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Autore: Sveva Marchetti

Serendipity 3 crea le patatine fritte più costose al mondo

Il nome di queste patatine fritte da record è “Crème de la Crème Pomme Frites”, e sono esentate a far parte del menù di Serendipity 3 al modico costo di 200 dollari, circa 170 euro.

Il costoso piatto è stato creato da Joe Calderone, Creative Chef e Fredrick Schoen-Kiewert, Corporate Executive Chef; sono partiti da ingredienti di lusso per poter offrire ai clienti un’esperienza unica sia per unto riguarda il lato del gusto che anche quello economico.

Il piatto non è costituito solo da semplici patate tagliate e poi fritte in olio bollente ma da una serie di particolarissimi ingredienti:

  • patate Chipperbeck Upstate

  • champagne Dom Perignon

  • aceto di champagne francese J. LeBlanc Ardenne

  • grasso d’oca di animali allevati in Francia 

  • sale di Guerande al tartufo

  • olio tartufato

  • pecorino Tartufello delle Crete Senesi

  • tartufo nero estivo a scaglie italiano

  • burro al tartufo

  • panna biologica A2 A2 100% prodotta da mucche Jersey nutrite con erba

  • formaggio Gruyère Truffled Swiss Raclette invecchiato di 3 mesi

  • polvere d’oro alimentare 23k

Le patatine fritte vengono poi servite su un piatto Arabesque di cristallo Baccarat, accompagnate da una salsa speciale chiamata Mornay Sauce.

patatine fritte

La preparazione consiste prima in una scottatura delle patatine nel Dom Perignon e nell’aceto francese J. LeBlanc, per dare  un tocco iniziale dolce e acidulo; poi vengono cotte tre volte nel grasso d’oca in modo da donare all’esterno una consistenza croccante. Nel frattempo viene preparata la salsa Mornay, sciogliendo in padella burro al tartufo, si aggiunge la farina per fare un roux e si monta poi la panna biologica per addensare la salsa.

Infine nell’impasto si aggiungono i cubetti di Gruyère Truffled Swiss Raclette, per dare una cremosità simile alla fonduta. Il piatto, poi, viene guarnito con scaglie di tartufo nero, scaglie di formaggio pecorino Tartufello delle Crete Senesi e la polvere d’oro alimentare 23k.

Le jeux sont fait!

serendipity 3, patatine fritte

Ucraina – l’esercito e la marcia sui tacchi a spillo

Schiere di donne che marciano in tacchi alti: un’immagine sicuramente d’impatto, che ci aspetteremmo di vedere in un videoclip musicale o un’opera d’arte visuale, in cui le provocazioni e gli accostamenti azzardati lasciano spazio alla riflessione… ma che assume una valenza completamente diversa se calata nella realtà, e ancor di più se messa veramente in atto da un governo nelle fila delle sue forze armate. Nelle scorse ore ne hanno parlato tantissimi media nel mondo: l’Ucraina stava pianificando, in occasione di una parata programmata il prossimo mese, di far marciare le sue soldatesse con ai piedi delle scarpe décolleté nere classiche con un discreto tacco alto, invece che con i regolamentari stivali da combattimento previsti per la divisa. Il Ministero della Difesa del paese ci ha tenuto a farlo sapere con un servizio fotografico diffuso in anteprima, ma negli scorsi giorni la decisione ha subito sollevato critiche e reazioni rabbiose, a livello nazionale e non solo.

Come riferisce la BBC, l’Ucraina si prepara a festeggiare 30 anni di indipendenza dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e per le celebrazioni ha organizzato anche una parata militare, che si svolgerà il prossimo 24 agosto. Così, il Ministero della Difesa ha pubblicato sui suoi profili social una serie di foto ufficiali, che ritraggono file di studentesse di un collegio militare che si esercitano per la prima volta a marciare sui tacchi, i quali, stando a quanto ha specificato lo stesso Ministero ucraino, fanno parte dell’uniforme femminile. Sul sito di informazione della Difesa, ArmiaInform, come si legge su Deutsche Welle, una cadetta, Ivanna Medvid, ha commentato così il particolare allenamento: “È leggermente più difficile rispetto agli stivali dell’esercito, ma ci stiamo provando”. Molti nel paese, però, si sono immediatamente detti scioccati e indignati dal piano, e hanno apertamente criticato le autorità ucraine, sia sui social network che all’interno dello stesso parlamento.

La deputata Iryna Gerashchenko, che milita nell’opposizione, ha giustamente definito la decisione un esempio di “sessimo e misoginia”, e si è chiesta perché il governo abbia pensato che fosse più importante dotare i soldati donna di tacchi alti invece che di giubbotti antiproiettile della loro misura. Un gruppo di parlamentari, tra cui la vicepresidente del parlamento Olena Kondratyuk, ha chiesto al Ministro della Difesa Andriy Taran e al governo di presentare delle scuse. Il commentatore Vitaly Portnikov ha scritto su Facebook che questa storia della parata in calzature con tacchi alti è una “vergogna”, e l’evidente frutto di una mentalità “medievale” ancora presente tra i funzionari ucraini. La veterana Maria Berlinska ha invece ricordato che le parate militari dovrebbero servire a dimostrare l’abilità dei soldati, mentre questa sembra fatta per stuzzicare la fantasia degli alti ufficiali seduti nelle tribune. Inna Sovsun, membro del partito europeista Golos, ha detto “È difficile immaginare un’idea più idiota e dannosa”, sottolineando come i tacchi possano comportare rischi per la salute, e anche che le soldatesse ucraine, come gli uomini, rischiano la vita e quindi “non meritano di essere derise”. Infine, come riporta Il Post, in segno di protesta e provocazione, alcune parlamentari sono andate in aula con scarpe col tacco ai piedi e hanno invitato il Ministro Taran a indossarle anche lui il giorno della parata.

Anche tantissimi utenti sui social hanno criticato la decisione, sottolineando come renda le donne soldato più vulnerabili, come sia frutto di stereotipi di genere nonché un gesto irrispettoso nei confronti delle tante soldatesse morte in guerra. E in effetti, come ha ricordato la vicepresidente Kondratyuk, sono più di 13.500 le donne che hanno combattuto nell’attuale conflitto tra Ucraina e Russia, che vede le truppe governative della prima schierate contro i separatisti sostenuti dalla seconda, nella regione orientale del Donbass. Nelle forze armate ci sono ben 31.000 soldatesse, e tra di loro più di 4.000 sono ufficiali.
A quanto sembra comunque, alla fine sabato il Ministro Taran ha fatto caporetto: ha dichiarato che le cadette saranno dotate di altre scarpe e ha fatto diffondere nuove fotografie in cui le soldatesse indossano gli scarponi.

Siamo lieti di sapere che le numerose critiche abbiano convinto le autorità ucraine perlomeno a tornare sui loro passi. Una parata militare sui tacchi è un’idea discutibile, sicuramente sessista – perché mette al primo posto l’estetica, per altro di concezione femminile tradizionale – nonché senza dubbio dannosa, perché compromette la comodità, la sicurezza e la salute delle soldatesse. Non si comprende poi perché un’uniforme militare dovrebbe ancora essere dotata di scarpe del genere: speriamo che anche su questa questione il Ministero della Difesa ucraino voglia riconsiderare le sue scelte.

Ucraina, tacchi

Pitti Uomo – al via l’edizione numero 100 che segna la ripartenza

 

Apre i battenti il salone di punta a livello internazionale Pitti Uomo, che torna in presenza in Fortezza da Basso fino al 2 luglio per la sua 100esima edizione dopo lo stop causa covid. Pitti Immagine 100 è “un po’ traguardo e un po’ ripartenza“, esordisce Antonella Mansi, presidente del Centro di Firenze per la Moda Italiana e vice presidente di Confindustria, nel suo intervento all’inaugurazione del salone a Firenze.

Il futuro si costruisce insieme, già ora nel presente, anche nel settore della moda”, ha sottolineato Mansi, ringraziando tutte le istituzioni, a partire dal governo, che hanno permesso di organizzare Pitti Uomo, prima fiera internazionale in presenza.

Pitti Uomo 100 è “un’edizione straordinaria: onorariamo il traguardo nel segno della concretezza e dell’orgoglio per la ripartenza”, le fa eco Agostino Poletto, direttore generale di Pitti Immagine. “Anche l’allestimento è molto diverso dal solito: per un nuovo concetto delle distanze, dei movimenti e delle interazioni, per la valorizzazione del segno Pitti 100”, ha aggiunto Poletto.

Tra i settori che più hanno patito per la crisi Covid ci sono la moda e le fiere, e dunque l’apertura di Pitti Uomo rappresenta un segnale di ripartenza, una specie di nuovo rinascimento”, commenta Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, intervenendo alla cerimonia di inaugurazione.

L’Italia è un simbolo di eccellenza nel settore della moda”, ha sottolineato Giorgetti, e la moda “rappresenta un settore vivace, variegato e prezioso, tutto da tutelare e sostenere”, per cui il Governo ha avviato il tavolo dedicato al tessile lavorando su temi quali “il rafforzamento degli strumenti orizzontali come quelli per il 4.0, progetti di economia circolare, lotta alla contraffazione, formazione tecnica e professionale”. Su quest’ultimo tema, il ministro ha sottolineato che “nelle fabbriche ormai sono parimenti indispensabili sarti con ago e filo e operaie in grado di maneggiare tecnologie avanzate: dobbiamo investire risorse sulle competenze per offrire al mercato lavoratori eclettici e al contempo altamente specializzati”.

Grazie al governo, ed in particolare al ministro Giorgetti, per ciò che ha fatto e sta facendo per il settore moda. La ripartenza del settore ci può essere solo con il mantenimento delle nostre maestranze. Quindi grazie al governo per il grande aiuto che arriva con il mantenimento della cassa integrazione Covid. In questi primi mesi del 2021 i grandi marchi della moda sono rimbalzati tra il 10 e il 20% soprattutto nei mercati asiatici, mentre la parte più fragile del settore moda soffre ancora. Ecco perchè è importante la proroga della cassa CovidTutto il sistema sta facendo il possibile per sostenere l’intera filiera della moda, che senza le nostre maestranze non potrà ripartire appieno”, ha aggiunto Marenzi.

Pitti Uomo è uno dei primi grandi eventi fieristici internazionali a ripartire in presenza. È un segnale della ripartenza del nostro Paese grazie ai risultati della campagna vaccinale. E testimonia la grande capacità del Sistema Paese – fiere, imprese, istituzioni, città – di adattare modalità e azioni alle nuove circostanze“, dice Carlo Ferro, presidente di Agenzia Ice.

La moda, uno dei settori maggiormente colpiti dalla crisi pandemica per la sua natura legata alle occasioni sociali e l’outdoor, è centrale per l’export italiano”, ha proseguito Ferro. “Dopo la flessione dell’export nel 2020 – più importante che per altri settori – il tessile-abbigliamento ha registrato una crescita tendenziale dell’export nel primo quadrimestre del 2021, pari al 21,6%”.

Come Ice vogliamo sostenere tutto il settore con azioni di supporto ancora più forti che in passato, perché la realtà post-pandemica sarà diversa e richiederà strategie nuove, efficaci e veloci per rispondere alle sfide emergenti sui mercati esteri, prima fra tutte quella della sostenibilità – ha annunciato Ferro – Per questo abbiamo potenziato la nostra azione. Non solo facciamo di più, ma vogliamo farlo in modo nuovo, rapido e flessibile“.

 

via AdnKronos

pitti uomo

Netflix – dopo la serie le vendite di Hlaston sono aumentate del 631%

La dimostrazione di cosa le serie TV possono fare per i brand di moda

 

Prima che la serie Halston uscisse su Netflix, a metà di maggio, la storia del brand newyorchese e del suo founder erano materia di studio ma non esattamente un enorme successo commerciale. Anzi, c’erano stati diversi tentativi di riportare in auge il brand (uno che includeva anche Sarah Jessica Parker e Harvey Weinstein) che però non avevano avuto enorme successo. Ma dove altri avevano fallito, il potere di Netflix ha trionfato: come il brand ha detto a WWD, le vendite sono aumentate del 631% rispetto allo scorso anno e le ricerche del sito sono salite al 3200%. E ancora la collezione di abbigliamento ispirata alla serie e co-firmata da Halston e Netflix deve ancora arrivare nei grandi magazzini Neiman Marcus in agosto, appena prima della stagione degli Emmy. Robert Rodriguez, direttore creativo del brand, ha detto che “è quasi una rinascita” dichiarando inoltre che la capsule Netflix x Halston è già stata venduta al 40%.

Si tratta di un caso molto interessante di imitazione fra realtà e finzione: nel 2019 la costumista dello show, Jeriana San Juan, chiese di accedere all’archivio del brand per ricreare gli abiti originali degli anni ’70 e ’80 disegnati da Halston. Poi c’è stato il successo di pubblico dello show e Netflix ha deciso di collaborare con il brand alla prima capsule di fashion luxury (gli abiti della capsule costano oltre i mille dollari) che il direttore creativo di Halston ha creato ricalcandoli sui costumi stessi della serie. Si direbbe quasi che in maniera del tutto involontaria, il colosso dello streaming e il brand di New York abbiano creato la formula perfetta per ridare vita a un archivio intero e rilanciare un brand. In un maniera non diversa da come La Regina degli Scacchi ha alimentato la ricerca di abiti anni ’60 e The Serpent quella di outfit anni ’70. 

Il potere della televisione

Molti hanno dato per spacciato il medium televisivo/audiovisivo in questi anni. E in effetti la tv tradizionale, con pochissime eccezioni, non è stata in grado di stare al passo con la rapidità e il successo delle moltissime serie tv prodotte dalle piattaforme streaming. Nondimeno, il format di tutte le serie Netflix, Halston inclusa, rimane un format televisivo con puntate, attori famosi, showrunner e una data di release – un prodotto che negli anni ’90 o nei primi 2000 sarebbe potuto venire fuori da HBO o FX. Ma se in Italia un Montalbano è ancora in grado di spingere moltissimi turisti a pellegrinare verso i luoghi della serie alimentando una micro-industria del turismo, e se Emily in Paris ha fatto sollevare le ricerche per i prodotti apparsi nella serie in meno di 48 ore dal primo episodio, questo significa che il medium televisivo e cinematografico non solo non è spacciato ma anzi, che potrebbe rappresentare una potente risorsa per i brand di moda – aumentandone la rilevanza in una maniera istantanea.

La moda al cinema o alla televisione ha sempre prodotto trionfi come Il Diavolo Veste Prada o film e serie per specialisti che hanno difficoltà a giungere al pubblico generalista, che dunque non se ne interessa. Ma trovare il giusto equilibro come, sul piano del pubblico e degli ascolti, ha fatto Halston potrebbe condurre a una rivalutazione del dialogo fra audiovisivo e moda che, negli ultimi anni, è stato molto altalenante se non del tutto instabile. Il nuovo capitolo di questo processo potrebbe arrivare il prossimo autunno quando uscirà nelle sale House of Gucci, uno dei film sulla moda più atteso dell’anno anche grazie alla presenza di Lady Gaga. Se dopo la uscita la ricerca di pezzi d’archivio Gucci salirà alle stelle, non è escluso che altri brand di moda guarderanno verso Hollywood o verso Netflix per dare un boost alla propria rilevanza nella cultura mainstream

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

 

netflix, halston

Victoria Beckham: la rinascita e la nuova strategia

Victoria Beckham ha presentato questa settimana la sua pre-collezione primaverile, la quale rappresenta una svolta importante per la casa di moda, poiché si tratta della sua prima collezione “unificata” da diversi anni a questa parte.

In effetti la firma britannica ha fuso le sue due linee principali — Victoria by Victoria Beckham e Victoria Beckham — in una sola collezione signature, ricalibrando il suo punto prezzi, al fine di attenuare le esitazioni dei propri clienti al momento del passaggio al registratore di cassa.

Una decisione strategica che arriva in un momento di rinnovamento per la griffe, in perdita da diversi anni, ma che ora sembra pronta a tornare alla redditività.

Allo stesso tempo, l’etichetta di bellezza di Victoria Beckham ha riscosso un rapido successo dal suo lancio nell’ottobre 2019. Il marchio, che è interamente di sua proprietà – non è una licenza – basa la propria crescita principalmente sulle vendite dirette ai consumatori.

La stilista è stata a lungo la beniamina della stampa mondiale di moda, con un successo critico ben consolidato. Ma nonostante il suo talento, fama ed energia, i suoi marchi stanno facendo molta fatica a costruire un business di successo.

Nell’ultimo esercizio per il quale sono disponibili i dati, la maison dell’ex Spice Girl ha registrato un fatturato annuo di 38,3 milioni di sterline (44,8 milioni di euro) e una perdita di 16,6 milioni di sterline (19,4 milioni di euro), accentuata da un processo di ristrutturazione abbastanza radicale.

Tuttavia, questi numeri sembrano destinati a migliorare, sotto la guida di una nuova CEO, Marie Leblanc de Reynies, di un nuovo presidente, Ralph Toledano, e grazie al supporto del veicolo di investimento francese NEO Investment Partners, specializzato nel campo del lusso.

Abbiamo incontrato Victoria Beckham, seriosa come sempre, e il suo amministratore delegato, per esaminare più in profondità il loro nuovo approccio alla moda e al management.

Per noi è come una rinascita. Siamo molto entusiasti di questa collezione. Abbiamo riunito Victoria by Victoria Beckham e Victoria Beckham in un’unica linea coerente, con un prezzo d’ingresso alla gamma più accessibile. È il momento perfetto”, assicura Victoria Beckham, coi capelli raccolti da uno chignon.

D’ora in poi, la maison realizzerà quattro collezioni all’anno, oltre a qualche capsule, contro le otto precedenti.

Dopo 18 mesi di lockdown, questa collezione propone un modo di vestirsi abbastanza moderno. Le nostre clienti ci hanno fatto capire che vogliono qualcosa di facile. Tutto è cambiato nel nostro modo di vestirci durante la pandemia. Ma quando parlo di comfort, non si tratta delle tute da ginnastica che si potrebbero indossare in palestra. Bellissimi abiti lunghi in jersey, una silhouette rilassata per i pantaloni, ampi tailleur formidabili e una femminilità potente si possono trovare nei nostri abiti ispirati agli anni ’90, per un look cool e disinvolto”, sorride Victoria Beckham, indossando un maglione grigio di cachemire.

Marie Leblanc de Reynies aggiunge: “Vogliamo offrire un design estetico a un prezzo accessibile”. La CEO afferma che il prezzo medio di Victoria Beckham finora è stato di 900 sterline, mentre quello dell’etichetta Victoria by Victoria Beckham era di circa 300 sterline. In futuro, gli articoli entry level saranno compresi tra 300 e 700 sterline (tra 350 e 820 euro) e i look completi saranno venduti tra 1.000 e 1.300 sterline (tra 1.170 e 1.520 euro).
 
Il nostro obiettivo consiste nel proporre un lusso da designer a un prezzo realistico”, insiste Marie Leblanc de Reynies.
 
Il primo lancio del brand avverrà a fine novembre, con altri “drop” previsti fino a fine gennaio, ma ogni collezione resterà in vendita per sei mesi.

Prima, avevo difficoltà a sapere dove acquistare abbigliamento di lusso a prezzi accessibili. E poi le persone ci fanno sempre i complimenti per la qualità dei nostri prodotti, il che è fantastico”. A proposito, Victoria Beckham ha iniziato a collaborare con uno stilista, Jen Hogg, “una prima volta”.
 
L’ultimo lookbook molto elegante, fotografato nello splendore di un maniero, sarà diffuso sul sito Web del marchio e presso i retailer online. La stilista lavora già con l’elite dell’e-commerce di moda: Moda Operandi, Matches, Net-a-Porter e MyTheresa.

Oltre ad aver abbassato la griglia dei prezzi, le due donne a capo del brand hanno anche ampliato la gamma di prodotti, per offrire una collezione più ibrida. “Un po’ più sbottonata”, scherza Victoria Beckham. “Le donne di oggi vogliono un guardaroba facile, pur rimanendo femminili ed eleganti. E abbiamo intenzione di soddisfare questa richiesta con un’offerta completa”.

Come molte case che, come la sua, stanno ancora cercando di uscire definitivamente dall’emergenza sanitaria, Victoria Beckham resta cauta quanto al suo ritorno in passerella.
 
“Non so se una sfilata a settembre mi sembri appropriata. Mi piacerebbe realizzare una piccola sfilata personale a Londra – presentare una collezione di lusso in un ambiente lussuoso. Ma nessuna grande sfilata è in programma per le prossime stagioni”, confida.
 
Madre di quattro figli, Victoria Beckham ha avuto un successo impressionante nel bilanciare vita familiare e carriera, arrivando persino a portare lei stessa i figli a scuola. Vestita con gli abiti del suo brand, ovviamente, ma spesso anche con la collezione creata in collaborazione con Reebok.

È un progetto che esiste da qualche anno e di cui parlo molto. Durante la pandemia il successo della collezione è stato immenso. Faccio sport tutti i giorni, è stato un piacere creare capi sportswear che fossero allo stesso tempo funzionali e sufficiantemente eleganti per portare i propri figli a scuola. Siamo sempre David o io che ce ne occupiamo”, afferma Victoria Beckham, alzando le spalle. Suo figlio maggiore Brooklyn ora vive a Los Angeles e Romeo sta per trasferirsi in Florida, dove suo padre possiede una squadra di calcio nel campionato MLS (Major League Soccer), l’Inter Miami.
 
Dopo due anni difficili, l’ex Posh Spice sembra di buon umore, soprattutto perché il suo business nei prodotti di bellezza è in piena espansione. “È un’ottima strategia per rivolgersi direttamente ai consumatori, con un’enfasi sulla sostenibilità e sugli ingredienti puliti”, spiega.
 
“La nostra attività nel Beauty ha raggiunto il punto di pareggio in un anno. Stiamo riscuotendo un enorme successo”, afferma Marie Leblanc de Reynies a proposito dell’etichetta, la cui gamma si estende dallo skincare ai prodotti di bellezza al make up. Gli Stati Uniti sono il suo mercato più grande, seguiti da Regno Unito, Francia e Germania.

Era importante per noi insistere sul lato social, di comunicare con la nostra comunità. Ho l’impressione di avere due figlie, una figlia fashion e una figlia beauty”, ride la stilista.

La prossima primavera, il marchio lancerà anche la propria linea di scarpe, concentrandosi sulla pelletteria nel prossimo Autunno-Inverno.
 
“Victoria Beckham diventerà un vero e proprio marchio di lusso e lifestyle”, insiste l’ex cantante inglese. “Ho 29 milioni di follower su Instagram con cui posso parlare direttamente. Abbiamo molte opportunità da cogliere”.

Quando le si chiede del ritorno in attivo dell’azienda, la CEO risponde: “Siamo sulla strada giusta. Era chiaramente impossibile nel 2020 a causa della pandemia, ma abbiamo retto bene. Abbiamo ridotto della metà le perdite rispetto al 2019. Da qui a due anni, avremo raggiunto il nostro obiettivo”, assicura Marie Leblanc de Reynies, lanciando un’occhiata a Victoria Beckham, che chiosa così: “Mi sento molto fortunata a lavorare con Marie e ad avere qualcuno come lei al mio fianco. Non potrei essere più entusiasta del futuro”.

articolo di

victoria beckham

Todi – Città del Libro: 1^ Edizione Fiera del Libro
#Revolvere è presente con un proprio stand

A Todi dal 17 al 20 Giugno la Federazione Revolvere sarà presente con uno stand e ben quattro presentazioni. 
La prima edizione della fiera del Libro di Todi patrocinata dalla Regione Umbria, dal Comune di Todi e dall’Ente Tutela di Assistenza e Beneficenza è un primo appuntamento pubblico a cui la Federazione dopo l’isolamento da Covid sceglie di partecipare.

Revolvere, todi città del libro

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Torta di mele razzista – l’ultima trovata della cancel culture

Adesso tocca anche a lei, alla torta di mele che a detta di alcuni sarebbe il prodotto del “capitalismo di guerra”, che ha “schiavizzato e commesso atti di genocidio”… Grandi reati ha commesso questo povero dolce…

Il politicamente corretto e la cancel culture possono travolgere anche innocue pietanze o dolci, come dimostra il recente furore ideologico scaricatosi contro la povera torta di mele. Quest’ultima, grande classico della tradizione dolciaria anglosassone, soprattutto di quella a stelle e strisce, è stata infatti accusata di “razzismo” dal giornale inglese Guardian, promotore di tante battaglie “civili e progressiste”. A puntare il dito contro il dolce citato è stato, nel dettaglio, un commento pubblicato su quella testata lo scorso primo maggio, rilanciato più e più volte fino a oggi sul web da commentatori ironici e critici. A firmare quel pezzo era stato allora Raj Patel, esperto di cucina e documentarista definitosi in passato come “dominato da forti simpatie anarchiche“.

Nel suo pezzo-invettiva, Patel, di origini indiane nonché titolare sia della cittadinanza britannica sia di quella Usa, ha esordito sostenendo che il tipico dessert statunitense non è nient’altro che “l’espressione del trionfo del colonialismo e della schiavitù” e che le origini della pietanza sono profondamente “intrise di sangue“; gli ingredienti necessari a preparare una torta di mele, sempre a detta dell’autore, sarebbero inoltre il prodotto di secoli di “furti” di terra, di ricchezza e di lavoro. Egli ha così snocciolato i “peccati originali” di diversi ingredienti della torta, inscindibilmente connessi alle tragedie del suprematismo e del colonialismo.

Partendo dalla mela, Patel ha infatti ricostruito le origini della comparsa di tale frutto nel continente americano, associando la diffusione delle coltivazioni di mele all’espansione dei colonizzatori europei ai danni delle terre e delle proprietà dei nativi amerindi. Il radicamento dei meli in America, accusa il giornalista, sarebbe infatti avvenuto, nel XVI secolo, al prezzo di “un vasto genocidio di popolazioni indigene”. In particolare, rimarca Patel, “i colonizzatori inglesi utilizzavano i meli come indicatori di civiltà, vale a dire di proprietà”, piantandone grandi quantità nelle aree appena strappate ai legittimi proprietari nativi proprio per simboleggiare il trionfo della civiltà europea sul tribalismo amerindio. Tale abitudine dei colonizzatori inglesi sarebbe stata recepita e rinvigorita secoli dopo da pionieri Usa come Johnny Appleseed, accusato da Patel di avere “portato questi segni di proprietà colonizzata alle frontiere dell’espansione statunitense, dove i suoi alberi simboleggiavano il fatto che le comunità indigene erano state estirpate”.

La natura razzista della torta di mele deriva, oltre che dai frutti citati, anche da un secondo ingrediente: lo zucchero. Secondo il documentarista indiano, quest’ultimo, presente sulla crosta del dolce incriminato, sarebbe irrimediabilmente legato alla tratta degli schiavi settecentesca; lo zucchero sarebbe appunto giunto negli Usa principalmente grazie al lavoro di schiavi africani impiegati nelle piantagioni dei possedimenti caraibici francesi.

Infine, Patel, nel pezzo apparso sul Guardian, scarica la sua ira antirazzista persino verso la “tovaglia a quadretti” su cui solitamente viene lasciata raffreddare la torta di mele appena sfornata. Alla base della natura “suprematista” di tale tovaglia sarebbe, afferma l’autore, il fatto che la stessia è “di cotone“, ossia un materiale tragicamente collegato all’immagine di assolate piantagioni del sud degli Usa piene di schiavi intenti a lavorare per i loro padroni bianchi. Agli occhi di Patel, la torta di mele, per i suoi ingredienti e la sua preparazione, è di conseguenza un obbrobrioso prodotto del “capitalismo di guerra“, che ha “schiavizzato e commesso atti di genocidio contro milioni di indigeni nel Nord America e milioni di africani”.

Patel ha concluso il suo commento sulla torta di mele presentandolo come strumentale a sensibilizzare la gente intorno al concetto di “giustizia alimentare” e a rendere i consumatori maggiormente coscienti del passato tenebroso celato persino dietro innocui dolciumi: “Giustizia alimentare è un termine comprensibile solo perché le comunità oppresse e sfruttate si sono organizzate per vendicarsi contro le depredazioni operate dal capitalismo statunitense”.

torta di mele, cancel culture, giustizia alimentare

Karōshi – il lavoro che in Giappone uccide

karoshi

Il Primato Nazionale risponde
“all’uomo incinto” dell’Espresso

Un uomo con il pancione, un “uomo incinto” sulla copertina dell’Espresso di metà maggio a pochi giorni dalla giornata internazionale contro l’omofobia. La copertina ha fatto molto discutere, più che un uomo incinto si trattava di una donna transessuale che, nonostante la transizione, si è comunque ritrovata in stato interessante. Sul pancione della donna barbuta campeggiava lo slogan la diversità è ricchezza. Orgoglio della diversità e libertà di scelta durante il cammino travagliato della legge Zan, il caso della rivista diventa una scintilla sui social.

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Su twitter Matteo Salvini ha commentato così la copertina de L’Espresso “Un uomo incinto. Basta con mamma e papà. Futuro e progresso? No. Egoismo e follia”. 
Rispettare, non discriminare. Operare secondo uguaglianza significa anche non mortificare le differenze e le specificità. E questa copertina non è rispettosa della specificità femminile. Orgogliosa di essere donna e di poter scegliere se avere in grembo (o meno) un bimbo/a”.
Afferma sempre su twitter la deputata Laura Ravetto, responsabile dipartimento Pari Opportunità della Lega. Fa seguito agli esponenti leghisti anche Augusta Montaruli, deputata di Fratelli d’Italia.”Il principio per il quale essere omofobi significa essere contrari ad una gravidanza transgender rafforza la convinzione che il ddl Zan non possa essere approvato. L’immagine della copertina de  L’Espresso in occasione del 17 maggio, giornata contro le omofobie, deve condurre a questa riflessione. L’Espresso, così come chiunque, deve essere libero di poter sostenere che quella situazione rappresentata nella copertina è una diversità che crea ricchezza.
Allo stesso tempo chi pensa come noi che sia non una libertà ma un atto di egoismo in violazione dei diritti dei bambini ed una condizione che non deve trovare una sua tutela nella legge deve essere libero di sostenere le proprie tesi senza essere tacciato di omofobia e quindi perseguito penalmente. Questo si chiama pluralismo e va difeso dicendo ancora una volta un secco no allo Zan”.

Di fronte al culto dell’ideologia gender officiato dall’Espresso, anche il Primato Nazionale ha deciso di rispondere a tono usando lo stesso stile grafico e lo stesso motto, ma mettendo in copertina una donna incinta ribaltando il senso del messaggio.

A spiegare i motivi di questa scelta provocatoria è Adriano Scianca, direttore del mensile sovranista: «L’impatto simbolico di quella copertina dell’Espresso, rispetto all’immaginario e alla sensibilità femminile, appare devastante. Se tutto è donna, niente è donna. La donna non esiste, è un’illusione, un miraggio». E, in quel contesto, la scritta «La diversità è ricchezza» non può che risultare grottesca, «uno schiaffo alla logica e una presa in giro, dato che il messaggio lanciato era esattamente l’opposto: nessuna diversità e nessuna ricchezza, ma solo una pappa fluida e indifferenziata in cui tutti possono essere tutto». «La vera diversità e la vera ricchezza – conclude Scianca – è semmai quella di uomini e donne che tornino a guardarsi negli occhi, che si rispecchiano gli uni nei corpi splendidamente diversi delle altre».

Il direttore de L’Espresso Marco Damilano difende la sua scelta legata proprio alla giornata del 17 maggio, che va oltre il disegno di legge Zan. “Una parte della destra italiana non riesce a liberarsi dei suoi fantasmi e non perde occasione per trasformare tutto in un incubo propagandistico. Questa destra è un’anomalia nel panorama europeo, è stata provocatoria? Certo, una copertina è uno strumento di dibattito su un tema che riguarda la vita di tante persone e non può stupire cheL’Espresso, che si occupa da 65 anni di battaglie civili, possa fare una scelta del genere”.

 

 

 

 

 

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Titanic – la curiosa storia dell’ultima fotografia

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Il Mulino Bianco esiste per davvero ma finisce all’asta

 
 

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Cosa significa il cibo nelle fiabe e nei romanzi fantasy?

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I cosmetici tra passato, presente e futuro

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Vogue Italia lancia la sua prima linea di abbigliamento

In Italia, per ora, all’indirizzo shop.vogue.it è presente un vasto assortimento di t-shirt, felpe, pantaloni da jogging e una capsule frutto della creatività del team dell’edizione nazionale. La collezione Vogue Italia Limited Edition è composta da due t-shirt e quattro felpe oversize nei toni del bianco optical e del nero assoluto, caratterizzate dal logo della testata, nella sua versione classica datata 1964 e in quella reinterpretata da Ferdinando Verderi, direttore creativo del magazine. Due felpe celebrano anche il magazine maschile L’Uomo Vogue. I prezzi sono compresi tra i 59 e i 149 euro. Vogue Italia sottolinea l’anima green dei prodotti: tutti i capi sono realizzati in cotone 100% biologico certificato, e proposti in colori naturali per garantire un processo di lavorazione a basso impatto ambientale e idrico. Inoltre, le collezioni vengono realizzate in quantità limitate, senza giacenze, da aziende europee selezionate in base a criteri di sostenibilità.

Condé Nast sta sviluppando in tutto il mondo nuovi progetti ‘direct to consumer’ che avvicinano ulteriormente i brand al pubblico: in Italia, con il nuovo e-shop di vogue.it nasce una collezione di abbigliamento street style per tutti coloro che amano Vogue e il suo mondo”, dichiara in una nota Alessandro Belloni, consumer revenue director Condé Nast Italia. “Vogue Collection è il primo progetto digitale pan europeo di Condé Nast, realizzato e gestito interamente in house, grazie a cui Vogue Italia entra nell’e-commerce con una linea esclusiva all’insegna della sostenibilità”, afferma Roberto Albani, digital director Condé Nast Italia.

articolo via PambiancoNews.com

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Associazione Le Soste – confermata l’alleanza con Ristogolf

Dopo l’edizione speciale del 2020 di un unico appuntamento con un fortissimo impegno a sostegno della città di Bergamo duramente colpita dall’emergenza Covid-19, il Circuito ritorna alla sua forma abituale e si svilupperà tra giugno e ottobre in 6 appuntamenti imperdibili.

Associazione Le Soste, ristogolf

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Cortona – Il Falconiere riapre con interessanti novità

PRONTI AI NASTRI DI PARTENZA

a cura di Sveva Marchetti 

Il tempo, passato forzatamente chiusi in casa, ha stimolato la fantasia di Silvia Baracchi, Chef e Maitre de Maison de Il Falconiere a Cortona, portandola a trasformare la già rinomata BOTTEGA BARACCHI, Wine Bar & Bistrò in centro a Cortona, in un innovativo CONCEPT STORE multibrand, tutto scoprire e …da gustare!

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