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Autore: Sveva Marchetti

San Francisco: è discussione sul divieto delle pellicce

L’industria americana delle pellicce fa squadra contro il fronte animalista. Da questo mese, a San Francisco è entrata in vigore la legge che vieta la vendita di indumenti o accessori in pelliccia naturale. A stabilirlo è stato il board of supervisors della città che ha approvato all’unanimità un’ordinanza, in coerenza con la proposta di alcune associazioni animaliste, tra cui Direct Action Everywhere. I retailer che continueranno a vendere prodotti nuovi in pelliccia naturale verranno sanzionati con una multa di 500 dollari a capo.

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Flower Burger: i burger colorati raddoppiano

Flower Burger, noto per i suoi panini colorati, fa il bis e dopo il successo nel quartiere Prati raggiunge anche via Alessandria. L’apertura è prevista per mercoledì 15 gennaio, dalle 19 alle 21:30. 

Un concept molto particolare, nato dall’idea del giovane imprenditore Matto Toto, che ha intrapreso un viaggio alla scoperta di gusti e sapori e di un punto d’incontro tra hamburger e cucina vegana.

Panini dai mille colori, quello giallo fatto con la curcuma, al nero con il carbone vegetale fino al viola, ottenuto grazie all’estratto di ciliegia. Sempre alla ricerca di nuove colorazioni (tutte naturali) di nuovi ingredienti e nuove combinazioni che stupiscono. Tofungo, Flower Burger e Cherry Bomb sono solo alcune delle proposte offerte, fino all’Elf Burger, una edizione speciale per  Natale.

Per maggiori informazioni: https://www.facebook.com/events/285703265667736/

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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Il delitto perfetto
le indagini di Claudio Morici sulla chiusura delle librerie romane

Sempre più spesso si legge delle problematiche che hanno le librerie, ed è di pochi giorni fa la chiusura di altre due librerie romane, che in soli dieci anni (2007-2017) sono diventate 223 in meno.

Amazon che sembrerebbe il principale problema non è però l’unica causa di questo “declino”. La situazione riguarda anche i costi, l’IVA, la possibilità di poter acquistare sempre più ebook, il numero ed a questo punto anche la qualità dei libri che le case editrici pubblicano ogni anno.

In un lungo articolo pubblicato sul sito di Internazionale, lo scrittore Claudio Morici ha fatto un’analisi della situazione per quanto riguarda le librerie di Roma, mettendo a confrontando dati e testimonianze di librai e altri esperti del settore.

Riportiamo l’articolo dell’8 giugno 2019.

 
Il delitto perfetto, indagini sulla chiusura delle librerie a Roma. 

Nel 1992 avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore e allora mi capitava di entrare in libreria e di rubare libri. Mi sentivo in diritto, era una sorta di borsa di studio che mi davo da solo, visto che di lì a poco ne avrei scritto di bellissimi anch’io. Per il momento, però, ero solo un maestro nel disattivare la fascetta magnetica contenuta all’interno dei volumi, che faceva suonare l’allarme all’uscita. Ci scrissi anche un breve saggio sotto pseudonimo. Per favore, non cercatelo su internet.

In Italia, da allora a oggi hanno chiuso moltissime librerie. A Roma, dal 2007 al 2017, hanno chiuso 223 “punti vendita trattanti libri”, secondo la Confcommercio. Una strage. Alcuni avevano nomi che a risentirli stringono il cuore: Croce, Fanucci, Remainders, Invito alla lettura, Amore e psiche, Fandango incontro, Flexi, Zalib, MelGiannino.

Ma cosa sta succedendo? Perché chiudono le librerie, soprattutto quelle piccole? Chi è il serial killer di quelle romane? Chi l’ha aiutato?

Primi indizi
Tra i primi sospettati ci sono le grandi catene tipo Mondadori e Feltrinelli, che negli anni novanta sono entrate nel mercato a gamba tesa. Grandi editori che tutt’oggi, unico caso in Europa, i libri li pubblicano, li distribuiscono, li vendono, e a volte se li leggono pure da soli.

I numeri parlano chiaro: le librerie a conduzione familiare in Italia erano 1.115 nel 2010. Nel 2016 erano 811. Mentre quelle che fanno parte di grandi gruppi sono aumentate: da 786 a 1.052.

Ma parlando con Carmelo Calì, ex libraio della libreria Pallotta a ponte Milvio, sembra proprio che le grandi catene non siano le uniche responsabili di questa strage. Negli ultimi anni si è creato un nuovo equilibrio e i librai di quartiere sono diventati consapevoli di offrire un servizio che le grandi librerie nemmeno se lo sognano. I piccoli librai, a differenza dei grandi, hanno il dono della parola. Chiacchierano, discutono, consigliano, organizzano eventi. Ti danno un tetto se piove, una tisana calda, un luogo dove incontrare gli amici, sentirsi a casa o in ufficio. Mettono le locandine degli eventi nei bagni.

Prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile

Le grandi catene magari riescono a stare dietro al meccanismo kamikaze delle nuove uscite (ci torno tra poco), ma non ai bisogni di socializzazione e di identificazione. È quello che mi dice anche Francesco Mecozzi della libreria Giufà a San Lorenzo: “Siamo ancora aperti perché ci siamo costruiti un’identità diversa”. E Alessandro Alessandroni di Altroquando aggiunge: “Le persone vengono da noi anche perché ci conoscono personalmente”.

Come per Carmelo Calì, anche secondo loro prendersela con le grosse catene sarebbe come arrestare il primo indiziato. Troppo facile. La vendita al dettaglio è in crisi in tutti i campi: dalla macelleria al negozio di scarpe. Nelle librerie questa tendenza ha avuto risultati ancora più funesti?

Giovanni Peresson, responsabile dell’ufficio studi dell’Associazione italiana editori (Aie), intervistato dall’Ansa dice di no. Anzi, dalla loro indagine risulterebbe che i librai hanno sofferto meno. E allora chi è il serial killer delle librerie?

Il ruolo di Amazon
Lo so che state pensando: Amazon. Volete leggere un articolo pieno di sangue, dove Amazon e internet si mangiano il mercato come Hannibal Lecter si mangia le persone. Con l’ebook nascosto nel buio che sferza l’ultimo colpo alla carotide del povero libraio.

È vero, più di un libro su cinque è stato venduto online nel 2017. È vero anche che l’azienda statunitense nel 2017 non ha pagato un dollario di tasse, approfittando della riforma fiscale voluta da Donald Trump; e che al contrario, in Italia gli editori le tasse le pagano eccome; e che ci sono molti sospetti sulle condizioni di lavoro dei dipendenti (è pieno di articoli). Ma anche Amazon, come le grandi catene, non ha il dono della parola, non te la fa la tisana e non mette locandine nei bagni, che ancora non ha (in futuro va’ a sapere). E vi assicuro che parlando con i piccoli librai romani, quasi nessuno mi è sembrato spaventato da questo mostro. Come mi spiega Francesco Mecozzi di Giufà: “Spesso non abbiamo il libro che stai cercando, mentre Amazon te lo porta a casa il giorno dopo. Mi chiedo però: se solo quattro italiani su dieci leggono un libro all’anno, ti pare che quel libro se lo devono leggere proprio domani mattina?”.

Amazon fa paura soprattutto alle librerie grandi. Barbara Pieralice è titolare insieme alla sorella Francesca della Nuova Europa, una delle indipendenti più di successo, che da 25 metri quadrati è passata a 400 dentro il centro commerciale I granai a Roma sud. Pieralice mi dice che le vendite sono in calo costante dal 2009 e il motivo numero uno, secondo lei, è proprio l’online. Si lamenta del fatto che in Germania e in Francia i governi limitano gli sconti applicati da Amazon, mentre in Italia l’azienda può farne quasi senza limiti.

Stefano Scanu, direttore responsabile della sede romana della catena Ibs+Libraccio – un posto enorme in via Nazionale – punta il dito su qualcos’altro. Per lui la vendita online sarebbe solo il secondo indiziato del calo di vendite. Al primo posto ci mette il calo dei lettori, ovvero, non ci sarebbe un singolo serial killer ma un’intera popolazione. In effetti i dati sono drammatici. Per citarne due: in Italia il 32,3 per cento dei laureati non legge nessun libro. E siamo all’ultimo posto in Europa sulle competenze di comprensione dei testi e di lettura, secondo l’ultimo rapporto dell’Aie. Abbiamo risolto il delitto perfetto?

Un sacco di patate
Nei primi anni novanta impazzava una polemica che oggi sembra ridicola: “Si possono vendere i libri al supermercato?”. Partecipai al dibattito inventando la “tecnica del sacco di patate”. Ovvero: metti un libro nel carrello e lo nascondi sotto un sacco di patate. Alla cassa nessuno ti chiede di spostare il sacco (pesa troppo) e così ti rubi il libro.

Secondo tutti i librai che ho intervistato, tra le ipotesi di omicidio spunterebbe anche quella dello scambio di persona. Il libro in Italia è scambiato per un sacco di patate. È tassato come un sacco di patate, venduto come un sacco di patate, proposto come un sacco di patate. Ma un libro non è un sacco di patate (salvo eccezioni) e le librerie, insieme alle scuole e alle biblioteche, sono l’ultima trincea a sostegno della lettura. Hanno una funzione culturale e strategica che non può essere ignorata.

Non a caso in Francia il ministero della cultura ha iscritto “le tradizioni e le conoscenze dei librai” nel patrimonio culturale immateriale. Un primo passo per proporli all’Unesco. E invece a Roma le librerie chiudono, come si seccano i prati delle ville lasciate all’incuria. Solo che a differenza dei prati, le librerie che chiudono non ricrescono più. E diventa normale, fisiologico, che al loro posto aprano un Compro oro, una rosticceria, un negozio che vende patate: qualsiasi tipo di attività rende il triplo di una libreria e può permettersi più facilmente di pagare l’affitto in centro e le tasse.

Ultimi sospetti
A detta di chi vive tra scaffali di libri, ci sarebbe un’ultima ipotesi per risolvere il caso. Alcuni librai pronunciano la parola sottovoce, ma la pronunciano spesso. La parola è: suicidio.

Nel 1980 le novità in libreria erano 13mila. Nel 2016, con lo stesso numero di lettori, 66mila. Una follia. Significa che i libri scompaiono dagli scaffali dopo due mesi, che le vendite medie per volume sono bassissime, e che è enorme il numero dei testi mandati al macero. Un’economia drogata dove il piccolo libraio è costretto a indebitarsi per anticipare l’acquisto delle novità – che non sa neanche dove mettere – e gli editori sono costretti a stampare tanto per stare al passo con la concorrenza e con le regole della grande distribuzione.

C’è poi la questione degli sconti. In Italia una legge del 2011 prevede che non possano superare il 15 per cento. Per raccontare i cavilli, i raggiri, le paraculate che portano ogni mese grandi editori e grandi catene a fregarsene e fare offerte che si mangiano letteralmente i più piccoli nella filiera, ci vorrebbe un altro articolo. Ma anche in questo caso, molte piccole librerie intraprendenti hanno trovato strategie di sopravvivenza come le “copie in deposito”, ovvero la possibilità di procurarsi i libri direttamente dall’editore, pagandoli solo una volta venduti.

E allora se non è neanche un suicidio, chi le ammazza le librerie? Muoiono di vecchiaia?

Il fattore stupidità
Credo che le librerie, come i libri, come le biciclette, come le gite al mare e gli adolescenti megalomani come me che rubano libri pensando di avere ragione, non moriranno mai di vecchiaia. Quello che ho capito in questa piccola indagine, è che non c’è un unico assassino. Le piccole librerie romane stanno morendo per un insieme di fattori. Sono bombardate da questi fattori. Arrivano fattori terra-aria, fattori a grappolo, fattori che pensi che sia una penna, la tocchi e ti esplodono in faccia.

E purtroppo in pochi le difendono, questo è il vero problema. Se vogliamo trovare un unico nemico direi che è sempre lo stesso, da anni, da secoli, il nemico dei libri e delle librerie. La stupidità.

Un caso esemplare è quello di Claudio Madau, 37 anni, libraio di Roma. È stato premiato dal presidente della repubblica Sergio Mattarella perché “esempio di civiltà”. È diventato una specie di eroe nazionale insieme ad altre 33 persone perché si è inventato “Dottor libro”: presentazioni di libri organizzate in ospedale.

Il 5 marzo scorso, quando gli hanno dato la medaglia – con la cerimonia, le telecamere dei tg e tutto il resto – chissà se hanno anche capito che la sua libreria, proprio accanto all’ospedale San Giovanni, ha chiuso da tempo. In due anni e mezzo di lavoro estenuante, senza aiuti, senza finanziamenti, hanno provato a vendere libri e a dare “esempi di civiltà”, ma non guadagnavano niente. E qui volevo inventarmi una bella battuta per sdrammatizzare la loro situazione, ma forse è meglio astenersi.

Il ruolo delle istituzioni
Il piccolo libraio resiste, parla con il cliente, lo fa tornare, compie il miracolo di appassionarlo alla lettura, gli prepara la tisana per anni, magari lo convince a non comprare su Amazon. Poi però, ogni sei mesi, deve pagare una tassa per la nettezza urbana di tremila euro all’anno, come succede alla libreria Tomo a San Lorenzo, che è grande ma lotta per esistere come tutte le altre. Oppure gli raddoppiano l’affitto, com’è successo alla libreria Spagnola, perché si trova in centro e i prezzi salgono alle stelle per il turismo. Oppure un giorno arrivano i vigili urbani, come è successo a Giufà, e ti fanno 300 euro di multa perché hai messo fuori una panchetta irregolare, come se fosse questa l’emergenza a San Lorenzo. Oppure oltre a farti la multa ti chiudono per cinque giorni, com’è capitato a Otherwise nel settembre 2018, per degli espositori messi all’entrata, dove secondo un regolamento del comune non dovevano stare.

Nel 2016 quaranta librai romani si sono riuniti in un consorzio, hanno discusso per ore, hanno partecipato a un bando e hanno vinto centomila euro. Tutti contenti hanno festeggiato e hanno fatto progetti. Ma i primi 30mila euro sono arrivati dopo due anni e mezzo. È passato così tanto tempo che nel frattempo alcuni di loro hanno chiuso. Ditemi voi se tutto questo non è molto stupido.

Alessandro Alessandroni, che è anche presidente dell’associazione italiana librai della Confcommercio di Roma, mi spiega che da anni stanno chiedendo alle istituzioni le stesse quattro-cinque cose: riduzione di alcune tasse – come quella sulla nettezza urbana, o quella sul consumo di energia elettrica, o quella per le insegne –, nuove regole per l’occupazione del suolo pubblico, una mappatura delle librerie di qualità (come fanno in Francia, dove sono sostenute sulla base di criteri meritocratici). C’è anche chi propone di costruire una rete con scuole e biblioteche pubbliche che potrebbero comprare i libri, per legge, esclusivamente dalle librerie di quartiere. Le idee sono tante e vengono tutte da persone competenti, con anni e anni di esperienza sul campo. La risposta delle istituzioni? Nessuna. Questa è una forma di eutanasia senza consenso.

Il futuro
Se le cose andranno avanti così le librerie di qualità moriranno tutte in pochi anni. Chi le sta tenendo aperte lo fa solo per passione, volontariato, disturbo della personalità, incoscienza. O perché pensa che vendendo libri quando muori vai in paradiso. Certi mesi i proprietari di Giufà guadagnano meno dei pochi dipendenti che hanno assunto, e molto spesso lavorano più ore. Lo stesso vale per quelli di Altroquando. C’è chi guadagna seicento euro al mese dopo quindici anni di attività. Molti librai romani puntano a pagare le spese e lo considerano già un miracolo.

Eppure le librerie romane non sono mai state così vive. Per sopravvivere si stanno inventando una nuova scena, delle nuove abitudini, hanno il sostegno di tanti cittadini.

La Pecora elettrica, a Centocelle, organizzava presentazioni di ogni genere che spostano la gente dal centro alla periferia. Lo scorso 25 aprile, durante la notte, gli hanno dato fuoco. E stavolta non è una metafora, è un fatto gravissimo. La cosa incredibile è che colleghi, cittadini, clienti e abitanti del quartiere hanno raccolto quasi 40mila euro in meno di un mese. Una mobilitazione dal basso, senza eguali.

Probabilmente sarebbe successo qualcosa di simile per Giufà, che mette in piedi decine di eventi straordinari ogni anno. O per Tuba, dove si sperimenta insieme alle femministe. Da Altroquando presentano riviste in inglese che pubblicano esordienti italocinesi. Il Giardino del mago ha dato inizio a una lettura di gruppo del Maestro e Margherita. Scripta manent ha portato dodici premi Strega a leggere i loro libri sul marciapiede. Sono tantissimi i progetti eccezionali e molti romani se li stanno prendendo a cuore.

Oggi so qual era il vero motivo per cui rubavo libri a vent’anni. Avere libri senza pagare è un po’ come voler crescere senza soffrire. Purtroppo non funziona. È una delle poche cose che non si possono imparare sui libri. Il punto è che forse vale anche per una città grande come Roma. Non si può essere così stupidi da non capire che crescere, cambiare, migliorare, diventare ancora più grandi non è possibile senza investire, sostenere, prendersi il rischio di scegliersi il futuro. E sostenere economicamente le librerie indipendenti sarebbe davvero un ottimo affare per tutti.

Poi un giorno mi beccarono. Avevo rubato Il barone rampante di Italo Calvino.

 

 

Franca Sozzani: la donazione dei volumi della sua biblioteca personale allo IED ed alla Accademia di Moda e Costume

 
I libri di Franca Sozzani saranno donati a due istituti eccellenti nel campo della moda; le biblioteche dello IED Moda di Milano e dell’Accademia di Moda e Costume di Roma beneficeranno infatti di una donazione dei volumi appartenuti alla storica direttrice di Vogue Italia.

La donazione è stata voluta dal figlio della Sozzani, Francesco Carrozzini, e da sua nipote, Sara Sozzani Maino: sono edizioni italiane e internazionali che spaziano dal fashion design al gioiello, dalla storia del costume alle arti visive, fotografia e pittura con le preziose edizioni monografiche dell’editrice Charta, ma anche scultura, graphic art e cinema e poi architettura e design di prodotto fino alla musica, alla letteratura e alla storia.

Inoltre IED Milano intitola la Sala Consultazione di Moda a Franca Sozzani, che per oltre dieci anni ha seguito la direzione scientifica dell’area fashion IED, mentre la storica Biblioteca, Emeroteca & Archivio (Bea/SbnEi) dell’Accademia Costume & Moda, aggiunge al patrimonio a disposizione del pubblico il Fondo Franca Sozzani.

“Non c’è nulla che mi piaccia di più del vedere un giovane imparare quello che cerchi di trasmettergli”, diceva spesso Franca Sozzani. “Quando poi vedi che va avanti da solo e che trova la sua strada o che addirittura diventa bravo e famoso, allora senti veramente di aver fatto qualcosa: non hai solo realizzato un numero del giornale, ma hai realizzato il sogno di una persona. Che è molto di più. Sia nel lavoro che a scuola o all’università, lo scambio con i giovani è importante. Loro apprendono dalla tua esperienza, ma tu impari dalla loro naturalezza, dalla loro mente fresca, ancora libera da condizionamenti”.

fonte ANSA

 

I colori del Giappone di Fabio Accorrà,
nelle fotografie al Museo d’Arte Orientalee

Inaugura il 9 gennaio la mostra I colori del Giappone, un vero e proprio diario di viaggio attraverso il Giappone e scritto con i suoi colori: il bianco del Monte Fuji, il giallo di Nikko, il blu intenso del lago di Hakone, l’oro del tempio Kinkakuji di Kyoto e l’arancio dei torii dei santuari shintoisti.

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Giappone: a Natale la tradizione vuole il pollo di KFC

Pollo fritto a Natale, non il tipico Karaage ma più semplicemente quello della nota catena statunitense Kentucky Fried Chicken. Un’usanza curiosa di proporzioni imponenti che la BBC afferma di coinvolgere circa 3,6 milioni di famiglie giapponesi ogni Santo Natale, con vendite dieci volte superiori rispetto alla media normale. File infinite ai negozi, prenotazioni con mesi di anticipo, ore di attesa per portare a casa quello che è diventato il piatto della tradizione natalizia giapponese per eccellenza: un secchiello di pollo fritto.

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A.N.G.I. – premiate le eccellenze Made in Italy
con gli Oscar dell’Innovazione

LA II^ EDIZIONE del PREMIO
dedicato ai GIOVANI INNOVATORI
 

Intelligenza Artificiale, supporto delle decisioni di investimento, tecnologia spaziale, miglioramenti in tema nautico, indumenti intelligenti, queste sono soltanto alcune delle incredibili idee sviluppate dalle aziende e dalle startup italiane che, ieri 17 dicembre, nell’Aula dei Gruppi della Camera dei Deputati, hanno ricevuto gli “Oscar dell’innovazione”, nell’ambito della seconda edizione del Premio A.N.G.I.
La cerimonia è stata coordinata dai giornalisti e conduttori Daniel Della Seta e Federica De Vizia.
Il riconoscimento, ideato dall’Associazione Nazionale Giovani Innovatori (la prima associazione nazionale no profit interamente dedicata al mondo dell’innovazione) ha individuato in tutto ventisei aziende che nel corso dell’anno si sono distinte per impegno, professionalità e ingegno nei più svariati campi della tecnologia e del digitale. Le undici categorie premiate variano dalla scienza alla salute, dalla cultura al turismo, passando per mobilità, energia, ambiente comunicazione ed economia.

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MIRTA – la piattaforma della pelletteria d’artigianalità tutta Made in Italy

Uno spazio online dedicato alle migliori botteghe italiane della pelle, per dare voce a tutte le realtà ambasciatrici dello stile e dei valori che hanno fatto la fortuna del nostro Paese nel mondo. Nasce da questa idea Mirta, la prima piattaforma online dedicata agli artigiani della pelle Made in Italy. I due giovani fondatori, Martina Capriotti e Ciro Di Lanno, cresciuti a stretto contatto con i ‘makers’ italiani, hanno voluto trasformare la propria passione per l’Italia e l’artigianalità in un progetto al servizio dei produttori italiani, coniugando tradizione e innovazione tecnologica. L’obiettivo è quello di supportare gli artigiani che operano nel settore della pelle a posizionare, grazie al digitale, i loro prodotti esportandoli anche in mercati lontani da quello italiano.

Con Mirta i pellettieri locali possono aumentare le possibilità di distribuzione dei propri prodotti aprendosi, per la prima volta, direttamente al mercato internazionale senza dover ricorrere agli innumerevoli intermediari che hanno caratterizzato strutturalmente il settore sino ad oggi.

Con Mirta”, afferma Martina Capriotti, “stiamo già costruendo un network di artigiani che è in continua crescita: nei prossimi 3 mesi abbiamo l’obiettivo di stringere nuove partnership con pelletterie attentamente selezionate, con lo scopo di presentarne i prodotti iconici e le rispettive storie. Gli artigiani da noi scelti sono maestri di tradizione, lavorazione della pelle e qualità della manifattura. Grazie a loro andiamo alla riscoperta di tutti quei principi che hanno dato prestigio all’Italia nel mondo del lusso, puntando su artigianalità, stile e ricercatezza, valori che tutto il mondo ci invidia e che troppo spesso non vengono apprezzati all’interno del nostro Paese“.

Grazie alla piattaforma Mirta, le porte delle botteghe artigiane italiane si aprono ai consumatori di tutto il mondo, creando un collegamento diretto tra produttore e consumatore finale, senza alcun intermediario, mettendo al centro le creazioni, il valore e la firma di ciascun artigiano. Così, forte di una profonda conoscenza del settore, dei mercati e delle nuove modalità di posizionamento e vendita online, Mirta supporterà i produttori nella comunicazione e promozione delle loro creazioni facendoli diventare i veri protagonisti.

In quest’ottica, Mirta non vuole essere una semplice vetrina di prodotti; la piattaforma consente di acquistare le creazioni 100% made in Italy e fatte a mano, di far conoscere l’artigiano che crea il prodotto, la sua storia e quella della sua bottega attraverso video, storie e foto.

Mirta è il primo aggregatore di artigiani italiani nel mondo del lusso”, afferma Ciro Di Lanno, “con l’obiettivo di dare loro quella scala necessaria a competere sul mercato globale. Mirta.com è il partner per il marketing e la logistica, che lascia all’artigiano la possibilità di concentrarsi esclusivamente su ciò che più ama: creare il prodotto”. Mirta intende mettersi al servizio degli artigiani, diventandone loro partner, e puntando sulle tecnologie digitali di vendita online e su piattaforme social per semplificare i livelli distributivi.

“In questo scenario si inserisce l’utilità strategica di una piattaforma come Mirta, la quale consente, grazie a personali strumenti analitici, di individuare il mercato locale più appropriato per ciascun produttore, si occupa della logistica e dei pagamenti, promuove le attività dei singoli artigiani nella lingua locale di ciascun mercato. Mirta intende aprire nuovi orizzonti agli artigiani italiani, aiutandoli a conquistare nuovi mercati grazie alla digitalizzazione, all’innovazione tecnologica e alle competenze dei fondatori maturate all’estero, tra gli Usa, la Corea del Sud e il Giappone e messe a disposizione del loro paese d’origine”.

Grazie al digitale, Mirta si pone l’obiettivo di supportare il cambiamento e lo sviluppo del mondo dell’artigianato italiano, che rappresenta una fetta di mercato in continua ascesa all’interno del mondo imprenditoriale made in Italy: nel 2018 si registrano 58mila imprese artigiane attive in Italia nel settore della moda, per un fatturato complessivo di 21,3 miliardi e un valore aggiunto di 6,1 miliardi.

articolo via AdnKronos

Couturiers de la danse – la danza vista con gli occhi degli stilisti
in mostra al Centro nazionale di costume di scena e scenografia

Un secolo fa, Chanel rivoluzionava i costumi per i balletti russi. Da allora, i grandi stilisti sono entrati regolarmente nel “laboratorio” della danza per esplorare il corpo e creare in modi diversi.

Nella danza, gli stilisti di moda si trovano in un mondo di corpi in movimento, che cadono a terra, che si strofinano, che si abbracciano. È necessario mantenere lo spirito dell’alta moda e nello stesso tempo soddisfare requisiti di praticità”, spiega all’AFP Philippe Noisette, curatore della mostra “Couturiers de la danse” (“Stilisti della danza”) in corso di svolgimento al Centre National du Costume de scène et de la Scénographie (CNCS- il centro nazionale di costume di scena e scenografia) di Moulins, nel centro della Francia.

Tute in jersey, “materiale da biancheria intima” sublimato da Chanel, abiti barocchi di Gianni Versace per La Scala o Maurice Béjart, uniformi da marinaio di Jean Paul Gaultier, tutù quadrati di Viktor&Rolf o tagliati al laser da Iris Van Herpen, passando per le plissettature di Issey Miyake per i balletti di William Forsythe: con 120 costumi, il CNCS rende omaggio a queste prestigiose collaborazioni.

Dai tutù alle sneaker, il museo Kunstmuseum dell’Aia presenta nello stesso tempo “Let’s dance!”, mostra sul rapporto tra la moda e la danza.

Nel “laboratorio” della danza, gli stilisti di moda devono imbrigliare il loro ego e metterlo al servizio di attori e registi: il costume di scena non deve ostacolare i movimenti né oscurare le coreografie.

Tutto il contrario delle passerelle, con le modelle e i modelli generalmente ridotti ad appendiabiti mobili: sguardo assente, proibizione di sorridere, si devono fondere nella collezione.
I designer dell’universo fashion “imparano molto da questo incontro. Non sono là per vendere i vestiti, ma solo per far vivere un bel momento agli spettatori. C’è qualcosa di gratuito, a differenza della moda coi suoi investimenti colossali per allestire le sfilate”, sottolinea Philippe Noisette. 

Spesso i coreografi hanno molta paura dei vestiti (…) che soprattutto non devono occupare molto spazio né far travisare i loro propositi”, racconta la sarta francese Adeline André, che ha vestito con abiti-pantalone color pastello le ballerine della statunitense Trisha Brown e ha collaborato con il russo Alexey Ratmansky.

Il che spiega l’abbondanza di costumi color carne, che spesso sono coperti di paillette, come quelli di Balmain disegnati da Olivier Rousteing, decorati con pizzi (Riccardo Tisci, ex Givenchy) o con sopra fiori ricamati, da Maria Grazia Chiuri per Dior. 

“I colori vengono cancellati in modo da poter vedere molto di più il corpo, l’emozione viene da là. I body sono tinti del colore della pelle dei ballerini”, puntualizza Adeline André. 

In “Psyché” di Ratmansky, le “cattive” indossano invece abiti che ricordano le piovre, in viola e verde vivido.

Per la sarta, le principali costrizioni sono legate al fatto che i ballerini “sudano tantissimo, e quindi i costumi devono essere lavati ogni giorno”, e bisogna fare in modo che i tessuti non si strappino nel momento dell’azione. Durante la sua prima collaborazione, un vestito “si è rotto durante una presa alla prova generale”.

È grazie alla danza che il giapponese Issey Miyake ha finto per trovare una formula magica del suo inconico plissettato “Pleats please”, “un abito che va bene a tutti, non si sgualcisce mai e che si può lavare tutte le volte che si vuole”, sottolinea Philippe Noisette. 

Negli anni ‘90, alcuni danzatori di Forsythe hanno sfilato con le modelle di Miyake durante un défilé, cosa inedita all’epoca, ma oggi sempre più frequente.

Alle ultime due sfilate-spettacolo a Parigi della casa di moda giapponese, le modelle hanno danzato, fatto skateboard e varie acrobazie. 

Oggi, “la danza è dappertutto, nell’urbanistica, nel cinema… Gli stilisti sono attratti da questo incontro intorno al corpo, da questo universo dell’immediato. E le sfilate di moda stanno diventando sempre più spettacolari, concepite come degli show”, sottolinea Delphine Pinasa, direttrice del CNCS. 

Nel settembre 2018, la stilista di Dior, Maria Grazia Chiuri, ha collaborato con la coreografa israeliana Sharon Eyal per una sfilata in cui le modelle, indossando gonne vaporose, sfioravano dei ballerini che portavano costumi fatti come una seconda pelle. Una collezione ispirata alla “danza come atto liberatorio”. Alcuni capi di quella sfilata sono attualmente esposti a L’Aia.

Condividere questo tipo di esperienze creative “consente di avere una visione diversa sulla moda”, aveva spiegato allora la stilista all’AFP. 

L’enfant terrible della moda, Jean Paul Gaultier, ha sempre presentato le sue sfilate come delle “opere”. Nel 1985 ha firmato una delle numerose collaborazioni con la coreografa Régine Chopiot, Le Défilé, “con dei costumi impossibili”, come quello con i seni conici, reso famoso nel mondo qualche tempo dopo da Madonna.

Gaultier riconosce nel catalogo dell’esposizione che con alcuni dei suoi abiti indosso “non era facile ballare”. “Una crinolina di lana, buona fortuna!”.

Articolo via AFP

 

Sindaco di Napoli: “capanna chiusa per allerta meteo”
l’editoriale di Chiaia Magazine

CHIAIA MAGAZINE

DICEMBRE 2019

 

CAPANNA CHIUSA PER ALLERTA METEO

…E l’anno finisce in pescheria tra sardine, pesce palla, capitoni 

 

Nella copertina del nuovo numero di Chiaia Magazine l’ironia è al comando e prende di mira il sindaco de Magistris: «Capanna chiusa per allerta meteo».

Nelle altre pagine la campagna social contro i botti di Capodanno: «Che la festa non finisca in cenere»,  «Le giocate delle feste: vincere al Lotto con il terno delle sardine»; «Caos Riviera di Chiaia, manca un piano di servizi»; «Case a Napoli, mercato a due velocità»; «Torna il giocattolo sospeso: tutti i negozi che hanno aderito all’iniziativa solidale del Comune»; «La terapia di “Arte che cura”: intervista al psicoterapeuta Massimo Doriani; «Sei proprio un bazzariota»: viaggio semiserio tra detti e parole del dialetto napoletano.

Noi della redazione Consul Press abbiamo voluto dare risalto all’editoriale, scritto dal direttore Max De Francesco,  che raccoglie in breve tutto ciò di cui si tratterà nel numero di dicembre.

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Pirelli presenta The Call 2020
un amore con tanti volti ma un solo nome Giulietta

A Verona, dove Pirelli ha presentato in una serata evento al Teatro Filarmonico la 47esima edizione del Calendario, i protagonisti sono amore e bellezza. Woopi Goldberg, ospite d’onore, dà voce ai versi di Shakespeare e ci mette sulle tracce di Giulietta. Il lavoro del fotografo Patrizio Roversi racconta di un amore che “ha tanti volti (quelli di Claire Foy, Mia Goth, Chris Lee, Indya Moore, Rosalía, Stella Roversi, Yara Shahidi, Kristen Stewart ed Emma Watson) ma un solo nome, Giulietta“.  

Claire Foy in The Call 2020 – 

Ero alla ricerca di un’anima pura, colma di innocenza, forza, bellezza, tenerezza e coraggio. Ne ho trovato barlumi negli occhi, nei gesti e nelle parole di Emma e Yara, Indya e Mia. Nei sorrisi e nelle lacrime di Kristen e Claire. Nelle voci e nei canti di Chris e Rosalía. E in Stella (sua figlia, ndr) l’innocenza. Perché c’è una Giulietta in ogni donna e non smetterò mai di cercarla“, spiega Roversi, che ha realizzato anche un cortometraggio di 18 minuti. “È una storia su come l’amore ha il potere di trasformare le persone”, continua, “visto che in soli quattro giorni Giulietta si trasforma da ragazza innocente in una ribelle, pronta a compiere il sommo sacrificio per amore”.  

 

Emma Watson in The Call 2020 – 

E così nasce Looking for Juliet, la ricerca di un ideale, di un sogno. “Attraversa le epoche. È l’ideale di una donna che simbolizza la femminilità, la dolcezza dell’amore e le qualità di una donna che unisce fragilità e forza, timidezza e ribellione. Giulietta è tutto questo. La tragedia di cui è protagonista ben rappresenta quel labile confine che esiste tra sogno e realtà, tra una lacrima e un sorriso, tra la felicità e il dolore, tra bene e male; sono sempre stato affascinato da questo confine così labile, quasi un’ambiguità. Giulietta è un sogno e non diventerà mai realtà. È questo il suo fascino, la sua bellezza, il suo mistero. Spero che le mie Giuliette faranno sognare“.

Fonte: APCOM

Natura in posa a Treviso
con i capolavori Kunsthistorisches Museum di Vienna 

Un appassionante dialogo tra la grande arte classica e la fotografia contemporanea: è quanto viene proposto dalla Mostra “Natura in posa” – Capolavori dal Kunsthistorisches Museum di Vienna in programma a Treviso, al Museo Santa Caterina, dal 30 novembre 2019 al 31 maggio 2020.

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KELLY – il romanzo di Michaela Lucrezia Squiccimarro
vincitore del Premio Letterario Città di Castello

Mercoledì 4 dicembre 2019

l’Associazione Vivere con Filosofia presenta

 

Kelly 

di Michaela Lucrezia Squiccimarro

 

RED – Bistrot Libreria

Via Tomacelli, 25 – Roma

ore 18.00

 

Kelly

Proprio dietro alle nostre spalle succede di sentire qualcosa che non c’è. Così capita di raccontare storie di “alterità”, storie di fantasmi che fanno formicolare la carne e che rendono le ombre più nere. Un contatto possibile con un mondo nascosto, che ci sfiora ogni giorno. Nello spazio vuoto fra le cose, gli spiriti ci ricordano perché viviamo e che c’è qualcosa di speciale ed unico nell’essere vivi.

Ma provate voi a sentirvi seguiti ovunque da uno spirito dispettoso, tornato per ricordarvi che state dimenticando qualcosa. Tra ricordi di ciò che non si è fatto e apparizioni di esseri immaginari e dimenticati, la verità della giovane protagonista riaffiorerà dal suo inconscio, fino a svelare il vero motivo della comparsa di uno spirito che ci è sempre stato vicino.

Michaela Lucrezia Squiccimarro

Nata a Roma nel 1984 è laureata in letteratura e traduzione inglese; non solo docente di lingua per l’Università Telematica Uninettuno ma anche regista, attrice, insegnante di tip tap ed adattatrice per il teatro. 

La sua più grande passione rimane quella per Dungeons&Dragons, il gioco di ruolo che le permette di dare sfogo alla creatività di generare mondi per le sue storie infinite.

Kelly, vincitrice della XII edizione del Premio Letterario Città di Castello è la sua opera d’esordio, scaturita dall’interesse per il soprannaturale e la letteratura horror e fantasy. Ha come precedente Caso Numero 17, il testo teatrale scritto e messo in scena insieme alla sua compagnia.

 

 

 

Vivere con Filosofia
L’associazione culturale “Vivere con Filosofia”, è stata fondata da Rosanna Buquicchio, docente e titolare di cattedra in Storia e Filosofia presso l’università di Roma Tre ed in istituti secondari superiori. L’associazione, senza scopo di lucro, nasce a Roma nel 2008 con l’obiettivo di diffondere la cultura filosofica, attivando forme e modalità in cui è possibile pensare insieme, confrontandosi liberamente con dibattiti che ricalcano le orme delle antiche agorà.

 

 

Barneys – chiude lo storico negozio di New York

Fine di un’era a New York. Al posto delle tradizionali vetrine di Natale e degli addobbi, sono comparse da Barneys insegne a caratteri cubitali: “Il negozio chiude, tutto se ne deve andare”. Nell’ultimo tassello della crisi dello shopping tradizionale, i grandi magazzini simbolo del vivere da ricchi a Manhattan chiuderanno dopo essere stati venduti a pezzi: il nome al gruppo Authentic Brands Group, che detiene i diritti su Marilyn Monroe, Elvis Presley e Muhammed Ali più una sessantina di brand; scarpe, borse e prêt-à-porter di lusso alla finanziaria B. Riley che li sta liquidando fino ad esaurimento della merce.  

Per decenni Barneys è stato una parte essenziale dello shopping a Manhattan. Protagonisti di Will and Grace e Sex and the City, gli otto piani del flagship su Madison Avenue hanno fatto conoscere agli americani griffe come Armani, Alaïa, Comme des Garçons, Louboutin e Zegna. Oggi, negli stessi locali disegnati dall’architetto Peter Marino all’inizio degli anni Novanta, si respira l’aria del fallimento: divani danneggiati, bagni rotti, commesse incerte su cosa ha in serbo il futuro. Gli sconti sono per ora sull’ordine del 5-10%: questo spiega perché in tutto il negozio i manichini siano più numerosi dei clienti.  

Vittima anche del caro affitti a Manhattan, Barneys aveva gettato la spugna in agosto facendo ricorso alla bancarotta assistita. L’accordo da 271 milioni di dollari, ha dato a ABG il controllo di un brand protagonista dal retail di Manhattan dal 1923 e la possibilità di portarlo in esclusiva a Saks Fifth Avenue. Dopo la liquidazione tutte le filiali di Barneys saranno vendute, tranne l’ammiraglia su Madison che resterà aperta nel 2020 come pop up store.  

Quando Barneys ha aperto la procedura della bancarotta tra i creditori non assicurati c’erano nomi iconici della moda come Yves Saint Laurent, Balenciaga, Celine, Gucci, Prada, Chloé e Azzedine Alaïa. “Goodbuys, then goodbye!”: questo lo slogan dell’evento di addio, da cui le offerte del gruppo LVHM sono escluse per non svalutare il brand.

Gli sconti dovrebbero aumentare nel corso dei saldi, che proseguiranno fino a febbraio, “sulla base di una formula matematica che tiene conto della storia delle vendite per uno specifico oggetto e un senso della sua desiderabilita’, ha spiegato Scott Carpenter che cura i saldi per conto di B. Riley: “Non stiamo parlando di Toys ‘R’ Us o Payless Shoe”, altre due catene finite di recente in bancarotta: “Qui abbiamo capi di designer molto esclusivi, di alta gamma”.

articolo via ANSA

“La Blockchain per la tracciabilità del Made in Italy”
la scommessa della moda italiana sulla blockchain

La moda italiana accelera sull’adozione della tecnologia Blockchain per difendere l’autenticità del Made in Italy e combattere la contraffazione. Il tema è stato trattato al Mise, all’interno dell’iniziativa “La Blockchain per la tracciabilità del Made in Italy”, tenutasi il 14 novembre scorso.

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Maritozzo Day
torna a Roma la giornata dedicata ad uno dei dolci più tipici della capitale

Il 7 dicembre torna di nuovo l’evento che vede come protagonista una delle specialità dolciarie romane, il Maritozzo Day.

L’iniziativa, organizzata da Tavole Romane, è giunta alla sua terza edizione e quest’anno accanto alla degustazione del panino ripieno propone una raccolta fondi di beneficenza per l’ospedale Fatebenefratelli per sostenere le attività della Breats Unit che ha lo scopo di garantire alle donne affette dal tumore le migliori terapie ed una migliore qualità della vita.

Da quelli classici con la panna, alle rivisitazioni sia dolci che salate, fino alle versioni attente a intolleranze e principi nutrizionali, la lista delle pasticcerie e dei forni partecipanti si allunga sempre più ed è in continuo aggiornamento.

Breve Storia del maritozzo

Le origini sono lontane, infatti già nell’antica Roma esisteva l’abitudine di preparare delle pagnottelle arricchite di miele e frutta secca, l’impasto era composto da farina, burro, uova, miele e sale ed il formato era molto più grande. Nel periodo della Quaresima il maritozzo si ridimensionava; la cottura più lunga gli conferiva un colore più scuro e all’impasto venivano aggiunti uvetta, pinoli e canditi. In questa versione, detta Quaresimale, sopravvissuta fino ai giorni nostri, il dolcetto rappresentava l’unica deroga ammessa al digiuno penitenziale imposto dal momento.

L’origine del nome invece si deve presumibilmente all’usanza, da parte dei futuri mariti, di regalare alle promesse spose proprio un “maritozzo”. Questo accadeva il primo venerdì di marzo, ricorrenza simile a San Valentino. “Maritozzo” diventava dunque un termine ironico e canzonatorio da riferire al futuro marito ed a rimarcare questa associazione, la forma vagamente fallica della pagnotta, così come suggerisce il Belli nel suo sonetto Er padre del li santi (1832).

Gigi Zanazzo, studioso e commediografo, ci ricorda, nella sua opera Tradizioni Romane (1908), che per l’occasione, sul dorso, venivano realizzati decorazioni di zucchero e che all’interno dell’impasto poteva essere collocato un anello o un oggetto d’oro come ulteriore dono.

Sulla nascita del nome volle giocare un altro poeta romano, Adone Finardi che alla dolce specialità dedicò addirittura un poemetto “Li Maritozzi che se fanno la Quaresima a Roma” (1851). Protagonisti il re Mari e il re Tozzi i cui eserciti erano capeggiati rispettivamente dai generali Passerina, Acqua, Forno, Legna e Fiore, e da Zuccaro, Pignolo, Lievito e Zibetto; dopo vari battaglie e scontri, si riappacificarono e in onore dei sovrani e dei loro più validi guerrieri, furono creati i maritozzi.

Secondo un’altra leggenda, erano le ragazze nubili a preparare i maritozzi per distribuirli in piazza. Era questo un modo per attirare i giovani in cerca di moglie che avrebbero scelto l’artefice del più buono.

Fonte: tavoleromane.it

 

 

tavoleromane.it attiva dal 2010, è una fonte indipendente di riferimento per gli appassionati di gastronomia dedicata alla Capitale Roma;  obiettivo quello di valorizzare e condividere realtà gastronomiche di qualità. Con i fondatori, Gabriele e Silvia, oggi contribuiscono un piccolo gruppo di fidati foodies locali, proponendo in aggiunta Eventi gastronomici e Food Tours per aziende, turisti e persone che vivono a Roma. Co-autori della guida Teglie Romane 2018.

Moda sempre più sostenibile
dalle pellicce ecologiche di Stella McCartney al Thindown

Mentre Stella McCartney, pioniera della green fashion, in collaborazione con Hunter presenta i primi stivali in gomma sostenibile, e prepara il lancio della Koba Fur Free Fur, la prima pelliccia biologica prodotta con l’utilizzo d’ingredienti vegetali, giunge notizia che anche Thindown, primo unico tessuto di piuma al mondo interamente prodotto in Italia da Nipi (Natural Insulation Products Inc.) è ora disponibile nella nuova versione realizzata con piuma 100% riciclata. 

Una notizia che va nella direzione di prodotti naturali e di sviluppo sostenibile: due requisiti ai quali si stanno convertendo la maggior parte delle case di moda, soprattutto quelle che realizzano piumini e capospalla imbottiti. Ma anche le aziende di ski e outdoor, sportswear, accessori, home, footwear, abbigliamento militare. Inoltre il nuovo materiale rispecchia il modello di produzione dell’economia circolare, che si basa sul riutilizzo delle materie prime estendendo il ciclo di vita dei prodotti per creare un sistema virtuoso.
Il nuovo tessuto è “upcycle”, ovvero dona nuova vita e valore a un prodotto dismesso, riducendo al minimo gli scarti, consuma poca energia e produce un impatto minimo sull’ambiente. La piuma utilizzata per Thindown Recycled, certificata GRS (Global Recycled Standard, standard internazionale della piuma riciclata) viene ricavata da piumini e coperte che hanno terminato il loro ciclo di vita. Di provenienza europea la piuma dismessa viene lavata, igienizzata depolverizzata, sterilizzata, rigenerata. Al termine del processo, equivale ad un prodotto nuovo altamente performante. Per produrre questo materiale e le diverse versioni del tessuto non viene utilizzato alcun procedimento, trattamento o processo chimico inquinante: il tessuto viene sterilizzato due volte grazie a un macchinario di alta tecnologia unico al mondo in grado di trasformare le piume in tessuto fermo.

 

 

L’ultima novità green da parte di Stella McCartney sono invece i green boots lanciati con Hunter nell’inverno 2019 durante la sfilata a Parigi. Questi stivali utilizzano la gomma naturale di origine sostenibile ed un materiale innovativo chiamato Yulex. Hunter utilizza la gomma naturale dal 1856 e Stella McCartney ha saputo spingere questa soluzione verso nuovi confini. La gomma naturale di questi stivali proviene dalla gestione sostenibile, certificata nelle foreste del Guatemala, garantendo così che nessuna foresta pluviale venga abbattuta, proteggendo inoltre il benessere dei lavoratori e delle comunità locali. L’inserto del calzino elasticizzato è realizzato in Yulex, anch’esso realizzato in gomma naturale certificata. Questo materiale sostituisce il neoprene tradizionale. Tale scelta genera l’80% in meno di anidride carbonica nociva all’equilibrio climatico, ma offre prestazioni quasi identiche in termini di forza ed elasticità. Il suo design reinterpreta l’iconico stivale Hunter Wellington con suole scultoree e battistrada realizzati a mano.

Stella Mccartney con il suo marchio da sempre ha messo al centro della propria produzione il benessere degli animali. Nei suoi programmi c’è anche il lancio della Koba Fur Free Fur, la prima pelliccia sostenibile che può essere anch’essa riciclata al termine della sua lunga vita. Ciò permette di evitare che si trasformi in rifiuto e che il circolo del fashion venga chiuso, traguardo importante per Stella, che promuove la circolarità della moda. Inoltre, il 37% delle sue componenti sono vegetali e per questo motivo richiede il 30% in meno di energia per essere realizzata e produce oltre il 63% in meno dei gas serra dei materiali sintetici convenzionali. Creata da DuPont in collaborazione con Ecopel, Koba integra alla pelliccia DuPont più del 100% dei mono-filamenti polimerici Sorona ed entrerà a far parte delle collezioni di Stella McCartney dal 2020.

 

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YSL: all’asta la giacca che celebra i Girasoli

Una rarissima giacca creata da Yves Saint Laurent, per omaggiare i celebri Girasoli di Van Gogh, verrà messa all’asta il 27 novembre a Parigi da Christie’s.

Presentata per la collezione haute couture primavera-estate 1988, è uno dei pezzi più iconici dello stilista e ne esistono solo quattro esemplari. Venne realizzata interamente a mano dal ricamatore Lesage, per 600 ore di lavoro. L’esemplare messo all’asta, realizzato per una cliente privata, è stimato tra gli 80.000 e i 120.000 euro, il che lo renderebbe uno dei pezzi di alta moda più costosi al mondo. Già lo scorso gennaio un’altra giacca YSL Couture, proveniente dal guardaroba della businesswoman libanese Mouna Ayoub, è stata aggiudicata a 175.500 euro, più di quattro volte il valore iniziale, in una asta organizzata dalla casa Cornette de Saint-Cyr.

Il modello indossato da Naomi Campbell durante la sfilata, è conservato nel museo Yves Saint Laurent insieme alla giacca Iris che rappresenta un altro celebre quadro di Van Gogh.

“La mia intenzione non era di misurarmi con i maestri, al massimo di avvicinarmi a loro e di imparare dal loro genio”, dichiarò Yves Saint Laurent in una mostra del 2004 dedicata al dialogo tra le arti. Il modello indossato da Naomi Campbell durante la sfilata, è conservato nel museo Yves Saint Laurent insieme alla giacca Iris che rappresenta un altro celebre quadro di Van Gogh.

 

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