• Home
  • Sveva Marchetti

Autore: Sveva Marchetti

Onlife Fashion – dieci lezioni per capire il mercato della moda

 

Esce domani 9 aprile Onlife Fashion. 10 regole per un mercato senza regole il libro di Giuseppe Stigliano e Riccardo Pozzoli, scritto con Philip Kotler e con una prefazione del filosofo Luciano Floridi

 

di Giulia Crivelli via Il Sole 24 Ore

 

Anni fa, prima della rivoluzione portata da internet, qualcuno propose di istituire una giornata mondiale del dialogo tra generazioni, immaginando i più giovani in attento ascolto dei racconti di vita e lavoro di chi li aveva preceduti. Forse ancora più utile sarebbe una giornata dedicata al dialogo vero, allo scambio di punti di vista, oltre che all’ascolto passivo. Certo, deve esserci la volontà di abbracciare il nuovo da parte di chi viene da lontano e il rispetto da parte di chi è nato in una realtà diversa, molto più recente. Questa alchimia è riuscita a Philip Kotler, Riccardo Pozzoli e Giuseppe Stigliano (nella foto) e ne è nato il libro Onlife fashion. 10 regole per un mercato senza regole, pubblicato da Hoepli, che sarà disponibile, in libreria e formato e-book, dal 9 aprile.

L’industria della moda come spunto

È incentrato sulla moda, ma, come dice la scelta dell’aggettivo onlife (non è un refuso!) suggerisce riflessioni e trae conclusioni che possono valere per molti altri settori. La rivoluzione digitale si inserisce in un mondo già profondamente trasformato dalla globalizzazione. Anzi, ne è forse una necessaria evoluzione: Internet però non ha cambiato solo i processi economici e gli equilibri geopolitici tra Paesi, ha stravolto la vita di tutti noi consumatori, oltre a quella delle aziende di ogni dimensione. «Lavorare con Kotler è stata una sorpresa e allo stesso tempo un sogno realizzato – spiegano quasi all’unisono Pozzoli e Stigliano – È il maggiore esperto di marketing di tutti i tempi e ha scritto oltre 60 libri, ma le sue osservazioni e riflessioni potrebbero essere quelle di un illuminato nativo digitale».

L’esperienza degli autori

Libri, articoli ed esperienza ne hanno anche Pozzoli e Stigliano. Il primo, 34 anni, è imprenditore, business angel, fondatore di start up e consulente per grandi gruppi della moda; il secondo, oltre a insegnare allo Iulm, dal 2019 è ceo di Wunderman Thompson Italy dove guida un team di oltre 200 talenti con competenze che abbracciano strategia di business, creatività, tecnologia e dati. La differenza tra i due è che Pozzoli è da sempre focalizzato su moda e lusso (parola che peraltro non ama), mentre Stigliano segue anche altri settori. «Abbiamo scritto il libro durante la pandemia e questo ci ha aiutati – spiegano – Primo, perché dopo lo choc iniziale che ha colpito tutti, abbiamo usato la mancanza di impegni quotidiani in presenza e l’assenza di “rumori di fondo” per concentrarci e far germogliare una serie di idee nate ben prima del Covid. Il secondo vantaggio è stato parlare con protagonisti del settore che vivevano in prima persona l’accelerazione digitale imposta dai lockdown produttivi e commerciali. Tutti ci hanno spiegato che in un anno hanno realizzato piani che avrebbero dovuto svilupparsi nel doppio o triplo del tempo».

Testimonianze dei protagonisti

Con una prefazione del filosofo Luciano Floridi, che ha coniato il termine onlife, il libro continere i contributi di Leo Rongone (ceo Bottega Veneta), Brunello Cucinelli (Presidente Esecutivo e Direttore Creativo Brunello Cucinelli), Carlo Capasa (presidente Camera nazionale della moda), Fedele Usai (ex ceo Condé Nast), Alfonso Dolce (ceo Dolce&Gabbana), José Neves (fondatore, co-chairman & ceo Farfetch), Marco Bizzarri (ceo Gucci), Remo Ruffini (ceo Moncler), Lorenzo Bertelli (Head of Marketing & Head of Corporate Social Responsibility Prada), Micaela Le Divelec Lemmi (ceo Salvatore Ferragamo), Gabriele Maggio (ceo Stella McCartney), Jacopo Venturini (ceo Valentino), Jonathan Akeroyd (ceo Versace), Federico Marchetti (chairman e ceo YNAP), Francesca Bellettini (ceo Yves Saint Laurent). A tirare le fila però sono Kotler, Pozzoli e Stigliano, suggerendo dieci regole per governare uno scenario in cui l’unica costante pare essere il cambiamento.

Cinque forze e dieci regole

Partendo dall’analisi della situazione attuale gli autori individuano in prima battuta le cinque forze che maggiormente hanno influito sulla sua trasformazione, vale a dire: accelerazione, ibridazione, disintermediazione, sostenibilità e democratizzazione.
Dopo questa panoramica, e grazie alle interviste, alle ricerche e ai contributi raccolti, vengono quindi delineate dieci regole per governare uno scenario in cui l’unica costante pare essere il cambiamento. Dall’importanza di bilanciare l’esclusività dei prodotti con l’inclusività della propria cultura (be inclusive), alla necessità di costruire una narrazione consapevole e strutturata del brand (be timeless), fino alla gestione dell’equilibrio tra crescita del fatturato e tutela del marchio (be anti-fragile), i dieci principi di Kotler, Pozzoli e Stigliano intendono fornire una chiave di lettura per decifrare quello che si presenta come un vero e proprio cambio di paradigma del settore del fashion.

Bussola post Covid

Una originalissima bussola in un mondo che non ha più punti cardinali, potremmo dire, con un vago senso di smarrimento. «L’augurio migliore che si può fare a una persona è quello di vivere in tempi interessanti – concludono – Questi lo sono: il vantaggio che abbiamo noi esseri umani rispetto a qualsiasi tecnologia è la flessibilità del pensiero. A patto di sfruttarla».

 

onlife fashion, riccardo pozzoli, giuseppe stigliano

Stan Smith – la storia di un’icona

Agli inizi degli anni ’70, Stanley Roger Smith è una leggenda del tennis. Il giocatore americano vince due titoli del Grande Slam (Us Open ‘71, Wimbledon ‘72) e la prima edizione della Masters Cup, sia in singolo che in doppio. Eppure, finiti gli anni d’oro della sua carriera, Smith si lamenta che “la gente pensa che io sia una scarpa”. Il figlio, addirittura, arriva a chiedergli: “Papà, hanno chiamato la scarpa dopo di te o te dopo la scarpa?

Stan Smith infatti è il nome del campione di tennis, ma anche delle famosissime sneakers dell’adidas che prendono il suo nome nell’edizione degli anni ’70 e successive, pur essendo state originariamente create in onore del tennista francese Robert Haillet, che nel 1965 ne disegna il modello, dandogli il suo nome. Agli inizi degli anni ’60, infatti, adidas vuole entrare nei campi da tennis, e lo fa con lo stile inconfondibile di una scarpa leggera ma dalla struttura solida, che prende dunque il nome di Haillet. Poi, quando nelle decade successiva diventa lo sponsor di Smith, queste scarpe di pelle bianca, con le riconoscibili tre file di buchi traspiranti e l’immancabile linguetta verde, passano al nuovo campione. Sulla linguetta frontale compare il ritratto e la firma del giocatore, e per la scarpa opportunamente riveduta e corretta, ha inizio una nuova vita come Stan Smith.

Già dagli anni ’70 e ’80, questo modello, dalla linea minimal ma distintiva, diventa subito un classico tra gli sportivi (Smith ammette di aver provato un certo fastidio nel perdere con atleti che indossavano le sue scarpe) e anche fuori dal campo da tennis. Ma è negli anni ’90 che arriva il boom di vendite: nel 1990 la Stan Smith entra nei Guinness dei Primati per aver venduto 22 milioni di modelli nel mondo. Compare nel testo della hit francese Je danse le Mia del collettivo IAM (All’inizio degli anni ’80, ricordo le serate, dove l’atmosfera era calda e i ragazzi stavano tornando a casa, Stan Smith ai piedi) e al cinema nel film di Mathieu Kassovitz La Haine, ai piedi di Vincent Cassel (solo per citarne alcuni esempi). Le Stan Smith da scarpa sportiva diventano un fenomeno di costume, un’icona della cultura street e pop. Per Stan Smith l’impresa di conquistare i giovani con il suo modello di scarpa era impossibile, ma evidentemente si era sbagliato.

Personalmente, da ragazza che ha vissuto l’infanzia negli anni ’90, le Stan Smith non le ho mai legate al giocatore di tennis (lo ammetto) ma a quel tipo “scarpa da tennis” che va bene con tutto e che ha sempre mantenuto la sua aura iconica: è stata la scarpa dei miei maestri di recitazione, dei divi hollywoodiani che ammiravo sulle riviste, insomma le scarpe di chi aveva, ai miei occhi, stile e fascino da vendere. E sebbene nei primi anni duemila le vendite abbiano subito un calo, nel 2014 dopo aver interrotto la produzione 3 anni prima, le Stan Smith tornano sul mercato per non lasciarlo più. Nuove collaborazioni con stilisti e designer, nuovi colori, ma sempre la stessa impressione di una scarpa dal design minimale e senza tempo.

E anche oggi questa scarpa leggendaria mantiene il binomio di tradizione e innovazione grazie alle nuovissime Stan Smith della linea Primegreenche rappresenta i valori di sostenibilità che adidas sta perseguendo. Reinventare una leggenda si può, anzi, per adidas si deve, e per questo anche le Stan Smith sono rientrate nel programma Primegreen che ha come obiettivo quello di sostituire il poliestere vergine con il poliestere riciclato. Un primo passo per inaugurare buone pratiche sostenibili e al contempo mantenere alte le prestazioni. Nel caso di questo modello, il 50% della tomaia è realizzato con materiali riciclati e per realizzarlo non è stato utilizzato poliestere vergine – ma lo stile rimane invariato, portando questa scarpa leggendaria in un nuovo, esaltante, capitolo della sua storia.

 

stan smith

Bottega Veneta sfida i social lanciando il suo magazine digitale

Cover del digital journal ‘Issue 01’

Essere online senza usufruire dei social network. Sembra questa la nuova mission impossibile di Bottega Veneta che, a sorpresa, ha appena lanciato il primo numero del suo magazine digitale intitolato Issue 01. La pubblicazione avrà cadenza trimestrale e sarà condivisa in concomitanza con l’arrivo delle nuove collezioni in boutique. Un’operazione coerente con la strategia controcorrente del direttore creativo Daniel Lee che, proprio ieri, ha dichiarato al The Guardian: “I social media rappresentano l’omogenizzazione della cultura. Tutti guardano lo stresso flusso di contenuti. Un enorme quantità di riflessioni viene incarnata in quello che faccio, e i social media lo semplificano eccessivamente”.

bottega veneta, issue 01

Continua a leggere

Barilla, Ferrero e Ferrari le marche più amate dagli italiani

I Punti Chiave
di Giampaolo Colletti e Fabio Grattagliano
via http://Il Sole 24 ore

===========================

Tra casa e smartphone. Le marche promosse dagli italiani con il Best Brands 2021 raccontano il tempo incerto della pandemia segnato dalla centralità dei consumi casalinghi e dal ruolo preponderante della connettività. Così la sesta edizione dell’oscar delle marche italiano, si è tutta incentrata su una rafforzata relazione tra azienda e consumatore: al termine di un anno d’osservazione particolarmente complesso GfK e Serviceplan hanno decretato le migliori realtà in un evento in live streaming dagli Studi Rai di via Mecenate a Milano condotto da Filippa Lagerbäck e seguito da centinaia di manager e imprenditori in rappresentanza di 450 aziende italiane.

Ferrero, Dash, Dyson, Amazon e Bmw sono le cinque Marche che si sono aggiudicate il titolo di Best Brands 2021 nelle rispettive categorie Best corporate brand, Best product brand, Best growth brand, Best digital life brand e, novità di quest’anno, Best sustainability brand. Ad annunciare le prime della classe 2021 Enzo Frasio di GfK e Giovanni Ghelardi di Serviceplan, che hanno portato Best brands in Italia sei anni fa, affiancati dal Presidente di Upa Lorenzo Sassoli de Bianchi, che patrocina l’iniziativa, e dai partner storici, Rai Pubblicità, 24Ore System, IgpDecaux e Adc Group.

Quelle marche del cuore

Le cinque classifiche di Best Brands 2021 integrano le analisi dei dati economici con interviste quali-quantitative a 6.500 consumatori. Così l’algoritmo coniuga dati e sentiment per arrivare ad una rosa di 300 marche. «La metodologia esclusiva di Best Brands restituisce una fotografia sempre attuale della società, dei suoi sogni e dei suoi bisogni, che mai come quest’anno hanno subito una riconfigurazione radicale. Grazie all’analisi combinata della dimensione razionale e di quella emozionale scopriremo quali sono state le marche più scelte e amate dagli italiani, quelle che sono riuscite a guadagnarsi la loro fiducia in un anno particolare come il 2020», sottolinea Enzo Frasio, Presidente di GfK Italia.

Le 10 marche corporate

Testa e cuore nel mare in tempesta. Ma per i consumatori disorientati dall’emergenza pandemica le aziende d’eccellenza restano un riferimento. Mai come negli ultimi mesi le marche sono state chiamate a prendere posizione nei confronti di temi che hanno a che fare con la società, con l’economia, con l’emergenza sanitaria e spesso anche con la politica. Una scelta che richiede sensibilità, capacità innovativa e visione e che sottendono la sostenibilità. Nella classifica corporate svettano le aziende che sono rimaste riferimento per i consumatori e che sono riuscite a comunicare la loro vicinanza. A guidare anche per il 2021 si conferma Ferrero: il colosso di Alba precede Ferrari al secondo posto. A seguire Barilla, e poi ancora Bmw, Nestlé, Pirelli, L’Oreal, Lidl, McDonald’s ed Eni.

Le 10 marche prodotto

Nella parte prodotti gli italiani riconoscono l’importanza di quelle firme che li hanno aiutati a vivere meglio, affrontando nuovi stili di vita e nuove forme di convivenza in famiglia. La terna che si colloca nella parte alta della classifica vede Dash, Coca-Cola e Mulino Bianco. A seguire Rio Mare, Nutella, Findus, Samsung, Lego, Kinder e Mutti. «Nell’anno dello “stay at home” – spiegano da GfK – gli italiani riconoscono l’importanza di quei prodotti che li hanno aiutati a vivere e sopravvivere, ad affrontare stili di vita che sono improvvisamente cambiati e nuove forme di convivenza in famiglia».

Le 10 marche che crescono di più

Lo “stay at home” caratterizza anche la categoria growth – quella dedicata alla crescita – nella quale emerge la tecnologia alleata fondamentale del consumatore connesso. In classifica al primo posto Dyson, seguita da Fairy e Lonovo. Pril, Swiffer, Aperol, Lenor, Volkswagen, Lysoform e Bonomelli chiudono il club delle marche più dinamiche.

 

Le 10 marche della vita digitale

Nella classifica digital life svetta Amazon, seguita da Samsung e Paypal. In graduatoria anche WhatsApp, Booking.com, Google, Bmw, Audi, Mercedes e Apple. «Sempre più persone – sottolineano da Best Brands – compresi i non nativi digitali, hanno sperimentato i servizi digitali nel corso dell’ultimo anno. Questo spiega anche l’ingresso di grandi marchi dell’automotive come Bmw, Audi, Mercedes: l’automobile connessa entra nella piramide dei desideri perché nella forzata clausura casalinga il sogno diventa la gita fuori porta mentre cresce l’interesse per le nuove facilitazioni digitali legate al viaggio, alla vacanza e al lavoro».

Le 10 marche della sostenibilità

C’è poi la classifica sulla sostenibilità, dove si declina al meglio il binomio sicurezza-salubrità. Si tratta di una dimensione che va oltre l’eccellente resa funzionale di prodotto e di servizio. Qui ci troviamo di fronte a marche che stanno interpretando i nuovi bisogni e le nuove necessità degli italiani, anche drammaticamente messe a fuoco nei mesi della pandemia. Best sustainability brand è Bmw. A seguire Mulino Bianco, Regina, Ermenegildo Zegna, Alce Nero, Dash, Mercedes, Lysoform, Kellogg ed Electrolux.

 

ferrero, barilla, ferrari

UFarmer la piattaforma per adottare ed acquistare le eccellenze del made in Italy

Un marketplace dedicato a Doc e Dop, dove è possibile scegliere il produttore, seguire la produzione e personalizzare l’acquisto

di Maria Teresa Manuelli via Il sole 24 Ore

 

Se in Italia la “Dop Economy” vale 16,9 miliardi di euro alla produzione, il 19% del fatturato del settore agroalimentare italiano (Rapporto Ismea-Qualivita 2020), tanto da entrare anche nel Vocabolario Treccani, la startup UFarmer si propone di creare un marketplace delle eccellenze italiane rappresentate dalle Dop e Doc. Uno strumento di valorizzazione dei territori, dove i prodotti non si acquistano ma si “adottano”. Tutto a portata di click per sostenere le filiere e le biodiversità agroalimentari di eccellenza trasformando i consumatori in “farmer digitali”.

Parte da Milano, ma si estende su tutto il territorio nazionale, la startup dedicata all’agroalimentare di eccellenza Made in Italy e all’economia di vicinato. «L’idea – illustra Francesco Amodeo, manager di una multinazionale delle telecomunicazioni, co-fondatore e presidente di UFarmer è nata con lo scopo di offrire ai consumatori la possibilità esclusiva di prendere parte al processo agricolo, adottando un albero di olivo, un appezzamento di vigna per poi riceverne direttamente il proprio prodotto personalizzato a casa. Un’esperienza appassionante, il cui risultato finale può essere condiviso con la famiglia o gli amici più cari, magari con un pizzico di orgoglio e vanità nel mostrare il frutto del proprio raccolto»

Con UFarmer non si acquista un prodotto, ma tramite l’adozione è possibile creare il proprio campo digitale sostenendo il territorio italiano e i produttori virtuosi che investono in termini di qualità e sostenibilità. Si può seguire la crescita delle coltivazioni, partecipare alla produzione, effettuare visite alle proprie “adozioni” e personalizzare le confezioni e le etichette diventando un vero e proprio ‘farmer digitale”

Il giro d’affari della piattaforma nel 2021 è atteso intorno ai 500 mila euro per 500 adozioni stimate, con una crescita che già nel 2022 porti a superare 1,5 milioni di euro.

Non tutte le aziende agricole possono entrare a far parte del panel di produttori proposto dalla startup. Si entra solo se si rispettano specifici criteri di qualità sull’intera filiera produttiva e se si garantisce al consumatore finale un prodotto esclusivo e personalizzabile. Luca Passini, co-founder e ceo di UFarmer, aggiunge come il marketplace UFarmer.it sia «il risultato di un’esperienza ricercata e vissuta direttamente da noi fondatori. Un percorso che ha richiesto tempo e che ha portato alla definizione del primo portale interamente studiato per aggregare produttori di eccellenza italiani e consentire il contatto diretto produttore-consumatore. Così da dare a quest’ultimo la possibilità di prendere parte all’intero processo produttivo diventandone sostenitore e vero adottante».

 

Esistono già realtà di aziende agricole che hanno sperimentato con successo la loro adottabilità, ma ad oggi, non esisteva una piattaforma che le geolocalizzasse sul territorio italiano e le raggruppasse per tipologia di prodotto. E anche dall’estero sarà più facile individuare quale filiera italiana è possibile adottare e quale prodotto personalizzato si può avere.

 

 
 

Made in Italy, ufarmer

Louboutin – il mito con la suola rossa

Non sempre portabili e purtroppo fuori dalle possibilità economiche della media ma uno tra gli oggetti più desiderati da avere nel guardaroba, parliamo delle Louboutin, le scarpe dalla suola rossa.

Metà delle donne vuole una scarpa che la faccia sembrare un po’ provocante, e l’altra metà è composta da donne provocanti che vogliono una scarpa raffinata. Credo che la scarpa completi la donna, le dia quel che non possiede ancora” questa è la motivazione chiara e concisa che ne da Christian Louboutin.

L’attrice francese Léa Seydoux ha confessato che Christian Loboutin le regalò il primo paio quando aveva soli dodici anni, e ogni volta che raconta questa storia poggia ancora l’indice sulla guancia come le bambine quando pensano al loro pasticcino preferito.

Christian Louboutin aprì il suo primo negozio a Parigi nel 1992 dopo aver lavorato con Foger Vivier. Rimase incantato dalle calzature strabilianti realizzate per l’incoronazione dello scià Reza Pahlavi e dalle décolleté di diamanti di Marlene Dietrich. La sua ispirazione però viene da lontano, dalla vita notturna che lo distraeva dai suoi doveri di studente, dalle gambe delle ballerine e dai loro maliziosi sandali gioiello.

Spesso imitate, le originali hanno sempre avuto la meglio (ovviamente!). Curioso il caso dell’azienda olandese Van Haren, che nel 2012 aveva messo in commercio scarpe con tacco alto e suola rossa -chiamate 5th avenue by Halle Berry. Poco dopo è stata citata per contraffazione e la corte di giustizia europea interpellata dal tribunale dell’Aja, si è pronunciata a favore del brand francese: le suole rosso pantone 18-1663tp, nate da un esperimento di smalto per le unghie, non possono essere copiate.

Rizzoli nel 2011 ha pubblicato l’autobiografia di Louboutin in un sorprendente non-libro perchè alcune delle sue scarpe sono non-scarpe, delle vere e proprie creazioni visionare. Basti pensare alle famosissime Fetish ballet heels disegnate in collaborazione David Lynch, e costruite per tenere il piede perfettamente verticale “con queste scarpe non si può di camminare, e tanto meno correre. Si può solo stare sdraiate”.

 

 

La produzione è tutta italiana, a Vigevano, e comprende non solo modelli dal tacco vertiginoso ma anche ballerine e sneakers. Il modello più famoso rimane senza dubbio la Pigalle  Tra i modelli famosi ci sono le ballerine Sophia flat, a punta e con fiocchetto; le altissime So Kate, disegnate per il matrimonio di Kate Moss; le impossibili ballerine Ultima, indossate da Beyoncé nel video di “Green Light”; e ancora The Blake, il sandalo in vernice e stringhe laccate arcobaleno dedicato a Blake Lively. Ma il modello più famoso (ed mio avviso il più bello) senza dubbio sono le Pigalle

“Non ho intenzione di raccontare che il 12 è comodo. Non si tratta di comodità, ma di bellezza” e Jill Abramson, prima donna a dirigere il New York Times, ha reso esplicito il messaggio “Ti infili le suole rosse e non temi più nulla”.

 

 

louboutin

Colomba – il dolce della tradizione pasquale e la sua storia

Abbiamo passato anni a dire che la colomba è la sorella sfigata del panettone. No signori: non è così. Madama colomba ha una storia di tutto rispetto, a partire dal volatile da cui prende il nome, molto presente nell’antichità e nelle comuni radici culturali indoeuropee. Andiamo quindi a tracciare una storia della colomba di Pasqua che si propone di spiegare la simbologia, le leggende e la verità storica a nostra disposizione.

La colomba nella mitologia

Partiamo da un dato incontrovertibile: i volatili di diverso tipo sono da sempre ritenuti in qualche modo messaggeri e divinità da varie culture del mondo. Il mondo greco prima e quello romano poi attribuivano ai volatili delle funzioni ctonie e psicopompe: significa che avevano la possibilità di comunicare con l’aldilà e di accompagnare i morti nell’Oltretomba.

L’etimologia di “colomba” risale probabilmente dal greco antico, kolimbas-a, che sarebbe una sorta di uccello acquatico; da qui, deriverebbe anche la parola comignolo, perché sogliono nidificare proprio sulle cime dei camini.

Concentriamoci ora sull’origine del mito, per forza di cose attraverso la tradizione mediorientale. Per gli antichi Assiri la colomba ha l’incarico di portare messaggi, ma per trovare più apparizioni di questo volatile è necessario pensare in particolare alle al racconto ebraico. La colomba è infatti presente sin dalle prime pagine della Bibbia: è una colomba a portare a Noè un rametto d’ulivo, a simboleggiare la fine del Diluvio Universale. Altro personaggio della Bibbia legato alla colomba è senza dubbio il profeta Giona, il cui nome nell’antico ebraico significa proprio “colomba”.

La colomba per gli Ebrei è la raffigurazione dello Spirito Santo, inteso come pensiero e non come persona fisica (come invece accade per il Cristianesimo). Appare continuamente come portatrice di messaggi di vario tipo nelle raffigurazioni sacre, compresi arazzi e codici miniati. San Paolino di Nola, nel V secolo, commissionò una Trinità sormontata da una colomba.

A questo punto è facile capire che il succitato pennuto sia portatore di notizie, perlopiù benevole; altrettanto semplice è il suo collegamento con la Pasqua, festa di Resurrezione.

Una colomba, tre leggende

Ora mettiamo da parte il campo simbolico ed addentriamoci più nella leggenda del pennuto lievitato. Come avevamo anticipato parlando di differenze tra panettone e colomba, la nostra beneamata possiede – tal quale al fratello natalizio – una serie di leggende a dire il vero… tutte molto simili tra di loro.

Tre, nello specifico, che concordano su un punto: siamo nell’epoca dei Longobardi, quindi nell’attuale Lombardia.

La prima leggenda ci dice che durante l’assedio di Pavia il re longobardo Alboino (siamo circa a metà del VI secolo d.C. ) si vide offrire un pane dolce a forma di colomba, come richiesta di tregua e pace.

La terza versione si riferisce alla Battaglia di Legnano, (1176), con la vittoria dei Comuni lombardi contro l’invasore Federico Barbarossa. Si narra che furono viste delle colombe bianche posarsi sopra le insegne dei lombardi; il condottiero che le vide diede ordine di preparare pani a forma di colomba per infondere coraggio ai suoi cavalieri.

Sembra abbastanza chiaro che la diffusione di pani pasquali – probabilmente coevi o addirittura discendenti del panettone – era una cosa abbastanza comune. In particolare nel Nord Italia, ma non mancavano versioni di dolci pasquali diffuse in tutta la penisola.

La verità storica della colomba

Così come è stato per il panettone, la fuoriuscita dai confini lombardi la si deve alla produzione su larga scala di questo bene, che avvenne per opera dell’azienda Motta; in particolare, dobbiamo l’invenzione vera e propria della colomba “industriale” ad un pubblicitario noto, Dino Villani. Difficile definire chi fosse Dino Villani: pubblicitario, artista, pittore, incisore, critico d’arte. Fu tra i primi ad utilizzare tecniche integrate di comunicazione, con risultati palesemente efficaci e che perdurano ancora oggi.

Era già riuscito nell’opera di diffondere il panettone a livello nazionale, proponendo di premiare i vincitori del Giro d’Italia con un lievitato da ben dodici chili. L’evento sportivo era seguitissimo, imperdibile per tutti gli italiani: anno dopo anno, dal 1934, sortì l’effetto desiderato. L’azienda di Angelo Mottaprese il dominio della scena nazionale del panettone.

Per quanto riguarda la colomba, Dino Villani fece una semplice ma efficace pensata: riutilizzare i macchinari e molti tra gli ingredienti già utilizzati per i panettoni natalizi per produrre fino alla fine della Pasqua.

Di fatto l’eclettico Villano aveva applicato quello che oggi è un concetto del marketing comune nell’industria alimentare: la line extension, ovvero l’ampliamento della linea di prodotto volto a coprire più fasce di mercato possibili, estendendo letteralmente il ventaglio dell’offerta a fronte di una domanda variabile, anche in base alla stagione.

Alla Motta subentrò, in un secondo momento (a partire dal 1944), la Vergani, azienda produttrice di colombe ancora oggi salda sul mercato dei lievitati da supermercato, nella fascia medio-alta.

 

Pasqua, colomba

Caffè espresso il prossimo candidato Unesco

Caffè, patrimonio unesco

Continua a leggere

LUM School of Management – Diplomazia e public policy per le professioni del futuro

Sono aperte le iscrizioni per il nuovo Executive Master “Diplomatic, Economic and Strategic Perspectives in Global Scenarios” alla School of Management dell’Università LUM nella meravigliosa Villa Clerici sede del Campus di Milano.

lum, school of management

Continua a leggere

Unregular Pizza – un baratto tra cibi artigianali e la pizza

unregular pizza, gabriele lamonaca

Continua a leggere

Addio a Giovanni Gastel, con i suoi scatti ha esaltato la moda made in italy

 
Il fotografo Giovanni Gastel, che con i suoi scatti ha esaltato la moda made in Italy, grazie a campagne pubblicitarie per i marchi più prestigiosi che hanno fatto il giro del mondo, è morto il 13 marzo a Milano per le complicazioni da Covid. Aveva 65 anni. Era stato ricoverato all’ospedale in Fiera a causa dell’aggravarsi dello stato di salute dopo essere stato colpito dal virus.

Continua a leggere

Nellie Bly – si finse pazza per raccontare la verità

 

C’è un legame forte tra la delicata storia della follia e quella – altrettanto delicata – delle donne. A lungo i matti, i folli sono stati considerati dei reietti, spogliati completamente della loro umanità e respinti ai margini, rinchiusi in quei manicomi in cui nessuno poteva vederli. Altrettanto a lungo le donne sono state considerate inferiori, socialmente poco utili (all’infuori della procreazione), rinchiuse in quelle case spacciate per il loro luogo naturale. E non appena una donna cercava di uscire da quel luogo naturale, avanzando il diritto di essere autonoma e di poter avere un valore sociale ecco che quella donna diventava subito pazza, strega, isterica. Se guardiamo bene la storia della follia è una storia prevalentemente femminile, perché folle è spesso ciò che non può essere compreso, che si presenta come illogico, che non può essere controllato e che per questo spaventa.

Sappiamo bene che tanto il tema della salute mentale quanto quello delle donne è stato interessato, soprattutto a partire dagli anni ’50, da un lento e importante processo di emancipazione. Ma questo processo non si sarebbe mai potuto verificare senza l’intervento diretto di alcuni personaggi che hanno lottato per creare condizioni favorevoli al cambiamento. E quando parliamo di storia della follia e storia delle donne non possiamo non pensare a lei: Nellie Bly. 

Elizabeth Jane Cochran (il suo vero nome) nasce a Cochran’s Mill, Pennsylvania, nel 1864, ed è la tredicesima di quindici figli. Il padre, un giudice benestante, muore quando Elizabeth ha solo sei anni e la madre, per non restare sola a gestire quindici figli, decide di risposarsi poco dopo. Il secondo marito però si rivela presto per quello che è: un uomo alcolizzato e violento, che alzava spesso le mani in casa. Proprio a lui è legata la prima esperienza giudiziaria di Elizabeth che, appena adolescente, si trova a testimoniare durante il processo di divorzio della madre e a scoprire dentro se stessa un senso viscerale di fastidio nei confronti delle ingiustizie e delle discriminazioni, in primis di quelle ai danni delle donne e dei poveri.

A 16 anni si trasferisce a Pittsburgh, sperando di trovare lavoro come maestra. Sta sfogliando le pagine del Pittsburgh Dispatch, alla ricerca di un annuncio di lavoro, quando le capita sottomano un articolo intitolato What Girls Are Good For (A cosa servono le ragazze), dai toni particolarmente sessisti. Indignata dalla lettura Elizabeth prende carta e penna e scrive al direttore del giornale, confutando punto per punto il contenuto discriminatorio dell’articolo con uno stile di scrittura così chiaro e al tempo stesso inconfondibile, che quel direttore non può fare altro che chiamarla e offrirle un lavoro. È lui a proporle di scrivere sotto pseudonimo e di chiamarsi Nellie Bly, dal titolo di una celebre canzone di Stephen Foster.  Elizabeth diventa così la prima donna giornalista della storia e in breve tempo si distingue per la scelta di un tipo particolare di giornalismo: quello investigativo. Si intrufola ovunque, soprattutto nelle fabbriche, per denunciare la condizione dei poveri e delle donne. Il suo obiettivo è uno soltanto: raccontare la verità e dare voce a chi non viene ascoltato.  

In un periodo in cui alle donne non vengono praticamente riconosciuti diritti l’immagine di una ragazzina un po’ scarmigliata e piena di motivazione, che se ne va in giro a denunciare abusi e discriminazioni, dà particolarmente fastidio e George Madden, allora direttore del Pittsburgh Dispatch, è costretto a ridimensionare il lavoro di Nellie, relegandola alle pagine femminili del giornale. Ma la posta in gioco per lei è ormai più alta di un semplice guadagno: riguarda ciò che vuole essere davvero e il ruolo sociale che ha deciso di ricoprire. Così lascia il lavoro sicuro di Pittsburgh e decide di trasferirsi a New York. Ha 23 anni ed è il 1887 quando bussa alla porta di Joseph Pulitzer. Vuole lavorare per il suo quotidiano, il New York World, vuole scrivere grandi inchieste e ha una proposta ben precisa da fargli.

Di fronte a Manhattan si trova infatti un’isola, dalla forma stretta e allungata, chiamata Roosevelt Island (ai tempi Blackwell Island); una zona residenziale, tra le cui case svetta il Women’s Lunatic Asylum, un sanatorio femminile dove vengono internate, a scopo teorico di cura, donne affette da patologie mentali. Attorno a quel luogo c’è un alone di mistero, perché nessuno ci può entrare, a meno che non sia considerato malato. Nellie propone a Pulitzer un articolo sul Women’s Lunatic Asylum: vuole capire cosa succede lì dentro.

Per farlo ha una solita possibilità: fingersi pazza. Pulitzer accetta.
Il giorno stesso Nellie torna a casa, si fa un ultimo bagno, si esercita davanti allo specchio, prova alcune espressioni da “matta”. Si veste e si dirige a passo svelto verso una casa per donne indigenti e chiede un alloggio. Glielo concedono, ma da subito la responsabile e le altre donne si accorgono che in lei qualcosa non va: ripete spesso le stesse parole, sembra non ricordarsi nulla, ride a caso. Con una visita superficiale un medico stabilisce che è insane (matta) e viene direttamente spedita al Women’s Lunatic Asylum. Improvvisamente Nellie si ritrova in un contesto di abusi, disumanità, crimini e soprusi nei confronti di donne che vengono bollate come matte, ma che matte non lo sono affatto (non tutte, almeno – premesso che ci si dovrebbe intendere sul significato della parola); sono povere. Scopre che il Women’s Lunatic Asylum è un luogo in cui vengono relegate le donne che non possono mantenersi da sole, quelle che sono state ripudiate dai mariti o, ancora, quelle che hanno avuto dei figli al di fuori dal matrimonio. E che queste donne vengono spogliate, quotidianamente sedate tramite oppiacei molto forti, costrette a vivere al freddo e in condizioni igieniche terrificanti, picchiate e spesso uccise.

Considerata matta anche Nellie viene sottoposta alle stesse torture.Ogni sera le viene somministrata una terapia oppiacea che ingurgita e poi vomita, mettendosi due dita in gola, per cercare di mantenere la lucidità. Registra tutto quello che succede, scrive ogni cosa, assiste alla metamorfosi di donne che cercano di resistere con tutte le loro forze a quella violenza, ma che trovano nella follia (quella vera) la loro unica via di fuga.

Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia.

Rischia anche lei di essere uccisa, perché quella lucidità che conserva la rende un soggetto pericoloso agli occhi dei medici e delle infermiere. Le hanno da poco iniettato un veleno letale quando un avvocato mandato da Pulitzer bussa alle porte del sanatorio chiedendo che lei venga subito liberata. I medici la rianimano in extremis.

Nellie esce dal Women’s Lunatic Asylum promettendo alle compagne che avrebbe lottato con tutte le sue forze per loro. Quando sta per prendere il traghetto per tornare a Manhattan chiede all’uomo che l’aveva liberata: “Quanti giorni sono stata qui dentro?” E lui le risponde: “dieci, signorina. Dieci giorni”. Da questa esperienza nasce la super inchiesta Ten Days in a Mad-House (oggi diventata libro) che desta scalpore e accende i riflettori su quel luogo dell’orrore. Viene aperta un’inchiesta sul Women’s Lunatic Asylum e grazie alla testimonianza di Nellie vengono presi provvedimenti molto seri: i finanziamenti al sanatorio vengono aumentati per migliorare le condizioni delle pazienti, e vengono stabiliti nuovi criteri per valutare la salute mentale delle donne.

Nel frattempo la sua fama fa il giro del paese e Nellie diventa un modello di riferimento per tutte le ragazze che, come lei, amavano scrivere e odiavano le ingiustizie e che finalmente possono vedere nel giornalismo uno sbocco lavorativo concreto.

L’anno successivo, ormai assidua collaboratrice del New York World, non è più solo lei a proporre idee, ma è anche Pulitzer ad assegnarle direttamente dei temi da trattare. È così che nasce la sua seconda grande impresa: battere il record realizzato da Jules Verne, che aveva compiuto il giro del mondo in 80 giorni. Nellie parte nel novembre nel 1889 da Hoboken, da sola, e rientra a New York il 25 gennaio del 1890. Ci ha messo in tutto 72 giorni a girare il mondo: il record è battuto e porta alla stesura del reportage Nellie Bly’s Book: Around the World in Seventy-two Days, che la rende una star indiscussa del giornalismo dell’epoca.

Conosce Robert Seaman, se ne innamora e dopo qualche anno lo sposa. Prova ad abbandonare il giornalismo, per dedicarsi a una vita più tranquilla, ma la sua è una vera vocazione e con le mani in mano non ci sa stare. Così, quando scoppia la guerra diventa la prima cronista dona inviata al fronte, e si trasferisce in Europa.

Pochi anni dopo, però, a soli 52 anni si ammala di polmonite e muore, nella sua amata New York. Ritenuta una delle donne più influenti della storia degli Stati Uniti, nel 1998 Nellie è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame, per ricordarci che, molto di quello che abbiamo e che possiamo fare oggi lo dobbiamo a lei.

 

 

 

nellie bly

Pizzeria Mafiosi – il locale tedesco che offre specialità “mafiose” italiane

Germania, pizzeria mafiosi

Continua a leggere

Donne chef – la cucina non è solo deGLI chef

articolo di Martina Tripi via Vita su Marte 

 

Vi prego non chiamiamole quote rosa, queste donne chef sono talmente cazzute che potrebbero, e forse dovrebbero, governare il mondo. Gestiscono ristoranti, collezionano stelle Michelin come fossero figurine Panini, fondano associazioni benefiche e si occupano anche delle proprie famiglie.
La cucina è donna, ma fin troppo a lungo è stata dominata dagli uomini, ricordiamolo sempre: il talento non ha genere.

Tutto molto bello ma…

Però rifletteteci: ancora oggi nell’immaginario collettivo la donna in cucina è colei che alleva, nutre e coccola la famiglia, mentre l’uomo ci appare nella sua divisa intonsa, pronto a dirigere una brigata venerante, come il nuovo sex symbol dei nostri tempi.
Le cose stanno ormai cambiando, grazie al cielo! A suon di eccellenze l’universo femminile si è fatto strada anche in questo campo, dimostrando, ovviamente, di esserne più che all’altezza.

Voglio cominciare con una premessa: segue una lista di donne che cucinano per professione portando a casa grandi risultati e che, non solo secondo me, lasceranno il segno nella storia.
Ma oltre a loro ce ne sono tante altre, mi duole davvero non averle inserite tutte, ma vi avrei obbligati a leggere questo articolo fino alla vecchiaia.

SheF Valeria Piccini: dalla Maremma con amore

Chef donne Valeria Piccini

SheF – She+F – non è un nomignolo, ma un vero e proprio marchio registrato che, se la pandemia non avesse stravolto il mondo e i piani di tutti, sarebbe diventato un progetto concreto per supportare le aspiranti chef.

Valeria Piccini è stata fortunata perché la sua carriera ha coinciso con la famiglia, anche se non è sempre stato facile, ma è ben cosciente di quanto sia complicato per una donna far conciliare la vita privata e un lavoro che richiede tante ore di servizio.

Non bisogna mollare

Per questo vorrebbe incoraggiare le donne a conquistarsi il proprio posto nel mondo culinario, senza farsi abbattere da barriere e stereotipi, ormai passati e senza senso.
Se lo dice lei, che è riuscita a trasformare la trattoria di un paesino da 200 abitanti in un ristorante bistellato, possiamo fidarci. Da Caino ha ottenuto un successo sorprendente, la prima stella è arrivata nel 1991 e la seconda nel ’99, grazie a una cucina che attinge dalla tradizione e la rinnova, con particolare attenzione alla qualità degli ingredienti, che vanno sfruttati fino all’ultimo grammo, per evitarne ogni spreco.

dolce stellato
Uno dei piatti di Da Caino

Vicky Lau – le prime due stelle Michelin in rosa di tutta l’Asia

Chef donne Vicky Lau

In Asia non era mai accaduto prima che una donna vincesse ben due stelle Michelin, quest’anno però la chef Vicky Lau ha piacevolmente stupito col suo risultato senza precedenti.
La Hong Kong & Macau Guide le ha assegnato il riconoscimento per il lavoro svolto nel suo ristorante di Hong Kong, la TATE Dining Room, dove propone una cucina innovativa, d’impronta franco-cinese.

La cucina è creatività e impegno

I suoi piatti raccontano una storia, come suggerisce il menù di otto portate che ha chiamato proprio “Edible Stories”.
Ciò che più stupisce della sua carriera è che prima di diventare una dea dei fornelli si occupava di grafica pubblicitaria in America. Poi, di punto in bianco, spinta dalla voglia di dare ancora più sfogo alla sua creatività, si è iscritta prima a un corso base di tre mesi presso Le Cordon Bleu a Bangkok per poi conquistarsi il Gran Diplôme di nove mesi al corso Le Cordon Bleu Dusit. Una vera fuoriclasse.

Ode to Read Fruit
“Ode to Red Fruit”, composta da croccante meringa allo yogurt, sorbetto al lampone e mousse di cioccolato bianco all’osmanto.

Hélène Darroze: chef donne famose? Vabbè ciao!

 Hélène Darroze cuoca donna

Hélène appartiene alla quarta generazione di una stirpe di ristoratori francesi, ha mosso i suoi primi passi al fianco di Alain Ducasse, nel suo Le Luis XV a Montecarlo e oggi è una delle chef più importanti del mondo.
Quest’anno ha ricevuto una seconda stella Michelin per il suo ristorante di Parigi Marsan ed è stata premiata con tre stelle Michelin nella guida Gran Bretagna e Irlanda per Hélène Darroze at The Connaught, il ristorante londinese che si trova all’interno del Connaught Hotel.

Un’icona della cucina moderna

Hélène è una mamma single che ha anche contribuito alla fondazione dell’associazione Le Bonne Etoile, in aiuto dei bambini più svantaggiati e per la quale ha ricevuto l’onorificenza di cavaliere dell’Ordine nazionale della Legion d’onore.
Il mondo la riconosce, ormai, come un’icona femminile dell’alta cucina: è a lei che ha pensato la Pixarquando nel 2007 ha creato il personaggio di Colette per Ratatuille ed è sempre a lei che si è ispirata la Mattel quando nel marzo 2018 ha realizzato Barbie Chef, in occasione dell’International Women’s Day .

Alice Waters: si comincia sempre dall’ingrediente

Donne Chef Alice Waters

Nel suo ristorante di Berkeley Chez Panisse ha definitivamente stravolto la cucina americana, che fino al suo arrivo era fatta di fast food e cibi preconfezionati. Da lei un pasto si prepara partendo dall’ingrediente, è al mercato la mattina che si decide cosa mettere sul menù che, ovviamente, cambia ogni giorno.

I progetti che segneranno la Nazione

Nel 1996 ha dato vita al progetto Edible Schoolyard, creando un orto a disposizione della cucina della scuola e coltivato proprio dagli alunni. Ha anche aiutato Michelle Obama a realizzare un laboratorio di agricoltura biologica nel giardino della Casa Bianca.
Non è, quindi, assolutamente un caso che sia vicepresidente di Slow Food International, associazione di cui incarna alla perfezione i valori da quando cominciò a muovere i primi passi nella cucina, dopo un viaggio in Francia dal quale tornò in America cambiata per sempre.

Claire Vallée e la rivincita delle bionde… vegane

Chef donne_Claire Vallée

La cucina francese e la carne sono un tutt’uno, quindi la scelta da parte della Guida Michelin Francia 2021di premiare un ristorante vegano è stata sorprendentemente lungimirante.
L’Ona – che sta per Origine Non Animale – di Claire Vallée non è di certo il primo ristorante a eliminare la carne né, tantomeno, il primo ad aggiudicarsi un riconoscimento simile, ma ogni piccolo passo verso l’innovazione è una grande conquista per la cucina. Non si può trascurare quanto l’alimentazione senza carne e senza derivati sia oggi parte integrante delle nostre vite.

Claire Vallée_piatto
Dessert de carottes confites à la passion, meringue géranium, éclats de chocolat noir, crème au yuzu, tuile de citron. | Ph. Cecile Labonne
So’ soddisfazioni

Ma sapete qual è la cosa che dà più soddisfazione? Claire Vallée ha aperto il suo ristorante nel 2016 solo grazie al crowdfunding e al supporto di una banca verde. Gli altri istituti bancari non credevano possibile che un ristorante simile potesse ottenere successo. La chef si è guadagnata la sua rivincita, dimostrando al mondo che passione e perseveranza possono tuttoTiè!-.

Antonia Klugmann e la sua stanza tutta per sé

Chef donne_Antonia Klugmann

Mi dovete spiegare perché se è Gordon Ramsay a fare il giudice il fatto che sia uno str*** lo renda figo, mentre quando si tratta di Antonia Klugmann diventa un’arpia da riempire di insulti. La cosa non mi torna!
Quando era ancora chef al Venissa, nell’isola di Mazzorbo, un certo giornalista che s’inorgoglisce nell’autodefinirsi “acceso misogino” di lei ha scritto: “…al Venissa si serve in tavola l’ideologia del gender: per me indigesta, ma de gustibus .”

Non entrerei nel merito di quell’articolo che comunque potete leggere qui; piuttosto mi concentrerei sul fatto che Antonia Klugmann, insieme a tante altre sue colleghe, ha ricevuto spesso il classico trattamento che si riserva alle donne che dimostrano autorità nel mondo del lavoro.
È successo anche quando ha sostituito Cracco a MasterChef, dove ha dimostrato un carattere bello tosto, che l’ha condotta, però, a trasformarsi nel bersaglio di tanti leoni da tastiera frustrati, che le hanno detto veramente le peggio cose.

Ma che ce frega, noi abbiamo la cucina!

Il suo è un ristorante di confine: L’argine a Vencò si trova in provincia di Gorizia, poco distante dal fiume che ne ha ispirato il nome, a solo un chilometro dalla Slovenia. Ma è anche il confine ideale fra ciò che l’ha formata e quello che la ispira quotidianamente.

Quando parla di donne in cucina, Antonia Klugmann lo fa citando Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf, dove l’autrice s’interrogava sullo scarso numero di scrittrici nel suo tempo. Il problema è profondamente culturale: la donna è ancora subissata da una serie di compiti che le sono stati attribuiti a livello sociale e che spesso le impediscono di pensare e progettare.

Serve uno spazio dove poter dare libero sfogo alla creatività e per chef Klugmann è proprio la cucina. Non ha mai dato ai suoi colleghi dei maschilisti, anzi, nell’intervista rilasciata a La Cucina Italiana nel numero di cui è stata direttore per un mese proprio l’anno scorso, ha detto: “La prima volta che sono entrata in cucina non mi sono vista femmina o maschio, ho visto me stessa”.

 

Asma Khan e la sua brigata in rosa

Chef donne_Amsa Khan

Siete mai stati a Londra? La cucina indiana è sicuramente fra le più diffuse e amate dagli inglesi. I piatti di Asma Khan ne esplorano tutte le declinazioni, raccontando la storia della sua famiglia e delle sue origini.
Dopo il trasferimento a Londra insieme al marito, Asma si ritrovò a vivere a lungo in uno stato di desolata solitudine, che riuscì a colmare solo tornando in India a farsi insegnare la cucina di casa.
Di rientro a Londra cominciò ad accogliere le persone nella propria cucina, con dei Supper Club, che diventarono letteralmente virali. Qualche anno dopo aprì Darejeeling Express, il suo ristorante a Covent Garden.

Sorellanza ai fornelli

Asma è la chef dell’uguaglianza: la sua cucina è composta esclusivamente da donne che hanno alle spalle storie difficili, lei le accoglie, offrendo loro un mestiere e tutto il supporto di cui hanno bisogno.
Giungendo da una terra che non fa emergere la donna e che l’ha obbligata tutta la vita a misurarsi con la colpa di essere una secondogenita femmina, Asma ha fatto il possibile per affermarsi. Il suo fascino indiscusso è stato ritratto in una delle più belle puntate della serie Netflix Chef’s Tables, vi consiglio di guardarla!

Jessica Préalpato: la migliore pastry chef del mondo

pastry chef

Fare la rivoluzione è così tipicamente francese, ma rivoluzionare la cucina di Alain Ducasse è da veri impavidi.
Jessica Préalpato arriva dalla tradizionale formazione pasticcera a suon di burro e croissant. Nel 2015 inizia a lavorare al Plaza Athénée, ristorante parigino nel quale il mito indiscusso dell’alta cucina Alain Ducasse ha scelto di non servire carne – pur continuando a servire pesce.
Si parla di naturalité: una cucina sensibile alle nuove necessità alimentari legate alla sostenibilità e alla salute.

Liberté, Naturalité, Desseralité

Qui nasce anche il concetto di desseralité – dessert + naturalité – coniato dalla Préalpato: via gli zuccheri, le creme e le decorazioni che fanno tanto ancien régime e dentro tutta la dolcezza della frutta all’apice della sua maturità, erbe e vegetali.

Jessica Préalpato_il dessert

E se i primi esperimenti non hanno incontrato i gusti del Maestro, alla fine la pastry chef più famosa del mondo l’ha a dir poco conquistato. Nel 2019 Ducasse Editions ha pubblicato il suo libro intitolato, appunto, Desseralité, che raccoglie le ricette di chef Préalpato e gli abbinamenti più innovativi.

 

chef, cucina, donne chef

Hayley Arceneaux sarà la più giovane statunitense a viaggiare nello spazio

Hayley Arceneaux si è unita alla prima missione spaziale civile, essendo stata scelta per essere una delle quattro persone che prenderanno parte al primo volo spaziale privato a bordo di un’astronave della compagnia SpaceX, che appartiene al magnate Elon Musk.

Arceneaux, ventinovenne ed originaria della Louisiana, dopo aver sconfitto un tumore osseo molto raro diagnosticatole quando aveva 10 anni, porterà a termine la missione straordinaria di  viaggiare nello spazio. Diventerà così la più giovane civile nordamericana a farlo, la prima Cajun (appartiene ad una minoranza etnica presente sia in Canada che in nord America) e la prima persona con una protesi ad una gamba.

Le protesi ossee, a causa dei severi requisiti medico fisco imposti agli astronauti, avrebbero minato al suo desiderio di viaggiare nello spazio come astronauta della NASA, ma grazie al lancio di missioni spaziali private la situazione è cambiata. Come afferma l’Arceneaux stessa “Fino a questa missione, non avrei mai potuto essere un’astronauta. Questa missione sta aprendo i viaggi nello spazio a persone che non sono fisicamente perfette”.

La sua partecipazione alla missione spaziale Inspiration4 è stata resa pubblica il mese scorso. Una missione benefica su iniziativa del miliardario Jared Isaacman e in cui Arceneaux fa le veci del St. Jude Children’s Research Hospital, dove oggi lavora come assistente medico.

L’avventura spaziale avrà inizio il prossimo ottobre a Cape Canaveral, in Florida, e sarà il primo volo commerciale della storia. La Dragon orbiterà attorno alla Terra per diversi giorni per poi atterrare nell’Atlantico. Se tutto procederà per il meglio, e senza alcun imprevisto, questa missione sarà un traguardo che aprirà la porta a chiunque se lo possa permettere economicamente di iniziare a viaggiare nello spazio con voli commerciali.

 

Hayley Arceneaux

Masterchef Italia – Maxwell e le sue mille vite

Masterchef, maxwell

Continua a leggere

Tim Burton dirigerà una nuova serie
con protagonista Mercoledì Addams

Alcuni giorni fa, The Hollywood Reporter ci ha fatto sapere che Netflix sta preparando uno spin-off di La Famiglia Addams, nello specifico una serie di otto episodi incentrati su una delle icone della nostra infanzia: Mercoledì. Wednesday – questo il titolo della nuova narrazione seriale – sarà diretto nientemeno che da Tim Burton, nonché prodotto dal regista assieme agli showrunner Al Gough e Miles Millar (Smallville, Into the Badlands), e si concentrerà sui suoi anni da studentessa alla Nevermore Academy, dove tenterà di imparare a padroneggiare i suoi poteri psichici.

Creato nel 1938 dal disegnatore Charles Addams – caricaturista della rivista The New Yorker con la passione per il dark humor – il fumetto originale di La famiglia Addams è stato adattato per il cinema e la televisione in numerose occasioni nel corso degli anni. Prima c’è stata una serie televisiva della ABC negli anni ‘60, con John Astin e Carolyn Jones come protagonisti. Poi negli anni ‘70 è seguita una seconda serie, stavolta animata; quindi, la storia della sinistra famiglia è stata ripresa e resa popolare in tutto il mondo negli anni ‘90, con i due lungometraggi interpretati da Anjelica Huston, Raul Julia e Christina Ricci (nel ruolo di Mercoledì): l’indimenticabile La famiglia Addams (1991) e il sequel La famiglia Addams 2 (1993). Poco tempo dopo, si è tornati a produrre una serie televisiva animata, e alla fine degli anni ‘90, Tim Curry e Daryl Hannah, rispettivamente nei ruoli dei coniugi Gomez e Morticia, hanno dato vita a un matrimonio da star in un altro noto lungometraggio – La famiglia Addams si riunisce – e in una serie televisiva – La nuova famiglia Addams che molti di noi ricordano ancora. Più recentemente, Nathan Lane e Bebe Neuwirth hanno portato la sinistra famiglia anche a Broadway.

Rispetto a quest’ultimo adattamento, Wednesday sarà una produzione MGM/UA Television e costituirà, come dice Netflix, “il debutto di Tim Burton come regista in televisione”, sebbene 30 anni fa, quando era praticamente sconosciuto, abbia realizzato un adattamento televisivo di Aladdin – intitolato Aladdin and His Wonderful Lamp – per la serie Faerie Tale Theatre (1982), e subito dopo, nel 1986, si sia messo dietro la macchina da presa per dirigere un famoso episodio dell’antologia televisiva Alfred Hitchcock Presents.

Teddy Biaselli, uno dei registi della nuova serie originale, durante la presentazione del progetto ha dichiarato che è stata una sorpresa per la rete poter contare sul regista cult, il quale ha raggiunto l’apice della sua fama negli anni ‘90, e le cui ultime creazioni hanno avuto meno impatto rispetto ai suoi classici Beetlejuice – Spiritello porcello (1988), Edward mani di forbice (1990), Nightmare Before Christmas (1993), Batman – Il ritorno (1992), Mars Attacks (1996) o Il pianeta delle scimmie (2001). Per lo spin-off di The Addams Family, i produttori hanno deciso di concentrarsi sul personaggio della ragazza, considerandola “il lupo solitario definitivo”. Come ha spiegato Biaselli a Deadline Hollywood:

Abbiamo ricevuto la chiamata che il regista visionario e fan di lunga data della famiglia Addams, Tim Burton, che desiderava fare il suo debutto alla regia televisiva con questa serie. Tim ha un discreto passato nel raccontare storie di potere su rinnegati sociali come, Edward mani di forbice, Lydia Deetz e Batman. E ora porterà la sua visione unica a Mercoledì e ai suoi inquietanti compagni di classe alla Nevermore Academy.

Ed è assolutamente vero. Mercoledì, così come prima di lei Lydia Deetz di Beetlejuice o Edward mani di forbice, sono personaggi emarginati ma al contempo vincenti e padroni del proprio potere personale. Ricordo ancora con piacere di aver trovato, nella mia infanzia, un modello in quel personaggio iconico che è Mercoledì: intelligente, ironica, severa e divertente, non convenzionale e politicamente scorretta, capace di maneggiare abilmente arco, frecce, corrente elettrica e coltelli, e di uccidere letteralmente suo fratello come parte della sua macabra routine di gioco. Una ragazzina che dorme fingendo di essere morta, si veste di nero e si vanta di essere diversa, proponendo così un’alternativa ai due stereotipi dominanti, la ragazzina “smorfiosa” vestita di rosa e la “maschiaccia” che gareggia con i ragazzi ed è ossessionata dallo sport. Mercoledì è un personaggio multidimensionale, una ragazzina intellettuale e ribelle, che ha le sue opinioni ed è determinata a essere sé stessa, indipendentemente dal parere altrui.

Ecco perché attendiamo con impazienza la premiere di questo nuovo adattamento, per vedere come Mercoledì si adatterà ai nuovi tempi, e se, ancora una volta, i ragazzi e le ragazze delle nuove generazioni troveranno in lei un personaggio in cui specchiarsi.

tim burton, mercoledì addams, famiglia addams

“CARE WHAT YOUTH WEAR”
progetto internazionale di promozione della consapevolezza su ambiente e lavoro equo attraverso la moda

La moda è un potente strumento di stimolo nei giovani di tutto il mondo della consapevolezza in merito a tematiche quali ambiente, lavoro equo e corretto delle risorse naturali.  Gli indumenti che una persona indossa la collegano, infatti, a un processo globale di produzione e distribuzione.

CARE WHAT YOUTH WEAR

Continua a leggere

© 2013-2020 Consul Press. Testata registrata presso il Tribunale di Roma, N° 87 del 24/4/2014.
Editore: Associazione Culturale "Pantheon" - Direttore Responsabile: Antonio Parisi
Sede: Via Dora, 2 - 00198 Roma (RM). Telefono: (+39) 06 92593748 - Posta elettronica: info@consulpress.eu