconfitta lo lacera dentro. L’attitudine a mettere in mezzo i compagni, ma a sostenerli pure nel rettangolo verde, tornando a difendere sino alla linea dei terzini, non basta più. Si trasferisce alla Juventus. La media-gol si abbassa di nuovo. L’ex re dei cannonieri gioca a supporto di Roberto Baggio, il Divin Codino. Gianluca, che tutti chiamano Luca, si rasa a zero. Per distinguersi e rigenerarsi.

Il C.T. Arrigo Sacchi lo fa fuori dal giro azzurro. La Nazionale perde la finale dei Mondiali del 1994 in Usa ai rigori. L’errore dagli undici metri proprio di Baggio consegna il titolo al Brasile. Luca, invece, con l’approdo di Lippi sulla panchina bianconera, muta segno. Ai tempi della Sampdoria gli ‘scroccava’ le sigarette. Il tecnico viareggino allora allenava la Primavera. Adesso Vialli, a dispetto di Baggio, diviene il leader indiscusso dello spogliatoio. Trascina la squadra a suon di rovesciate spettacolari, grida di battaglia lanciate nel momento in cui cala la concentrazione, spaghettate organizzate per cementare lo spirito di squadra. Con i blucerchiati, nei momenti bui, faceva lo stesso. La vittoria del tricolore è una logica conseguenza. Per festeggiarlo invita l’intera squadra nel Castello di famiglia. È lì, sul prato tenero, che ha imparato a compiere le rovesciate. Senza paura di cadere. Lo dimostra anche l’anno seguente. Il 22 maggio del 1996 alza al cielo di Roma la Champions League. La sconfitta col Barcellona così brucia meno.

Si trasferisce a Londra. Direzione Chelsea. L’allenatore-giocatore Ruud Gullit, il gemello ‘diverso’ di van Basten con l’Olanda, lo ritiene una riserva.

Il carattere fiero e giocoso gli permette di assestare un tiro mancino: sostituisce l’altero Mister prendendosi una rivincita nei confronti della terra dei mulini a vento. Lui non sogna, come don Chisciotte: vive. Sia pure con la brama dell’iperbole propria dei caratteri volitivi ed eccentrici. Sceglie in seguito il mestiere dell’opinionista televisivo. L’adrenalina, fuori dal campo, in panchina, lo consuma. Mentre sta scrivendo il suo secondo libro, 98 storie + 1 per affrontare le sfide più difficili, scopre di aver contratto un tumore alle parti molle. È il momento di passare dalla teoria alla prassi, pure nel corso aspro e inatteso dell’esistenza, ed esibire un ardire unico. Ciro Ferrara, suo compagno ai tempi della Juve, gli rende omaggio. Luca è ancora un capofila che dà l’esempio. Anche, se non massimamente, quando non si gioca.

 

L’intelligenza pugnace dell’inesauribile Ciro Ferrara: un campione soprattutto di Umanità

Ciro Ferrara sa bene che la vita non è un gioco. Almeno non solo. Occorre risolutezza. Non si scappa. Snuda il carattere già all’età di quattordici anni per lottare con l’atroce sindrome di Osgood-Schlatter che lo costringe temporaneamente sulla sedia a rotelle. Una volta rimesso, affrontare gli attaccanti sui campi di calcio è uno scherzo. Da partenopeo doc, quando approda alla prima squadra, brucia d’ammirazione per il capitano Giuseppe Bruscolotti. Soprannominato dai tifosi Palo ‘e fierro (“Palo di ferro”).

Vialli, invece, nelle file della Sampdoria, non avverte alcun timore reverenziale. E quando sfugge alla sua marcatura, sono scintille. Ciro comincia, quantunque più sottobanco, ad ammirare pure l’avversario che diviene presto suo compagno di squadra in Nazionale. A Zurigo è proprio Luca a piegare la resistenza dell’Argentina. Purtroppo non si ripeterà in semifinale, nei mondiali in casa. Sua maestà Diego Maradona, che ha da poco fatto vincere al Napoli lo storico scudetto, considera comunque Ferrara un fior di terzino destro. Meglio avercelo dalla propria parte. Fu lo stesso pensiero di Bernardini per Ferraris IV al termine di Italia-Ungheria 4-3 del 29 marzo 1928. Lo rilevò pure Giuseppe Sabelli Fioretti, capo della redazione romana della Gazzetta dello Sport, con la prima radiocronaca autoctona. Sessant’anni dopo, il sorpasso del Milan allenato da Arrigo Sacchi – con Gullit e van Basten in campo – getta scoramento nell’ambiente.

Maradona suona la carica. Il Napoli, nel giro di due primavere, vince una Coppa Uefa, con Ciro tra i marcatori, e conquista il secondo scudetto della sua storia. Ferrara passa poi alla corte della Vecchia Signora. Così gli appassionati chiamano la Juventus. La mancanza del Vesuvio si fa sentire, ma il gruppo juventino dà grandi stimoli al coriaceo difensore. I titoli arrivano a grappoli. Chiude la carriera con una partita d’addio al San Paolo. In grande stile. Abbracciato a Dieguito Maradona.

Come vice di Lippi assapora la gioia di conquistare un Mondiale. Da allenatore della Juve gira invece a vuoto. La pressione è alle stelle. Ci riprova con la Sampdoria. “Mi manda Vialli”, esordisce nella conferenza stampa di presentazione. Peggio che andar di notte! Rimane un signore, un uomo-spogliatoio avvezzo agli scherzi, alle battute, dal temperamento passionale. Al termine dei traguardi raggiunti, grazie anche allo strenuo impegno profuso, che gli permette di recuperare dagli infortuni col sorriso sulle labbra, canta ‘Malafemmina’ di Totò. I compagni lì non possono stargli dietro.

Insieme alle doti canore associa la smania di sostenere il gruppo, anche a costo di pagar dazio agli sfottò dell’allegro Angelo Di Livio. “Ricordiamoci cosa ci hanno fatto all’andata!” grida tipo un tribuno. Il ‘soldatino’ Angelo ancor oggi gli ricorda che allora il girone di ritorno non era manco cominciato. Questione di lana caprina. Specie per chi ‘rovescia’ gli episodi ostili.

 

L’intesa tra Vialli e Ciro Ferrara: un affiatamento all’insegna dell’arte della rovesciata

Ferrara, tra il serio e il faceto, sostiene che Vialli abbia imparato da lui a compiere l’ardua e apprezzata acrobazia di colpire la sfera lanciandosi in aria con un’eccezionale piroetta all’indietro. In effetti, nel match casalingo del 1996, contro il Piacenza, Ciro va a segno in quel modo. È anche convinto che l’amico cremonese con lui in marcatura sia riuscito ad andare in rete solo grazie a un rigore procuratosi simulando senza ritegno.

La realtà è un’altra. Luca mette a segno il gol del 2 a 1 nella sfida Napoli-Sampdoria che pone fine all’ultimo campionato a sedici squadre vinto nel rush conclusivo dal Milan di Sacchi. E firma anche una doppietta, sempre al San Paolo, a pochi mesi dalla cocente delusione dei Mondiali di Italia ‘90.

I suoi scherzi nei ritiri della Nazionale sono leggendari. Gavettoni a gogò. Prese in giro costanti. L’indole è quella del capobanda. Giocherellone e rompiscatole. “Vuole la palla sul piede. La vuole al momento giusto. Che rottura!”. Ma in fondo nutre un’autentica stima per Stradivialli. Come lo battezza Gianni Brera. La firma giornalistica più autorevole del Bel Paese. Alla vigilia del match internazionale col Borussia Dortmund, Luca si mette il nero sotto gli occhi sulla medesima stregua dei giocatori di football americano. Non lo fa per ridurre i riflessi della luce, che impediscono l’opportuna visione della palla lanciata in aria, bensì per intimidire gli avversari. E dare coraggio ai compagni di squadra. Arte in cui per Ciro l’inarrivabile Diego Maradona è il sommo maestro.

Quando lo ritrova alla Juve, deve ricredersi. Il trono va condiviso con Vialli. Come minimo. Il 4 dicembre 1994 al Comunale di Torino la Fiorentina conduce per 2 a 0. Al termine del primo tempo, negli spogliatoi, Luca strapazza tutti. “Ci buttiamo in avanti, a costo di prenderne dieci di gol”.

Anche senza il nero sotto, gli occhi sembrano spiritati. Il leader lombardo accorcia le distanze. Il terzino napoletano riesce appena a dargli il cinque. La palla è subito rimessa sul dischetto del centrocampo. Pochi minuti e Vialli sigla il pareggio. Ciro è scaraventato a terra nel tentativo di placcarlo: Vialli sembra un giocatore di rugby. Nella stazza e nella grinta. Festeggiare fa perdere minuti preziosi. L’astro nascente Del Piero segna la rete del sorpasso.

Vialli si ripete nel derby contro il Torino. Ma non basta. Sono i granata a vincere per 3 a 2. Il capociurma, col Parma in testa alla classifica, sfida tutti i giornalisti: vinciamo noi lo scudetto. Mantiene la parola. Dinanzi alla telecamera, a maggio, a cose fatte, ribadisce: ve l’avevo detto.

A Ciro non sembra vero il 22 maggio di ventitré anni or sono di poter esser lui di sostegno al campione. Che prima del rigore decisivo di Vladimir Jugović, si abbandona per la prima volta all’emotività. Ferrara lo soccorre. Al momento del trionfo, con la Champions League da alzare per le orecchie, il loro abbraccio chiude il cerchio.

Alla fine di novembre dell’anno scorso la notizia del tumore scuote tutto l’ambiente del calcio. Un duro come Vialli colpito da un cancro alle parti molle. Ciro gli lascia un messaggio da brividi: “Solo tu sapevi quale sarebbe stato il momento giusto di spiegare a tutti, in questi mesi ho sempre rispettato la riservatezza. Ricorda: quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Sei il nostro capitano e leader, non dimenticarlo mai. Un abbraccio”.

Luca aggiunge che non sa ancora come finirà la partita, ma anche che non è disposto a mollare nella sua sfida più difficile.

L’ex difensore posta allora sui social la foto del loro abbraccio nella trionfale notte di Roma con la frase: “Non sai come andrà a finire? Ecco come…”.

Dinanzi alla prova concreta del valore dell’amicizia, nel mondo quantunque criticato del calcio, col fenomeno del tifo violento e i capricci di ‘top-players’ pagati oltre gli effettivi meriti, il bisogno di spensieratezza, come antidoto alla sinistra anticamera della morte, mette le ali al richiamo dell’alto grado di buon senso della lingua latina superbamente padroneggiata dal grande Cicerone. Un nome che non sarà mai coperto di polvere.

Amicitia praemium et solacium humanae vitae est. nihil est, cum in secundis, tum in adversis rebus, homini dulcius, nihil utilius amicitia.

Verus amicus est enim vitae socius et particeps.

Si ortus pulcherrimi pueri, si nuptiae dilectissimae filiae, si salus optimi filii domum laetificavit, amicus adveniet et suo gaudio gaudium tuum augebit; sic tristis ac sollicitus es, amicus maxime te corroborabit, auxilium consiliumque maiore etiam cura praebebit.

Nec minus utilis est amicitia in necessitatibus: nam si inopia rerum laboramus, amici rem familiarem praebent ingentissimosque sumptus sustinent; si hostes insidias parant, amicis nos animose alacriterque defendut.

Amicitia est igitur res omnium praestantissima: nemo benevolentior, nemo iucundior, nemo utilior fideli amico est.

 

L’amicizia è un premio e un conforto della vita umana.

Non vi è nulla, sia nella fortuna, che nella sfortuna, di più dolce all’uomo, niente di più utile dell’amicizia.

Il vero amico è infatti compagno e partecipe della vita.

Se alla nascita di un bel figlio, alle nozze dell’amatissima figlia, se la salute del miglior figlio rende lieta la casa, l’amico verrà e aumenterà con la sua gioia la tua gioia; così se sei triste e pensieroso, l’amico ti conforterà, ti offrirà con cura maggiore aiuto e conforto.

Nè meno utile è l’amicizia nelle necessità: infatti se siamo affaticati dalla povertà, gli amici offriranno il patrimonio familiare e sosterranno pesantissime spese, se i nemici preparano insidie, gli amici ci difenderanno animosamente e alacremente.

L’amicizia è dunque la più prestante di tutte le cose: nessuno di più benevolente, di più piacevole, di più utile vi è dell’amico fedele.

MASSIMILIANO SERRIELLO

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cicerone, CIRO FERRARA, FERRARIS IV, FULVIO BERNANDINI, VIALLI

Un’intervista a tutto tondo sulla natura del Cinema

L’INGEGNO DI GILBERTO MARTINELLI: UN REGISTA CHE RIESCE AD APPAIARE LA TECNICA ALL’AURA CONTEMPLATIVA

Una ‘chiacchierata’ con Massimiliano Serriello

L’aura contemplativa, secondo l’opinione viziata d’intellettualismo dei critici ostili all’egemonia dello spirito sulla materia, serve a distinguere l’oggetto poetico da quello che non lo è.

I convincimenti degli altezzosi seguaci di Guido Aristarco, persuasi d’instillare il materialismo storico e dialettico nel terreno della cosiddetta fabbrica dei sogni, non fanno né caldo né freddo al regista romano Gilberto Martinelli. L’approccio pudico, quasi in punta di piedi, nei riguardi della virtù trascendentale della musica, che per lui costituisce una medicina dello spirito, lo mette in riparo dalle ‘pinzillacchere’ di chi rende la Settima Arte uno stagno zeppo di contraddizioni. A tendere calappi ai falsi eruditi è però la duplice natura del cinema. Da una parte capace di assorbire nel carattere d’ingegno creativo delle ispirate tenute stilistiche il fuoco sacro delle sei arti maggiori. Dall’altra fedele ai dettami di uno spettacolo di presa immediata che, citando Hitchcock, depenna il tedio dall’esistenza. Senza l’impasse della noia di piombo – a cui gli addetti ai lavori antepongono il professionismo che non strizza l’occhio alle pose snobistiche ma dà l’acqua della vita all’interazione tra industria, tecnologia ed estro immaginifico – a uscire allo scoperto sono quelli che Abramo Lincoln definiva gli angeli migliori della nostra indole.

Gilberto, dinanzi alle discussioni sulle correnti culturali sorte sulla scorta delle scritture per immagini, fa spallucce per evitare di darsi il tono dell’argomentatore smagliante. È un fior di gentiluomo, dai modi garbati, talora quasi timidi, pur tuttavia in grado di dire pane al pane e vino al vino attraverso la sintesi d’informazione culturale ed elaborazione visionaria dei film documentari. L’esperienza in qualità di tecnico del suono, attento ad ‘acchiapparne’ gli emblematici riverberi nella porzione di spazio fisico catturata dall’obbiettivo della macchina da presa e discernere al meglio la performance del cast attraverso una sorta di opportuno risanamento dell’intero set, gli ha permesso di capire come fare un uso personale e disinvolto, ma mai tracotante, di una solida tecnica di ripresa sorretta dalle idonee motivazioni storiche.

La storia, affrontata anch’essa cum grano salis, trascende l’ansia di mettere i puntini su tutte le “i” e gli consente in Guido Romanelli – Missione a Budapest di rendere omaggio alla cultura millenaria dell’Ungheria. Il luogo dove ha trovato una seconda casa e l’humus giusto per conferire spessore all’analisi degli stati d’animo connessi ai luoghi con l’immobilità dei monumenti che cede il passo al dinamismo degli eventi.

La loro rievocazione risulta efficace al pari del rapporto tra il massimo livello di uscita e il rumore di fondo. Nel suo concetto di geografia emozionale, con il mix di elementi naturali ed elementi antropologici sugli scudi, non ci sono partecipi marginali. Tutto acquista spicco. Grazie al fermo desiderio di ripercorre le gesta di un comandante della delegazione italiana per l’Armistizio in veste di osservatore che volle difendere una Nazione sconfitta in virtù della scoperta dell’alterità – ovvero delle differenze con le quali prendere confidenza – eleggibile, a pieno diritto, ad aura contemplativa.

La capitale magiara torna ad alimentare la sua vena di divulgatore schietto ed esperto, ormai, non solo dell’effetto d’isolare durante l’ascolto una sorgente sonora immersa in uno spazio serrato insieme ad altre sorgenti, ma anche della documentazione, tutt’altro ché nuda e cruda, di avvenimenti degni di essere mostrati al pubblico. Tanto a quello dal palato fine, alieno alla grandiosità dell’azione e attento a scorgere nel tessuto minimale i migliori stimoli, quanto alle masse meno recettive ai messaggi ideologici.

Operazione Budapest è un’opera sagace, con un doveroso rispetto della verità psicologica e della rievocazione del saccheggio compiuto da una banda di ladri d’arte composta da cinque italiani, che ospita momenti sapidi, estranei ai limiti del cinema d’intrattenimento, ed esprime l’icasticità delle personalità di predoni convinti di riportare nel Bel Paese le sette opere di maggior pregio dei pittori Raffaello, Giorgione, Tintoretto e Tiepolo.

Il valore terapeutico dell’umorismo sottrae quindi Gilberto alle trappole delle lusinghe. Quelle sono da sempre le bestie nere degli attori e delle attrici troppo sensibili al vanesio desiderio di mettersi in mostra.

Formuliamo l’augurio che nell’imminente film di finzione il nostro affezionatissimo stabilisca la giusta intesa con gli interpreti per trarre partito al meglio dal gioco fisionomico della recitazione ed esprimere la forza significante riposta in personaggi ed eventi per cui batte il cuore sia dello spettacolo sia delle ragioni segrete e meravigliose della poesia.

 

1 – Al Pacino ha rivelato in un’intervista che per ottenere lo sguardo penetrante ed emblematico di Michael Corleone nel cult “Il padrino” sul set ascoltava Stravinskij. Credi che la musica possa ispirare davvero il lavoro dell’attore sul personaggio?

La compatibilità tra musica e recitazione è cosa individuale. Così come qualsiasi azione, seppur maldestra, come insegnava Aurelio Millos, si trasforma in danza quando accompagnata dalle giuste musiche, non è affatto scontato il contrario. Recitare su una musica potrebbe edulcorare le espressioni e farle risultare meno autentiche. Molti registi usano la musica sul set ma credo che l’unico contributo riscontrabile sta nei tempi e la cadenza dei movimenti, il lato emozionale invece, dovrebbe essere assicurato dall’attore con una forza interiore che assoggetterà la musica a farsi parte integrante; nel caso inverso trovo sia un surrogato addirittura sminuente per un grande attore. Ciò detto, i metodi e i contesti di una lavorazione di film in film presentano così tante variabili che ogni scena e ogni singolo ciak possono diventare una storia a se e quindi la musica potrebbe avere motivo di essere diffusa sul set.  Questa mia valutazione proviene dal punto di osservazione più tecnico del film, il “corpus meccanicum” potremmo dire. Laddove, invece, la musica funge da passamano narrativo e descrittivo o da acceleratore emotivo, ci si sposta nell’area creativa in cui la musica è di grande aiuto quando un film lo si pensa, in fase di scrittura, e quando si è in postproduzione, da divenire finanche elemento di punteggiatura del montaggio, ma questo, ci tengo a dirlo, non senza la complicità e la collaborazione del musicista da film, soprattutto per non affezionarsi a musiche provvisorie o per non trasformare il film in una playlist importata dalle serate melanconiche della propria vita privata. A chiudere, direi che io, per la musica, nutro un forte senso del pudore, per questo non la ostenterei mai senza un preciso ordine: messaggio/comprensione/emozione dove quest’ultimo elemento tendo a considerarlo solo come derivata ascensionale della consapevolezza esistenziale. Una forma di ascesi ragionata. Non amo le musiche che suggeriscono allo spettatore le reazioni emotive. Io amo il pubblico attivo, questo intendo per pudore.

 

2 – Rimanendo sulla questione del gioco fisionomico della recitazione, ritieni sia un elemento decisivo per il buon esito di un film oppure lo consideri solo una  mera pedina e nulla di più?

L’attore italiano, nella maggior parte dei casi, quando parla di se stesso, converge l’attenzione verso la più classica delle bramosie: quella di interiorizzare il personaggio che interpreta.  E’ il modo più cautelare per occultare la sua persona diversamente da quel che si è, usando la recitazione per conformare la sua incompiutezza interiore fino a fare delle sue lagnanze una virtù da dover apprezzare nella giostra del gioco dei ruoli. In poche parole si appropria di ciò che non è suo. Questo tipo di attori fanno terapia. Non di meno trovano molti sostenitori tra chi assorbe certe instabilità. I grandi registi non consentono questo, e lo dico per testimonianza diretta. La differenza tra un vero attore e un presta-volto è tutta qui. L’attore non cerca attenzioni, le presta! L’attore conosce la “presopon” la persona in senso greco, composta di essenza e materialità che forma una maschera, e non certo in senso riduttivo. Tutti noi la indossiamo, la differenza è che l’attore dovrebbe indossare quella del personaggio scritto e non la sua. L’attore sa che, come insegnava David Hume, la combinazione tra impressioni e idee calcifica nella mente dello spettatore un prospetto solido utile alla relazione costruttiva ed emotiva tra i due percorrendo a ritroso quei processi mentali tanto cari al filosofo illuminista. La dinamicità e la biunivocità della relazione a quel punto diviene un palleggiamento a distanza di competenze emotive. Mi spiego: la combinazione voce/mimica consente all’attore di trasportare quel che è pittoresco, visibile, quotidiano, familiare,  insomma la consapevolezza, a elevati regimi di sensibilità, un aspetto sublime (che sale) che immedesima lo spettatore. Questo dovrebbe essere naturale per un grande attore, a meno che non interpreti se stesso degradandosi a caratterista.  Sull’uso della voce, ad esempio, potrebbe aprirsi un capitolo a parte, proprio perché questo incredibile strumento, può ancorare lo spettatore a stereotipie particolari generate all’interno dello stesso film, come a dire che il riconoscimento del personaggio non può che identificarsi con la voce che lo contraddistingue, così come la sua identità. Ci sono molti esempi del genere.  Ritengo quindi che la recitazione in un film è fondamentale soprattutto perché, quando un personaggio è credibile, allevia la fatica del dover credere al resto, per cui tutti gli altri personaggi potrebbero essere credibili essendone assoggettati. Visto mai un film dove c’è un ruolo principale interpretato magistralmente? anche gli istrioni attorno a lui appaiono bravi e, male che va, adeguati al contesto.  I provini sono molto importanti. Molto spesso si presta attenzione alle somiglianze, alle trasformazioni, alla capacità di saper stare in scena, quando in invece un solo elemento può delineare una giusta scelta: l’asse combinato e armonico tra sguardo, voce e mimica, che io chiamerei semplicemente antropocentrismo dell’attore in senso generale, poi naturalmente le caratterizzazioni sono importanti soprattutto se richiamano personaggi realmente esistiti. Si, l’attore è molto importante, fondamentale anche se per me è un mezzo non il fine del film. L’attore ha la possibilità di violentare le parti più intime dello spettatore, e sa come si dice?  “Se vuoi dir la verità al re fatti giullare”, il cinema ha questa qualità, e il personaggio, anche se su uno schermo, può dirti delle grandi verità che nella vita pochi ti direbbero. Per questo è importante, e comunque non si ricorre a un’opera di finzione se non si vuole considerare al massimo l’importanza dell’attore. Poi bisogna fare i conti con il pubblico, che spesso valorizza i “brand” lasciando a casa grandi attori preferendo a loro protagonisti del gossip.

 

3 – Gli strumenti che la scuola ti ha fornito per apprendere la tecnica del suono sono stati poi utili, passando dalla teoria alla prassi, per sentire una partecipazione creativa nell’ambito del cinema?

L’Istituto di Stato per la Cinematografia e la Televisione “Roberto Rossellini” di Roma è l’unica realtà italiana che prepara tecnici, non creativi, per il cinema.  La scelta di formare le professioni del “dietro le quinte” non può che essere condivisa  in un’epoca in cui il profluvio di scuole definite di “arti e mestieri” la dicono lunga sul modo di approcciare questa professione. Infatti, questo tipo di formazione stabilisce da subito la differenza tra chi sarà autorizzato a pensare e chi invece deve eseguire, e non tanto in termini di collaborazione piuttosto di sudditanza. Quest’analisi così forte, mi permette di essere trasparente nel poter rispondere, infatti la mia scuola getta le basi per una professione non per un mestiere, laddove il professionista adotta la regola, il mestierante la prassi. La vera formazione prepara un professionista non con un “modus operandi” ma con una capacità critica affinché sia lui stesso a crearne uno, ma soprattutto l’impianto culturale, deontologico e critico fanno dello studente appena maturato una persona inizialmente fuori dalla realtà in cui l’inserimento risulta più difficile, mentre è più favorito chi ha maggior capacità di operare sulle macchine proveniente appunto dai mille corsi esistenti. Se non che, sarà poi il tempo a rendere giustizia a questa lenta carburazione. Per questa ragione la scuola per me è stata fondamento d’assesto per tutto il mio percorso professionale nel tempo.  La conoscenza tecnica poi, nel mio caso specifico, è di rilevante importanza per lo svolgimento del lavoro trasformandosi in un filtro molto selettivo per arginare chi vuole esercitare questa professione solo perché mosso dalla passione o chissà da quale ludica aspirazione se non addirittura da bramosia e voglia di successo. Bisogna ricordare quindi, che siamo solo dei tecnici. Un esempio molto calzante è la partecipazione delle categorie tecniche ai premi cinematografici di vetrina. Spesso vengono premiati film riusciti male, spesso doppiati, notevolmente inferiori ad altri, ma, tolta la limitatezza dei giurati sui quali non vorrei sindacare, si assegnano riconoscimenti a film utili in quel momento, oppure come merce di scambio per premi distribuiti a convenienza. Questo per me, oltre ad essere mortificante è anche un appropriarsi di una competenza creando una sudditanza indotta per stabilire con regolare cadenza come stare al proprio posto. Questa è la ragione per cui io sono nettamente contrario ai premi tecnici nelle manifestazioni di altra natura, proprio per via della strumentalizzazione che se ne fa. Questa battaglia la persi poiché a molti miei colleghi piace la visibilità e, giustamente, se ne avvalgono per dare un senso alla loro fatica e più cinicamente, potrei dire alla loro vita.

 

4 – Quali sono i segnali necessari per avere l’acustica desiderata ed esercitare un controllo sia sulla prova recitativa ché sull’ambiente?

La relazione che si crea tra i suoni viventi, ovvero che fanno parte dall’azione, recitazione compresa, e il suono in cui essi sono immersi, risulta armoniosa se l’immagine visiva corrisponde alle proporzioni spaziali a cui siamo naturalmente abituati con l’esperienza d’ascolto. Ci si aspetta che un ambiente molto grande generi delle riflessioni maggiori e quindi più riverberazione, mentre un ambiente piccolo, o molto arredato, ne avrà di meno.  E’ quindi importante considerare questa condizione percettiva come adattamento naturale all’ambiente ripreso.

Altresì, la corrispondenza tra spazio visivo e spazialità sonora percepita va confrontata con la visione relativa data dall’obiettivo di ripresa non confondendo la qualità delle riflessioni con la loro durata.   Più il microfono è prossimo alla sorgente e più la percentuale delle riflessioni è minore e viceversa, quello che cambia è la qualità del suono originale.  Questa dovuta introduzione tecnica stabilisce i parametri in cui noi ci muoviamo per la scelta delle tecniche di ripresa, dopo di che tutto può diventare licenza, ma solo ad opera del regista e non del fonico che invece deve assicurare questa morfologia del suono.   Due sono però le regole da conoscere, la prima è che la riverberazione la si può aggiungere ma non eliminare in post, la seconda è che l’intelligibilità della voce deve essere sempre assicurata. Ahimè, oggi, il format televisivo ha inquinato anche il cinema, ovvero ci vengono richieste sempre voci con una più possibile prossimità e quindi il concetto di spazialità viene meno proprio perché lo si può ricreare in post-produzione Tradotto in termini tecnici, registriamo su tracce separate l’uso dell’asta, del microfono manovrato sopra le teste, soggetto a campi e piani ambientali, e dei radio-microfoni dei singoli attori. Un altro elemento sminuente il nostro lavoro di costruzione del suono anche se, onestamente, contribuisce alla buona resa del film anche se artefatto.

 

5 – Quando Robert De Niro nel capolavoro Il cacciatore rinuncia a sparare al cervo, dopo essere sopravvissuto alla roulette russa, il grido Okay sulla montagna – con l’eco diffuso attraverso la cascata che rappresenta l’ordine naturale delle cose – tocca il vertice dell’emozione. Stessa cosa per il grido di paura che John Travolta cattura in Blow Out. È davvero meglio essere registi?

Approfitto per chiarire che il regista e il fonico, non solo svolgono due lavori diversi, ma sono anche concorrenti in un gioco di competenze dove diventa necessario stabilire le aree di intervento intersecanti. L’esempio riportato nella domanda è chiaramente un intervento creativo spettante alle fasi di post-produzione su ordine del regista, ma il regista si avvale di ben sei anelli della catena produttiva del film competenti per il suono: il fonico di presa diretta, il montatore del suono, il rumorista (oggi creatori di suoni), il fonico delle musiche e il fonico di mix. A chi si vuole riconoscere l’autorialità? io direi a nessuno, il regista è autore del suo film. Noi contribuiamo a tassello alla composizione di un mosaico che appartiene alla sua visione. A tal proposito direi che fino a due anni fa, il riconoscimento per la presa diretta veniva assegnato solo al fonico di presa diretta, e aveva un senso, perché i film italiani sono principalmente basati sulla recitazione e non sulla spettacolarità del suono. Ma dopo pesanti rimostranze da parte degli altri anelli del post, gli enti, come ad esempio il “David di Donatello” hanno accolto la richiesta, anche semplicemente per non affrontare il problema, decidendo di premiare tutto il comparto suono. Giusto o sbagliato che sia, vedere una pletora di persone sui palchi a ritagliarsi un pezzetto di gloria a me non giova. Capisco che nell’epoca dei selfie, un giro con un David in mano da passarsi in 12 fa followers, ma, grazie! non mi appartiene!  Pur riconoscendo il lavoro di tutti.

Posso riassumere quindi che dal punto di vista critico, le scelte sonore si fanno in post per mano del regista, noi possiamo proporre ma non siamo autorizzati a pensare, il resto è pura sindrome di onnipotenza.

 

6 – Credi che un professionista del cinema, sia esso un regista o un tecnico del suono, debba difendere i requisiti etici del suo mestiere quando alla base c’è una passione autentica?

Io credo che tirare in ballo l’etica sia eccessivo, nel caso direi deontologia, infatti noi dobbiamo limitarci a svolgere bene il nostro lavoro nella nostra sfera di competenza. Lo sconfinamento non è mai apprezzato nel cinema. Si ricordi che il cinema è fortemente gerarchico con un preciso organigramma che non permette la sovrapposizione di competenze. Detto questo, la passione, per quanto risulti un movente per svolgere al meglio un lavoro che presenta disagi, fatiche e contesti logoranti, non è la base di questo lavoro. Ancora una volta sono costretto a dire che la passione muove gli entusiasti che poi fanno approcciare il lavoro senza scientificità, dove l’essere scientifici vuol dire conoscere una regola, applicarla, e avanzare pretese dimostrative a quel che si fa, sia in ambito tecnico che linguistico. La nostra professione va difesa con l’aggiornamento, la tutela del lavoro, l’attenzione al “corpus misticum” del film e soprattuto riconoscendo gli sviluppi linguistici che muovono il cinema. L’errore che si fa è quello di osannare, anche giustamente, i vecchi maestri, e snobbare i giovani, quando invece sono molti di loro a trasformare il linguaggio cinematografico e modificarne le tendenze.  Detto in poche parole, gli strumenti denotativi e connotativi di un film, passano per la scrittura, per la sceneggiatura, quindi, rispetto a molti altri lavori noi tocchiamo “materiale sensibile” e quindi serve molta competenza e apertura mentale. L’etica la lascerei alla vita privata.

 

7 – Non sono un critico particolarmente prodigo di elogi. Ma il tuo documentario Guido Romanelli – Missione a Budapest mi è piaciuto molto. L’unico appunto che ti ho già mosso consiste nell’eccessiva velocità di scritte d’epoca dal contenuto notevole. Scorrono via come le immagini viste dal finestrino del treno. Oggi lo gireresti in maniera diversa?

Il documentario “Guido Romanelli” è un film del 2009. Ho iniziato a studiare i rapporti internazionali proprio dal 2009 e quello fu il risultato del primo progetto di ricerca che mi fu assegnato, l’entusiasmo era parte importante. Naturalmente essendomi occupato di audiovisivo nei precedenti 20 anni, ritenevo di avere una competenza, se non garantita, ma sufficiente per realizzare un filmato. Va detto che l’evoluzione del linguaggio del documentario negli ultimi dieci anni è vertiginosamente cambiato, evoluto direi, e ti assicuro che allora, quel film fu limitatamente innovativo. Limitatamente perché richiedeva la comprensione di una storia, ma per il resto quello che è stato ritenuto interessante è stata proprio l’isteria del montaggio. A distanza di anni, rivedendolo, noto una struttura grammatica superata certo, infatti ci sono troppe musiche, troppa concorrenza di suoni e colori, ma l’inquietudine che allora desideravo trasmettere è rimasta tale. Io desideravo provocare lo spettatore affinché la sua partecipazione al film risulti empatica e provocatoria. Amo quando lo spettatore adotta un personaggio facendone un protagonista per poi vederselo delegittimato improvvisamente, amo rendere umani anche i grandi uomini. In un altro mio documentario, sul Risorgimento, un cartello finale da me creato diceva “Gli eroi si chiaman tali per esser ricordati o per rimandarli a giorni come questi dove chi li celebra ha tutto l’interesse a lasciarli nel passato”.

Amo quindi far digerire le sconfitte, non le umiliazioni, sia per i vincitori che per i vinti. Lo trovo molto educativo.

 

7 – In Romanelli – Missione a Budapest, oltre ad appaiare con efficacia elementi naturali, come gli alberi, ed elementi antropologici, tipo le statue che grazie ai tuoi movimenti di macchina e ad alcune angolazioni sembrano perdere l’impasse dell’immobilità, chiami a raccolta molti storici. Come sei riuscito a mettere d’accordo teste diverse?

La vera sfida fu quella di eliminare la voce narrante, spesso usata per cucire la contestualità delle interviste o per aggiungere elementi non ottenuti in fase di ripresa. Bisogna ricordare che i miei documentari sono il risultato di un lungo e meticoloso lavoro i ricerca realizzata per le accademie e gli archivi di stato, quindi, molto spesso arrivo dall’intervistato molto preparato sull’argomento. A questo punto entra in gioco la psicologia: bisogna far credere all’esperto che mancano alcuni tasselli curiosi e segreti, da aggiungere alla storia che solo lui può dare. Solo alla fine chiedo a lui di cosa stiamo parlando, allora quella che sarebbe banalità e lezioncina di storia diviene un racconto ripulito dei suoi fronzoli storiografici. È una forma di avvicinare lo spettatore alla storia, un modo per fare un documentario non di storia ma nella storia. Ci sono molte altre tecniche per coinvolgere gli esperti senza che si sentano usati come se stessero prestando una lezione, uno su tutti è quello di ipotizzare il contrario di quello che è realmente successo, in quel caso escono particolari molto curiosi ancora però ricorrendo al metodo storiografico, la differenza è che l’intervistato diventa personaggio, umanizza la storia mostrando la sua parte umana di studioso, diventando un postero protagonista. Altresì, io non dò molto peso alle testimonianze dirette. Infatti, i testimoni, sono spesso scomodi alla storia, sono auto-celebrativi, smemorati, evidenziano particolari banali e ne nascondo altri, ma soprattutto non conoscono il contesto storico in cui erano immersi. Capita spesso che una loro informazione che ho riscontrato errata abbia messo in crisi tutta la loro credibilità narrativa. Tendo invece a usarli come trampolini emotivi e non di più. L’aspetto ideologico invece, a me non ha mai creato particolari problemi, soprattutto perché io considero le fonti, mentre svuoto gli intervistati delle metodologie,  dei commenti e dell’eziologia meta-storica di cui sono affetti con la cesoia del montaggio. Molti storici, comunque, hanno bisogno di almeno un’ora d’intervista per far ottenere 5 minuti di montato utile, quindi usiamo in media circa il 10%. Particolare curioso, che si nota con l’esperienza, è che gli storici ritornano più volte sulla stessa risposta cambiandone struttura linguista, enfasi e interpretazione. Solitamente l’ultima è la più sincera e ben articolata oltre che coraggiosa. Da come si evince dalle mie ultime righe, io tendo a formare un aspetto androcentrico ai miei lavori.

 

9 – Hai lavorato come tecnico del suono con due registi, Giuseppe Tornatore e Gabriele Salvatores, che hanno vinto l’Oscar per il miglior film straniero. Quali sono, se ne hai, i tuoi numi tutelari?

Lavorare con grandi registi presenta un pericolo: quello di tendere a sottovalutare gli esordienti e i registi meno noti e meno considerati. Invece, nel tempo, ho imparato a considerare ogni scelta e ogni metodo che ognuno può avere come una risorsa. Questo non significa che il mio impegno viene meno in base alla fama del regista ma, per la verità, anche non perdendo considerazione di loro, mi duole vedere come spesso la limitatezza di un regista si tramuti in presunzione. Questo è molto frequente. L’aiuto più produttivo che si può dare a un regista è sempre quello tecnico, quello di trasmettere sicurezza e sgrossarlo dei problemi di ripresa per poterlo far concentrare sulla risultanza della scena in termini stilistici. Il rapporto con i registi con cui si è fidelizzati invece è completamente saldo attraverso quei denti della cremagliera fatta di tempi, priorità, soluzioni e previsioni. Registi come quelli citati nella domanda, hanno un rapporto molto basilare e limitato in fase di lavorazione con me, proprio perché “appaltano” la questione suono alla squadra di cui si fidano e che toglie loro molte incombenze che si creano in ripresa, ma soprattutto si è concertati sulle aree di intervento riguardanti il suono. Posso fare un esempio: inquadratura con un passaggio di ambulanza, io dovrei interrompere la scena ma, d’accordo col regista, si continua per catturare altri momenti della scena senza dialogo, a quel punto siamo concordi che lo stop può darlo solo lui. Altro esempio, ma che non posso proprio portare nello specifico, è la complicità nel gestire gli attori. I grandi registi sanno benissimo che alle loro spalle succede di tutto nel prevenire le complicazioni di ripresa, nel rapporto con la produzione, i costumi, la scenografia ecc. ma sanno anche che al momento del ciak sarà già tutto risolto, perché molto del mio lavoro è diplomazia e gestione dei rapporti anche se la parte tecnica è importante. Rispetto alle mie aspirazioni registiche, stando ai margini del set, con un copione in mano, con un monitor visivo installato e ascoltando tutto, mi fa ritenere che la palestra autoriale me la sono costruita con dovizia di particolari. Non è scontato, serve un’ottica ben precisa, fatta di capacità critica e spregiudicatezza nel rapinare i segreti del mestiere. Un film, quando finalizzato diventa per me un manuale di linguaggio cinematografico perché, prima di chiunque altro, riesco a confrontare la sua evoluzione e a capire gli errori e le limitatezze prima ancora che le sue qualità.

 

10 – In Operazione Budapest c’è un bel margine di enigma. Mi piacerebbe veder realizzare un film di finzione con attori di talento nel ruolo di alcune simpatiche canaglie. Tra i documentari che hai girato qual è quello che più t’ispira un passaggio di questo tipo?

Il film “Operazione a Budapest” sarà l’epilogo di un processo durato 4 anni tra ricerca, costruzione del documentario e di un film, ad oggi in fare di scrittura e revisione della seconda stesura della sceneggiatura. Sarà un film sul deduzionismo, una disciplina specifica dell’intelligence che ha permesso a me, la ricercatrice Anna Nagy e il Maresciallo Roberto Tempesta come consulente, di legare i nodi sparsi di una rete conformatasi solo dopo lunghi studi e testimonianze che non potevano che essere un film scritto.  Noi tutti amiamo questo lavoro, lo amiamo per l’incredibile evolversi delle vicende che hanno reso inattiva e non necessaria la nostra fantasia. Mi spiego: io non ho fantasia, io non so inventare, io da bambino non ho mai letto favole, quando sentivo dire che “Il lupo dice a Cappuccetto rosso…” io, con fare pragmatico pensavo subito al fatto che i lupi non parlano e quindi non fa per me. Riflesso in età matura, posso confermare che da un punto A io non saprei mai costruire alcuna storia, alcuna fantasia, mentre, dati due punti A e B, sia pur sicuro che io saprò unirli. Non a caso mi occupo trasversalmente di rapporti tra Italia e Ungheria. Questa caratteristica mi ha sempre reso un po’ guardingo verso la letteratura per la quale nutro, anche li, un forte senso del pudore quando penso che tutto quello che è scritto è frutto della fantasia di un uomo. Quindi il film si farà, è in fase di finanziamento e revisione di scrittura.

 

11 – L’indirizzo interiore dello spettatore si riallaccia anche ai match-cut visivi, come l’osso rotante, tirato dal primate in 2001 di Kubrick, mutato subito in navicella spaziale, e ad altre angolazioni. Che peso gli dai?

Se penso che il cinema nasce come una realtà resa poetica dalla persistenza retinea delle immagini fotografiche susseguenti, esigerei un ortodosso rispetto verso lo spettatore che ogni secondo si adopera attivamente 24 volte per legare le diapositive proiettate. Il passaggio tra una diapositiva e l’altra è quindi legata dalla nostra percezione. Se si considera questo, non si può che valutare che lo spettatore cinematografico nasce come parte attiva del film e quindi consideralo come un fantasma che aleggia nella sala montaggio. Nel cinema ogni dettaglio, ogni quadro, ogni elemento che entra nel fotogramma e i suoi relativi movimenti di macchina hanno un senso che però non tutti conoscono, nemmeno chi lo fa. Bisognerebbe entrare in un discorso critico molto approfondito che mi limito a ridurre in una citazione di Rondolino: “l’immagine spezza, il suono l’unisce”. Ecco io sono colui che per una vita ha lavorato per contribuire a unire le immagini, ora, mi sto dirigendo verso la loro frammentazione. Un po’ come nella mia vita. 

MASSIMILIANO SERRIELLO

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AL PACINO, Gilberto Martinelli, guido romanelli, ROBERT DE NIRO

1911 GUERRA di LIBIA: … l’Esercito Italiano visto da
Jean Carrère, un cronista amico della “Nuova Italia”

Il francese, “molto italiano”, venne ferito a Tripoli e,
giunto a Napoli, fu acclamato dalla folla in attesa al porto

Raffaele Panico

Così Jean Carrère scrisse durante il governo Giolitti: “l’esercito italiano, fino alla vigilia della guerra di Libia, era per tutti, forse per gli stessi italiani, sconosciuto”. Brillante penna Carrère, partecipe ad un tempo ad una visione dannunziano della vita ed anche all’attivismo dei futuristi italiani È infatti ancora lui a scrivere: “La guerra è un filtro potente sulle anime, che trasforma ogni vizio in virtù!”.

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Cronista di guerra, guerra e pace, italia, le Civiltà del Mediterraneo, Libia

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TERRAZZE TEATRO FESTIVAL

Partirà il 5 luglio la quarta edizione delle Terrazze Teatro Festival, inaugurata il 4 giugno, presso Spazio Novecento, nel cuore del quartiere Eur.

I grandi nomi della comicità, tra i quali Enzo Salvi, Dado, Paolo e Pedro, si alterneranno fino al 3 di agosto, per rallegrare l’estate Romana.

La rassegna, a cura di Achille Mellini, si inserisce in un progetto più ampio, quello delle Terrazze, che nasce con lo scopo di valorizzare i locali di proprietà di Eur S.p.A, tra cui il Palazzo dei Congressi con le sue stupende Terrazze. Parliamo di Terrazza Novecento, riferita alla ristorazione e all’intrattenimento danzante, e Terrazza delle Belle Arti, dove si svilupperanno il teatro e gli spazi espositivi.

Sarà proprio nella splendida location della Terrazza Novecento che per un giovedì al mese sarà possibile cenare mentre sul palco si svolgeranno spettacoli musicali e artistici, diretti e selezionati da Gianluca Neon, mentre, tutti i venerdì e sabato, dalle 23.30, fino alle 3 del mattino si ballerà al ritmo di dance anni ’90 o sonorità house.

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dance anni 90, eur, eventi Roma, house, Teatro, Terrazza delle Belle Arti, Terrazza Novecento

“Investimenti e Risparmio”…. nuove strategie
per conseguire obiettivi decisamente vincenti

Giovedì 20 Giugno alle ore 18.00 presso la Casa dell’Aviatore nel Circolo Ufficiali Aeronautica Militare (Via Dell’Università 20, Roma) – è in programma, per un ristretto numero di invitati,  una interessante presentazione riguardante il settore del “Risparmio ed Investimenti”.
Tale incontro viene promosso ed organizzato da: 

LOREDANA FERRARA  
 Personal Financial Advisor 
& Consulente FINECO 

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Fineco, investimenti, Risparmio, S.

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Applausi a Mattarella

            Quattordici minuti di applausi al Festival di Cannes dopo la proiezione dell’unico film italiano presentato alla Mostra, Il traditore, di Marco Bellocchio. Undici minuti di applausi all’ingresso del Presidente Mattarella all’Assemblea della Confindustria a Roma di una settimana fa, prima delle elezioni europee.

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Mattarella

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Cucinelli ospita a Solomeo gli “amici della Silicon Valley”

È così che Brunello Cucinelli definisce il gruppo di imprenditori, venuto direttamente dalla Silicon Valley ed ospitato a Salomeo, il borgo sede dell’azienda.

Grandi nomi, tra loro Ruzwana Bashir fondatrice e CEO di Peek, Jeff Bezos fondatore presidente e CEO di Amazon, Dick Costolo CEO di Twitter, Reid Hoffman co-fondatore e presidente esecutivo di LinkedIn, Drew Houston CEO e fondatore di Dropbox, Lynn Jurich co-fondatore e co-CEO di Sunrun e Nirav Tolia co-fondatore di Nextdoor.

Come potrò ringraziare questi ragazzi”, ha detto Cucinelli commentando la visita, “che io considero i giovani Leonardo del terzo millennio, per essermi venuti a trovare, graditissimi ospiti, qui a Solomeo, Borgo dello Spirito, sede e sorgente di ogni mio sogno, luogo ove cerchiamo di custodire il più alto ideale di una economia nutrita di umanità? Lo considero un grande onore“.

Noi che ogni giorno trattiamo le cose dell’economia”, ha spiegato l’imprenditore, “ci siamo avvicinati agli ideali nei quali crediamo profondamente con l’eleganza di un nobile dialogo. Le nostre idee per il futuro sono idee di un domani reso gioioso da una tecnologia ancella dell’umanità. L’anima che alimenta l’economia, prima che un’idea, fu un sogno e un dono di vita. Se mai l’anima fu commossa nell’ideale, ecco, in questi giorni l’abbiamo sentita in ognuno dei nostri cuori. Se mai l’umanesimo è rinato nel cuore di persone dei nostri tempi, ecco, in questi giorni abbiamo vissuto tale felice evento. Il nostro pensiero è rivolto al domani dei nostri figli e di chi seguirà le nostre vite, respiro di un ardore affascinante”.

fonte ANSA

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cucinelli, silicon valley, solomeo

IL SANGUE GIALLOROSSO, l’oro italo-americano e le bandiere ammainate: un gioco preso molto sul serio

Forse in certi casi è anche giusto che il gioco del calcio sia preso sul serio. Nel bisogno di stringersi attorno a una bandiera – come ai tempi delle Legioni comandate da Giulio Cesare – vi sono motivazioni più complesse rispetto a quelle fornite dai sociologi, intenti a liquidare il fenomeno con una punta di gelida arroganza.

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de rossi, roma, torti

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Il fascismo e le sue origini nel panorama europeo
tra il trionfo e la tragica e infame Alleanza  

         L’oscillazione del pendolo politico post primo conflitto mondiale in Europa, analisi storica, politica e istituzionale nonché economica di Karl Polanyi ovvero passaggi anche sanguinari, con violente prese di potere o fasi rivoluzionarie, rapsodiche, che segnavano un passagggio del potere da estrema destra a sinistra e viceversa, è stata, questa l’oscillazione, tanto maggiore quanto minore era la democratizzazione del Paese in questione e tanto maggiore era l’arretratezza economica dello stesso Paese in esame.

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Alleanza, fascismo, panorama europeo

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Dove esportare?
Quali Paesi scegliere prevedendo e driblando le crisi internazionali?

Sono pochi coloro che nello scegliere il Paese target per l’export prendono in considerazione la situazione geopolitica che cambia ad una velocità impressionante in Europa e fuori: Libia, Venezuela, Corea del Nord, scontro frontale Stati Uniti e Cina, embargo verso l’Iran, la Russia sono solo alcuni degli esempi di un contesto internazionale che sembra essere sempre più instabile che ha inevitabili ripercussioni sul business (sia questo #export, investimento o produzione).

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Aspetti economici sociali e criminali della II^ guerra mondiale – il male propinato dall’ideologia globalizzata con l’oppio e l’eroina

Francia 1969: veniva pubblicato un Abecedario di un agente dei servizi, ad ogni singola lettera, una relativa voce. I francesi, venivano sconfitti in Indocina. La Francia osservava con occhi scaltri questioni di geopolitica, si pensava di avere visioni più lucide; mentre in Italia passava l’infame fronte della guerra fredda attraverso il liquido corrosivo del terrorismo e dei falsi miti propaggini della guerra civile 8 settembre 1943 aprile e ben oltre il 1945. La scia della Liberazione avvenuta con le bombe angloamericane e le faide interne dei vari triangoli rossi, o assi neri, o foibe istriane solo una lunga scia di morte postbellica. Ora, sentiamo cosa riporta questo attento francese dalle memorie da lui raccolte nell’Abecedario. Voce “o”, o come Oppio, tra “Oerlikon” – città del cantone di Zurigo […] dove si fabbricano cannoni da venti millimetri… e tra “Orecchio elettronico” – “scoperto dal dottor Alfred Tomatis”. Ecco il rapporto sullo stato dell’arte del cosiddetto “Triangolo d’Oro” dell’oppio, morfina ed eroina.

Così alla voce Oppio: “Nel 1965 il veleno è diventato un’arma possente. Pezzi forti della guerra ideologica moderna sono l’oppio e l’eroina e occupano un posto preponderante nel totale delle somme destinate alla propaganda sovversiva. Da molto tempo Mao Tse-tung ha compreso la potenza di tale arma. Nelle sue mani, essa neutralizza europei e americani. La politica di Mao è chiara: tende a sopprimere la tossicomania in Cina, incoraggiando d’altra parte la coltura, la produzione, la distribuzione e la vendita di stupefacenti nelle nazioni occidentali. E l’esportazione è fiorente. Ogni anno le cifre degli affari aumentano. Nel 1950, 10.591 grammi di eroina sono stati sequestrati, tre volte più che nel 1949. Ne vennero trovati 990 grammi presso il capo della sezione Kyushu del partito comunista giapponese. Erano stati forniti dal nordcoreano Kyo-son, membro del comitato direttivo del partito di Rashin, nella Corea del Nord. Il 17 febbraio 1963 gli agenti dell’ufficio narcotici, a New York, perquisiscono i bagagli lasciati in consegna da un ricercato dalla polizia: contenevano 61 chili di eroina pura, per un valore paragonabile a oltre trenta miliardi di lire. Robert Kennedy, ministro della Giustizia, volle darne l’annuncio personalmente. In quanto agli esperti del FBI, le loro informazioni sono sicure: Pechino è il fornitore mondiale numero uno. Esistono oggi, in diverse regioni della Cina meridionale, distese impenetrabili, dove gli indigeni, che conoscono appena la loro nazionalità, vendono grandi quantità d’oppio grezzo ai trafficanti cinesi. La sola raccolta dello Yũnnan arriva a 2000 tonnellate di oppio grezzo. La produzione totale della Cina continentale, secondo i documenti ottenuti dalle Nazioni Unite, oscilla tra le 20 e le 22 mila tonnellate. In quanto alla Compagnia nazionale del commercio, organismo di stato dipendente dal ministro del Commercio di Pechino, essa controllava il 65% del traffico mondiale della droga. Sapendo che un’oncia d’oppio grezzo (grammi 28,35) ha un valore internazionale di 2.500 vecchi franchi nel paese producente, che vale 100.000 franchi dopo la trasformazione e l’arrivo a New York, che l’oppio grezzo viene trattato in laboratorio per diventare eroina a un prezzo base medio di 2.500 franchi per grammo, prezzo che sarà raddoppiato dal venditore, si arriva a due milioni e mezzo per ogni chilo di stupefacente. E i 12.057 chili sequestrati negli Stati Uniti nel 1960, rappresentano un valore di oltre ottantaquattro milioni di dollari (circa 50 miliardi di lire).”

Il funzionario del Servizio francese passa poi al tariffario, prezzo e consumo in Canada. Poi, continua: “Dalle terre dove crescono i papaveri, fino al drogato che ha in tasca l’ago ipodermico, il cucchiaio a manico ritorto (recipiente per la cottura) e i lunghi fiammiferi che verranno bruciati a fascio perché lo zucchero e l’eroina si dissolvano nell’acqua, la via dell’oppio segue molte vie traverse. Vi sono due punti chiave di transito e trasformazione: Hong Kong e Singapore. Hong Kong, la città internazionale, conta 250mila intossicati, come New York e centinaia di laboratori clandestini. Enormi quantità di morfina vengono fabbricate in quella metropoli: altri laboratori trasformano la morfina in eroina. Prediamo 500 grammi di oppio preparati ad Hong Kong: ripartiti in piccole capsule di materia plastica, saranno affidate a un marinaio giapponese la cui petroliera farà scalo in Australia. A Sidney il marinaio consegna il suo carico al passeggero di un piroscafo inglese la cui destinazione è Londra. A sua volta il passeggero si metterà in contatto con il rappresentante di una banda italiana che, via Anversa, arriverà a Napoli. Là, l’oppio preparato diventerà eroina , e arriverà alla destinazione finale: New York via Messico o Montreal. «Quale che siano la provenienza e l’origine della droga, nonché gli intermediari, essa finirà sempre a New York» – l’uomo che parla così (scrive il francese; Ndr) è il signor Naprstek, dell’ufficio 272 dell’ONU, il solo uomo al mondo che conosca il problema internazionale della droga grazie alle statistiche dei cinque continenti. La strada dell’oppio trova parecchie varianti: una passa per la pista del Laos: la pista di Ho Chi-mincgh, calpestata da migliaia di coolies. L’oppio vi viene trasportato a dorso d’uomo verso Saigon e Bangkok. Ogni anno 400 tonnellate, circa la totalità della raccolta laotiana, si incammina verso quelle destinazioni. I commando comunisti del Pathet-Lao, che dispongono delle tribù dei Meo e degli Yao, controllano gli immensi campi di papaveri. L’oppio paga generosamente l’acquisto delle loro armi. Un altro asse di penetrazione è il nord della penisola indo-pakistana, con destinazione al bacino del Mediterraneo”. Il francese ricorda poi un episodio avvenuto a Londra dove in grandi alberghi mondani, dive dello spettacolo si ritrovano in storie di cronaca e carcere dovute alle valigie di diplomatici, in realtà agenti, questa volta sovietici, così prendendo il posto degli asiatici nella corsa alla depravazione del cosiddetto Mondo libero. E infine il francese chiude da buona persona intelligente quale è (stato) con un appunto storico: “Per l’obiettività della storia, conviene ricordare che l’oppio venne importato dall’Assam in Cina, da due inglesi, Wheeler e Watson.

La funesta droga procurò un’inesauribile fonte di rendita alla Compagnia delle Indie. Nel XIX secolo il governo britannico dell’Indostan, erede di tale società, versò i fondi necessari a quei fattori del Bengala che desiderassero dedicarsi alla coltura del papavero, esigendo in cambio che la cassetta d’oppio venisse ceduta a prezzo fisso. La rivendita poi all’asta con un beneficio medio di 2.250 franchi oro per cassetta. L’oppio esportato dall’Indostan verso la Cina veniva venduto a nome di Sua Maestà, imperatrice delle Indie, e a profitto del tesoro inglese. Da 150 a 200 milioni entravano così nelle casse del governo britannico in India. Da parte loro i gesuiti francesi insegnarono ai mandarini l’arte di «prender con eleganza tabacco da fiuto» e i tre fiordalisi furono, per un secolo, a Pechino, la sola insegna dei rivenditori di tabacco da fiuto. Wheeler e Watson, importatori d’oppio in Cina, non avrebbero certo previsto che i cinesi, un secolo e mezzo più tardi, si sarebbero dedicati allo smercio della droga con i loro stessi discendenti sulle rive del Tamigi, e questo in cambio di informazioni politiche derivanti dalle «alte sfere». Mao Tse-tung non fa altro che riprendere, per proprio conto, la guerra dell’oppio, con la speranza di intossicare il mondo”.

 

Fin qui, il racconto dell’Agente francese circa il viaggio della droga destabilizzante le società avanzate. Altro è stato pubblicato anche su un autorevole settimanale italiano, all’incirca negli stessi anni, tra l’altro anche con dati e stime molto precise. Aveva dunque ragione Truman: “le informazioni, anche le più segrete e riservate, anche sugli Stati e la loro sicurezza interna e le loro geopolitiche sono al 98% pubblicate sui giornali, dal più grande fin al più piccolo, occorre solo leggere attentamente tutti i periodici e, il tutto, senza preconcetti ideologici”.

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Etica e diritti: quello che la moda (non) dice

articolo di Elena Banfi via vanityfair.it

Parliamo di etica e responsabilità sociale: a che punto sono le aziende fashion italiane? Abbiamo chiesto a due grandi esperte di aiutarci a fare un po’ di chiarezza e a capire quanto «Made in Italy» sia sinonimo di «Made in dignity»

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SAVOIA 2019: non solo onori ma tante opere di bene

Attive in 56 stati, le istituzioni collegate a Casa Savoia devolvono ogni anno oltre un milione di euro per conto della Real Casa, denaro donato in prevalenza agli italiani, ma anche all’estero, dall’Iraq alla Bosnia, dal Kossovo al Centrafrica. Un impegno che nel 2019, su iniziativa del Coordinatore degli Ordini Dinastici per le Americhe, Dott. Sergio Pellecchi, continua anche in Argentina, dove vivono moltissi nostri connazionali e dove i filosabaudi sono in prima linea contro la malnutrizione infantile.

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savoia

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A Palermo, MayDay per un futuro senza frontiere

PER UN POSSIBILE FUTURO
….. SENZA FRONTIERE 

Sabato 25 maggio sbarca nel capoluogo siculo, presso il Castello a Mare, in via Filippo Patti, il “MayDay”. Si tratta di un evento di dodici ore di arte, musica e cultura. L’iniziativa promuove un possibile futuro senza confini e barriere e si rivolge principalmente a tutti coloro che vogliono una realtà migliore senza differenze di sesso, colore della pelle e pregiudizi.

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Christian Picciotto, Claudio Arestivo, Massimo Castiglia, palermo, Roy Paci, Totò Cavalieri

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Il caso Tortora: a 31 anni dalla scomparsa

Su “Il DUBBIO” di domenica 19 maggio leggiamo “”Tortora il vergognoso abbaglio. In carcere senza prove eppure poi nessuno ha pagato.. Il 18 maggio di trentun anni fa: quel giorno agenzie di stampa, e poi i notiziari radio- televisivi annunciano che Enzo Tortora è morto; il tumore che lo tormenta e lo fa soffrire da mesi, alla fine ha vinto. Fa in tempo, Enzo, a vedersi riconosciuta l’innocenza da anni proclamata: un anno prima la Corte di Cassazione lo ha assolto definitivamente dall’infamante accusa di essere un “cinico mercante di morte”, uno spacciatore di droga, affiliato alla Camorra di Raffaele Cutolo. Si aggrappa alla vita con le unghie e i denti, per poter vedere quel verdetto. Poi arriva lo schianto. “Mi hanno fatto scoppiare una bomba dentro”, dice a proposito di quel tumore, e della vicenda che lo vede vittima- protagonista. Nel corso della requisitoria del primo processo, il Pubblico Ministero sillaba: “Ma lo sapete voi che più si cercavano le prove della sua innocenza, più si trovavano quelle della sua colpevolezza?”.

Chissà che ricerche. Lo stesso Pubblico Ministero, tanti anni dopo, ammette l’errore. Che non può essere liquidato come “errore”, come “abbaglio”. Troppo semplice, troppo facile; perfino consolatorio definirlo un “errore”, un “abbaglio”. In realtà, fin da subito, contro Enzo non c’era nulla; e quel nulla era talmente visibile che anche un cieco lo avrebbe potuto vedere. Non si vide, perché non si volle vedere. Non si capì perché non si volle capire. Contro Tortora non c’era nulla. L’architrave dell’ipotesi accusatoria si regge sulla parola di due falsi pentiti: uno psicopatico, Giovanni Pandico; e Pasquale Barra detto, a ragione, ‘ o animale: in carcere uccide il gangster milanese Francis Turatello, lo sventra, ne addenta le viscere. Poi, a ruota, vengono un’altra ventina di sedicenti “pentiti”: tutti a raccontare balle, una più grande dell’altra, per poter beneficiare dei vantaggi concessi ai “pentiti”. Accuse che con fatica e infinita pazienza vengono smontate: la difesa di Tortora fa una vera e propria contro- inchiesta, che demolisce, letteralmente, l’inchiesta della Procura napoletana.

Una vicenda che ha dell’incredibile per la quale nessuno poi paga: non i falsi “pentiti”; non i Magistrati della pubblica accusa, che anzi, fanno carriera. Tortora invece patisce una lunga carcerazione. Al suo fianco il Partito Radicale di Marco Pannella che lo elegge al Parlamento Europeo ( poi si dimette, rinunciando all’immunità); Leonardo Sciascia, Piero Angela, Indro Montanelli, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, Rossana Rossanda, Vittorio Feltri, Massimo Fini, chi scrive; davvero in pochi. Tanti, al contrario, si producono nel crucifige. Se è stata una pagina nera per la Magistratura napoletana, ancora più nera lo è stata per il giornalismo, che acriticamente ha pubblicato pagine e pagine di falsità infamanti, senza controllare, senza verificare. Eppure nulla giustificava quello spettacolare arresto. Anni fa ho intervistato per il Tg2 la figlia di Tortora, Silvia. Intervista che ancora oggi mette i brividi: Chiedo: Quando Tortora venne arrestato, cosa c’era oltre alle dichiarazioni di Pandico e Barra? “Nulla”. Sull’ondata di questo scandalo, radicali, socialisti, liberali, raccolgono le firme per tre referendum per la giustizia giusta; tra i tre, uno per la responsabilità del Magistrato che commette colpa grave. I referendum vengono poi vinti a furor di popolo; e traditi da un Parlamento che disattende platealmente il volere popolare. Ora Tortora riposa al Monumentale di Milano, con accanto una copia de “La colonna infame” di Alessandro Manzoni. Sulla tomba un’epigrafe dettata da Sciascia: “Che non sia un’illusione”. Chissà”“.

 Ora un passo indietro, anzi due…anche sull’onda dei ricordi personali…Domenica 30 settembre e lunedì 1 ottobre 2012, in prima serata su Rai Uno, è andato in onda “Il CASO ENZO TORTORA – DOVE ERAVAMO RIMASTI?”,  miniserie televisiva in due puntate; una fiction per raccontare la forse dimenticata vicenda giudiziaria di Enzo Tortora, uno dei personaggi televisivi più noti degli anni andati. 17 giugno 1983, Enzo tortora viene arrestato con l’accusa di essere un affiliato del clan camorristico Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo; in quel periodo è conduttore di “Portobello”, il programma di gran successo della Rai. È il caso, è la storia di un arresto inutile, un’istruttoria carnascialesca con i pentiti che concordavano in barba a Magistrati e 007 antimafia le loro dichiarazioni in una stessa struttura protetta dove erano ospitati tutti insieme appassionatamente (..la Caserma dei Carabinieri di Piazza Carità..in quegli anni ero Comandante della Compagnia Napoli Stella, nel quartiere Sanità con giurisdizione sui quartieri più sensibili sotto il profilo della sicurezza pubblica, dalla Sanità a Forcella, passando per San Carlo all’Arena e Borgoloreto (con la Stazione Ferroviaria e l’attiguo Mercato della Duchesca), Secondigliano e il quartiere “167”, oggi denominato Scampia e reso noto dal film “GOMORRA“, per arrivare sino a San Pietro a Patierno. All’ epoca, la zona di Secondigliano era, secondo statistiche specializzate, ritenuta la più “criminogena” d’ Europa, e a ragione; ma tale è certamente rimasta dopo oltre trent’ anni, forse anche di più, superando chissà quale record!..) e dalla quale facevano addirittura telefonate estorsive all’esterno, un processo kafkiano o, meglio, farsa, una condanna ingiusta basata su fatti non dimostrati e, infine, un’assoluzione giusta, meritata, necessaria che avrebbe dovuto costituire un monito per l’intero sistema giudiziario italiano. Durante la fase dibattimentale del processo il numero degli accusatori aumentò e ad incastrare Tortora  furono  oltre ai camorristi Giovanni Pandico, ritenuto pazzo, Giovanni Melluso, detto “il bello”, soprannome che la dice tutta sulla vacuità del soggetto (recluso e ben sorvegliato nella mia Caserma nella Sanità..Proprio in quel triste periodo fu ucciso dalla camorra il mio valoroso Brigadiere Domenico Celiento..), e Pasquale Barra, detto “O animale”, perché mangiava il cuore degli assassinati, anche altri otto imputati delinquenti plurimi e reiterati, tutti accomunati nello spasmodico desiderio di usufruire dei vantaggi della recente Legge sui pentiti. Le accuse si basavano su un’agendina trovata nell’abitazione di un camorrista, Giovanni Puca, detto “O Giappone”, sulla quale compariva un nome che assomigliava a quello di Tortora con un numero di telefono non corrispondente al suo recapito. In realtà, il nominativo si riferiva ad un tale Tortosa. L’unico contatto tra Pandico e Tortora erano alcune lettere inviate dal detenuto alla redazione di Portobello. Condannato a dieci anni, Tortora non si sottrae alla Giustizia e si fa arrestare, sebbene Parlamentare Europeo. Questa volta, però, le cose vanno in modo diverso; le accuse dei pentiti crollano, cominciano a emergere innumerevoli contraddizioni e nel settembre 1986 la Corte d’Appello di Napoli, con Presidente Di Leo e giudice a latere Mariani (il processo era iniziato il 4 febbraio 1984 agli 834 imputati e si svolse in tre distinti tronconi; al termine dei tre gradi di giudizio si perverrà all’ assoluzione di oltre due terzi degli imputati) lo dichiara non colpevole con formula piena, restituendogli la libertà e la dignità. Probabilmente già malato e sicuramente logorato nell’anima, Tortora torna al suo lavoro e al pubblico di Portobello, che saluterà con quelle parole che hanno lasciato un segno nella memoria degli italiani: “Dunque… dove eravamo rimasti?”. Per chi volesse approfondire le vicende del caso Tortora, suggerisco l’interessante libro di  Vittorio Pezzuto, “APPLAUSI E SPUTI. LE DUE VITE DI ENZO TORTORA” (Sperling & Kupfer, 522 pagine, euro 15) ora ripubblicato, da cui è stato tratto il film per la TV. “”Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati a vita” dichiararono il 19 giugno 1983 alla stampa i Magistrati Felice Di Persia e Lucio Di Pietro. Sappiamo tutti com’è andata a finire. Cos’è cambiato, venticinque anni dopo questa storica Caporetto dei ‘pentiti’ e di una parte della Magistratura napoletana che li aveva voluti trasformare in onnipotenti oracoli?

Cos’è cambiato da quel “Non siamo pazzi, non vogliamo essere screditati a vita”? “Poco”, sostiene Vittorio Pezzuto nel suo libro, “soprattutto perché gli inquisitori del caso Tortora non sono stati screditati, sono stati addirittura promossi; Felice Di Persia è diventato membro del Consiglio Superiore della Magistratura (e non basta a consolarci il ricordare che, quando ne presiedeva i lavori, Francesco Cossiga, Capo dello Stato, si rifiutava platealmente di stringergli la mano) nonché Procuratore Capo della Repubblica di Nocera Inferiore, mentre Lucio Di Pietro, che fino a pochi mesi or sono era Procuratore Aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, opera ora quale Procuratore Generale della Repubblica di Salerno; così, Luigi Sansone, il Presidente del Tribunale che condannò in primo grado Tortora a dieci anni di reclusione e a 50 milioni di lire di multa è Presidente della sesta Sezione Penale della Corte Suprema di Cassazione a Roma,  come anche è diventato Procuratore Capo del Tribunale di Nocera Inferiore  Diego Marmo che, vestendo all’epoca la toga del Pubblico Ministero nel processo di primo grado, urlò un giorno a uno dei difensori di Tortora, nel frattempo eletto Deputato radicale al Parlamento europeo: “Avvocato Coppola, lei deve moderare i termini! Le ricordo che il suo cliente è stato eletto con i voti della camorra. Voi non avete alcun rispetto della vita umana!””.

Concludo: Esempi che provano come, in questa sempre grande Italia, esponenti del settore pubblico operanti nella Magistratura, ma questo è valido anche per molteplici altri ambiti della Pubblica Amministrazione, nessuna esclusa, abbiano continuato a percorrere, con animo libero da preoccupazioni (“serenamente, pacatamente” direbbe Veltroni;”sobriamente”, Monti), la strada che li conduce in alto, molto in alto, magari con gli applausi dei “lieto pensanti” sino alla meritata pensione, certi come sono che gli errori eventualmente commessi nell’esercizio delle loro funzioni non possano in alcun modo minacciare la progressione di una fortunata pilotata carriera… Dobbiamo anche sostenere, per tornare all’ambito giustizia, come prima trattato, che a nulla è servito il voto degli italiani al referendum radicale che nel 1987 proponeva la responsabilità civile del Magistrato in caso di colpa grave; infatti, qualche mese dopo, il Parlamento ha varato una legge tuttora in vigore che ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e comunque a carico non del Giudice ma dello Stato, quindi a spese nostre…Domanda: DOVE ERAVAMO RIMASTI?..DOVE ANDREMO A FINIRE..? Avendo prima ricordato il mio valoroso Brigadiere Domenico Celiento sento il dovere in Sua memoria e per rispetto ai Suoi familiari ricordarlo.. Su mia disposizione conduceva indagini sulle estorsioni nel quartiere Sanità, e in tale contesto oltremodo difficile per il clima di omertà, aveva proceduto in appena tre mesi all’arresto di ben dieci delinquenti, mentre già si delineava il coinvolgimento di elementi di spicco del clan camorristico dominante di Forcella. Di carattere generoso ed espansivo, ma diffidente e riservato nelle cose di lavoro, sorretto da valida preparazione professionale ed animato dai migliori sentimenti di attaccamento al dovere, lavorava senza guardare l’orologio, mai sottraendosi ai servizi più gravosi e pericolosi; parlava solo e giustamente con il suo Capitano…. Non passò molto tempo, purtroppo, che si arrivò a quel maledetto 28 aprile 1983, quando di prima mattina sulla Circonvallazione di Casoria ci fu l’ agguato al valoroso Sottufficiale. Due autovetture, con killer a bordo, lo  fermarono per colpirlo a morte; morte che sopravvenne il giorno dopo all’ Ospedale Nuovo Pellegrini, per la sua forte fibra…

 

articolo del Generale Vacca già pubblicato su Attualità.it a seguito di un intervento apparso su Il Dubbio

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